PAGINE

venerdì 14 agosto 2026

Monte Goi e Moregallo in fiamme, l'allarme del Circolo Ambiente: «Serve una nuova politica del territorio»


di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


Da ieri pomeriggio - 13 agosto - il monte Goi sta bruciando sopra la città di Como.
Si tratta del secondo grave incendio che ha colpito il territorio delle Prealpi tra Como e Lecco, dopo il devastante rogo che dalla scorsa settimana sta interessando il monte Moregallo, nella zona di Valmadrera.  
Il nostro ringraziamento va ai Vigili del Fuoco, a tutto il personale e ai volontari impegnati nel difficile lavoro di spegnimento delle fiamme.
Le cause di questi incendi - sovente dolose o colpose - dovranno essere indagate dalle Forze dell'Ordine e dall'Autorità Giudiziaria. 
Si tratta però - di certo - di eventi da connettere alla fragilità del nostro territorio, fragilità resa ancora più grave dalla crisi climatica, che sta presentando il conto.


Come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" siamo molto preoccupati di questa situazione, che nei prossimi anni e decenni è destinata purtroppo a peggiorare: periodi di siccità sempre più prolungati, uniti alle elevate temperature, creano le condizioni 'ottimali' per il propagarsi degli incendi boschivi: comportamenti colposi (falò incontrollati) o, peggio, dolosi (piromani), possono causare l'innesco di vasti incendi, con pesanti ripercussioni su ambiente e salute pubblica. 
Come stiamo vedendo nei recenti episodi, le conseguenze dei roghi sono gravi, con famiglie evacuate (come nel caso del monte Goi) e danni alla biodiversità vegetale e animale: centinaia di ettari di boschi andati in fumo e animali selvatici morti o costretti a spostarsi dai loro territori. Per non parlare dell'inquinamento atmosferico, con la dispersione di polveri sottili e non, che non fanno che peggiorare la qualità dell'aria, già fortemente compromessa, come attestano gli elevati livelli di ozono, giunti quest'estate - anche nei nostri territori pedemontani - a superare i livelli di guardia per la salute pubblica.


In uno scenario simile la politica e le Istituzioni non devono limitarsi alla doverosa gestione delle emergenze, ma devono, in aggiunta, fare più prevenzione e soprattutto pianificare una diversa politica di governo dei territori, con la massima attenzione alla tutela degli ambiti naturali - sia della montagna che della pianura - e al necessario adattamento alla crisi climatica.

giovedì 13 agosto 2026

L’eclissi, la cascina e il piccolo grande mondo del Meredo

Foto M. Morelli

Ieri sera, durante l’eclissi di Sole, il Parco del Meredo e la Cascina Monti Brivio hanno vissuto qualcosa di più di un semplice fenomeno astronomico. A raccontarlo è Massimiliano Morelli, che dalla cascina in cui vive ha osservato non soltanto il cielo, ma tutto ciò che intorno a lui sembrava cambiare.

«Durante una eclissi di sole tutta l’attenzione è spesso solo rivolta alla sovrapposizione del disco lunare con il sole e alla sua osservazione in sicurezza. La vera magia è invece in quello che accade tutto intorno a noi in un contesto surreale e meraviglioso. Essendo a ridosso del tramonto la suggestione è stata ancora maggiore e per poco meno di mezz’ora il paesaggio ha raccontato la sua fiaba.»

Poi il cambiamento della luce, della temperatura, dell’aria e persino dei suoni:

«La flessione della temperatura, il piccolo “vento d’eclissi”, il comportamento e i suoni degli animali, una luce da tramonto ancora più insolita.»


E c’è anche un particolare effetto ottico, l’effetto Purkinje, che ha modificato la percezione dei colori:

«Questa eclissi ha manifestato un chiaro effetto Purkinje alterando luce e colori in maniera meravigliosa. Rossi e arancioni hanno assunto una tonalità più scura mentre blu e verdi apparivano più luminosi.»

Così, mentre la Luna copriva una grande parte del Sole, il fenomeno astronomico diventava anche un’esperienza del paesaggio:

«Risultato il parco del Meredo intorno a noi e la cascina hanno vissuto un tramonto insolito e unico.»


Un’esperienza difficile da affidare soltanto alle immagini:

«Una emozione che le foto non riescono a far percepire interamente, una emozione che ha reso ancora più speciale il nostro piccolo grande mondo!»

E infine, quasi come la conclusione naturale di questa piccola fiaba, anche gli animali hanno accompagnato il ritorno della sera:

«Il leggero vento poi si è placato e i pavoni hanno cessato l’insolito canto con il vero imbrunire.»


Forse è proprio questo uno dei modi più belli di guardare un’eclissi: non fermarsi al Sole e alla Luna, ma osservare ciò che per qualche minuto accade alla terra, agli alberi, agli animali e ai luoghi che ci sono familiari.

Ieri sera, al Meredo, anche il paesaggio ha avuto qualcosa da raccontare.

Seregno: una città sempre meno verde

Foto di K., Seregno

In questi giorni abbiamo ricevuto diverse fotografie e alcuni commenti riguardo al taglio di alcuni alberi attualmente in corso a Seregno. Segnalazioni che ci hanno spinto a tornare su una questione che riguarda da vicino la qualità della vita nelle nostre città.

Il ritorno dalle vacanze è, per molti, un momento di stress. Si lascia un luogo che spesso abbiamo scelto proprio per la sua bellezza, per il verde, per gli alberi, per la possibilità di stare a contatto con la natura, e si torna in una Brianza densamente urbanizzata, dove il consumo di suolo ha raggiunto livelli tutt'altro che invidiabili. È proprio qui, allora, che dovremmo avere ancora più cura di ogni albero presente nelle nostre città. Ogni albero dovrebbe essere considerato un bene prezioso, da preservare, curare e, quando possibile, salvare. E invece, al ritorno, scopriamo che sono in corso nuovi tagli.

Ci diranno - e sarà anche vero - che gli alberi erano malati, forse malatissimi, che rappresentavano un pericolo per la pubblica incolumità e che quindi dovevano essere abbattuti. La sicurezza viene prima di tutto, naturalmente. Ma una domanda rimane: stiamo facendo abbastanza per curare i nostri alberi prima di arrivare al punto in cui l'unica soluzione diventa il taglio? Perché il risultato, alla fine, è sotto gli occhi di tutti: una città sempre meno verde.

E non saranno quattro nuove piantine a compensare davvero la perdita di un albero adulto, capace per decenni di fare ombra, assorbire CO₂ e inquinanti, trattenere acqua, mitigare le temperature e rendere più vivibile lo spazio urbano. In un'epoca nella quale le ondate di calore sono sempre più frequenti e intense, gli alberi nelle nostre città non sono un elemento decorativo. Sono una parte dell'infrastruttura necessaria per proteggerci dal caldo.

Per questo dovremmo preservarli, curarli, monitorarli. E, sì, anche coccolarli.
Non per un astratto amore per il verde.
Lo facciamo per noi.

lunedì 10 agosto 2026

Brianza Hills 2026: volontari da sette Paesi al lavoro per l'ambiente della Brianza


Si è conclusa la prima settimana del Campo di volontariato europeo «Brianza Hills», organizzato dal Circolo Ambiente «Ilaria Alpi». I 12 volontari, provenienti da alcuni Paesi europei – Serbia, Polonia, Ucraina, Grecia, Francia, Germania e Spagna – sono stati impegnati in lavori di salvaguardia ambientale in alcuni dei Comuni coinvolti nel progetto.

Il primo intervento è stato realizzato presso la Green Station di Brenna, per la sistemazione del pozzo e delle aree vicine alla ferrovia, in collaborazione con Legambiente Cantù, che ha in gestione l'edificio della stazione ferroviaria.

Si è poi proseguito con alcuni interventi nell'area del parco dello «Zoc del Peric», nei pressi del lavatoio di Fabbrica Durini, dove i volontari hanno provveduto a rendere nuovamente fruibili i sentieri ostruiti dalla vegetazione.

Quindi si è passati nel territorio di Brenna, per una serie di interventi realizzati con la preziosa collaborazione di Brenna Pulita. Inizialmente è stata posata una nuova panchina, ricavata da una pianta abbattuta dagli eventi atmosferici, ed è stata sistemata una seconda panchina già esistente. Si è quindi intervenuti nell'area esterna della chiesa di Sant'Adriano, a Olgelasca, per sostituire una panchina in legno con una nuova.


A seguire, i volontari sono intervenuti nel Vallone di Brenna per pulire e liberare dalla vegetazione infestante una piccola zona umida e per costruire una staccionata a delimitazione dell'area. Sempre a Brenna, presso il caratteristico viale dei peri, è stato eseguito un intervento di potatura e ripulitura delle piante da frutto, con l'eliminazione dei rami secchi e pericolanti.

Infine, i volontari sono intervenuti ad Anzano del Parco, sul sentiero che dalla frazione Borego conduce verso il lago di Alserio. Qui si è provveduto alla riapertura del sentiero, mediante lo sfalcio della vegetazione, e al taglio e alla rimozione di alcuni alberi caduti sul percorso.

Il Campo prosegue nel corso di questa settimana e si concluderà il 16 agosto.

Si ricorda che il Campo «Brianza Hills» è organizzato dal Circolo Ambiente «Ilaria Alpi», in collaborazione con i Comuni di Alzate Brianza, Anzano del Parco, Brenna e Lurago d'Erba e con l'associazione Le Contrade di Inverigo.

Volunteers from seven countries working for the environment in Brianza


The first week of the European volunteer camp “Brianza Hills”, organised by Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, has come to an end. The 12 volunteers, coming from Serbia, Poland, Ukraine, Greece, France, Germany and Spain, have been working on environmental conservation projects in several municipalities in the Brianza area.

Their activities included restoring paths and green areas, maintaining a wetland, installing and repairing benches and fences, pruning fruit trees, and removing fallen trees and invasive vegetation. The volunteers worked in Brenna, Alzate Brianza, Anzano del Parco and Fabbrica Durini, in cooperation with local associations and municipalities.

The camp will continue this week and will end on 16 August.

venerdì 7 agosto 2026

Pedemontana a Macherio, dopo il deposito terre la vera sfida sarà restituire il suolo. Chi controllerà?

Sullo sfondo la chiesetta di Santa Margherita. Foto G.C.

Nel tardo pomeriggio di mercoledì 5 agosto 2026, abbiamo percorso le strade che costeggiano la chiesetta di Santa Margherita alle Torrette di Macherio e il grande deposito di terre di scavo e inerti realizzato per il cantiere della Pedemontana.

Lo scenario che ci siamo trovati davanti è difficile da descrivere. 


Dove fino a poco tempo fa si estendevano campi agricoli  fertilissimi delimitati da maestosi filari e da fasce boscate, oggi si osservano enormi cumuli di terre, materiali di scavo e macerie, piste di cantiere, mezzi in movimento, recinzioni e perfino un'ampia area asfaltata destinata ai controlli dei camion. 
Un paesaggio quasi lunare, che rappresenta una trasformazione radicale di uno dei suoli agricoli di pregio della Brianza.


Fino all'ultimo abbiamo cercato di evitare che questo patrimonio andasse perduto, proponendo che venisse mantenuta la Compensazione Ambientale denominata Progetto Locale 24 (PL24) che prevedeva la realizzazione di un grande parco sovracomunale capace di collegare aree verdi oggi frammentate e di restituire alla fruizione dei cittadini un importante polmone ecologico.
Le scelte compiute dalle amministrazioni comunali sono state però diverse e poco lungimiranti. Lissone ha scelto di sfilarsi, ripiegando su interventi frazionati e dispersivi di dubbia utilità. Macherio, e in particolare la sua attuale amministrazione, non ha invece voluto confermare la parte più significativa delle Compensazioni Ambientali che la riguardava, optando per cinque interventi frammentati, complessivamente ben lontani dall'obiettivo di costruire una nuova naturalità di sistema.
 

Oggi una parte consistente di quest'area che era parte del PL24  è occupata dal deposito delle terre di scavo e degli inerti provenienti dai cantieri della nuova autostrada. 
Inoltre, con l'avanzare dei lavori, il deposito è destinato ad ampliarsi interessando anche la ben più vasta area agricola a nord dell’oratorio medievale di Santa Margherita alle Torrette.
Oggi, tuttavia, vogliamo guardare soprattutto al futuro.


I depositi terre sono teoricamente temporanei e funzionali agli interventi per costruire l’Autostrada Pedemontana Lombarda e al termine del loro uso, le aree dovranno essere ripristinate nella loro condizione precedente.
Ma questi terreni torneranno davvero come erano prima?
Non sarà sufficiente rimuovere i cumuli di terra e di inerti.
Occorrerà eliminare tutte le superfici impermeabilizzate realizzate per il cantiere, rimuovere i riporti di materiale utilizzati per costruire le piste di servizio, decompattare e arieggiare i terreni schiacciati dal continuo passaggio dei mezzi pesanti e ricostruire un suolo agricolo con caratteristiche analoghe a quelle originarie.


Il suolo non è un semplice supporto sul quale si deposita della terra. 
È un ecosistema complesso, formatosi nel corso di  migliaia di anni, ricco di sostanza organica, microrganismi e biodiversità, capace di trattenere l'acqua, immagazzinare CO2 (anidride carbonica) e sostenere la produzione agricola. 
Una volta compromesso, non può essere ricreato semplicemente stendendo uno strato di terreno vegetale.


Per questo riteniamo indispensabile che vengano rese pubbliche alcune informazioni fondamentali.

  • Quali interventi di ripristino sono previsti al termine dei lavori?
  • Con quali modalità verrà verificata la qualità agronomica dei terreni restituiti?
  • Chi controllerà che vengano eliminate tutte le opere provvisorie del cantiere?
  • Sono previste verifiche indipendenti sulla permeabilità del suolo, sul grado di compattazione e sulla fertilità dei terreni?
  • Quali garanzie economiche sono state richieste a Pedemontana affinché il ripristino venga realmente eseguito anche qualora emergessero criticità?

Sono domande tutt'altro che secondarie. Riguardano il futuro di un patrimonio comune e la credibilità degli interventi di ripristino ambientale.
 


I cantieri sono, per definizione, temporanei. Gli effetti e i danni per il territorio rischiano invece di essere permanenti se non vengono programmati controlli rigorosi e interventi eseguiti secondo criteri scientifici e verificabili.
Per questo chiediamo fin d'ora che il ripristino finale non venga considerato un semplice adempimento amministrativo, ma un processo trasparente e condiviso, sottoposto a controlli pubblici, trasparenti e documentabili.
Il suolo è una risorsa non rinnovabile. 
Proteggerlo significa tutelare il territorio che lasceremo alle future generazioni.

Macherio, 7 agosto 2026

  • Comitato per l'ampliamento del Parco Brianza Centrale, Macherio e Seregno 
  • Legambiente Circolo Laura Conti di Seveso
  • Sinistra e Ambiente - Impulsi Meda 
  • Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP Monza e Brianza 

Rassegna stampa

Circolo Ambiente: "Il progetto della vasca di laminazione minaccia la naturalità del torrente Gandaloglio a Oggiono"


di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"

"Il progetto per la realizzazione della vasca di laminazione sul Gandaloglio a Oggiono, non tiene conto della naturalità del torrente!".
Come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" ribadiamo le nostre pesanti critiche al progetto, per il quale proprio ieri, 6 agosto, la Regione ha pubblicato la comunicazione per l'avvio degli espropri per la realizzazione delle opere previste (vedasi Nota (*) in calce).
A nostro giudizio, nel piano per la realizzazione della vasca sul Gandaloglio non emergono precise valutazioni sulla necessaria salvaguardia dell'equilibrio ecologico dei torrenti e del territorio interessato, essendo il progetto basato esclusivamente su aspetti idraulici. 
Stiamo parlando di un progetto i cui costi stanno diventando sempre più onerosi per le casse pubbliche (arrivando probabilmente a superare i 10 milioni di euro!), e il cui corretto funzionamento idraulico non è così certo, a partire dall'opera di presa, ovvero la cosiddetta paratia per 'costringere' le acque di piena del Gandaloglio a confluire nel canale artificiale verso la vasca di laminazione. 

Come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" ribadiamo la richiesta di sospendere e rivedere l'intero progetto. Le opere già realizzate, infatti, hanno finora comportato un danno ecologico sulle aree umide della piana agricola tra la zona della Redaella e la Poncia. Parliamo in particolare della costruzione delle piste di accesso alla futura vasca, di cui l'ultima pista realizzata ha cancellato l'area umida in località Rettola al confine con Sirone. Proprio qui - in questi giorni - stanno posando un 'tombotto' in cemento, che determinerà un'ulteriore cementificazione del torrente "Fosso dei Pascoli", che in precedenza era in connessione diretta con l'area umida ora scomparsa!

Località Rettola: la posa del 'tombotto' in cemento.

Il resto delle opere da realizzare - tra cui la citata paratia - potrebbero anch'esse avere una pesante ripercussione sull'equilibrio ecologico del Gandaloglio, il cui alveo deve invece rimanere il più naturale possibile, ovvero senza alcun intervento di artificializzazione!  
Non ha alcuna logica che le Amministrazioni e il Parco Valle Lambro - per le opere di rispettiva competenza - non tengano nella giusta considerazione gli aspetti naturalistici, ma si basino solo e unicamente sui dati idraulici. 
Lo ripetiamo ancora una volta: gli effetti dannosi derivanti dalle esondazioni naturali dei torrenti sono spesso la diretta conseguenza della pesante cementificazione operata nei decenni passati. Sia sugli argini dei torrenti stessi, come avvenuto ad esempio nella zona industriale del Peslago - in cui il Gandaloglio è costretto a scorrere tra le recinzioni in cemento - e nel tratto che da Sirone va verso Molteno, fino alla confluenza con il torrente Bevera, sotto la soletta della ex Segalini. E poi la pesante cementificazione del territorio, in quelle che fino a 40-50 anni fa erano zone di esondazione naturale del Gandaloglio e invece ora sono occupate da case e capannoni, come ad esempio al Mognago di Oggiono.
Ecco, questi sarebbero gli ambiti su cui intervenire per ridare naturalità ai corsi d'acqua: rinaturalizzare gli argini dei torrenti e favorire le esondazioni sui prati residui, senza la necessità di opere quali chiuse, paratie, arginature in cemento, vasche e relative piste di accesso, ecc..
E poi è necessario intervenire sulla pianificazione urbanistica dei Comuni, cancellando ogni e qualsiasi previsione di futura edificazione su suolo naturale.
Invece paradossalmente le Amministrazioni e il Parco preferiscono agire a suon di ruspe, cemento, arginature artificiali, spendendo inutilmente milioni di euro di fondi pubblici per interventi idraulici, senza, oltretutto, la certezza della loro efficace funzionalità idraulica!

NOTA (*): In data 6 agosto 2026, sul sito della Regione Lombardia è stata pubblicata la "Comunicazione relativa all’avvio del procedimento amministrativo finalizzato alla dichiarazione di pubblica utilità, urgenza e indifferibilità degli interventi previsti dalla Variante N. 1 al Progetto esecutivo “Area di laminazione delle piene del Torrente Gandaloglio e altri nei Comuni di Oggiono, Sirone e Annone (LC)”. (Cliccare qui).

Parco GruBrìa. Oltre cento persone alla scoperta del Meredo: una notte tra natura, pipistrelli e stelle


Le previsioni della vigilia sono state ampiamente superate. La visita guidata serale al Parco del Meredo (Seregno), organizzata dal Parco GruBrìa e presentata nei giorni scorsi anche su questo blog, ha richiamato nella serata di ieri oltre un centinaio di persone. Al punto di ritrovo, lungo la Strada vicinale del Merè Nord, erano presenti più di cento partecipanti; qualcuno ne ha contati oltre 120. Un successo che testimonia quanto sia forte il desiderio di conoscere e vivere il patrimonio naturale del nostro territorio.


Ad accogliere i partecipanti è stato il presidente del Parco GruBrìa, Arturo Lanzani, che ha aperto la serata con un intervento dedicato alla storia del parco e, in particolare, all'area del Meredo, protagonista della visita. Lanzani ha ricordato il percorso avviato per ottenere il riconoscimento del GruBrìa come Parco Regionale, un obiettivo importante per rafforzare la tutela di uno degli ultimi grandi spazi agricoli e naturali della Brianza, che tutti auspichiamo possa essere raggiunto al più presto. Ma ha anche richiamato l'attenzione sulle minacce che continuano a gravare su questo territorio: la realizzazione di impianti fotovoltaici a terra su suolo agricolo, il progetto del cosiddetto "salto del montone" ferroviario e la proposta di localizzare un nuovo ospedale nell'area del Dosso di Seregno. Non è stato un intervento di circostanza. Nelle sue parole emergevano passione, senso di responsabilità e un profondo legame personale con questi luoghi, quelli dove, da bambino, andava a giocare dopo essere uscito dalla vicina scuola. Un racconto autentico, molto apprezzato dai presenti e particolarmente significativo anche per noi, che da anni ci battiamo perché questo territorio venga tutelato e perché il GruBrìa possa ottenere il riconoscimento di Parco Regionale.


Terminata la presentazione, il gruppo si è incamminato lungo la strada in calcestre che conduce nel cuore del parco, accompagnato dal naturalista Matteo Siesa. Qui, grazie ai bat detector, strumenti capaci di trasformare gli ultrasuoni emessi dai pipistrelli in suoni udibili dall'orecchio umano, è stato possibile "ascoltare" la presenza di questi preziosi mammiferi, spesso invisibili ma fondamentali per l'equilibrio degli ecosistemi. L'escursione è stata anche l'occasione per conoscere meglio la fauna che popola il parco nelle ore notturne e per osservare l'ambiente con uno sguardo diverso da quello abituale.

Dopo aver percorso alcuni sentieri immersi nella vegetazione, il gruppo ha raggiunto un grande prato dove attendeva Federico "Billy" De Meglio, astrofilo dell'associazione Cose dell'Astromondo, con due telescopi già puntati verso il cielo: uno predisposto con l'oculare ad altezza dei bambini, l'altro per gli adulti.


Spente le torce, abbassati gli schermi dei telefoni e lasciando che gli occhi si abituassero gradualmente al buio – per quanto possibile in un'area inevitabilmente interessata dall'inquinamento luminoso – è iniziata una coinvolgente lezione di astronomia. Con un linguaggio semplice e accessibile, Billy ha guidato i presenti alla scoperta del cielo estivo, illustrando le principali costellazioni e stelle visibili in questo periodo: l'Orsa Maggiore, la Stella Polare, il Grande Carro, Vega, Deneb e Altair. Non sono mancati alcuni avvistamenti di stelle cadenti e il passaggio di satelliti artificiali, osservati con curiosità da grandi e piccoli.

La serata si è conclusa intorno alle 23.30 con il rientro verso il punto di partenza. Proprio durante il ritorno alcuni partecipanti hanno fatto notare un aspetto che spesso passa inosservato: all'interno del parco la temperatura era sensibilmente più bassa rispetto alla vicina strada asfaltata. Una dimostrazione concreta di uno dei tanti servizi ecosistemici che queste aree verdi offrono quotidianamente anche ai centri abitati circostanti.


L'elevata partecipazione a questa iniziativa lancia un messaggio chiaro. In un territorio tra i più urbanizzati della Lombardia, le persone riconoscono il valore di un parco come il GruBrìa e desiderano conoscerlo, frequentarlo e proteggerlo. È un segnale che non dovrebbe passare inosservato. Chi ha responsabilità nelle scelte di pianificazione del territorio farebbe bene ad ascoltare questa domanda di tutela che arriva con forza dai cittadini. Perché il futuro del Parco GruBrìa non riguarda soltanto la conservazione della natura, ma anche la qualità della vita delle comunità che vivono attorno ad esso.

giovedì 6 agosto 2026

Moregallo in fiamme: un incendio che parla anche alla Brianza

Immagine tratta da Fb "Sei di Lecco se..."

Da oltre quarantotto ore il monte Moregallo, sopra Valmadrera, è devastato da un vasto incendio che ha richiesto l'intervento continuo di Vigili del Fuoco, squadre dell'Antincendio Boschivo, volontari e mezzi aerei, tra cui Canadair ed elicotteri. Le operazioni di spegnimento sono rese estremamente difficili dalla natura impervia del versante che si affaccia sul lago di Como.

Il Circolo Ambiente "Ilaria Alpi", che segue da vicino l'evolversi della situazione, ha espresso anzitutto un sentito ringraziamento a tutti coloro che sono impegnati senza sosta nel contenimento del rogo. Un lavoro prezioso che ha evitato conseguenze ancora più gravi. Secondo le informazioni diffuse nelle ultime ore, il fronte dell'incendio ha ripreso vigore nella serata di mercoledì e si stima che siano già andati distrutti diversi chilometri quadrati di superficie montana. Le cause sono ancora oggetto di indagine, ma le prime verifiche sembrano ricondurre l'origine del rogo a un falò sfuggito al controllo. Se questa ipotesi fosse confermata, ci troveremmo di fronte all'ennesima dimostrazione di quanto oggi basti un gesto imprudente per provocare un disastro ambientale di enormi proporzioni.

Come osserva il Circolo Ambiente, la siccità prolungata e le temperature elevate hanno creato condizioni ideali per la rapida propagazione delle fiamme. È un aspetto che non può essere considerato secondario. Le nostre montagne e i nostri boschi stanno diventando sempre più vulnerabili a causa di estati caratterizzate da lunghi periodi senza pioggia, vegetazione disseccata e ondate di calore sempre più intense. Le conseguenze non riguardano soltanto il paesaggio. Ogni incendio provoca una pesante perdita di biodiversità: vengono distrutti habitat, muoiono piccoli mammiferi, rettili, insetti e uccelli, mentre serviranno decenni perché un ecosistema forestale possa ricostituirsi, sempre che le condizioni climatiche future lo consentano. Gli effetti si estendono inoltre ben oltre l'area direttamente interessata dalle fiamme. L'odore di bruciato è stato avvertito fino in Brianza e, come sottolinea il Circolo Ambiente, è inevitabile interrogarsi anche sulla dispersione nell'atmosfera di polveri sottili e di altri prodotti della combustione, che peggiorano ulteriormente una qualità dell'aria già spesso compromessa. L'incendio del Moregallo non è quindi soltanto un fatto di cronaca locale. È un segnale della crescente fragilità dei nostri ecosistemi. In un contesto climatico sempre più estremo, la prevenzione assume un'importanza decisiva: servono una gestione attenta dei boschi, controlli efficaci, informazione e soprattutto comportamenti responsabili da parte di tutti i frequentatori delle aree naturali.

mercoledì 5 agosto 2026

L’ago e il pagliaio. Via Colzani a Seregno: le domande ancora aperte su viabilità, percorsi pedonali e verde


Nel quartiere Sant'Ambrogio si torna a parlare dell'intervento nell'edificio abbandonato da anni all'angolo tra via Edison e via Colzani, destinato ad accogliere un'attività di ristorazione con servizio drive-through. Del progetto avevamo già parlato qualche giorno fa (leggi qui), osservando soprattutto il rapporto tra il nuovo insediamento e la viabilità della zona e richiamando l'immagine dell'ago e del pagliaio: concentrarsi sul singolo intervento rischia di far perdere di vista le trasformazioni complessive che stanno interessando il quartiere.

A partire da quel post, un abitante del quartiere ci ha segnalato alcune questioni che, a suo avviso, meritano un approfondimento, dopo aver esaminato gli elaborati relativi al progetto. Abbiamo ritenuto utile rendere pubbliche queste osservazioni perché riguardano non tanto l'intervento edilizio in sé, quanto il suo inserimento nel contesto esistente.


Va chiarito innanzitutto che le osservazioni non riguardano la proprietà dell'immobile né mettono in discussione il progetto presentato. Le questioni sollevate riguardano piuttosto l'inserimento della nuova attività nel contesto esistente e le possibili conseguenze sulla viabilità, sui percorsi pedonali, sul verde e, più in generale, sulla convivenza tra il nuovo insediamento e gli altri usi dello spazio pubblico. È del tutto possibile che questi aspetti siano già stati valutati dagli uffici comunali e dagli altri soggetti competenti nell'ambito dell'iter del progetto. In questo caso, saremmo ben lieti di pubblicare le risposte e i chiarimenti che consentano di capire come tali questioni siano state valutate e affrontate. L'obiettivo, quindi, non è mettere in discussione il progetto presentato e autorizzato, ma contribuire a una discussione pubblica su come un nuovo insediamento possa inserirsi nel modo migliore in questa parte del quartiere. Le osservazioni che seguono sono quindi da intendersi come domande aperte di un cittadino attento alle trasformazioni della sua città.

Pedoni: dove passa davvero il percorso?

Una delle questioni più evidenti riguarda la continuità dei percorsi pedonali. Negli elaborati sono individuati diversi passaggi, ma il loro collegamento non appare sempre chiaro. In particolare, viene evidenziato il percorso pedonale sul lato dell'area e ci si domanda perché non venga prolungato in modo da collegare più direttamente la scala di accesso al parcheggio e l'attraversamento pedonale previsto. Il problema potrebbe sembrare marginale guardando la singola planimetria. Ma non lo è se si considera che l'area sarà interessata da un movimento significativo di persone e automobili. Una domanda molto semplice, dunque, sarebbe: qual è il percorso pedonale effettivamente previsto per chi arriva a piedi e come viene garantita la continuità del percorso? E soprattutto: quello che appare nei rendering corrisponde esattamente a ciò che è rappresentato nelle planimetrie?


Un parcheggio interrato e il traffico di via Edison.


Un secondo elemento riguarda l'uscita dal parcheggio interrato. Gli elaborati mostrano l'accesso e l'uscita dei veicoli sulla viabilità esistente. Le osservazioni richiamano la situazione di via Edison, dove in determinati momenti si verificano rallentamenti e code. Da qui nasce una domanda sulla sicurezza: come si inserirà il traffico proveniente dal parcheggio nella circolazione esistente? E ancora: quali effetti potrà avere l'uscita dei veicoli in prossimità di un'intersezione già trafficata? Non è una questione secondaria, soprattutto perché il progetto prevede anche il servizio drive-through, che comporta una movimentazione aggiuntiva di automobili all'interno dell'area.

Il percorso pedonale e lo scarico merci.

Un'altra osservazione riguarda un percorso indicato negli elaborati come destinato allo scarico merci. La rappresentazione grafica, però, secondo le osservazioni ricevute, non sembra rendere immediatamente evidente la distinzione tra percorso pedonale e percorso carrabile. Da qui una domanda che meriterebbe una risposta progettuale precisa: come avviene concretamente lo scarico delle merci e quale sarà il percorso utilizzato dai mezzi? La questione è particolarmente importante quando percorsi pedonali, accessi carrabili, parcheggi e aree di servizio vengono a trovarsi molto vicini.

Il verde: quali alberature sono previste?

C'è poi il tema del verde. Negli elaborati viene evidenziato il mantenimento del platano esistente lungo il margine stradale. È certamente positivo. Ma proprio questo elemento fa nascere una domanda più generale: quale sarà il bilancio complessivo del verde nell'area? Nelle osservazioni vengono richiesti nuovi alberi e il ripristino di alberature, anche in considerazione della trasformazione di un'area che sarà sottoposta a un maggiore traffico automobilistico. Non è soltanto una questione estetica. Alberature e superfici verdi hanno un ruolo nella qualità dello spazio pubblico, nella mitigazione dell'impatto degli insediamenti e nella vivibilità del quartiere. Per questo sarebbe interessante conoscere con precisione quante nuove alberature siano previste, dove verranno collocate e quale sarà il bilancio tra quelle esistenti, quelle conservate e quelle eventualmente eliminate.

E poi c'è la metrotranvia.

C'è infine un elemento che rende il progetto particolarmente delicato: la futura metrotranvia. Nella documentazione esaminata, alcune rappresentazioni sembrano non coincidere perfettamente tra loro e, soprattutto, non sempre è immediato comprendere come le diverse infrastrutture - strada, percorso pedonale, parcheggio, accessi e metrotranvia - dovranno integrarsi. È un tema tutt'altro che marginale. Un nuovo esercizio commerciale con drive-through viene infatti collocato in un'area destinata a essere interessata da una trasformazione importante della mobilità urbana. Per questo sarebbe opportuno comprendere se e come, nella progettazione, sia stato considerato il futuro assetto della viabilità e dei percorsi pedonali e ciclabili.

Piccoli dettagli o problemi più grandi?

Presi singolarmente, alcuni dei rilievi possono apparire come dettagli. È proprio questo, però, il punto. Un attraversamento pedonale che non sembra collegato perfettamente al percorso successivo. Un accesso carrabile vicino a una strada trafficata. Un percorso la cui funzione non è immediatamente comprensibile. Il rapporto fra parcheggio, drive-through e viabilità. Un numero limitato di alberature. Il coordinamento con la futura metrotranvia. Nessuno di questi elementi, da solo, necessariamente determina un problema. Ma è la loro somma che merita attenzione.

Ed è qui che torniamo all'immagine dell'ago e del pagliaio.

Nel nostro precedente post ci eravamo chiesti se, concentrandosi sul singolo intervento, non si rischiasse di perdere di vista la trasformazione complessiva del quartiere. Oggi la questione può essere posta in termini ancora più concreti: non basta sapere se il singolo progetto è formalmente autorizzabile. Occorre anche interrogarsi su come funzionerà lo spazio urbano una volta che il progetto sarà realizzato. Perché un quartiere non è la somma delle singole planimetrie. È l'insieme delle strade, dei marciapiedi, degli attraversamenti, degli alberi, dei parcheggi, del traffico e delle persone che ogni giorno li utilizzano. E allora forse vale la pena guardare non soltanto l'ago, ma anche quanto è già cresciuto il pagliaio intorno ad esso.

Brianza Hills, volontari da tutta Europa al lavoro per la stazione di Brenna-Alzate

Immagini tratte dal sito di Legambiente Cantù

È iniziato il campo di volontariato internazionale Brianza Hills, che anche quest’anno porta in Brianza una decina di giovani provenienti da diversi Paesi europei. Sono ragazze e ragazzi di Polonia, Serbia, Spagna, Grecia, Germania, Francia e Ucraina, ospitati nella struttura dell’oratorio di Fabbrica Durini e coinvolti in un progetto coordinato dal Circolo Ambiente Ilaria Alpi.

Come già avvenuto negli anni scorsi, il campo non si limita agli interventi all’interno del PLIS Zoc del Peric, ma coinvolge anche altre realtà associative del territorio, tra cui Le Contrade, Brenna Pulita e Legambiente Cantù.


Il primo intervento si è svolto alla stazione di Brenna-Alzate, Green Station di Legambiente, dove i volontari sono stati impegnati nella pulizia di un’area verde prossima ai binari. Dopo una breve lezione sull’utilizzo degli attrezzi, tenuta da Arturo Binda dell’associazione Le Contrade, i ragazzi hanno ripulito la struttura della fontana collegata al pozzo della stazione, la scala di accesso e l’area verde che si estende dal passaggio a livello fino alla stazione.

Un lavoro tutt’altro che semplice, anche a causa del caldo e dell’intrico della vegetazione infestante, ma affrontato dai giovani volontari con «un buon spirito di collaborazione e partecipazione».


L’intervento ha anche permesso di riportare alla luce un piccolo manufatto legato alla storia della stazione e di dare continuità a un lavoro iniziato diversi anni fa. La scala e il punto di uscita dell’acqua della fontana erano infatti stati sistemati nel 2018, durante il primo campo internazionale di Legambiente.

La vicenda della fontana ricorda anche quanto sia importante la manutenzione nel tempo. Le aree verdi, infatti, tendono naturalmente a riconquistare gli spazi che l’uomo ha sottratto alla vegetazione. Per questo la cura del territorio richiede interventi costanti e continuità: senza manutenzione, anche i piccoli segni della storia locale rischiano di scomparire rapidamente sotto la vegetazione.

Il lavoro dei volontari di Brianza Hills ha così restituito visibilità a un elemento della vecchia stazione che non è soltanto un manufatto, ma parte integrante degli spazi ferroviari e della memoria del luogo.

Un’esperienza internazionale che diventa quindi anche occasione concreta per conoscere, curare e valorizzare il territorio della Brianza.

E il campo proseguirà nei prossimi giorni. I giovani volontari torneranno alla stazione di Brenna-Alzate giovedì 6 agosto, in occasione del concerto del gruppo di musica popolare D’Altrocanto, mentre la conclusione del campo è prevista venerdì 14 agosto, con la cena di chiusura.

Brianza Hills: young European volunteers take care of the Brenna-Alzate railway station


The international volunteer camp Brianza Hills has begun, bringing around ten young people from Poland, Serbia, Spain, Greece, Germany, France and Ukraine to Brianza. Hosted at the oratory of Fabbrica Durini, the project is coordinated by the Circolo Ambiente Ilaria Alpi in cooperation with local associations including Le Contrade, Brenna Pulita and Legambiente Cantù.

The first activity took place at the Brenna-Alzate railway station, a Legambiente Green Station. The volunteers cleaned the area around the station, including the old fountain connected to the station well, the access staircase and the green area alongside the railway tracks.

The work also restored visibility to a small but significant element of the station’s history. The staircase and the fountain’s water outlet had originally been restored in 2018, during the first Legambiente international volunteer camp.

The initiative shows how international volunteering can contribute not only to environmental care, but also to the preservation of local history and the places that tell the story of the territory.

The Brianza Hills camp will continue in the coming days, with the volunteers returning to the station on August 6 for the concert by the traditional music group D’Altrocanto. The camp will conclude on August 14 with a closing dinner.

Legambiente Cantù, una serata di musica popolare alla Green station di Brenna-Alzate


Una serata per riscoprire la musica popolare, il canto come espressione di comunità, ma anche come forma di divertimento, protesta sociale, denuncia e inno alla libertà. È quella in programma giovedì 6 agosto 2026, alle 20.30, alla stazione di Brenna-Alzate, in via Stazione 1 a Brenna.

L’iniziativa, promossa da Legambiente Cantù, propone una “Prova aperta: Canto in Cerchio” con il gruppo di musica popolare D’Altrocanto, formato da suonatori e cantori per passione, accomunati dalla voglia di riscoprire e attualizzare il patrimonio della musica popolare.

La proposta musicale di D’Altrocanto guarda in particolare a quel mondo popolare ormai profondamente trasformato, ma che appartiene alla storia e alla memoria delle comunità. Attraverso strumenti, canti e melodie della tradizione, il gruppo cerca di rievocare «ambienti, paesaggi, episodi di un mondo popolare» che rischia di essere trascurato e dimenticato.

La musica diventa così anche un modo per incontrare la ricchezza del patrimonio culturale immateriale della penisola e dell’area mediterranea: un patrimonio fatto di tradizioni e identità differenti, ma capace di raccontare esperienze, valori e storie condivise.

La serata alla stazione di Brenna-Alzate sarà quindi un’occasione per ascoltare, ma anche per avvicinarsi a una forma di cultura popolare che continua a trovare nella musica e nel canto un modo per mantenersi viva e attuale.

  • Giovedì 6 agosto 2026, ore 20.30
  • Stazione di Brenna-Alzate, via Stazione 1, Brenna
  • Con il gruppo di musica popolare D’Altrocanto
  • Partecipazione gratuita

Meda, nuove staccionate per proteggere le aree verdi nella Valle dei Mulini


Si è concluso in questi giorni il lavoro di realizzazione delle staccionate a protezione dell’area della Forestazione e del Frutteto con Vigna nella Valle dei Mulini, un intervento realizzato grazie al finanziamento ottenuto attraverso il Bilancio Partecipato del Comune di Meda.

Con lo stesso materiale – traverse in abete e pali di robinia – è stata inoltre delimitata l’area dell’Incastro della Roggia Traversi verso il Mulino, contribuendo a proteggere e rendere più riconoscibili questi spazi.

Un intervento semplice ma importante per la tutela e la valorizzazione di un’area verde del territorio medese.

Il lavoro è stato realizzato grazie all’impegno dei volontari di WWF Insubria, Comitato Parco Groane Brughiera e Circolo XX Settembre, in collaborazione con la Cooperativa Sociale La Brughiera Onlus e con il contributo del Comune di Meda.

martedì 4 agosto 2026

Tutelare il suolo, ma solo fino a un certo punto: le osservazioni del Comune di Monza al PTCP

Il consumo di suolo a Monza. Immagine tratta dal web.

Il Comune di Monza dichiara di voler ridurre il consumo di suolo e tutelare il suolo libero. Ma nelle osservazioni alla variante del PTCP provinciale chiede di modificare alcune delle tutele che potrebbero ostacolare nuove trasformazioni. Dalla Cascinazza alla Rete Verde, passando per via Sant’Anastasia: ecco cosa emerge dai documenti.

C'è una questione che merita di essere discussa con attenzione nel dibattito sulla nuova pianificazione urbanistica di Monza: quanto è realmente vincolante l'obiettivo di ridurre il consumo di suolo quando, contemporaneamente, si chiede di rendere più flessibili alcune delle tutele che proteggono il suolo libero?

La domanda nasce dalla lettura delle osservazioni che il Comune di Monza ha presentato alla variante del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) della Provincia di Monza e della Brianza.

Il documento comunale parte da una premessa che, almeno nelle intenzioni, va nella direzione auspicata da chi da anni si batte contro il consumo di suolo. Il Comune ricorda infatti che la variante al proprio PGT, avviata nel 2023 e attualmente all'esame del Consiglio comunale, è finalizzata all'adeguamento alla legge regionale sul consumo di suolo e al perseguimento di una «consistente riduzione del consumo di suolo» rispetto al PGT vigente. Tra gli obiettivi dichiarati vengono indicati anche la tutela del suolo libero e la valorizzazione delle componenti ambientali e paesaggistiche. Fin qui, nulla da eccepire. Il problema nasce quando si passa dalle dichiarazioni generali alle richieste specifiche formulate alla Provincia.

Cascinazza: tutelare il suolo, ma non tutto


Uno dei casi più significativi riguarda la Cascinazza, attraverso l'ambito di trasformazione AT18. Il Comune chiede alla Provincia di stralciare dall'individuazione come Ambito destinato all'attività agricola di interesse strategico (AAS) una porzione di territorio compresa nel perimetro dell'AT18, così da poter garantire l'attuazione dell'ambito di trasformazione per l'intera superficie del complesso cascinale. La richiesta viene motivata anche con un'altra operazione che, nelle intenzioni dell'amministrazione, dovrebbe produrre un importante beneficio ambientale: per l'attuazione dell'AT18 il Comune prevede la cessione di oltre 240.000 metri quadrati di aree esterne all'ambito, situate tra il Lambro e via Rosmini, da destinare alla creazione di un parco agricolo attrezzato con percorsi ciclopedonali e alla realizzazione della vasca di espansione del Lambro prevista dal Piano Territoriale Regionale.

Via Adda

Viale Sicilia

È una scelta che pone però una domanda inevitabile. La tutela di oltre 24 ettari di territorio può essere considerata una compensazione sufficiente per rendere possibile la trasformazione urbanistica di un'altra area oggi sottoposta a tutela agricola? Non è una domanda retorica e non significa mettere in discussione il valore del parco agricolo proposto o della vasca di espansione. Significa chiedersi se la tutela del territorio debba essere valutata soltanto in termini quantitativi, sommando metri quadrati protetti da una parte e metri quadrati trasformati dall'altra. Per chi si batte contro il consumo di suolo, il tema è centrale: un'area agricola o libera non è necessariamente intercambiabile con un'altra area libera situata altrove. Il valore ambientale, paesaggistico, ecologico e territoriale di un luogo dipende anche dalla sua posizione e dalle relazioni che intrattiene con il territorio circostante.

La Rete Verde: meno vincoli dove possono diventare scomodi

Ancora più significativa è la parte delle osservazioni dedicata alla Rete Verde di Ricomposizione Paesaggistica (RVRP) del PTCP. La Rete Verde è uno degli strumenti attraverso i quali il PTCP individua una struttura territoriale destinata alla tutela e alla valorizzazione del paesaggio, con una funzione anche di rete ecologica. Il Comune di Monza chiede però di rivederne il disegno, escludendo le aree che costituiscono pertinenze di insediamenti esistenti e quelle che risultavano già impermeabilizzate alla data di adozione del PTCP, il 22 dicembre 2011. 

La richiesta non si ferma qui. In alternativa allo stralcio delle aree dalla Rete Verde, il Comune propone di modificare l'articolo 31 delle Norme di Piano, in modo da rendere possibile anche l'attuazione di opere di impermeabilizzazione già previste dagli strumenti urbanistici comunali alla data di adozione del PTCP, anche indipendentemente dalla specifica destinazione urbanistica successivamente attribuita alle aree. Ed è proprio questo passaggio a meritare particolare attenzione. Perché cosa succede se un'area che un tempo era destinata alla trasformazione urbanistica viene successivamente destinata a verde e, anni dopo, torna ad essere considerata urbanizzabile? La proposta del Comune sembra voler evitare che la successiva modifica della destinazione urbanistica cancelli definitivamente il peso delle precedenti previsioni edificatorie. In altre parole, una vecchia previsione urbanistica potrebbe continuare a produrre effetti anche quando quella previsione non è più vigente? È un principio che merita un confronto pubblico, soprattutto in un territorio come la Brianza, dove la disponibilità di suolo libero è sempre più ridotta.

Via Sant'Anastasia: il caso che spiega tutto


Il Comune porta nelle proprie osservazioni un esempio concreto: l'area di via Sant'Anastasia/viale Libertà. L'area è oggi compresa nella Rete Verde ed è di proprietà comunale. Nel PGT vigente alla data di adozione del PTCP, nel 2011, era inserita in un ambito di trasformazione destinato prevalentemente a servizi SAP. Successivamente, con il PGT del 2017, una parte dell'area è stata ridestinata a verde. Ora, nella variante al PGT attualmente in corso, il Comune propone nuovamente una destinazione a servizi che comporterebbe l'impermeabilizzazione del suolo oggi libero. L'area è infatti stata inserita tra quelle considerate «urbanizzabili» nella Carta del Consumo di Suolo. È un esempio particolarmente significativo perché rende concreto il problema.

Un'area che oggi è libera e in parte destinata a verde potrebbe essere nuovamente impermeabilizzata sulla base di una previsione urbanistica che risale a quindici anni fa. La proposta avanzata dal Comune alla Provincia consentirebbe infatti di considerare sufficiente il fatto che il PGT vigente nel 2011 prevedesse già un intervento comportante impermeabilizzazione, anche se quella destinazione è stata successivamente modificata. È questo il modo in cui vogliamo affrontare la riduzione del consumo di suolo? Oppure dovremmo considerare un'area per quello che è oggi, chiedendoci se sia davvero necessario trasformarla, anziché considerare come una sorta di diritto acquisito una vecchia previsione urbanistica?

Via Baradello e via Tagliamento


Le osservazioni riguardano anche altre aree. Per via Baradello, il Comune chiede lo stralcio dalla Rete Verde di un'area verde di proprietà comunale prospiciente edifici residenziali ALER. La motivazione è legata a un progetto di rigenerazione urbana e sociale del quartiere, con la previsione di nuove destinazioni a servizi e parcheggi. In questo caso è necessario evitare semplificazioni: rigenerare un quartiere e migliorare la qualità degli spazi pubblici non equivale automaticamente a consumare nuovo suolo. Ma proprio per questo sarebbe importante capire nel dettaglio quale sarà il rapporto tra la nuova destinazione dell'area e la sua attuale funzione di spazio verde.


Analoga richiesta riguarda un'area comunale tra via Tagliamento e via Generoso, interessata dalla presenza di uno svincolo di accesso alla SS36. Anche in questo caso il Comune chiede lo stralcio dalla Rete Verde. Si tratta di casi diversi tra loro e non è corretto metterli tutti sullo stesso piano. Ma nel loro insieme mostrano un problema generale: quando la tutela ambientale entra in conflitto con una scelta urbanistica, la direzione che il Comune propone alla Provincia è quella di rendere più flessibile la tutela.

Il doppio binario del consumo di suolo

Ed è proprio qui che si trova, a nostro avviso, la questione politica più interessante. Da una parte Monza dichiara di voler ridurre il consumo di suolo e tutelare quello libero. 
Dall'altra, nelle osservazioni al PTCP, chiede:

  • di stralciare una porzione dell'AT18 Cascinazza dagli ambiti agricoli strategici;
  • di rivedere il perimetro della Rete Verde;
  • di escludere alcune aree dalle sue tutele;
  • oppure, in alternativa, di modificare le norme provinciali per consentire nuove impermeabilizzazioni sulla base di previsioni urbanistiche già esistenti nel 2011;
  • di rendere quindi più facilmente attuabili alcune trasformazioni che oggi incontrano maggiori ostacoli per effetto delle tutele ambientali e paesaggistiche.

Questo non significa che la variante al PGT di Monza sia complessivamente una variante "cementificatoria". Il documento comunale sostiene esplicitamente il contrario e sarebbe scorretto ignorarlo. Ma proprio per questo le singole scelte contenute nelle osservazioni meritano di essere discusse. Perché la vera questione non è soltanto quanti metri quadrati di suolo verranno formalmente sottratti alle trasformazioni rispetto al passato. La domanda è anche quali aree vengono considerate sacrificabili e quali strumenti di tutela siamo disposti a indebolire per poterle trasformare.

Il suolo libero non è una riserva da utilizzare quando serve

Da anni, in Brianza, assistiamo a un fenomeno che conosciamo bene: ogni singola trasformazione viene spesso presentata come eccezionale, necessaria, compensata o legata a un interesse pubblico. Il risultato, però, si misura alla fine sul territorio reale. Un pezzo alla volta, un'area dopo l'altra, la superficie libera diminuisce e quella impermeabilizzata aumenta. Per questo riteniamo che la discussione sul nuovo PTCP e sulla variante al PGT di Monza debba partire da un principio semplice: il suolo libero non dovrebbe essere considerato una riserva da utilizzare quando emerge una nuova esigenza urbanistica. E soprattutto una vecchia previsione edificatoria non dovrebbe trasformarsi automaticamente in un lasciapassare per una nuova impermeabilizzazione. Se una previsione non è stata realizzata per quindici anni, e nel frattempo quell'area è stata destinata a verde, forse la domanda da porsi non dovrebbe essere come recuperare il vecchio diritto a trasformarla. Dovrebbe essere: abbiamo ancora davvero bisogno di trasformarla?

La Provincia dovrà scegliere quale idea di territorio sostenere

Ora la parola passa anche alla Provincia di Monza e Brianza, che dovrà valutare le osservazioni presentate dai Comuni nell'ambito della variante al PTCP. È un passaggio importante perché non si tratta soltanto di decidere il destino di alcune aree monzesi. Si tratta di stabilire quanto deve essere forte e coerente una politica provinciale di tutela del suolo e della Rete Verde. Come blog Brianza Centrale abbiamo sempre sostenuto che la Brianza non abbia bisogno di altro consumo di suolo, ma di recuperare e riqualificare ciò che è già stato urbanizzato. Per questo non ci interessa attribuire etichette o fare processi alle intenzioni. Ci interessa porre una domanda molto semplice, alla quale sarebbe utile che amministratori e pianificatori rispondessero con altrettanta chiarezza:

  • se davvero vogliamo ridurre il consumo di suolo, perché dovremmo rendere più facile trasformare proprio quelle aree che gli strumenti urbanistici sovracomunali hanno individuato per essere protette?

La sfida della nuova pianificazione urbanistica dovrebbe essere quella di consumare meno suolo, non quella di trovare nuove eccezioni per poterlo consumare.

domenica 2 agosto 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 8. Gli effetti della diossina sulla salute, le interruzioni di gravidanza, l'azione e il pensiero di Laura Conti


Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.

*-*-*
Ottava puntata
Gli effetti della diossina sulla salute, le interruzioni di gravidanza, l'azione e il pensiero di Laura Conti


Uno degli aspetti più controversi del disastro Diossina dell'ICMESA fu quello relativo agli effetti sulla salute della popolazione venuta a contatto con il potente tossico.
Nonostante i monitoraggi, le campagne epidemiologiche e gli studi fatti a partire dalla fase acuta nell'immediatezza della ricaduta della nube tossica e nel corso degli anni successivi, la divulgazione delle conoscenze è stata per lo più limitata agli ambienti scientifici e/o specialistici con pubblicazioni solo sulle riviste o sui siti dedicati.

I PIANI DI MONITORAGGIO SANITARIO
In una sua ricostruzione, l'Istituto Superiore di Sanità (ISS) - vedi testo sotto- ha scritto che per valutare la mortalità a lungo termine legata alla diossina sono stati realizzati vari studi.
 

Momenti del monitoraggio sanitario

Il primo copre gli anni fino al 1986, il secondo fino al 1991, il terzo arriva fino al 1996 e il quarto, che al momento è il più aggiornato, fino al 2001: copre quindi un periodo di 25 anni, ed è stato condotto sulla popolazione esposta alla diossina (divisa in zona A, zona B e zona R a seconda del grado di contaminazione della zona di abitazione) e su una popolazione di riferimento non esposta.
Il programma di monitoraggio ha coinvolto circa 280.000 persone nell’area brianzola, di cui quasi 6.000 residenti nelle aree più colpite.
La ricerca ha preso in esame il 99% di tutti i soggetti coinvolti.

Nota: Il "rate ratio" di cui si scrive successivamente,  è il coefficiente ottenuto dividendo il tasso di un gruppo esposto per il tasso di un gruppo non esposto, se il risultato è pari a 1,  l'esposizione non ha alcun effetto sul rischio o sul tasso dell'evento, se è Maggiore di 1 (> 1): l'esposizione aumenta il tasso dell'evento, agendo come fattore di rischio se Minore di 1 (< 1):  l'esposizione riduce il tasso dell'evento, agendo come fattore protettivo.

In base ai dati più recenti, il risultato più significativo riguarda l’incremento nelle zone più inquinate di neoplasie del tessuto linfatico ed emopoietico, in particolare per le donne: nella zona A (quella immediatamente intorno al luogo dell’incidente) il rate ratio è di 3,17, e nella zona B (quella più vasta intorno alla zona A) di 1,94. 
Il dato più alto riguarda i linfomi non-Hodgkin nella zona A (rate ratio di 4,45), mentre nella zona B il rate ratio per tutti i linfomi è di 2,14 e per i mielomi di 3,07. 
Fra gli uomini, l’unico dato in eccesso significativo riguarda la mortalità per leucemie, con un rate ratio di 2,07 nella zona B.
Gli effetti della fuoriuscita di Diossina però non si limitano ai tumori.
Nelle zone A e B sono stati osservati anche incrementi della mortalità per malattie circolatorie nei primi anni dopo l’incidente, di malattie croniche ostruttive dei polmoni e di diabete mellito fra le donne.

*-*-*


A completamento informativo proponiamo sotto uno scritto recente, uscito in occasione del 50° anniversario del disastro diossina curato dal dott. Luigi Bisanti della Direzione associata Epidemiologia & Prevenzione e dal dott. Dario Consonni della Medicina del Lavoro, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano.

*-*-*


GLI EFFETTI SULLA SALUTE
Per valutare le conseguenze sanitarie dell’incidente fu nominata una commissione di esperti italiani e stranieri.
Ne facevano parte scienziati di grande valore: Nathan Mantel, biostatistico, Irving J. Selikoff e Raymond Suskind, medici ed epidemiologi occupazionali, Jiří Kučera, teratologo, e molti altri. Nell’immediato, fu predisposto un piano di controlli della popolazione maggiormente esposta necessariamente aspecifico, data la scarsa informazione all’epoca sugli effetti dell’esposizione non professionale a diossina. 


Monitoraggio sanitario a Seveso presso la scuola De Gasperi

Furono indagate con test ematochimici le funzioni epatica, ematopoietica, renale e immunologica; furono esaminate la conduzione nervosa periferica e le aberrazioni cromosomiche; monitorati gli aborti spontanei, la mortalità perinatale, il basso peso alla nascita e le malformazioni congenite.
In base a una convenzione tra Regione Lombardia e la Clinica del Lavoro dell’Università degli Studi di Milano, dagli anni Ottanta furono avviati studi per accertare effetti a lungo termine dell’esposizione a TCDD.

LA CLORACNE
L’unico effetto inequivocabilmente accertato nei primi periodi dopo l’incidente fu la cloracne, che colpì soprattutto i bambini, facilmente in contatto in quei giorni estivi con matrici ambientali contaminate: in zona A, su 214 bambini di 3-14 anni, 42 (19,6%) presentarono cloracne; nella parte più contaminata della stessa zona risiedevano 54 di quei bambini e quasi la metà di essi presentò cloracne (26 bimbi pari a 48,1%).5

LA DIOSSINA TCDD NEL PLASMA
Sebbene l’esposizione a TCDD non sia un effetto in senso stretto, la includiamo in questa sezione, perché convinti che la condizione di esposto si manifesti con la compromissione del precedente equilibrio psichico e fisico. «L’esposizione al rischio è un danno» è un principio che Giulio Maccacaro espresse già nel 1973 e che Pier Alberto Bertazzi ha ribadito – «l’esposizione è componente “nociva” dell’evento in sé» – nel suo contributo in occasione dei 40 anni dal dramma di Seveso.
Ai tempi dell’incidente, la TCDD era difficilmente dosabile. 
Anni dopo, sono state sviluppate tecniche analitiche di sensibilità tale da permettere di dosare la TCDD anche nelle piccole quantità di plasma rimaste dai prelievi effettuati dopo l’incidente e congelate.


Il Prof Paolo Mocarelli all'epoca dei fatti

Nota: La conservazione del plasma dei prelievi di sangue, in attesa che si potesse misurarne la concentrazione di TCDD, si deve all'intuizione del prof Mocarelli dell'ospedale di Desio.
La misurazione della TCDD nel sangue fu possibile a partire dal 1988 con la messa a punto di un sistema da parte del CDC - Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta negli Stati Uniti, che mise a punto una tecnica basata sulla gascromatografia accoppiata alla spettrometria di massa ad alta risoluzione (GC-HRMS).

 
I livelli mediani di TCDD in picogrammi per grammo di lipidi (pg/g, o parti per trilione, ppt), misurati presso il CDC furono i seguenti:
zona A: 447 ppt; zona B: 94 ppt; zona R: 48 ppt; (vedi tabella 1) con i livelli in soggetti residenti in aree non contaminate erano inferiori a 5-10 ppt.

Quindi, i livelli plasmatici mediamente confermavano la suddivisione in zone A, B, R basata sui livelli di TCCD nel suolo. 
Data la lunga emivita della diossina (molti anni), livelli sensibili erano ancora dosabili sui campioni prelevati tra il 1992 e il 1996 dalla Clinica del Lavoro di Milano, in collaborazione con US National Cancer Institute e CDC, per studi sugli effetti molecolari della TCDD (tabella 1):in zona A furono dosati livelli mediani pari a 73,3 ppt, in zona B pari a 12,4 ppt.



Nella zona circostante non inquinata il livello mediano misurato in un campione di popolazione era di 5,5 ppt. 
Questi dosaggi hanno anche confermato che l’unica diossina presente in eccesso nel plasma dei soggetti delle zone inquinate era la TCDD: i livelli di altre sostanze diossina-simili, cioè altre diossine, furani e policlorobifenili, erano paragonabili a quelli misurati nei soggetti non coinvolti nell’incidente.

RAPPORTO MASCHI-FEMMINA ALLA NASCITA
L’Ospedale di Desio negli anni Novanta documentò un’alterazione del rapporto maschi-femmine alla nascita in 674 nati nell’area tra il 1977 e il 1996. 
La proporzione di neonati maschi, che fisiologicamente è circa 0,514, diminuiva (quindi nascevano più femmine) al crescere della concentrazione plasmatica di TCDD. In particolare, nei figli dei padri esposti a TCDD quando avevano un’età inferiore a 19 anni, la proporzione risultò pari a 0,38.

TSH NEONATALE
La Clinica del Lavoro di Milano, sfruttando la banca dati dello screening neonatale di TSH (thyroid stimulating hormone) di tutti i nati in Regione Lombardia, riscontrò, nel periodo 1994-2005, livelli di TSH pari a 1,66 µU/ml tra i 56 figli di madri residenti in zona A all’epoca dell’incidente e 1,35 µU/ml tra i 425 figli di madri di zona B, mentre nei 533 figli di madri residenti nell’area non inquinata il TSH era pari a 0,98 µU/ml.
La proporzione di bambini con TSH >5 µU/ml era di 16,1% nei neonati da madri di zona A, 4,9% in zona B e 2,8% nell’area non inquinata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) all’epoca considerava fisiologica, in aree con sufficiente apporto di iodio, una proporzione inferiore al 3% di neonati con TSH >5 µU/ml.
Inoltre, in un sottogruppo di 51 donne di cui era disponibile la concentrazione di TCDD plasmatica, fu dimostrata una correlazione positiva tra TSH neonatale e TCDD plasmatica delle madri.
Le alterazioni osservate erano solo a livello biochimico, non clinico: l’interesse dello studio era di verificare l’accordo con studi sperimentali nell’animale e la possibile persistenza di effetti sulla progenie a molti anni di distanza dall’incidente.
L’interesse per il TSH era motivato dalla conoscenza consolidata in epidemiologia ambientale che valori alti di TSH sono associati a un rischio più alto di difetti fisici e mentali durante lo sviluppo.

MORTALITÀ E INCIDENZA DEI TUMORI MALIGNI


Date la tossicità elevata, la temuta cancerogenicità e la lunga emivita della TCDD, negli anni Ottanta la Clinica del Lavoro impostò uno studio di coorte per monitorare mortalità e incidenza di tumori maligni negli abitanti dell’area.
La coorte ha incluso i 218.682 residenti all’epoca dell’incidente (tabella 1); la popolazione residente nell’area non inquinata (cosiddetta zona non-ABR) fu scelta come riferimento per il confronto dei tassi di mortalità e di incidenza dei tumori.
L’ultimo aggiornamento ha coperto gli anni dal 1976 al 2013, un tempo sufficientemente lungo per la manifestazione degli effetti dell’esposizione a diossina.
Lo studio di mortalità ha comportato l’accertamento su tutto il territorio nazionale dello stato in vita e della causa di morte (codificata secondo le regole internazionali), attraverso vari sistemi: aggiornamenti periodici dalle anagrafi degli 11 Comuni, record linkage con basi di dati dell’Istat, della Regione Lombardia e delle ASL lombarde; follow-up postale per i soggetti non rintracciati in Lombardia e per i soggetti emigrati fuori regione.
I primi risultati furono pubblicati nel 1989 e documentarono un aumento nei primi anni dopo l’incidente di decessi per malattie cardiovascolari nella zona più inquinata.
Sebbene fosse difficile attribuire con sicurezza questo aumento all’incidente, il risultato era plausibile sia per gli effetti documentati della TCDD sull’apparato cardiovascolare sia per le gravissime condizioni di stress che hanno caratterizzato la vita di quella popolazione per un lungo periodo di tempo dopo l’incidente.
Nelle ultime analisi è stata confermata una mortalità elevata per malattie cardiovascolari in zona A nel primo decennio dopo l’incidente (rapporto fra tassi 2,00, 17 decessi) e un’aumentata mortalità per diabete nelle donne, con gradiente decrescente dalla zona più inquinata a quella meno inquinata.
Per lo studio di incidenza dei tumori fu costruito un sistema complesso basato sulla ricerca dei casi con codici di tumore negli archivi informatici delle schede (anonime) di dimissione ospedaliera (SDO) e la successiva conferma della diagnosi con ricerca manuale delle cartelle cliniche negli ospedali lombardi. Solo dal 2007 l’istituzione di un Registro tumori presso la ASL (ora ATS) Brianza ha consentito di rilevare dati di incidenza già codificati in modo rapido.
Il risultato più convincente dei vari studi condotti dagli anni Novanta (nonostante la bassa potenza statistica per le zone più inquinate) riguarda l’aumento dei tumori del sistema linfoematopoietico (linfomi, leucemie, mielomi). 
L’ultimo aggiornamento ha confermato un eccesso di rischio anche a distanze di tempo crescenti dall’incidente (tabella 2).


Parallelamente, l’Ospedale di Desio, in collaborazione con il CDC, ha impostato il Seveso Women’s Health Study (SWHS), che ha incluso 981 donne di cui erano disponibili campioni di sangue prelevati tra il 1976 e il 1981.
Lo studio ha stimato un raddoppio del rischio di tumori della mammella per ogni aumento di 10 volte dei livelli di TCDD plasmatica. 
Un aggiornamento su 833 donne ha stimato un aumento dell’80% di tutti i tumori per ogni aumento di 10 volte dei livelli di TCDD plasmatica.
Con lo studio SWHS sono stati indagati anche numerosi effetti non neoplastici sull’organismo femminile delle 981 donne reclutate e della loro progenie.
Nel 1997 e nel 2012, la International Agency for Research on Cancer (IARC) ha classificato la TCDD in gruppo 1 (cancerogeno per l’uomo) per l’insieme di tutti i tumori (“evidenza sufficiente”); le evidenze riguardanti i sarcomi dei tessuti molli, il linfoma non Hodgkin (NHL) e il tumore del polmone sono state giudicate “limitate”.

*-*-*

Le due pubblicazioni sulla salute riportate evidenziano l'aumento del "Rate Rations" o Rapporto tra i Tassi d'incidenza per una serie di patologie dopo la contaminazione da diossina TCDD, tuttavia una delle più grosse difficoltà nel determinare quanto il disastro diossina pesò sulla salute della popolazione fu ed è la mancanza del fattore di correlazione tra alcune patologie, i decessi e la diossina stessa.
Per questo, contrariamente ad altre situazioni drammatiche quali le morti di Casale Monferrato che sono riconosciute quali conseguenza di un'esposizione alle fibre dell'Amianto, non v'è a tutt'oggi una quantificazione ufficiale di decessi correlati alla diossina.
Certamente questo fatto non deve ne può autorizzare narrazioni minimaliste o assolutorie.

*-*-*

L'INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA

La vicenda della richiesta di poter interrompere la gravidanza per le donne residenti nelle aree contaminate originò molti contrasti politici e sociali sia in loco sia in ambito nazionale.
Da ricordare ed evidenziare che nei comuni contaminati, tra la fine di luglio e l'agosto del 1976, parallelamente alle prime ordinanze di sgombero della "Zona A", i medici dei consultori e le autorità sanitarie, diffusero la raccomandazione precauzionale di astenersi dalla procreazione per l'evidente rischio che la diossina poteva influire sulla salute del feto.


Si scontrarono due concezioni: quella cattolica e dei movimenti ecclesiali contraria all'interruzione di gravidanza in toto e quella laica e di sinistra che all'opposto chiedeva l'introduzione in Italia di una legge che consentisse alle donne di poter scegliere secondo il concetto dell'autodeterminazione.

Sulla vicenda ne ha scritto la ricercatrice e componente del senato Accademico dell'università degli Studi di Milano Carlotta Cossutta, di cui riportiamo sotto il testo nella parte dedicata all'argomento.

*-*-*

Il 29 luglio 1976, Emma Bonino e Susanna Agnelli chiedono in Parlamento che alle donne delle aree colpite venga consentito di abortire. 
Siamo nel ’76, nel pieno del dibattito che porterà alla legge 194 e che ha già ottenuto un primo, piccolo, successo. 
Nel 1975, infatti, la Corte Costituzionale, con la sentenza 27 del 18 febbraio, per permettere l’aborto terapeutico in caso di rischio per la vita della gestante.
A questo fanno appello Bonino e Agnelli, ma anche l’assessore alla sanità in Lombardia, Vittorio Rivolta (DC), che il 30 luglio dichiara: “Per quanto riguarda il problema delle gestanti, le donne verranno esaminate presso la clinica Mangiagalli [e] verranno svolti tutti gli esami e i controlli possibili […]. In base ai risultati di questi esami ogni decisione verrà lasciata alla libera determinazione delle interessate. Per libera determinazione intendo anche la possibilità di interrompere la gravidanza, in base ai risultati emersi e nel rispetto dei singoli problemi di coscienza” Da qui inizierà quella che verrà chiamata “la guerra dell’aborto”, in cui i corpi delle donne nelle zone intossicate diventeranno luoghi pubblici a tutti gli effetti.
Il 2 agosto, infatti, la commissione medico-epidemiologica consiglia alla popolazione di astenersi dalla procreazione per almeno sei mesi (ricordando che la legge che permette la contraccezione è del 1975) e una settimana dopo pubblica una valutazione sugli effetti della diossina che ammetteva la possibilità di un aumento delle malformazioni entro i primi tre mesi di gravidanza. 
A seguito di questa relazione aumentano le parlamentari che chiedono che sia concesso l’aborto terapeutico, mentre Comunione e Liberazione vi si oppone strenuamente e il Vescovo di Milano chiede alle famiglie della diocesi di impegnarsi ad adottare eventuali bambini/e che dovessero nascere con malformazioni.
In quei giorni, sul Giornale di Indro Montanelli si leggeva: “Il rischio è per i bambini, non per la madre: si tratta di aborto eugenetico, e non terapeutico”, mentre Nicola Adelfi su La Stampa proponeva addirittura di rendere l’aborto coatto, così “si cancellerebbe ogni resistenza affettiva, ogni scrupolo morale o di natura religiosa nelle persone interessate”.
Nel silenzio, l’11 agosto il Ministero di Grazia e Giustizia riconosce che le donne contaminate da diossina rientrano nei casi di aborto terapeutico e Andreotti dichiara che “si trovano nella esigenza terapeutica chiaramente riconosciuta dalla Corte costituzionale”.

Immagine da fotogramma di un colloquio con una donna richiedente l'interruzione di gravidanza

Vengono scelti come ospedali a cui indirizzare le donne che volessero abortire la Mangiagalli a Milano e l’ospedale di Desio. 
Proprio in quest’ultimo, però, i medici non solo rifiutano di praticare aborti, ma operano vere e proprie violenze psicologiche: in particolare, uno psichiatra avrebbe domandato a due genitori se davvero volessero “ammazzare il loro bambino”.

Avrebbe detto loro che la diossina non era dannosa, che il bambino sarebbe nato sano (rifiutandosi però di metterlo per iscritto) ad ascoltare il battito cardiaco del feto, per vincere le residue resistenze.
La conferenza episcopale si schiera coi medici di Desio sostenendo che: “Di fronte ai gravi episodi verificatesi all’ospedale di Desio riaffermiamo la nostra posizione: ogni attentato alla vita della piccola creatura che la madre porta in grembo è una grave violazione della legge naturale e della volontà di Dio, che nessuna legge umana potrà mai legittimare. Non intendiamo fare crociate ma nemmeno ammettiamo che altri le facciano. Noi pure, come cittadini e come cristiani, rivendichiamo il diritto di difendere ed esporre il nostro pensiero”.

Le donne esposte alla diossina si trovano esposte tra notizie e informazioni contraddittorie, private della possibilità di autodeterminazione perché con gli occhi puntati addosso.


Alla fine le donne che scelsero di abortire in Italia (molte altre scelsero di andare all’estero per sfuggire alla pressione) furono 35 e i feti e il materiale embrionale furono inviati all’Istituto di Patologia dell’Università di Lubecca, affinché fossero sottoposti ad analisi embriologiche e morfologiche. 
I risultati delle indagini, pur non segnalando malformazioni visibili, non escludevano la possibilità di mutazioni fetali come effetto del contatto con la diossina, anche se segnalavano che per conoscere i danni al cervello fosse troppo presto. 
Altre donne scelsero invece di portare avanti la gravidanza dando alla luce 76 bambini/e sani/e.
Uno dei risultati di questa pressione fu che molte famiglie di origine veneta o meridionale, che avevano dovuto ricorrere all’aborto terapeutico, ritornarono a vivere nelle regioni di provenienza, proprio per sfuggire allo stigma che le aveva colpite per aver scelto di abortire, stigma aggravato anche dalla sovraesposizione mediatica.
Anche le sorelline Alice e Stefania Senno, il cui volto deturpato dalla cloracne fu immortalato da decine di fotografie e divenne il simbolo della tragedia di Seveso, lasciarono la Brianza insieme alla loro famiglia, per tornare in Veneto.
In questo scenario sono utilissime le riflessioni di Laura Conti (a cui non a caso è intitolata la sede di Legambiente di Seveso).

Laura Conti

Partigiana, comunista, medico, ambientalista, all’epoca Conti è consigliera regionale per il PCI e si batte in prima fila per ottenere giustizia per gli e le abitanti delle zone contaminate.
Proprio lei osserva come la relazione della commissione medica non consideri “l’attentato della diossina al fegato e ai reni della madre, come se una donna gravida fosse soltanto un’incubatrice, e non una persona che ha lei stessa una salute da salvaguardare; implicitamente imponeva l’immagine di una fattrice che impazzisce se il prodotto del concepimento non riesce bene, ma che ai rischi suoi propri rimane completamente indifferente. Era la conferma – da parte di scienziati! – del vecchio modello tradizionale che obbliga la donna in un ruolo di strumento, privo delle caratteristiche di ‘persona’” . 
Un sapere medico non neutro ma che impone una propria visione al dibattito pubblico e agli stessi soggetti coinvolti. 
Conti critica l’impianto stesso della possibilità di abortire concessa a queste donne, che le autorizza all’aborto terapeutico solo se contestualmente dichiarano che un ‘parto mostruoso’ può mettere in pericolo la loro salute psichica: “il dibattito ignora l’autodeterminazione, ma svela anche la contraddittorietà bioetica di questa stessa legge che, mentre non consente alla donna di abortire se il bambino che genererà è malato, lo permette invece se il pensiero di “generare un mostro” rischia di far impazzire la madre”.
La salute delle donne, quindi, non è rilevante di per sé, come soggetti esposti alla diossina, ma lo diventa solo in relazione al feto: per poter abortire bisogna dichiarare di essere a rischio della follia, spostando sulle gestanti il tarlo e allontanando l’immagine della diossina. 
Sono le donne a non essere in grado di farsi carico della malformazione, quindi, a essere oggetto di stigma, e non l’Icmesa che ha prodotto la contaminazione.

Conti lo sottolinea in maniera molto chiara analizzando il diverso trattamento ricevuto dagli aborti spontanei causati dalla diossina: “non il minimo di collera si sollevava negli ambienti clericali contro l’Icmesa per l’eventualità che l’inquinamento avesse provocato […] aborti ‘spontanei’, mentre il furore arrivava a un vero e proprio linciaggio morale nei confronti di [chi] […] aveva proposto che alle donne fosse riconosciuto il diritto di ‘libera determinazione’ […]. Quanto dire che provocare aborti per produrre e vendere triclorofenolo veniva considerato legittimo, provocare aborti per andare incontro al desiderio delle donne di non generare bambini infelici veniva considerato orridamente peccaminoso”.

Il rischio dell’autodeterminazione delle donne viene ritenuto più grave dello stesso inquinamento e delle modalità di produzione che lo hanno reso possibile e, inoltre, concentrarsi solo sull’aborto mette in ombra ogni altro tentativo di interrogarsi sulla salute e sulle possibilità di sostenere le persone colpite. 
Non solo, la paura di legittimare gli aborti, spinse una parte della comunità a una negazione generalizzata: “negò tutto. Negò che ci fosse diossina. Negò che la diossina fosse uscita dal reattore Icmesa. Negò che la diossina fosse tossica. Spinse la negazione (aiutata in questo dai comportamenti incoerenti e contraddittori della Regione, oltre che dall’irresponsabile campagna minimizzatrice svolta dagli scienziati democristiani) fino a contestare la necessità della bonifica o delle misure di salvaguardia”, ancora una volta facendo ricadere sulle sole donne la colpa dell’aborto.

La stessa Conti osserva, a questo punto, che “forse è un paradosso, ma il solo fatto di aver affrontato il problema dell’aborto per le donne delle zone inquinate, il solo fatto di aver ottenuto a Seveso l’aborto terapeutico, si è risolto in un danno, perché tutta la questione diossina si è ridotta al quesito: le donne, le facciamo abortire o no? È diventato un problema delle donne, quello della diossina, che invece riguarda tutta la popolazione”.

I corpi delle donne sono diventati, letteralmente, l’unico terreno di bonifica e il luogo dello scontro: un’attenzione morbosa verso i feti e i/le futuri/e neonati/e, mentre poco o nulla veniva fatto per i corpi vivi presenti.

*-*-*

Laura Conti non si occupò solo della sofferta vicenda delle interruzioni di gravidanza ma fu, fin dall'inizio, in prima linea cercando il rapporto diretto con chi stava vivendo il dramma delle aree contaminate.
Chiedeva una Scienza seria ed esigente ma aperta alla partecipazione delle vittime del disastro e fu precorritrice del pensiero critico sullo sviluppo industriale ed economico illimitato.
Raccontò quegli anni del disastro diossina dell'ICMESA in due scritti: il reportage Visto da Seveso e il romanzo Una lepre con la faccia di bambina.
 
Continua.