venerdì 27 febbraio 2026

SOS Rospi sul Lago di Como: servono volontari per salvare la colonia di Bufo bufo


Da oltre 25 anni, ogni primavera, un gruppo di volontari e volontarie si mobilita per salvare una delle più numerose colonie di rospo comune (Bufo bufo) della Lombardia. Oggi però questa lunga storia di tutela rischia di interrompersi: mancano volontari, e la colonia è in serio pericolo.

L’appello arriva dal territorio del Lago di Como, in particolare dal comune di Lezzeno, nelle località Cavagnola e Crotto del Misto, dove ogni anno si svolge l’ormai storica Operazione Bufo Bufo.

Il rospo comune (Bufo bufo) è un anfibio anuro (senza coda) fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi, ma sempre più minacciato da cambiamenti climatici, frammentazione degli habitat e traffico stradale.

Tra fine marzo e inizio maggio, con l’aumento delle temperature, i rospi si risvegliano dal letargo invernale e scendono dai boschi verso il lago per la deposizione delle uova. Durante questo tragitto sono però costretti ad attraversare strade molto trafficate, dove rischiano di essere schiacciati dalle auto. In poche settimane, intere colonie possono scomparire.

I volontari, organizzati in turni serali e notturni, raccolgono i rospi trovati sulla carreggiata o lungo le barriere, li mettono in secchi e li rilasciano in sicurezza sul lato corretto della strada, permettendo loro di raggiungere l’area riproduttiva.

Un gesto semplice ma decisivo: il salvataggio di Bufo bufo non è solo un atto di tutela della biodiversità, ma anche un investimento nella salute dell’ecosistema di cui facciamo parte.

Cosa serve per partecipare

Non è richiesta alcuna competenza specifica, solo attenzione e disponibilità. Il kit consigliato comprende:

  • gilet catarifrangente
  • secchio
  • torcia potente
  • guanti in lattice
  • scarpe comode (meglio antipioggia)
  • k-way o giacca impermeabile
  • smartphone

Un appello urgente

Quest’anno il gruppo storico di volontari è ridotto all’osso e il rischio concreto è di dover abbandonare una colonia protetta da oltre due decenni.

Per questo lanciamo un appello a chi vive sul territorio e nei dintorni, ma anche a chi può offrire qualche turno occasionale o semplicemente far girare la notizia.

Come dare una mano


Chi è interessato a partecipare o desidera ricevere maggiori informazioni può scrivere a: wwfinsubria@gmail.com

Aiutare i rospi significa proteggere la biodiversità locale, vivere un’esperienza concreta di cittadinanza attiva e dimostrare che anche piccoli gesti, se condivisi, possono fare una grande differenza.

👉 Diffondiamo l’appello. Il futuro dei rospi del Lago di Como dipende anche da noi. 🐸💚

Bosco delle Querce "Patrimonio Europeo", ma la Pedemontana abbatte 3.200 alberi


Il Bosco delle Querce di Seveso e Meda è stato ufficialmente riconosciuto come sito insignito del Marchio del Patrimonio Europeo dalla Commissione europea. Un riconoscimento importante, che arriva a cinquant’anni dal disastro dell’ICMESA e che colloca il Bosco tra i luoghi simbolo della memoria, dell’identità civile e della coscienza ambientale europea.

La cerimonia di consegna del Marchio si terrà a Bruxelles il 22 aprile 2026. Si tratta del primo sito in Lombardia a ottenere questo riconoscimento e del sesto in Italia, un fatto che dà al Bosco delle Querce una rilevanza che va ben oltre i confini locali.

Il Bosco sorge sull’area contaminata dall’incidente industriale del 10 luglio 1976, una delle più gravi catastrofi ambientali del Novecento. La successiva bonifica e riforestazione hanno trasformato quella ferita in un parco regionale di oltre 42 ettari, oggi dedicato alla memoria, all’educazione ambientale e alla formazione civica.

Proprio da quella tragedia nacquero le cosiddette Direttive Seveso, fondamentali per la legislazione europea in materia di sicurezza industriale. Nelle motivazioni ufficiali, il panel europeo ha sottolineato il valore simbolico ed educativo del sito, nonché l’innovatività del percorso di risanamento ambientale.


Il presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha parlato di “simbolo di rinascita” e di una nuova coscienza ambientale nata proprio a seguito del disastro di Seveso. Anche l’assessora alla Cultura Francesca Caruso ha definito il Bosco “custode della memoria” e luogo di trasmissione dei valori alle nuove generazioni, mentre l’assessore al Territorio Gianluca Comazzi ha rivendicato il lavoro svolto in questi decenni dalle istituzioni e dai tecnici regionali.

Accanto alle celebrazioni ufficiali, però, emergono riflessioni critiche dal territorio. Alberto Colombo, di Sinistra e Ambiente Meda, ha ricordato come il riconoscimento europeo non possa far dimenticare le contraddizioni ancora aperte.

Colombo sottolinea innanzitutto che l’amministrazione di Seveso dovrebbe “ringraziare anche i gruppi ambientalisti locali che da tempo si battono per la sua tutela” e che hanno promosso progetti di memoria, informazione ed educazione ambientale all’interno del Bosco, mantenendone vivo il significato storico e civile. Gli stessi gruppi, ricorda, da anni chiedono l’ampliamento del parco, non la sua riduzione.

Ed è qui che emerge il nodo più critico: ben 2 ettari verranno sbancati per far passare l’inutile e impattante Autostrada Pedemontana Lombarda, con l’abbattimento di 3.200 alberi. Una ferita che rischia di colpire proprio un’area oggi celebrata come patrimonio europeo.


Secondo Colombo, sulla Autostrada Pedemontana Lombarda le amministrazioni comunali di Seveso e Meda “sono state completamente subalterne alle volontà di APL e di Regione Lombardia”, accettando un’opera fortemente contestata per l’impatto ambientale e territoriale.

Non manca infine una stoccata alla comunicazione istituzionale: le dichiarazioni del presidente Fontana e della Giunta regionale appaiono, a suo giudizio, “propagandistiche”, perché presentare Regione Lombardia come “sensibile all’ambiente” mentre si autorizzano opere come la Pedemontana “fa un poco sorridere”.

Il Marchio del Patrimonio Europeo è senza dubbio un risultato significativo. Ma, come ricordano le associazioni ambientaliste, la vera coerenza sta nelle scelte future: protezione integrale del Bosco, stop alle sottrazioni di suolo, ampliamento dell’area verde e rafforzamento del suo ruolo educativo.

Grandi eventi, grandi danni: cosa resta dopo le Olimpiadi


Venerdì 27 febbraio alle ore 21, alla Sala Pertini di via Gramsci a Desio, arriva Il Grande Gioco – Milano-Cortina, il rovescio delle medaglie, un film collettivo che mette in discussione la narrazione trionfalistica delle Olimpiadi invernali 2026.

Prodotto dal laboratorio Off Topic insieme al Comitato Insostenibili Olimpiadi, il film racconta cosa si nasconde dietro i grandi eventi sportivi: consumo di suolo, opere invasive, montagne artificiali di debito pubblico e territori sacrificati in nome dello “sviluppo”.

Un tema che riguarda da vicino anche la Brianza, dove infrastrutture e grandi opere continuano a minacciare ambiente, salute e beni comuni. Non a caso, la serata prevede l’intervento di Silvio La Corte, autore del libro La bolla olimpica, e il Coordinamento No Pedemontana, da anni impegnato contro un modello di sviluppo insostenibile.

L’iniziativa è promossa dall’associazione Disabili Pirata e sostenuta da Desio Bene Comune, con l’adesione di realtà locali attente alla giustizia ambientale e sociale.

1976–2026 | Disastro diossina | 2. L’ICMESA avvia la produzione di triclorofenolo


Nel 2026 ricorre il 50° anniversario del disastro diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.

Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente diossina TCDD si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile. Fu il punto di arrivo di oltre trent’anni di inquinamenti, omissioni, controlli insufficienti e scelte industriali compiute in spregio alla salute pubblica.
Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprendere davvero il significato di quella tragedia.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale avvia un percorso di memoria storica e civile, riprendendo e condividendo il lavoro di Sinistra e Ambiente di Meda, basato sulla ricerca documentale dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, Ed. Auditorium, 2006), parte del progetto Ponte della Memoria.

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Seconda puntata
L’ICMESA e l’avvio della produzione di triclorofenolo
a cura di Sinistra e Ambiente, Meda



Per questa seconda puntata accompagniamo, con un nostro approfondimento, il lavoro storico di Massimiliano Fratter dedicato all’avvio, presso l’ICMESA di Meda, della produzione di triclorofenolo (TCF).

L’ICMESA è stata protagonista delle cronache locali sin dal suo insediamento, nel 1945, per il mancato rispetto delle normative, per produzioni insalubri e per l’inquinamento di aria, suolo e acque.

Il gruppo Givaudan–Hoffmann–La Roche, in continuità con una politica aziendale orientata alla ricerca di condizioni produttive favorevoli nei Paesi con normative meno severe, decise nel 1969 di avviare nello stabilimento di Meda la produzione del 2,4,6-triclorofenolo.

Il triclorofenolo veniva utilizzato per la produzione di:

  • erbicidi come il 2,4,5-T e il 2,4,5-TP (fenoprop), impiegati in agricoltura e forestazione
  • esaclorofene, disinfettante utilizzato anche in saponette e shampoo

In Italia l’uso di questi diserbanti fu prima limitato e poi proibito nel 1970, ma ciò non impediva la loro produzione destinata all’esportazione.

Il 2,4,6-triclorofenolo si ottiene per idrolisi alcalina del 1,2,4,5-tetraclorobenzene (TCB) con idrossido di sodio, seguita da acidificazione.
Il processo avviene a temperature superiori ai 150 °C, che devono essere rigorosamente controllate.

Il controllo termico è cruciale perché le diossine si formano in particolare tra i 200 °C e i 500 °C, diventando un sottoprodotto indesiderato e altamente tossico.

Dal 1914 esistevano diversi brevetti per la produzione del triclorofenolo (AGAF, Givaudan, Dow Chemical, Ringwood Chemical).
L’ICMESA utilizzò il brevetto Givaudan, ma introducendo modifiche sostanziali, concordate e note alla casa madre.

La principale riguardava la riduzione dei solventi, per aumentare la quantità di reagenti nel reattore e quindi la produttività.
Fu inoltre anticipata la distillazione del glicole, con l’obiettivo di risparmiare tempi, energia e impiantistica.

Queste scelte ridussero però il cosiddetto “volano termico”, rendendo il processo molto più instabile e difficile da controllare, anche perché mancavano dispositivi automatici di sicurezza.

L’anticipo della distillazione del glicole comportava che il triclorofenato sodico restasse a temperature elevate per tempi più lunghi del previsto.
Questo favoriva la formazione della 2,3,7,8-tetracloro-dibenzo-p-diossina (TCDD) in quantità rilevanti.

Il TCF grezzo veniva poi distillato più volte per eliminare le impurità, accantonando le frazioni contaminate.

Nel 1971 l’ICMESA installò un forno “pilota” per smaltire i residui chimici, entrato in funzione nel 1972.
Nel forno finirono anche i residui del ciclo del triclorofenolo accumulati negli anni precedenti.

Il forno non disponeva di sistemi di controllo della temperatura, e quindi non garantiva il raggiungimento dei 1.000 °C necessari a distruggere la diossina.
Per anni i residui furono bruciati senza alcuna certezza di sicurezza, con il rischio di aumentare anziché eliminare la contaminazione.

Per produrre triclorofenolo non fu richiesta alcuna autorizzazione edilizia: venne riconvertito un reattore esistente nel reparto B.
L’impianto era interamente manuale, non a ciclo chiuso e privo di:

  • sistemi automatici di controllo e allarme
  • blocchi di sicurezza per il vapore surriscaldato
  • attivazione automatica del raffreddamento
  • abbattimento dei gas tossici
  • serbatoi di contenimento in caso di sovrapressione
  • strumenti funzionanti per la misurazione del pH

Dopo la fase sperimentale del 1969, la produzione iniziò nel 1970.
I quantitativi aumentarono costantemente:

  • 33.000 kg (1971)
  • 40.350 kg (1972)
  • 38.400 kg (1974)
  • 105.346 kg (1975)
  • 142.820 kg fino al 9 luglio 1976

I principali destinatari furono gli stabilimenti Givaudan di Vernier (Ginevra) e Clifton (New Jersey).

Prima del 1976 si erano già verificati numerosi incidenti gravi legati alla produzione di triclorofenolo e 2,4,5-T negli Stati Uniti, in Europa occidentale e nell’Europa dell’Est, con:

  • cloracne diffusa tra i lavoratori
  • esplosioni di reattori
  • decessi sospetti
  • avvelenamenti cronici

La pericolosità del processo era dunque ampiamente conosciuta.

La modifica consapevole del ciclo produttivo, l’assenza di dispositivi di sicurezza, il mancato rispetto delle normative e l’inquinamento sistematico dell’ambiente furono scelte deliberate, assunte dal gruppo proprietario con piena consapevolezza dei rischi.

La fuoriuscita di diossina dall’ICMESA non fu un incidente.
Fu un DISASTRO COLPEVOLE.

  

giovedì 26 febbraio 2026

Nel nome della Resistenza: l’ANPI di Seregno a Castelnuovo Nigra per ricordare il partigiano Livio Colzani


Un viaggio nella memoria, tra storia, territori e valori condivisi. È con questo spirito che l'ANPI di Seregno promuove una giornata aperta alla cittadinanza, dedicata al ricordo della Resistenza e di uno dei suoi protagonisti, il partigiano Livio Colzani. L’iniziativa si svolgerà sabato 7 marzo a Castelnuovo Nigra, luogo profondamente legato alla sua storia.

A spiegare il significato dell’appuntamento è la presidente della sezione seregnese, Mariadele Frigerio, che sottolinea il valore della continuità e della partecipazione: «Anche quest’anno la nostra sezione si recherà a Castelnuovo Nigra per ricordare il nostro partigiano Livio Colzani». Un momento che non sarà solo commemorativo, ma anche istituzionale e collettivo. «Insieme a noi ci sarà un rappresentante dell’Amministrazione comunale, i rappresentanti dell’amministrazione di Castelnuovo e la sezione ANPI di Rivarolo Canavese, con noi gemellata».

La giornata prevede una cerimonia di ricordo, aperta a tutte e tutti. «Siete tutti invitati ad unirvi a noi», ribadisce Frigerio, richiamando l’importanza di una memoria condivisa e partecipata. Al termine della cerimonia, i partecipanti si ritroveranno per un pranzo conviviale presso il ristorante di una compagna di Castelnuovo, come occasione di incontro e socialità.


La partenza è fissata per le ore 8.00 di sabato 7 marzo, con ritrovo al parcheggio di via Piave, accanto alla Chiesa di Santa Valeria. Il costo del pranzo è di 16 euro (antipasto, primo, secondo e caffè), con dolce facoltativo a parte.

Per motivi organizzativi, è richiesta la conferma di partecipazione entro giovedì 5 marzo, scrivendo all’indirizzo email della sezione: anpi.seregno@gmail.com.

martedì 24 febbraio 2026

Seregno e il paradosso del vecchio ospedale

L'Ospedale di Seregno in una cartolina d'epoca

Il confronto sul futuro della sanità a Seregno si è finora concentrato quasi esclusivamente sulla possibile localizzazione del nuovo ospedale riabilitativo nell’area agricola del Dosso, all’interno del Parco GruBrìa. Ma i commenti e le osservazioni arrivate in questi giorni mostrano con chiarezza che le questioni centrali sono altre, e restano in gran parte senza risposta.

Dalle dichiarazioni dell’Amministrazione emerge che la ristrutturazione dell’attuale ospedale di via Verdi costerebbe circa 31 milioni di euro, mentre la costruzione di un nuovo presidio arriverebbe a 72 milioni.
Una differenza enorme, soprattutto se si considera che:
  • ristrutturare costa meno della metà,
  • non comporta nuovo consumo di suolo,
  • mantiene una funzione pubblica in un’area già urbanizzata,
  • evita nuovi carichi viabilistici e infrastrutturali.
Eppure questa opzione viene rapidamente accantonata, quasi fosse tecnicamente irrilevante.
La domanda allora è inevitabile: perché una soluzione più economica e meno impattante non viene seriamente discussa?

Il vecchio ospedale, inoltre, non può semplicemente essere “dimenticato”: dovrà comunque essere messo in sicurezza o rifunzionalizzato.
Ma per farne cosa?
Su questo punto il dibattito pubblico è sorprendentemente silenzioso.

Dai commenti di operatori sanitari ed ex lavoratori del presidio di Seregno emerge un’altra riflessione cruciale: un ospedale riabilitativo ha senso se è isolato dai principali servizi ospedalieri?

Dopo la chiusura del presidio seregnese, i servizi riabilitativi sono stati progressivamente integrati negli ospedali di Desio e Vimercate.
L’integrazione ha comportato criticità iniziali, ma anche vantaggi importanti:
  • maggiore accesso a specialisti,
  • migliore gestione delle emergenze,
  • più tutele per i lavoratori,
  • migliore presa in carico complessiva dei pazienti.
Costruire un nuovo polo riabilitativo separato rischia invece di riproporre problemi già noti: isolamento funzionale, difficoltà di gestione delle urgenze, ulteriore pressione su un personale sanitario che oggi è la vera risorsa scarsa, molto più degli edifici.

Un commento ha giustamente richiamato la necessità di superare una logica puramente comunale e pensare i servizi a scala più ampia, evitando duplicazioni e puntando sulla qualità. Un ragionamento condivisibile, che rafforza una considerazione di fondo: non è detto che la risposta migliore consista nel costruire un nuovo edificio, soprattutto se esistono strutture già operative e integrabili.

Tutto questo mentre l’area individuata per il nuovo ospedale ricade all’interno del Parco GruBrìa, uno dei pochi grandi spazi agricoli continui rimasti in Brianza centrale.

Consumare nuovo suolo in un’area protetta appare ancora meno comprensibile se:
  • esiste un ospedale da ristrutturare,
  • esistono presidi vicini già funzionanti,
  • il problema principale segnalato dagli operatori è la carenza di personale, non di metri quadrati.
Alla luce di tutto questo, il dibattito sul “dove costruire” appare incompleto se prima non si risponde a domande molto più semplici:
  • perché la ristrutturazione del vecchio ospedale viene scartata senza un vero confronto?
  • quale futuro si immagina per l’area di via Verdi?
  • un centro riabilitativo isolato migliora davvero la qualità delle cure?
  • ha senso consumare suolo agricolo quando esistono alternative meno costose e più razionali?
Finché queste domande resteranno senza risposta, la costruzione di un nuovo ospedale continuerà ad apparire non come una necessità inevitabile, ma come una scelta politica precisa, ancora tutta da spiegare.

Il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” accende i riflettori sul lago di Pusiano


La Regione Lombardia ha approvato i criteri per l’assegnazione di contributi destinati al risanamento delle acque dei laghi lombardi, mettendo a disposizione oltre 3 milioni di euro per il triennio 2026-2028 (leggi qui). Le risorse saranno utilizzate per interventi sui laghi presenti nelle province di Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Milano, Mantova, Varese e Sondrio, con l’obiettivo di migliorare la qualità ambientale e la funzionalità ecologica degli ecosistemi lacustri.

Il finanziamento regionale prevede tre principali tipologie di intervento: la tutela e il miglioramento della biodiversità, attraverso la gestione delle specie animali e vegetali; la riqualificazione delle sponde, con interventi morfologici e la creazione di ecosistemi filtro e fasce tampone; infine, il miglioramento dell’assetto fognario, con azioni volte al contenimento degli scarichi e alla gestione sostenibile delle acque meteoriche urbane lungo le rive dei laghi.

In questo contesto si inserisce l’intervento del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi", che ha espresso l’auspicio che parte delle risorse regionali vengano destinate anche ai laghi briantei che presentano ancora gravi criticità ambientali. In particolare, l’associazione richiama l’attenzione sulla situazione del Lago di Pusiano, uno dei bacini più compromessi dal punto di vista della qualità delle acque.

Secondo il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, il lago di Pusiano continua a risentire della presenza di scarichi fognari non adeguatamente depurati che confluiscono direttamente nel lago o attraverso i suoi affluenti. A questo si aggiunge il problema degli sfioratori di piena, che in occasione di forti precipitazioni rilasciano reflui non trattati in prossimità delle sponde lacustri e dei corsi d’acqua, una criticità spesso legata alla persistenza di fognature miste in diversi comuni del territorio.

A delineare con maggiore precisione il quadro è Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, che sottolinea come i dati disponibili confermino una situazione preoccupante: «I dati relativi al lago di Pusiano attestano una situazione di forte inquinamento. La conferma si è avuta anche la scorsa estate, con la non balneabilità di alcune spiagge e approdi nei comuni di Pusiano e Merone».

Fumagalli richiama inoltre l’attenzione sui risultati delle analisi più recenti: «Nei mesi scorsi anche i dati sulla presenza dei PFAS, le cosiddette sostanze chimiche perenni, hanno visto il lago di Pusiano come il più inquinato tra i laghi briantei e lariani, con concentrazioni molto elevate».

Da qui l’appello alle istituzioni competenti affinché si intervenga in modo strutturale: «Come Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” siamo molto preoccupati dello stato di salute del lago. Chiediamo ai Comuni rivieraschi, alle Province di Como e Lecco e alla Regione Lombardia di intervenire per il disinquinamento del lago. Il problema principale è rappresentato dagli scarichi fognari che ancora oggi confluiscono nel lago, direttamente o tramite gli affluenti, in particolare il Lambrone».

L’associazione auspica quindi che i nuovi fondi regionali possano essere intercettati anche per il lago di Pusiano: «Auspichiamo che parte del finanziamento regionale venga utilizzata per avviare interventi concreti di eliminazione degli scarichi e di efficientamento delle fognature, così da arrivare finalmente al disinquinamento delle acque del lago».


Il tema dello stato ambientale del lago di Pusiano sarà al centro anche di un incontro pubblico dal titolo “Come sta il lago di Pusiano? – Qualità delle acque del lago tra inquinamento e crisi climatica”, organizzato dal Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” per la sera di venerdì 10 aprile presso Palazzo Beauharnais a Pusiano. L’iniziativa, attualmente in fase di preparazione, avrà l’obiettivo di informare e sensibilizzare la cittadinanza sulle condizioni di salute del lago e sulle prospettive di risanamento.

venerdì 20 febbraio 2026

Nuovo ospedale di Seregno: una scelta già scritta dentro il Parco GruBrìa?

L'area agricola di San Salvatore - Dosso, dove si ipotizza di costruire il nuovo ospedale

L’assemblea di quartiere di San Salvatore Dosso, raccontata dalla stampa locale, ha riportato al centro del dibattito pubblico una questione decisiva per il futuro della città: la localizzazione del nuovo ospedale di Seregno.

Le dichiarazioni del sindaco Alberto Rossi e degli assessori presenti meritano però una lettura attenta, perché al di là delle parole formali emergono orientamenti politici già piuttosto chiari, anche se non dichiarati apertamente.

L’Amministrazione comunale afferma di valutare due possibilità:
  1. il riuso di aree dismesse all’interno del tessuto urbano,
  2. la costruzione del nuovo presidio sull’area agricola del Dosso, di proprietà di ASST.
Ma il modo in cui queste alternative vengono presentate non è affatto neutro.
Le aree dismesse vengono subito descritte come troppo piccole (circa 15.000 mq), frammentate, private e con tempi lunghi di acquisizione. Un elenco di limiti che le rende, di fatto, un’opzione poco credibile.

Sull’area del Dosso, al contrario, il racconto si fa concreto: concept già immaginato, modello “scandinavo”, aumento dei posti letto, inserimento nel verde. Tutti elementi che indicano che la progettazione mentale è già partita da lì.

Planimetria dell'area dove si propone di costruire il nuovo ospedale

Un passaggio particolarmente significativo delle dichiarazioni è quello in cui si evoca lo scenario peggiore: la possibilità che il nuovo ospedale venga realizzato in un altro Comune.

Questo argomento introduce una forte pressione politica: la scelta non viene presentata come il risultato di un confronto tra alternative, ma come una decisione obbligata. Accettare il Dosso o rischiare di perdere un presidio fondamentale di sanità pubblica.

È una strategia comunicativa evidente: non si dichiara apertamente la scelta, ma la si costruisce come inevitabile.

Sul tema del consumo di suolo, il sindaco ha sostenuto che Seregno sarebbe il Comune della provincia con il più basso tasso di crescita. Ma i dati ISPRA aggiornati a fine 2025 raccontano un quadro meno consolante.

Seregno ha già superato il 54% di suolo consumato, collocandosi tra i Comuni più urbanizzati della Brianza. In un territorio già così saturo, ogni ulteriore consumo – soprattutto di suolo agricolo – ha un peso ambientale enorme, anche se l’incremento percentuale annuo appare contenuto.

Parco GruBrìa. L'area agricola vista dal Dosso

C’è poi un aspetto cruciale che nel dibattito pubblico viene appena sfiorato, se non del tutto omesso: l’area agricola del Dosso fa parte del Parco GruBrìa.

Il GruBrìa è un Parco Locale di Interesse Sovracomunale nato per tutelare gli ultimi suoli agricoli continui della Brianza centrale, contrastare la frammentazione territoriale e offrire una funzione ecologica, climatica e paesaggistica in una delle aree più urbanizzate d’Italia.

Costruire un grande polo ospedaliero all’interno del perimetro del Parco significa mettere in discussione il senso stesso dello strumento di tutela, aprendo un precedente che rischia di svuotare di significato ogni vincolo ambientale.

Mentre questo dibattito è in corso, emerge però un’ulteriore considerazione, sollevata anche da operatori sanitari: è davvero necessario costruire un nuovo polo ospedaliero?

Dopo la chiusura del presidio seregnese, molti servizi sono stati redistribuiti e assorbiti dagli ospedali di Desio e Vimercate, che sembrano averli integrati senza particolari criticità strutturali.

Questo apre uno scenario diverso da quello raccontato: forse il problema principale non è la mancanza di edifici, ma la carenza cronica di personale sanitario e di risorse umane, una questione che nessun nuovo ospedale – per quanto moderno e “immerso nel verde” – può risolvere da sola.

Se con una parte dei fondi disponibili fosse possibile potenziare e qualificare le strutture esistenti, migliorando dotazioni e organici, avrebbe senso consumare nuovo suolo agricolo – per di più dentro un Parco – per realizzare un nuovo edificio?

A questo punto il nodo diventa duplice:
  • territoriale, perché si propone di costruire su suolo agricolo protetto in una città già oltre il 54% di consumo di suolo;
  • sanitario, perché non è affatto scontato che la risposta ai bisogni di cura passi necessariamente da una nuova struttura.
Il rischio è che la costruzione di un nuovo ospedale diventi una risposta edilizia a problemi che sono invece organizzativi, gestionali e di personale.

Se davvero si ritiene inevitabile costruire un nuovo ospedale dentro il Parco GruBrìa, lo si dica chiaramente, spiegando:
  1. perché non bastano le strutture esistenti,
  2. perché la rigenerazione urbana non è praticabile,
  3. perché il consumo di suolo agricolo sarebbe un prezzo accettabile.

giovedì 19 febbraio 2026

Erba, abbattuti gli alberi del parco di via Volta: la dura presa di posizione del Circolo Ambiente


La recente eliminazione di numerose alberature nel parco di via Volta, nel centro di Erba, ha suscitato forte preoccupazione e indignazione nel mondo ambientalista locale. A intervenire con un comunicato molto critico è il Circolo Ambiente "Ilaria Alpi", che parla apertamente di “scempio ambientale” e chiama in causa le responsabilità dell’Amministrazione comunale.

Secondo quanto denunciato dall’associazione, dopo due giorni di interventi di taglio “a terra restano solo i resti di quello che è stato uno scempio ambientale”. Il Circolo Ambiente sottolinea come siano stati abbattuti “decine di alberi, molti apparentemente sani”, cancellando di fatto quello che viene definito “un piccolo polmone verde in centro città, che garantiva ossigeno e refrigerio”.


Nel comunicato si evidenzia come l’area sia ora destinata a una profonda trasformazione urbanistica: “Di quello che era uno storico parco alberato, restano ora solo cataste di piante. Adesso quell’area è purtroppo destinata ad ospitare una distesa di cemento e asfalto, per un inutile intervento edilizio, previsto e autorizzato dall’Amministrazione comunale.”

Un altro punto centrale della presa di posizione riguarda il ruolo degli enti di tutela. Il Circolo Ambiente rende noto di aver ricevuto una risposta dalla Soprintendenza, in seguito a una segnalazione formale: “Il Soprintendente afferma di non avere competenza sul progetto, essendo l’area non vincolata dal punto di vista paesaggistico, ma auspica che la Commissione comunale per il paesaggio abbia valutato con attenzione il progetto.”

Un auspicio che, secondo l’associazione, non troverebbe riscontro nei fatti. Nel comunicato si legge infatti: “La Commissione comunale si è limitata a dare parere favorevole, classificando il progetto con un ‘giudizio d’impatto neutro’, ignorando la cancellazione e la cementificazione dello storico parco alberato.”

Il parco prima del taglio

La Soprintendenza, nella sua risposta, richiama inoltre la necessità di tutelare il patrimonio arboreo e storico: “Si auspica che siano state tenute in debita considerazione la possibilità di conservare in sito alberature significative e di pregio, piantumate in prevalenza a partire dagli anni Settanta e Ottanta, e quella di prevederne un’adeguata compensazione in caso di abbattimento.”

Ma, secondo quanto riferisce il Circolo Ambiente, le compensazioni previste sarebbero del tutto insufficienti: “Da ciò che sappiamo, la compensazione delle alberature avverrà solo in parte, con i soliti piccoli alberelli che faranno da contorno all’asfalto del nuovo parcheggio. Nulla a che vedere con gli alberi di alto fusto tagliati nei giorni scorsi.”

Nel documento si richiama infine anche il valore storico dell’area, con riferimento al muro di cinta lungo via Volta, “arteria tracciata tra la metà e la fine dell’Ottocento”, che la stessa Soprintendenza invita a preservare.


Il comunicato si chiude con una considerazione amara da parte dell’associazione ambientalista, che sintetizza il senso della protesta: “Resta l’amaro in bocca per uno scempio ambientale che si poteva evitare, se solo il Sindaco e la Giunta avessero avuto a cuore la tutela degli alberi e del verde, anziché continuare a riempire il territorio di cemento e asfalto.”

Mulini di Baggero: una passeggiata tra acqua, storia e paesaggio nella Valle del Lambro


La Brianza non è solo industria e urbanizzazione: è anche acqua, memoria e paesaggio. È da questa consapevolezza che nasce la passeggiata “Mulini di Baggero”, un nuovo appuntamento di cammino narrato e ambientale nel cuore della Valle del Lambro, organizzato dall'ARCI di Macherio e pensato per riscoprire territori spesso attraversati senza essere davvero osservati.

Foto di Gianni Casiraghi

Il percorso accompagna i partecipanti in un anello che unisce Nibionno, Costa Masnaga e Merone, seguendo il corso del fiume Lambro e delle sue derivazioni artificiali. È proprio l’acqua la protagonista silenziosa della giornata: una risorsa naturale che per secoli ha alimentato mulini, opifici e comunità locali, lasciando segni ancora ben visibili nel paesaggio.


Fulcro dell’escursione sono i Mulini di Baggero, uno dei complessi molitori storici meglio conservati della Brianza. Qui la forza dell’acqua veniva trasformata in energia e lavoro, in un equilibrio antico tra attività umane e ambiente. La visita guidata al mulino consente di entrare fisicamente in questo sistema, osservando da vicino ruote idrauliche, canali e strutture che raccontano una lunga storia di ingegno e adattamento al territorio.

Informazioni pratiche


La passeggiata si svolgerà domenica 1 marzo 2026.
Il ritrovo è previsto alle ore 8.30 in località Tabiago di Nibionno (LC), presso il parcheggio del Cimitero di Tabiago, in via Cimitero (coordinate indicative: 45.75163, 9.26137).

Il termine dell’escursione è previsto intorno alle 13.45.

L’itinerario è un anello collinare di circa 8,9 km, con un dislivello complessivo di circa 180 metri. Si sviluppa su sentieri facili, strade urbane e percorsi ciclopedonali e campestri. È consigliato l’uso di bastoncini da escursionismo.

La passeggiata include la visita guidata al Mulino di Baggero ed è riservata ai soci ARCI.
L’iscrizione è obbligatoria, con un numero massimo di 30 partecipanti, ed è prevista una sottoscrizione di 5 euro.

Per iscrizioni:
📧 cultura@arcimacherio.it
📞 335 632 8590 (Augusta)

Per informazioni:
📞 339 844 6553 (Gianni)

Come da consuetudine, gli organizzatori non si assumono responsabilità per eventuali incidenti o danni a persone e/o cose.

lunedì 16 febbraio 2026

Monte San Primo: dalla neve che non c’è più a un nuovo turismo possibile


Riceviamo e pubblichiamo


Sabato 21 febbraio 2026, alle ore 15.45, presso la Sala Civica di Piazza Martignoni a Camnago Volta, si terrà l’incontro “Quale turismo per il Triangolo Lariano? San Primo e non solo…”.

L’incontro sarà occasione per riflettere sui modelli turistici da adottare in un territorio montano in cui è necessario coniugare il rispetto della natura con la fruibilità dei luoghi e le attività delle comunità locali.

Verrà presentato il libro “Monte San Primo. Una montagna straordinaria. Un progetto da riconsiderare”, alla presenza dell’autrice Nunzia Rondanini.

Il volume nasce a seguito del vivace dibattito, ripreso anche a livello nazionale e perfino internazionale, iniziato nell’autunno del 2022, quando il Comune di Bellagio e la Comunità Montana del Triangolo Lariano annunciarono la disponibilità di circa 5 milioni di euro per “rilanciare il turismo” nel territorio del Monte San Primo. Si tratta di finanziamenti provenienti in parte dalla stessa Comunità Montana, in parte dalla Regione e in parte dal Ministero degli Interni (tre milioni di euro).

Quando si prese visione del primo progetto di fattibilità tecnica ed economica, relativo alla prima tranche del finanziamento, emerse però che il “rilancio turistico” prevedeva, tra i vari interventi, il ripristino di un comprensorio sciistico in un’area dove la neve cade ormai solo per pochi giorni all’anno, oltre a nuovo consumo di suolo legato alla realizzazione di ampi parcheggi.

Si levarono così numerose voci critiche, fino alla formazione di un coordinamento denominato “Salviamo il Monte San Primo”, che annovera oggi ben 39 associazioni e gruppi: alcuni di valenza regionale, come Legambiente, WWF, CAI, Lipu, Federazione Speleologica Lombarda, e altri attivi da anni a livello locale, come il Circolo Ambiente Ilaria Alpi o il Gruppo Naturalistico della Brianza.

Nunzia Rondanini è membro di questo comitato; di professione architetta, è un’attenta e appassionata conoscitrice di questi luoghi fin dall’infanzia, nei quali è tornata a vivere dopo periodi trascorsi all’estero. Nel libro descrive le bellezze naturali di questo scrigno di biodiversità, ripercorre la storia del Monte San Primo e racconta come sia cambiata nel tempo la vita delle persone che lo animano.

L’autrice riassume quindi i contenuti del progetto contestato, mettendone in luce criticità, rischi e incongruenze, per arrivare a elencare le proposte alternative elaborate negli ultimi anni dal coordinamento, attraverso il confronto con le comunità locali e con esperti di diverse discipline.

Nel corso dell’incontro si discuterà dunque della possibilità di sviluppare un turismo sostenibile senza snaturare luoghi che, negli ultimi anni, sono stati interessati da profondi cambiamenti climatici, capaci di modificarne sempre più la fruibilità e di accentuarne la fragilità.

Introdurrà i temi dell’incontro Marzio Marzorati, di Legambiente Lombardia, presidente del Parco Nord Milano e responsabile del Centro di Educazione Ambientale Primalpe di Canzo, da anni impegnato nella diffusione di una cultura ecologica.

Verrà inoltre proiettato il breve cortometraggio “The Last Skiers”, di Veronica Ciceri, che esplora con uno sguardo antropologico il modo di vivere la montagna lariana nel passato, nel presente e nel possibile futuro. Il film è stato selezionato in diversi concorsi cinematografici, in particolare in Inghilterra, e ha vinto il premio “Miglior regista emergente” al Bergfilm-Festival di Tegernsee, in Germania.

Moderatore dell’incontro sarà Sergio Baccilieri, giornalista del quotidiano La Provincia.

La partecipazione è libera.

Circolo “Angelo Vassallo” – Legambiente APS Como


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Scempio ambientale a Erba, stanno tagliando gli alberi nel parco di via Volta!


a cura del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"

Stamattina, 16 febbraio, dalle ore 8:00 l'impresa incaricata dal proprietario dello storico parco alberato di via Volta a Erba, ha iniziato il taglio degli alberi di alto fusto! Un vero e proprio SCEMPIO ambientale!  
Il tutto per far spazio ad un'anonima palazzina di 4 piani e ad un nuovo parcheggio che verrà ceduto al Comune.


La nostra vibrante protesta è stata ribadita anche oggi, con un presidio organizzato dal Coordinamento BASE e dal nostro Circolo Ambiente "Ilaria Alpi".  Abbiamo più volte gridato, insieme ai cittadini presenti: "State uccidendo alberi vivi!".
Il nostro grido di VERGOGNA è rivolto contro l'Amministrazione Comunale di Erba, che ha permesso lo scempio, consentendo anche il taglio degli alberi, basandosi solo sulla perizia agronomica eseguita dall'agronomo incaricato dai privati, quindi senza 'validazione' pubblica. Tra gli alberi tagliati sembrerebbe ve ne siano alcuni che lo stesso agronomo avrebbe definito sani. Denunciamo ancora una volta il parere favorevole concesso dalla Commissione comunale per il paesaggio, che ha classificato il progetto con "giudizio d’impatto neutro", ignorando quindi la cancellazione e cementificazione del parco alberato!

Da oggi il centro urbano di Erba perde uno storico parco alberato, un piccolo polmone verde, aggiungendo altro cemento e asfalto, in uno dei territori più cementificati della Provincia di Como!
Esprimiamo la nostra più pesante critica nei confronti dell'attuale Sindaco e Giunta di Erba: una vera e propria VERGOGNA!


venerdì 13 febbraio 2026

Quando l’archeologia racconta il territorio: musei, comunità e paesaggio nel Lecchese


Dopo il successo del primo appuntamento, già svoltosi a febbraio, il ciclo “L’archeologia racconta che…” prosegue con altri quattro incontri, da febbraio a luglio, pensati come brevi dialoghi divulgativi della durata di 45 minuti, seguiti da visite guidate ai musei o al territorio di circa 40 minuti. Una formula agile e accessibile, che invita all’ascolto, alla curiosità e al confronto.

Gli incontri sono costruiti come conversazioni tra due o tre interlocutori, rivolte a un pubblico non tecnico. L’obiettivo è raccontare la pluralità di temi che attraversano le discipline archeologiche, mettendo in relazione reperti, paesaggi, pratiche umane e questioni contemporanee. Al centro ci sono la tutela del patrimonio, la sua valorizzazione e la fruizione consapevole da parte della comunità, intesa come soggetto attivo nella conoscenza del territorio e della sua storia.

Non mancano riflessioni critiche su stereotipi e luoghi comuni legati al passato: alcune “verità di buon senso” vengono messe in discussione, mostrando come talvolta possano trasformarsi in vere e proprie fake news storiche.

I primi due appuntamenti si tengono presso il Museo Archeologico di Lecco, ospitato a Palazzo Belgiojoso, mentre i successivi tre si svolgono al Museo Archeologico del Barro, a Galbiate, con momenti di visita anche al Parco del Barro. A guidare il pubblico in questo percorso sono figure di riferimento dell’archeologia locale e nazionale, tra cui Marina Uboldi (direttrice del Museo del Barro), Nicolò Donati (conservatore del Si.M.U.L.) e Mauro Rossetto (direttore del Si.M.U.L.), affiancati da studiosi e studiose provenienti da università e istituzioni di ricerca.

I prossimi appuntamenti

Il programma affronta temi trasversali che intrecciano ambiente, società e cultura materiale:

  • Le armi raccontano che… (7 marzo): una riflessione sulla violenza nella preistoria e nell’alto medioevo, tra resti umani e fonti storiche.
  • Il cibo racconta che… (9 maggio): la storia dell’alimentazione antica tra risorse locali e contaminazioni culturali, con uno sguardo anche al rapporto tra uomo e ambiente.
  • L’oggetto racconta che… (6 giugno): storie di manufatti, tecnologie e sistemi produttivi del passato.
  • Il paesaggio racconta che… (4 luglio): l’abitare la montagna e l’adattamento umano tra clima, tecnologie e verticalità.

Tutti gli incontri si svolgono il sabato alle ore 16.00 e sono a ingresso gratuito.

Informazioni utili

Seregno e la via che non c’è: ricordando Piero Gobetti a cent’anni dalla morte

Fonte immagine: Wikipedia

A Seregno c’è una via che compare negli stradari comunali, nelle mappe ufficiali e perfino nel calendario della raccolta dei rifiuti. Si chiama via Piero Gobetti. Eppure, nella realtà, quella via non esiste: al suo posto c’è un cortile privato, chiuso da cancelli, senza targhe né passaggi. Una strada che c’è sulla carta, ma non nello spazio urbano.

Pianta classificazione in categorie delle strade, vie e piazze, febbraio 2021. Contornata in rosso via Piero Gobetti.
Pianta Piano Urbano Generale dei Servizi nel Sottosuolo, 2013. Sottolineata in rosso via Piero Gobetti.
Stralcio delle vie riportate nel Calendario raccolta rifiuti di Gelsia

Questa piccola storia locale, già raccontata, assume un significato particolare nel centenario della morte di Piero Gobetti. Perché Gobetti è stato, per molti versi, proprio come quella via: presente nei nomi, meno nei percorsi reali. Un intellettuale difficile da collocare, spesso ricordato più formalmente che davvero attraversato nel suo pensiero.

Nato a Torino nel 1901, Gobetti concentrò in poco più di sette anni, tra il 1918 e il 1926, un’intensità intellettuale straordinaria. Giornalista, editore e animatore culturale, fondò Energie Nove, La Rivoluzione liberale e Il Baretti. Fu tra i primi a comprendere la natura profonda del fascismo, definendolo “l’autobiografia della nazione”: non una parentesi, ma il prodotto delle debolezze storiche e civili dell’Italia.

Per questo la sua voce risultò intollerabile. Gobetti subì aggressioni e violenze squadriste, senza mai rinunciare alla propria indipendenza di giudizio. Costretto a rifugiarsi a Parigi, vi morì il 15 febbraio 1926, a soli 24 anni.

I cancelli indicano gli ipotetici imbocchi di via Gobetti, la via che non c'è

Oggi, come accade con quella via di Seregno che non si riesce a percorrere, anche Gobetti rischia di restare un nome senza cammino. Eppure il suo lascito non è una commemorazione, ma una richiesta esigente: pensare la libertà come responsabilità, accettare il conflitto come condizione della democrazia, rifiutare le scorciatoie.

Forse è per questo che quella via, nella realtà, non c’è. Perché la strada indicata da Gobetti non è comoda né lineare. Va cercata, ogni volta, da chi non si accontenta di una targa.

In ricordo di Corrado Marelli


di Tiziano Grassi, presidente Comitato Parco Regionale Parco Regionale Groane-Brughiera

Si è spento Corrado Marelli, nostro socio e fondatore dell’associazione Brianza Domani, che nel nostro Comitato è rappresentata da Emanuela Pandolfo.

È stato un amico e un appassionato difensore dei boschi di Brughiera e della buona politica.
Lo ricorderemo sempre con grande affetto: con lui si è spenta una voce viva, sempre pronta al confronto e al dialogo su tutti i temi propositivi per il bene del nostro territorio.

Per chi lo desidera, il funerale si terrà oggi, venerdì 13 febbraio, alle ore 15.00, presso la Chiesa parrocchiale Santa Maria Nascente.

Ciao Corrado,
che la terra ti sia lieve.


Al cordoglio si unisce anche il blog Brianza Centrale, condividendo il ricordo e la gratitudine per l’impegno civile e ambientale di Corrado Marelli.

giovedì 12 febbraio 2026

Alla scoperta delle sorgenti del Parco di Montevecchia: un pomeriggio per conoscere e proteggere l’acqua


Sabato 14 febbraio, il WWF Lecco propone un’iniziativa di grande valore ambientale e culturale: una passeggiata guidata alla scoperta delle sorgenti del Parco Regionale di Montevecchia e della Valle del Curone, uno dei territori più preziosi e delicati della Brianza.

L’evento, aperto a tutti previa prenotazione, accompagnerà i partecipanti lungo il corso del torrente Curone e di uno dei suoi affluenti, offrendo l’occasione di osservare da vicino gli ambienti acquatici, comprenderne il funzionamento e riflettere sull’importanza della risorsa idrica. Un percorso che unisce natura, conoscenza e consapevolezza, elementi centrali per chi ha a cuore la tutela del territorio brianzolo.

Il ritrovo è fissato alle 14.30 presso il parcheggio di via Bagaggera, a La Valletta Brianza. La passeggiata inizierà alle 14.45 e prevede anche la visita alle captazioni idriche nelle località Bisogno e Badiona, luoghi spesso poco conosciuti ma fondamentali per l’approvvigionamento e la gestione dell’acqua. Il rientro al punto di partenza è previsto per le 18.30.

In un periodo storico segnato da cambiamenti climatici, siccità sempre più frequenti e crescente pressione sugli ecosistemi, iniziative come questa rappresentano un’importante occasione per riscoprire il legame tra comunità e ambiente. Conoscere le sorgenti significa comprendere quanto siano fragili e preziosi gli equilibri naturali che garantiscono acqua, biodiversità e qualità della vita.

La partecipazione è aperta a tutti, ma i posti sono limitati a un massimo di 20 persone. È quindi necessaria la prenotazione scrivendo a eventi@wwf.lecco.it

Solo sì è sì: a Monza la mobilitazione di CADOM contro il DDL Bongiorno


Rilanciamo l’iniziativa “Scendiamo in piazza per dire NO al DDL Bongiorno”, organizzata da CADOM Monza, un appuntamento pubblico per ribadire un principio fondamentale: senza consenso non c’è libertà.

Domenica 15 febbraio alle ore 10.00, in Largo Mazzini a Monza, cittadine e cittadini sono chiamati a scendere in piazza per difendere il significato profondo del consenso, così come sancito dalla Convenzione di Istanbul, all’articolo 36: “Ogni atto sessuale deve essere basato sul consenso volontario della persona, valutato tenendo conto delle circostanze.”


Il consenso non è accondiscendenza, non è adattamento, non è una “concessione” all’interno di un rapporto diseguale. È una scelta libera, il confine netto tra libertà e violenza. Metterlo in discussione significa indebolire una conquista fondamentale per il riconoscimento della dignità e dell’autodeterminazione delle persone.

La riforma proposta dal DDL Bongiorno, secondo CADOM Monza e le realtà che hanno aderito all’iniziativa, rischia di cancellare proprio questo confine, rendendo il consenso meno centrale e meno tutelato. Per questo la piazza diventa uno spazio necessario di presa di parola collettiva, per affermare con chiarezza che “solo sì è sì”.

All’iniziativa, promossa da CADOM Monza, partecipano anche numerose associazioni del territorio: Casa delle Donne di Desio, CISDA Onlus, ANPI Monza, BOA Brianza, ARCI Scuotivento, LabMonza, APS QDonna, Futura Casa delle Donne Villasanta.

mercoledì 11 febbraio 2026

Il Libro Bianco 4.0: un appuntamento pubblico per discutere il futuro ambientale di Monza


Dopo la pubblicazione del Libro Bianco sulla città di Monza 4.0, il lavoro dei comitati e delle associazioni cittadine entra ora in una nuova fase: quella del confronto pubblico. Giovedì 19 febbraio 2026, ore 20.25, alla Casa del Volontariato di Monza, via Correggio 59, il documento verrà presentato ufficialmente alla cittadinanza in un incontro aperto, pensato come spazio di ascolto, riflessione e partecipazione.

L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che i temi affrontati dal Libro Bianco – consumo di suolo, tutela del verde, qualità dell’aria, mobilità, diritto alla salute e all’abitare – non sono questioni astratte o riservate agli addetti ai lavori, ma riguardano direttamente la vita quotidiana di chi abita Monza. Quartieri sempre più congestionati, aree verdi sotto pressione, cantieri che avanzano e servizi che faticano a tenere il passo raccontano una città attraversata da trasformazioni profonde, spesso decise senza un reale coinvolgimento dei cittadini.

Il Libro Bianco 4.0 è il frutto di un lavoro collettivo durato mesi, costruito dal basso grazie all’impegno di comitati di quartiere, associazioni ambientaliste, realtà sociali e osservatori civici. Un lavoro che parte dai territori, dalle segnalazioni, dalle vertenze locali, e che prova a restituire una visione complessiva di ciò che sta accadendo a Monza, andando oltre la retorica della “città green” e della sostenibilità annunciata.

La presentazione pubblica non sarà una semplice illustrazione del documento, ma un momento per rimettere al centro una domanda cruciale: quale modello di sviluppo sta seguendo Monza? E soprattutto, è compatibile con la tutela dell’ambiente, del suolo e della salute delle persone?

In un contesto segnato dalla crisi climatica e dall’aumento delle disuguaglianze urbane, il Libro Bianco pone con forza il tema dei limiti: limiti al consumo di territorio, alla cementificazione, a una crescita che continua a sacrificare spazi verdi e qualità della vita. Al tempo stesso, rilancia la necessità di politiche pubbliche orientate alla cura della città esistente, alla rigenerazione vera, ai servizi di prossimità, alla mobilità sostenibile e alla partecipazione democratica.

L’incontro del 19 febbraio rappresenta quindi un’occasione preziosa per cittadini, amministratori, studenti e associazioni per confrontarsi su dati, analisi e proposte, e per riaffermare il diritto di partecipare alle scelte che disegnano il futuro urbano. Un futuro che, come emerge chiaramente dal Libro Bianco 4.0, non può continuare a essere costruito a colpi di cemento, ma ha bisogno di più verde, più giustizia ambientale e più ascolto delle comunità locali.

Il Libro Bianco 4.0 è disponibile gratuitamente online. La sua presentazione pubblica vuole essere un invito aperto: informarsi, discutere e prendere parola per una Monza più vivibile, più equa e davvero sostenibile.

Monte San Primo: ripensare il turismo per difendere la montagna


Nel cuore del Triangolo Lariano, territorio di straordinaria ricchezza paesaggistica e naturalistica, si apre un momento di riflessione pubblica sul futuro del turismo e della montagna. Sabato 21 febbraio 2026, presso la Sala Civica di Piazza Martignoni a Camnago Volta, si terrà l’incontro “Quale turismo per il Triangolo Lariano? San Primo e non solo…”, un appuntamento che pone al centro il rapporto tra sviluppo, tutela ambientale e comunità locali.

Il Monte San Primo, simbolo identitario del territorio e scrigno di biodiversità, diventa il punto di partenza per interrogarsi su modelli turistici sostenibili, capaci di valorizzare il paesaggio senza snaturarlo. In un contesto segnato da crisi climatica, consumo di suolo e crescente pressione antropica sulle aree montane, l’iniziativa intende offrire strumenti critici per ripensare le politiche di promozione turistica, superando logiche estrattive e stagionali.

L’incontro sarà introdotto da Marzio Marzorati, presidente del Parco Nord Milano e responsabile del Centro di Educazione Ambientale Prim’Alpe di Canzo, da anni impegnato nella diffusione di una cultura ecologica fondata sulla conoscenza dei territori e sulla partecipazione attiva dei cittadini. Il cuore dell’evento sarà la presentazione del libro “San Primo – Una montagna straordinaria, un progetto da riconsiderare” di Nunzia Rondanini, che analizza in modo documentato e critico le trasformazioni previste per il massiccio, mettendo in luce i rischi ambientali e le alternative possibili.

Attraverso il contributo dell’autrice e del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, l’iniziativa si propone come spazio di confronto aperto, in cui ambientalisti, amministratori e cittadini possano dialogare su un’idea di turismo lento, rispettoso degli ecosistemi e coerente con le vocazioni naturali della montagna. A moderare l’incontro sarà Sergio Baccilieri, giornalista de La Provincia, garantendo un dibattito informato e accessibile.

In un’epoca in cui le scelte sul territorio determinano il futuro delle comunità e degli equilibri naturali, l’appuntamento rappresenta un’occasione preziosa per riaffermare che la montagna non è una risorsa da sfruttare, ma un bene comune da custodire.

Scenari climatici sul Monte San Primo: lo studio che boccia il progetto sciistico

Studio scientifico mette in discussione il ritorno dello sci nel Triangolo Lariano


“E’ assolutamente sconsigliabile l’attuazione di un impianto sciistico per così pochi giorni all’anno”
. Possiamo riassumere così i risultati di uno studio condotto dal prof. Mauro Gugliemin (UniInsubria), commissionato dall’associazione Simbio, in accordo col Coordinamento ‘Salviamo il Monte San Primo’, formato da 39 associazioni.  

Nell’autorevole studio scientifico viene evidenziato come risulti insensata e insostenibile la proposta di progetto per ripristinare gli impianti sciistici sul monte San Primo.

Attraverso i dati disponibili di Alpe Borgo - seppur riferiti a periodi limitati - e a quelli di due stazioni ARPA, lo studio del prof. Mauro Guglielmin, docente Ordinario di Geografia Fisica e Geomorfologia dell'Università degli Studi dell’Insubria, effettua una previsione degli scenari climatici per la località sciistica dismessa e, prendendo in considerazione le scarse precipitazioni nevose degli ultimi anni, valuta anche la possibilità di innevamento artificiale.

Nell’analisi si attesta l’aumento progressivo delle temperature, soprattutto in inverno, anche nel territorio del Triangolo Lariano.  

Ecco un passaggio dell’analisi del prof. Guglielmin: “Si può rilevare come sia assolutamente sconsigliabile l’attuazione di un impianto la cui possibile durata di innevamento programmato potrebbe - anche solo con uno scenario moderato come questo - essere ridotta a non più di 15-17 giorni nel mese di Gennaio che renderebbe assolutamente antieconomico…”.

Molto chiara la chiosa dello studio condotto dal prof. Gugliemin: “In conclusione si ritiene che le condizioni climatiche attuali e ancor più quelle future nei prossimi 15 anni e ancor più dopo, non consentano l’innevamento artificiale né la preparazione di piste da sci almeno con le tecnologie tradizionali attuali”.


Lo studio evidenzia inoltre come ci sia solo una ridotta quantità di dati affidabili disponibili, segnale di una scarsa conoscenza del territorio e approssimazione nell'investire fondi pubblici: a tal proposito è paradossale che all'Alpe di Borgo - ovvero la località in cui si intendono realizzare impianti di innevamento artificiale - la Comunità Montana Triangolo Lariano sia proprietaria di una stazione meteorologica che potrebbe fornire dati di qualità, ma che è guasta da ormai 18 anni! Il progetto di fattibilità - approvato dalla Comunità Montana e dal Comune di Bellagio – che vorrebbe riportare lo sci sul San Primo, non fa menzione della stazione meteorologica e delle previsioni climatiche future, per questo come Coordinamento San Primo chiederemo alla Regione di utilizzare lo studio scientifico commissionato da Simbio per una revisione del progetto, economicamente non sostenibile e anacronistico.  

Infatti, facendo seguito all’audizione dello scorso ottobre, nei prossimi giorni il Coordinamento ‘Salviamo il Monte San Primo’ trasmetterà alle Commissioni Ambiente e Territorio della Regione Lombardia lo studio realizzato dal prof. Guglielmin, chiedendo al Pirellone di rivedere il progetto per lo sci sul monte San Primo.  

Per maggiori informazioni: