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martedì 13 gennaio 2026

Monte San Primo, lo sci artificiale sfida i dati sul clima che cambia


Il 2025 si conferma come uno degli anni più caldi mai registrati in Lombardia. A certificarlo è ARPA Lombardia, l’ente tecnico regionale, che nel suo bilancio climatico colloca l’anno appena trascorso al quarto posto tra i più caldi in assoluto, con temperature medie superiori di 1,25 gradi rispetto al periodo di riferimento 1991-2020. Un dato che, seppur leggermente inferiore al 2024, si inserisce in una tendenza ormai consolidata: dal 1991 la temperatura media regionale cresce di circa 0,7 gradi ogni dieci anni.

Numeri che parlano chiaro e che descrivono un cambiamento climatico evidente anche in Lombardia. Il 2025 ha visto mesi eccezionalmente caldi come giugno e dicembre, con scarti positivi di circa 3 gradi, e ondate di calore estive con temperature fino a 38 gradi in diverse località della regione. Allo stesso tempo, il clima si mostra sempre più estremo, come dimostrano gli eventi meteorologici intensi concentrati in brevi periodi, tra cui l’esondazione del Seveso del 22 settembre, quando in 24 ore sono caduti fino a 220 millimetri di pioggia nella zona nord di Milano.

È in questo contesto che torna al centro del dibattito il Monte San Primo, nel Triangolo Lariano, dove è stato proposto un progetto per riportare lo sci alpino attraverso l’uso di innevamento artificiale. Un’ipotesi che appare sempre più in contrasto con la realtà climatica descritta dai dati ufficiali.

A sottolinearlo è Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente di Merone e portavoce del Comitato Salviamo il Monte San Primo, che richiama direttamente le conclusioni di ARPA Lombardia: «Il 2025 è stato uno degli anni più caldi mai registrati in Lombardia, confermando una tendenza che ormai si ripete da tempo».

Secondo Fumagalli, ignorare questo scenario significa perseverare in una visione ormai superata della montagna: «Eppure c’è chi continua a far finta di nulla – osserva – proponendo un progetto assurdo per riportare lo sci sul Monte San Primo, basato sull’innevamento artificiale, come se il riscaldamento globale non esistesse».

Il nodo centrale non è solo ambientale, ma anche economico e culturale. In un territorio di media quota, sempre più esposto a inverni miti e a precipitazioni irregolari, puntare su impianti sciistici e neve artificiale comporta consumi elevati di acqua ed energia, oltre a un impatto significativo sul paesaggio. Una scelta che rischia di risultare insostenibile nel medio-lungo periodo, proprio mentre i dati climatici indicano la necessità di ripensare radicalmente il rapporto tra turismo e montagna.

Storia e paesaggio: il Meredo e la Cascina Monti Brivio nel calendario del Parco GruBrìa

La copertina del calendario. Foto Archivio Parco GruBrìa

Anche quest’anno il Meredo (Seregno) torna a essere protagonista nel calendario del Parco GruBrìa, che si conferma uno strumento efficace e apprezzato per raccontare il territorio attraverso immagini e luoghi simbolo.

Per il mese di settembre, il calendario propone una bella fotografia di Massimiliano Morelli, dedicata alla storica Cascina Monti Brivio, edificio rurale risalente al XIX secolo. La cascina non è solo un elemento di valore storico e paesaggistico, ma anche un luogo vissuto e conosciuto grazie alle passeggiate organizzate negli anni dal Circolo culturale "Seregn de la memoria", in collaborazione con il Comitato di Quartiere Sant’Ambrogio.

Cascina Monti Brivio, Parco del Meredo. Foto di M. Morelli

La scelta di una cascina ancora abitata all’interno del parco è particolarmente significativa: una presenza discreta e inconsueta che racconta il legame tra natura, storia e comunità locale. Da qui si apre uno degli scorci più belli e romantici del Meredo.

Il Calendario del Parco GruBrìa è disponibile presso la sede del Parco.

Contatti: 

  • Indirizzo: piazza Gio.I.A., 20834 Nova Milanese (MB), presso il palazzo municipale, piano primo
  • Telefono: 0362/374512    
  • Mail: parco@grubria.it

lunedì 12 gennaio 2026

L’appello di Legambiente Seregno: iniziare ora contro i botti


Nelle scorse settimane su Brianza Centrale abbiamo pubblicato diversi post per invitare i lettori a non utilizzare i botti a Capodanno. Qualcuno potrebbe pensare che, per un blog ambientalista con un pubblico già sensibile a questi temi, si tratti di un messaggio superfluo. Noi crediamo invece il contrario: sul nostro sito arrivano anche lettrici e lettori interessati a temi diversi, che non sempre conoscono a fondo le implicazioni ambientali, sanitarie e sociali legate all’uso dei fuochi d’artificio.

Tra le realtà che da anni si battono contro questo fenomeno, dannoso per la fauna domestica e selvatica e fonte di rischi per le persone, c’è Legambiente Seregno. Ne abbiamo parlato con Antonello Dell’Orto, storico attivista dell’associazione, prendendo spunto anche da una lettera pubblicata sul Corriere della Sera del 10 gennaio 2026, che racconta la scelta dei Paesi Bassi di vietare per legge utilizzo e vendita dei botti. Una decisione forte, che apre interrogativi anche a livello locale.

 
Corriere della Sera, 10 gennaio 2026

Intervista ad Antonello Dell’Orto (Legambiente Seregno)


Brianza Centrale:
Antonello, partiamo dalla lettera pubblicata sul Corriere della Sera che racconta la scelta dell’Olanda di vietare i botti. Perché l’hai ritenuta significativa?

Antonello Dell’Orto:
Perché dimostra che, di fronte a un problema reale di sicurezza e di tutela degli animali, si può prendere una decisione chiara. I Paesi Bassi hanno scelto di vietare utilizzo e vendita dei botti dopo anni di incidenti. È una scelta di responsabilità che dovrebbe far riflettere anche noi, almeno come direzione verso cui muoversi.

Brianza Centrale: Spesso il tema dei botti emerge solo in prossimità del Capodanno. È corretto considerarlo un problema limitato a quella notte?

Antonello Dell’Orto: Assolutamente no. A Seregno, ma non solo, da qualche anno capita che quasi ogni notte a mezzanotte qualcuno spari botti. Questo significa stress continuo per animali domestici e selvatici, disturbo per le persone e una percezione diffusa di mancanza di risposte. È pazzesco che una pratica del genere venga ormai considerata quasi normale.

Brianza Centrale: Secondo te si può intervenire anche a livello locale, oltre che nazionale o regionale?

Antonello Dell’Orto: Sì, e direi che è proprio a livello locale che si può fare molto. Se vogliamo proseguire un discorso serio, bisogna iniziare per tempo e lavorarci sopra anche un anno prima. I Comuni hanno strumenti per intervenire, a partire dai regolamenti, senza aspettare sempre soluzioni dall’alto.

Brianza Centrale: Spesso vengono citati Monza e Desio come esempi di Comuni che hanno introdotto limiti all’uso dei botti. Ma qualcuno obietta che, nonostante questo, i botti ci sono stati comunque. Come rispondi?

Antonello Dell’Orto: È vero: botti ce ne sono stati anche a Monza e a Desio. Ma non possiamo sapere come sarebbero andate le cose senza alcun divieto. In particolare a Monza il limite all’uso dei botti è inserito nel Regolamento di Polizia Urbana, riguarda alcune zone sensibili della città ed è valido tutto l’anno. Questo dimostra che non si tratta di provvedimenti “di facciata”, ma di un lavoro strutturato.

Brianza Centrale: Il sindaco di Seregno ha spiegato che ordinanze di divieto generalizzato sarebbero difficili da applicare e da far rispettare. È un’obiezione fondata?

Antonello Dell’Orto:
Capisco l’obiezione, ma credo che rischi di diventare un freno. Ogni percorso inizia con un primo passo: se non si inizia, non si va da nessuna parte. A volte sembra ci sia una sorta di ansia da prestazione, l’idea che se non si ottiene tutto subito allora non vale la pena fare nulla. In realtà i cambiamenti veri sono faticosi e richiedono tempo e costanza.

Brianza Centrale: Quindi, anche se non risolvono tutto, regolamenti e ordinanze hanno comunque un valore?

Antonello Dell’Orto: Certo. Nessuno pensa che basti un’ordinanza per eliminare il problema. Ma le regole servono a dare un indirizzo chiaro, a dire che una comunità considera certi comportamenti incompatibili con il benessere collettivo. Senza regole, anche il richiamo al buon senso rischia di restare vuoto.

Brianza Centrale: Che ruolo ha allora la sensibilizzazione?

Antonello Dell’Orto:
Un ruolo fondamentale. Proprio per questo diciamo che eventuali regolamenti o ordinanze dovrebbero essere accompagnati da un lavoro continuo di informazione ed educazione. Spiegare perché i botti sono dannosi per gli animali, per l’ambiente e per le persone. Le regole da sole non bastano, ma senza regole anche la sensibilizzazione rischia di restare astratta.

Brianza Centrale: In conclusione, quale percorso ti sembra più realistico per Seregno e per i Comuni brianzoli?

Antonello Dell’Orto: Iniziare ora. Studiare le esperienze già avviate altrove, costruire strumenti ben fatti e accompagnarli a un lavoro costante sul territorio. Capodanno senza botti non si improvvisa: si costruisce mese dopo mese, con pazienza e continuità.

Come Brianza Centrale concordiamo con Antonello Dell’Orto: le difficoltà applicative non possono diventare un alibi per non fare nulla. Se Monza e Desio hanno trovato strumenti normativi adeguati, anche Seregno e gli altri Comuni possono farlo. Accanto alle regole, però, serve un lavoro continuo di educazione e informazione, perché la tutela dell’ambiente e degli animali passa anche – e soprattutto – dalla responsabilità collettiva.

domenica 11 gennaio 2026

Difendere i boschi: il Comitato NO Pedemontana proietta "Pompoko"


Il Comitato NO Pedemontana organizza un evento dedicato alla difesa della natura, con la proiezione del film Pompoko di Isao Takahata. La pellicola racconta la storia dei Tanuki, creature della foresta che lottano per proteggere il loro ambiente, in un parallelo simbolico con le battaglie per la salvaguardia dei boschi e delle valli in tutta Italia.

«Come a Gallarate la difesa del bosco, in Val di Susa la difesa della valle, e in molti altri territori, anche qui in Brianza diciamo: siamo la vita che avete tolto ai boschi!», affermano gli organizzatori.

L’iniziativa si terrà in collaborazione con F.O.A. Boccaccio a Monza, in viale Libertà 33, giovedì 15 gennaio 2026, con inizio alle ore 20.30. È previsto un aperitivo benefit a partire dalle 20.00.

sabato 10 gennaio 2026

Sequenze Inverighesi: 25 secoli di storia, immagini e memoria


Sabato, 17 gennaio 2026 alle ore 21.00
Presso il Teatro San Luigi, Cremnago d'Inverigo

Proiezione della nuova versione del documentario fotografico
SEQUENZE INVERIGHESI
di Elio Pozzoli e Luigi Perego 
voce: Eva Branca

 
Narrazione, immagine e musica ci accompagneranno in un viaggio ad Inverigo e territori vicini, attraverso  25 secoli di Storia: dalle palafitte sul Lambro fino agli odierni momenti di crisi.  Società, arte ed economia sono  gli argomenti su cui la ricerca documentaria, oltre che fotografica, ha indagato, disvelando aspetti poco noti.

I due autori hanno messo a fattor comune gli studi di storia locale in un caso e l'arte fotografica nell'altro. Questa iniziativa personale degli autori è rivolta alla popolazione ed  alle associazioni che a diverso titolo si curano del territorio.

Sarà una serata in letizia in cui riflettere sul nostro ieri e pensare ad un domani migliore per le terre collinari lambite dal Lambro. Un nuovo e duraturo sviluppo economico di questi territori potrà realizzarsi attraverso una rinascita culturale della sua gente, consapevole del proprio passato. La conoscenza dei monumenti, del paesaggio e dei costumi da parte dell'intera collettività potrà meglio contribuire alla salvaguardia dei beni storici e paesaggistici, patrimoni collettivi  finora mal considerati, ma ora indispensabili per un rilancio economico in questi tempi di crisi.

Campagna Salvataggio Anfibi 2026: cercasi volontari a Montorfano


Segnaliamo la richiesta degli amici dell’associazione L’Ontano di Montorfano, che cercano volontari per la Campagna Salvataggio Anfibi 2026.

Gli interventi si svolgeranno da metà febbraio a inizio maggio, in orario serale, con due turni:

  • 18.30 – 20.30
  • 20.30 – 22.30

Per informazioni: associazione@gruppoontano.org

Come ogni anno, tra poche settimane inizierà il periodo in cui centinaia di rospi tenteranno di scendere dai boschi del Monte Orfano, dove hanno trascorso l’estate e il letargo invernale, per raggiungere le acque del Lago di Montorfano e deporre le uova.

Un gesto che sembrerebbe semplice, ma che in realtà non lo è affatto. Le numerose barriere create dall’edificazione e dalle infrastrutture, frutto di scelte passate (e purtroppo ancora attuali), rendono questo percorso estremamente pericoloso, se non impossibile, per gli anfibi.

Per questo motivo hanno bisogno di noi: solo grazie all’aiuto dei volontari è possibile superare un problema che l’uomo stesso ha creato con un uso poco attento e insensato del territorio.

Partecipare significa dare un aiuto concreto alla tutela della biodiversità locale.

Seregno. Ceredo al centro dei cambiamenti: perché è importante partecipare all’assemblea di martedì 13 gennaio


Martedì 13 gennaio 2026, alle ore 21, presso il Centro Ambientale di via Alessandria a Seregno, si terrà l’assemblea pubblica del Comitato di quartiere Ceredo. Un appuntamento che assume una valenza particolare e strategica, perché arriva in una fase cruciale per il quartiere, destinato nei prossimi mesi – e anni – a essere profondamente interessato da importanti interventi sulla viabilità.

Non si tratta di singoli lavori isolati, ma di un insieme di opere che rischiano di modificare in modo strutturale i flussi di traffico, la qualità dello spazio urbano e la vivibilità del quartiere. Proprio per questo è fondamentale informarsi, capire e partecipare.

1. La rotatoria Wagner–Einaudi


È in fase di completamento la rotatoria all’incrocio tra via Wagner e via Einaudi. L’avvio dei lavori, a fine ottobre, ha generato comprensibili criticità per il traffico di attraversamento del quartiere, con disagi significativi per residenti e pendolari.

La situazione è però migliorata dopo la riapertura, prima di Natale, di via Wagner e via Einaudi, chiuse temporaneamente per consentire l’esecuzione delle opere. Oggi le maggiori difficoltà di traffico possono dirsi superate.

Resta tuttavia una scelta progettuale che solleva perplessità: il mantenimento del senso unico nel tratto di via Einaudi tra via Cadore e via Wagner.
Considerando che è già prevista la realizzazione di una nuova rotatoria su via Cadore, a servizio dell’accesso alla tangenziale verso Pedemontana, sarebbe stato più logico e prudente predisporre fin da subito via Einaudi a doppio senso di marcia.

In questo modo si sarebbe evitato – e si potrebbe ancora evitare – che il traffico diretto alla nuova infrastruttura sia costretto ad attraversare il quartiere, con ricadute negative su rumore, sicurezza e qualità dell’aria.

2. La nuova rotatoria su via Cadore


Il secondo grande tema riguarda la nuova rotatoria su via Cadore, che fungerà da terminale della tangenziale verso lo svincolo di Pedemontana.
Si tratta di un’opera potenzialmente molto impattante, perché destinata ad attrarre traffico non solo locale ma anche di attraversamento.

Per questo gli interventi previsti su via Cadore – inseriti anche all’ordine del giorno dell’assemblea – dovrebbero essere affrontati con grande attenzione. Dal nostro punto di vista, non basta parlare genericamente di “mitigazione del traffico”: servono scelte chiare di limitazione del traffico.

In particolare riteniamo necessario:

  • ridurre le dimensioni della rotatoria di progetto, per limitarne l’attrattività per il traffico di attraversamento;
  • ripristinare il doppio senso di circolazione in via Einaudi, per distribuire meglio i flussi;
  • accompagnare le opere con interventi che disincentivino il traffico parassita, tutelando il quartiere e i suoi abitanti.

3. Gli effetti sul confine con Meda

Le trasformazioni non riguardano solo Seregno. Il PGTU del Comune di Meda prevede che, una volta realizzate le due rotatorie, il traffico nel tratto terminale di via Indipendenza (proseguimento di via Cadore) diventi a senso unico in direzione Seregno.

Immagine tratta dal PGTU di Meda

È una scelta che avrà conseguenze rilevanti e che merita una valutazione attenta degli effetti sul quartiere del Ceredo e sulla viabilità complessiva dell’area.

Sempre Meda ha inoltre previsto la riqualificazione di via Indipendenza con una pista ciclabile, che dal confine con Seregno arriva fino quasi al centro cittadino. Un intervento positivo, ma che rischia di essere monco se la pista “finisce nel nulla” al confine comunale. Sarebbe auspicabile una piena interconnessione con la rete ciclabile di Seregno, per costruire una mobilità davvero sostenibile e continua, non spezzettata da confini amministrativi.

Un’assemblea da non perdere

Come si vede, i temi in discussione sono numerosi, complessi e decisivi per il futuro del quartiere Ceredo: traffico, sicurezza, qualità dello spazio pubblico, mobilità sostenibile, rapporti tra comuni confinanti.

Per questo l’assemblea di martedì non è un appuntamento come gli altri. Una partecipazione ampia e consapevole dei cittadini è fondamentale per portare osservazioni, proposte e richieste chiare alle istituzioni.

Il futuro del quartiere si decide anche così: informandosi, confrontandosi e partecipando.
Martedì 13 gennaio, ore 21: esserci conta.

Vimercate e i data center: il Comitato Ferma Ecomostro mette al centro la difesa del suolo

Data Center area ex IBM. Render complessivo del progetto

Negli ultimi mesi Vimercate si è progressivamente trasformata in uno dei territori più appetibili della Brianza per l’insediamento di grandi infrastrutture digitali. Nel giro di poco tempo sono emersi più progetti distinti, collocati in aree diverse della città, ma uniti da un filo conduttore comune: un’elevata intensità energetica, nuove infrastrutture strategiche e varianti urbanistiche che stanno ridisegnando il territorio.

Sul territorio comunale si stanno infatti concentrando più interventi legati al mondo dei data center, strettamente collegati tra loro dalla necessità di una nuova e imponente infrastruttura elettrica:

  • il Campus Santa Maria Molgora, nell’Ambito di Trasformazione AT.6
  • la riqualificazione dell’area ex IBM a Velasca, in via Kennedy
  • la nuova centrale elettrica Terna all’interno del Parco Agricolo Nord Est (P.A.N.E.)

Progetti diversi, con iter autorizzativi differenti, ma i cui impatti ambientali e territoriali si sommano nel tempo e nello spazio.

Il Campus Santa Maria Molgora: un intervento di scala urbana

Planivolumetrico dell'intervento AT.6

L’intervento più esteso riguarda l’Ambito di Trasformazione AT.6, in via Santa Maria Molgora, al margine meridionale di Vimercate. Si tratta di un’area oggi in gran parte libera, che rappresenta uno degli ultimi grandi spazi aperti di questa parte della città.

Come chiarisce il Comitato Ferma Ecomostro D Breve, tuttavia, non si tratta di un’area “intoccabile” dal punto di vista urbanistico: “Le aree della zona Santa Maria Molgora sono proprietà privata e già incluse nel PGT come aree commerciali ovvero aree soggette ad edificazione.”

La superficie complessiva dell’ambito è di circa 260.000 metri quadrati. Il Programma Integrato di Intervento (PII) prevede la realizzazione di due grandi edifici produttivi destinati a data center, alti circa 22 metri, affiancati da un complesso terziario direzionale con uffici e funzioni complementari. Il progetto comprende inoltre una profonda riorganizzazione della viabilità, con nuove strade e la realizzazione di rotatorie considerate strategiche, oltre a fasce verdi e a una macchia boschiva con funzione di mitigazione paesaggistica.

Il PII è stato adottato dal Consiglio comunale ed è in variante al Piano di Governo del Territorio ai sensi della L.R. 12/2005, anche se una riperimetrazione ha escluso circa 29.900 metri quadrati, che resteranno agricoli.

Dal punto di vista economico, l’operazione porta con sé un pacchetto consistente di opere e risorse: oneri di urbanizzazione per circa 4,5 milioni di euro, la realizzazione di nuovi edifici comunali – tra cui un magazzino e la sede della Polizia locale – e fondi utilizzabili anche per la futura piscina comunale. Un valore complessivo stimato intorno ai 10 milioni di euro, che l’Amministrazione ha ritenuto sufficiente a giustificare la trasformazione di questa ampia porzione di territorio.

L’area ex IBM: rigenerazione urbana, ma non senza criticità

Area ex IBM. Inquadramento dell'area rispetto al contesto locale

Un secondo intervento riguarda l’area ex IBM di Velasca, lungo via Kennedy. Qui il contesto è diverso: non si parla di consumo di nuovo suolo agricolo, ma di rigenerazione urbana di un comparto produttivo esistente, da tempo in declino.

Il progetto prevede la demolizione dei vecchi capannoni e la realizzazione di nuove strutture digitali e uffici tecnologici, sfruttando le infrastrutture di rete ed energia già presenti. Proprio per questo motivo, l’intervento viene spesso percepito come meno impattante rispetto ad altri.

Il Comitato Ferma Ecomostro invita però a guardare oltre questa lettura semplificata: “Sull’area ex IBM verranno stoccati quasi 6 milioni di litri di carburante per alimentare 133 generatori. Questi dati emergono chiaramente dalla VIA.”

Un elemento che apre interrogativi importanti, soprattutto considerando il contesto idrogeologico dell’area: “In un’area classificata ad alto grado di pericolosità rispetto al fenomeno degli occhi pollini, e senza un’adeguata documentazione sulle ricadute sui piani di gestione alluvionali, stoccare 6.000 metri cubi di carburante potrebbe rappresentare un rischio concreto. Il caso del Lambro dovrebbe farci riflettere.”

Non a caso, su questi aspetti sono arrivate richieste di maggiori garanzie sia da Regione Lombardia sia dal Ministero della Sanità.

A questo scenario si aggiunge un’ulteriore ipotesi, ancora incerta ma significativa: “È stata chiesta autorizzazione anche per un terzo data center nel Quartiere Torri, nell’area ex Telettra. La sua realizzazione, però, non è ancora definita.”

La centrale Terna nel Parco P.A.N.E.: il vero punto di frattura

Area ex IBM e Centrale. Inquadramento dell'area attraversata dall'elettrodotto

Il nodo più critico dell’intera vicenda resta però la nuova centrale elettrica Terna, necessaria ad alimentare contemporaneamente i data center previsti sul territorio comunale.

La centrale dovrebbe sorgere in un’area agricola compresa tra Cascina Gargantini e la località Rossino, all’interno del Parco Agricolo Nord Est. L’impianto occuperebbe una superficie di circa 19.355 metri quadrati e sarebbe collegato a nuove linee elettriche aeree e interrate a 220 kV.

Comune di Vimercate e Parco P.A.N.E. hanno espresso parere negativo al progetto. Nonostante ciò, Terna ha attivato una Conferenza dei servizi decisoria presso il Ministero dell’Ambiente, che porterà a una variante al PGT d’ufficio, superando la contrarietà dell’ente locale. Regione Lombardia e Soprintendenza hanno già espresso pareri favorevoli, e le aree agricole interessate saranno espropriate.

Il Comitato chiarisce che la dimensione e la collocazione della centrale non sono casuali: “Il fatto di dover alimentare tre data center comporta necessariamente una sottostazione di servizi di queste dimensioni, collocata proprio in quel punto del Parco P.A.N.E. per garantire i tre collegamenti contemporaneamente.”

È stata inoltre respinta la proposta alternativa avanzata dal Comune, che prevedeva tre centrali più piccole, ciascuna all’interno delle aree dei singoli data center e al di fuori del Parco.

Impatti cumulativi e assenza di una visione complessiva

Collocazione di AT.6 (in basso) rispetto all'area di progetto ex IBM (in alto)

Ogni intervento viene oggi valutato singolarmente, come se fosse un episodio isolato, ma ciò che continua a mancare è una valutazione complessiva degli effetti che questi progetti producono nel loro insieme. Il consumo di suolo diretto e indiretto, il fabbisogno energetico complessivo, i rischi ambientali e idrogeologici, la pressione sulle risorse idriche e le infrastrutture necessarie a sostenere un polo energetico-digitale di queste dimensioni non vengono affrontati in modo unitario.

Il Comitato Ferma Ecomostro sottolinea che la propria preoccupazione principale non riguarda tanto l’intensità energetica del territorio, quanto la perdita irreversibile di suolo agricolo, in particolare quando questa avviene all’interno di un parco: “Siamo più amareggiati dal nuovo consumo di suolo che comporterà la sottostazione di servizi, collocata in un’area oggi libera e agricola all’interno del Parco, rispetto alla cosiddetta intensità energetica del territorio.”

Il Comitato introduce inoltre una distinzione importante tra interventi di riqualificazione e nuovo consumo di suolo: “Riqualificare un’area produttiva trascurata come l’ex IBM, di proprietà privata, può essere accettabile rispetto a realizzare nuove opere che devastano un Parco, come potrebbe avvenire con Pedemontana.”

A rendere ancora più complesso il quadro è la frammentazione degli iter autorizzativi e decisionali. La mancanza di una strategia nazionale chiara e trasparente per lo sviluppo dei data center – capace di tenere insieme sicurezza informatica, politica industriale, ambiente ed energia – genera incertezza e lascia irrisolti interrogativi fondamentali sul senso complessivo di queste operazioni.

Come osserva il Comitato: “Opere di questo tipo dovrebbero rientrare in una strategia nazionale per la sicurezza informatica, lo sviluppo industriale, l’ambiente e l’energia, che tenga conto di tutti i fattori in gioco, incluso il suolo.”

L’assenza di una visione unitaria solleva dubbi anche sul reale ritorno per i territori che ospitano queste infrastrutture: “Questa mancanza di visione mette dubbi anche sugli investitori: i benefici maggiori andranno a Big Tech straniere o contribuiranno davvero allo sviluppo della nostra economia?”

Secondo il Comitato, questa impostazione rischia inoltre di svuotare di significato gli strumenti di pianificazione locale: “Si rischia di rendere vani i piani territoriali comunali, causando frustrazione negli amministratori e sfiducia nei cittadini, che si sentono ancora una volta non adeguatamente tutelati.”

A questa carenza di indirizzo strategico si affianca un quadro normativo giudicato insufficiente: “La normativa sui data center è insufficiente e lacunosa e rischia di lasciare i Comuni soli di fronte a nuove forme di consumo di suolo.”

Una situazione che contribuisce ad alimentare un diffuso senso di impotenza nelle comunità coinvolte: “Ancora una volta i territori e i cittadini si sentono oppressi e costretti ad accettare opere imposte, che sottraggono aree verdi e minano la qualità della vita e il benessere psico-fisico delle comunità.”

Da qui nasce una riflessione che va oltre i singoli progetti e chiama in causa anche gli stili di vita contemporanei e le scelte quotidiane che alimentano una domanda crescente di infrastrutture digitali sempre più energivore: “Continuare ad acquistare case nuove, fare acquisti online, conservare milioni di dati, alimentare sistemi sempre più energivori ha conseguenze dirette sul consumo di suolo, il quale difficilmente si arresterà.”

Per questo, conclude il Comitato Ferma Ecomostro, diventa centrale il ruolo dell’informazione e della consapevolezza collettiva: “Insistiamo sull’informazione e sulla cultura per diffondere senso critico su temi che ricadono sull’intera collettività e sulla tutela dei beni comuni.”

Fonte immagini: "Studio di Impatto Ambientale" area ex IBM

lunedì 5 gennaio 2026

Un nuovo libro sulla vicenda del Monte San Primo


Un nuovo libro - da poco uscito in libreria - descrive la storia e la bellezza del monte San Primo - la montagna più alta del Triangolo Lariano -, ma parla anche del contestato progetto che prevede il ripristino dello sci a bassa quota nella località San Primo di Bellagio. Il libro si intitola San Primo – una montagna straordinaria, un progetto da riconsiderare (Chimera Editore); l’autrice è l’architetto Nunzia Rondanini, membro attivo del Coordinamento ‘Salviamo il Monte San Primo’.

Nel libro l’autrice riporta la sua esperienza personale, avendo frequentato fin da bambina la stessa località San Primo. La zona è nota fin dalla metà del secolo scorso come località sciistica, poi progressivamente caduta in abbandono, soprattutto a causa della crisi climatica che - dall’inizio degli anni 2000 - ha determinato una sicura diminuzione dell'innevamento naturale sul San Primo, fino a giungere alla definitiva chiusura dei vecchi impianti sciistici, oggi in stato di totale abbandono. Nella seconda parte il libro racconta del nuovo progetto - ipotizzato a partire dal 2022 - che prevede di riportare lo sci e l’innevamento artificiale sul San Primo. Come noto, il progetto è fortemente contrastato dal Coordinamento ‘Salviamo Il Monte San Primo’,  - formato da 39 associazioni – che ha raccolto oltre 4 mila firme contro il progetto stesso.

Di seguito la presentazione del nuovo libro.

Il monte San Primo è la cima più alta del Triangolo Lariano. Il monte e l’area a esso circostante costituiscono un ambiente di unica bellezza molto caro agli amanti della natura e dei paesaggi prealpini. Nel libro San Primo – una montagna straordinaria, un progetto da riconsiderare (Chimera Editore), l’autrice Nunzia Rondanini evoca vivacemente il mondo del San Primo, dai primi riferimenti storici agli anni del dopoguerra, fino ai tempi recenti.

Il libro descrive poi il contestato progetto - promosso dalla Comunità Montana Triangolo Lariano e dal Comune di Bellagio - inteso a “promuovere lo sviluppo” dell’area. Questo progetto include interventi altamente invasivi per l’ambiente montano, che altererebbero profondamente la natura dei luoghi. Tra l’altro, il piano prevede di realizzare tre piste sciistiche con relativi impianti di innevamento, che non solo danneggerebbero l’ambiente, ma, date le condizioni climatiche, non avrebbero alcuna sostenibilità economica a 1200 metri di altitudine.  

Rondanini riassume poi proposte alternative per il monte San Primo e del suo borgo che siano rispettose dell’ambiente ed economicamente viabili, ottimizzando il suo potenziale come luogo di rifugio naturale e di godimento escursionistico. Queste proposte alternative riflettono l’impegno del Coordinamento ‘Salviamo Il Monte San Primo’, un gruppo costituito da ben 39 associazioni della società civile che si sono mobilitate per riorientare una iniziativa sconsiderata. Il Coordinamento ha lanciato un appello che ha raccolto più di 4 mila firme certificate e recentemente ha presentato le proprie istanze alle Commissioni Territorio e Ambiente della Regione Lombardia.

San Primo – una montagna straordinaria, un progetto da riconsiderare”  è un libro chiaro e agile che interesserà gli amanti del San Primo e tutti coloro che auspicano uno sviluppo armonioso e responsabile delle nostre straordinarie montagne.

domenica 4 gennaio 2026

Arosio riscopre il territorio con il corso di Brianzologia


Il Comune di Arosio, in collaborazione con l’Università del Tempo Libero, propone per il nuovo anno un affascinante percorso culturale dedicato alla conoscenza del territorio: “Brianzologia”, un ciclo di incontri pensato per approfondire la storia, le tradizioni, l’ambiente e l’identità della Brianza.

Il corso si sviluppa attraverso nove appuntamenti, in programma da gennaio a maggio, sempre di lunedì alle ore 15.00, e si rivolge non solo agli iscritti all’UTL ma anche a tutti i cittadini interessati. Gli incontri si terranno presso la Sala Polifunzionale di via Casati 1 ad Arosio.

Il percorso si apre il 12 gennaio con una riflessione introduttiva su Brianzologia e i confini della Brianza, a cura di Paolo Pirola e Giovanni Santambrogio, per poi proseguire il 26 gennaio con Sacro, magia e tradizioni in Brianza, tenuto da Franca Pirovano.

Nel mese di febbraio, il 9 febbraio sarà dedicato a Medici e guaritori con Vittorio Sironi, mentre il 23 febbraio Fabio Galimberti guiderà il pubblico alla scoperta di Regoi e munda: erbe e dialetto.

Il calendario di marzo prevede due appuntamenti: il 9 marzo con Il Lambro: epopea di un fiume, a cura di Paolo Pirola e Marco Ciceri, e il 23 marzo con Le Brianze di Stendhal, incontro letterario con Sara Pozzi e Giovanni Santambrogio.

Il corso prosegue il 20 aprile con La Brianza nelle foto di Giuseppe Croci, presentato da Zeno Celotto, per concludersi il 5 maggio con Briosco, Arosio e i mulini sul Lambro, incontro curato da Domenico Flavio Ronzoni.

“Brianzologia” si propone come un’occasione preziosa per riscoprire il territorio attraverso voci autorevoli e punti di vista diversi, intrecciando storia, antropologia, lingua, letteratura e memoria collettiva. Un viaggio culturale che valorizza l’identità brianzola e invita a guardare con occhi nuovi luoghi, tradizioni e racconti spesso dati per scontati.

Clima, città e interesse pubblico: una lezione dal passato per l’urbanistica climatica di oggi


Quando oggi parliamo di città spugna, di depavimentazione e di adattamento climatico, pensiamo spesso a politiche nuove, nate dall’urgenza della crisi climatica contemporanea. Eppure, la relazione tra clima, salute pubblica e forma urbana ha radici profonde. Un esempio sorprendentemente attuale ci viene dalla Milano tra Sette e Ottocento, come mostra il saggio "Clima e pubblica utilità. Raccolta delle acque meteoriche e costruzione dello spazio urbano nella Milano napoleonica" di Romain Iliou pubblicato da Edizioni Casagrande.

Tra età asburgica e periodo napoleonico, il clima non era considerato solo un fenomeno naturale, ma un elemento governabile attraverso norme, architettura e infrastrutture. Seguendo la lezione di Montesquieu, si riteneva che le leggi dovessero “uniformarsi al fisico del clima” e, se necessario, correggerne gli effetti nocivi.

Come scrive Antonio Genovesi nel XVIII secolo, citato da Iliou, «il Governo può correggere gli effetti del clima».

La città diventava così uno strumento politico e tecnico per migliorare la salute collettiva, soprattutto attraverso il controllo dell’aria e dell’acqua.

Il cuore della riflessione riguarda la raccolta delle acque meteoriche. Nel 1808 un decreto reale impose ai proprietari l’obbligo di convogliare l’acqua piovana dai tetti verso canali sotterranei, costruiti a spese del Comune. L’obiettivo era chiaro: asciugare l’atmosfera urbana, evitare ristagni, cattivi odori e malattie.

La salubrità dell’aria, allora, era valutata soprattutto in base agli odori: governare la città significava garantire “una buona ventilazione con un’aria deodorizzata o, come si diceva, disinfettata” 

Strade più larghe, pendenze regolari, piazze aperte e fognature efficienti erano strumenti di politica sanitaria prima ancora che di decoro urbano.

Queste trasformazioni non furono indolori. Il principio di pubblica utilità giustificò espropri, riallineamenti e profonde modifiche dello spazio urbano. Le leggi napoleoniche sancirono il diritto dello Stato a sacrificare la proprietà privata in nome dell’interesse collettivo, purché con indennizzo.

La città veniva così ripensata come macchina climatica: un sistema tecnico capace di ventilare, drenare e rendere produttivo l’ambiente urbano.

Ed è qui che emerge un paradosso affascinante. Le politiche attuali del Piano Aria e Clima del Comune di Milano (2021) puntano a obiettivi quasi opposti rispetto a quelli ottocenteschi: ridurre l’afflusso di acqua piovana nelle fognature, aumentare la permeabilità del suolo, favorire l’evapotraspirazione.

Come osserva Iliou, le strategie contemporanee “contravvengono a quelle del decreto reale dell’11 agosto 1808”.

Ieri si voleva asciugare la città; oggi vogliamo restituirle acqua, ombra e umidità per contrastare le isole di calore.

La lezione che possiamo trarre è chiara: il clima è sempre stato una questione politica e urbana. Cambiano le conoscenze scientifiche e le priorità, ma resta centrale il ruolo dello spazio pubblico come strumento di adattamento ambientale.

Rileggere queste esperienze storiche ci aiuta a capire che le scelte urbanistiche non sono mai neutrali. Anche oggi, come due secoli fa, progettare strade, piazze e infrastrutture significa decidere che tipo di clima vogliamo abitare.

Fonte:
Romain Iliou, Clima e pubblica utilità. Raccolta delle acque meteoriche e costruzione dello spazio urbano nella Milano napoleonica, in Costruire, trasformare, controllare. Legal transfer e gestione dello spazio nel primo Ottocento, Edizioni Casagrande, 2022, pp. 122–146 

sabato 3 gennaio 2026

Tangenziale di Pedemontana, rotatoria di via Nazioni Unite e traffico “indotto”

Le riflessioni sulla rotatoria di via Nazioni Unite a Seregno (leggi qui) si arricchiscono di uno spunto ricevuto in questi giorni: alcuni disegni e una breve considerazione che ci hanno aiutato ad allargare lo sguardo dal singolo intervento al sistema complessivo della mobilità. A partire da questo stimolo, ricevuto da Luciano Minotti – che ringraziamo – abbiamo provato a mettere in fila alcune osservazioni sugli effetti indiretti che i grandi progetti infrastrutturali possono produrre sulla rete stradale locale e interconnessa.

La nuova rotatoria di via Nazioni Unite a Seregno e il rischio traffico da Pedemontana. In verde le zone sensibili a rischio traffico.

Va chiarito fin dall’inizio che la richiesta della rotatoria è fortemente sostenuta dagli abitanti della zona e dal Comitato di Quartiere, e questa esigenza non è oggetto di discussione. Il tema che poniamo riguarda piuttosto il contesto in cui l’opera si inserisce e gli effetti che può contribuire a generare se non accompagnata da una visione più ampia.

Il punto di partenza è lo svincolo di Seveso della Pedemontana. Come noto, questo svincolo è progettato per consentire esclusivamente le manovre da e verso Milano. Chi proviene dalla zona sud di Seregno ed è diretto sulla Pedemontana in direzione Malpensa – o viceversa – non troverà lì una soluzione diretta. La scelta più “logica” e conveniente, dal punto di vista del conducente, sarà quindi quella di raggiungere lo svincolo di Meda.

Ed è qui che entra in gioco la rete locale. Per arrivare a Meda, una parte consistente del traffico potrebbe scegliere di attraversare vie oggi percepite come secondarie: via Saronno, via Meredo, via Vignazzola, fino a innestarsi sugli assi di collegamento verso lo svincolo. Non si tratta di un’ipotesi astratta, ma di un comportamento già osservato in molti contesti simili: quando un’infrastruttura principale non offre tutte le manovre desiderate, il traffico tende ad “adattarsi” utilizzando la viabilità minore.

Focus zona Meredo con evidenziati i transiti da disincentivare.

Un aspetto spesso sottovalutato è che questo asse di attraversamento non riguarda solo Seregno e Meda, ma coinvolge direttamente anche l’abitato della frazione Meredo di Seveso. Scelte infrastrutturali operate in due Comuni rischiano così di produrre effetti significativi su un terzo territorio, che si troverebbe a subire l’aumento dei flussi senza benefici diretti. In contesti residenziali di piccole dimensioni, anche incrementi contenuti di traffico possono incidere pesantemente su sicurezza, qualità ambientale e vivibilità.

In questo quadro, la rotatoria di via Nazioni Unite – pur rispondendo a un’esigenza reale del quartiere – non va considerata come un elemento isolato. Un’intersezione più fluida, che consente manovre oggi precluse, può rendere complessivamente più attrattivo un certo itinerario, soprattutto in presenza di nuove grandi infrastrutture come Pedemontana. Il rischio è che strade nate per servire la mobilità locale diventino progressivamente corridoi di attraversamento.

Via Saronno e l’area del parco del Meredo rappresentano un punto particolarmente delicato: sezione stradale limitata, contesto residenziale e ambientale, funzione che dovrebbe restare prevalentemente di accesso. Un aumento dei flussi potrebbe tradursi in più traffico, più rumore, maggiore insicurezza per pedoni e ciclisti e una pressione crescente su un’area verde che svolge già oggi un ruolo importante di equilibrio.

Una delle criticità della Tangenziale Meda–Seregno di Pedemontana riguarda proprio la scarsa attenzione agli effetti sulla rete stradale “minore”. Le valutazioni si concentrano sui nodi principali, mentre ciò che accade sulle strade comunali e nei quartieri – spesso oltre i confini amministrativi – resta in secondo piano, pur essendo lì che si manifestano gli effetti quotidiani.

In questo senso, la rotatoria non è il problema, ma può diventare parte di un problema più ampio se inserita in una visione frammentata. Le verifiche sugli impatti di traffico e gli interventi di mitigazione – limitazioni selettive al traffico di attraversamento, moderazione della velocità, protezioni ambientali e una chiara gerarchizzazione della rete viaria – dovrebbero accompagnare l’opera fin dall’inizio.

Segnalare questi rischi in anticipo non significa mettere in discussione le opere, ma provare a governarne gli effetti. La pianificazione serve a questo: anticipare, non inseguire. Integrare queste considerazioni nel dibattito pubblico può aiutare cittadini e amministratori a compiere scelte più consapevoli, tutelando la qualità della vita e il valore dei territori coinvolti, anche quando gli effetti si estendono oltre i confini di un singolo Comune.

venerdì 2 gennaio 2026

Meredo di Seveso: quando le infrastrutture “degli altri” arrivano sotto casa


La frazione Meredo di Seveso rischia di trovarsi, suo malgrado, al centro di trasformazioni infrastrutturali decise altrove. Due interventi distinti – i lavori in corso della tangenziale Meda–Seregno legata a Pedemontana e il recente progetto approvato dal Comune di Seregno per la rotatoria di viale Nazioni Unite – potrebbero infatti produrre effetti significativi sul quartiere, se non verranno adottate per tempo misure efficaci per impedire o mitigare il traffico di attraversamento.

Il Meredo di Seveso è un abitato di dimensioni contenute, con una viabilità locale che ha sempre avuto una funzione prevalentemente residenziale e di collegamento interno. Le strade che lo attraversano non sono nate per sostenere flussi elevati né per svolgere il ruolo di corridoi alternativi tra grandi infrastrutture. Eppure, proprio la combinazione di nuove opere rischia di cambiare questo equilibrio.

In blu la tangenziale Meda-Seregno. In verde le strade locali che saranno interessate dai flussi di traffico verso Pedemontana

La tangenziale Meda–Seregno, una volta completata, modificherà in modo rilevante i flussi di traffico sull’intero quadrante. A questo si aggiunge il fatto che alcuni svincoli della Pedemontana, come quello di Seveso, non consentono tutte le manovre, spingendo una parte del traffico a cercare percorsi alternativi sulla rete ordinaria. In questo scenario, l’asse Vignazzola–Meredo può diventare una scorciatoia “razionale” per chi si muove tra Seregno, Meda e la Pedemontana.

Il progetto della rotatoria di viale Nazioni Unite a Seregno, pensato per migliorare l’accessibilità e la sicurezza locale, si inserisce in questo quadro più ampio. Rendere più fluide alcune manovre e abbassare le attuali barriere alla percorrenza può avere effetti che vanno oltre il territorio comunale. Se non accompagnata da misure di governo del traffico, la maggiore permeabilità della rete potrebbe incentivare ulteriormente l’uso delle strade di Meredo come percorso di attraversamento, con ricadute dirette su un quartiere che non trae benefici da queste opere, ma ne subisce i costi.

Il rischio non è teorico. Più traffico significa maggiore rumore, peggioramento della qualità dell’aria, aumento dei pericoli per pedoni e ciclisti e una perdita complessiva di vivibilità. Effetti che, in un contesto residenziale come quello del Meredo di Seveso, si avvertono in modo immediato e profondo, anche con incrementi di flusso che altrove potrebbero sembrare marginali.

Per questo è fondamentale che si passi da una logica di interventi puntuali a una visione di area vasta. Quando si progettano infrastrutture di questo respiro, che incidono sui comportamenti di mobilità di interi territori, sarebbe non solo opportuno ma doveroso interpellare anche i Comuni sui quali questi interventi possono avere un impatto, diretto o indiretto. Non si tratta di rivendicare competenze, ma di praticare quella leale collaborazione istituzionale che dovrebbe essere alla base di ogni buona pianificazione.


Il Comune di Seveso, e in particolare i residenti della frazione Meredo, non possono trovarsi a gestire ex post gli effetti di decisioni assunte altrove. Le misure per impedire il traffico di attraversamento, per moderare le velocità, per tutelare la sicurezza e l’ambiente devono essere pensate e concordate prima che i flussi si consolidino, quando è ancora possibile governare i comportamenti e non solo subirli.

Erba, prorogata fino al 6 gennaio la mostra dei presepi di carta alla Chiesetta dei Magi


Prosegue fino al 6 gennaio la mostra dei presepi di carta allestita dall’associazione La Martesana presso la Chiesetta dei Magi di Erba. L’esposizione sarà visitabile tutti i pomeriggi, offrendo ancora per alcuni giorni l’opportunità di scoprire un percorso artistico che unisce creatività, tradizione e impegno solidale.


Accanto alla mostra, i visitatori potranno trovare il calendario 2026 dell’associazione e diverse proposte artistiche, pensate per sostenere le attività della Martesana e contribuire al progetto della scuola per i bambini di Timboni, in Kenya.

L’iniziativa si inserisce nel periodo delle festività come occasione culturale e di condivisione, rivolta a cittadini, famiglie e appassionati, in un contesto suggestivo come quello della chiesetta erbatese. La mostra rappresenta anche l’ultima possibilità, prima della chiusura, per conoscere da vicino il lavoro dell’associazione e le finalità sociali che accompagnano l’esposizione.

giovedì 1 gennaio 2026

“Qui c’è vita”: il messaggio di un bambino contro i botti


Un cartello disegnato a mano, poche parole scritte con l’urgenza e la sincerità dell’infanzia: “NIENTE BOTTI! QUI C’È VITA.”
È la storia di Luigi, un bambino di Cesano Maderno, che alla vigilia di Capodanno ha chiesto alla mamma di appendere davanti casa il suo messaggio. Un appello semplice, diretto, profondamente umano: rispetto per gli animali, per le persone, per la vita.

Il cartello è rimasto al suo posto solo tre ore. Poi qualcuno ha deciso di rimuoverlo.

Questa vicenda, tratta dalla pagina Facebook “Sei di Cesano Maderno se…”, racconta molto più di quanto sembri. Racconta di una sensibilità infantile che prova a farsi spazio in un mondo adulto spesso sordo. Racconta di come un gesto innocente, privo di qualsiasi intento provocatorio o politico, possa comunque infastidire al punto da essere cancellato.

Il risultato? Luigi che piange.
E un messaggio che invece di spegnersi si è amplificato, arrivando a centinaia di persone.

Nel dibattito nato sui social, come spesso accade, non sono mancate osservazioni formali e cavillose: permessi, divieti, regolamenti. Qualcuno ha chiesto se quel cartello avesse l’autorizzazione comunale, qualcun altro ha ricordato che “una cosa non è giusta solo perché la ritieni giusta tu”. Altri, fortunatamente, hanno colto il senso profondo del gesto, facendo i complimenti a Luigi per il disegno e ricordando che si trattava di un foglio appeso su una proprietà privata.

Ma al di là delle polemiche, resta una domanda fondamentale: che tipo di comunità vogliamo essere?

In Brianza, come altrove, ogni anno il tema dei botti torna puntuale. Animali terrorizzati, persone fragili in difficoltà, inquinamento acustico e atmosferico: sono fatti, non opinioni. E quando a ricordarcelo è un bambino, forse dovremmo fermarci ad ascoltare, invece di reagire con la rimozione e la prepotenza.

A Luigi va detto ciò che la rete gli ha già dimostrato: non tutte le persone sono così. Ce ne sono molte, molte di più, che credono nel rispetto, nella gentilezza e in un futuro diverso. Il suo cartello, anche se strappato via, oggi è visto e condiviso da centinaia di persone. E questo conta.

Come blog ambientalista della Brianza Centrale non possiamo che unirci a questo messaggio: meno botti, più vita.
Per gli animali, per l’ambiente, per i bambini che ci stanno mostrando – con un pennarello e un foglio di carta – la direzione giusta.

Il blog Brianza Centrale, un presidio ambientale che dura da sedici anni


Questo blog nasce nel dicembre del 2009, con l’obiettivo di offrire uno spazio di informazione e approfondimento dedicato alle questioni ambientali della Brianza Centrale. Un progetto nato dalla passione e dalla convinzione che il territorio avesse bisogno di un presidio attento, capace di osservare, documentare e raccontare ciò che spesso rimane ai margini dell’informazione tradizionale.

A inizio di un nuovo anno, è naturale fermarsi un momento a guardare il cammino percorso. Sedici anni dopo, possiamo dire che di strada ne è stata fatta molta.

In questo periodo sono stati pubblicati 5.964 post: un numero che racconta una presenza costante, quasi quotidiana, fatta di attenzione, studio e impegno. Ogni articolo è stato un tassello di un racconto più ampio: vertenze ambientali, scelte urbanistiche, trasformazioni del territorio, progetti controversi, ma anche esperienze positive e buone pratiche. Nel tempo, il blog è diventato un vero e proprio archivio della Brianza Centrale, utile per comprendere non solo l’attualità, ma anche le dinamiche che hanno portato alle situazioni di oggi.

Anche i dati sulle visite confermano questa crescita: 1.950.000 accessi complessivi dall’inizio e 300.000 visite nell’ultimo anno, pari a oltre 800 accessi al giorno. Numeri che indicano un interesse stabile, continuo, costruito nel tempo grazie alla credibilità e alla serietà del lavoro svolto.

Una credibilità che deriva anche da una scelta chiara: non limitarci a essere una voce allineata, ma esercitare, quando necessario, un ruolo critico. Talvolta questo blog è stato anche voce critica all’interno dello stesso mondo ambientalista. Una scelta non sempre comoda, ma coerente con l’idea che l’ambientalismo non debba mai trasformarsi in dogma o in potere.

Abbiamo sempre ritenuto che il dibattito, il confronto e la trasparenza siano parte integrante dell’impegno ambientalista. Per questo abbiamo accettato e favorito il contraddittorio, pubblicando opinioni diverse, repliche, chiarimenti e contributi non coincidenti con i nostri. La pluralità dei punti di vista è una ricchezza, non una minaccia.

Questa scelta di indipendenza non è stata sempre semplice. Talvolta le reazioni al nostro lavoro sono parse sopra le righe, ma abbiamo sempre continuato a fare informazione con serietà e trasparenza, convinti che la libertà di critica sia un valore fondamentale, soprattutto quando riguarda l’interesse pubblico e la tutela dell’ambiente.

Un elemento fondamentale di questi sedici anni è stato il rapporto con i lettori. Molte delle notizie, delle segnalazioni e dei documenti che abbiamo pubblicato sono arrivate da chi vive il territorio ogni giorno. Cittadini, comitati, associazioni e singole persone ci hanno scritto, inviato materiali, indicato problemi e situazioni spesso difficili da intercettare attraverso i canali ufficiali. Questo scambio continuo è una delle vere ricchezze del blog e dimostra come l’informazione ambientale sia, prima di tutto, un lavoro collettivo.

All’inizio di questo nuovo anno vogliamo quindi ringraziare chi ci segue, chi legge, commenta, critica, suggerisce e contribuisce. E rinnoviamo l’invito a continuare a farlo: segnalazioni, documenti, storie locali, osservazioni e punti di vista diversi sono sempre benvenuti. È anche grazie a questo rapporto diretto con il territorio se il blog ha potuto crescere e mantenere nel tempo la propria indipendenza.

A tutti i lettori, buon anno. Con l’auspicio che il nuovo anno porti maggiore attenzione all’ambiente, più consapevolezza e un dibattito sempre aperto e trasparente. Noi continueremo a fare la nostra parte, come abbiamo sempre fatto: informare, documentare, vigilare.