lunedì 16 marzo 2026
Pedemontana e il parco che scompare
C’è un’immagine che racconta più di molte parole lo stato delle cose.
In primo piano un cartello indica l’ingresso di un’area del Parco GruBrìa. Subito dietro, una recinzione delimita un cantiere. Oltre la rete, il terreno appare scavato, spianato, trasformato. Dove il cartello parla di parco, la realtà mostra un paesaggio di lavori e terra smossa.
È una fotografia scattata domenica durante una delle iniziative organizzate dai comitati NO Pedemontana sul territorio di Lissone. I cittadini hanno chiamato l’iniziativa “Operazione Umarell”: una visita collettiva ai cantieri per osservare direttamente lo stato dei lavori e documentare ciò che sta accadendo.
L’immagine è diventata una delle più emblematiche della giornata. Il contrasto tra la segnaletica che indica un’area protetta e la trasformazione fisica del territorio restituisce con immediatezza la preoccupazione che da anni anima i comitati locali: la progressiva erosione di uno dei pochi corridoi verdi rimasti nella Brianza centrale.
La visita ai cantieri arriva a pochi giorni da un’assemblea pubblica molto partecipata, organizzata venerdì 13 marzo 2026 all’oratorio di Santa Margherita (Lissone). L’incontro ha riunito cittadini, attivisti e amministratori locali per fare il punto sulla situazione dell’infrastruttura e sulle iniziative future.
Secondo gli organizzatori, la serata ha rappresentato un momento importante di informazione e confronto. Diversi interventi hanno affrontato le criticità legate al progetto dell’autostrada Pedemontana, con particolare attenzione ai ricorsi amministrativi e agli impatti ambientali.
Tra i temi discussi c’è stato il ricorso al TAR sulla tratta breve e le difficoltà organizzative del progetto, che secondo alcuni interventi potrebbero riaprire spazi di opposizione all’opera. Al centro del dibattito anche la questione dei pedaggi sulla Milano-Meda e la possibilità di iniziative legali con associazioni di consumatori.
Uno dei punti più sentiti riguarda però la qualità dell’aria. Durante l’assemblea sono state raccolte firme per chiedere al Comune di Macherio una maggiore trasparenza sui dati della centralina installata presso la scuola Rodari.
La richiesta avanzata dai cittadini è chiara: pubblicazioni mensili dei dati sugli inquinanti, accessibili attraverso i canali istituzionali del Comune, con confronti rispetto ai limiti di legge, alle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e ai dati delle altre centraline della provincia.
Secondo i promotori, il monitoraggio continuo è fondamentale per comprendere l’evoluzione della qualità dell’aria durante le diverse fasi dei cantieri. Una singola rilevazione, spiegano, non è sufficiente: solo una serie storica di dati può restituire un quadro reale dell’impatto ambientale.
Un altro tema emerso durante l’assemblea riguarda il consumo di suolo. Nei prossimi mesi i comitati intendono promuovere un incontro dedicato alla rigenerazione del terreno e alla cosiddetta “depavimentazione”, cioè la rimozione di superfici asfaltate o cementificate per restituire permeabilità e funzioni ecologiche al suolo.
Parallelamente, resta alta l’attenzione sulle politiche urbanistiche locali. A Lissone l’amministrazione comunale ha dichiarato che il prossimo piano urbanistico non prevederà nuovi insediamenti commerciali, industriali o civili. I comitati intendono vigilare affinché questo impegno venga effettivamente mantenuto.
Bonifica da diossina: i dubbi degli ambientalisti sulla trasparenza di Pedemontana
Prosegue tra difficoltà e richieste di chiarimento il confronto tra i gruppi ambientalisti, alcune liste civiche del territorio e la società Autostrada Pedemontana Lombarda sullo stato della bonifica dalla diossina nelle aree interessate dalla costruzione dell’autostrada.
Secondo quanto segnalato da Sinistra e Ambiente – Impulsi di Meda, insieme a Legambiente Seveso, Seveso Futura, Passione Civica, Altra Bovisio, Comitato Ambiente Bovisio e Cittadini per Lentate, continua a essere complicato ottenere informazioni complete e tempestive sull’andamento delle operazioni di bonifica nelle zone di Meda, Seveso e Cesano Maderno.
Le difficoltà emergono nonostante l’esistenza di un tavolo permanente dedicato al monitoraggio degli interventi.
Analisi chimiche e criteri diversi tra i laboratori
Tra i documenti ottenuti attraverso l’accesso agli atti compare il verbale di una riunione tenutasi il 26 gennaio 2026 tra ARPA Lombardia, i soggetti coinvolti nella bonifica e i laboratori incaricati delle analisi chimiche.
Durante le verifiche, ARPA ha riscontrato disallineamenti tra i risultati delle proprie analisi e quelli dei laboratori incaricati dalle imprese coinvolte nella bonifica. Il problema riguarda il criterio utilizzato per calcolare la concentrazione complessiva di diossine nei campioni di terreno.
Per uniformare i risultati, ARPA ha stabilito che tutti debbano applicare il criterio denominato “Medium Bound”, che considera nella somma delle diossine anche i valori minimi, cioè quelli inferiori al limite di rilevabilità degli strumenti.
I laboratori privati avevano invece utilizzato criteri differenti:
- Upper Bound
- Lower Bound
Queste diverse metodologie possono portare a risultati leggermente diversi nella stima della contaminazione. Per questo motivo ARPA ha richiesto che tutti i rapporti di prova vengano riallineati al criterio Medium Bound, con la produzione di nuovi referti aggiornati.
Nel corso della riunione sono state inoltre segnalate alcune discrepanze nelle analisi effettuate da due laboratori su specifiche aree sorgenti, oltre a una incongruenza nella definizione del perimetro dell’area sorgente 44 nel lotto 5 di Cesano Maderno.
Alcuni campioni superano i limiti di bonifica
Gli aggiornamenti più recenti sulle analisi riguardano alcune aree del lotto 3VAR di Cesano Maderno.
Per l’area sorgente SC58.2, tre campioni su quattro analizzati risultano superiori al limite di bonifica di 10 ng/kg, con valori di:
- 34 ng/kg
- 23 ng/kg
- 24 ng/kg
Una situazione analoga riguarda l’area SC59.2, dove tre campioni superano il limite con valori pari a:
- 11 ng/kg
- 19 ng/kg
- 12 ng/kg
Questi dati emergono dai rapporti di prova dei laboratori incaricati dalle imprese, mentre mancano ancora i risultati delle analisi di ARPA, necessari per la verifica definitiva del collaudo delle operazioni di bonifica.
La situazione a Meda
Al 2 marzo 2026 risultano disponibili solo i rapporti di prova dei laboratori di parte su alcune aree del lotto 1 di Meda. Qui l’obiettivo di bonifica è meno restrittivo, poiché si applica il limite previsto per aree industriali: 100 ng/kg.
Dai dati disponibili emerge che:
- l’area A1.1 presenta un valore di 130 ng/kg, superiore al limite
- l’area A1.2 registra 140 ng/kg, anch’esso sopra soglia
- le aree A1.3, A2.1, A2.2 e A42 risultano invece entro i limiti
Anche in questo caso manca ancora il confronto con le analisi di ARPA, indispensabile per stabilire se gli obiettivi di bonifica siano stati effettivamente raggiunti.
Quasi 8.000 tonnellate di terreno contaminato
Un altro punto sollevato dai gruppi ambientalisti riguarda il destino di 7.917,82 tonnellate di terreno contaminato da diossina proveniente dalle aree della bonifica. Secondo la risposta ufficiale di Pedemontana, questi materiali sono stati conferiti all’impianto Viter S.r.l. Si tratta però di un impianto di trattamento e non di una discarica, motivo per cui le associazioni avevano chiesto chiarimenti sulla destinazione finale dei rifiuti.
Cosa significa la risposta tecnica di Pedemontana
Nella comunicazione inviata agli ambientalisti, Pedemontana utilizza una serie di codici previsti dalla normativa sui rifiuti.
In sintesi, il terreno contaminato:
- è stato classificato come rifiuto EER 17.05.04 (terre e rocce da scavo non pericolose);
- è stato conferito con operazione D15, che indica un deposito preliminare prima dello smaltimento finale;
- successivamente viene sottoposto all’operazione D13, cioè un raggruppamento preliminare dei rifiuti prima del loro invio ad altri impianti.
In pratica, secondo l’interpretazione delle associazioni, l’impianto di Saronno svolgerebbe una funzione di stoccaggio e smistamento, mentre lo smaltimento finale avverrebbe in un secondo momento presso altre strutture, probabilmente discariche autorizzate.
La questione della tracciabilità finale
Un passaggio della risposta di Pedemontana riguarda anche una modifica normativa introdotta nel 2021 nel Testo Unico Ambientale. Questa modifica ha eliminato l’obbligo per il produttore del rifiuto di ottenere l’“attestazione di avvenuto smaltimento”, documento che in passato certificava il destino finale dei rifiuti. Secondo Pedemontana, ciò significa che l’obbligo del produttore termina con la consegna del rifiuto all’impianto che lo prende in carico, in questo caso Viter. Di conseguenza, la società ritiene di non essere tenuta a indicare la discarica finale in cui verranno smaltite le terre contaminate.
Nuovi scavi dove la bonifica non è sufficiente
Laddove i campionamenti hanno evidenziato concentrazioni di diossina ancora superiori ai limiti, Pedemontana ha comunicato che saranno necessari ulteriori scavi e approfondimenti. Sono già stati effettuati nuovi campionamenti sui terreni ancora da rimuovere, con l’obiettivo di:
- classificare correttamente il tipo di rifiuto
- predisporre i piani di smaltimento
- organizzare nuove piste di cantiere per raggiungere le celle ancora contaminate
Ambientalisti chiedono un nuovo incontro pubblico
Alla luce di questi elementi, i gruppi ambientalisti e le liste civiche coinvolte hanno chiesto la convocazione di un nuovo incontro del Tavolo Permanente sui lavori di bonifica. L’ultimo confronto ufficiale risale infatti al 17 novembre 2025. Secondo le associazioni, un aggiornamento pubblico è necessario per fare chiarezza su:
- lo stato reale della bonifica
- i risultati completi delle analisi
- il destino finale dei terreni contaminati
Temi particolarmente sensibili per un territorio che continua a fare i conti con l’eredità della contaminazione da diossina legata al disastro industriale della fabbrica Icmesa del 1976.
Meda: una camminata con le scuole per inaugurare il Sentiero della Vigna e del Vecchio Mulino
Nei prossimi giorni sarà inaugurato il “Sentiero della Vigna e del Vecchio Mulino”, un percorso naturalistico che restituisce alla città di Meda un collegamento tra natura, storia e memoria del territorio. L’iniziativa è promossa dal WWF Insubria, con il coinvolgimento delle scuole del territorio e il supporto dell’amministrazione comunale e di numerosi volontari.
Il primo appuntamento è previsto venerdì 27 marzo dalle ore 10 alle ore 11, quando si terrà una "camminatina" inaugurale insieme agli studenti della scuola primaria Istituto Comprensivo Diaz e a una delegazione della scuola secondaria Anna Frank. Alla passeggiata parteciperanno anche i volontari delle associazioni che hanno contribuito ai lavori di recupero del percorso.
Il breve itinerario, di poco più di 400 metri, partirà dal parcheggio interno della scuola Anna Frank e condurrà fino all’area boscata accanto al Vecchio Mulino di Meda, uno degli elementi storici più significativi della zona della Vigna. Lungo il sentiero saranno installati pannelli informativi e una bacheca nei pressi del mulino, che accompagneranno i visitatori alla scoperta delle caratteristiche naturalistiche e storiche dell’area.
Il progetto nasce al termine di un primo ciclo di interventi di forestazione e manutenzione delle aree verdi vicine ai plessi scolastici e ai principali elementi di interesse storico-ambientale della zona. Nell’ambito dell’iniziativa, il WWF Insubria ha proposto di dedicare il sentiero alla memoria di Corrado Marelli.
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| A sinistra il frutteto, a desta il bosco di carpini e querce |
Un secondo momento di inaugurazione, aperto a tutta la cittadinanza, si terrà sabato 28 marzo dalle ore 11 con accesso dalla prosecuzione di via Molino, in occasione della Earth Hour 2026, la mobilitazione globale per l’ambiente promossa dal WWF. Durante la giornata verranno messe a dimora altre venti essenze vegetali per delineare il viale di accesso al sentiero dal lato sud-est e saranno installate alcune casette-nido per gli uccelli.
venerdì 13 marzo 2026
Pedemontana sotto osservazione: cittadini tornano nei cantieri con l’Operazione Umarell 2
Domenica 15 marzo 2026 torna l’Operazione Umarell. Dopo la prima iniziativa organizzata a gennaio, che aveva richiamato cittadini e attivisti davanti ai cantieri della Pedemontana per osservare e documentare ciò che sta accadendo sul territorio, l’appuntamento si rinnova con una seconda edizione.
L’iniziativa, ribattezzata Operazione Umarell 2, si terrà alle ore 10 alla rotonda tra via Mazzini e via Carlo Alberto Dalla Chiesa a Lissone. A promuoverla sono il Comitato NO Pedemontana, il Comitato Suolo Libero e il M.U.LO. – Movimento Umarell in Lotta, che invitano cittadini e cittadine a partecipare per monitorare insieme l’avanzamento dei cantieri e documentare le trasformazioni che stanno interessando il territorio della Brianza.
Il riferimento ironico alla figura dell’“umarell” – il pensionato che osserva i lavori nei cantieri – è diventato negli ultimi mesi un modo per trasformare uno stereotipo in un gesto di cittadinanza attiva. L’obiettivo non è semplicemente guardare, ma osservare con attenzione, raccogliere informazioni, fotografare, segnalare. In altre parole, esercitare una forma di controllo civico su opere che stanno producendo impatti profondi sull’ambiente e sul paesaggio.
La prima Operazione Umarell, svoltasi a fine gennaio, aveva proprio questo intento: dimostrare che, anche quando i cantieri sono già aperti e il territorio appare ormai segnato, non è necessario rassegnarsi. Restare presenti, documentare ciò che accade e condividere le informazioni con la comunità significa continuare a prendersi cura del proprio territorio.
Secondo gli organizzatori, il monitoraggio dal basso è oggi più che mai fondamentale. In questo senso l’Operazione Umarell 2 non vuole essere soltanto un momento simbolico, ma un invito a una pratica costante di attenzione civica. Osservare e documentare diventa così una forma di protesta pacifica: un modo per non distogliere lo sguardo, per rendere visibili le trasformazioni in corso e per ricordare che il territorio non è uno spazio astratto, ma il luogo in cui vive una comunità.
giovedì 12 marzo 2026
Meda: una passeggiata urbana per riscoprire il torrente Tarò e il legame tra donne e acqua
Dopo la partecipata iniziativa della scorsa domenica 8 marzo, il Comitato Parco Regionale Groane - Brughiera torna a proporre a Meda un nuovo momento di incontro tra ambiente, memoria e cultura. Domenica 15 marzo è infatti in programma (ATTENZIONE: ANNULLATA A CAUSA MALTEMPO) la seconda passeggiata urbana dedicata al tema “Donna e Acqua”, un percorso che attraverserà il paese seguendo i ponti che scavalcano il torrente Tarò.
L’iniziativa porta il titolo “Ricordando un 22 settembre – Passeggiata urbana per ri-conoscere un torrente” e rappresenta un invito a guardare con occhi nuovi uno dei corsi d’acqua che attraversano la Brughiera e il tessuto urbano di Meda, spesso poco conosciuto o invisibile nella quotidianità.
Il ritrovo è fissato alle ore 14.45 presso il ponte di via Luigi Rho (zona “Svizzera”), nei pressi del civico 13. Da qui i partecipanti inizieranno un itinerario che toccherà diversi punti della città, seguendo idealmente il corso del torrente: via Parini, piazza Cavour, vicolo Tarò, il ponte di via Cialdini, via P. Orsi con il ponte ciclopedonale, via Solferino, via De Amicis, corso Europa e l’area parcheggio sul Tarò accanto alla scuola dell’infanzia Maria Bambina. Il percorso proseguirà poi verso l’area dell’oratorio Santo Crocifisso in piazza del Lavoratore, fino a raggiungere il ponte di via dei Cipressi.
La passeggiata si concluderà intorno alle 16.45, per consentire ai partecipanti di raggiungere la sala civica Radio dove si terrà lo spettacolo teatrale “E l’acqua parlò alle donne”, proposto dal Teatro Vivo Gli Antistress.
Durante il cammino verranno narrati i contenuti degli arazzi realizzati dal gruppo delle Teresine per l’8 marzo, che intrecciano storie, simboli e riflessioni sul rapporto tra donne e acqua.
Allo stesso tempo, la passeggiata offrirà l’occasione per riflettere su ciò che i ponti attraversano: un corso d’acqua che percorre l’intera Brughiera e che nel tempo ha subito trasformazioni, interventi e problemi ambientali. Un modo per comprendere cosa scorre sotto questi ponti – e talvolta purtroppo anche sopra – e per riscoprire l’importanza di questo elemento naturale nel paesaggio locale.
L’obiettivo è anche quello di riportare l’attenzione sul torrente Tarò e sulla necessità di restituirgli vita e dignità, valorizzandolo come patrimonio ambientale del territorio.
Un fine settimana di iniziative
La passeggiata di domenica si inserisce in un programma più ampio dedicato al tema Donna e Acqua. Sabato 14 marzo, alle ore 17.00, presso la Medateca, si terrà infatti il reading “Da’ nome ai miei fiumi”, con letture di testi scritti da donne sul rapporto tra femminile e acqua, a cura del gruppo di lettura degli Amici della Medateca.
Con queste iniziative, gli organizzatori invitano cittadini e appassionati di ambiente a partecipare numerosi a una “escursione urbana” fuori dall’ordinario, capace di unire cultura, memoria e attenzione al territorio.
La passeggiata dello scorso 8 marzo – documentata dalle fotografie che accompagnano questo articolo – ha già mostrato quanto queste occasioni possano diventare momenti preziosi per riscoprire il paesaggio nascosto della città e il valore dei suoi corsi d’acqua.
Nevediversa 2026: Legambiente torna a criticare il progetto sciistico sul Monte San Primo
Il nuovo report “Nevediversa 2026” di Legambiente è stato presentato ieri a Milano. Come di consueto, il documento analizza la situazione del turismo sulle montagne italiane, raccogliendo e studiando scientificamente i dati aggiornati all’ultimo anno, alla luce delle tendenze più generali e di lungo periodo.
Nonostante l’aumento delle temperature, la fusione dei ghiacciai e una neve naturale che fatica sempre più ad arrivare, Legambiente stima che il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continui a sostenere il turismo invernale, lasciando solo briciole di risorse alla riconversione degli impianti abbandonati e alla destagionalizzazione del turismo.
Intanto, su Alpi e Appennini salgono a 273 gli impianti sciistici dismessi. La Lombardia è la seconda regione in Italia per impianti sciistici abbandonati, con 51 località dismesse. In tutta la Penisola risultano 106 quelli chiusi temporaneamente e 98 quelli operativi a singhiozzo, mentre 231 sopravvivono per “accanimento terapeutico”. Gli altri impianti mantengono l’attività solo grazie a bacini artificiali e cannoni spara-neve, con un notevole dispendio di acqua ed energia.
Purtroppo, i riusi e gli smantellamenti restano casi molto sporadici: solo 37 quelli finora conteggiati.
Negli approfondimenti sulla realtà lombarda, il dossier punta di nuovo il dito sul contestato progetto “OltreLario”, che prevede lo sperpero di 5 milioni di euro di fondi pubblici, dei quali circa la metà (2,3 milioni di euro) destinati a riportare lo sci con innevamento artificiale sul Monte San Primo, presso la località Alpe del Borgo, posta a un’altitudine di circa 1.200 metri.
Secondo numerose analisi climatiche, proprio a queste quote si prevede che nevicherà sempre meno e in modo sempre più frammentario, a causa degli effetti del cambiamento climatico.
Considerazioni avvalorate anche dallo studio di analisi climatica condotto dal prof. Mauro Guglielmin, docente di Geografia fisica e Geomorfologia dell’Università degli Studi dell’Insubria, commissionato dal Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”. Lo studio conferma, sulla base degli scenari climatici previsti per i prossimi decenni, che il progetto per riportare lo sci sul San Primo risulta assolutamente sconsigliabile e antieconomico.
Nei giorni scorsi il Coordinamento, formato da 39 associazioni, ha trasmesso lo studio alle Commissioni Ambiente e Territorio della Regione Lombardia, chiedendo al Pirellone di rivedere il progetto e di stralciare proprio la parte relativa allo sci.
Per conoscere i contenuti del report “Nevediversa 2026”:
Informazioni sul progetto “OltreLario” per il Monte San Primo: https://bellagiosanprimo.com/
Lo sci dei 15 giorni: il paradosso del Monte San Primo
Il cambiamento climatico sta trasformando profondamente il futuro del turismo invernale sulle Alpi. Un recente approfondimento pubblicato da tvsvizzera.it mostra come anche in Svizzera – uno dei Paesi simbolo dello sci alpino – molte stazioni stiano ripensando il proprio modello di sviluppo a causa della progressiva riduzione dell’innevamento.
Questa riflessione appare particolarmente significativa se letta in parallelo con il dibattito in corso sul Monte San Primo, sopra Bellagio, dove è stato approvato un progetto di fattibilità per il ripristino degli impianti sciistici. Un’idea che però si scontra con le conclusioni di uno studio scientifico coordinato dal professor Mauro Guglielmin, docente dell’Università degli Studi dell’Insubria, secondo cui lo sci in quell’area sarebbe ormai climaticamente ed economicamente insostenibile.
Guardando proprio all’esperienza svizzera emergono alcuni elementi che possono aiutare a leggere il caso del San Primo.
Uno dei punti centrali dell’analisi pubblicata da tvsvizzera.it riguarda la sostenibilità degli investimenti nelle infrastrutture sciistiche. Gli studi utilizzati dalle stazioni svizzere indicano che, per essere economicamente redditizia, una pista dovrebbe poter contare su almeno 100 giorni di neve con uno spessore minimo di circa 30 centimetri.
Per questo motivo molti investimenti si stanno concentrando nelle località d’alta quota, dove le condizioni climatiche garantiscono ancora una stagione sciistica relativamente stabile. Al contrario, sotto la soglia critica dei circa 1600 metri di altitudine, la situazione diventa molto più incerta.
Il Monte San Primo si colloca proprio in questo scenario di fragilità climatica. Lo studio del professor Guglielmin, basato sui dati disponibili nell’area dell’Alpe Borgo e su rilevazioni dell’ARPA Lombardia, evidenzia infatti un aumento progressivo delle temperature invernali nel Triangolo Lariano e una diminuzione della durata dell’innevamento. Secondo l’analisi, anche ipotizzando un innevamento artificiale, la copertura sciabile potrebbe ridursi a circa 15–17 giorni nel mese di gennaio, rendendo l’impianto «assolutamente antieconomico».
Proprio nelle località a quote più basse, molte stazioni svizzere stanno cercando di ridurre la dipendenza dallo sci. Sempre secondo l’analisi di tvsvizzera.it, alcune destinazioni hanno iniziato a puntare su attività che richiedono meno neve e meno costi di gestione: escursioni invernali, ciaspolate, turismo lento, esperienze naturalistiche o attività sportive alternative.
In alcuni casi si è arrivati a scelte ancora più radicali: località come il Monte Tamaro in Ticino hanno abbandonato completamente lo sci, concentrandosi su un turismo diverso, più legato alla natura e alla fruizione del paesaggio. Questo approccio punta ad attrarre visitatori durante tutto l’anno, riducendo la dipendenza da una stagione invernale sempre più incerta.
Infine, l’esperienza svizzera mostra anche una realtà spesso poco raccontata: molti piccoli impianti hanno semplicemente chiuso. Decine di skilift di villaggio, un tempo molto frequentati, sono ormai inattivi a causa della cronica mancanza di neve. In molti casi restano sul territorio infrastrutture dismesse, difficili e costose da smantellare. È proprio questo scenario che il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, formato da 39 associazioni e sostenuto dallo studio scientifico commissionato all’associazione Simbio, teme possa ripetersi anche sopra Bellagio.
Lo studio coordinato dal professor Guglielmin conclude che le condizioni climatiche attuali e quelle previste nei prossimi 15 anni non consentiranno un innevamento artificiale efficace né la preparazione di piste da sci con le tecnologie attuali.
Il confronto con quanto sta accadendo in Svizzera suggerisce quindi una domanda di fondo: se molte località alpine stanno riducendo gli investimenti nello sci alle quote più basse e diversificando l’offerta turistica, ha ancora senso puntare sul ritorno dello sci in un’area dove gli studi scientifici indicano una stagione sempre più breve?




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