mercoledì 23 settembre 2026

Sindaco Pilotto, anche noi vediamo ciò che vedono i cittadini


Il sindaco di Monza Paolo Pilotto, in un suo recente intervento, ha spiegato le ragioni delle scelte amministrative riguardo all'area del cosiddetto Polo istituzionale, dove è prevista anche la realizzazione del capolinea della M5.

Ha scritto, tra l'altro, che «chi amministra vede ciò che vedono i cittadini» e che anche chi governa può provare le loro stesse preoccupazioni.

A quanto pare, però, c'è qualcuno che non era ancora intervenuto nel dibattito: il bosco.

Gli alberi dell'area, che da circa trent'anni crescono in quello spazio e che sono destinati a essere abbattuti, hanno deciso di rispondere.

E noi, naturalmente, abbiamo voluto dare loro voce.

Questa è la loro lettera.

 

Caro Sindaco,

lei scrive che «chi amministra vede ciò che vedono i cittadini» e che può provare le loro stesse preoccupazioni. Bene. Allora ci permetta di intervenire anche noi. Siamo gli alberi dell'area del Polo istituzionale. Quelli che, tra qualche tempo, dovrebbero lasciare il posto al cemento, alle strade, al parcheggio e alle opere necessarie per la nuova stazione di M5.

Sappiamo che non abbiamo diritto di voto. Non abbiamo un comitato, non partecipiamo alle riunioni, non abbiamo tecnici che siedono ai tavoli di MM. E, soprattutto, non abbiamo mai firmato alcun accordo. Però siamo qui da circa trent'anni. Trent'anni sono tanti, anche per un albero. Nel frattempo siamo cresciuti, abbiamo fatto ombra, trattenuto polveri, assorbito anidride carbonica, restituito ossigeno, trattenuto acqua nel terreno. Intorno a noi sono arrivati uccelli, insetti, piccoli mammiferi, altre piante. Insomma, mentre gli uomini decidevano che cosa fare di quest'area, noi abbiamo fatto quello che fa la natura quando le viene lasciato un po' di spazio: abbiamo costruito un bosco.

Lei lo definisce «un'area cresciuta dopo la bonifica». È vero. Ma forse proprio questo è il punto. Trent'anni fa era un'area da bonificare. Oggi è un ecosistema. E il fatto che sia cresciuto spontaneamente non lo rende meno importante. Semmai dovrebbe renderlo più interessante: significa che la natura ha fatto gratuitamente qualcosa che oggi, nelle città, cercate faticosamente di ricostruire spendendo milioni. Ci dispiace che la nostra presenza possa essere considerata un problema. Soprattutto quando sentiamo parlare di «compensazioni». Perché un albero adulto non è un alberello appena piantato. Un bosco non è una somma di tronchi da sostituire uno a uno. E un ecosistema che si è formato in trent'anni non si trasferisce altrove con una delibera. Potete piantare cento alberi domani. Ma domani non avrete cento alberi come noi. Avrete cento alberi appena piantati. Noi, invece, siamo già grandi. Abbiamo radici, cavità, cortecce, foglie, funghi, insetti, nidi e vita intorno a noi. Abbiamo attraversato estati torride, temporali, siccità e inverni. Abbiamo fatto il nostro lavoro ogni giorno, senza chiedere nulla al Comune.

E non siamo nemmeno contro M5. Anzi, siamo abbastanza vecchi da aver capito che una città ha bisogno di trasporto pubblico, di servizi e di infrastrutture. La domanda è un'altra. Perché la necessità di M5 dovrebbe significare necessariamente la nostra distruzione? Lei ci dice che il progetto è stato approvato, finanziato, messo a gara. Che l'ubicazione del capolinea è nota da anni. Che modificarlo significherebbe rimettere in discussione un percorso lungo e complesso. Lo comprendiamo. Ma se una decisione presa ieri si dimostra oggi problematica, davvero l'unica possibilità è dire: «Ormai è troppo tardi»? Perché se fosse così, Sindaco, avremmo una strana idea della politica. La politica dovrebbe servire anche a correggere le proprie decisioni quando cambiano le conoscenze, le sensibilità e le condizioni. Altrimenti non sarebbe più scelta. Sarebbe soltanto inerzia amministrativa con un progetto già finanziato.

Lei parla giustamente delle molte opere pubbliche che Monza deve affrontare. Scuole, ospedale, servizi, aree dismesse, bonifiche. E proprio per questo ci permettiamo una domanda: non potrebbe essere questa l'occasione per dimostrare che una città può crescere senza considerare il verde come ciò che rimane dopo aver deciso tutto il resto?

Ci chiamate «compensazione». Noi preferiremmo essere chiamati conservazione. Ci dite che altrove si pianteranno nuovi alberi. Noi vi ricordiamo che, mentre cresceranno quelli nuovi, noi saremo già scomparsi. Ci dite che l'area è destinata da trent'anni a funzioni pubbliche. Noi vi facciamo notare una cosa curiosa: in questi trent'anni, mentre aspettavamo il futuro previsto dai documenti urbanistici, siamo diventati parte del presente della città. E forse questa è proprio la cosa che i progetti fanno più fatica a comprendere.

La natura non legge i cronoprogrammi. Cresce. Occupa gli spazi che trova. Si adatta. Crea vita. E qualche volta, dopo trent'anni, si accorge che gli uomini hanno finalmente deciso che quello spazio serve a qualcos'altro. 

Lei dice che ci sono momenti in cui le scelte devono essere affrontate. Siamo d'accordo. Ma esiste anche un'altra scelta: quella di fermarsi un momento davanti a ciò che si sta per perdere e chiedersi se non esista un modo diverso per raggiungere lo stesso obiettivo. Non chiediamo che Monza rinunci al futuro. Chiediamo che, nel progettare il futuro, non sia necessario distruggere ciò che il futuro stesso dovrebbe imparare a proteggere. Perché tra qualche anno qualcuno potrebbe anche inaugurare una nuova stazione, un parcheggio o un edificio pubblico. Ma nessuno inaugurerà il bosco che c'era prima. Noi non saremo più lì. E forse allora ci si accorgerà che non eravamo semplicemente «un'area verde». Eravamo già qualcosa. Eravamo un pezzo di città. Eravamo natura. Eravamo trent'anni di crescita. Eravamo casa per molti altri esseri viventi. 

E, soprattutto, eravamo una possibilità. La possibilità di lasciare in piedi ciò che non abbiamo creato noi e che non siamo più capaci di ricreare in tempi umani. Questa è la nostra risposta, Sindaco. Prima di abbatterci, almeno, ci guardi.

Noi, nel frattempo, continueremo a fare quello che facciamo da trent'anni. Crescere.

Miele, agricoltura bio e divertimento alla "Festa delle Api" di Ponte Lambro


Tutto pronto per la partenza della "Festa delle Api" che si terrà in questo weekend del 26 e 27 settembre presso Villa Guaita di Ponte Lambro (CO).
Molto intenso il programma della manifestazione dedicata al mondo delle api, dell'apicoltura e dell'agricoltura biologica, evento organizzato come sempre dal Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" in sinergia con gli apicoltori del territorio e in collaborazione con il Comune di Ponte Lambro.
Gli orari della Festa sono: il sabato pomeriggio dalle ore 14:00 alle 21:00 e la domenica per tutta la giornata dalle ore 10 alle 19. 
In questi stessi orari si terrà il tradizionale mercato agricolo e artigiano a filiera corta, con la presenza dei produttori di miele,  degli agricoltori biologici e gli espositori dell'artigianato.
Sia sabato pomeriggio che per tutta la domenica, ci saranno giochi e laboratori per bambini a cura di varie associazioni: i Geppetti, il Tricheco, il Germoglio e Tic Tac.
Durante tutta la festa sarà possibile visitare gli alveari, con la guida degli apicoltori (sabato dalle ore 16 alle ore 18:30, mentre domenica dalle 11 alle 13 e poi dalle 14 alle 18). 


Numerosi i singoli eventi del sabato pomeriggio.  

  • Dopo l'inaugurazione della Festa (alle ore 15:00 presso il cortile di Villa Guaita), 
  • alle ore 16 si terrà una conferenza sull'importanza degli alberi, elementi essenziali del territorio e alleati della natura e della salute, a cura dell'agronomo Elia Galbusera;    
  • alle 17 un incontro dedicato all'idromele, la bevanda fermentata più antica del mondo, a cura di Cristian Missaglia.  
  • Sempre sabato, dalle ore 18:30 l'"Alberitivo", a cura dell'associazione Testa di rapa, con buon cibo biologico (pizza agricola e taglieri con prodotti locali) e musica dal vivo con i Rhythm and Sugar.

Altrettanto intenso il programma degli eventi della domenica.

  • Alle ore 10:30 una conferenza dal titolo "Cibo sano e cibo ultra processato, mangiamo consapevolmente e impariamo a leggere le etichette", a cura di Alessandra Borgo e Amalia Citterio.
  • Dalle ore 12 alle 15 sarà possibile pranzare con i prodotti dell'azienda agricola La Runa.
  • Nel pomeriggio alle 15 la conferenza dal titolo "Oltre l'alveare, alla scoperta del vero significato della parola 'ape'", a cura di Nicola Orempuller.
  • In contemporanea per i bambini alle ore 15 il laboratorio "Fantainsetti? No, api selvatiche", a cura di Mirabilia; 
  • sempre per i bambini alle ore 16 "Il Circo delle api, il mondo delle api tra narrazioni e altri circensi", con Sara Micol Natoli. 
  • Sempre alle 16 un workshop di costruzione dei 'Bee hotel'.
  • Alle 17, letture per bambini e adulti con il metodo kamishibai, a cura di Mirabilia.
  • In contemporanea, alle 17 la premiazione del concorso letterario 'Emily Dickinson'.
  • La Festa si concluderà all'insegna della buona musica: dalle 17 alle 19 il concerto di musica popolare dei Merendino's band.


Il Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" invita tutti a partecipare a questa edizione (la 17^) della "Festa delle Api",  consigliando l'arrivo in treno alla stazione di Ponte Lambro, situata a poche decine di metri da Villa Guaita.

Per maggiori informazioni è possibile consultare la pagina Facebook https://www.facebook.com/festadelleapi.it/  e la pagina Instagram https://www.instagram.com/festadelleapi/ .

Conosci il lupo? A Macherio si parla del ritorno del grande predatore


Il lupo è tornato. Dopo decenni di assenza, il grande predatore è nuovamente presente sulle montagne lombarde e la sua ricomparsa sta alimentando discussioni, curiosità e anche qualche timore. Ma quanto conosciamo davvero il lupo? E soprattutto, cosa significa il suo ritorno nei nostri territori? A queste domande è dedicata la serata “Conosci il lupo? Il ritorno del grande predatore nei nostri territori”, in programma venerdì 9 ottobre 2026 alle ore 21 a Macherio, nella sala mostre della Biblioteca di Macherio, in via Roma 38.

A raccontare il lupo saranno Vincenzo Perin, guardaparco ed esperto naturalista, autore del libro Come l’acqua il lupo. Il lupo sulle montagne del Lago di Como, e Costanza Rovida, componente del Gruppo Regionale Tutela Ambiente Montano del CAI Varese.

Una serata quindi dedicata alla conoscenza di questo animale e al suo rapporto con l'ambiente, ma anche all'incontro fra il lupo e un territorio profondamente antropizzato come quello lombardo. Ad accompagnare l'incontro ci sarà anche una piccola esposizione di opere dell'artista Armando Fettolini, dedicata al lupo.

L'iniziativa è organizzata dalla Sezione CAI di Macherio e da ARCI Macherio, con il patrocinio del Comune.

Un'occasione per tornare su un tema che negli ultimi anni è comparso più volte sul nostro blog: perché parlare del lupo significa parlare non soltanto di un animale, ma anche del modo in cui guardiamo alla natura quando questa torna a occupare spazi dai quali l'avevamo fatta scomparire.

Venerdì 9 ottobre, ore 21 – Macherio, via Roma 38. Ingresso libero.

martedì 22 settembre 2026

Sacco e Vanzetti: a Seregno la memoria ha scelto la strada più corta

Fonte immagine: Wikipedia

Ci sono strade che, per arrivarci, bisogna quasi andare a cercare.

È il caso di via N. Sacco e B. Vanz.. Sì, proprio così: N. Sacco e B. Vanz.. Non è un refuso di questo articolo, ma la denominazione che si legge sul cartello stradale.


La strada si trova a Seregno, ma per arrivarci in automobile bisogna passare dal territorio di Cesano Maderno. È una laterale della Strada Vicinale Cassina Savina e oggi ha quasi l'aria di essere una piccola enclave seregnese oltre confine.


Non è sempre stato così. Un tempo la strada era collegata direttamente a via Saronno attraverso un passaggio a livello. Poi il passaggio a livello è stato chiuso, qualche decennio fa, e con la sua soppressione è venuto meno anche il collegamento diretto con quella parte di Seregno. Da allora, per arrivare in auto, bisogna fare un piccolo giro passando da Cesano Maderno.

Ma chi erano quei due nomi?

Bartolomeo Vanzetti a sx e Nicola Sacco a dx. Fonte: Wikipedia

Nicola Sacco
e Bartolomeo Vanzetti, due italiani emigrati negli Stati Uniti, anarchici, che all'inizio del Novecento si trovarono coinvolti in una delle vicende giudiziarie più controverse della storia americana. Sacco era un calzolaio, Vanzetti un pescivendolo. Vivevano e lavoravano nel Massachusetts quando, nel 1920, furono arrestati e accusati di aver partecipato a una rapina durante la quale erano stati uccisi due uomini. Il processo si trasformò presto in qualcosa che andava ben oltre le accuse contestate ai due immigrati italiani. Il clima politico dell'epoca era fortemente segnato dalla paura del radicalismo e dell'anarchismo. Sacco e Vanzetti erano anarchici e questo elemento finì per pesare enormemente sulla loro vicenda.

Furono condannati a morte.

Per anni, dentro e fuori dagli Stati Uniti, si moltiplicarono le proteste e le iniziative per ottenere un nuovo processo. La loro storia diventò un simbolo delle battaglie contro l'ingiustizia e contro la persecuzione politica. Ma non bastò. Il 23 agosto 1927 Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono giustiziati sulla sedia elettrica nel carcere di Charlestown, nel Massachusetts.

La loro vicenda entrò poi nella memoria collettiva anche attraverso la musica. Nel 1971 Joan Baez dedicò loro Here's to You, con parole destinate a diventare una sorta di omaggio universale:

Here's to you Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph!

Vi rendo omaggio Nicola e Bart
Per sempre riposate qui nei nostri cuori
Il momento estremo e finale è vostro
Quell'agonia è il vostro trionfo!


Nel 1977, cinquant'anni dopo la loro esecuzione, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis riconobbe ufficialmente che il processo aveva prodotto una grave ingiustizia.


Peccato che a Seregno la memoria abbia scelto la strada più corta: N. Sacco e B. Vanz.

Dopo una vicenda che per decenni ha rappresentato una delle più note battaglie contro un'ingiustizia giudiziaria, forse Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti avrebbero meritato almeno il privilegio di vedere il proprio nome scritto per intero.

lunedì 21 settembre 2026

Pedemontana e metrotranvia: avere il coraggio di cambiare strada

 

La Brianza davanti a un bivio. E oggi, sulla metrotranvia Milano-Desio-Seregno, qualcosa si sta muovendo: il Comune di Desio ha ottenuto la convocazione di un tavolo istituzionale con Città Metropolitana per fare chiarezza sullo stato dei lavori, sui costi e sugli extracosti dell'opera. Una richiesta precisa: trasparenza, responsabilità, programmazione. È un passo necessario. Perché non è più tempo di rassicurazioni generiche. Servono numeri, responsabilità chiare e soprattutto una prospettiva concreta per completare un'opera che da anni condiziona la vita di cittadini, commercianti e interi quartieri. Ma la vicenda della metrotranvia racconta anche qualcosa di più generale.

  • Per la gomma ci si dà da fare.
  • Per il ferro si aspetta.

Quando si parla di Pedemontana, infatti, non mancano la mobilitazione politica e la ricerca delle risorse per portare avanti l'autostrada. Quando si parla di trasporto pubblico, invece, ci ritroviamo a discutere ancora di come trovare i soldi per completare un'infrastruttura già avviata.

E non basta. Per realizzare Pedemontana si trasformerà in autostrada anche un tratto della Milano-Meda oggi gratuito, sottoponendolo al pedaggio. Un collegamento fondamentale per questo territorio diventerà così a pagamento. E dove finiranno i veicoli che non vorranno o non potranno pagare? Sulle strade locali?

  • Ancora traffico.
  • Ancora congestione.
  • Ancora inquinamento.

E allora il paradosso è completo: si costruisce nuova capacità stradale e, nello stesso tempo, si rischia di scaricare traffico sulla viabilità ordinaria.

Intanto il ferro aspetta. Per questo la richiesta arrivata da Desio è importante. Non chiede soltanto di riprendere i lavori: chiede di sapere con chiarezza quanto costa completare l'opera, quali sono gli extracosti, quali risorse sono disponibili e quali decisioni devono essere prese. È un modo concreto per riportare la metrotranvia al centro delle scelte sulla mobilità della Brianza. Noi invece pensiamo che sia proprio il momento di cambiare direzione. Non più una Brianza progettata attorno all'automobile.

  • Più treni.
  • Più tram.
  • Più autobus.
  • Più mobilità collettiva.
  • Meno asfalto.
  • Meno consumo di suolo.

Anche perché aiutare chi si muove non significa necessariamente incentivare l'uso dell'auto. In un momento in cui carburanti e costi della mobilità pesano sempre di più sulle famiglie, dovremmo investire nel trasporto pubblico, rendendolo più efficiente e più conveniente. Il futuro non è una Brianza con più automobili e più autostrade. Il futuro è una Brianza nella quale possiamo muoverci senza dover consumare continuamente il territorio per poterci muovere. Per questo diciamo ancora una volta:

  • NO ALLA PEDEMONTANA.
  • SÌ AL FERRO.

Perché il progresso non è andare più veloci verso lo stesso modello. È avere il coraggio di cambiare strada.

domenica 20 settembre 2026

Dalla Resistenza alla Costituzione: l’ANPI Seregno racconta le 21 madri costituenti


La storia della Repubblica non comincia soltanto nelle aule dell’Assemblea Costituente. Comincia anche nella lotta contro il fascismo, nella Resistenza e nella conquista di diritti che fino ad allora erano stati negati a una parte fondamentale della società. È questo uno dei significati della mostra “Le 21 Madri Costituenti. 2 giugno 1946”, inaugurata sabato 19 settembre alla Biblioteca Civica “E. Pozzoli” di Seregno.


Promossa dalla sezione ANPI di Seregno, intitolata al partigiano seregese Livio Colzani, e realizzata con il patrocinio del Comune, la mostra arriva in occasione dell’ottantesimo anniversario del suffragio universale e del primo voto delle donne italiane. All’inaugurazione sono intervenute l’assessora alla Cultura Federica Perelli e la presidente dell’ANPI Seregno Mariadele Frigerio. Una performance teatrale ha poi dato voce alle storie delle ventuno protagoniste. Al termine è intervenuto il sindaco per l’inaugurazione ufficiale.


Il dato di partenza è noto, ma vale la pena ricordarlo: il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta in una consultazione politica nazionale e poterono essere elette. Nell’Assemblea Costituente entrarono 21 donne su 556 componenti. Quelle ventuno non furono però semplicemente le prime parlamentari della storia italiana. Molte di loro arrivavano da esperienze maturate durante gli anni della dittatura e della guerra, dalla clandestinità alla Resistenza, dall’organizzazione politica alla lotta contro l’occupazione nazista e il fascismo. La conquista della democrazia e quella dei diritti non furono quindi due percorsi separati. La Repubblica nacque dalla sconfitta del fascismo e dalla volontà di costruire un ordinamento fondato su principi radicalmente diversi da quelli della dittatura. E tra questi principi c’era anche l’uguaglianza tra donne e uomini.


Nel suo intervento, la presidente dell’ANPI Mariadele Frigerio ha ricordato proprio questo percorso, sottolineando come le ventuno costituenti, pur appartenendo a culture politiche e religiose diverse, riuscirono a confrontarsi e a sostenere le battaglie delle altre, andando oltre le divisioni di partito quando erano in gioco i diritti delle donne e i principi della nuova Repubblica. Non fu un percorso semplice. Il fascismo aveva costruito anche attraverso la legislazione e la propaganda una precisa idea del ruolo femminile nella società. E quella cultura non scomparve automaticamente con la fine della dittatura. Le donne che entrarono nella Costituente si trovarono così a dover conquistare uno spazio politico che sulla carta era stato appena aperto, ma che nella realtà continuava a essere condizionato da una società profondamente segnata da una cultura patriarcale.


Diritti conquistati, non concessi. È forse questo uno degli aspetti della mostra che parlano più direttamente al presente. L’articolo 3 della Costituzione afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso. L’articolo 37 riconosce alla donna lavoratrice gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni spettanti al lavoratore. Sono principi che oggi possono apparire acquisiti, ma che ottant’anni fa rappresentavano una rottura profonda con il passato. E soprattutto non sono diritti arrivati spontaneamente né concessi dall’alto. Sono il risultato di conflitti, battaglie politiche, partecipazione e scelte compiute da persone che, in un momento decisivo della storia italiana, hanno contribuito a cambiare il Paese. Per questo la memoria della Costituente non riguarda soltanto il passato.


Quando Mariadele Frigerio ha ricordato che «i diritti di cui godiamo oggi non sono piovuti dal cielo e non sono per sempre», ha toccato un punto essenziale: la Costituzione non è soltanto il documento che racconta come è nata la Repubblica, ma è anche il riferimento con cui misurare la qualità della democrazia nel presente. Ricordare come sono stati conquistati quei diritti significa anche ricordare che la democrazia ha bisogno di essere praticata, difesa e continuamente attuata.


Anche la scelta dell’allestimento va nella stessa direzione. I 45 pannelli della mostra non sono raccolti in una sala separata, ma attraversano gli spazi della biblioteca, dall’ingresso alle aree di lettura. I ritratti e le parti pittoriche sono opera dello street artist Carlo Gori, mentre la grafica è curata da Alice Ciangottini. La rosa, elemento ricorrente nelle schede, diventa il filo visivo che accompagna le storie delle ventuno donne. La mostra diventa così parte della vita quotidiana della biblioteca. Non bisogna necessariamente andare a cercarla: è la storia che viene incontro a chi entra, studia, legge o prende un libro in prestito. È una scelta particolarmente significativa quando si parla di Resistenza, antifascismo e Costituzione. Perché la memoria non dovrebbe essere qualcosa da confinare nelle celebrazioni o nelle ricorrenze, ma uno strumento per comprendere il presente. Accanto alla mostra è stata infatti allestita anche una bibliografia dedicata, per permettere a chi vuole approfondire di andare oltre i pannelli e conoscere meglio le biografie, le idee e le battaglie delle ventuno costituenti.


Ottant’anni dopo quel 2 giugno, le fotografie e i nomi delle ventuno donne della Costituente possono apparire come una pagina ormai lontana. Ma basta guardare la Costituzione per accorgersi che molte delle questioni sulle quali si confrontarono sono ancora al centro della vita democratica: uguaglianza, lavoro, dignità, diritti, partecipazione, parità tra donne e uomini. Ed è proprio questo che rende utile una mostra come questa. Non soltanto ricordare chi furono le ventuno madri costituenti, ma capire da dove arrivano i diritti che oggi consideriamo normali e quanto sia stato necessario lottare per conquistarli.

La mostra “Le 21 Madri Costituenti. 2 giugno 1946” rimarrà aperta fino a sabato 3 ottobre 2026 negli spazi della Biblioteca Civica “E. Pozzoli” di via Cavour. Un invito, quindi, a entrare in biblioteca e incontrare quelle ventuno donne. Non come figure lontane consegnate alla storia, ma come protagoniste di una vicenda che riguarda ancora il nostro modo di vivere la democrazia.

sabato 19 settembre 2026

Dal Parco GruBrìa al nuovo Parco regionale: una rete verde per la Brianza che resiste al cemento

2.150 ettari, 11 Comuni e circa 10 chilometri di sistema fluviale: la prospettiva del nuovo Parco regionale del Seveso, del Villoresi e della Brianza Centrale è un passo che il blog Brianza Centrale ha sempre auspicato.

 


Ci sono notizie che meritano di essere raccontate non soltanto per quello che annunciano, ma anche per il percorso che le ha rese possibili. È il caso della Conferenza programmatica per l'istituzione del Parco regionale del Seveso, del Villoresi e della Brianza Centrale, svoltasi il 16 settembre 2026 nella sede del PLIS GruBrìa a Nova Milanese. La prospettiva ci interessa particolarmente perché va nella direzione che il blog Brianza Centrale ha sostenuto e auspicato da anni: rafforzare la tutela degli spazi aperti della nostra parte di Brianza, superando la frammentazione amministrativa e territoriale e mettendo in relazione boschi, aree agricole, corsi d'acqua, parchi, percorsi ciclabili e aree naturali.

Non è quindi una novità che guardiamo con favore. È piuttosto un nuovo capitolo di una storia che seguiamo da tempo. Il percorso può essere letto attraverso alcune tappe. Prima c'è stato il sostegno al Parco Brianza Centrale, quando la difesa degli spazi aperti passava soprattutto attraverso la costruzione di parchi locali. Poi è arrivata la proposta di un ampliamento verso est con il progetto del Parco Almasolis, nella prospettiva di creare una maggiore continuità tra le aree verdi della Brianza centrale. Successivamente, con l'unione con il Parco del Grugnotorto e del Villoresi, è nato il PLIS GruBrìa, mettendo insieme territori e amministrazioni in un sistema di tutela più ampio. 
Oggi si apre la prospettiva della regionalizzazione. Sono passaggi diversi, ma legati da una stessa idea: in una delle aree più densamente urbanizzate della Lombardia, le aree verdi rimaste non possono essere considerate semplicemente come vuoti tra un edificio e l'altro. Sono una parte fondamentale del territorio. E proprio per questo devono essere messe in rete, protette e possibilmente ampliate.

La proposta del nuovo Parco regionale interessa 2.150 ettari, coinvolge 11 Comuni e comprende circa 10 chilometri di sistema fluviale, considerando Seveso e Tarò. I Comuni interessati sono Bovisio Masciago, Cesano Maderno, Desio, Giussano, Lissone, Meda, Muggiò, Nova Milanese, Paderno Dugnano, Seregno e Varedo. Circa 1.830 ettari sono già compresi nel PLIS GruBrìa, mentre altri 320 ettari sono oggi privi di protezione. Questi numeri sono importanti. Ma lo è ancora di più il principio che sta dietro alla proposta: mettere insieme territori che fino a oggi sono stati spesso considerati separatamente. Perché la natura non segue i confini comunali. Un corridoio ecologico non si interrompe perché cambia il Comune. Un corso d'acqua non diventa un altro corso d'acqua quando attraversa una strada provinciale. Un'area agricola non perde il proprio valore ambientale perché si trova a pochi metri dal confine amministrativo di un altro territorio. E nemmeno il problema del consumo di suolo si ferma davanti ai cartelli che indicano l'ingresso in un nuovo Comune.

La Brianza del cemento ha bisogno di una rete verde. È una considerazione particolarmente importante in un territorio come quello brianzolo. Qui la trasformazione del territorio è stata intensa e continua: nuove strade, insediamenti produttivi e commerciali, espansioni residenziali, infrastrutture e grandi opere hanno progressivamente frammentato gli spazi aperti. Anche per questo, quando si parla di tutela, non basta più ragionare per singole “oasi”. Occorre costruire connessioni.

Il comunicato del GruBrìa parla esplicitamente di una nuova “infrastruttura verde per la Brianza centrale”. È un'espressione che ci sembra particolarmente significativa. Perché per decenni abbiamo considerato infrastruttura quasi esclusivamente ciò che viene costruito: strade, svincoli, ferrovie, capannoni, parcheggi. Oggi dovremmo imparare a considerare infrastruttura anche ciò che non dobbiamo costruire, ma conservare e collegare.

  • Un bosco.
  • Un campo.
  • Un fontanile.
  • Un corso d'acqua.
  • Un corridoio ecologico.
  • Un percorso ciclabile.
  • Un parco urbano collegato a un'area agricola.

Tutti elementi che, se isolati, hanno un valore. Ma che possono averne uno molto maggiore quando diventano parti di una rete.

La proposta individua alcuni assi fondamentali: il sistema nord-sud del Seveso, della Ciclovia Mi-Me e della dorsale VeloVal (mobilità ciclabile lungo la SS36), le connessioni trasversali del Canale Villoresi e della Greenway, oltre alla rete di percorsi pedonali e ciclabili. Non si tratta quindi soltanto di delimitare un perimetro. L'ambizione dichiarata è quella di mettere a sistema ciò che già esiste e di intervenire dove le connessioni sono interrotte. È un'impostazione che riteniamo particolarmente importante. Perché uno dei problemi della Brianza contemporanea è proprio la frammentazione: aree verdi separate da strade, ferrovie e urbanizzazioni; corsi d'acqua confinati e spesso poco accessibili; percorsi ciclabili che terminano davanti a una strada; aree agricole rimaste isolate dentro un territorio sempre più costruito. Il nuovo Parco potrebbe diventare uno strumento per affrontare proprio questo problema.

Il territorio interessato dalla proposta dispone già di un patrimonio ambientale tutt'altro che trascurabile. Il comunicato parla di circa 100 ettari di boschi pubblici, cinque specchi d'acqua, un torrente, un articolato reticolo irriguo e oltre 200 specie di vertebrati. Sono numeri che aiutano a cambiare prospettiva. La Brianza centrale non è soltanto quella delle strade trafficate, dei capannoni, delle aree commerciali e delle nuove infrastrutture. Esiste anche una Brianza verde, spesso frammentata e poco conosciuta, che proprio per questo rischia di essere considerata sacrificabile. Il Parco può contribuire a renderla riconoscibile. E soprattutto a renderla più difficile da sacrificare.

Questa riflessione assume un significato ancora maggiore mentre il territorio continua a essere interessato da grandi trasformazioni infrastrutturali. La vicenda della Pedemontana, con i suoi cantieri, le nuove infrastrutture, le opere connesse e la conseguente trasformazione di aree agricole e naturali, ci ricorda quanto sia concreto il problema della frammentazione territoriale. Non è necessario ripetere qui tutte le osservazioni che il blog Brianza Centrale ha fatto negli anni. Ma proprio per questo riteniamo importante che, accanto alle grandi infrastrutture viarie, venga costruita e rafforzata anche un'altra infrastruttura: quella ecologica e paesaggistica. Una rete capace di garantire continuità agli spazi aperti.

  • Di collegare i parchi.
  • Di proteggere i corsi d'acqua.
  • Di conservare le aree agricole.
  • Di recuperare quelle degradate.
  • Di creare percorsi per la mobilità dolce.
  • Di ridurre, dove possibile, gli effetti della frammentazione e delle isole di calore.

In altre parole: se il territorio viene continuamente trasformato, deve esistere anche una politica altrettanto forte per ciò che vogliamo conservare.

Nel comunicato del GruBrìa compare un'altra espressione interessante: “tutela attiva”. Il presidente Arturo Lanzani spiega: «Tutela attiva del territorio significa che il Parco regionale potrà con maggiore forza materializzare progetti, potenziare risorse, incrementare il benessere delle comunità». È un concetto condivisibile, a condizione che “tutela attiva” non significhi semplicemente realizzare nuovi interventi, ma prima di tutto dare valore a ciò che ancora esiste. Il progetto indica infatti obiettivi che vanno nella direzione del recupero e della riqualificazione: aree degradate o abbandonate, patrimonio rurale e storico, reticolo idrico, forestazione, corridoi ecologici, contrasto alle isole di calore. Sono tutti temi che, in un territorio densamente urbanizzato, hanno una relazione diretta con la qualità della vita delle persone.

Un parco non è soltanto un confine. È forse questo il punto fondamentale. Il nuovo Parco regionale non dovrebbe essere visto semplicemente come un nuovo perimetro sulla carta. La sua efficacia dipenderà da quello che quel perimetro consentirà di fare.

  • Dalla capacità di coordinare i Comuni.
  • Dalla disponibilità di risorse.
  • Dalla capacità di intervenire sulle aree degradate.
  • Dalla possibilità di creare connessioni dove oggi esistono interruzioni.
  • Dalla tutela effettiva delle aree agricole e naturali.

E anche dalla capacità di rendere questi luoghi più conosciuti e fruibili dalle persone.

Il comunicato parla di una rete nella quale “natura, paesaggio, agricoltura, storia e fruizione pubblica possano integrarsi”. È una prospettiva che condividiamo.

La Conferenza programmatica del 16 settembre è dunque un passaggio importante, ma non è ancora la nascita del nuovo Parco. Gli esiti della Conferenza costituiranno la base per il prosieguo dell'istruttoria regionale e per il successivo percorso amministrativo e legislativo necessario alla sua istituzione. È quindi adesso che occorrerà seguire con attenzione i prossimi passaggi. Da parte nostra continueremo a farlo. Perché, al di là delle diverse denominazioni e dei diversi strumenti amministrativi, il filo conduttore è sempre lo stesso.

Parco Brianza Centrale. Parco del Grugnotorto e del Villoresi. GruBrìa. Parco regionale del Seveso, del Villoresi e della Brianza Centrale. Sono tappe di un percorso lungo, nel quale l'idea di fondo non è cambiata: difendere gli spazi aperti della Brianza centrale e metterli in relazione. Oggi quella prospettiva sembra fare un passo avanti. E, in un territorio sottoposto a una pressione urbanistica e infrastrutturale sempre maggiore, non è una questione secondaria. È una questione di futuro. Perché una Brianza sempre più costruita ha bisogno di boschi, campi, acqua, alberi, corridoi ecologici, paesaggio e spazi pubblici. E questi elementi, una volta perduti, non si possono ricostruire con la stessa facilità con cui si costruisce una strada. Per questo il percorso verso il nuovo Parco regionale merita di essere seguito e sostenuto.