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mercoledì 13 maggio 2026
Strutture d’Acqua: alla scoperta del territorio tra Brenna e Alzate Brianza
Sabato 16 maggio 2026 si terrà un’interessante escursione guidata promossa dagli amici del Circolo Legambiente Cantù – Green Station Brenna-Alzate Brianza, un’iniziativa pensata per valorizzare e far conoscere da vicino il nostro territorio.
L’appuntamento rientra nel ciclo di Itinerari Guidati, percorsi nati per accompagnare cittadini e appassionati alla scoperta di luoghi ricchi di storia, natura e identità. Il tema scelto per questa uscita, “Strutture d’Acqua”, invita a osservare il paesaggio con uno sguardo nuovo, seguendo il filo conduttore dell’acqua: elemento fondamentale che nel tempo ha modellato l’ambiente, influenzato gli insediamenti umani e dato vita a forme e strutture ancora oggi visibili.
Durante la passeggiata, i partecipanti avranno l’opportunità di percorrere sentieri che si ricollegano al Sentiero Pedemonte, attraversando un territorio fortemente caratterizzato dalla presenza di corsi d’acqua. Un contesto naturale affascinante, dove la relazione tra uomo e ambiente si manifesta in modo evidente, raccontando una storia fatta di equilibrio, trasformazioni e adattamenti.
Si tratta di un territorio riconoscibile, dalla forte identità, che continua a sorprendere per la bellezza dei suoi paesaggi e per la complessità delle relazioni che lo attraversano. L’escursione rappresenta quindi non solo un momento di svago, ma anche un’occasione per comprendere meglio le dinamiche che hanno costruito e continuano a definire questi luoghi.
La partecipazione è a iscrizione obbligatoria: tutte le indicazioni per registrarsi sono disponibili tramite il modulo Google accessibile dal QR code presente nella locandina. È inoltre previsto un contributo a sostegno delle attività della Green Station. Per chi lo desidera, sarà possibile organizzare il pranzo o un rinfresco in stazione, segnalando la preferenza nel modulo di iscrizione. Su richiesta, saranno disponibili anche mappe tematiche del percorso.
Seveso 1976–2026: a Bovisio Masciago una mostra per non dimenticare
A cinquant’anni dal disastro dell’Icmesa, la Brianza torna a fare i conti con una delle pagine più drammatiche della sua storia. Dal 16 al 31 maggio, a Villa Erba Odescalchi Scotti, sarà ospitata la mostra “Seveso 1976–2026. La Brianza oltre i veleni”, promossa da Il Giorno.
L’esposizione raccoglie immagini e documenti inediti provenienti dall’archivio storico del quotidiano, offrendo uno sguardo diretto su quanto accadde nel 1976, quando una nube tossica di diossina contaminò il territorio tra Meda e Seveso, segnando profondamente comunità e ambiente.
L’inaugurazione è prevista per sabato 16 maggio alle ore 11.30. Interverranno il sindaco di Bovisio Masciago, Giovanni Sartori, il vicedirettore de Il Giorno Guido Bandera, Bruno Galimberti – già assessore a Seveso nel 1976 – e Amedeo Argiuolo, ex lavoratore Icmesa. L’incontro sarà moderato dalla giornalista Monica Guzzi.
Parco P.A.N.E., un museo a cielo aperto che la Pedemontana rischia di distruggere
Una giornata per riscoprire il territorio, la sua storia e il suo valore ambientale, ma anche per riflettere su ciò che rischia di andare perduto. È questo lo spirito dell’iniziativa promossa dal Comitato Ferma Ecomostro D Breve insieme al Parco Agricolo Nord Est.
Sabato 23 maggio, dalle ore 9.00 alle 17.00, il Parco P.A.N.E. si trasformerà in un vero e proprio percorso esperienziale dal titolo “In viaggio nel tempo – il Parco attraverso la storia”, con visite guidate e attività tematiche aperte a tutti (accesso libero senza iscrizione).
Attraverso cinque percorsi tematici, i partecipanti potranno attraversare diverse epoche storiche, immergendosi in un paesaggio che racconta la relazione tra uomo e ambiente:
- Epoca glaciale – La geologia, con ritrovo a Vimercate
- Epoca romana – L’antica via di Trezzo, con partenza da San Rocco
- Dal 1600 al 1800 – Paesaggi manzoniani, con ritrovo a Ornago
- Dal 1800 al 1900 – La bachicoltura, con attività informative a Ornago
- Oggi – L’agricoltura nel Parco, con visite ad aziende locali e percorsi educativi
Il programma si articola nell’arco dell’intera giornata, con attività distribuite tra mattina e pomeriggio e possibilità di partecipare a più momenti, esplorando così le trasformazioni del territorio nel tempo.
L’iniziativa rappresenta non solo un’occasione di conoscenza e partecipazione, ma anche un momento di consapevolezza: il Parco Agricolo Nord Est è infatti un patrimonio ambientale e culturale diffuso, un vero museo a cielo aperto che il progetto della Pedemontana tratta D breve rischia di compromettere in modo irreversibile.
Il progetto nasce grazie alla collaborazione con il Parco, che ha sostenuto e creduto nell’iniziativa, pensata come un dono alle comunità locali e come possibile appuntamento ricorrente negli anni futuri.
Un ringraziamento va a tutte le realtà coinvolte: Associazione Artù, l’architetto Francesco Stucchi, Azienda Agricola Frigerio, Fattoria didattica La Chiave di Sol, il Gruppo di Cammino Bellusco e le Guardie Ecologiche Volontarie del Parco.
Pedemontana B2, bonifica ancora lontana dalla conclusione
Abbiamo ricevuto da Sinistra e Ambiente di Meda un comunicato relativo all’incontro del Tavolo Permanente sulla bonifica da diossina lungo la tratta B2 di Pedemontana, con aggiornamenti sullo stato dei lavori, le criticità emerse e le modalità di gestione degli interventi.
Ne pubblichiamo di seguito ampi stralci per offrire un’informazione il più possibile completa e documentata.
Bonifica da diossina Pedemontana: ritardi, criticità e scarsa trasparenza
Il 6 maggio 2026 si è tenuto, presso la sede dell’ARPA di Monza, l’incontro del Tavolo Permanente sui lavori della bonifica da diossina sulla tratta B2 di Pedemontana.
La convocazione del tavolo era stata espressamente richiesta dai gruppi ambientalisti e dalle liste civiche che ne fanno parte, per ottenere un aggiornamento sullo stato degli interventi e per evidenziare una situazione di mancata trasparenza e comunicazione in tempo reale da parte di Pedemontana.
Folta la partecipazione: ambientalisti e liste civiche, la società Autostrada Pedemontana Lombarda con il direttore generale Sabato Fusco e lo staff tecnico e della comunicazione, la società Pedelombarda Nuova assegnataria dei lavori, ARPA – Dipartimento Bonifiche (presente anche Perfumi, nuovo responsabile ARPA Monza e Brianza, ora accorpata a Lecco e Sondrio), il coordinatore dei sindaci della tratta B2 nonché sindaco di Cesano Maderno Bocca, il presidente della Provincia di Monza e Brianza e sindaco di Meda Santambrogio, la dott.ssa Bozzi, viceprefetto di MB, e alcuni amministratori.
Sinistra e Ambiente–Impulsi di Meda, Legambiente Seveso, Seveso Futura, Passione Civica per Cesano, Altra Bovisio, Comitato Ambiente Bovisio e Cittadini per Lentate hanno introdotto l’incontro con una comunicazione che evidenzia l’insoddisfazione per i lunghi tempi di risposta alle proprie richieste e per contenuti informativi ritenuti incompleti.
Nel documento presentato sono state evidenziate:
- incongruenze nelle tardive risposte ricevute da Autostrada Pedemontana Lombarda (APL), dove alcune aree sorgenti vengono considerate bonificate pur in assenza dei dati di collaudo ARPA;
- criticità e carenze informative sui piani di smaltimento del terreno contaminato, in particolare per l’utilizzo di impianti di stoccaggio temporaneo (VITER srl di Saronno), senza indicazione della destinazione finale;
- la prescrizione di ARPA ai laboratori di parte di uniformarsi al metodo di calcolo Medium Bound (leggi qui);
- il mancato aggiornamento dei dati dei campionatori di polveri e diossina e delle analisi di collaudo sul sito Pedemontana;
- la situazione precaria del nuovo cantiere di bonifica in prossimità del Bosco delle Querce, con possibili criticità di accessibilità.
Criticità e opacità informative
Il direttore generale Fusco ha ammesso una lacuna nella comunicazione, impegnandosi a fornire in futuro risposte più tempestive.
Secondo Pedemontana, i ritardi nei collaudi sono dovuti anche all’iniziale disallineamento dei laboratori di parte rispetto al metodo di calcolo prescritto da ARPA per la sommatoria di diossine e furani. Tale criticità sarebbe stata superata dopo l’incontro del 26-1-2026, con la rielaborazione dei rapporti di prova.
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| Esempio di applicazione sulla sommatoria dei congeneri di diossine e furani del criterio Mediumbound. |
I nuovi dati risultano in linea con i precedenti: solo 5 casi mostrano valori oltre la CSC, che si aggiungono alle non conformità già rilevate.
ARPA ha confermato la necessità di nuove certificazioni e, per gestire il carico analitico, ha coinvolto laboratori di altre regioni, con conseguente allungamento dei tempi.
Piani di smaltimento
APL e Pedelombarda Nuova hanno utilizzato e probabilmente utilizzeranno ancora VITER srl di Saronno come sito di stoccaggio temporaneo, poiché alcune discariche non sarebbero più disponibili a ricevere terreno contaminato da diossina.
I tecnici hanno precisato che non sempre è possibile conoscere la destinazione finale del rifiuto tramite l’impianto intermedio. APL si è dichiarata disponibile a comunicarla qualora ne venga a conoscenza.
In assenza di tali informazioni, la destinazione finale potrà essere ricostruita solo tramite interlocuzione con la Provincia competente, in questo caso quella di Varese.
Stato della bonifica
Per quanto riguarda i teli di copertura danneggiati dal vento, APL ha dichiarato di essere intervenuta dopo le segnalazioni, riconoscendo tuttavia criticità nella comunicazione.
I dati dei campionatori atmosferici, non ancora pubblicati, indicano valori di diossina compresi tra 2,3 e 5 fg/m³, senza superamenti del limite di 150 fg/m³ anche durante l’evento ventoso.
Permangono però ritardi negli interventi di ripristino su alcune aree minori.
Situazione per lotti
Lotto 1 – Meda
Alcune celle non hanno raggiunto gli obiettivi di bonifica (100 ng/kg per uso industriale e 10 ng/kg per uso residenziale). Diverse aree sono ancora in attesa di validazione ARPA o di avvio dei lavori.
Lotti 2 e 2A – Seveso
Situazione complessa, con numerose non conformità e molte aree in attesa di completamento del contraddittorio con ARPA.
Lotto 3 con varianti – Cesano Maderno
Quadro particolarmente critico, con numerose celle non conformi già dai dati di parte. Il numero potrebbe aumentare con gli esiti ARPA.
Sono inoltre presenti aree ancora da scavare e altre per cui è prevista la sola messa in sicurezza con geotessuto.
Lotti 4, 5 e 6 – Cesano Maderno
In generale, risultati parziali e ancora in attesa delle validazioni ARPA per confermare il raggiungimento degli obiettivi di bonifica.
Prosecuzione degli interventi
In caso di esito conforme del contraddittorio tra Pedelombarda Nuova e ARPA, si procederà alla validazione e successiva certificazione di avvenuta bonifica da parte della Provincia.
In presenza di non conformità:
- sul fondo scavo si procederà con ulteriori rimozioni a step di 20 cm;
- sulle pareti si interverrà con scavi orizzontali di 50 cm o, se non possibile, con confinamento tramite geotessuto.
Conclusioni
Le associazioni ribadiscono l’importanza di un’informazione completa e verificata, evitando sintesi affrettate o percentuali di “bonifica completata” che non rispecchiano la reale situazione.
Allo stato attuale, la bonifica risulta ancora in itinere, con numerose criticità e la necessità di ulteriori interventi su molte celle.
Inoltre, sono ancora attesi numerosi esiti ARPA necessari per completare il collaudo.
La bonifica appare quindi ben lontana dalla conclusione e richiede un costante monitoraggio, anche sul piano della trasparenza e dell’accesso alle informazioni per la cittadinanza.
1976–2026 | Disastro diossina | 4. L'evacuazione dei residenti, l'arrivo dei militari, la mappatura delle zone contaminate
Nel 2026 ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.
Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.
Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.
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Quarta Puntata
L'evacuazione dei residenti, l'arrivo dei militari, la mappatura delle zone contaminate.
a cura di Sinistra e Ambiente, Meda
Una nuova puntata sul disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Suggerirono comunque, per evitare contatti con le sostanze tossiche fuoriuscite e favorire la decontaminazione, di procedere con l'evacuazione temporanea della zona interessata assicurando un rigoroso controllo per evitare il consumo di prodotti vegetali e mantenendo un programma di sorveglianza sanitaria.
I militari, inizialmente senza particolari dispositivi di protezione individuale, stesero il filo spinato posizionando i cavalli di frisia per sbarrare l'accesso alle strade.
Rimasero anche a presidiare stabilmente e a sorvegliare con ronde armate per evitare che le persone evacuate tentassero di rientrare o che materiali contaminati venissero trafugati.
L´Amministrazione Comunale versò ad ogni capo-famiglia la somma di L. 100.000 e L. 50.000 per ogni familiare a carico.
La Regione diede loro dei buoni benzina per andare al lavoro e un'assicurazione contro i furti per le case abbandonate.
L'Icmesa mise a disposizione 100 milioni di lire "per alleviare i disagi della popolazione"
Dopo il primo nucleo si rese subito necessario provvedere ad un'ulteriore evacuazione di 114 famiglie, corrispondenti a 398 persone, di cui 86 bambini poichè i risultati di altre analisi chimiche avevano ampliato la Zona "A", la cui profondità fu portata a circa 1600 metri.
A questo primo ampliamento ne seguì un altro con un aumento della profondità a 2200 metri e conseguente altra evacuazione.
Sulla base degli effetti tossici iniziali, della direzione prevalente del vento e delle analisi chimiche preliminari, nell'immediatezza e nei mesi successivi alla fuoriuscita degli inquinanti fu definita una prima mappa del territorio dove sì erano depositate le sostanze tossiche, suddividendo l'area colpita in tre zone, A, B, R, con grado di contaminazione del suolo decrescente.
I comuni che risultarono ricadere nella mappatura furono Meda, Seveso, Cesano Maderno, Bovisio Masciago e Desio, ma quello che subì gli effetti più gravi fu, senza alcun dubbio, Seveso.
Le analisi chimiche allora effettuate applicarono la metodologia di campionatura con l'estrazione di una "carota" di 7x7 cm di terreno, riportandone la concentrazione di diossina misurata a valori espressi in µg (microgrammi) su m2 (metro quadro) - µg/m2.
La misurazione del deposito sullo strato superficiale del terreno si modificherà nel corso del tempo con lo sprofondamento del tossico laddove risulterà protetto dalla degradazione per effetto della luce, fattore rilevato nelle campagne del 1976, 1977 e 1979 salvo poi a volte riapparire in superficie per i ribaltamenti del terreno causati da arature programmate.
La zona R registrava valori da un minimo di 0,75 µg/m2 e un massimo di 5 µg/m2.
I LIMITI DELLA MAPPATURA
Di un'area densamente popolata di Seveso cui non fu applicata lo stesso approcio cautelativo dell'evacuazione abbiamo già scritto.
Solo un blando avviso evidenziava la precauzione di tenere i finestrini chiusi a chi lì transitava.
Gli indicatori biologici di esposizione al tossico, avrebbero dovuto essere correlati con le mappe chimiche al fine di individuare gruppi di popolazione omogenea per rischio e consentire ulteriori analisi chimiche d'approfondimento.
martedì 12 maggio 2026
Nel Bosco delle Querce, a 50 anni da Seveso: escursione tra memoria e natura
Domenica 17 maggio 2026 il Gruppo Naturalistico della Brianza propone un’escursione aperta anche ai non soci nel Bosco delle Querce, in occasione dei 50 anni dal disastro dell’ICMESA di Meda.
L’iniziativa rappresenta un momento di riflessione e conoscenza su uno dei più gravi incidenti ambientali italiani: nel 1976 una nube tossica contaminò il territorio, portando all’evacuazione della popolazione nella cosiddetta “zona A”, poi sottoposta a bonifica. Proprio su quell’area, dieci anni più tardi, è nato il parco del Bosco delle Querce, simbolo di recupero ambientale e memoria collettiva.
Il ritrovo è previsto alle ore 9.45 presso il parcheggio di Viale Redipuglia, vicino al cimitero di Seveso. Il percorso, semplice e pianeggiante, si svolge tra strade asfaltate e tratti sterrati ed è adatto a tutti; si consiglia l’uso di scarpe comode. È previsto pranzo al sacco.
Nel pomeriggio, per chi lo desidera, sarà possibile partecipare anche all’assemblea del Gruppo Naturalistico della Brianza, in programma presso la sede del CAI di Seveso.
Prenotazione raccomandata entro martedì 12 maggio alla Segreteria Soci: Lena Cavallo cell. 348.8837134 (dalle 18 alle 20 da lunedì a venerdì); soci@grupponaturalisticobrianza.it.
venerdì 8 maggio 2026
Salviamo l’ultima area verde di Bovisio Masciago: una scelta che riguarda tutti
Le associazioni Comunità Laudato Sì Bovisio Masciago, Altra Città Bovisio Masciago ODV e Legambiente Seregno APS hanno avviato una petizione per difendere l’ultima grande area verde ancora integra tra Bovisio Masciago e Desio. Si tratta di uno spazio prezioso, inserito nel Parco Locale di Interesse Sovracomunale GruBrìa, che rappresenta uno degli ultimi corridoi ecologici tra il Parco delle Groane e il Parco della Valle del Lambro.
Oggi quest’area è minacciata da un progetto di impianto fotovoltaico a terra di grandi dimensioni (8 MW su circa 100.000 mq), previsto proprio su suolo agricolo e naturale ancora integro.
Nel cuore della Brianza ovest, tra le aree più urbanizzate d’Italia, la trasformazione di questo spazio non è una scelta marginale. Significa intervenire sull’ultima porzione di territorio libero, con effetti irreversibili sul paesaggio e sull’equilibrio ambientale.
L’area interessata svolge oggi un ruolo fondamentale per la continuità ecologica e la qualità ambientale del territorio.
In un contesto già fortemente cementificato e infrastrutturato, anche la presenza di suolo agricolo residuo ha un valore essenziale. Quest’area contribuisce a:
- ridurre le temperature locali;
- migliorare la gestione delle acque meteoriche;
- contrastare l’inquinamento atmosferico;
- offrire spazi di benessere psicofisico alla popolazione.
La sua perdita comporterebbe un peggioramento concreto della vivibilità, con maggiore esposizione a caldo estremo e minore resilienza climatica.
Il tema non è l’energia rinnovabile, che è necessaria, ma la sua collocazione. La transizione energetica deve avvenire senza consumare suolo agricolo ancora integro, quando esistono alternative più sostenibili come coperture di edifici, aree dismesse o superfici già impermeabilizzate.
L’area ricade all’interno di un parco locale sottoposto a vincoli ambientali e paesaggistici. Il Consiglio Regionale della Lombardia ha più volte richiamato la necessità di evitare impianti fotovoltaici in aree protette e agricole di pregio.
Nel procedimento emergono inoltre elementi critici:
- parere negativo del Parco GruBrìa;
- assenza di una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA);
- mancanza di una reale analisi delle alternative localizzative.
Quell’area potrebbe invece diventare un grande parco agricolo e forestale, uno spazio pubblico per sport, socialità e salute, un vero polmone verde per la comunità.
Esempi già esistenti dimostrano che questa strada è possibile: il Parco della Porada, il Bosco delle Querce e il Lago Nord mostrano come la tutela del verde possa migliorare concretamente la qualità della vita.
Difendere questo spazio non significa opporsi al progresso, ma orientarlo in modo più equilibrato. Le energie rinnovabili devono essere sviluppate, ma senza sacrificare le ultime aree naturali disponibili.
Le richieste avanzate sono chiare:
- sospendere l’iter autorizzativo;
- valutare alternative localizzative reali;
- escludere l’impianto dal PLIS GruBrìa;
- privilegiare aree già urbanizzate o dismesse;
- tutelare il territorio anche in funzione della salute pubblica.
La petizione è aperta a tutti coloro che credono in un futuro più vivibile per il territorio.
Monte San Primo: tra crisi climatica e rilancio dello sci, la Regione resta ambigua
La vicenda del Monte San Primo continua a sollevare interrogativi sempre più urgenti. Dopo mesi di mobilitazione e il confronto istituzionale avvenuto nell’audizione del 15 ottobre 2025, è arrivata la risposta ufficiale della Regione Lombardia all’interpellanza presentata dai consiglieri regionali. Una risposta che, tuttavia, non scioglie i nodi centrali e che ha suscitato la dura reazione del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”.
Proponiamo qui un’analisi della posizione regionale, affiancata da ampi stralci del comunicato stampa del Comitato, che mettono in luce le contraddizioni di un progetto sempre più contestato.
Il documento regionale ricostruisce con precisione il quadro degli investimenti, che supera complessivamente i 5 milioni di euro tra fondi regionali e finanziamenti ministeriali, destinati alla cosiddetta “riqualificazione e tutela ambientale” del compendio. In questa cornice trovano spazio interventi diversi tra loro: dalla manutenzione della sentieristica al recupero di edifici e parcheggi, fino però anche a opere chiaramente legate alla pratica dello sci, come l’innevamento artificiale, i tapis roulant e la sistemazione delle piste.
La Regione richiama inoltre la propria strategia di adattamento climatico, riconoscendo esplicitamente “la diminuzione della copertura nevosa stagionale” e la conseguente riduzione della redditività degli impianti sciistici. Eppure, da questa consapevolezza non deriva alcuna scelta conseguente. La risposta evita accuratamente di chiarire se la componente sciistica verrà rivista o meno e si limita a segnalare che “è in corso un confronto con il progettista per definire alcuni aspetti della procedura”.
Resta quindi inevasa la domanda centrale: ha ancora senso investire nello sci a bassa quota?
Durissima la replica del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, che in un comunicato denuncia l’assenza di una presa di posizione politica. “Incredibilmente nella risposta all'interrogazione, la Giunta Regionale non risponde a nessuno dei quesiti posti […] In pratica il Pirellone non assume alcuna posizione e pertanto il rischio è che ora l’iter proceda verso la progettazione definitiva ed esecutiva.”
Il punto è chiaro: per il Comitato, il silenzio equivale a un via libera implicito al progetto.
Uno dei passaggi più significativi del comunicato riguarda proprio il tema climatico: “La Regione cita […] la diminuzione della copertura nevosa […] e la riduzione della redditività delle stazioni sciistiche. Da queste premesse, però, non trae alcuna conseguenza operativa.”
Il paradosso è evidente. Da un lato si riconosce che lo sci a bassa quota è sempre meno sostenibile; dall’altro si continuano a finanziare infrastrutture dedicate. Il Comitato lo sottolinea con forza: “Come se la realizzazione di impianti per lo sci, di un bacino per l’innevamento artificiale a 1.200 metri fosse coerente con un’offerta turistica annuale e con gli obiettivi di adattamento.”
Altro punto critico sollevato riguarda la quota del progetto. Nel 2016 la stessa Giunta Regionale aveva approvato un documento decisivo, in cui si legge che: “Gli scenari climatici tenderebbero ad escludere che impianti con prevalente sviluppo al di sotto dei 1.500 metri possano rivelarsi economicamente fruttuosi.”
Eppure, le piste del Monte San Primo si collocano tra i 1.100 e i 1.200 metri. Qui la contraddizione diventa ancora più concreta: non si tratta solo di una tensione teorica, ma di un possibile errore di pianificazione rispetto agli stessi indirizzi regionali.
Nonostante la narrazione sulla “destagionalizzazione”, il Comitato evidenzia come una parte rilevante delle risorse sia ancora orientata allo sci: “Un piano da oltre 5 milioni di euro […] che destina circa la metà degli investimenti a opere sciistiche e di innevamento programmato.”
E aggiunge un elemento spesso trascurato: “In un’area dove i dati storici registrano pochissimi giorni di neve naturale e dove il consumo di acqua ed energia […] si scontra con la stessa crisi idrica regionale.”
Il Coordinamento, che riunisce 39 associazioni, avanza una proposta alternativa netta: “Stralcio integrale della componente sciistica del progetto: rinuncia all’invaso per la neve artificiale, ai tapis roulant, alla sistemazione delle piste e ai nuovi parcheggi.”
Parallelamente indica una direzione diversa per l’utilizzo delle risorse pubbliche, puntando su riqualificazione ambientale, manutenzione della sentieristica, mobilità dolce e fruizione sostenibile della montagna.
La risposta della Regione lascia aperti tutti gli scenari, ma proprio questa ambiguità rappresenta oggi il nodo politico principale. Da un lato si riconosce la crisi dello sci a bassa quota e si parla di diversificazione e turismo sostenibile; dall’altro si continua a investire in infrastrutture sciistiche senza assumere una posizione chiara.
Come sottolinea il Comitato: “Continueremo le iniziative di mobilitazione […] fino al ritiro della parte sciistica del progetto.”
Il caso del Monte San Primo non è solo una questione locale. È un banco di prova per capire se le politiche pubbliche sapranno davvero adattarsi alla crisi climatica oppure continueranno a inseguire modelli del passato.
Oggi più che mai, la domanda resta aperta: ha senso investire nello sci a 1.200 metri nel 2026?
La risposta, per ora, la Regione non l’ha data.
Monte San Primo: la Regione persevera nel pessimo progetto per lo sci!
La Giunta Regionale non risponde nel merito all’interrogazione e conferma di fatto un progetto in contrasto con i propri stessi documenti sul clima
BELLAGIO (CO) - Sulla questione del Monte San Primo la Regione Lombardia sceglie il silenzio politico e conferma il pessimo progetto per il rilancio dello sci, progetto voluto dalla Comunità Montana Triangolo Lariano e dal Comune di Bellagio!
Incredibilmente nella risposta all'interrogazione, la Giunta Regionale non risponde a nessuno dei quesiti posti dai consiglieri Onorio Rosati e Angelo Orsenigo. In pratica il Pirellone non assume alcuna posizione e pertanto il rischio è che ora l’iter proceda verso la progettazione definitiva ed esecutiva, ignorando le perplessità espresse in audizione anche da consiglieri della maggioranza, che avevano chiesto un approfondimento e una possibile revisione della parte sciistica.
La Regione cita a supporto della propria posizione la nuova Strategia Integrata Regionale per l’Adattamento al Cambiamento Climatico, riconoscendo il rischio per il turismo invernale legato alla “diminuzione della copertura nevosa stagionale nelle aree montane lombarde” e alla “riduzione della praticabilità degli impianti sciistici e della operatività e redditività delle stazioni sciistiche”. Da queste premesse, però, non trae alcuna conseguenza operativa per il caso concreto: il progetto del Monte San Primo viene ricondotto sotto la generica voce “destagionalizzazione e diversificazione delle attività”, come se la realizzazione di impianti per lo sci, di un bacino per l’innevamento artificiale a 1.200 metri fosse coerente con un’offerta turistica annuale e con gli obiettivi di adattamento.
Va inoltre rilevato che la Regione omette di richiamare un proprio documento decisivo, approvato dalla Giunta nel 2016, in cui si legge che “allo stato attuale, gli scenari climatici tenderebbero ad escludere che impianti con prevalente sviluppo al di sotto dei 1.500 metri possano rivelarsi economicamente fruttuosi”. Un’indicazione che il progetto sul Monte San Primo, con piste comprese tra i 1.100 e i 1.200 metri, contraddice in modo palese!
Mentre l’audizione del 15 ottobre 2025 aveva fatto emergere la necessità di rivedere la componente sciistica del progetto, la risposta della Regione si limita a comunicare che “è in corso un confronto con il progettista per definire alcuni aspetti della procedura” di individuazione dell’area sciabile, senza alcun riferimento alle criticità ambientali, climatiche ed economiche evidenziate dal nostro Coordinamento "Salviamo il Monte San Primo" e da numerosi consiglieri. Si rischia così di confermare, di fatto, un piano da oltre 5 milioni di euro di risorse pubbliche che destina circa la metà degli investimenti a opere sciistiche e di innevamento programmato, in un’area dove i dati storici registrano pochissimi giorni di neve naturale e dove il consumo di acqua ed energia per l’innevamento si scontra con la stessa crisi idrica regionale.
Il nostro Coordinamento, che riunisce 39 associazioni, ribadisce la richiesta di stralcio integrale della componente sciistica del progetto: rinuncia all’invaso per la neve artificiale, ai tapis roulant, alla sistemazione delle piste e ai nuovi parcheggi che comporterebbero anche il taglio di un’area boschiva. Chiediamo che le risorse pubbliche siano riorientate verso interventi di riqualificazione ambientale, manutenzione della sentieristica, mobilità dolce e fruizione sostenibile della montagna, in coerenza con la stessa pianificazione regionale di adattamento al cambiamento climatico. Continueremo le iniziative di mobilitazione, informazione e pressione istituzionale fino al ritiro della parte sciistica del progetto.
Coordinamento ‘Salviamo il Monte San Primo’
https://bellagiosanprimo.com/
info@bellagiosanprimo.com
mercoledì 6 maggio 2026
Monte San Primo: interrogazione in Regione sul progetto sciistico, si chiede una revisione sostenibile
Il futuro del Monte San Primo torna al centro del dibattito politico regionale. Nelle scorse settimane è stata infatti presentata in Regione Lombardia un’interrogazione dai consiglieri Onorio Rosati e Angelo Orsenigo, con cui si chiede alla Giunta di valutare una revisione del progetto previsto per l’area.
Al centro della richiesta vi è la possibilità di escludere la realizzazione di nuovi impianti sciistici a bassa quota, orientando invece le risorse pubbliche verso interventi di riqualificazione ambientale, mobilità sostenibile, sviluppo della sentieristica e promozione del turismo lento.
L’interrogazione arriva a distanza di mesi dall’audizione del 15 ottobre 2025, quando il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” – composto da 39 associazioni – era stato ascoltato dalle Commissioni Ambiente e Territorio. In quella sede erano state evidenziate numerose criticità legate al progetto, in particolare rispetto agli impatti ambientali, climatici ed economici derivanti dalla costruzione di nuovi impianti sciistici tra i 1.100 e i 1.200 metri di quota.
Tra i punti più discussi, l’utilizzo dell’innevamento artificiale e la realizzazione di un bacino idrico dedicato, elementi considerati problematici in un contesto di crescente scarsità di risorse idriche e di cambiamento climatico. Il progetto complessivo prevede un finanziamento pubblico superiore ai 5 milioni di euro, circa la metà dei quali destinati proprio alle infrastrutture sciistiche.
Nel testo dell’interrogazione si sottolinea come la realizzazione di nuovi impianti comporterebbe interventi invasivi sul territorio, tra cui movimentazione del suolo, consumo di acqua ed energia e costruzione di infrastrutture di servizio, con potenziali ricadute negative sull’equilibrio ambientale dell’area.
Già durante il dibattito seguito all’audizione, diversi consiglieri regionali – inclusi esponenti della maggioranza – avevano espresso perplessità sulla sostenibilità del progetto nella sua componente sciistica, evidenziando la necessità di ulteriori approfondimenti e di una possibile revisione. In quella fase era emersa anche la disponibilità ad avviare nuovi momenti di confronto con la Giunta e gli assessorati competenti.
A sei mesi di distanza, Rosati e Orsenigo tornano quindi a sollecitare una presa di posizione chiara da parte della Regione, chiedendo se si intenda promuovere una revisione progettuale coerente con le politiche di adattamento climatico e con una visione di sviluppo sostenibile delle aree montane.
L’attenzione si concentra ora sulla risposta della Giunta regionale, attesa nei prossimi giorni, che potrebbe segnare un passaggio decisivo per il futuro del Monte San Primo e per il modello di sviluppo turistico del territorio.
lunedì 4 maggio 2026
Macherio, Pedemontana e il PL24: serve un cambio di rotta, rilanciamo il dibattito
Dopo i nostri interventi sul Progetto Locale 24 (PL24), riteniamo utile riprendere e rilanciare il comunicato di Sinistra e Ambiente–Impulsi, che contribuisce in modo puntuale e documentato al dibattito in corso. Lo facciamo perché abbiamo a cuore il nostro territorio e crediamo che un’informazione chiara, diffusa e partecipata, insieme a una costante pressione mediatica, possa aiutare a invertire la rotta e a promuovere una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica su scelte che incidono profondamente sull’ambiente e sulla qualità della vita.
PEDEMONTANA: A MACHERIO L’AMMINISTRAZIONE AFFOSSA LA COMPENSAZIONE AMBIENTALE PL24 E DECIDE DI FRAMMENTARE GLI INTERVENTI
di Sinistra e Ambiente, Meda
A Macherio, durante il Consiglio Comunale del 23/04/2026, l'amministrazione di Franco Redaelli ha comunicato e deciso di non dare seguito al Progetto Locale 24 di Compensazione Ambientale sull’area di Bareggia – via Edison, nella configurazione proposta nel Masterplan 2009, apprestandosi a siglare con la soc. Autostrada Pedemontana Lombarda (APL) un Protocollo d'Intesa su una differente proposta progettuale.
A questa decisione si è opposta la Lista Progetto Macherio.
Con alcune giustificazioni, molte delle quali confutabili, l'amministrazione ha scelto di affossare il progetto costituito da un unico intervento, da cui purtroppo – e colpevolmente, per non averne compreso la portata unitaria – si era già sfilato il Comune di Lissone.
Sinistra e Ambiente–Impulsi, insieme con Legambiente Seveso, il Comitato per l’ampliamento del Parco Brianza Centrale e il Coordinamento Osservatorio PTCP di MB, avevano cercato di interloquire con il sindaco Redaelli, consigliandogli di valutare l'importanza e l'efficacia dell'impianto originario del PL24 per la sua unicità quale compensazione di sistema su un’area importante, chiedendogli altresì di non prendere decisioni affrettate e avventate in direzione differente, scegliendo comunque di utilizzare i fondi disponibili per l’acquisizione delle aree utili a concretizzare il PL24 e di avviare successive ricerche di ulteriori fondi per le azioni di ingegneria ambientale necessarie.
Purtroppo, quanto temevamo si è avverato e Macherio ha scelto di trasferire la cifra accordata per la Compensazione Ambientale PL24, pari a 1,762 milioni di euro, spalmandola su ben 5 interventi frazionati, non contigui, sparsi sul territorio e con caratteristiche più da miglioria urbana che da creazione di spazi verdi ecosistemici.
Nella relazione tecnica presentata dal Comune sono state identificate le 5 aree con le caratteristiche di massima degli interventi:
- Belvedere – Parco regionale della Valle del Lambro, con riforestazione, orienteering e interventi per la sicurezza stradale di ciclisti e pedoni
- Area del cimitero, con rifacimento dei percorsi nelle zone soggette ad allagamento e manutenzione straordinaria del bosco
- Parco di via Donizzetti, con installazione, nell’area sud, di attrezzature per gli adolescenti
- Area della Chiesetta delle Torrette – fraz. Bareggia, con realizzazione di una piazza e di un’area verde in corrispondenza della chiesetta
- Via Milano, con istituzione di un senso unico e trasformazione della strada in area a priorità pedonale, demolendo i marciapiedi esistenti e ricostruendoli in calcestre
Interventi lontani dall'obiettivo di costruire nuova naturalità di sistema.
Macherio, dopo iniziali incertezze, ha scelto la strada peggiore, cioè quella di frammentare gli interventi sul proprio territorio comunale in superfici scollegate.
Questa scelta inficia lo scopo e l’obiettivo originari delle Compensazioni Ambientali, ovvero ricucire almeno parzialmente un territorio devastato dall’autostrada Pedemontana Lombarda.
Anche dinanzi al disastro conseguente alla realizzazione dell’infrastruttura, l’amministrazione ha scelto una logica d’intervento minimale che non consentirà di realizzare una progettazione ambientale compatta e significativa.
Tristezza infinita nel constatare che alcune amministrazioni sono ben lontane dallo spendersi efficacemente per preservare il proprio territorio.
Al disastro causato dalla costruzione dell’infrastruttura rischia ora di sommarsi quello di interventi snaturati rispetto agli obiettivi ambientali originari del condivisibile Masterplan del 2009, che proponeva un tentativo di ricucitura del territorio attraverso interventi significativi e di qualità.
Sotto, la relazione con la localizzazione delle 5 compensazioni frammentate e distribuite sul territorio del Comune di Macherio.
Lago del Segrino: no ai progetti invasivi per il lago tutelato!
di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"
Come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" esprimiamo perplessità sul progetto di riqualificazione dell'area ex Gajum-Bognanco di Canzo, in particolare per la pessima scelta di realizzare ben 105 piazzole per i camper! Siamo contrari alla distesa di asfalto, in una zona che sarebbe invece da preservare dal punto di vista naturalistico.
La nostra proposta, da sempre, chiedeva che in alternativa l'area ex Bognanco venisse ripristinata a verde, creando una connessione ecologica con il confinante territorio del Parco del Lago del Segrino, che è un Sito di importanza comunitaria (SIC) e che, come tale, va tutelato naturalisticamente, come previsto dalle direttive europee.
Ora invece la pessima scelta di creare una vasta superficie asfaltata attorno all'edificio, può solo peggiorare la situazione. Si poteva invece prevedere un'area verde e alberata, allo scopo, come detto, di creare un ambito più naturale, vista appunto la vicinanza con il bellissimo lago. Al contrario l'area di sosta camper - oltre che non permettere la creazione di zone verdi e piantumate - può causare problemi dovuti alla quasi totale impermeabilizzazione e al conseguente carico delle acque chiare sulle fognature di Canzo che, come abbiamo reso noto, sono ancora per il 66% di tipo misto.
Queste criticità relative alla gestione delle acque e delle fognature, sono evidenziate anche dal Parco Lago Segrino che nel proprio parere ambientale (seppur positivo e - a nostro giudizio - molto superficiale) evidenzia molti problemi, soprattutto sulla 'tenuta' delle fognature.
Infatti nel parere del Parco sulla Valutazione di Incidenza ambientale (firmata dal tecnico incaricato, arch. Gloria Tagliabue) si evidenzia la necessità di un adeguamento delle reti di acquedotto e soprattutto di fognatura. Si chiede di evitare l'apporto di acque meteoriche nella rete fognaria mista e nera, oltre che la dotazione di un'apposita rete di raccolta e scarico in fognatura delle acque reflue prodotte dall'attività di molitura del frantoio.
Nello stesso parere del Parco si prescrivono indicazioni sullo svuotamento dei wc chimici dei camper, con divieto assoluto del loro recapito in fognatura. In definitiva, anche il Parco evidenzia i problemi derivanti dall'area di sosta per i camper, oltre che per la gestione delle fognature!
Sempre in zona Segrino, oltre al pessimo progetto per l'ex Bognanco nella parte a nord del lago, scopriamo ora che lo stesso Parco sta ipotizzando di realizzare un nuovo parcheggio - seppur limitato a pochi posti auto - nell'area a sud, in prossimità del Lido. Una proposta non in linea con la tutela prevista dal Sito di importanza comunitaria. Si tratta di una pessima scelta da parte del Parco Lago Segrino, che in tal modo dimostra di interessarsi solo fruibilità automobilistica delle sponde del lago, anziché alla tutela naturalistica del lago stesso!
Alla luce di queste scelte che coinvolgono l'area del lago del Segrino, come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" chiediamo di stralciare questi due progetti: quello autorizzato dal Comune di Canzo per l'area di sosta dei camper, e quello ipotizzato dal Parco per il nuovo parcheggio nell'area del Lido.
sabato 2 maggio 2026
Parco Regionale del Seveso: qualche risposta alle domande del Polo Civico di Meda
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| In verde scuro le aree medesi che entreranno a far parte del nuovo Parco Regionale |
Negli scorsi giorni abbiamo ricevuto, sotto al nostro post dedicato all’adesione di Meda al futuro Parco Regionale, un articolato commento da parte del Polo Civico.
Si tratta di un intervento che pone questioni non banali - dal ruolo degli enti esistenti al rischio di nuove strutture burocratiche - e proprio per questo abbiamo scelto di non rispondere con una replica sintetica, ma di dedicare un approfondimento autonomo. L’obiettivo è contribuire a un confronto più ampio e, per quanto possibile, chiarire alcuni aspetti che riteniamo centrali.
Partiamo da una precisazione. Nel nostro precedente post abbiamo riportato la definizione di “astensione incomprensibile”: si tratta di una valutazione espressa dal gruppo Sinistra e Ambiente Meda, non di una nostra presa di posizione diretta. Ci sembrava corretto citarla perché parte del comunicato, ma è giusto distinguere i piani.
Entrando nel merito, una prima osservazione riguarda il rapporto tra Meda e i parchi. Non siamo di fronte a un salto nel vuoto o a qualcosa di completamente nuovo. Meda ha già fatto parte sia del Parco Regionale delle Groane sia del Parco Locale di Interesse Sovracomunale della Brughiera Briantea, realtà che nel tempo sono evolute fino a confluire nell’attuale Parco delle Groane e della Brughiera Briantea. Questo passaggio storico è significativo, perché dimostra che l’evoluzione degli strumenti di tutela non solo è possibile, ma è già avvenuta. Non si tratta quindi di “creare qualcosa dal nulla”, ma di proseguire lungo un percorso già conosciuto.
Uno dei punti più rilevanti sollevati riguarda l’utilità di un nuovo parco rispetto a ciò che già esiste. Qui è importante chiarire un aspetto spesso frainteso: un parco regionale non è semplicemente un ente in più, ma uno strumento diverso. Il Parco Locale di Interesse Sovracomunale GruBrìa - a cui Meda oggi non aderisce - rappresenta un’esperienza importante, ma ha una capacità di tutela e di pianificazione necessariamente più limitata. La regionalizzazione non si pone quindi in alternativa, ma come rafforzamento: significa dare a quei territori un livello di protezione più solido, più strutturato, più difficile da aggirare.
È in questo senso che la domanda “perché non rafforzare ciò che già esiste?” trova una risposta diversa da quella che può sembrare a prima vista. La trasformazione in parco regionale è, di fatto, il modo per rafforzarlo davvero. In un territorio come la Brianza, dove il consumo di suolo ha raggiunto livelli tra i più alti d’Italia, questo passaggio non è secondario.
Resta poi la preoccupazione, espressa chiaramente nel commento, del rischio di creare un “carrozzone”. È un timore diffuso e comprensibile, ma che rischia di spostare il fuoco della discussione. Il problema non è tanto il numero degli enti, quanto la loro efficacia. Un parco regionale, se costruito e gestito in modo adeguato, può avere strumenti, risorse e capacità di coordinamento che oggi mancano o sono troppo deboli. La questione, quindi, non è fermare il processo, ma semmai accompagnarlo e vigilare perché funzioni davvero.
C’è poi un elemento che riteniamo decisivo e che spesso rimane sullo sfondo: il contesto territoriale. Questo parco nasce in un’area fortemente urbanizzata, dove il suolo libero è ormai frammentato, residuale, spesso isolato. Non siamo di fronte a grandi aree naturali continue, ma a un mosaico fragile che ha bisogno di essere ricucito. In situazioni come questa, strumenti più deboli rischiano di non essere sufficienti. Serve una visione più ampia e una capacità di intervento che superi i confini comunali.
Le domande operative - su competenze, gestione, rapporti con enti come l’Agenzia Interregionale per il fiume Po - sono tutte legittime. Ma è importante ricordare che il passaggio votato è un atto di indirizzo, l’inizio di un percorso. Pretendere che ogni dettaglio sia già definito prima ancora di avviarlo rischia, di fatto, di bloccarlo.
Infine, una considerazione più generale. Il futuro Parco Regionale non rappresenta un punto di arrivo, ma una tappa. Un passaggio necessario, ma non sufficiente. Il lavoro da fare resta molto e dovrà andare nella direzione di una maggiore integrazione, includendo anche realtà come il Bosco delle Querce e dialogando con sistemi più strutturati come il Parco Nord Milano.
Il nostro blog è nato proprio con questo obiettivo: sostenere l’allargamento e il rafforzamento delle tutele del territorio del Parco Brianza Centrale, oggi GruBrìa. La regionalizzazione va esattamente in questa direzione.
Per questo riteniamo che, pur in presenza di dubbi e questioni aperte, aderire convintamente a questo percorso sia oggi una scelta importante. Non per aggiungere un ente, ma per provare a costruire - finalmente - una visione più coerente per un territorio che, negli anni, ha già perso molto.































