venerdì 11 settembre 2026

Le Brianze raccontate e camminate: alla scoperta della Brianza che non ti aspetti

Cinque appuntamenti, da settembre 2026 a gennaio 2027, per camminare, conoscere e riscoprire luoghi, paesaggi e storie della Brianza.


La Brianza non è soltanto quella che si attraversa in automobile, fatta di strade trafficate, capannoni, centri abitati e una crescente urbanizzazione. Esiste un'altra Brianza, spesso nascosta o poco conosciuta, fatta di sentieri, colline, boschi, antiche strade, piccoli nuclei storici e luoghi che conservano tracce importanti della storia del territorio.

È questa la Brianza che l’ARCI Macherio propone di conoscere attraverso “Le Brianze raccontate e camminate”, un programma di cinque escursioni in calendario tra settembre 2026 e gennaio 2027.

Non si tratta semplicemente di passeggiate nella natura. L’idea è quella di mettere sullo stesso piano il piacere del camminare, la scoperta dell’ambiente, la conoscenza della storia e della cultura locale e il benessere che nasce dal trascorrere qualche ora all’aperto.

Ogni itinerario è stato pensato per andare alla ricerca di una Brianza meno conosciuta, anche attraverso la possibilità di entrare in luoghi normalmente non accessibili o di riscoprirli con l'aiuto di accompagnatori d'eccezione: persone che conoscono profondamente la storia, la cultura e l'ambiente dei territori attraversati.

Tutte le passeggiate sono state ideate da Gianni Casiraghi, uno dei più profondi conoscitori del territorio brianzolo, che da anni ne studia e ne racconta la storia, i paesaggi e le trasformazioni.

Il programma parte domenica 27 settembre con Mondonico, per una traversata di primo autunno nel cuore della Brianza, ai piedi del San Genesio, da Tremonte a San Zeno.

Domenica 18 ottobre sarà la volta di Fontanella, con un anello sul Monte Canto nei luoghi legati alla figura di David Maria Turoldo, da Mapello all’Abbazia di Sant’Egidio.

Domenica 15 novembre, il percorso si sposterà nella Valle del Lambro, con il Sentiero Franco, da Rancate alla Casa del Popolo, in un itinerario dedicato anche al ricordo di Franco Verga.

Domenica 20 dicembre sarà invece l'occasione per una passeggiata natalizia tra le colline de La Valletta Brianza, seguendo le tracce delle antiche strade pedemontane, percorsi che raccontano una storia del territorio molto più antica di quella delle strade moderne.

Infine, domenica 24 gennaio 2027, l'appuntamento sarà con il Lago di Alserio. Un'escursione invernale nella natura, da Anzano ad Alserio, attraverso il Bosco della Buerga e fino al Casin del Lago.

Cinque itinerari diversi, dunque, ma accomunati dalla stessa idea: camminare per conoscere. Perché un sentiero può raccontare una storia, un bosco può conservare la memoria di un territorio, un'antica strada può spiegare come si muovevano le persone prima dell'avvento delle automobili e un luogo apparentemente marginale può rivelare vicende che meritano di essere riscoperte.

Anche per questo iniziative di questo tipo hanno un valore che va oltre quello puramente escursionistico. In un territorio dove il consumo di suolo e la trasformazione del paesaggio rischiano spesso di cancellare le tracce del passato, conoscere ciò che ancora rimane significa anche imparare a riconoscerne il valore e, quindi, a difenderlo.

“Le Brianze raccontate e camminate” propone così un modo lento e curioso di attraversare il territorio: non soltanto per arrivare a una destinazione, ma per osservare ciò che si incontra lungo il percorso, ascoltare chi quel territorio lo conosce e lasciarsi sorprendere da una Brianza che spesso si trova molto più vicina di quanto si pensi.

Per ciascuna passeggiata verranno diffuse, prima dell'appuntamento e su questo blog, una presentazione dettagliata dell'itinerario e tutte le informazioni sulle modalità di partecipazione e iscrizione.

Il calendario, intanto, è già pronto. Cinque date per tornare a camminare nella Brianza e, soprattutto, per provare a conoscerla un po' meglio.

Diossina e salute: a Meda una serata per il 50° anniversario del disastro ICMESA


Il 10 luglio è passato. A Seveso, proprio in quella data, si è svolta la cerimonia istituzionale per il 50° anniversario del disastro dell’ICMESA, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Una ricorrenza importante, che ha riportato all’attenzione pubblica una vicenda che, a cinquant’anni di distanza, continua a interrogare il territorio e chi lo abita.

In occasione dell’anniversario, alcuni gruppi ambientalisti di Seveso e Meda – Legambiente Circolo Laura Conti, Sinistra e Ambiente-Impulsi e Seveso Futura – hanno indirizzato una lettera alle istituzioni, chiedendo che possano essere conosciute nella loro completezza, e soprattutto nella loro attualità, sia le drammatiche vicende di quegli anni sia le criticità che ancora oggi riguardano il Bosco delle Querce, luogo simbolo della memoria di quella tragedia.

Ma il 10 luglio non può essere considerato soltanto una data del passato. Il bisogno di conoscere, ricordare e riflettere non si esaurisce con una cerimonia. Per questo a Meda proseguono le iniziative dedicate al 50° anniversario del disastro diossina dell’ICMESA.

Dopo la prima serata, svoltasi il 4 luglio 2026 e dedicata al Sapere Operaio, alla Nocività e al Diritto alla Conoscenza, il prossimo appuntamento sarà mercoledì 23 settembre. La serata sarà dedicata a un tema particolarmente delicato: la salute e le conseguenze della fuoriuscita di diossina del 10 luglio 1976 sulle persone, sugli animali e, più in generale, sui viventi.

È un aspetto centrale della vicenda di Seveso e, allo stesso tempo, uno dei più complessi e controversi. Dietro i numeri degli studi epidemiologici, dei monitoraggi e delle campagne di ricerca ci sono infatti persone che hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze della contaminazione e famiglie che, a distanza di decenni, continuano a confrontarsi con le domande lasciate da quella tragedia.

Nel corso degli anni sono stati prodotti dati, relazioni e risultati di grande importanza. Una parte consistente di questo patrimonio di conoscenze, tuttavia, è rimasta confinata soprattutto agli ambienti scientifici e specialistici, attraverso pubblicazioni su riviste e siti dedicati. Portare questi temi fuori dagli ambiti strettamente accademici significa quindi contribuire a rendere più accessibile una conoscenza che appartiene all’intera comunità.

L’iniziativa del 23 settembre nasce proprio da questa esigenza: non soltanto ricordare ciò che accadde cinquant’anni fa, ma provare a comprenderne meglio le conseguenze e a interrogarsi su ciò che quella storia continua a insegnare.

Come la precedente iniziativa di luglio, anche questa serata è promossa dai gruppi che da tempo lavorano insieme sulla Storia e la Memoria del Bosco delle Querce, nella consapevolezza che quel luogo e la memoria del disastro siano profondamente legati. Il Bosco delle Querce non è soltanto un'area verde nata dalla bonifica dei terreni contaminati: è anche un luogo della memoria, che conserva il ricordo di una ferita profonda per l’intero territorio.


In occasione di questo percorso comune, i gruppi promotori hanno scelto inoltre di dotarsi di un logo che li identifichi come soggetto collegiale. Un piccolo segno, ma significativo: quello di realtà diverse che hanno deciso di condividere un percorso di memoria, conoscenza e attenzione verso il territorio.

Il 50° anniversario, dunque, non si chiude con il 10 luglio. A Meda il ricordo continua, cercando di guardare al passato senza perdere di vista le domande che quella storia pone ancora oggi.

Monte San Primo: "Diventare Bosco", il 20 settembre l'ultimo appuntamento con la rassegna alla Colma di Sormano


Si avvia alla conclusione la fortunata rassegna "Piccole storie per una Grande montagna", l'iniziativa culturale e ambientale promossa dal Coordinamento 'Salviamo il Monte San Primo' per far scoprire e valorizzare la bellezza e la fragilità del territorio montano. Il terzo e ultimo appuntamento del ciclo si terrà domenica 20 settembre, a partire dalle ore 9.45, nella suggestiva cornice della Colma di Sormano.

L'evento, intitolato "Diventare Bosco", propone una passeggiata nella natura ricca di attività dedicate ai più piccoli e alle loro famiglie. Immersi tra i boschi e i prati del Monte San Primo, i partecipanti saranno guidati in un percorso esperienziale che unisce il benessere del movimento alla magia della parola.

A condurre la mattinata saranno due figure di riferimento: Massimo Lozzi, insegnante di Yoga, che curerà i momenti di gioco yoga all'aperto, e Marta Stoppa, narratrice, che incanterà il pubblico con i suoi racconti di storie e leggende locali.


Dettagli dell'evento:     
        

  • Ritrovo: Ore 09:45 presso il Vecchio Osservatorio – Colma di Sormano (CO). Il rientro è previsto entro le ore 13:00.
  • A chi è rivolto: Bambini dai 4 anni in su e rispettive famiglie.
  • Percorso: Facile, accessibile a tutti e con dislivello minimo.
  • Cosa portare: Scarpe comode da ginnastica o da cammino, abbigliamento comodo a strati, un telo o stuoia per sedersi sul prato, borraccia d'acqua e merenda per i bimbi.

La partecipazione è gratuita, ma l'iscrizione è obbligatoria poiché i posti sono limitati a un massimo di 20 partecipanti, al fine di garantire la qualità dell'esperienza e il rispetto dell'ambiente circostante. In caso di maltempo, l’evento sarà annullato.

Con questo terzo incontro, il Coordinamento 'Salviamo il Monte San Primo' chiude un ciclo di appuntamenti che ha saputo coniugare con successo la sensibilizzazione sul rispetto dell'ambiente montano e il contatto con la natura, l'importanza di tutelare il prezioso patrimonio naturale del Monte San Primo.

Per informazioni e iscrizioni:  

mercoledì 9 settembre 2026

Seregno, dal Piano Clima alle scelte del nuovo PGT. La città che ci protegge dal caldo è quella che non distrugge il verde


Un recente articolo di Swissinfo racconta una situazione che potrebbe sembrare lontana dalla Brianza, ma non lo è affatto. Anche in Svizzera le ondate di calore stanno diventando più frequenti e intense e diverse città hanno cominciato a introdurre rifugi climatici, sistemi di allerta e interventi per rendere gli spazi urbani più vivibili durante le giornate più calde. Ma, osserva Swissinfo, manca ancora una strategia complessiva: le iniziative sono spesso frammentarie e non tutte le persone più esposte riescono a beneficiarne.

La domanda che dovremmo porci è allora molto semplice: quanto sono preparate le nostre città?

Prendiamo Seregno. Non è necessario partire da zero. Nel 2024 il Comune ha presentato un Piano Clima, nato anche dalla necessità di rispondere agli eventi estremi che avevano colpito il territorio nell'estate precedente. Il piano contiene indicazioni precise: più alberi, meno superfici impermeabili, maggiore capacità di trattenere l'acqua, spazi ombreggiati e l'individuazione di veri e propri «rifugi climatici». Sono tutte cose ragionevoli. Il problema è un altro: quanto di tutto questo sta realmente cambiando la città?

Negli scorsi giorni è stato annunciato il primo intervento importante collegato al Piano Clima: la depavimentazione del grande piazzale davanti alle scuole Cadorna. Si tratta di un intervento significativo, perché riguarda circa 4.000 metri quadrati oggi impermeabilizzati e prevede di restituire spazio al suolo, alla vegetazione e alla capacità di assorbire l'acqua piovana. È difficile sostenere che sia una cattiva idea. Ma proprio per questo vale la pena porsi una domanda diversa: piazza Cadorna è il luogo dove era più urgente intervenire? Non è una critica al progetto. È una questione di metodo. Seregno ha piazze e spazi pubblici completamente mineralizzati, esposti al sole e con pochissima ombra. In alcune di queste aree, durante una giornata estiva, la possibilità di trovare un luogo dove fermarsi al fresco è praticamente nulla.

Se le risorse per adattare la città al cambiamento climatico sono limitate, non sarebbe allora necessario stabilire prima quali sono i luoghi più caldi e più vulnerabili, e intervenire partendo da quelli? Una vera politica di adattamento dovrebbe partire da una mappa delle isole di calore, individuare le aree maggiormente esposte e costruire una graduatoria degli interventi. Solo dopo dovrebbero arrivare i progetti. Altrimenti si rischia di fare una cosa buona, ma di farla semplicemente dove è più facile intervenire, anziché dove sarebbe più urgente.

Recentemente, in occasione di una passeggiata, abbiamo visto un cartello con una frase che merita di essere ripresa: «La casa della salute c'è già: è il parco!» È uno slogan, certo. Ma contiene una verità molto concreta. Quando parliamo di adattamento climatico, la prima cosa da fare non dovrebbe essere costruire qualcosa di nuovo. Dovrebbe essere tutelare ciò che già abbiamo. Un albero adulto, un'area agricola, un prato, un bosco, un corridoio verde non sono spazi vuoti. Sono già infrastrutture ambientali: assorbono acqua, contribuiscono a mitigare il calore, offrono biodiversità e rendono più vivibile il territorio. Eppure continuiamo troppo spesso a ragionare al contrario: prima si individua un'area verde e poi si cerca una buona ragione per costruirci sopra.

A Seregno questo tema è particolarmente evidente anche nella discussione sulla proposta di realizzare un nuovo polo ospedaliero nella zona del Dosso, su un'area oggi agricola e verde. La domanda dovrebbe essere inevitabile: se stiamo cercando di rendere la città più resiliente al caldo, ha senso consumare nuovo suolo verde per costruire nuove infrastrutture? Prima di trasformare un'area agricola, dovremmo verificare seriamente se esistano alternative attraverso il recupero di aree dismesse, la rigenerazione urbana e l'utilizzo di spazi già urbanizzati. Non perché un ospedale non sia un'opera pubblica importante. Ma proprio perché lo è, dovrebbe essere sottoposto allo stesso principio che vale per qualsiasi altra trasformazione: prima si utilizza ciò che è già costruito, poi, solo se non esistono alternative praticabili, si valuta il consumo di nuovo suolo.

Qui arriviamo a un'altra questione che merita di essere affrontata senza ipocrisie. Siamo ormai abituati a leggere documenti nei quali un intervento che occupa nuovo terreno agricolo viene definito, per ragioni normative, come intervento che «non determina consumo di suolo». La legislazione lombarda prevede effettivamente fattispecie e criteri per stabilire cosa debba essere contabilizzato come consumo di suolo e cosa no. Ma una definizione amministrativa non modifica la realtà fisica. Possiamo anche scrivere per legge che la Terra è piatta. La Terra resterà tonda.

Se oggi abbiamo un prato, un campo agricolo o un'area verde e domani su quella superficie realizziamo un edificio, una strada, un parcheggio o le relative infrastrutture, quella superficie avrà perso la sua funzione naturale, indipendentemente da come la contabilizziamo in una tabella. È proprio questa distinzione che dovrebbe entrare nel dibattito sul nuovo PGT. Il consumo di suolo non dovrebbe essere soltanto quello che una norma decide di conteggiare. Dovrebbe essere valutato anche per quello che realmente produce sul territorio. E in una città che vuole prepararsi alle ondate di calore, perdere verde e suolo permeabile è esattamente la direzione opposta a quella che il Piano Clima indica.

Il problema, quindi, non è la mancanza di parole. Di piani, strategie, linee guida e dichiarazioni sul cambiamento climatico ne abbiamo già molte. Il problema è trasformarle in decisioni. 
Seregno ha già fatto un passo importante elaborando il Piano Clima. Ora ha davanti un'occasione ancora più importante: la revisione generale del Piano di Governo del Territorio. Il nuovo PGT dovrà decidere che cosa potrà essere costruito, dove, con quali criteri e a quale prezzo per il territorio. Il Comune presenta il PGT come lo strumento attraverso il quale orientare lo sviluppo urbano, tenendo insieme crescita, tutela ambientale e qualità della vita. È proprio questo il momento nel quale verificare se quelle parole hanno un significato concreto. 

  • Non soltanto dichiarare che servono più alberi, ma proteggere quelli che già esistono.
  • Non soltanto parlare di riduzione del consumo di suolo, ma evitare di consumare nuovo terreno.
  • Non soltanto progettare nuove aree verdi, ma impedire che quelle esistenti vengano progressivamente frammentate.
  • Non soltanto parlare di «rifugi climatici», ma fare in modo che ogni quartiere abbia davvero luoghi freschi e facilmente raggiungibili.

Il cambiamento climatico obbliga a cambiare il modo in cui pensiamo lo spazio urbano.

  • Un parcheggio completamente asfaltato è una grande superficie che accumula calore.
  • Una piazza senza alberi può diventare inutilizzabile durante un'ondata di calore.
  • Un cortile scolastico impermeabilizzato è un'occasione perduta per creare ombra e suolo permeabile.
  • Un'area agricola trasformata in edificabile è una superficie naturale che non potrà più svolgere le funzioni che svolgeva prima.

Per questo la risposta non può essere soltanto «bere molta acqua e non uscire nelle ore più calde».

La salute delle persone dipende anche dalla città nella quale vivono. E la città più resiliente non è necessariamente quella che costruisce più infrastrutture per adattarsi al cambiamento climatico. È quella che conserva le infrastrutture naturali che già possiede.

Il tema, naturalmente, non riguarda soltanto Seregno. Lissone, Monza, Desio e gli altri Comuni brianzoli hanno problemi molto simili: alta densità urbana, grandi superfici impermeabilizzate, traffico, scarsità di ombra in molte aree e una crescente pressione sulle aree verdi. Il caldo, del resto, non conosce i confini comunali. Sarebbe quindi interessante che i Comuni della Brianza cominciassero a confrontarsi su una strategia comune: mappe delle isole di calore, rete dei luoghi freschi, alberature urbane, depavimentazione, tutela del suolo e recupero delle aree dismesse prima di qualsiasi nuovo consumo di territorio. Non servono necessariamente grandi opere. Servono molte scelte piccole, coerenti tra loro, e soprattutto una gerarchia delle priorità.

Il nuovo PGT di Seregno sarà quindi un banco di prova. Il Piano Clima ha già detto, in buona parte, che cosa bisognerebbe fare. Adesso bisogna capire dove, quando e con quali priorità. E soprattutto se quelle indicazioni entreranno davvero nelle regole con cui nei prossimi anni verrà trasformata la città. Perché alla prossima ondata di calore non servirà l'ennesimo documento. Servirà una città che sia già stata preparata.

E forse la prima scelta da fare è anche la più semplice: non distruggere le infrastrutture verdi che abbiamo già.

Prima di costruire un «nuovo ospedale», chiediamoci allora se non sia il caso di prenderci cura della casa nella quale viviamo già. Perché il parco, il bosco, il campo, l'albero adulto non sono il contrario di un'infrastruttura. Sono infrastrutture. E spesso sono quelle che non abbiamo bisogno di costruire.

sabato 5 settembre 2026

Deposito terre Pedemontana tra Cesano Maderno e Desio: un anno dopo, ecco come è cambiata l’area


Un nuovo sopralluogo nel deposito di terre di scavo al confine con Seregno. Dove un anno fa c’erano campi agricoli oggi ci sono cumuli di terreno e piste per i mezzi. Un’area che fa parte del sistema del Parco GruBrìa e nella quale è previsto anche il passaggio della ciclovia Milano-Meda.


Nel luglio del 2025 avevamo percorso l’area agricola tra Cesano Maderno e Desio destinata a ospitare il deposito temporaneo delle terre di scavo della Pedemontana. Avevamo documentato allora una situazione ancora in fase iniziale: transennamenti, prime opere preparatorie e bonifica bellica. Ma soprattutto avevamo cercato di richiamare l’attenzione sul valore di questo territorio, costituito da aree agricole e spazi verdi inseriti in un sistema ambientale più ampio, a ridosso del quartiere San Carlo di Seregno. A distanza di poco più di un anno siamo tornati sul posto. Le fotografie che pubblichiamo documentano una situazione profondamente diversa.


L’area è oggi caratterizzata dalla presenza di cumuli di terre e materiali e da una rete di piste utilizzate dagli autoveicoli e dai mezzi di cantiere. Quello che sulla carta era definito un deposito temporaneo ha quindi assunto una consistenza ben visibile sul territorio, modificandone il paesaggio e la fruizione. Non è nostra intenzione sostituirci agli enti preposti ai controlli né formulare valutazioni tecniche che spettano agli organismi competenti. Vogliamo però continuare a fare quello che abbiamo fatto fin dall’inizio: osservare, documentare e porre domande sul futuro di un territorio che appartiene alla collettività.

L'area fotografata nel luglio 2025
La stessa area fotografata in questi giorni

Come avevamo già evidenziato nel nostro precedente post, la zona interessata dal deposito non è un luogo qualsiasi. L'area è inserita nel Parco GruBrìa, mentre l’intero ambito costituisce un importante sistema di aree verdi e agricole al confine tra Cesano Maderno, Desio e Seregno. Nella stessa area è inoltre previsto il passaggio della ciclovia MIME (Milano-Meda), inserita nel progetto di riqualificazione territoriale che prevede la realizzazione di una pista ciclopedonale, filari alberati e interventi di carattere ambientale. È proprio questa sovrapposizione a rendere particolarmente importante la questione. Da una parte abbiamo un territorio che dovrebbe essere progressivamente valorizzato come componente della rete ecologica e fruitiva del GruBrìa; dall'altra abbiamo un deposito destinato ad accogliere per un periodo significativo grandi quantità di terre provenienti dai cantieri di Pedemontana. Il punto, quindi, non è soltanto che cosa sta accadendo oggi, ma soprattutto che cosa resterà domani.


La definizione di "temporaneo" non dovrebbe far dimenticare che un deposito di questo tipo comporta una trasformazione concreta del suolo. Cumuli di terreno, piste di servizio e continuo passaggio di mezzi pesanti possono incidere sulla struttura del terreno, sulla sua permeabilità e sulle sue caratteristiche agronomiche. E quando il deposito verrà finalmente rimosso, non sarà sufficiente spostare altrove le terre accumulate.


Sarà necessario verificare in modo serio e documentabile come verrà restituito il terreno.

  • Quale sarà allora lo stato del suolo?
  • Saranno state rimosse tutte le piste e le opere provvisorie?
  • Il terreno sarà stato realmente decompattato?
  • La sua capacità di drenaggio e la sua fertilità saranno state ripristinate?
  • E soprattutto: chi controllerà che il ripristino venga effettivamente realizzato?

Sono le stesse domande che avevamo posto anche dopo il sopralluogo di Macherio e che riteniamo debbano accompagnare l'intera vicenda dei depositi di terre della Pedemontana.


Il nostro sopralluogo non vuole quindi limitarsi alla denuncia di ciò che oggi vediamo. Vogliamo ribadire le richieste già avanzate nel luglio 2025:

  • trasparenza sulle modalità di gestione e sulla durata effettiva del deposito;
  • informazioni pubbliche e puntuali da parte degli enti competenti;
  • controlli ambientali rigorosi e documentabili durante tutto il periodo di utilizzo dell'area;
  • verifiche sulla qualità e sulle caratteristiche dei terreni prima e dopo l'utilizzo come deposito;
  • garanzie concrete sul ripristino integrale dell'area una volta terminato il deposito;
  • eliminazione delle piste, delle pavimentazioni e di tutte le opere provvisorie realizzate per il cantiere;
  • restituzione dell'area alla sua funzione agricola e ambientale;
  • reinserimento e valorizzazione dell'area all'interno del Parco GruBrìa;
  • salvaguardia e realizzazione del progetto della ciclovia MIME Milano-Meda;
  • apertura di un confronto trasparente con i Comuni interessati, il Parco, le associazioni e i cittadini.

lunedì 31 agosto 2026

Dalla memoria dei mestieri alla cura della Terra: a Giussano tre iniziative per ricordare, conoscere e riflettere


Dal 5 al 20 settembre 2026, Robbiano di Giussano ospita una serie di iniziative dedicate alla memoria di Vincenzo Terraneo, alla cultura popolare della Brianza e alla riflessione sulla cura della casa comune.

L'occasione è l'intitolazione dell'area verde di Robbiano a Vincenzo Terraneo, insignito nel 2024 della benemerenza ecclesiale della Rosa d'oro. Una figura ricordata per il suo impegno a servizio degli altri, vissuto con entusiasmo, passione e gratuità, ispirandosi ai principi e ai valori dell'esperienza cristiana e testimoniandoli nel quotidiano.

Ad accompagnare questo momento saranno due percorsi espositivi e una serata di approfondimento.

MESTÉE E LAVORÀ IN BRIANZA
📅 Dal 5 al 20 settembre
📍 Salone Giovanni Paolo II, via Monte Santo 4, Robbiano di Giussano

La mostra propone 45 quadri dedicati agli antichi mestieri della Brianza, realizzati da artisti contemporanei. Un viaggio nella memoria del lavoro e delle attività che hanno caratterizzato la vita delle comunità brianzole.

La mostra sarà visitabile:

sabato 5, 12 e 19 settembre, dalle 15 alle 19;
domenica 6, 13 e 20 settembre, dalle 9 alle 12.30 e dalle 15 alle 19.

IL GRIDO DELLA TERRA
📅 Inaugurazione sabato 5 settembre alle 17
📍 Chiesa parrocchiale dei Santi Quirico e Giulitta, via Monte Santo 3

Un percorso in 12 pannelli per conoscere e approfondire l'enciclica Laudato si' di papa Francesco, dedicata alla cura della «casa comune» e al rapporto tra ambiente, persone e comunità.

La mostra sarà visitabile negli orari di apertura della chiesa. Per visite guidate è possibile contattare Franca Pirovano al 333 9490473.

Durante l'inaugurazione interverranno Franca Pirovano, esperta di cultura popolare della Brianza, e Aurora Nespoli, collaboratrice delle Acli, che presenterà il percorso Il grido della Terra.

IL GRIDO DELLA TERRA – RIFLESSIONI E SUGGESTIONI
📅 Giovedì 17 settembre, alle 21
📍 Chiesa parrocchiale dei Santi Quirico e Giulitta, via Monte Santo 3

La rassegna si concluderà con una serata di riflessione sul tema della cura della casa comune, con Agostino Cullati, delle Acli di Milano, e don Giuseppe Corbari, vicario parrocchiale.