Visualizzazione post con etichetta Luciano Erba. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luciano Erba. Mostra tutti i post

mercoledì 13 gennaio 2016

Lambro settentrionale: La distruzione fisica della Roggia Peschiera


Lambro settentrionale: La distruzione fisica della Roggia Peschiera
Quando l’intervento idraulico presenta manifesta incompatibilità ambientale

Testo e foto di © Luciano Erba
https://lucianoerba.wordpress.com/

Disalveo, raddrizzamento o geometrizzazione d’asta, asporto di materiale autoctono e cementificazione del fondo, pericolosità (per piante, uomini e animali) indotta dall’argine artificiale perpendicolare all’alveo, impraticabilità spondale, assetto di canalizzazione, devegetazione, distruzione di elementi di ritenzione trofica, appiattimento morfodinamico, distruzione completa della fascia ecotonale, distruzione del benthos, impraticabilità ittica, regresso della biodiversità complessiva, alterazione del transito idrologico, aleatorietà idraulica, riduzione dei tempi di corrivazione, con conseguente necessità di altre opere di stempero (tipo casse d’espansione vallive, quindi altri disalvei, artificializzazioni ecc…) cancellazione del significato ecologico del corridoio fluviale, in una parola incompatibilità ambientale 100%.

Abbassamento alveo ed interruzione confluenze naturali
Molti di questi assunti rientrano nella fattispecie in osservazione. Qualunque presidio (scientificamente competente) assegnerebbe un regresso funzionale post-opera piuttosto grave al contesto. Regresso funzionale significa peggioramento della qualità ambientale. Peggioramento della qualità ambientale significa perdita di valore ed onerosità aggiunta (ad es. di mantenimento), in definitiva perdita anche economica a carico della collettività, anche se indirettamente (non immediatamente) percepibile.

Sbancamento disalveo e cementificazione del fondo (geometrizzazione)
L’esigenza dell’intervento in disamina esemplificativa, di cui se ne condivide, beninteso, la necessità e l’urgenza (ma non del tutto le modalità attuative di cui sarebbe opportuno moderarne l’impatto) è dettata da alcuni movimenti franosi interessanti un casolare in sx orografica ed il tracciato stradale dx (insistente inidoneamente in breve tratto in fascia sensibile) oltre che i collettori di raccolta delle acque nere. Ma è necessario un po’ di storia per ricostruire la dinamica sopravvenuta, perché la situazione è sintomatica di un approccio errato alle risorse territoriali. La Roggia Peschiera  (con etimo già antonomastico della ricchezza biologica) è un piccolo corso d’acqua  tipico, debbo sottolinearlo, dell’amenità del paesaggio brianzolo, perché anche l’estetica ha non secondaria rilevanza territoriale. Alimentato a sua volta da diversi piccoli tributari, alcuni di essi formavano anche fontane pubbliche, rappresenta in senso frattale uno spaccato del minuscolo, ma pregevole sistema del Lambro imbrifero. L’ampliamento urbanistico e un nuovo tracciato stradale  ha determinato la totale scomparsa del reticolo.

Artificializzazione totale
Dove sono finiti i ruscelli ( in fognatura?). Accanto a positive opere di disinquinamento (nella roggia, per certo periodo, confluivano reflui civili e industriali di spiccato carico inquinante) è comparso in testa di valle anche uno scolmatore di piena che ha probabilmente trasferito acque di dilavamento urbano, prima di diversa dispersione. La riduzione dei tempi di corrivazione e l’aumento improvviso del carico idrologico (estraneo alla dinamica di assorbimento del piccolo bacino) ha determinato almeno come concausa, un ampliamento forzoso dell’alveo e la conseguente instabilità dei versanti, peraltro ricadenti in fascia di mobilità funzionale (in quanto tali avrebbero dovuto essere protetti da idoneo vincolo ambientale con arretramento delle sopravvenienze strutturali). Questo per specificare come l’instaurarsi di certi eventi viene spesso, troppo facilmente ed univocamente, ricondotto a “calamità naturali”.

Asporto di argille
Bene, in sintesi la conclusione è che le autorità, localmente insistenti, e quelle di più alto livello possono disporre coercitivamente (in base alla normativa in vigore, beninteso) tutto quanto credano opportuno attivare, ma se non si arriverà almeno ad un’armonizzazione tra le incontestabili necessità idrauliche con il rispetto e la salvaguardia ambientale, in caduta libera esponenziale, le cose non potranno che peggiorare sotto tutti i punti vista. Artificializzare un fiume infine è controproducente a prescindere. Anche ai benpensanti ed al pubblico generalista, ovviamente estraneo, senza colpa alcuna, alla contestualizzazione tecnica, mi occorre segnalare che non si senta troppo protetto da questa tipologia d’indirizzo. Le leggi (pratiche) in vigore sull’ambiente, che piaccia o meno, le detta per ora ancora la Natura, ed ogni errore si paga, non solo monetariamente. Quanto ai propugnatori della cosiddetta “riqualificazione fluviale” siano essi di spirito volontario che istituzionale, cui, pur nei limiti della mia personale interpretazione, ideologicamente mi associo, abbiano a cuore anche una visione preventiva dei fenomeni (prevenire un danno è meglio che curarne i postumi, alias non si può accettare tutto ed in molti casi è purtroppo tardiva ogni qualsivoglia cura) anche per non cadere, in eventuali paritetici presupposti, in “contradictio in terminis”.

sabato 1 novembre 2014

Fiumi cementificati e disastri alluvionali


Lo stra-volto dei fiumi. Una ruspa al posto del Creatore
di Luciano Erba

I recenti disastri alluvionali, occorsi in disparate località del territorio nazionale, hanno portato alla ribalta - accanto alle immagini desolanti di persone e beni colpiti dalla calamità - anche il volto, in realtà lo "stravolto", di quelle manifestazioni idrologiche che rispondono alla denominazione di fiumi o torrenti, oppure fiumare, in particolare al Sud, dove spesso ricorrono condizioni astatiche. Ora condividere un equo indennizzo per chi ha subito danni materiali e riservare una terrena pietà a chi, invece, ha addirittura subito la perdita di una persona cara, ci pare perlomeno un atto dovuto, doveroso tanto da essere retorico, con alea demagogica per risultanze pubbliche, rendendo in ogni caso ben poco a chi ha sofferto l'evento e lasciando irrisolti i problemi di dissesto esistenti nel paese. Ma di questo e di certa inettitudine credo si parli già abbastanza.


Quello che colpisce, in seconda istanza e ad un'osservazione non emotiva, è che i corsi d'acqua interessati dai fenomeni presentano nella maggior parte dei casi connotazioni che nulla più hanno a che vedere con l'habitat, il metabolismo, l'autogoverno degli ambienti lotici nella conformazione naturale. Quello che si presenta ai nostri occhi è, in realtà, l'incubo o l'aborto di un sistema fluviale, non il caos prodotto dalla piena che è solo un tentativo naturale, fisico e deterministico di ripristinare un equilibrio sconvolto, ma la preesistente antropica devastazione degli alvei, dell'assetto spondale e golenale, delle piane alluvionali, in parole povere l'invasione dell'urbe, dei suoi asfittici cementi e delle sue orride geometrie, nella incontinente limitatezza e diversità di un piccolo torrente, di un'angusta repentina valle o di una piana esondabile di pertinenza di un grande fiume.

L'estensione trasversale del corridoio fluviale

E' solo nell'(errato) immaginario collettivo che il confine di un fiume si identifichi nell'alveo di magra (sempre bagnato), sussistendo un alveo di morbida che assorbe un volume ciclicamente superiore di deflussi e un alveo di piena che, secondo la conformazione del bacino imbrifero e del territorio circostante, può aumentare, secondo i tempi di ritorno, anche di cento volte esemplificando. Il confine terracqueo non è una linea retta che separa due mondi, ma un mosaico imperfettibile di micro-ambienti (tecnicamente ecotoni) che presenta un continuum, un'interdipendenza e un interscambio di materia ed energia imprescindibile. Edificare in questi ambiti, con tutti i consolidamenti che vogliamo, sarà sempre e comunque una situazione sub-judice (incompatibilità ecologica a parte). Per un'elementare legge fisica se costringiamo le acque in una sezione stretta e consolidata, il potere dirompente non si esaurirà, ma si trasferirà (accumulerà) semplicemente a valle. A tutt'oggi ascoltiamo anche da personaggi di notevole credibilità mediatica di distanze edificabili di 3-5 metri dall'alveo di magra, misure ridicole, a-scientifiche. Il disalveo, altra pratica ed orrendo neologismo, produce conseguenze opposte a sedicenti finalità di sicurezza idraulica. Abbassare il livello dei fiumi, livellandone gli alvei, oltre che comportare la devastazione metabolica e morfodinamica di un intero ecosistema con erosioni anche regressive, induce un assetto di canalizzazione ed instabilità, velocizzazione delle piene, che risulterà ancor più aggravata se le sponde saranno geometrizzate e consolidate, il fiume sfonderà nel primo punto vallivo più debole, richiedendo altre opere in una spirale quantomeno aleatoria nei risultati ed esponenziale nei costi. La vegetazione perifluviale o pioniera di greto non è un rifiuto ed è parte integrante, non solo coreografica, della vitalità ed energia di questi ambienti, quindi manutenzione ma non asportazione. I rifiuti sono di altro tipo, non dissimili da quanto troviamo in una discarica e vanno, manualmente, rimossi ma soprattutto preventivamente interdetti.


Collettori e scolmatori di piena oltre che veicolo pericolosissimo e sottostimato di diffusione di sostanze micro-tossiche incompatibili nell'ambiente acquatico, alterano fortemente i tempi di corrivazione. Le cosidette "bombe d'acqua" di recente manifestazione dipendono si da un aumento dell'energia nell'atmosfera, ma anche dall'inusuale velocità delle acque urbane che l'impermeabilizzazione dei suoli e delle condotte di raccolta (fognature miste, collettori) convogliano repentinamente in alveo.

Conclusioni

Questo è il quadro di uno status profondamente degradato a cui si può far fronte semplicemente con indirizzi di riconversione ad ambito fluviale, il rispetto di normative di distanza coerenti ( tipo ex legge Galasso, inedificabilità assoluta entro 150 m dall'alveo o superiori). In base alla capienza di massima piena, quindi, nessuna opera privata o pubblica dovrà essere attivata entro questi limiti, tantomeno interventi di regimazione trasversale o longitudinale all'interno di questi confini, bensì ripristino della vegetazione perifluviale e corretta manutenzione, riapertura piane alluvionali dove superstiti, utilizzi ricreativi od agricoli compatibili, ad esempio non mais altamente inquinante e depauperante dei suoli chimicamente trattati, ma prativi, o coltivi qualitativi e non impattanti. Tutto il corridoio fluviale ha intrinsecamente un altissimo valore ecologico (luogo di massima biodiversità) e almeno la parte più prossimale alle acque va vincolata alla vegetazione spontanea che, oltre a configurare un legante naturale dell'assetto spondale, ha un potere meccanico e biologico di filtrazione dei carichi inquinanti dilavati dai suoli. Tutto quanto percepiamo come paesaggio fluviale ha in realtà un ruolo funzionale che non può essere ignorato o devastato senza pagarne le conseguenze.


Lo scempio, l'estrema banalizzazione di tutto l'habitat specifico, l'inquinamento irrisolto e sistematizzato della quasi totalità dei deflussi dell'area antropica, presentano una perdita incommensurabile che va ben oltre la destabilizzazione idrologica. Fiumi, non escluso lo stesso Po, ridotti a valori biologici esangui, a tutt'oggi cloacali nel caso del comprensorio Lambro-Seveso-Olona, l'azzurro Ticino non più che la pallida ombra del significato antonomastico. Affrontare questo status come si trattasse di un problema idraulico è demenziale (delinquenziale se fosse propugnato a solo scopo di lucro). La funzione del fiume come sistema autodepurante e di conservazione della risorsa idrica e', nei due terzi dei corsi d'acqua nazionali, inibito oltre che dalla manipolazione degli alvei, dall'alterazione chimica che le acque reflue od esauste comportano a tutto il contesto. Il valore etico ed estetico della vita che scorre dentro e a causa di un corso d'acqua, non escluso il reticolo secondario, altrettanto importante e inscindibile da quello principale, è l'esito di un equilibrio omeostatico che porta in seno la stabilità di un ecosistema, la bellezza e la vitalità come garanzia di salubrità e di sicurezza.

Dissipare cifre impronunciabili per distruggere

C'è un'equazione incontrovertibile, urbanizzazione = distruzione del significato ecologico del reticolo fluviale, ridotto a manifestazione passiva, abiotica ed amorfa nemmeno idrologica, perché alterata anche in questo ritmo. Almeno finché non si abbandoni il costume corrente, l'uomo più distante sta dall'acqua, meglio è, in tutti i sensi. C'è anche un pregresso da gestire, beninteso, non si possono spostare città o paesi o borgate edificate in prossimità, ma nemmeno insistere in una lettura esclusivamente idraulica, perdente a prescindere. Ignorare l'unico progetto sostenibile che è quello che la natura ha selezionato in milioni di anni, produrrà solo un impressionante aumento del costo ambientale, quanto al resto le risultanze sono contingenti, più artificializziamo più il governo del fiume dipenderà dall'uomo, le conseguenze di questa gestione e di questa civiltà sono all'ordine del giorno.

Fonte: Arianna editrice 

Il blog Brianza Centrale ringrazia l'autore per averne consentito la pubblicazione.

venerdì 28 febbraio 2014

Le furie rosse e i problemi del Lambro

Frits Thaulow ( Mulino ad acqua, 1892)
Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera aperta indirizzata ad Eleonora Frigerio, Presidente del Parco Valle Lambro.

L'autore è Carlo Annoni, docente di Letteratura italiana all' Università Cattolica di Milano, oggi in pensione. Nato a Carate Brianza, pescatore, studioso di Parini e Manzoni, non poteva non innamorarsi del Lambro. Negli anni Novanta, con un gruppo di amici, fondò l'associazione "Lambro opera d'arte": con migliaia di volantini e attraverso una sorta di reportage settimanale sulle pagine de "L'Esagono", storico periodico della Brianza, le  parole di Carlo Annoni denunciarono pubblicamente il degrado progressivo del nostro fiume.  


Cara Presidente,

ho visto con ritardo il calendario 2014 del Parco e la sua articolessa di presentazione: le furie rosse della formula 1 e del moto gp sarebbero il centro mondiale del Parco, perché di fama mondiale. Barbarie, mi creda, lascia pensosi e sgomenti; del resto non credo mai che Lei abbia assistito, senza cuffie, a una partenza: avrebbe fatto un pieno di rumore da lasciarla stordita per più giorni, e di aggressività feroce. Nulla a che vedere con un parco fluviale. Io credo che la presenza di questi impianti così detti sportivi, in un parco fluviale, sia come un bordello in una Cattedrale, come il Duomo di Milano trasformato in una casa di baldracche. Mi scusi ma voglio essere interamente sincero. Comunque, non tema, alla mia veneranda età so che le battaglie contro i mulini a vento non sono da fare e non Le chiederò di farsi promotrice di qualsivoglia iniziativa per l’allontanamento dell’autodromo e del motodromo. Aggiungo, perché sicuramente Le è sfuggito, e del resto l’inchiesta è stata fatta sparire, dal momento che bisness is bisness, questo fatto sinistramente singolare: una specie di contagio rosso-sangue che accompagna i gran premi in tutto il mondo. Monza, gran premio d’Ungheria, del Brasile, del Giappone, d’Australia, ecc. sono contrassegnati tutti sistematicamente, la settimana successiva alla manifestazione, da aumenti di incidenti stradali nella viabilità ordinaria. Veda un po’ Lei. Ma passo ai problemi del Lambro e specificherò in commi:
  1. Bisogna separare tecnicamente le fognature che portano acque chiare da quelle che portano acque luride e avviare solo queste seconde ai depuratori.
  2. Avviare solo le acque luride, dunque, ai depuratori, ma non versarle ancora semiluride nel fiume: il depuratore diventa così inquinatore, portatore di morte di qualsiasi vivente.
  3. I depuratori devono scaricare solo acque limpide, collettando i residui che non riescono a trattare, avviandoli in un luogo apposito di cui parlerò subito dopo.
  4. Queste cose non sono farina del mio sacco ma appartengono alla scienza e alla conoscenza del fiume Lambro dell’amico Luciano Erba, il quale va da sé ignora di essere da me citato. Se ne avvalga: non c’è nessuno che ne sappia amorosamente quanto Lui. Ci dia il capolavoro signora e, pensi potrebbe essere la gemma più pregiata della sua carriera politica.
Italo Calvino ha scritto una frase memorabile. La seguente: “ L’Inferno è quello che formiamo noi  uomini, vivendo. Come si fa a diradare l’Inferno? Bisogna cercare nell’Inferno ciò che Inferno non è e fargli spazio e dargli luce “. Ecco, sarebbe necessario che Lei contrattasse con l’autodromo fondi per attrezzare un laboratorio fine dove trattare i residui dei depuratori lungo il Lambro che i depuratori stessi non riescono a trattare ( quelli di cui parlavamo sopra ), spremendo le ultime gocce di acqua pulita e avviando il resto al suo destino di rifiuto speciale. L’asta del fiume deve essere toccata solo da acque pulite. Non so se Lei abbia mai visto gli scarichi attuali dei depuratori lungo tutto il Lambro fino a Monza: sembrano le fosse d’Acheronte di memoria dantesca.
Ci dia il capolavoro Signora!

Mi raccomando: non scambi per arroganza ciò che è solo speranza.

Con anticipata gratitudine,

Carlo Annoni

giovedì 7 febbraio 2013

Bentornato "Brianze"


Segnaliamo il ritorno del periodico culturale "Brianze" ora in formato foglio pdf scaricabile dal sito http://www.brianze.it/

In questo numero:
  • Il Lambro è (era) un’opera d’arte di Carlo Annoni
  • Difesa delle acque, non dalle acque di Luciano Erba
  • Il Lambro e il Contratto di fiume. 156 milion de euro tràa in del Làmber? di Paolo Pirola

mercoledì 26 ottobre 2011

Il fiume di Milano

Tappeto di rifiuti  e siringhe a 900 metri da Piazza Duomo a Monza, presso il Lambro
Riceviamo dall'Associazione Domà Nunch , che ringraziamo, le seguenti considerazioni di Luciano Erba, ricercatore ed ecologista brianzolo, amico del fiume Lambro.

Una bella canzone di G.Gaber dedicata simbolicamente a Milano recita...com’è bella la città, com’è grande la città, di gente che lavora, di gente che produce...note condivisibili (e, in questo periodo, auspicabili). Tutto questo positivismo ha però senso e sostenibilità se dietro c’è il bosco e la rugiada (la fotosintesi, il bios in termini tecnici), se alle quinte ci sono i monti, magari innevati e per essi i fiumi, magari puliti.

Quando il termine ecologia non era ancora coniato e l'ultima lontra abbandonava elegiacamente un habitat, ormai diventato - secondo un disegno irresponsabile più che preterintenzionale - un deposito di organo-clorurati, annotavo gli scarichi che deturpavano il mio fiume, le aziende che se ne servivano come pattumiera industriale e gli argini impropri che cancellavano un paesaggio indescrivibile e forse incomprensibile a chi non l’ha vissuto. Poi mi resi conto che il degrado (morale e materiale) è fattore dinamico, in rapporto spesso esponenziale al modello di sviluppo e assai più subdolo e complesso di quanto possa a prima vista apparire.

Milano allora esportava verso quelle sorgenti e quei colli (in Brianza) le "ville di delizia", ora esporta uno squallido paesaggio sub-metropolitano, del fiume lucente restano gli effluvi cloacali, dei salici riversi e dei boschi di alneta un tappeto esotico di humulus scandens a coprire, pietosamente, cementi o lapidi trapezoidali, - incomunicabili al caos deterministico dell’ambiente lotico - dei silenzi, il rombo delle tangenziali, alla fine e al più, un’acqua abiotica, spenta.

Salvare un fiume non è come intervenire su di un canale; anche i Navigli hanno la loro storia, la loro economia, la loro funzione e la loro poesia, ma sono acque passive che necessitano di una fonte e una dinamica primaria, quella che sta solo nel ciclo e nell’energia cosmica dell’acqua e che oggi è gravemente minacciata di destabilizzazione.

A quel ciclo (naturale) il Lambro va riconsegnato, sollevandolo non solo dai tensioattivi o dai sublimati industriali di turno, ma da tutte le nefandezze, sperequazioni, abusi, corruzioni, incompetenze quotidiane che lo affliggono. Un disamore che nasce dalla disconoscenza e da una miope visione urbanistico-strumentale che cancellerà, per sempre, quelle linfe e quell’ambiente dall’elenco delle risorse primarie di una terra modellata e dissetata dalle stesse fonti che avrebbero fornito l’energia per lo sviluppo e la cognizione, e che sono invece adusate alla misconoscenza e alla cultura del vilipendio.

domenica 26 giugno 2011

Lambro, un fiume da liberare (dal cemento)

Ci ha scritto Claudio Consonni (consiliere comunale di Monza) per segnalarci che con il nuovo PGT di Monza il Lambro rischia la cementificazione anche all'interno del Parco.

Sull'argomento abbiamo interpellato Luciano Erba, studioso degli ecosistemi fluviali e probabilmente il massimo conoscitore del Lambro, che ci ha inviato il seguente contributo:

"Non entro nel contesto specifico, per ragioni di tempo ed in quanto ritengo la regimentazione artificiale del fiume, rigettabile in toto come filosofia di gestione. La sicurezza idraulica si ottiene lasciando una fascia di rispetto assoluto e recuperando ovunque le piane alluvionali. Difese estemporanee sono tollerabili in ambiti strettamente insediati fino all'ottenimento di un equilibrio idrologico naturale.

Sarebbe importante, ne intuisco le difficoltà, se l'Osservatorio (coordinamento di associazioni ambientaliste della Brianza che si sta occupando dei Piani di Governo del Territorio) riuscisse ad ottenere il rispetto dei principi ex-Legge Galasso. A 150 m dalle rive deve cessare qualunque forma di ingerenza antropica. A 30 m dalle sponde poi dovrebbe istituirsi un vincolo ambientale assoluto, per tutela della fascia di mobilità funzionale e salvaguardia e/o ripristimo della copertura arborea autoctona (parte integrante del sistema lotico e dell'ecotono ripario). La lettura esclusivamente idraulica del fiume porterà alla distruzione dello stesso, prima come realtà biologica, ecologica ed infine idrologica. La materia va normata diversamente. Queste opere, salvo rare eccezioni di sostenibilità, ricalcano un obiettivo perlomeno aleatorio in termini di risultato, usano nomenclature subdole o sedicenti, (difesa dei suoli, mitigazione del rischio idraulico, riprofilatura dell'alveo, pulizia dell'alveo e addirittura "riqualificazione fluviale" ecc...) dovrebbero invece interessare il codice penale nel caso di manifesta devastazione della risorsa ambientale. Ancora oggi passano sopra a tutto con provvedimenti d'urgenza per l'aspetto di sicurezza civile, con facile sconfinamento demagogico, senza escludere la latenza del business illegale o comunque la semplice appetibilità della commessa pubblica per l'entità del corrispettivo finanziario connesso, a prescindere dalla reale utilità e/o sostenibilità.

Le direttive comunitarie sono recepite in modo blando e a mio avviso, non saranno evase, manca una precisa volontà politica al riguardo. Salvo un ristretto ambito di studiosi appassionati o sensibili alla realtà ambientale, come il messaggio ricevuto, la materia purtroppo, nel variegato contingente della problematica sociale, passa quasi inosservata. La prima denuncia a questo riguardo la inoltrai circa vent'anni fa alla Procura di Como, con il pieno consenso del Magistrato, cui seguirono gli avvisi di garanzia, ma sempre nell'indirizzo dell'illecito finanziario, invece serve l'avvio di un codice normativo, di interdizione alla banalizzazione ambientale che è un processo degenerativo, "diabolico" perchè strisciante, devastante e scarsamente percepibile dall'opinione pubblica."

Leggi anche: Lambro, il fiume cementificato

martedì 8 febbraio 2011

Il Lambro, un fiume in agonia?

L’inquinamento industriale del Lambro verificatosi nella notte tra il 22 e il 23 febbraio dello scorso anno nel deposito idrocarburi “Lombarda Petroli” di Villasanta non è che uno dei tanti attentati a questo fiume che attraversa la nostra Brianza. Ma il Lambro è ancora in grado di reagire? Cosa possiamo fare per salvarlo? Quali sono i progetti delle Istituzione? Quali iniziative educative possiamo organizzare per costruire una cultura di rispetto del Lambro?

Parliamone con:
- Nik Albanese, Segretario dell’Associazione Greenman
- Luciano Erba, Ecologista e ricercatore del fiume Lambro

Giovedì 10 Febbraio 2011 – ore 21,00

Veduggio con Colzano - Biblioteca Comunale - Via Piave, 2

Organizza: Veduggio Domani

venerdì 12 novembre 2010

L’Ecosistema del fiume Lambro

Giovedì 18 Novembre 2010
ore 21.00


Acqua, un bene comune

L’Ecosistema
del fiume Lambro


Relatore: Luciano Erba




Biblioteca Civica “Peppino Pressi”
Villa Filippini - Via Viarana, 14
Besana in Brianza

domenica 22 agosto 2010

Lambro: il fiume cementificato

di Matteo Colaone
(Associazione Domà Nunch - Moviment econazional de l'Insubria)

I fiumi d'Insubria esondano? Non-notizie che coprono altre realtà.

L'ignoranza e il disinteresse per i meccanismi che regolano l'ecosistema sono la prima causa dei cosidetti 'disastri naturali'. Ma sono veramente disastri, o giuste risposte ad azioni sbagliate perpetuate per decenni? Nella Repubblica Italiana (dove il 30% della popolazione scarica i rifiuti liquidi nelle acque), ogni volta che una piccola o grande catastrofe si abbatte su un territorio, vediamo buttare miliardi nella ricostruzione e in opere-pezza, senza investire nella rimozione delle cause del problema, ovvero alla prevaricazione dell'uomo e dei suoi interessi sugli ambienti.
In Insubria, in modo ancora peggiore, le naturali esondazioni agostane dei fiumi cementificati diventano notizia, mentre il quotidiano attacco dovuto alla pressione antropica (industrie e abitazioni) è considerato ormai un fattore normale. Così come non genera scandalo il fatto che fiumi e torrenti come l'Arno, l'Olona, la Lura, il Seveso, il Lambro, il Molgora siano utilizzati come fogna nella moderna Europa del 2010. E tutto questo, senza neanche beneficiare di interventi economici d'emergenza da parte dello Stato.

Approfondiamo tecnicamente questi temi troppo poco conosciuti con Luciano Erba, brianzolo, studioso degli ecosistemi fluviali e probabilmente il massimo conoscitore del Lambro. E' stato autore nel 2009 del volume "Lambro, l'inquinamento occulto". Lo ringraziamo con amicizia per la disponibilità accordataci.

Caro Luciano, durante la scorsa settimana i giornali e le televisioni hanno dato notizia dell'esondazione del Lambro e della Bevera, suo affluente. Notizie in qualche modo già sentite: sembra che ci si accorga dei nostri corsi d'acqua solo quando 'danno fastidio'. Ma le esondazioni, fenomeni sporadici seppur violenti, non fanno parte della natura del nostro ecosistema?

Certamente ed in modo ineluttabile. I fiumi, per chi li studia sono sistemi ecologici molto complessi ed affascinanti proprio per la dinamicità che li caratterizza. Osserviamo uno qualsiasi dei corsi d'acqua della nostra terra in una stagione asciutta: tutto è ridotto (complice l'inquinamento) ad un rigagnolo maleodorante, opacizzato, con sedimenti nerastri anossici, o all'ossatura marcescente di un alveo afotico, spento tra rifiuti, plastiche, spesso in un corridoio dimenticato, poco invitante.

La piena ci restituisce, senza nostro merito, un fiume vivo e una risorsa sottostimata. La portata, il tirante idraulico, è come la compressione, la forza di un motore, attraverso cui avviene la rigenerazione dinamica del paesaggio fluviale, in un dimensionamento estetico rapido quanto inimitabile per bellezza, ma soprattutto funzionalità. Il rimpinguamento delle acque sotterranee, la sedimentazione nelle piane alluvionali superstiti, la laminazione con deposito dei limi e delle granulometrie via via decrescenti del percorso longitudinale, l'autodepurazione meccanica e biologica, la creazione di ambienti umidi transitori, la pulizia del materasso ciottoloso, la diversificazione degli habitat e delle nicchie ecologiche, fattori imprescindibili di biodiversità, l’ossigenazione, la regolazione micro-climatica, i processi biogeochimici che avvengono sotto il paesaggio, in ambito iporreico o interstiziale, l'incredibile mosaico di micro-ambienti dell'interfaccia riparia, le occasioni di rifugio, di completamento o propagazione del ciclo vitale acquatico (le golene sono come nursery per gli avannotti ), il richiamo e la trasmigrazione faunistica ciclica ed occasionale, il ripascimento edafico (suoli e formazioni arboree), l'interscambio falda/fiume con infiniti altri coinvolgimenti che stanno alla base del sistema di auto-mantenimento della risorsa, tutto questo... (se non basta!) rappresenta una piena: in una parola il rinnovo gratuito di una risorsa resa esausta da abusi e disusi consumistici. I fiumi con una percentuale di gran lunga inferiore all'1% delle acque terrestri, costituiscono, nel loro ciclo, un trait d’union insostituibile tra le masse oceaniche e l'atmosfera. Ignorare tutto questo o pensare di contenere, trasformare questa imperfettibile complessità in un canale o in un argine è fonte di continua sorpresa per un governo lungimirante delle acque, destabilizzante e assurdo nei risvolti ambientali.

L'impermeabilizzazione del suolo e l'arginatura delle sponde sono fra i primi nemici del regime naturale di un corso d'acqua. Secondo la tua esperienza, qual'è la condizione media dei fiumi della nostra Insubria pedemontana?

Il processo di artificializzazione non è uno dei nemici, ma il fattore destabilizzante per antonomasia. Il dissesto idrogeologico è aumentato e non diminuito a causa di queste opere, non paragonabili per intensità distruttiva ad alcun tipo di inquinamento per i tempi di assorbimento lunghissimi, quando non irreversibili e per l’impatto devastante sugli aspetti biologici ecologici e strutturali dell’ecosistema. Si distrugge in breve un lavoro della Natura, costruito in tempi geologici e frutto di un processo selettivo. I migliori corsi d'acqua territoriali, da un punto di vista della diversità ambientale e della funzionalità del corridoio fluviale, sono Ticino e Adda, pur non senza problemi: l'Adda Valtellinese è stata distrutta non dagli eventi alluvionali, che hanno cancellato gli insediamenti in aree sensibili, ma dall’alluvione di cemento che ne è seguita. Il comprensorio Lambro-Seveso-Olona è il più sofferente. Gli ultimi due si “sfaldano” (cancellazione fisica) all'altezza metropolitana, riconfluendo in gran parte a Lambro per vie traverse, tombinature, colatori. Mi incuriosiscono, non oltre, le notizie di esondazione in questi ambiti. Prima si seppellisce un fiume vivo, poi ci si meraviglia che voglia riemergere. Il bacino del Seveso negli ambiti non antropizzati sta raggiungendo livelli di disinquinamento del Lambro brianzolo con angoli naturali di pari bellezza, ma in estesi tratti anche molto prima di Milano è fisicamente distrutto dal cemento. Interventi di rinaturazione ripropongono, anche se con qualche miglioramento del corridoio, incoerenze e banalizzazioni che ritenevo definitivamente superate (scogliere, spondali tanto per cambiare). Se i "Contratti di fiume" si ridurranno a questo o al mero ampliamento dei depuratori senza valutarne l’impatto biologico, sarà l'ennesimo tracollo.

Il Lambro non è messo malissimo da questo punto di vista in quanto l'area metropolitana, Monza – Milano è in parte stemperata dai Parchi, c'è una notevole aggressione alla fascia di mobilità funzionale (solite scogliere e tracciati viari insostenibili) e all’alveo, ma il corridoio ha ancora spazi di respiro e certi interventi di consolidamento sono amovibili, con opportuna riconversione ad ambito fluviale.

A questo si deve aggiungere la presenza industriale, la chimica in agricoltura e l'uso anormale di detergenti, fenomeni che hanno grande responsabilità dell'inquinamento occulto che hai descritto nelle tue pubblicazioni. Convieni che, in buona parte del nostro territorio, solo una immediata e radicale politica di de-urbanizzazione e rimodellamento del paesaggio potrebbe ripristinare gli ambienti fluviali?

Come minimo e non solo a vantaggio dei fiumi. Il rimodellamento del paesaggio (fluviale) avviene autonomamente, proprio con le piene, come illustrato. Un processo di riqualificazione credibile si basa su alcuni concetti fondamentali: riaprire le piane alluvionali (superstiti), demolendo gli argini e ripiantumando. Il resto è relativamente veloce e gratuito, nei tempi della dinamica fluviale. I consolidamenti dove indispensabili vanno collocati esternamente ed in modo compatibile alle aree golenali e ai termini paesaggistici (ex legge Galasso). Sicurezza univoca e prioritaria è quella di rispettare una doverosa distanza non dall'alveo bagnato, ma dall'alveo di piena (normalmente asciutto anche per lunghissimi anni). Con ciò garantiremo non solo l'incolumità rivierasca, ma anche la conservazione di un sistema fluviale. Per quanto già esistente e, ragionevolmente, non delocalizzabile, occorre sì una governance idraulica, ma non dell'impatto improponibile finora osservato, quanto più di quello incastonato, invisibilo o apparentemente in secondo piano nel contesto paesaggistico-funzionale prima descritto. Questo è un indirizzo stimolante e qualificante: il mercato cementificatorio di un fiume è un binario morto, non appartiene ad un paese civile, a nessun indirizzo scientifico e tantomeno alla nostra cultura e alle nostre tradizioni.

Parallelamente va aggiunto il dimensionamento dei consumi idrici nei termini di sostenibilità ecosistemica. Le portate sono in progressivo scompenso. I nostri fiumi, infine, quali sistemi auto-depuranti, funzionano come un grande rene atrofizzato di un territorio superaffollato, ricolmo di veleni potenzialmente veicolabili, ad alto rischio di crisi ambientale. Lo diceva Ruffolo, Ministro dell'Ambiente fine anni '80, ma non vedo miglioramenti definitivi, semmai diversificazione dei veicoli o dei contenuti di trasmissione del degrado che risultano nella banalizzazione o perdita degli ecosistemi. Sulla de-urbanizzazione (ed estesamente de-industrializzazione dei processi incompatibili con la conservazione delle nostre risorse), è sufficiente una politica del territorio assennata, o consapevole: industrie, strade, case, solo quanto basta. E lo sviluppo sostenibile per ora è concetto vuoto, puramente strumentale. Per il consumo dei suoli basta aprire Google Earth , non serva altro per rendicontarsi. Se puntiamo al consumismo becero, ci sono interi continenti che ci sovrastano nella diffusione della quantità al posto della qualità, anche in senso economico: questa linea è perdente.

Ormai molti preferiscono entrare in contatto con i fenomeni della natura tramite la banalizzazione notiziaria piuttosto che tentando una quotidiana comprensione del mondo in cui vivono. Perchè le notizie di disastri ambientali (nazionali e globali) sono spesso fornite in modo a-scientifico, demagogico e sensazionalistico?

I nostri vecchi avevano un rapporto molto più familiare con l'acqua e l'ambiente, più conviviale, traendo direttamente fonti vitali. Un bracconiere aveva più conoscenze di ordine pratico, se vogliamo, di certi laureati d'oggigiorno. Si temeva l'ambiente e lo si rispettava per questo e come risorsa. L'avvento tecnologico ha comportato il dominio dell'uomo sulla natura, ma anche la piena responsabilità di questa conduzione, di cui non si è ancora presa adeguata coscienza. Il sensazionale, anche se di bassissimo spessore, attira l'audience. Il messaggio scientifico è impegnativo, di difficile rappresentazione e necessita di una diffusa base culturale per la comprensione. In tempi grassi dilaga il futile, il superfluo, in tempi magri sono ben altre le attenzioni primarie. Il modello di sviluppo e di costume ci ha peraltro allontanato da una Natura, prima avvelenata e poi interpretata come un nemico, un pericolo, portatrice di flagelli o simbolo di degrado, un facile capro-espiatorio su cui far convergere l'attenzione deviandola dai reali problemi.

Da ultimo, ti chiediamo una riflessione sullo sversamento di idrocarburi nel tuo Lambro avvenuto in febbraio. Quanto è cambiata la salute del fiume e delle sue sponde dopo il disastro?

I fattori biotici rispondono alla complessità dei fattori di degrado e il quadro diagnostico è sistematizzato su livelli elevati di compromissione, prima e dopo l’evento. La componente cronica di contaminazione supera quella acuta, anche se di eccezionale portata come nella fattispecie. Credo che le aree più provate siano quelle lentiche o di sedimentazione, con tempi di recupero piuttosto lunghi. I tratti dinamici hanno sopportato di peggio. Non ho peraltro seguito direttamente il caso per alcune considerazioni. Il Lambro a sud di Monza è per noi un Lambro morto, sebbene la realtà non sia sempre così radicale e l'eccezionale capacità biogena di queste acque si manifesta anche nell’area metropolitana: merita attenzioni e interventi, ma la frequentazione è ovviamente poco invitante ed a rischio. In secondo luogo non amo rincorrere le manifestazioni patologiche eclatanti, specie quelle annunciate. Ne rilevo invece le dinamiche preconfezionate, puntualmente verificabili. Non mi chiedo in parole semplici perché muoiono i pesci in certi tratti di Lambro, ma piuttosto mi interessa come fanno a vivere, e qui si manifesta la vera sensazionalità delle strategie naturali.

In conclusione non capisco (in realtà lo capisco benissimo) perché si insiste in una visione settoriale e perdente del fiume (l'ottica esclusivamente idraulica) cercando un modello finora impattante di controllo matematico delle piene e non si converga invece in un modello matematico di salvaguardia del fiume come ecosistema, che ricomprende anche la sicurezza idraulica, ma soprattutto l'interezza della risorsa. Non dobbiamo inventarci un fiume nuovo artificiale, ma creare una barriera fisica e culturale intorno al degrado: la tecnologia , se proprio, a supporto e non a condizionamento della risorsa. Quell'opificio o deposito, emblema di certo peso industriale, non aveva esigenza o motivazione alcuna, di facile commistione con le acque del Lambro. Se fabbrichiamo un cavallo di Troia, aspettiamoci le conseguenze. Andiamo a realizzare collettori, depuratori e scolmatori che al primo acquazzone spalancano porte perverse al fiume. Cosa vogliamo attenderci? Un'acqua balneabile? Tra migliaia d’industrie e milioni di persone? Ecco perché si esalta un'esondazione da quattro soldi per nascondere le vere mancanze e magari per fare di questo l’ennesimo business improduttivo e a carico della collettività. Sperare in quanto di positivo è già stato fatto non costa nulla, ma conduce a poco e garantisce nulla. Il risanamento di un fiume a questo punto ( e non per colpa del fiume ) costa e, senza ingenerare un pessimismo già diffuso, deve avvalersi solo di gestori cogenti e affidabili sotto ogni rigore. Qualcosa si può ancora salvare, se alle buone intenzioni seguiranno buoni progetti, non con una correzione, ma con un'inversione di rotta, diversamente tutto procederà in una sorta di aut-aut, con verticalizzazione dei fenomeni come risposta a fattori indotti dagli eccessi antropici.

Leggi anche:
Disastro del Lambro: sei mesi di domande, nessun colpevole