venerdì 25 settembre 2026
Lissone, Pedemontana e nuovo PGT: quanto territorio ci resta da perdere?
Pedemontana e nuovo PGT. Due questioni diverse, ma con qualcosa di importante in comune: il futuro del territorio di Lissone. Nei giorni scorsi il tema di Pedemontana è tornato in Consiglio comunale con una mozione sottoscritta da Luca De Vincentis, capogruppo di Vivi Lissone, Elio Talarico, capogruppo del Partito Democratico, e Marino Nava, capogruppo de Il Listone.
La mozione parte da una situazione che i cittadini di Santa Margherita conoscono bene: i lavori delle tratte B2 e C, affidati a Webuild in qualità di general contractor, stanno procedendo con ritardi rispetto alle previsioni formulate nel 2024, quando in una Commissione consiliare era stata indicata una durata complessiva dei lavori di circa 1.000 giorni. Ora si aggiungono le notizie sulle difficoltà finanziarie del general contractor. I firmatari della mozione ricordano le indiscrezioni di inizio settembre sulla richiesta di copertura di ingenti extra-costi da parte di Webuild, successivamente ridimensionate dalla stessa società, e richiamano anche il giudizio della Corte dei Conti sulla situazione economica di Pedemontana. Proprio la Corte dei Conti, nel giudizio di parifica sui bilanci regionali, aveva evidenziato che dai dati disponibili non emergeva la capacità della società di generare, almeno nel medio periodo, liquidità sufficiente a rimborsare i finanziamenti, remunerare i soci e sostenere i costi necessari al completamento dell'opera.
Per i tre capigruppo il quadro merita quindi chiarimenti immediati. La mozione chiede al sindaco e alla Giunta di rivolgersi a Regione Lombardia, socio di maggioranza di Pedemontana, per conoscere la situazione e di riferire poi al Consiglio comunale. Chiede inoltre che a Webuild venga richiesto un cronoprogramma dettagliato dei prossimi lavori. L'obiettivo dichiarato è evitare che i ritardi e le eventuali difficoltà finanziarie si traducano in nuovi disagi per il territorio e, soprattutto, nello spettro del «cantiere infinito».
Ed è proprio qui che la questione Pedemontana incrocia un'altra discussione che si è aperta a Lissone: quella sul nuovo Piano di Governo del Territorio. A raccontare dal punto di vista del Comitato per la difesa del territorio di Lissone quanto emerso nella presentazione del nuovo PGT è Luigi De Vincentis.
De Vincentis osserva che il termine consumo di suolo è stato molto presente nell'esposizione del Piano, anche in relazione ai tagli previsti dalla Regione su alcuni progetti già deliberati. Ma, secondo De Vincentis, questo non basta. Lissone parte infatti da una situazione particolarmente pesante: oltre il 71% del territorio risulta già consumato, un dato che colloca la città ai vertici regionali per urbanizzazione. Per questo, osserva De Vincentis, parlare di consumo di suolo come questione esclusivamente urbanistica rischia di non cogliere il problema più ampio. La sua critica riguarda soprattutto l'assenza, nella discussione sul PGT, di un riferimento sufficientemente forte al cambiamento climatico. Secondo il rappresentante del Comitato, le scelte urbanistiche dovrebbero partire proprio da questa consapevolezza: in una città già così densamente urbanizzata, continuare a impermeabilizzare il territorio significa anche ridurre la capacità di affrontare le temperature sempre più elevate e gli eventi meteorologici estremi.
La proposta che ne deriva è sintetizzata da De Vincentis in due parole: «DEPAVIMENTIAMO, PIANTUMIAMO».
Non è soltanto uno slogan ambientalista. È una diversa idea di pianificazione: recuperare ciò che è già urbanizzato, aumentare il verde, ridurre le superfici impermeabili e mettere la resilienza climatica tra i criteri fondamentali delle trasformazioni urbane.
Pedemontana e PGT non sono naturalmente la stessa cosa. La prima riguarda una grande infrastruttura viabilistica sovracomunale, i suoi cantieri, i suoi costi e le sue conseguenze sul territorio. Il secondo dovrebbe invece stabilire le regole con cui Lissone organizzerà il proprio sviluppo urbano nei prossimi anni. Ma entrambe le discussioni portano alla stessa domanda: come si governa un territorio che ha già consumato più del 71% del proprio suolo e che deve contemporaneamente affrontare gli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico?
È una domanda che va oltre Pedemontana e oltre il singolo PGT. Perché continuare a parlare di nuove strade, nuove edificazioni e nuove trasformazioni senza considerare la quantità di territorio che abbiamo già perso rischia di farci guardare ogni intervento separatamente, senza vedere il quadro complessivo. E quel quadro, a Lissone, è quello di una città che ha ormai pochissimo suolo libero da perdere. Per questo la richiesta di non abbassare la guardia su Pedemontana, contenuta nella mozione dei tre gruppi consiliari, e quella di cambiare prospettiva nella pianificazione urbanistica, avanzata da Luigi De Vincentis e dal Comitato, possono essere lette insieme. Non perché dicano la stessa cosa. Ma perché entrambe ci ricordano che il territorio non è infinito e che le decisioni prese oggi avranno conseguenze molto oltre la durata di un cantiere o di un Piano urbanistico. E forse, prima di chiederci quanto altro possiamo ancora costruire, sarebbe il caso di domandarci quanto territorio siamo ancora in grado di proteggere.
mercoledì 23 settembre 2026
Sindaco Pilotto, anche noi vediamo ciò che vedono i cittadini
Il sindaco di Monza Paolo Pilotto, in un suo recente intervento, ha spiegato le ragioni delle scelte amministrative riguardo all'area del cosiddetto Polo istituzionale, dove è prevista anche la realizzazione del capolinea della M5.
Ha scritto, tra l'altro, che «chi amministra vede ciò che vedono i cittadini» e che anche chi governa può provare le loro stesse preoccupazioni.
A quanto pare, però, c'è qualcuno che non era ancora intervenuto nel dibattito: il bosco.
Gli alberi dell'area, che da circa trent'anni crescono in quello spazio e che sono destinati a essere abbattuti, hanno deciso di rispondere.
E noi, naturalmente, abbiamo voluto dare loro voce.
Questa è la loro lettera.
lei scrive che «chi amministra vede ciò che vedono i cittadini» e che può provare le loro stesse preoccupazioni. Bene. Allora ci permetta di intervenire anche noi. Siamo gli alberi dell'area del Polo istituzionale. Quelli che, tra qualche tempo, dovrebbero lasciare il posto al cemento, alle strade, al parcheggio e alle opere necessarie per la nuova stazione di M5.
Sappiamo che non abbiamo diritto di voto. Non abbiamo un comitato, non partecipiamo alle riunioni, non abbiamo tecnici che siedono ai tavoli di MM. E, soprattutto, non abbiamo mai firmato alcun accordo. Però siamo qui da circa trent'anni. Trent'anni sono tanti, anche per un albero. Nel frattempo siamo cresciuti, abbiamo fatto ombra, trattenuto polveri, assorbito anidride carbonica, restituito ossigeno, trattenuto acqua nel terreno. Intorno a noi sono arrivati uccelli, insetti, piccoli mammiferi, altre piante. Insomma, mentre gli uomini decidevano che cosa fare di quest'area, noi abbiamo fatto quello che fa la natura quando le viene lasciato un po' di spazio: abbiamo costruito un bosco.
Lei lo definisce «un'area cresciuta dopo la bonifica». È vero. Ma forse proprio questo è il punto. Trent'anni fa era un'area da bonificare. Oggi è un ecosistema. E il fatto che sia cresciuto spontaneamente non lo rende meno importante. Semmai dovrebbe renderlo più interessante: significa che la natura ha fatto gratuitamente qualcosa che oggi, nelle città, cercate faticosamente di ricostruire spendendo milioni. Ci dispiace che la nostra presenza possa essere considerata un problema. Soprattutto quando sentiamo parlare di «compensazioni». Perché un albero adulto non è un alberello appena piantato. Un bosco non è una somma di tronchi da sostituire uno a uno. E un ecosistema che si è formato in trent'anni non si trasferisce altrove con una delibera. Potete piantare cento alberi domani. Ma domani non avrete cento alberi come noi. Avrete cento alberi appena piantati. Noi, invece, siamo già grandi. Abbiamo radici, cavità, cortecce, foglie, funghi, insetti, nidi e vita intorno a noi. Abbiamo attraversato estati torride, temporali, siccità e inverni. Abbiamo fatto il nostro lavoro ogni giorno, senza chiedere nulla al Comune.
E non siamo nemmeno contro M5. Anzi, siamo abbastanza vecchi da aver capito che una città ha bisogno di trasporto pubblico, di servizi e di infrastrutture. La domanda è un'altra. Perché la necessità di M5 dovrebbe significare necessariamente la nostra distruzione? Lei ci dice che il progetto è stato approvato, finanziato, messo a gara. Che l'ubicazione del capolinea è nota da anni. Che modificarlo significherebbe rimettere in discussione un percorso lungo e complesso. Lo comprendiamo. Ma se una decisione presa ieri si dimostra oggi problematica, davvero l'unica possibilità è dire: «Ormai è troppo tardi»? Perché se fosse così, Sindaco, avremmo una strana idea della politica. La politica dovrebbe servire anche a correggere le proprie decisioni quando cambiano le conoscenze, le sensibilità e le condizioni. Altrimenti non sarebbe più scelta. Sarebbe soltanto inerzia amministrativa con un progetto già finanziato.
Lei parla giustamente delle molte opere pubbliche che Monza deve affrontare. Scuole, ospedale, servizi, aree dismesse, bonifiche. E proprio per questo ci permettiamo una domanda: non potrebbe essere questa l'occasione per dimostrare che una città può crescere senza considerare il verde come ciò che rimane dopo aver deciso tutto il resto?
Ci chiamate «compensazione». Noi preferiremmo essere chiamati conservazione. Ci dite che altrove si pianteranno nuovi alberi. Noi vi ricordiamo che, mentre cresceranno quelli nuovi, noi saremo già scomparsi. Ci dite che l'area è destinata da trent'anni a funzioni pubbliche. Noi vi facciamo notare una cosa curiosa: in questi trent'anni, mentre aspettavamo il futuro previsto dai documenti urbanistici, siamo diventati parte del presente della città. E forse questa è proprio la cosa che i progetti fanno più fatica a comprendere.
La natura non legge i cronoprogrammi. Cresce. Occupa gli spazi che trova. Si adatta. Crea vita. E qualche volta, dopo trent'anni, si accorge che gli uomini hanno finalmente deciso che quello spazio serve a qualcos'altro.
Lei dice che ci sono momenti in cui le scelte devono essere affrontate. Siamo d'accordo. Ma esiste anche un'altra scelta: quella di fermarsi un momento davanti a ciò che si sta per perdere e chiedersi se non esista un modo diverso per raggiungere lo stesso obiettivo. Non chiediamo che Monza rinunci al futuro. Chiediamo che, nel progettare il futuro, non sia necessario distruggere ciò che il futuro stesso dovrebbe imparare a proteggere. Perché tra qualche anno qualcuno potrebbe anche inaugurare una nuova stazione, un parcheggio o un edificio pubblico. Ma nessuno inaugurerà il bosco che c'era prima. Noi non saremo più lì. E forse allora ci si accorgerà che non eravamo semplicemente «un'area verde». Eravamo già qualcosa. Eravamo un pezzo di città. Eravamo natura. Eravamo trent'anni di crescita. Eravamo casa per molti altri esseri viventi.
E, soprattutto, eravamo una possibilità. La possibilità di lasciare in piedi ciò che non abbiamo creato noi e che non siamo più capaci di ricreare in tempi umani. Questa è la nostra risposta, Sindaco. Prima di abbatterci, almeno, ci guardi.
Noi, nel frattempo, continueremo a fare quello che facciamo da trent'anni. Crescere.
mercoledì 9 settembre 2026
Seregno, dal Piano Clima alle scelte del nuovo PGT. La città che ci protegge dal caldo è quella che non distrugge il verde
Un recente articolo di Swissinfo racconta una situazione che potrebbe sembrare lontana dalla Brianza, ma non lo è affatto. Anche in Svizzera le ondate di calore stanno diventando più frequenti e intense e diverse città hanno cominciato a introdurre rifugi climatici, sistemi di allerta e interventi per rendere gli spazi urbani più vivibili durante le giornate più calde. Ma, osserva Swissinfo, manca ancora una strategia complessiva: le iniziative sono spesso frammentarie e non tutte le persone più esposte riescono a beneficiarne.
La domanda che dovremmo porci è allora molto semplice: quanto sono preparate le nostre città?
Prendiamo Seregno. Non è necessario partire da zero. Nel 2024 il Comune ha presentato un Piano Clima, nato anche dalla necessità di rispondere agli eventi estremi che avevano colpito il territorio nell'estate precedente. Il piano contiene indicazioni precise: più alberi, meno superfici impermeabili, maggiore capacità di trattenere l'acqua, spazi ombreggiati e l'individuazione di veri e propri «rifugi climatici». Sono tutte cose ragionevoli. Il problema è un altro: quanto di tutto questo sta realmente cambiando la città?
Negli scorsi giorni è stato annunciato il primo intervento importante collegato al Piano Clima: la depavimentazione del grande piazzale davanti alle scuole Cadorna. Si tratta di un intervento significativo, perché riguarda circa 4.000 metri quadrati oggi impermeabilizzati e prevede di restituire spazio al suolo, alla vegetazione e alla capacità di assorbire l'acqua piovana. È difficile sostenere che sia una cattiva idea. Ma proprio per questo vale la pena porsi una domanda diversa: piazza Cadorna è il luogo dove era più urgente intervenire? Non è una critica al progetto. È una questione di metodo. Seregno ha piazze e spazi pubblici completamente mineralizzati, esposti al sole e con pochissima ombra. In alcune di queste aree, durante una giornata estiva, la possibilità di trovare un luogo dove fermarsi al fresco è praticamente nulla.
Se le risorse per adattare la città al cambiamento climatico sono limitate, non sarebbe allora necessario stabilire prima quali sono i luoghi più caldi e più vulnerabili, e intervenire partendo da quelli? Una vera politica di adattamento dovrebbe partire da una mappa delle isole di calore, individuare le aree maggiormente esposte e costruire una graduatoria degli interventi. Solo dopo dovrebbero arrivare i progetti. Altrimenti si rischia di fare una cosa buona, ma di farla semplicemente dove è più facile intervenire, anziché dove sarebbe più urgente.
Recentemente, in occasione di una passeggiata, abbiamo visto un cartello con una frase che merita di essere ripresa: «La casa della salute c'è già: è il parco!» È uno slogan, certo. Ma contiene una verità molto concreta. Quando parliamo di adattamento climatico, la prima cosa da fare non dovrebbe essere costruire qualcosa di nuovo. Dovrebbe essere tutelare ciò che già abbiamo. Un albero adulto, un'area agricola, un prato, un bosco, un corridoio verde non sono spazi vuoti. Sono già infrastrutture ambientali: assorbono acqua, contribuiscono a mitigare il calore, offrono biodiversità e rendono più vivibile il territorio. Eppure continuiamo troppo spesso a ragionare al contrario: prima si individua un'area verde e poi si cerca una buona ragione per costruirci sopra.
A Seregno questo tema è particolarmente evidente anche nella discussione sulla proposta di realizzare un nuovo polo ospedaliero nella zona del Dosso, su un'area oggi agricola e verde. La domanda dovrebbe essere inevitabile: se stiamo cercando di rendere la città più resiliente al caldo, ha senso consumare nuovo suolo verde per costruire nuove infrastrutture? Prima di trasformare un'area agricola, dovremmo verificare seriamente se esistano alternative attraverso il recupero di aree dismesse, la rigenerazione urbana e l'utilizzo di spazi già urbanizzati. Non perché un ospedale non sia un'opera pubblica importante. Ma proprio perché lo è, dovrebbe essere sottoposto allo stesso principio che vale per qualsiasi altra trasformazione: prima si utilizza ciò che è già costruito, poi, solo se non esistono alternative praticabili, si valuta il consumo di nuovo suolo.
Qui arriviamo a un'altra questione che merita di essere affrontata senza ipocrisie. Siamo ormai abituati a leggere documenti nei quali un intervento che occupa nuovo terreno agricolo viene definito, per ragioni normative, come intervento che «non determina consumo di suolo». La legislazione lombarda prevede effettivamente fattispecie e criteri per stabilire cosa debba essere contabilizzato come consumo di suolo e cosa no. Ma una definizione amministrativa non modifica la realtà fisica. Possiamo anche scrivere per legge che la Terra è piatta. La Terra resterà tonda.
Se oggi abbiamo un prato, un campo agricolo o un'area verde e domani su quella superficie realizziamo un edificio, una strada, un parcheggio o le relative infrastrutture, quella superficie avrà perso la sua funzione naturale, indipendentemente da come la contabilizziamo in una tabella. È proprio questa distinzione che dovrebbe entrare nel dibattito sul nuovo PGT. Il consumo di suolo non dovrebbe essere soltanto quello che una norma decide di conteggiare. Dovrebbe essere valutato anche per quello che realmente produce sul territorio. E in una città che vuole prepararsi alle ondate di calore, perdere verde e suolo permeabile è esattamente la direzione opposta a quella che il Piano Clima indica.
Il problema, quindi, non è la mancanza di parole. Di piani, strategie, linee guida e dichiarazioni sul cambiamento climatico ne abbiamo già molte. Il problema è trasformarle in decisioni.
Seregno ha già fatto un passo importante elaborando il Piano Clima. Ora ha davanti un'occasione ancora più importante: la revisione generale del Piano di Governo del Territorio. Il nuovo PGT dovrà decidere che cosa potrà essere costruito, dove, con quali criteri e a quale prezzo per il territorio. Il Comune presenta il PGT come lo strumento attraverso il quale orientare lo sviluppo urbano, tenendo insieme crescita, tutela ambientale e qualità della vita. È proprio questo il momento nel quale verificare se quelle parole hanno un significato concreto.
- Non soltanto dichiarare che servono più alberi, ma proteggere quelli che già esistono.
- Non soltanto parlare di riduzione del consumo di suolo, ma evitare di consumare nuovo terreno.
- Non soltanto progettare nuove aree verdi, ma impedire che quelle esistenti vengano progressivamente frammentate.
- Non soltanto parlare di «rifugi climatici», ma fare in modo che ogni quartiere abbia davvero luoghi freschi e facilmente raggiungibili.
Il cambiamento climatico obbliga a cambiare il modo in cui pensiamo lo spazio urbano.
- Un parcheggio completamente asfaltato è una grande superficie che accumula calore.
- Una piazza senza alberi può diventare inutilizzabile durante un'ondata di calore.
- Un cortile scolastico impermeabilizzato è un'occasione perduta per creare ombra e suolo permeabile.
- Un'area agricola trasformata in edificabile è una superficie naturale che non potrà più svolgere le funzioni che svolgeva prima.
Per questo la risposta non può essere soltanto «bere molta acqua e non uscire nelle ore più calde».
La salute delle persone dipende anche dalla città nella quale vivono. E la città più resiliente non è necessariamente quella che costruisce più infrastrutture per adattarsi al cambiamento climatico. È quella che conserva le infrastrutture naturali che già possiede.
Il tema, naturalmente, non riguarda soltanto Seregno. Lissone, Monza, Desio e gli altri Comuni brianzoli hanno problemi molto simili: alta densità urbana, grandi superfici impermeabilizzate, traffico, scarsità di ombra in molte aree e una crescente pressione sulle aree verdi. Il caldo, del resto, non conosce i confini comunali. Sarebbe quindi interessante che i Comuni della Brianza cominciassero a confrontarsi su una strategia comune: mappe delle isole di calore, rete dei luoghi freschi, alberature urbane, depavimentazione, tutela del suolo e recupero delle aree dismesse prima di qualsiasi nuovo consumo di territorio. Non servono necessariamente grandi opere. Servono molte scelte piccole, coerenti tra loro, e soprattutto una gerarchia delle priorità.
Il nuovo PGT di Seregno sarà quindi un banco di prova. Il Piano Clima ha già detto, in buona parte, che cosa bisognerebbe fare. Adesso bisogna capire dove, quando e con quali priorità. E soprattutto se quelle indicazioni entreranno davvero nelle regole con cui nei prossimi anni verrà trasformata la città. Perché alla prossima ondata di calore non servirà l'ennesimo documento. Servirà una città che sia già stata preparata.
E forse la prima scelta da fare è anche la più semplice: non distruggere le infrastrutture verdi che abbiamo già.
Prima di costruire un «nuovo ospedale», chiediamoci allora se non sia il caso di prenderci cura della casa nella quale viviamo già. Perché il parco, il bosco, il campo, l'albero adulto non sono il contrario di un'infrastruttura. Sono infrastrutture. E spesso sono quelle che non abbiamo bisogno di costruire.
mercoledì 5 agosto 2026
L’ago e il pagliaio. Via Colzani a Seregno: le domande ancora aperte su viabilità, percorsi pedonali e verde
Nel quartiere Sant'Ambrogio si torna a parlare dell'intervento nell'edificio abbandonato da anni all'angolo tra via Edison e via Colzani, destinato ad accogliere un'attività di ristorazione con servizio drive-through. Del progetto avevamo già parlato qualche giorno fa (leggi qui), osservando soprattutto il rapporto tra il nuovo insediamento e la viabilità della zona e richiamando l'immagine dell'ago e del pagliaio: concentrarsi sul singolo intervento rischia di far perdere di vista le trasformazioni complessive che stanno interessando il quartiere.
A partire da quel post, un abitante del quartiere ci ha segnalato alcune questioni che, a suo avviso, meritano un approfondimento, dopo aver esaminato gli elaborati relativi al progetto. Abbiamo ritenuto utile rendere pubbliche queste osservazioni perché riguardano non tanto l'intervento edilizio in sé, quanto il suo inserimento nel contesto esistente.
Va chiarito innanzitutto che le osservazioni non riguardano la proprietà dell'immobile né mettono in discussione il progetto presentato. Le questioni sollevate riguardano piuttosto l'inserimento della nuova attività nel contesto esistente e le possibili conseguenze sulla viabilità, sui percorsi pedonali, sul verde e, più in generale, sulla convivenza tra il nuovo insediamento e gli altri usi dello spazio pubblico. È del tutto possibile che questi aspetti siano già stati valutati dagli uffici comunali e dagli altri soggetti competenti nell'ambito dell'iter del progetto. In questo caso, saremmo ben lieti di pubblicare le risposte e i chiarimenti che consentano di capire come tali questioni siano state valutate e affrontate. L'obiettivo, quindi, non è mettere in discussione il progetto presentato e autorizzato, ma contribuire a una discussione pubblica su come un nuovo insediamento possa inserirsi nel modo migliore in questa parte del quartiere. Le osservazioni che seguono sono quindi da intendersi come domande aperte di un cittadino attento alle trasformazioni della sua città.
Pedoni: dove passa davvero il percorso?
Una delle questioni più evidenti riguarda la continuità dei percorsi pedonali. Negli elaborati sono individuati diversi passaggi, ma il loro collegamento non appare sempre chiaro. In particolare, viene evidenziato il percorso pedonale sul lato dell'area e ci si domanda perché non venga prolungato in modo da collegare più direttamente la scala di accesso al parcheggio e l'attraversamento pedonale previsto. Il problema potrebbe sembrare marginale guardando la singola planimetria. Ma non lo è se si considera che l'area sarà interessata da un movimento significativo di persone e automobili. Una domanda molto semplice, dunque, sarebbe: qual è il percorso pedonale effettivamente previsto per chi arriva a piedi e come viene garantita la continuità del percorso? E soprattutto: quello che appare nei rendering corrisponde esattamente a ciò che è rappresentato nelle planimetrie?
Un parcheggio interrato e il traffico di via Edison.
Un secondo elemento riguarda l'uscita dal parcheggio interrato. Gli elaborati mostrano l'accesso e l'uscita dei veicoli sulla viabilità esistente. Le osservazioni richiamano la situazione di via Edison, dove in determinati momenti si verificano rallentamenti e code. Da qui nasce una domanda sulla sicurezza: come si inserirà il traffico proveniente dal parcheggio nella circolazione esistente? E ancora: quali effetti potrà avere l'uscita dei veicoli in prossimità di un'intersezione già trafficata? Non è una questione secondaria, soprattutto perché il progetto prevede anche il servizio drive-through, che comporta una movimentazione aggiuntiva di automobili all'interno dell'area.
Il percorso pedonale e lo scarico merci.
Un'altra osservazione riguarda un percorso indicato negli elaborati come destinato allo scarico merci. La rappresentazione grafica, però, secondo le osservazioni ricevute, non sembra rendere immediatamente evidente la distinzione tra percorso pedonale e percorso carrabile. Da qui una domanda che meriterebbe una risposta progettuale precisa: come avviene concretamente lo scarico delle merci e quale sarà il percorso utilizzato dai mezzi? La questione è particolarmente importante quando percorsi pedonali, accessi carrabili, parcheggi e aree di servizio vengono a trovarsi molto vicini.
Il verde: quali alberature sono previste?
C'è poi il tema del verde. Negli elaborati viene evidenziato il mantenimento del platano esistente lungo il margine stradale. È certamente positivo. Ma proprio questo elemento fa nascere una domanda più generale: quale sarà il bilancio complessivo del verde nell'area? Nelle osservazioni vengono richiesti nuovi alberi e il ripristino di alberature, anche in considerazione della trasformazione di un'area che sarà sottoposta a un maggiore traffico automobilistico. Non è soltanto una questione estetica. Alberature e superfici verdi hanno un ruolo nella qualità dello spazio pubblico, nella mitigazione dell'impatto degli insediamenti e nella vivibilità del quartiere. Per questo sarebbe interessante conoscere con precisione quante nuove alberature siano previste, dove verranno collocate e quale sarà il bilancio tra quelle esistenti, quelle conservate e quelle eventualmente eliminate.
E poi c'è la metrotranvia.
C'è infine un elemento che rende il progetto particolarmente delicato: la futura metrotranvia. Nella documentazione esaminata, alcune rappresentazioni sembrano non coincidere perfettamente tra loro e, soprattutto, non sempre è immediato comprendere come le diverse infrastrutture - strada, percorso pedonale, parcheggio, accessi e metrotranvia - dovranno integrarsi. È un tema tutt'altro che marginale. Un nuovo esercizio commerciale con drive-through viene infatti collocato in un'area destinata a essere interessata da una trasformazione importante della mobilità urbana. Per questo sarebbe opportuno comprendere se e come, nella progettazione, sia stato considerato il futuro assetto della viabilità e dei percorsi pedonali e ciclabili.
Piccoli dettagli o problemi più grandi?
Presi singolarmente, alcuni dei rilievi possono apparire come dettagli. È proprio questo, però, il punto. Un attraversamento pedonale che non sembra collegato perfettamente al percorso successivo. Un accesso carrabile vicino a una strada trafficata. Un percorso la cui funzione non è immediatamente comprensibile. Il rapporto fra parcheggio, drive-through e viabilità. Un numero limitato di alberature. Il coordinamento con la futura metrotranvia. Nessuno di questi elementi, da solo, necessariamente determina un problema. Ma è la loro somma che merita attenzione.
Ed è qui che torniamo all'immagine dell'ago e del pagliaio.
Nel nostro precedente post ci eravamo chiesti se, concentrandosi sul singolo intervento, non si rischiasse di perdere di vista la trasformazione complessiva del quartiere. Oggi la questione può essere posta in termini ancora più concreti: non basta sapere se il singolo progetto è formalmente autorizzabile. Occorre anche interrogarsi su come funzionerà lo spazio urbano una volta che il progetto sarà realizzato. Perché un quartiere non è la somma delle singole planimetrie. È l'insieme delle strade, dei marciapiedi, degli attraversamenti, degli alberi, dei parcheggi, del traffico e delle persone che ogni giorno li utilizzano. E allora forse vale la pena guardare non soltanto l'ago, ma anche quanto è già cresciuto il pagliaio intorno ad esso.
martedì 4 agosto 2026
Tutelare il suolo, ma solo fino a un certo punto: le osservazioni del Comune di Monza al PTCP
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| Il consumo di suolo a Monza. Immagine tratta dal web. |
Il Comune di Monza dichiara di voler ridurre il consumo di suolo e tutelare il suolo libero. Ma nelle osservazioni alla variante del PTCP provinciale chiede di modificare alcune delle tutele che potrebbero ostacolare nuove trasformazioni. Dalla Cascinazza alla Rete Verde, passando per via Sant’Anastasia: ecco cosa emerge dai documenti.
C'è una questione che merita di essere discussa con attenzione nel dibattito sulla nuova pianificazione urbanistica di Monza: quanto è realmente vincolante l'obiettivo di ridurre il consumo di suolo quando, contemporaneamente, si chiede di rendere più flessibili alcune delle tutele che proteggono il suolo libero?
La domanda nasce dalla lettura delle osservazioni che il Comune di Monza ha presentato alla variante del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) della Provincia di Monza e della Brianza.
Il documento comunale parte da una premessa che, almeno nelle intenzioni, va nella direzione auspicata da chi da anni si batte contro il consumo di suolo. Il Comune ricorda infatti che la variante al proprio PGT, avviata nel 2023 e attualmente all'esame del Consiglio comunale, è finalizzata all'adeguamento alla legge regionale sul consumo di suolo e al perseguimento di una «consistente riduzione del consumo di suolo» rispetto al PGT vigente. Tra gli obiettivi dichiarati vengono indicati anche la tutela del suolo libero e la valorizzazione delle componenti ambientali e paesaggistiche. Fin qui, nulla da eccepire. Il problema nasce quando si passa dalle dichiarazioni generali alle richieste specifiche formulate alla Provincia.
Cascinazza: tutelare il suolo, ma non tutto
Uno dei casi più significativi riguarda la Cascinazza, attraverso l'ambito di trasformazione AT18. Il Comune chiede alla Provincia di stralciare dall'individuazione come Ambito destinato all'attività agricola di interesse strategico (AAS) una porzione di territorio compresa nel perimetro dell'AT18, così da poter garantire l'attuazione dell'ambito di trasformazione per l'intera superficie del complesso cascinale. La richiesta viene motivata anche con un'altra operazione che, nelle intenzioni dell'amministrazione, dovrebbe produrre un importante beneficio ambientale: per l'attuazione dell'AT18 il Comune prevede la cessione di oltre 240.000 metri quadrati di aree esterne all'ambito, situate tra il Lambro e via Rosmini, da destinare alla creazione di un parco agricolo attrezzato con percorsi ciclopedonali e alla realizzazione della vasca di espansione del Lambro prevista dal Piano Territoriale Regionale.
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| Via Adda |
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| Viale Sicilia |
È una scelta che pone però una domanda inevitabile. La tutela di oltre 24 ettari di territorio può essere considerata una compensazione sufficiente per rendere possibile la trasformazione urbanistica di un'altra area oggi sottoposta a tutela agricola? Non è una domanda retorica e non significa mettere in discussione il valore del parco agricolo proposto o della vasca di espansione. Significa chiedersi se la tutela del territorio debba essere valutata soltanto in termini quantitativi, sommando metri quadrati protetti da una parte e metri quadrati trasformati dall'altra. Per chi si batte contro il consumo di suolo, il tema è centrale: un'area agricola o libera non è necessariamente intercambiabile con un'altra area libera situata altrove. Il valore ambientale, paesaggistico, ecologico e territoriale di un luogo dipende anche dalla sua posizione e dalle relazioni che intrattiene con il territorio circostante.
La Rete Verde: meno vincoli dove possono diventare scomodi
Ancora più significativa è la parte delle osservazioni dedicata alla Rete Verde di Ricomposizione Paesaggistica (RVRP) del PTCP. La Rete Verde è uno degli strumenti attraverso i quali il PTCP individua una struttura territoriale destinata alla tutela e alla valorizzazione del paesaggio, con una funzione anche di rete ecologica. Il Comune di Monza chiede però di rivederne il disegno, escludendo le aree che costituiscono pertinenze di insediamenti esistenti e quelle che risultavano già impermeabilizzate alla data di adozione del PTCP, il 22 dicembre 2011.
La richiesta non si ferma qui. In alternativa allo stralcio delle aree dalla Rete Verde, il Comune propone di modificare l'articolo 31 delle Norme di Piano, in modo da rendere possibile anche l'attuazione di opere di impermeabilizzazione già previste dagli strumenti urbanistici comunali alla data di adozione del PTCP, anche indipendentemente dalla specifica destinazione urbanistica successivamente attribuita alle aree. Ed è proprio questo passaggio a meritare particolare attenzione. Perché cosa succede se un'area che un tempo era destinata alla trasformazione urbanistica viene successivamente destinata a verde e, anni dopo, torna ad essere considerata urbanizzabile? La proposta del Comune sembra voler evitare che la successiva modifica della destinazione urbanistica cancelli definitivamente il peso delle precedenti previsioni edificatorie. In altre parole, una vecchia previsione urbanistica potrebbe continuare a produrre effetti anche quando quella previsione non è più vigente? È un principio che merita un confronto pubblico, soprattutto in un territorio come la Brianza, dove la disponibilità di suolo libero è sempre più ridotta.
Via Sant'Anastasia: il caso che spiega tutto
Il Comune porta nelle proprie osservazioni un esempio concreto: l'area di via Sant'Anastasia/viale Libertà. L'area è oggi compresa nella Rete Verde ed è di proprietà comunale. Nel PGT vigente alla data di adozione del PTCP, nel 2011, era inserita in un ambito di trasformazione destinato prevalentemente a servizi SAP. Successivamente, con il PGT del 2017, una parte dell'area è stata ridestinata a verde. Ora, nella variante al PGT attualmente in corso, il Comune propone nuovamente una destinazione a servizi che comporterebbe l'impermeabilizzazione del suolo oggi libero. L'area è infatti stata inserita tra quelle considerate «urbanizzabili» nella Carta del Consumo di Suolo. È un esempio particolarmente significativo perché rende concreto il problema.
Un'area che oggi è libera e in parte destinata a verde potrebbe essere nuovamente impermeabilizzata sulla base di una previsione urbanistica che risale a quindici anni fa. La proposta avanzata dal Comune alla Provincia consentirebbe infatti di considerare sufficiente il fatto che il PGT vigente nel 2011 prevedesse già un intervento comportante impermeabilizzazione, anche se quella destinazione è stata successivamente modificata. È questo il modo in cui vogliamo affrontare la riduzione del consumo di suolo? Oppure dovremmo considerare un'area per quello che è oggi, chiedendoci se sia davvero necessario trasformarla, anziché considerare come una sorta di diritto acquisito una vecchia previsione urbanistica?
Via Baradello e via Tagliamento
Le osservazioni riguardano anche altre aree. Per via Baradello, il Comune chiede lo stralcio dalla Rete Verde di un'area verde di proprietà comunale prospiciente edifici residenziali ALER. La motivazione è legata a un progetto di rigenerazione urbana e sociale del quartiere, con la previsione di nuove destinazioni a servizi e parcheggi. In questo caso è necessario evitare semplificazioni: rigenerare un quartiere e migliorare la qualità degli spazi pubblici non equivale automaticamente a consumare nuovo suolo. Ma proprio per questo sarebbe importante capire nel dettaglio quale sarà il rapporto tra la nuova destinazione dell'area e la sua attuale funzione di spazio verde.
Analoga richiesta riguarda un'area comunale tra via Tagliamento e via Generoso, interessata dalla presenza di uno svincolo di accesso alla SS36. Anche in questo caso il Comune chiede lo stralcio dalla Rete Verde. Si tratta di casi diversi tra loro e non è corretto metterli tutti sullo stesso piano. Ma nel loro insieme mostrano un problema generale: quando la tutela ambientale entra in conflitto con una scelta urbanistica, la direzione che il Comune propone alla Provincia è quella di rendere più flessibile la tutela.
Il doppio binario del consumo di suolo
Ed è proprio qui che si trova, a nostro avviso, la questione politica più interessante. Da una parte Monza dichiara di voler ridurre il consumo di suolo e tutelare quello libero.
Dall'altra, nelle osservazioni al PTCP, chiede:
- di stralciare una porzione dell'AT18 Cascinazza dagli ambiti agricoli strategici;
- di rivedere il perimetro della Rete Verde;
- di escludere alcune aree dalle sue tutele;
- oppure, in alternativa, di modificare le norme provinciali per consentire nuove impermeabilizzazioni sulla base di previsioni urbanistiche già esistenti nel 2011;
- di rendere quindi più facilmente attuabili alcune trasformazioni che oggi incontrano maggiori ostacoli per effetto delle tutele ambientali e paesaggistiche.
Questo non significa che la variante al PGT di Monza sia complessivamente una variante "cementificatoria". Il documento comunale sostiene esplicitamente il contrario e sarebbe scorretto ignorarlo. Ma proprio per questo le singole scelte contenute nelle osservazioni meritano di essere discusse. Perché la vera questione non è soltanto quanti metri quadrati di suolo verranno formalmente sottratti alle trasformazioni rispetto al passato. La domanda è anche quali aree vengono considerate sacrificabili e quali strumenti di tutela siamo disposti a indebolire per poterle trasformare.
Il suolo libero non è una riserva da utilizzare quando serve
Da anni, in Brianza, assistiamo a un fenomeno che conosciamo bene: ogni singola trasformazione viene spesso presentata come eccezionale, necessaria, compensata o legata a un interesse pubblico. Il risultato, però, si misura alla fine sul territorio reale. Un pezzo alla volta, un'area dopo l'altra, la superficie libera diminuisce e quella impermeabilizzata aumenta. Per questo riteniamo che la discussione sul nuovo PTCP e sulla variante al PGT di Monza debba partire da un principio semplice: il suolo libero non dovrebbe essere considerato una riserva da utilizzare quando emerge una nuova esigenza urbanistica. E soprattutto una vecchia previsione edificatoria non dovrebbe trasformarsi automaticamente in un lasciapassare per una nuova impermeabilizzazione. Se una previsione non è stata realizzata per quindici anni, e nel frattempo quell'area è stata destinata a verde, forse la domanda da porsi non dovrebbe essere come recuperare il vecchio diritto a trasformarla. Dovrebbe essere: abbiamo ancora davvero bisogno di trasformarla?
La Provincia dovrà scegliere quale idea di territorio sostenere
Ora la parola passa anche alla Provincia di Monza e Brianza, che dovrà valutare le osservazioni presentate dai Comuni nell'ambito della variante al PTCP. È un passaggio importante perché non si tratta soltanto di decidere il destino di alcune aree monzesi. Si tratta di stabilire quanto deve essere forte e coerente una politica provinciale di tutela del suolo e della Rete Verde. Come blog Brianza Centrale abbiamo sempre sostenuto che la Brianza non abbia bisogno di altro consumo di suolo, ma di recuperare e riqualificare ciò che è già stato urbanizzato. Per questo non ci interessa attribuire etichette o fare processi alle intenzioni. Ci interessa porre una domanda molto semplice, alla quale sarebbe utile che amministratori e pianificatori rispondessero con altrettanta chiarezza:
- se davvero vogliamo ridurre il consumo di suolo, perché dovremmo rendere più facile trasformare proprio quelle aree che gli strumenti urbanistici sovracomunali hanno individuato per essere protette?
La sfida della nuova pianificazione urbanistica dovrebbe essere quella di consumare meno suolo, non quella di trovare nuove eccezioni per poterlo consumare.
mercoledì 22 luglio 2026
Seregno, Quartiere Sant'Ambrogio. Una trasformazione silenziosa: il rischio di una cementificazione senza una visione d'insieme
Mentre il dibattito pubblico si concentra spesso sui problemi quotidiani dei quartieri – manutenzioni, parcheggi, arredo urbano o iniziative locali – nel quartiere Sant'Ambrogio di Seregno è in corso una trasformazione urbanistica molto più profonda, destinata a modificare in modo permanente l'assetto dell'intera zona.
Una serie di progetti, alcuni già realizzati, altri approvati o in fase di definizione, stanno infatti interessando contemporaneamente via Colzani, via Edison, via Platone, via Toselli e l'area della futura metrotranvia. Considerati singolarmente possono apparire come normali interventi edilizi; osservati nel loro insieme delineano invece un processo di progressiva densificazione urbana che meriterebbe una riflessione più ampia.
Abbiamo ricevuto una planimetria elaborata sulla base di documenti pubblici e di sopralluoghi sul territorio che mette in evidenza come il quartiere sia interessato contemporaneamente da numerosi interventi. Tra questi figurano nuovi condomini già autorizzati, altri in costruzione e ulteriori progetti in fase di definizione, oltre alla nuova rotatoria di via Nazioni Unite, alla futura fermata della metrotranvia e alla riqualificazione di piazza Fari. A questi si aggiungono cambi di destinazione d'uso di aree private e la progressiva sostituzione di spazi verdi con nuove edificazioni. Tra gli elementi segnalati vi è anche la prevista scomparsa di un'area boscata privata sul lato sud di via Colzani, destinata a lasciare posto a una nuova palazzina. Il risultato è un progressivo aumento delle superfici costruite, degli abitanti e del traffico potenziale in un quartiere che già oggi rappresenta uno dei principali punti di accesso alla città.
Il problema, secondo le osservazioni contenute nella documentazione che abbiamo ricevuto, non è tanto il singolo edificio quanto l'effetto cumulativo di tutti gli interventi. Ogni nuovo insediamento comporta infatti nuove automobili, maggiori necessità di parcheggio, incremento della domanda di servizi e un inevitabile consumo di suolo. Se questi cambiamenti vengono valutati separatamente, si rischia di perdere la percezione della trasformazione complessiva. È proprio questa mancanza di una lettura unitaria che viene indicata come una delle principali criticità: il quartiere starebbe cambiando rapidamente senza che vi sia un confronto pubblico proporzionato alla portata delle modifiche.
Tra i progetti più discussi compare quello relativo a piazza Fari, presentato come un intervento di riqualificazione da circa 300 mila euro con l'obiettivo di restituire ai cittadini uno spazio più verde e accessibile. Emergono però diversi interrogativi sul progetto, riguardanti in particolare la nuova organizzazione della viabilità, l'accessibilità ai parcheggi e il funzionamento complessivo dell'area. Secondo chi ci ha scritto, alcune soluzioni progettuali sembrerebbero creare percorsi meno funzionali rispetto alla situazione attuale, con possibili ripercussioni sulla circolazione locale. Vengono inoltre evidenziati dubbi sulla riduzione di alcuni posti auto, sull'utilizzo degli spazi e sulla reale efficacia delle modifiche previste. L'amministrazione comunale in un suo intervento pubblico ha spiegato che il progetto nasce da un percorso partecipativo avviato nel 2023, con l'obiettivo di migliorare la qualità urbana della piazza, incrementare il verde, favorire nuovi spazi di aggregazione e migliorare l'accessibilità. L'amministrazione precisa inoltre che l'area sarà monitorata per verificarne il funzionamento una volta conclusi i lavori.
Il futuro del quartiere Sant'Ambrogio non dipende soltanto dai nuovi edifici. Nei prossimi anni entreranno infatti in funzione anche la metrotranvia Milano-Seregno e le opere connesse, mentre l'intero territorio brianzolo sarà interessato dagli effetti della Pedemontana Lombarda, con inevitabili ripercussioni sui flussi di traffico. L'interazione tra questi grandi interventi infrastrutturali e la crescente urbanizzazione del quartiere rischia di produrre effetti che andrebbero valutati nel loro insieme, considerando non solo gli aspetti edilizi ma anche quelli ambientali, viabilistici e della qualità della vita.
La vicenda del quartiere Sant'Ambrogio pone una questione che riguarda molte realtà urbane: le trasformazioni non avvengono attraverso un unico grande progetto, ma tramite una successione di interventi apparentemente indipendenti. Proprio per questo diventa fondamentale che cittadini, comitati e amministrazione riescano a leggere il territorio nella sua complessità. Il rischio, altrimenti, è quello di accorgersi della portata dei cambiamenti soltanto quando saranno ormai irreversibili. Più che discutere del singolo cantiere, sarebbe quindi opportuno aprire un confronto pubblico sul futuro complessivo del quartiere: sul consumo di suolo residuo, sul mantenimento delle aree verdi, sulla mobilità, sui servizi e sulla capacità del territorio di assorbire nuove edificazioni senza perdere qualità urbana. Perché la vera domanda non è se ogni singolo progetto sia legittimo, ma se la somma di tutti questi interventi stia costruendo il quartiere che i cittadini desiderano per i prossimi decenni.
L'ago e il pagliaio
Dopo la pubblicazione di questo post sono giunte alcune osservazioni che contribuiscono ad allargare ulteriormente la riflessione.
È stato ricordato che già nell'ottobre 2023 il Comitato di quartiere Sant'Ambrogio aveva presentato numerose osservazioni e proposte nell'ambito della Variante Generale al Piano di Governo del Territorio. A quasi tre anni di distanza, tuttavia, su quelle proposte non risulta essersi aperto un vero confronto pubblico con l'Amministrazione comunale.
La questione assume particolare rilievo anche perché gli attuali Comitati di quartiere si avvicinano alla conclusione del loro mandato. Se il confronto dovesse essere rinviato ancora, esiste il rischio che le istanze elaborate da chi conosce approfonditamente il territorio vengano discusse quando gli interlocutori saranno ormai cambiati, disperdendo il patrimonio di conoscenze e di lavoro accumulato in questi anni.
Un'altra osservazione coglie efficacemente il senso dell'intera vicenda: il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sul singolo intervento – oggi, ad esempio, piazza Fari – mentre passa quasi inosservata la somma di tutte le trasformazioni urbanistiche che stanno interessando il quartiere. Eppure è proprio l'effetto cumulativo di questi interventi che rischia di modificarne profondamente l'identità.
In altre parole, si discute dell'ago, mentre il pagliaio continua a crescere.
venerdì 22 maggio 2026
Erba, il Circolo Ambiente contro il ricorso del Comune sul vincolo di via Battisti
a cura del Circolo Ambiente
La Giunta comunale di Erba ha deciso di avviare un’azione legale contro il vincolo posto dalla Soprintendenza a tutela degli edifici storici nella parte sud della frazione di Villincino, incluso il giardino privato di via Battisti che il Comune vorrebbe asfaltare per costruirvi l’ennesimo parcheggio.
Come Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” riteniamo che l’impugnazione legale decisa dalla Giunta sia un’azione negativa, oltre che un vero paradosso: una parte dello Stato che si oppone a un’altra articolazione dello Stato, e contro la tutela dell’ambiente. A differenza della Giunta di Erba, noi siamo totalmente d’accordo con l’apposizione del vincolo ambientale e paesaggistico sulla frazione.
Per questo esprimiamo sconcerto per la decisione assunta dalla Giunta comunale, che ha scelto di impugnare legalmente il vincolo posto dalla Soprintendenza. Il ricorso appare ancora più paradossale se si considera che è finalizzato a “difendere” un progetto impattante: la realizzazione di un nuovo parcheggio in uno storico giardino privato in via Battisti.
Questo il commento di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”:
“Il Sindaco e la Giunta di Erba confermano ancora una volta di voler riempire di cemento e asfalto un territorio già fortemente urbanizzato, tra i più cementificati della provincia di Como. Ora l’Amministrazione arriva persino a opporsi al vincolo posto dalla Soprintendenza, e tutto questo per realizzare l’ennesimo parcheggio: una nuova distesa di asfalto che cancellerebbe un bellissimo giardino e orto storico in via Battisti.
Non ci sono parole per commentare ulteriormente queste scelte urbanistiche, che qualificano negativamente l’operato dell’Amministrazione comunale. Erba non ha bisogno di altro cemento, ma di una maggiore tutela delle aree verdi del centro urbano.
L’impugnazione legale per difendere il progetto di via Battisti arriva dopo la decisione, altrettanto discutibile, di autorizzare la costruzione di un parcheggio e di una palazzina nel parco privato di via Volta, dove nelle scorse settimane sono stati abbattuti numerosi alberi di alto fusto.
Non sazi, ora il Sindaco e la Giunta vorrebbero procedere con l’asfaltatura del giardino di via Battisti.
Noi sosteniamo il vincolo deciso dalla Soprintendenza, a salvaguardia degli edifici storici a sud del borgo di Villincino e del giardino di via Battisti”.
sabato 18 aprile 2026
Area ex Meroni di Erba: il Circolo Ambiente chiede chiarezza sulle verifiche ambientali
Il tema della possibile bonifica dei terreni nell’area ex Meroni di Erba torna al centro dell’attenzione pubblica. A sollevare la questione è il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, che richiama quanto previsto dal Piano di Governo del Territorio (PGT) vigente del Comune.
Secondo quanto indicato nel PGT, per l’area dismessa di via Leopardi è stabilito che i titolari “dovranno prevedere, preliminarmente alla riconversione del sito, uno specifico Piano di indagine ambientale finalizzato a verificare la salubrità del luogo ai fini del giudizio di risanamento. Tale piano è finalizzato alla verifica della presenza o meno di contaminazioni e la conseguente necessità di attivare l’iter tecnico amministrativo di bonifica ... . La costruzione di nuove strutture sulle aree oggetto di bonifica è subordinata al completamento delle opere di risanamento e alla Certificazione di salubrità dell’area da parte dell’autorità competente”.
Nonostante queste indicazioni, il Circolo Ambiente evidenzia come nella Delibera di Giunta con cui è stato recentemente approvato il Piano Attuativo per la riqualificazione dell’ex Meroni non vi sia alcun accenno esplicito a tali obblighi. Solo nello schema di convenzione viene previsto che i titolari assumano alcuni impegni, tra cui quello di “presentare, entro 60 giorni dal termine delle opere di demolizione, il piano di caratterizzazione ambientale per l’eventuale bonifica delle aree”.
Il Circolo non nasconde le proprie preoccupazioni riguardo alle modalità con cui verranno condotte le verifiche ambientali. Per questo motivo ha richiesto al Comune una serie di informazioni, con l’obiettivo di ottenere la massima certezza che le verifiche previste corrispondano alla reale situazione di rischio ambientale dell’area, così come richiamato nel PGT vigente, a tutela della salute pubblica e dell’ambiente.
Nel dettaglio, sono state avanzate richieste precise all’amministrazione comunale: chiarimenti su come e in quali punti verranno eseguiti i campionamenti e le analisi; indicazioni sul tipo di verifiche e sulle modalità di validazione, dal punto di vista pubblico, delle indagini preliminari, dei campionamenti, delle analisi e dell’eventuale successivo Piano di bonifica.
A supporto di tali richieste, la lettera è stata inviata per conoscenza anche ad ARPA Lombardia, dipartimento di Como. Inoltre, il Circolo ha chiesto al Comune di ricevere, non appena disponibile, copia del Piano di caratterizzazione ambientale per l’eventuale bonifica, insieme agli esiti delle verifiche e delle validazioni effettuate dagli enti pubblici competenti, nonché la Certificazione di salubrità dell’area che sarà rilasciata dall’autorità competente.
A concludere l’intervento è Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente, che sottolinea: “Anziché pensare al ‘pergolato’ (che la Giunta ha chiesto che venga eseguita dal privato come ‘compensazione’), sarebbe meglio che il sindaco – che è il primo tutore della salute pubblica – si preoccupasse di far sapere alla collettività dove e come verranno realizzate le analisi sul terreno, per scongiurare ogni rischio di contaminazione ambientale. Ora attendiamo precise risposte dal Comune”.
mercoledì 8 aprile 2026
Erba (CO): la Soprintendenza salva un'area verde dalla cementificazione!
a cura del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"
Il nostro Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" accoglie con soddisfazione la decisione della Soprintendenza di Como, che ha posto un vincolo su parte della frazione di Villincino di Erba, inclusa l'area verde di via Battisti, dove l'Amministrazione comunale di Erba aveva previsto la realizzazione di un ennesimo parcheggio!
Il vincolo posto dalla Soprintendenza salvaguarda un parco - seppure privato - che costituisce un piccolo polmone verde nell'area urbana di Erba, con un orto e un frutteto storici. Una decisione, quella della Soprintendenza, che mette un chiaro 'stop' alle pessime intenzioni del Sindaco e della Giunta di Erba, che al contrario avrebbero voluto cancellare l'area verde di via Battisti per realizzare l'ennesimo parcheggio, l'ennesima cementificazione del territorio erbese. Un territorio ancor più compromesso dalle recenti autorizzazioni concesse dal Comune per nuove edificazioni e per nuovi parcheggi.
Parliamo dei parcheggi pubblici realizzati di recente o previsti su aree verdi: in via Fiume in centro, in via Marconi e via Brugora ad Arcellasco, in via Foscolo a Crevenna e infine in via Volta.
Proprio sul parco di via Volta abbiamo il rammarico che non vi sia stato un tempestivo intervento della Soprintendenza a salvaguardia dello storico parco e dei suoi alberi. Avremmo auspicato un'azione più puntuale, che avrebbe scongiurato il taglio di decine di alberi di alto fusto e la cementificazione dello storico parco.
domenica 29 marzo 2026
Nuovo ospedale di Seregno: una scelta coerente con il programma elettorale?
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| Fonte immagine: Wikipedia |
Nel dibattito in corso sulla realizzazione del nuovo ospedale di Seregno emerge una questione che finora è rimasta sullo sfondo, ma che merita attenzione: la coerenza di questa scelta con il programma amministrativo presentato agli elettori nel 2023 (per scaricarlo cliccare qui).
Nel documento con cui l’attuale maggioranza si è presentata alle elezioni non compare alcun riferimento alla costruzione di un nuovo presidio ospedaliero. Al contrario, sul piano urbanistico e ambientale vengono indicati alcuni indirizzi molto chiari, più volte ribaditi nel testo.
Tra questi, in particolare, l’obiettivo del “consumo di suolo zero” e la priorità della rigenerazione delle aree dismesse, indicata come modalità privilegiata per rispondere ai bisogni della città senza ulteriore espansione urbana.
Si tratta di principi che non hanno un valore meramente tecnico, ma rappresentano un orientamento politico preciso: contenere l’uso di nuovo suolo, valorizzare il patrimonio esistente e limitare l’impatto delle trasformazioni sul territorio.
Alla luce di questi indirizzi, l’ipotesi di realizzare un nuovo ospedale su un’area agricola, per di più all’interno del Parco GruBrìa, introduce una evidente tensione tra quanto dichiarato nel programma e le scelte che oggi sembrano prendere forma nel dibattito pubblico.
Non si tratta di una questione formale, ma sostanziale. Una decisione di questo tipo non è neutra: implica consumo di suolo, trasformazione permanente di un’area libera e incide su uno degli ambiti più delicati del territorio.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento. Proprio perché il nuovo ospedale non era tra gli interventi esplicitamente indicati nel programma, gli elettori non si sono espressi su questa specifica scelta.
Questo non mette in discussione la legittimità dell’amministrazione, ma pone un tema di metodo. Quando emergono decisioni così rilevanti e non previste nel mandato elettorale, diventa ancora più importante costruire momenti di confronto pubblico ampi e strutturati.
Assemblee, percorsi partecipativi, occasioni di approfondimento: strumenti che permettono di discutere nel merito le alternative, valutare gli impatti e rendere trasparenti le motivazioni delle scelte.
L’ampio consenso elettorale ottenuto dal sindaco rappresenta una base solida per governare, ma non esaurisce la necessità di costruire condivisione su decisioni specifiche che non erano contenute nel programma e che incidono in modo significativo — e non reversibile — sul futuro della città.
Per questo, il tema della coerenza non riguarda solo il passato, ma anche il modo in cui si costruiscono le decisioni nel presente.
Se davvero si ritiene che la realizzazione di un nuovo ospedale — eventualmente anche su suolo agricolo — sia la scelta più corretta, è necessario dirlo con chiarezza e motivarlo pubblicamente, spiegando perché questa opzione sia compatibile, o eventualmente debba prevalere, rispetto agli obiettivi di consumo di suolo zero e rigenerazione urbana indicati nel programma.
Solo così il confronto può diventare reale e le decisioni realmente condivise.
venerdì 27 marzo 2026
Nuovo ospedale di Seregno: affidati gli studi preliminari mentre resta aperto il nodo della localizzazione
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| Seregno, zona Dosso: la possibile localizzazione del nuovo ospedale |
Mentre il dibattito pubblico sulla localizzazione del nuovo ospedale di Seregno è ancora aperto, l’ASST della Brianza compie un primo passo operativo concreto: con la determina n. 227 del 13 marzo 2026 è stato affidato un incarico per la redazione degli studi preliminari dell’opera.
Si tratta di un servizio di supporto tecnico-specialistico finalizzato alla definizione delle basi progettuali del nuovo presidio di riabilitazione specialistica, inserito nella programmazione regionale con un investimento complessivo di 72 milioni di euro per il periodo 2025–2031.
L’incarico è stato aggiudicato alla società Chorus srl, con sede a Torino, per un importo complessivo di 171.288 euro (comprensivo di oneri e IVA). La procedura, svolta tramite piattaforma Sintel, ha visto l’invito di un unico operatore economico, individuato sulla base di esperienze pregresse.
Dal punto di vista formale si tratta di una fase preliminare, che non coincide né con la progettazione definitiva né, tantomeno, con l’avvio dei lavori. Tuttavia, è proprio questo passaggio che segna l’ingresso del progetto in una dimensione operativa.
Ed è qui che emerge un elemento di interesse: mentre restano aperti nodi fondamentali — a partire dalla localizzazione dell’ospedale — il percorso amministrativo procede.
Nei precedenti interventi abbiamo evidenziato come, nel dibattito pubblico, l’ipotesi di realizzare il nuovo presidio nell’area agricola del Dosso, all’interno del Parco GruBrìa, venga presentata in modo sempre più concreto, a fronte di alternative legate alla rigenerazione di aree dismesse descritte invece come difficilmente praticabili.
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| Per leggere l'articolo pubblicato sul Giornale di Seregno cliccare qui |
Le recenti prese di posizione, tra cui quelle del presidente del PLIS GruBrìa Arturo Lanzani, hanno ulteriormente rafforzato le criticità ambientali e territoriali di questa scelta, sottolineando come la tutela degli spazi aperti e la qualità dell’ambiente siano parte integrante della salute pubblica.
In questo contesto, l’avvio degli studi preliminari rappresenta un ulteriore tassello che suggerisce come il progetto stia progressivamente prendendo forma, al di là del confronto pubblico ancora in corso.
Un aspetto che merita attenzione riguarda anche le modalità di affidamento dell’incarico. La procedura ha previsto l’invito di un solo operatore economico, una modalità consentita dalla normativa in determinate condizioni, ma che riduce inevitabilmente il confronto competitivo.
Al di là degli aspetti procedurali, è però il significato complessivo di questo passaggio a risultare rilevante. L’avvio delle attività tecniche produce infatti anche un effetto meno visibile: consolida il percorso progettuale. Con il progredire degli studi, degli incarichi e degli investimenti, la possibilità di rimettere in discussione scelte di fondo — come quella della localizzazione — tende progressivamente a ridursi.
La determina, va sottolineato, non entra nel merito di questo nodo, che resta formalmente aperto. Ed è proprio su questo punto che si concentra il dibattito sviluppatosi negli ultimi mesi: costruire un nuovo ospedale su suolo agricolo, all’interno di un parco locale, oppure privilegiare soluzioni di riuso e rigenerazione urbana.
A ciò si aggiunge una questione più ampia, già emersa nel confronto pubblico: è davvero necessario realizzare una nuova struttura, oppure le criticità del sistema sanitario locale riguardano soprattutto la carenza di personale e il potenziamento dei presidi esistenti?
Proprio per questo, mentre il progetto entra in una fase operativa, diventa ancora più urgente chiarire in modo trasparente alcuni punti essenziali:
- dove si intende localizzare l’opera;
- perché eventuali alternative vengono considerate non praticabili;
- quale sia il bilanciamento tra esigenze sanitarie e tutela del territorio;
- se la costruzione di un nuovo presidio rappresenti davvero la risposta più efficace ai bisogni di cura.
giovedì 26 marzo 2026
Circolo Ambiente: "A Erba nel recupero delle aree dismesse si rischia di favorire i privati"
di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"
Nel recupero delle aree dismesse di Erba (CO) si rischiano di favorire gli interessi dei privati. Tale rischio risulta evidente dopo l'approvazione della delibera di Consiglio Comunale dello scorso 27 febbraio, con la quale viene consentita la possibilità di frammentare gli interventi tra i vari lotti delle aree dismesse da riqualificare, intervenendo appunto per stralci funzionali, con i privati che potranno concordare volta per volta i loro progetti con l’Amministrazione Comunale.
La possibilità di procedere per lotti nella riqualificazione delle aree dismesse del centro, potrebbe portare anzitutto al concreto rischio di perdere la visione d'insieme del disegno urbanistico che riguarda il centro della città. Ovvero si rischia di produrre un caos urbanistico, con edifici adiacenti in stili differenti e con pochi spazi per la collettività. Invece c'è la necessità che gli interventi di recupero e di rigenerazione delle aree dismesse del centro di Erba mantengano un "disegno unitario", come recita la legge. Procedendo per lotti ("stralci funzionali"), c'è il rischio da far 'prevalere' le esigenze immobiliaristiche delle singole proprietà, tenendo anche conto dell'aumento di volumetria concesso dalla legge regionale, premialità che mal si concilia con gli spazi urbani del centro città, già ora fortemente congestionati.
Precisiamo che la nostra associazione è convintamente a favore della riqualificazione delle aree industriali dismesse di Erba, ma il recupero deve avere l’obiettivo primario di dare respiro agli spazi urbani del centro città. Cioè la riqualificazione deve conciliare gli interessi delle proprietà private con le primarie esigenze pubbliche e collettive tra cui: creazione di aree e percorsi ciclo-pedonali, spazi di socialità e cultura, servizi pubblici e sociali. Tra questi sarebbe bene prevedere una piazza completamente pedonale, che attualmente a Erba non c'è, ma di cui se ne sente il bisogno per rendere la città più a misura di uomo.
Un altro paradosso derivante dalla delibera approvata dal Consiglio Comunale di Erba (che recita che: "gli interventi possano essere concordati volta per volta con l’Amministrazione Comunale"), è il rischio di sottrarre allo stesso Consiglio e alla collettività (quindi senza il necessario percorso di partecipazione pubblica) la definizione delle modalità di recupero complessivo delle aree dismesse, consegnando alla discrezione del Sindaco e della Giunta comunale l'importante sviluppo del centro cittadino, cioè il futuro urbanistico della città.
In definitiva, per l'auspicato recupero delle aree dismesse, servirebbe una visione 'alta' e lungimirante, che crei nuovi spazi pubblici per la collettività, evitando quindi la frammentazione dello sviluppo urbanistico delle aree centrali di Erba, che rischia di favorire solo gli 'appetiti' del mercato immobiliare, dimenticandosi delle esigenze della collettività.
lunedì 16 marzo 2026
Pedemontana e il parco che scompare
C’è un’immagine che racconta più di molte parole lo stato delle cose.
In primo piano un cartello indica l’ingresso di un’area del Parco GruBrìa. Subito dietro, una recinzione delimita un cantiere. Oltre la rete, il terreno appare scavato, spianato, trasformato. Dove il cartello parla di parco, la realtà mostra un paesaggio di lavori e terra smossa.
È una fotografia scattata domenica durante una delle iniziative organizzate dai comitati NO Pedemontana sul territorio di Desio. I cittadini hanno chiamato l’iniziativa “Operazione Umarell”: una visita collettiva ai cantieri per osservare direttamente lo stato dei lavori e documentare ciò che sta accadendo.
L’immagine è diventata una delle più emblematiche della giornata. Il contrasto tra la segnaletica che indica un’area protetta e la trasformazione fisica del territorio restituisce con immediatezza la preoccupazione che da anni anima i comitati locali: la progressiva erosione di uno dei pochi corridoi verdi rimasti nella Brianza centrale.
La visita ai cantieri arriva a pochi giorni da un’assemblea pubblica molto partecipata, organizzata venerdì 13 marzo 2026 all’oratorio di Santa Margherita (Lissone). L’incontro ha riunito cittadini, attivisti e amministratori locali per fare il punto sulla situazione dell’infrastruttura e sulle iniziative future.
Secondo gli organizzatori, la serata ha rappresentato un momento importante di informazione e confronto. Diversi interventi hanno affrontato le criticità legate al progetto dell’autostrada Pedemontana, con particolare attenzione ai ricorsi amministrativi e agli impatti ambientali.
Tra i temi discussi c’è stato il ricorso al TAR sulla tratta breve e le difficoltà organizzative del progetto, che secondo alcuni interventi potrebbero riaprire spazi di opposizione all’opera. Al centro del dibattito anche la questione dei pedaggi sulla Milano-Meda e la possibilità di iniziative legali con associazioni di consumatori.
Uno dei punti più sentiti riguarda però la qualità dell’aria. Durante l’assemblea sono state raccolte firme per chiedere al Comune di Macherio una maggiore trasparenza sui dati della centralina installata presso la scuola Rodari.
La richiesta avanzata dai cittadini è chiara: pubblicazioni mensili dei dati sugli inquinanti, accessibili attraverso i canali istituzionali del Comune, con confronti rispetto ai limiti di legge, alle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e ai dati delle altre centraline della provincia.
Secondo i promotori, il monitoraggio continuo è fondamentale per comprendere l’evoluzione della qualità dell’aria durante le diverse fasi dei cantieri. Una singola rilevazione, spiegano, non è sufficiente: solo una serie storica di dati può restituire un quadro reale dell’impatto ambientale.
Un altro tema emerso durante l’assemblea riguarda il consumo di suolo. Nei prossimi mesi i comitati intendono promuovere un incontro dedicato alla rigenerazione del terreno e alla cosiddetta “depavimentazione”, cioè la rimozione di superfici asfaltate o cementificate per restituire permeabilità e funzioni ecologiche al suolo.
Parallelamente, resta alta l’attenzione sulle politiche urbanistiche locali. A Lissone l’amministrazione comunale ha dichiarato che il prossimo piano urbanistico non prevederà nuovi insediamenti commerciali, industriali o civili. I comitati intendono vigilare affinché questo impegno venga effettivamente mantenuto.

























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