Lo scorso 30 settembre il sindaco di Seregno, Alberto Rossi, è intervenuto alla Fondazione Ambrosianeum, alla presentazione del libro “La città di tutti” di Elena Granata. Riprendiamo i suoi interventi che offrono diversi spunti di riflessione sul futuro urbano di Seregno, proprio mentre si avvia il percorso partecipativo per il nuovo Piano di governo del territorio.
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| Da sx a dx: Fabio Pizzul, Elena Granata e Alberto Rossi. Immagine tratta dal web. |
(zc) Che cosa significa progettare una città? E, soprattutto, a chi appartiene la città? Sono domande che attraversano La città di tutti, il libro di Elena Granata presentato lo scorso 30 settembre all’Ambrosianeum di Milano, al quale è intervenuto anche il sindaco di Seregno, Alberto Rossi.
Non si è trattato soltanto di una conversazione intorno a un libro. Gli interventi del sindaco hanno offerto l’occasione per raccontare una visione dell'amministrazione urbana maturata attraverso l'esperienza di questi anni, ma anche per mettere a fuoco dubbi, contraddizioni e difficoltà che accompagnano chi è chiamato a trasformare idee e progetti in scelte concrete.
Le parole di Rossi arrivano in un momento particolarmente significativo per Seregno: in questi giorni si è infatti avviato il percorso partecipativo per il nuovo Piano di governo del territorio (PGT), lo strumento attraverso il quale la città dovrà definire le proprie prospettive di sviluppo e le scelte che incideranno sul suo assetto urbano, sul consumo di suolo, sul verde, sulla mobilità e sulla qualità degli spazi pubblici.
Proprio per questo, le riflessioni del sindaco meritano di essere rilette non soltanto come considerazioni generali sull'urbanistica, ma anche come una possibile chiave di lettura delle questioni che Seregno si troverà ad affrontare.
L'urbanistica non è soltanto una questione di numeri
Uno dei passaggi più significativi dell'intervento di Rossi riguarda il modo stesso di intendere l'urbanistica. Rossi ha ricordato come, nella sua esperienza amministrativa, l’urbanistica gli sia apparsa inizialmente soprattutto come una questione di numeri, leggi e codici, per poi maturare la convinzione che debba misurarsi prima di tutto con la felicità delle persone.
Una osservazione che sposta il punto di osservazione. L'urbanistica non può esaurirsi nella disciplina delle edificazioni, nel rispetto delle norme, nella distribuzione delle volumetrie o nella gestione degli interessi che si confrontano intorno alle trasformazioni immobiliari. Deve interrogarsi sugli effetti che le decisioni producono nella vita quotidiana delle persone.
Come si vive una piazza? Quanto è facile attraversare un quartiere a piedi o in bicicletta? Dove possono incontrarsi i ragazzi? Quali spazi sono accessibili a chi ha difficoltà economiche, a chi è anziano, a chi vive da solo? Quanto verde rimane a disposizione della collettività? Sono domande che appartengono alla qualità urbana almeno quanto gli indici edilizi e le prescrizioni tecniche.
Per Rossi, la collaborazione con Elena Granata è stata importante proprio perché ha contribuito a introdurre questa prospettiva nel lavoro amministrativo. Il sindaco ha raccontato che il rapporto con la docente del Politecnico è nato quasi per caso, dopo aver letto un suo libro e averle scritto privatamente per proporle una chiacchierata. Da quel primo contatto è nata una collaborazione che ha portato anche al "Piano clima" della città.
Il libro, ha spiegato, gli ha offerto l'occasione per riconoscere alcune esperienze già avviate a Seregno, ma anche per interrogarsi su quanto ancora resti da fare e sulle occasioni nelle quali, per prudenza o per convenienza politica, si finisce per rinunciare a una parte delle proprie ambizioni.
Il punto, dunque, non è soltanto amministrare la città esistente, ma domandarsi quale idea di vita urbana debba orientare le decisioni.
Il cambiamento climatico come punto di partenza del PGT
Nel suo primo intervento Rossi ha dedicato ampio spazio al "Piano clima" di Seregno, indicandolo come esempio di un approccio che parte dai dati e dai problemi reali anziché da una visione astratta del territorio.
Il riferimento è agli eventi meteorologici estremi del luglio 2023. Il sindaco ha ricordato la violenta grandinata del 21 luglio, seguita due giorni dopo da una tromba d'aria, che misero in evidenza la vulnerabilità della città.
«Il succo di tutto questo è che noi abbiamo avuto paura, noi ci siamo ritrovati impreparati».
Un'esperienza concreta, dunque, che ha reso impossibile continuare a considerare il cambiamento climatico come un tema da convegno o una questione lontana dalla vita amministrativa quotidiana.
«Nel momento in cui dovevamo ipotizzare un nuovo Piano di governo del territorio, o da lì partivamo o ci raccontavamo storie».
È uno dei passaggi più rilevanti in vista del nuovo PGT. Per il sindaco, il clima non costituisce un capitolo settoriale da aggiungere a un piano già impostato, ma una condizione dalla quale partire per comprendere i problemi e orientare le scelte.
Rossi ha spiegato che il lavoro preparatorio ha permesso di mettere insieme dati che esistevano già, ma che spesso rimanevano separati e poco utilizzati. Da questa ricognizione emergono, nelle sue parole, scenari impegnativi: l'aumento delle temperature, la concentrazione delle precipitazioni in un numero inferiore di giorni e i rischi idraulici legati alle caratteristiche del territorio e alla capacità delle infrastrutture esistenti.
«Seregno tra pochi decenni avrà le temperature medie che oggi ci sono a Tunisi e a Marrakech», ha detto il sindaco. E ancora: «La quantità di piogge è la stessa di cinquant'anni fa, ma i giorni di pioggia sono più che dimezzati».
Il suo intervento ha fatto inoltre riferimento a problemi di invarianza idraulica, alla rete fognaria e alle trasformazioni intervenute in aree nelle quali le infrastrutture erano state concepite per una popolazione e un carico urbano molto diversi da quelli attuali.
Il ragionamento è chiaro: non basta domandarsi dove e quanto si possa costruire. Occorre valutare come il territorio reagirà alle piogge intense, quali aree siano maggiormente esposte agli allagamenti, quanto spazio sia necessario lasciare all'acqua e quale ruolo possano svolgere il suolo permeabile e la vegetazione.
Il "Piano clima", ha precisato Rossi, non è stato un obbligo normativo per il Comune, ma una scelta amministrativa. E il suo valore non sta soltanto nel documento prodotto, bensì nel tentativo di costruire una visione condivisa e di tradurla progressivamente in azioni.
«O ne usciamo collettivamente tutti insieme o individualmente siamo tutti spazzati via da questa cosa», ha affermato, richiamando la necessità di una risposta che coinvolga l'intera comunità.
Per il PGT si pone allora una questione concreta: se il cambiamento climatico deve davvero rappresentare il punto di partenza, quanto peserà nelle decisioni sulle trasformazioni urbanistiche, sulle aree verdi, sulla permeabilità dei suoli e sulla localizzazione delle nuove edificazioni?
A Seregno quasi l'80% del verde è privato
Fra le osservazioni più interessanti del sindaco c'è quella relativa alla distribuzione della proprietà del verde urbano.
«Seregno è una città dove quasi l'80% del verde è privato. Per cui, se noi non ingaggiamo i cittadini sul proprio verde privato, io posso fare il miglior regolamento del verde pubblico, la migliore politica sui parchi, o non sui parchi intesi come riserva indiana, poi lì ci torno magari, ma sull'avere una visione che mette assieme tutto. Ma se è il pubblico da solo non andiamo da nessuna parte».
Il dato, così come riferito da Rossi, richiama un problema centrale per una città densamente urbanizzata: la qualità ambientale non dipende soltanto dai parchi pubblici, ma anche dall'insieme degli spazi verdi distribuiti nei giardini privati, nei cortili e nelle aree non edificate.
Il sindaco invita a superare l'idea che la tutela della natura sia una responsabilità esclusiva dell'amministrazione e che il verde pubblico possa essere trattato come una sorta di enclave separata dal resto della città.
È una considerazione che apre una prospettiva interessante per il PGT. La pianificazione può certamente tutelare le aree verdi pubbliche, individuare connessioni ecologiche e stabilire regole per gli interventi privati. Ma deve anche interrogarsi sulla continuità degli spazi aperti, sulla frammentazione del tessuto urbano e sul ruolo che le aree private possono svolgere nel mantenimento di un ambiente vivibile.
Se il verde è una componente essenziale della resilienza climatica, la sua tutela non può essere valutata esclusivamente in termini quantitativi. Contano anche la distribuzione, la qualità, la possibilità di collegare gli spazi naturali e la conservazione di terreni permeabili.
Rossi ha riconosciuto, d'altra parte, che i risultati non possono essere immediati. Il "Piano clima" contiene una serie di azioni e di obiettivi che richiedono investimenti, continuità amministrativa e il coinvolgimento di cittadini, associazioni e forze politiche.
«Finirò il secondo mandato che di tutte quelle azioni sarò orgoglioso di dire sono riuscito a farne due», ha detto, con una battuta che restituisce il divario tra l'ampiezza di una visione e i tempi necessari per realizzarla.
Ma proprio qui si misura il rapporto tra programmazione e scelte urbanistiche: quali obiettivi si vogliono rendere vincolanti? Quali risorse si intendono destinare? E quali trasformazioni è necessario evitare per non compromettere oggi le possibilità di intervento di domani?
Le politiche ambientali non dovrebbero cambiare con il colore delle amministrazioni
Il sindaco ha insistito anche sulla necessità che alcuni obiettivi superino le divisioni politiche e la durata dei singoli mandati.
«Possiamo dire che l'amministrazione a Seregno, come in ogni città, fra venti mesi magari cambierà anche colore, certamente cambierà, magari cambierà anche colore politico, ma quel percorso lì, cioè possiamo su questo non dire che i primi sei mesi li passo a distruggere quello che ha fatto quello prima, ma a dire: questo è un tema».
E ha aggiunto, riferendosi agli eventi meteorologici estremi: «Quella tromba d'aria non era di destra o di sinistra».
Il ragionamento è applicabile a molte questioni urbanistiche. Un piano che richiede anni per essere attuato non può dipendere esclusivamente dalla volontà di chi si trova temporaneamente alla guida del Comune. La riduzione del rischio idraulico, l'adattamento climatico, la tutela del verde e la qualità degli spazi pubblici sono temi che richiedono coerenza nel tempo.
Da qui l'importanza del percorso partecipativo appena avviato per il PGT. La partecipazione può contribuire a costruire una visione condivisa, ma la sua efficacia dipende anche dalla capacità di tradurre le indicazioni emerse in scelte verificabili e in obiettivi che resistano ai cambiamenti politici.
Non è sufficiente dichiarare che una questione riguarda tutti: occorre stabilire quali decisioni ne conseguano, quali risorse siano necessarie e quali interessi debbano essere messi a confronto.
Una città di tutti non è una città divisa in recinti
In un secondo intervento, sollecitato da Fabio Pizzul a raccontare che cosa il libro avesse suscitato in lui, Rossi ha spostato l'attenzione sul modo in cui vengono concepiti gli spazi urbani e sul loro rapporto con le diverse componenti della società.
Ha citato alcune esperienze realizzate a Seregno: gli spazi per i ragazzi, le scuole aperte nel pomeriggio, un museo diventato scuola, il giardino della biblioteca dedicato a Giulio Regeni e alcuni progetti legati all'abitare e all'innovazione.
Sono esempi diversi, ma accomunati da un'idea: i luoghi della città possono avere funzioni molteplici e mettere in relazione persone che altrimenti rischierebbero di restare separate.
A proposito del giardino della biblioteca, inaugurato nel maggio 2025, Rossi ha raccontato un'esperienza che considera significativa: «È un giardino che non ha per ora in quasi diciotto mesi avuto bisogno di un cestino». Il riferimento è alla responsabilità dei ragazzi che frequentano lo spazio, abituati a consumare il proprio cibo e a portare via i rifiuti.
Al di là del singolo esempio, il messaggio è che la qualità degli spazi pubblici non dipende soltanto dalle attrezzature e dalle regole, ma anche dai comportamenti e dalle relazioni che quei luoghi riescono a favorire.
Il sindaco ha richiamato anche il ruolo della biblioteca, descrivendola come un luogo nel quale le persone senza dimora possono trovare accoglienza e stare insieme agli studenti.
«La biblioteca per noi c'è, la biblioteca è l'unico luogo dove i senzatetto sono accettati», ha detto, riferendosi alla possibilità per queste persone di trovare un ambiente nel quale sostare e ricaricare i propri dispositivi.
È una riflessione che riguarda la natura stessa dei servizi e degli spazi pubblici: non soltanto strutture destinate a chi possiede già le risorse per usufruirne, ma luoghi capaci di accogliere bisogni diversi e di favorire la convivenza.
Il sindaco ha contrapposto questa visione a un precedente approccio amministrativo che rivendicava le panchine senza schienale, sul presupposto che una seduta scomoda avrebbe indotto le persone a fermarsi meno a lungo. Il richiamo non è secondario. Anche un elemento apparentemente banale dell'arredo urbano esprime una determinata idea di città: uno spazio progettato per trattenere le persone, favorire la permanenza e l'incontro è diverso da uno concepito per scoraggiarli.
La domanda posta da La città di tutti torna così in primo piano: chi può utilizzare gli spazi urbani, per quanto tempo e a quali condizioni?
La strada può essere anche un luogo di incontro
Un altro passaggio significativo riguarda la mobilità e il rapporto tra pedoni, ciclisti e automobilisti.
Rossi ha raccontato di essersi rivolto a Elena Granata durante una discussione sulle possibili collocazioni di una pista ciclabile. La questione era se realizzarla lungo una strada oppure lungo un'altra.
La risposta della docente, secondo il racconto del sindaco, lo ha spiazzato: «Non fate la ciclabile perché non c'è da fare la ghettizzazione dei ciclisti lì in uno spazio che può essere scomodo per i ciclisti, per gli automobilisti, magari anche per i pedoni. Facciamo che qui ci educhiamo ad andare tutti insieme in un certo modo».
Rossi ha collegato questa riflessione al tema delle zone 30 e, più in generale, alla possibilità di ripensare lo spazio stradale senza considerare necessariamente ogni categoria di utenti come una presenza da separare dalle altre.
Per spiegare il concetto, ha raccontato un episodio vissuto nel paese siciliano nel quale abita la nonna di sua moglie. Una sera, gli abitanti avevano portato i tavoli delle proprie case sulla strada per cenare insieme. Quando arrivava un'automobile, la situazione si risolveva attraverso un accordo informale fra le persone presenti.
«Ma chi vive meglio la città?», si è chiesto Rossi, contrapponendo la propria prima reazione, legata all'idea di un'occupazione impropria dello spazio pubblico, a una diversa concezione della strada come luogo condiviso.
L'episodio non costituisce una ricetta da applicare automaticamente a una città come Seregno, con le sue caratteristiche e le sue esigenze di mobilità. Suggerisce però un cambio di prospettiva: la strada non è necessariamente soltanto un corridoio per spostarsi, ma può diventare anche uno spazio di relazione.
La questione è particolarmente pertinente per la pianificazione urbana. Le scelte sulla mobilità non riguardano esclusivamente la circolazione dei veicoli: incidono sull'accessibilità dei quartieri, sulla sicurezza, sulla possibilità per i bambini di muoversi autonomamente e sulla presenza di attività e occasioni di incontro nello spazio pubblico.
La domanda da porsi non è soltanto dove collocare una pista ciclabile, ma quale assetto dello spazio consenta a tutti di muoversi in sicurezza e quale equilibrio si voglia costruire tra le diverse funzioni della strada.
La solitudine come problema urbano
Tra le riflessioni più nette del sindaco c'è quella sulle forme di povertà che un'amministrazione si trova ad affrontare.
«Io dico spesso che ci sono tre tipi di povertà che ho avuto a che fare da amministratore. Quella più semplice da affrontare è la povertà economica».
Rossi ha precisato che si tratta di una provocazione: anche un sostegno economico molto consistente non sarebbe sufficiente se non si intervenisse contemporaneamente sulla povertà educativa e formativa e su quella relazionale.
«Se non creiamo qualcosa che sostenga una povertà educativa, formativa e una povertà relazionale, sei mesi dopo siamo nella stessa situazione, se non peggio».
Il passaggio centrale è quello successivo: «Più grande nemico di un sindaco è la solitudine delle persone e io di questo faccio esperienza tutti i giorni».
La solitudine non è soltanto una condizione individuale. Può essere favorita o contrastata anche dal modo in cui sono organizzati i quartieri, dalla presenza di luoghi accessibili, dalla possibilità di incontrarsi senza dover necessariamente consumare qualcosa e dalla disponibilità di servizi che non si limitino a rispondere a emergenze specifiche.
Una città nella quale gli spazi pubblici sono pochi, difficilmente raggiungibili o progettati soprattutto per il transito rischia di offrire meno occasioni di relazione. Al contrario, una rete di luoghi di incontro, servizi e spazi aperti può contribuire a ridurre l'isolamento.
È qui che l'urbanistica incontra le politiche sociali. La qualità della città non si misura soltanto attraverso il numero dei servizi disponibili o la quantità di verde presente, ma anche attraverso la possibilità concreta per persone diverse di partecipare alla vita collettiva.
Rossi ha descritto una difficoltà che conosce direttamente: la necessità di conciliare il diritto alla quiete con il diritto alla gioia, la tranquillità dei residenti con le esigenze dei ragazzi che cercano luoghi nei quali incontrarsi.
«Ci sentiamo più sicuri, chiusi dentro», ha osservato, invitando a interrogarsi sulla tendenza a ridurre il rischio e il conflitto attraverso la limitazione delle occasioni di vita all'aperto.
Ha raccontato di essersi confrontato con gruppi di ragazzi per individuare luoghi alternativi a quelli nei quali la loro presenza provocava tensioni con i residenti. In alcuni casi, ha riferito, sono nate possibilità di dialogo e percorsi per immaginare spazi diversi in altre parti della città.
Il sindaco ha però aggiunto una precisazione importante: la percezione di sicurezza non può essere liquidata, perché riguarda in modo particolare le persone più fragili.
La sfida, quindi, non consiste nel contrapporre indiscriminatamente libertà e sicurezza, ma nel trovare soluzioni capaci di far convivere esigenze diverse. È un tema che riguarda la progettazione delle piazze, dei parchi, dei percorsi pedonali e degli spazi di aggregazione, ma anche la capacità dell'amministrazione di ascoltare e mediare.
Il verde non è una riserva indiana
Rossi ha riconosciuto che alcune delle idee proposte dal libro richiedono un lavoro di revisione culturale prima ancora che amministrativa.
«Io sono cresciuto così», ha detto, riferendosi alla concezione del parco come luogo separato, quasi una riserva destinata allo svago, e all'idea che le risorse naturali fossero sostanzialmente infinite.
Il sindaco ha collegato questa mentalità alla cultura nella quale è cresciuta la sua generazione, richiamando anche un'etica del sacrificio e del lavoro che tende a considerare il tempo libero e il benessere come elementi secondari.
Il cambiamento, nella sua lettura, consiste anche nel superare una separazione troppo netta tra la città costruita e la natura, fra gli spazi destinati alla produzione e quelli riservati allo svago.
Questa osservazione si lega direttamente al tema del verde urbano affrontato nel primo intervento. Se il verde non deve essere una riserva separata dal resto della città, occorre ripensarne il ruolo all'interno del tessuto urbano e nella vita quotidiana delle persone.
Un parco non è soltanto un'area nella quale recarsi occasionalmente per passeggiare. Può contribuire alla regolazione del microclima, favorire l'incontro, offrire spazi di gioco e rendere più gradevoli i percorsi quotidiani. Analogamente, un giardino, un filare alberato o un'area permeabile non sono necessariamente elementi residuali da considerare disponibili per nuove trasformazioni.
La riflessione diventa particolarmente importante in una fase nella quale il PGT dovrà confrontarsi con le diverse esigenze della città e con il valore degli spazi aperti.
Considerare il verde come parte integrante della struttura urbana significa chiedersi non soltanto quante aree verdi siano presenti, ma anche come siano distribuite, quanto siano accessibili e quale ruolo svolgano nel collegare quartieri e luoghi della vita collettiva.
La città perfetta non esiste: conta la qualità della vita
Nel suo intervento Rossi ha anche messo in guardia da una concezione eccessivamente rigida della sicurezza e della regolazione degli spazi.
Le città che amiamo, ha osservato, non sono necessariamente quelle perfette, prive di inconvenienti e completamente organizzate secondo criteri astratti. Sono anche città nelle quali riconosciamo odori, storia, vitalità e una certa dose di disordine.
Il passaggio si collega a una delle tensioni più difficili per chi amministra: da una parte la necessità di garantire sicurezza, tranquillità e rispetto delle regole; dall'altra il rischio che ogni uso imprevisto dello spazio venga percepito come un problema da eliminare.
Rossi ha raccontato, per esempio, di aver dovuto confrontarsi con le lamentele di chi considera inaccettabile che i bambini giochino in una piazza. «La piazza servirebbe a quello», ha osservato, sintetizzando la necessità di recuperare il significato originario di alcuni luoghi pubblici.
Non significa ignorare i conflitti, né sottovalutare le esigenze dei residenti. Significa chiedersi se ogni conflitto debba essere risolto restringendo gli usi possibili di uno spazio oppure se sia possibile ripensarne l'organizzazione per consentire a più persone di frequentarlo.
Il rischio, altrimenti, è quello di produrre una città formalmente ordinata ma sempre meno capace di ospitare la complessità della vita quotidiana.
Anche da questo punto di vista, il PGT non è soltanto uno strumento tecnico. Le sue scelte possono contribuire a definire il rapporto tra gli spazi destinati alle automobili e quelli destinati alle persone, tra gli ambienti privati e quelli condivisi, tra la necessità di proteggere e quella di lasciare spazio all'iniziativa e all'incontro.
Le buone idee devono fare i conti con i soldi, il tempo e gli uffici comunali
L'intervento del sindaco non è stato però una celebrazione delle buone pratiche o delle potenzialità della progettazione urbana. Rossi ha insistito anche sui limiti materiali entro i quali opera un'amministrazione comunale.
«Su tante proposte, quelle che Elena diceva di copiare, io mi dicevo: sì, ma i soldi? Sì, ma il tempo?».
Il problema è quello della distanza fra l'orizzonte di una trasformazione e le risorse necessarie per realizzarla. Una ricerca può richiedere anni; un progetto urbano può attraversare più mandati amministrativi; un intervento può avere costi che un Comune non è in grado di sostenere autonomamente.
Rossi ha richiamato anche le difficoltà degli enti locali nel reperire e trattenere professionalità adeguate, facendo riferimento ai dipendenti comunali e alle condizioni economiche nelle quali sono chiamati a svolgere compiti sempre più complessi.
«La vivibilità di certe scelte poi la fanno concretamente non gli assessori o il sindaco, ma i dipendenti comunali», ha osservato, ricordando che la transizione digitale, la gestione tecnica e la realizzazione dei progetti richiedono competenze e risorse.
Ha inoltre evidenziato la fragilità finanziaria dei Comuni quando vengono meno risorse previste o arrivano trasferimenti inferiori alle necessità. Ha citato, come esempio, una riduzione di fondi destinati all'assistenza dei minori stranieri non accompagnati, che secondo il suo racconto avrebbe comportato per Seregno la perdita di un milione di euro rispetto alle risorse attese.
Il ragionamento è pertinente anche per il PGT. Definire obiettivi ambiziosi è necessario, ma la loro attuazione richiede strumenti, finanziamenti, personale e una sequenza di interventi coerente.
La concretezza amministrativa, tuttavia, non dovrebbe tradursi automaticamente in una riduzione delle ambizioni. Il problema è piuttosto individuare priorità, stabilire tempi realistici e distinguere ciò che può essere fatto subito da ciò che richiede un percorso più lungo.
Il sindaco ha riconosciuto esplicitamente la difficoltà di trovare questo equilibrio. Il cambiamento, ha osservato, «è possibile quando è reso desiderabile, quando non è imposto», richiamando una riflessione legata anche al pensiero di Alexander Langer.
È una considerazione che riguarda direttamente il rapporto tra amministrazione e cittadini. Una trasformazione urbana può essere tecnicamente corretta e tuttavia incontrare resistenze se non viene compresa, condivisa o accompagnata da alternative credibili.
La partecipazione, in questa prospettiva, non è un passaggio accessorio: può contribuire a rendere le trasformazioni comprensibili e desiderabili, senza però cancellare la responsabilità dell'amministrazione di assumere decisioni.
Il percorso partecipativo: ascoltare non basta
L'avvio del percorso partecipativo per il PGT rende particolarmente attuale questo aspetto dell'intervento. Rossi ha più volte insistito sulla necessità di coinvolgere i cittadini e le diverse componenti della società, nella consapevolezza che il Comune, da solo, non può realizzare tutte le trasformazioni necessarie. Ma la partecipazione acquista significato soprattutto quando è in grado di mettere in relazione le esigenze quotidiane con una visione complessiva della città.
Le richieste dei residenti, le necessità delle associazioni, le esigenze delle attività economiche, le aspettative dei giovani e le preoccupazioni di chi teme di perdere tranquillità o qualità ambientale possono essere anche molto diverse fra loro. Il compito di un percorso partecipativo non è fingere che queste differenze non esistano, ma renderle visibili e consentire un confronto sulle priorità.
In questo senso, le parole del sindaco offrono anche alcuni criteri con i quali valutare il processo che si è appena avviato.
Il primo riguarda il clima: se i dati climatici devono orientare la pianificazione, occorre capire come si tradurranno nelle decisioni sul suolo, sul verde e sulle trasformazioni urbanistiche.
Il secondo riguarda l'accessibilità e la qualità degli spazi pubblici: quali luoghi si vogliono rendere più accoglienti, quali connessioni migliorare, quali opportunità creare per i ragazzi e per le persone che rischiano di rimanere ai margini?
Il terzo riguarda la continuità del verde e la sua integrazione nel tessuto urbano: come conservare non soltanto i parchi, ma anche gli spazi aperti che contribuiscono alla qualità ambientale complessiva?
Il quarto riguarda la concretezza: quali obiettivi possono essere perseguiti, con quali risorse e in quali tempi?
Sono domande che non trovano risposta in una singola assemblea. Richiedono un percorso nel quale il confronto iniziale sia seguito dalla possibilità di verificare come le osservazioni raccolte siano state considerate nelle scelte effettive.
È qui che si misura la differenza tra una consultazione e un processo partecipativo capace di incidere.
Riannodare il filo tra il pensare e l'agire
Verso la conclusione, Rossi ha affrontato anche il rapporto fra l'esperienza amministrativa e la possibilità di fermarsi a riflettere.
Ha raccontato che, dopo oltre otto anni da sindaco, considera questo periodo della sua vita un'esperienza straordinaria, capace di metterlo in contatto con persone e mondi che difficilmente avrebbe conosciuto altrimenti. Al tempo stesso, ha riconosciuto che la frenesia quotidiana del lavoro amministrativo lascia poco spazio alla formazione e alla riflessione.
«Penso che in tutta questa frenesia, in tutto quello che ho imparato sul campo, in cui ho rotto le bolle della mia vita, ho conosciuto persone e mondi mai conoscibili nelle mie vite precedenti, ma è stato il periodo della mia vita sorprendentemente in cui mi sono formato di meno».
Il sindaco ha parlato di decine di migliaia di riunioni e di pochi momenti nei quali la politica gli abbia proposto l'occasione di fermarsi, pensare e formarsi.
Da qui il valore attribuito alla collaborazione con Elena Granata, intesa come tentativo di tenere insieme l'elaborazione culturale e la pratica amministrativa.
Riprendendo una frase conclusiva del libro, Rossi ha richiamato la necessità di «riannodare il filo tra l'agire e il pensare».
È forse questa la chiave che tiene insieme i due interventi. La visione urbana non può rimanere una dichiarazione di principi, ma neppure l'azione amministrativa può ridursi alla gestione delle urgenze, alla risposta alle singole richieste o alla ricerca della soluzione più semplice nell'immediato.
Occorre un progetto capace di collegare i problemi concreti a obiettivi di lungo periodo, senza ignorare i limiti delle risorse e le difficoltà del cambiamento.
Quale città per Seregno?
La presentazione milanese di La città di tutti non era una seduta dedicata al nuovo PGT di Seregno, e le parole del sindaco non costituiscono un programma urbanistico né permettono, da sole, di stabilire quali scelte saranno effettivamente adottate nel piano.
Offrono però un insieme di indicazioni che meritano di essere messe alla prova proprio nel momento in cui la città comincia a discutere del proprio futuro.
Se l'urbanistica deve avere a che fare con la felicità delle persone, come ha detto Rossi, sarà necessario capire come questo principio possa tradursi nelle decisioni concrete. Se il cambiamento climatico deve essere il punto di partenza, occorrerà verificare quali conseguenze ne deriveranno per la tutela del suolo, del verde e delle aree permeabili. Se la solitudine è uno dei problemi più importanti da affrontare, bisognerà interrogarsi sul ruolo dei luoghi pubblici e sulla possibilità di renderli davvero accessibili a tutti.
E se, come sostiene il sindaco, alcune questioni devono essere considerate patrimonio comune al di là delle maggioranze politiche, il PGT potrebbe rappresentare l'occasione per individuare obiettivi condivisi e costruire una prospettiva che non si esaurisca con la durata di un mandato.
Resta una questione decisiva: come conciliare questa visione con le trasformazioni urbanistiche effettive, con gli interessi in gioco, con le risorse disponibili e con le scelte che determineranno il futuro del territorio?
La risposta non può arrivare soltanto dalle parole di una presentazione editoriale. Dovrà emergere dal confronto pubblico, dai contenuti del piano e dalle decisioni che l'amministrazione assumerà.
È proprio per questo che, mentre il percorso partecipativo prende avvio, vale la pena tornare a quelle parole. Non come una dichiarazione da archiviare, ma come un insieme di principi rispetto ai quali misurare le scelte future.
Perché la città di tutti non è semplicemente quella nella quale tutti possono abitare. È quella nella quale le decisioni sul territorio tengono conto della vita di tutti, anche di chi ha meno voce, di chi non dispone di spazi privati, di chi rischia di essere escluso e di chi vivrà a Seregno negli anni a venire.

















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