martedì 25 agosto 2026

Pedemontana e la tangenziale delle rovine


Qualche giorno fa siamo tornati al Parco del Meredo di Seregno. Una passeggiata, ma anche l’occasione per dare un’occhiata a come procedono i lavori della tangenziale Meda-Seregno di Pedemontana.

Eravamo rimasti alle ottimistiche dichiarazioni che indicavano settembre come il momento della conclusione dell’opera. Nel frattempo, però, pare che il calendario abbia subito una piccola correzione. Nell’incontro di fine giugno tra la Giunta comunale di Meda e i rappresentanti di Pedemontana, alla precisa domanda sulla conclusione dei lavori della tangenzialina, sarebbe stato indicato febbraio 2027 come termine ultimo. Una data che, vista la situazione del cantiere, sembra quantomeno prudente.


E qui nasce una considerazione un po’ meno ironica.

Perché, se è vero che una volta terminata la tangenziale almeno il senso di precarietà e di desolazione del cantiere verrà meno, è altrettanto vero che la devastazione del territorio è già avvenuta. Gli sbancamenti, gli scavi, le strade di servizio, i terreni trasformati, la vegetazione sacrificata: tutto questo non è un’ipotesi futura. È già sotto i nostri occhi. Anzi, osservando il paesaggio dal Meredo, viene quasi da pensare a una nuova forma di architettura delle rovine. Solo che qui non abbiamo antichi ruderi che il tempo ha consegnato alla storia. Abbiamo rovine nuove di zecca, costruite prima ancora che l’opera sia terminata. 


Il monumento simbolo di questa particolare archeologia del cemento è naturalmente il famoso ponte sulla ferrovia. Una grande struttura di calcestruzzo, fatta di pilastri e travature in cemento armato, che domina il paesaggio con una presenza difficile da ignorare. A decorarlo sono comparsi anche i graffiti, che qualcuno definisce street art. Forse è il modo contemporaneo di abbellire le rovine contemporanee.


Ma al di là dell’ironia, quello che colpisce è il contrasto fra la dimensione dell’intervento e il territorio nel quale è stato inserito. Un territorio già fortemente urbanizzato e frammentato, nel quale ogni spazio libero, ogni area verde, ogni lembo di campagna rimasto assume un valore che non può essere misurato soltanto in metri quadrati.

E mentre osserviamo ciò che è stato fatto, c’è anche chi guarda con preoccupazione a ciò che ancora deve essere fatto.


È il caso degli abitanti di via Forlì e via Po a Meda e del quartiere Ceredo a Seregno, che attendono la prevista realizzazione della tangenziale. Per loro il problema non appartiene a un paesaggio visto da lontano: riguarda direttamente il luogo nel quale vivono, il rapporto con le abitazioni, la qualità dell’ambiente e la trasformazione di una parte del quartiere che rischia di pagare un prezzo molto alto per un’opera della quale non tutti condividono la necessità e i benefici. E allora viene spontanea una domanda: quanto dovremo ancora aspettare per vedere conclusa un’opera che il territorio ha già pagato a caro prezzo?

Febbraio 2027, dunque. Prendiamo nota della data.

Nel frattempo, continueremo a guardare il cantiere. Magari prima o poi qualcuno tornerà a lavorarci..


Noi, lo diciamo senza troppi giri di parole, saremmo anche felici se questa tangenziale non venisse mai completata. Non perché ci piaccia vedere un cantiere incompiuto, ma perché riteniamo che la vera domanda dovrebbe essere posta prima di costruire, non quando ormai gran parte del territorio è stata trasformata: era davvero necessario arrivare fin qui? Il problema è che anche se domani arrivasse la decisione di fermare tutto, non avremmo recuperato il paesaggio di prima. E se invece l'opera sarà completata, potremo forse finalmente smettere di vedere cantieri, recinzioni, cumuli di terra e grandi manufatti di cemento. La devastazione apparirà allora più ordinata, più definitiva, forse persino più accettabile alla vista. Una strada al posto di un cantiere. Un’infrastruttura al posto di un paesaggio. Ma sarà comunque un paesaggio diverso. Per questo continuiamo a guardare i lavori. Non soltanto per sapere quando finiranno, ma per documentare ciò che nel frattempo è stato perso.


E così, mentre aspettiamo febbraio 2027, ci resta una curiosa certezza: la tangenziale potrebbe anche non essere ancora arrivata, ma il suo arrivo sul territorio è già avvenuto da tempo. E quello, purtroppo, non si può più rimandare.

Aggiornamento – 25 agosto 2026, ore 10:40


Poco dopo la pubblicazione di questo post, una cittadina del quartiere Ceredo ci ha contattato per segnalarci che proprio oggi, dopo circa un mese e mezzo di sostanziale sosta, qualcuno si è fatto vivo in cantiere, con l’arrivo di mezzi e materiale.

Prendiamo naturalmente atto della novità. Vedremo nei prossimi giorni se si tratta dell’effettiva ripresa dei lavori o soltanto di una presenza occasionale.

Intanto, il cantiere torna a dare qualche segno di vita. E noi continueremo a seguirne l’evoluzione, anche perché febbraio 2027, indicato come termine ultimo dei lavori, non è poi così lontano.

sabato 22 agosto 2026

La solidarietà sale in montagna: ANPI Seregno al rifugio “Gino e Massimo”


Martedì 18 agosto alcuni soci dell’ANPI di Seregno hanno raggiunto il rifugio “Gino e Massimo”, in Valtellina, nel territorio del Parco delle Orobie Valtellinesi, per portare la propria solidarietà ad Anna, la giovane ragazza che gestisce il rifugio, e alla sua famiglia.

Il rifugio era stato vandalizzato da ignoti poco meno di un mese fa, pochi giorni prima della preparazione della Pastasciutta antifascista. Un gesto vigliacco che aveva colpito non soltanto una struttura, ma anche un luogo diventato punto di incontro e di condivisione dei valori della memoria, della libertà e dell’antifascismo.


A raccontare la giornata è Mariadele Frigerio, presidente dell’ANPI di Seregno: «Martedì 18 agosto ci siamo recati al rifugio “Gino e Massimo”, con la bellissima accoglienza dei gestori del rifugio e dei camminatori presenti. Questo rifugio è stato vandalizzato da vigliacchi il mese scorso, pochi giorni prima che preparasse la Pastasciutta antifascista. Siamo andati a portare la nostra solidarietà (come anche molte altre persone) ad Anna, la giovane ragazza che lo gestisce, e alla sua famiglia».

Un gesto semplice ma significativo: andare, esserci, incontrarsi e dimostrare che di fronte alla vigliaccheria non si rimane indifferenti.

La solidarietà, quando diventa presenza, cammina. Anche in montagna.

venerdì 21 agosto 2026

Sotto il cielo stellato del Monte San Primo

"La distanza della Luna", il 29 agosto una serata tra scienza e letteratura. L’evento fa parte della rassegna "Piccole storie per una grande montagna", promossa dal Coordinamento 'Salviamo il Monte San Primo' per valorizzare il territorio attraverso la cultura.


Sabato 29 agosto, alle ore 21.00, il Nuovo Osservatorio Astronomico di Sormano ospiterà un appuntamento unico nel suo genere: "La distanza della Luna – Storie al chiaro di Luna". L'iniziativa unisce felicemente l'immaginazione letteraria, la lettura teatrale e la narrazione scientifica, in una serata a partecipazione completamente gratuita.

L'evento è inserito all'interno della rassegna culturale "Piccole storie per una grande montagna", un ciclo di incontri organizzato dal Coordinamento 'Salviamo il Monte San Primo' con l'obiettivo di accendere i riflettori sulla bellezza, la tutela e la valorizzazione del patrimonio naturale locale attraverso l'arte e la divulgazione.

Prendendo spunto dalle suggestive atmosfere delle "Cosmicomiche" di Italo Calvino, la serata offrirà al pubblico un viaggio sospeso tra terra e cielo, celebrando la meraviglia del plenilunio sul Monte San Primo. Sarà un'occasione speciale per osservare da vicino il nostro satellite, quasi come se si potesse "raggiungere con una scala".


Il programma vedrà l'alternarsi di voci artistiche e contributi scientifici. Sul palco saliranno le attrici Pia Mazza e Arianna Pollini, accompagnate dagli interventi dell'astrofisico Emilio Novati, di Gigi Manara e Maurizio Lietti. L'incontro vedrà inoltre la partecipazione di Daniele Brioschi (docente presso la Scuola Media di Carimate) insieme ai suoi giovani astrofili, offrendo una preziosa prospettiva didattica e intergenerazionale.

Informazioni utili:

  • Quando: Sabato 29 agosto, ore 21.00
  • Dove: Nuovo Osservatorio Astronomico di Sormano (Località Colma di Sormano)
  • Ingresso: Gratuito
  • Note: In caso di maltempo l’evento sarà annullato.

 
Per ulteriori dettagli e contatti di riferimento:

1976–2026 | Disastro diossina | 9. I processi, la transizione economica, l'assassinio di Paoletti, la Commissione parlamentare d'inchiesta


Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.


*-*-*
Nona puntata
I processi, la transizione economica, l'assassinio di Paoletti, la Commissione parlamentare d'inchiesta


Altra puntata di approfondimento curata da Sinistra e Ambiente di Meda per ricostruire gli anni e le vicende drammatiche del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Questa volta trattiamo gli aspetti giuridici, le transazioni economiche, l'intersecarsi degli anni di piombo con alcuni attentati e con l'omicidio del direttore di produzione dell'Icmesa ing. Paolo Paoletti, i lavori e la relazione della Commissione d'Inchiesta parlamentare.
Continua l'impegno di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda per restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.
 
IL PROCESSO PENALE DI PRIMO GRADO A MONZA, L'APPELLO E LA CASSAZIONE 
Dopo la fuoriuscita di Diossina dall'Icmesa, il 2 agosto 1976 furono arrestati il Direttore Tecnico della fabbrica Herwig von Zwehl e il Direttore di Produzione Paolo Paoletti, successivamente scarcerati in attesa di processo.
Il filone giuridico per il disastro diossina dell'ICMESA-Givaudan-Hoffman-La Roche si è espresso con il processo penale contro i dirigenti, concluso nel 1986 con l'ultimo grado di giudizio, gli accordi di transazione tra le parti e i processi civili per i risarcimenti ai cittadini.

Il processo di primo grado a Monza

Il processo penale di primo grado per le responsabilità individuali per il disastro Diossina dell'ICMESA e della casa madre Givaudan (di proprietà della multinazionale Hoffman-La Roche)  si aprì a Monza il 18 aprile 1983.

Herwig Von Zwehl arrestato con Paoletti dopo la fuoriuscita di diossina e poi rimesso in libertà in attesa del processo

Imputati furono il Direttore tecnico dello stabilimento ICMESA Herwig von Zwehl, già denunciato nel 1974 e assolto nel 1976 per inquinamento idrico causato dall’Icmesa, il Direttore tecnico del gruppo svizzero Givaudan Jörg Sambeth, il Direttore generale del gruppo Givaudan Guy Waldvogel, il Progettista del reattore chimico A101 Fritz Moeri, il Capo del dipartimento ingegneria dell'ICMESA Giovanni Radice.
Le accuse nei loro confronti, in base alla legislazione di quegli anni erano di disastro colposo, omissione delle cautele necessarie a prevenire incidenti e lesioni permanenti.


Dal Corriere d'Informazione del 5/2/1980

Nelle aule del Tribunale di Monza solo Jörg Sambeth, direttore tecnico della Givaudan si presentò fisicamente partecipando attivamente alle udienze, affrontando il dibattimento e rispondendo a giudici e Pubblico Ministero.
Herwig von Zwehl, Guy Waldvogel, Fritz Moeri e Giovanni Radice vennero giudicati in contumacia poichè decisero di non presentarsi alle udienze e rimanendo all'estero e furono rappresentati esclusivamente dai loro collegi legali.
Durante le udienze sfilarono in aula tecnici ed operai dello stabilimento ICMESA per ricostruire la dinamica dell'incidente e i ritardi nell'allarme.
 
Esperti scientifici e medici vennero chiamati  a deporre  sugli effetti tossicologici della diossina TCDD e sulla contaminazione territoriale così come deposero gli amministratori locali e i funzionari pubblici che dovettero gestire la caotica emergenza sanitaria e l'evacuazione della "Zona A" nelle settimane successive al disastro.
Il processo mise in luce le carenze dell'impiantistica, del ciclo produttivo, dei controlli, la scarsa sicurezza nonchè la drammatica gestione iniziale delle informazioni sulla diossina. 

Il 24 settembre 1983 il tribunale condannò von Zwehl e Sambeth a cinque anni di reclusione, Moeri e Waldvogel a quattro anni, Radice a due anni e sei mesi.

Il dispositivo di sentenza del processo di primo grado del disastro diossina

Nel dibattimento di primo grado il tribunale di Monza riconobbe per la prima volta al sindacato il diritto di costituirsi parte civile in un processo per un disastro ambientale, anche in assenza di un lavoratore direttamente leso nella propria integrità fisica.

Momenti del processo di Primo grado a Monza. A dx della foto, in piedi, dietro il microfono,  l'avv. Carlo Smuraglia

La tesi sostenuta dai legali del sindacato, assistiti dal giuslavorista Carlo Smuraglia, fu che la chiusura dello stabilimento avesse privato l’organizzazione sindacale del proprio consiglio di fabbrica, inteso come articolazione territoriale del sindacato stesso.
Il tribunale accolse la tesi e riconobbe un risarcimento di 30 milioni di lire, una cifra paragonabile a quella ottenuta nello stesso periodo da una famiglia di quattro persone evacuate, con un bambino colpito da cloracne, costretta a lasciare casa e lavoro: 20 milioni di lire, riconosciuti in primo grado come provvisionale. 
La sentenza di Monza venne poi riformata in appello, ma il principio rimase e negli anni successivi venne ripreso da altri sindacati in tutta Italia in procedimenti per disastri ambientali.

Il 14 maggio 1985 la Corte d’appello di Milano ribaltò il verdetto, assolvendo "per non aver commesso il fatto" Waldvogel, Moeri e Radice e condannando von Zwehl a due anni di reclusione e Sambeth a un anno e sei mesi. 
La sentenza divenne definitiva venendo confermata nel 1986 dalla Cassazione.
Le pene comminate furono decisamente miti e solo per i due responsabili tecnici.
Nessuno di loro scontò la pena in carcere.

I PROCEDIMENTI CIVILI E LE TRANSAZIONI ECONOMICHE
I procedimenti civili ebbero, come è intuibile, un iter ancora più lungo, complesso e contraddittorio.
Dopo un anno di trattativa, il 25 marzo 1980, il presidente della Regione Lombardia Cesare Golfari, il sottosegretario all'Interno Bruno Kessler e il nuovo presidente della Giunta Regionale Giuseppe Guzzetti raggiunsero un accordo con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Puryi.


L'accordo prevedeva il pagamento da parte della Givaudan di una somma di 103 miliardi e 634 milioni
di lire (circa 320 milioni di euro nel 2023).
La transazione suddivideva la cifra in un rimborso di 7 miliardi e mezzo allo Stato, 40 miliardi e mezzo alla Regione per le spese di bonifica sostenute fino ad allora, altri 47 miliardi a carico della Givaudan per ulteriori interventi di bonifica e 23 miliardi destinati alla sperimentazione, costituendo anche una Fondazione per ricerche ecologiche, oggi Fondazione Lombardia per l'Ambiente, a cui la Givaudan partecipò con mezzo miliardo.
La Givaudan si impegnò inoltre a conferire alla futura Fondazione gli immobili acquistati (o che stava per acquistare) all´interno della Zona "A".
La transazione escludeva i danni imprevedibili successivi.
Questa transazione fece decadere il procedimento giudiziario intentato dalla Regione contro l´ICMESA e la multinazionale proprietaria all'interno del processo penale avviato dalla Procura della Repubblica di Monza all'indomani del disastro.
La transazione fu molto criticata e l'accordo giudicato favorevole alla Givaudan poichè gli evitata il processo e per questo gli avvocati della Regione sottolinearono che, se si fosse atteso il procedimento giudiziario, si sarebbe parlato di risarcimento dopo molti anni e con molta difficoltà si sarebbero ottenuti 103 miliardi.
I danni riscontrati dai privati furono risarciti dalla multinazionale tramite il proprio ufficio di Milano. Nel giro di tre anni de Puryi liquidò oltre 7000 pratiche con pagamenti effettuati direttamente ai privati, per una spesa complessiva di circa 200 miliardi di lire.
Il comune di Seveso con l'allora Sindaco Giuseppe Cassina, firmò successivamente a Losanna nel settembre 1982, sempre con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Pury, un'ulteriore e specifica transazione ricevendo 15 milioni di franchi svizzeri (1,5 Miliardi di lire).

La comunicazione del sindaco di Seveso Giuseppe Cassina sulla firma della transazione. Documento tratto dall'archivio "Il ponte della Memoria" di Legambiente circolo Laura Conti di Seveso

In cambio del pagamento di questi 15 milioni di franchi, dopo la Regione Lombardia, anche il Comune di Seveso rinunciò definitivamente a qualunque azione legale in sede civile e penale sia in Italia sia all'estero.
Unica eccezione per eventuali danni futuri e imprevedibili all'epoca della firma, a patto di dimostrarne il nesso causale con il disastro della diossina.

SUCCESSIVE SENTENZE CIVILI
Il 21 febbraio 2002 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione stabiliscono con la sentenza n. 2515 che il diritto al risarcimento del danno morale spetta anche in assenza di una malattia fisica, per una "presunzione di sofferenza" e di paura per la propria salute dovuta alla nube di diossina.
In applicazione di questo principio, la Cassazione aveva confermato alcuni risarcimenti, quantificati in circa 5.000 euro a favore dei residenti che avevano documentato il forte turbamento psichico causato dalla nube tossica.
Tuttavia negli anni successivi i tentativi di cause di massa come quella da oltre 10.000 cittadini del Comitato 5D avviata nel 2015, si sono scontrate con i rigidi termini di prescrizione e con sentenze di segno opposto che hanno chiuso la via a nuovi rimborsi tardivi.

IL DISASTRO DIOSSINA E GLI ANNI DI PIOMBO
Nel periodo tra la fine degli anni '70 e gli anni '80 , i cosidetti "anni di piombo", anche la vicenda del disastro diossina dell'Icmesa ebbe un contorno di attentati e di azioni armate rivendicate da gruppi facenti parte della galassia della "lotta armata".

Il  28 luglio 1976, alle 3 e 25 del mattino, esplose una bomba posizionata davanti alla sede romana della multinazionale svizzera La Roche. Non vi furono vittime.


Il 19 maggio 1977 l’ufficiale sanitario di Seveso Giuseppe Ghetti, accusato di aver coperto e minimizzato i rischi e le mancanze dell'Icmesa e di altre fabbriche della zona, venne “gambizzato” con cinque colpi di pistola. 
L'azione venne rivendicata da un fantomatico gruppo di «Combattenti per il comunismo», poi confluiti in "Prima Linea" ed era conseguente ad una “perquisizione proletaria” dell'ufficio di Ghetti.. 

Il 6 luglio 1977, a pochi giorni dal primo anniversario dell’incidente, una bomba esplose contro la casa del vicedirettore della Roche, Rudolf Rupp, a Frekendorf, in Svizzera.
La rivendicazione consegnata ad alcuni giornali svizzeri da parte di un misterioso «Commando 10 luglio»  era scritta in un tedesco approssimativo e vi si si affermava che la multinazionale svizzera aveva trovato potenti alleati «nello Stato dei democristiani e del compromesso storico: medici e scienziati corrotti, le maggioranze silenziose più diverse e anche i sindacati». 

Paolo Paoletti, direttore di produzione dell'ICMESA, assassinato nel 1980 a Monza da Prima Linea

Qualche anno dopo, il 5 febbraio 1980, venne assassinato in un agguato sotto casa, in via De Leyva, nel centro di Monza, il direttore di produzione dell’Icmesa, l'ing. Paolo Paoletti, che avrebbe dovuto rispondere alle accuse formulate anche nei suoi confronti nel processo monzese di primo grado all'Icmesa-Givaudan. Processo che per lui non arrivo mai a sentenza.


Il gruppo di fuoco, che sparò e uccise Paoletti era formato da tre persone, due uomini e una donna e subito dopo l’agguato fuggì a bordo di una Fiat 128 di color grigio metallizzato che fu ritrovata la mattina stessa in via Della Guerrina, nel quartiere Cederna.
L’assassinio fu rivendicato da Prima Linea.


Il Cittadino sull'omicidio di Paolo Paoletti

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA
La Commissione parlamentare incaricata di svolgere una inchiesta «sulla fuga di sostanze tossiche avvenuta il 10 luglio 1976 nello stabilimento Icmesa e sui rischi potenziali per la salute e per l’ambiente derivanti da attività industriali» venne istituita con la legge n. 357 del 16 giugno 1977. 


Era composta da 15 deputati e 15 senatori nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento il 28 luglio 1977 con una suddivisione numerica che rifletteva la composizione dell'arco parlamentare.
La Democrazia Cristiana aveva dodici Commissari, il Pci dieci, il Psi due. I repubblicani avevano un parlamentare nella Commissione, così come i Socialdemocratici e la Sinistra Indipendente mentre Destra Nazionale (ex MSI) aveva due Commissari.
Presidente della Commissione fu nominato il deputato Bruno Orsini.
La legge istitutiva, definì tre filoni di inchiesta dei quali la Commissione doveva occuparsi ossia:

  • l’accertamento delle responsabilità «ad ogni livello, centrale o locale, relative all’insedia-mento, alla sicurezza e alla nocività della produzione, ai controlli e ad ogni altra misura indispensabile atta ad evitare le calamità»;
  • la valutazione delle conseguenze dell’incidente, sia sul piano medico e ambientale sia su quello economico;
  • la formulazione di proposte «per una più efficace normativa a tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini, per l’equilibrio dell’ambiente naturale, nonché per assicurare servizi adeguati ed efficaci controlli».

La Commissione concluse i suoi lavori dopo un anno, il 19 luglio 1978, approvando all’unanimità una relazione conclusiva poi trasmessa ai Presidenti del Senato e della Camera dei Deputati. 
Una relazione che invitiamo i lettori a scaricare e a leggere poichè contiene comunque una ricostruzione dei fatti e identifica precise colpe non solo del gruppo dirigente e dei responsabili tecnici dell'Icmesa-Givaudan-Hoffman-La Roche (da pag. 76) per le loro scelte industriali ed omissioni comunicative ma anche del sindaco di Meda e degli altri organismi di controllo che non intervennero per tempo e con il dovuto e necessario rigore che le normative del tempo gli consentivano.
Il documento definisce anche i danni subiti dalle attività presenti in loco.

La potete scaricare a questo link: https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/907869.pdf

La Presidenza della Commissione operò per concentrare i lavori dell’organo parlamentare sugli aspetti dell’inchiesta in grado di ottenere la maggiore condivisione tra le varie forze politiche ottenendo l'unanimità della Commissione sul testo finale della relazione.
Testo che fu frutto di un compromesso ottenuto riducendo i riferimenti alle questioni politicamente più divisive quali l’aborto o la bonifica, aspetti sui quali i Commissari s'erano confrontati con scambi aspri e variegati. 
Per i Commissari fu più semplice concentrarsi su di una ricerca delle responsabilità indagando sulle numerose mancanze ed omissioni dell'Icmesa e della multinazionale proprietaria nonchè di alcune amministrazioni pubbliche, quali quella di Meda che ignorò l'esistenza di lavorazioni con sostanze chimiche pericolose che avrebbero fatto entrare l'azienda Icmesa nel novero degli impianti insalubri, la Provincia di Milano che non attuò provvedimenti coattivi, l'Ispettorato Provinciale del Lavoro che non fu in grado di approfondire la natura delle produzioni dell'Icmesa, il comando provinciale dei Vigili del Fuoco per mancate comunicazioni al Prefetto sui certificati antincedio dell'Icmesa scaduti e non rinnovati,  il Comitato Regionale Inquinamento Atmosferico Lombardia (CRIAL) che lasciò in sospeso pratiche ispettive, etc. 
Questo risultò utile per cercare di recuperare la fiducia dei cittadini nei riguardi delle istituzioni, dopo che il disastro aveva mostrato anche le carenze funzionali e le incapacità d'intervento di parecchi enti pubblici.

Rispetto agli altri compiti definiti nella legge istitutiva, la Commissione preferì non addentrarsi in valutazioni autonome, limitandosi ad un compito di mera raccolta e ordinazione delle documentazioni e delle relazioni ricevute da altri organismi tecnici e/o scientifici che trasmise poi al Parlamento a meri fini conoscitivi.
Va rilevato che il lavoro inquirente della Commissione produsse un risultato apprezzabile in un tempo molto breve e che la relazione conclusiva costituì un atto ufficiale dello Stato italiano in cui le responsabilità dell’Icmesa e della Givaudan erano sancite ufficialmente tant'è che anche l’avvocato di parte civile al processo di primo grado ne chiese l’acquisizione agli atti.

Continua.

 

[Per visualizzare tutte le puntate del dossier "Disastro diossina" cliccare qui]  

martedì 18 agosto 2026

Dodici giovani volontari europei al lavoro per l'ambiente della Brianza: successo per il Campo “Brianza Hills”

I volontari (a sx) inseme ai rappresentanti dei comuni (a dx)

Si è conclusa domenica 16 agosto l'ottava edizione del Campo di volontariato europeo “Brianza Hills”, organizzato dal Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”. Sono intervenuti all'iniziativa 12 volontari provenienti da diversi Paesi europei, che hanno operato in alcune zone verdi della Brianza comasca.

Nel corso della prima settimana del Campo, i giovani volontari hanno operato soprattutto nelle aree naturali di Anzano del Parco, in località Borego, e di Brenna, nell'area del Vallone, provvedendo alla sistemazione dei sentieri e di alcune aree umide.


Nella seconda settimana di lavoro ci si è spostati in particolare nel Parco dello “Zoc del Peric”, tra i territori comunali di Alzate Brianza e Lurago d'Erba. Qui i volontari hanno operato sui sentieri che attraversano il Parco, liberandoli dalla vegetazione infestante, rimuovendo anche le numerose piante cadute che ostruivano alcuni tratti e riposizionando alcuni pali della segnaletica dei sentieri.

Inoltre, i volontari sono intervenuti in alcune delle aree di accesso al Parco e nelle aree di parcheggio annesse, ripulendole dalla grande quantità di rifiuti abbandonati dai soliti incivili. Infine, presso la zona umida dello “Zoc del Peric”, è stata effettuata la tinteggiatura della staccionata che delimita l'area; nella stessa zona umida è stata posizionata una catasta di legna come rifugio per gli anfibi.


Il Campo è stato coordinato da Antonio Bertelè, insieme a Massimo Cattaneo e Pier Mariani del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, e ad Arturo Binda dell'associazione Le Contrade.

Così Antonio Bertelè commenta la riuscita del Campo:

“I 12 volontari si sono dimostrati davvero molto volenterosi e hanno realizzato tutti i lavori previsti dal programma. Come Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” vogliamo ringraziare le Amministrazioni comunali di Alzate Brianza, Anzano del Parco, Brenna e Lurago d'Erba e l'associazione Le Contrade di Inverigo, che hanno reso possibile la pianificazione dell'iniziativa.

Un ulteriore ringraziamento va alla Parrocchia di Alzate che ha messo a disposizione le strutture dell'Oratorio di Fabbrica Durini, dove hanno soggiornato i giovani volontari.

Si ringraziano inoltre i volontari di Brenna Pulita e di Legambiente Cantù, che hanno collaborato attivamente alla riuscita del Campo, e le altre associazioni coinvolte.

Per noi è stata sicuramente un'iniziativa ben riuscita e crediamo che i giovani volontari europei, oltre a essersi impegnati nei lavori, abbiano avuto modo di conoscere il nostro territorio e, in particolare, le aree naturali che vanno preservate dal punto di vista ambientale, un obiettivo che, nel nostro piccolo, crediamo di aver contribuito a raggiungere”.


L'appuntamento per una nuova edizione del Campo è quindi per il prossimo anno.

venerdì 14 agosto 2026

Monte Goi e Moregallo in fiamme, l'allarme del Circolo Ambiente: «Serve una nuova politica del territorio»


di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


Da ieri pomeriggio - 13 agosto - il monte Goi sta bruciando sopra la città di Como.
Si tratta del secondo grave incendio che ha colpito il territorio delle Prealpi tra Como e Lecco, dopo il devastante rogo che dalla scorsa settimana sta interessando il monte Moregallo, nella zona di Valmadrera.  
Il nostro ringraziamento va ai Vigili del Fuoco, a tutto il personale e ai volontari impegnati nel difficile lavoro di spegnimento delle fiamme.
Le cause di questi incendi - sovente dolose o colpose - dovranno essere indagate dalle Forze dell'Ordine e dall'Autorità Giudiziaria. 
Si tratta però - di certo - di eventi da connettere alla fragilità del nostro territorio, fragilità resa ancora più grave dalla crisi climatica, che sta presentando il conto.


Come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" siamo molto preoccupati di questa situazione, che nei prossimi anni e decenni è destinata purtroppo a peggiorare: periodi di siccità sempre più prolungati, uniti alle elevate temperature, creano le condizioni 'ottimali' per il propagarsi degli incendi boschivi: comportamenti colposi (falò incontrollati) o, peggio, dolosi (piromani), possono causare l'innesco di vasti incendi, con pesanti ripercussioni su ambiente e salute pubblica. 
Come stiamo vedendo nei recenti episodi, le conseguenze dei roghi sono gravi, con famiglie evacuate (come nel caso del monte Goi) e danni alla biodiversità vegetale e animale: centinaia di ettari di boschi andati in fumo e animali selvatici morti o costretti a spostarsi dai loro territori. Per non parlare dell'inquinamento atmosferico, con la dispersione di polveri sottili e non, che non fanno che peggiorare la qualità dell'aria, già fortemente compromessa, come attestano gli elevati livelli di ozono, giunti quest'estate - anche nei nostri territori pedemontani - a superare i livelli di guardia per la salute pubblica.


In uno scenario simile la politica e le Istituzioni non devono limitarsi alla doverosa gestione delle emergenze, ma devono, in aggiunta, fare più prevenzione e soprattutto pianificare una diversa politica di governo dei territori, con la massima attenzione alla tutela degli ambiti naturali - sia della montagna che della pianura - e al necessario adattamento alla crisi climatica.

giovedì 13 agosto 2026

L’eclissi, la cascina e il piccolo grande mondo del Meredo

Foto M. Morelli

Ieri sera, durante l’eclissi di Sole, il Parco del Meredo e la Cascina Monti Brivio hanno vissuto qualcosa di più di un semplice fenomeno astronomico. A raccontarlo è Massimiliano Morelli, che dalla cascina in cui vive ha osservato non soltanto il cielo, ma tutto ciò che intorno a lui sembrava cambiare.

«Durante una eclissi di sole tutta l’attenzione è spesso solo rivolta alla sovrapposizione del disco lunare con il sole e alla sua osservazione in sicurezza. La vera magia è invece in quello che accade tutto intorno a noi in un contesto surreale e meraviglioso. Essendo a ridosso del tramonto la suggestione è stata ancora maggiore e per poco meno di mezz’ora il paesaggio ha raccontato la sua fiaba.»

Poi il cambiamento della luce, della temperatura, dell’aria e persino dei suoni:

«La flessione della temperatura, il piccolo “vento d’eclissi”, il comportamento e i suoni degli animali, una luce da tramonto ancora più insolita.»


E c’è anche un particolare effetto ottico, l’effetto Purkinje, che ha modificato la percezione dei colori:

«Questa eclissi ha manifestato un chiaro effetto Purkinje alterando luce e colori in maniera meravigliosa. Rossi e arancioni hanno assunto una tonalità più scura mentre blu e verdi apparivano più luminosi.»

Così, mentre la Luna copriva una grande parte del Sole, il fenomeno astronomico diventava anche un’esperienza del paesaggio:

«Risultato il parco del Meredo intorno a noi e la cascina hanno vissuto un tramonto insolito e unico.»


Un’esperienza difficile da affidare soltanto alle immagini:

«Una emozione che le foto non riescono a far percepire interamente, una emozione che ha reso ancora più speciale il nostro piccolo grande mondo!»

E infine, quasi come la conclusione naturale di questa piccola fiaba, anche gli animali hanno accompagnato il ritorno della sera:

«Il leggero vento poi si è placato e i pavoni hanno cessato l’insolito canto con il vero imbrunire.»


Forse è proprio questo uno dei modi più belli di guardare un’eclissi: non fermarsi al Sole e alla Luna, ma osservare ciò che per qualche minuto accade alla terra, agli alberi, agli animali e ai luoghi che ci sono familiari.

Ieri sera, al Meredo, anche il paesaggio ha avuto qualcosa da raccontare.