mercoledì 15 luglio 2026

Bosco delle Querce, verso l'ampliamento e il Ponte Verde. Gli ambientalisti: "Un passo importante, ma non basta a compensare il consumo di suolo"

Bosco delle Querce. Progetto del 1993 della Regione Lombardia (Mario Di Fidio)

L'ampliamento del Bosco delle Querce e la realizzazione del Ponte Verde compiono un nuovo passo avanti. Nelle scorse settimane il Comune di Seveso ha approvato gli indirizzi strategici per la progettazione delle nuove aree del Parco e le linee guida che dovranno orientare il successivo Piano di Fattibilità Tecnico-Economica.

Si tratta di un intervento atteso da tempo, che prevede l'estensione del Bosco sul versante est, insieme alla realizzazione di un collegamento ecologico tra la parte storica del Parco e quella di futura espansione, oggi separate dalla viabilità che sarà interessata dal tracciato dell'autostrada Pedemontana.

Sulla vicenda è intervenuto il gruppo Sinistra e Ambiente-Impulsi, insieme a Legambiente Circolo Laura Conti di Seveso e Seveso Futura, che ricordano come la proposta di ampliare il Bosco delle Querce sia stata avanzata e sostenuta da anni attraverso incontri con le istituzioni, iniziative pubbliche e attività di sensibilizzazione. 

 

 

Secondo le associazioni ambientaliste, il progetto rappresenta un risultato importante perché consentirà di acquisire al patrimonio pubblico nuove aree oggi libere da edificazioni, preservandole da possibili future trasformazioni urbanistiche. Le risorse stanziate ammontano complessivamente a oltre 2,7 milioni di euro, provenienti dal budget ambientale di Autostrada Pedemontana Lombarda e dalle compensazioni forestali.

Rendering del Ponte Verde elaborato da APL

Accanto all'ampliamento è prevista anche la realizzazione del cosiddetto Ponte Verde, un'infrastruttura del valore stimato di circa 1,9 milioni di euro, destinata a collegare le due porzioni del Bosco. Per gli ambientalisti il collegamento rappresenta un elemento essenziale, non solo per consentire il passaggio delle persone, ma soprattutto per garantire la continuità ecologica e il movimento della fauna tra le due aree.

Planimetrie del Ponte Verde elaborate da APL

Pur esprimendo soddisfazione per questi sviluppi, le associazioni invitano però a non confondere l'ampliamento con una compensazione completa degli effetti prodotti dalla Pedemontana.

Ricordano infatti che la realizzazione dell'infrastruttura comporterà comunque la perdita di circa due ettari di bosco, l'abbattimento di migliaia di alberi, la costruzione della vasca di laminazione e della nuova viabilità di accesso, con un conseguente consumo di suolo. Per questo, a loro giudizio, il nuovo bosco non potrà essere considerato un vero risarcimento del danno ambientale, pur rappresentando un'opportunità per tutelare aree che altrimenti rischierebbero di essere compromesse.

Allegato alla delibera n. 118/GC del 3/7/2026

Le osservazioni riguardano anche alcune delle ipotesi contenute nelle linee guida progettuali. Gli ambientalisti ritengono infatti che l'eventuale realizzazione di nuove aree gioco, spazi fitness o di un punto ristoro debba essere valutata con particolare attenzione. A loro avviso, il Bosco delle Querce dovrebbe continuare a privilegiare la naturalità, la biodiversità e una fruizione rispettosa dell'ambiente, evitando di assumere caratteristiche proprie di un tradizionale parco urbano.

Anche sul progetto del Ponte Verde vengono espresse alcune perplessità, in particolare riguardo alla presenza di un cancello a chiusura temporizzata che potrebbe costituire un ostacolo al passaggio della fauna. Si tratta di un aspetto che, secondo le associazioni, dovrà essere approfondito nelle prossime fasi progettuali.

L'iter dell'ampliamento entra ora nella fase della progettazione vera e propria. Proprio per questo, Sinistra e Ambiente-Impulsi, Legambiente Circolo Laura Conti e Seveso Futura annunciano che continueranno a seguire con attenzione l'evoluzione del progetto, formulando osservazioni e proposte affinché il Bosco delle Querce possa rafforzare la propria funzione di area naturale e di memoria di uno dei capitoli più significativi della storia ambientale della Brianza.

Questo articolo riprende e sintetizza le valutazioni diffuse da Sinistra e Ambiente-Impulsi, Legambiente Circolo Laura Conti di Seveso e Seveso Futura. Per approfondire cliccare qui.

Comitati No Pedemontana: "La memoria non è una commemorazione"


Sabato 18 luglio 2026, dalle 10.00 alle 12.30, al Mercato di Seveso (davanti al bocciodromo), l'Associazione Seveso Memoria di Parte invita la cittadinanza a partecipare a un'iniziativa dedicata alla ricostruzione della memoria storica del territorio.

Durante la mattinata sarà possibile visitare la mostra "Non si è trattato di un incidente", che ripercorre responsabilità, conseguenze e testimonianze del disastro del 1976, e conoscere "La mappa ritrovata", un documento che contribuisce a ricostruire la storia di quei giorni e il loro impatto sul territorio.


L'iniziativa vuole raccogliere anche le testimonianze di chi ha vissuto direttamente o indirettamente quegli eventi, nella convinzione che la memoria non sia una semplice commemorazione, ma un processo continuo e partecipato, fondamentale per comprendere il passato e affrontare con maggiore consapevolezza le scelte che riguardano il futuro del territorio.

Arte e natura si incontrano al Monte San Primo: parte "Piccole storie per una grande montagna"

Alla Colma di Sormano un laboratorio gratuito di sketchbook con l'illustratrice Anna Canavesi (Bic Indolor), primo appuntamento della rassegna promossa dal Coordinamento "Salviamo il Monte San Primo".


SORMANO (CO) – Unire la passione per l'arte alla bellezza della natura, per imparare a guardare il paesaggio montano con occhi nuovi. È questo l'obiettivo di "La vita illustrata, o come il disegno ti cambia la vita", il primo appuntamento del ciclo "Piccole storie per una grande montagna", la rassegna di eventi promossa dal Coordinamento "Salviamo il Monte San Primo".

L'appuntamento è fissato per sabato 25 luglio alle ore 10.00 sui prati della suggestiva Colma di Sormano, alle pendici del Monte San Primo. Uno dei punti panoramici più suggestivi del Triangolo Lariano farà da scenario naturale a un laboratorio di sketchbook all'aria aperta.


A guidare i partecipanti sarà Anna Canavesi, in arte Bic Indolor, illustratrice, textile designer e ceramista. Dopo una breve passeggiata immersa nel paesaggio, seguirà un momento di sperimentazione collettiva. Circondati dalla vista del Palanzone, dei Corni di Canzo, del Monte Resegone e delle Grigne, i partecipanti si cimenteranno nel disegno dal vero en plein air, sperimentando tecniche per trasformare il proprio taccuino in un diario illustrato personale.

«Non è importante saper disegnare» spiegano gli organizzatori, «basta avere voglia di guardarsi attorno e iniziare un percorso di osservazione della natura e di espressione personale». L'invito è aperto a tutti a partire dai 16 anni: l'unico requisito è portare con sé un diario o un taccuino da personalizzare.

L'iniziativa si inserisce nel più ampio calendario di "Piccole storie per una grande montagna", nato per valorizzare il territorio del Monte San Primo e sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza di tutelarne l'integrità e la bellezza naturale.

Informazioni utili

  • Data e ora: sabato 25 luglio, ore 10.00
  • Luogo: prati della Colma di Sormano (CO)
  • Destinatari: evento aperto a tutti a partire dai 16 anni
  • Cosa portare: un diario o un taccuino personale
  • Partecipazione: posti limitati, iscrizione obbligatoria. La partecipazione è gratuita. In caso di pioggia l'evento sarà annullato.


Contatti

martedì 14 luglio 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 7. Il giallo dei 41 fusti


Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.


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Settima puntata
Il giallo dei 41 fusti contenente materiale tossico e nocivo


Un ulteriore approfondimento di Sinistra e Ambiente di Meda nel ricostruire gli anni e le vicende drammatiche del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Dopo la rimozione delle sostanze chimiche nocive ancora presenti nell'ICMESA si apre l'oscuro capitolo del destino dei 41, poi 42 fusti contenenti materiale altamente contaminato estratto dai reattori A101 e A110 e dalla fabbrica ICMESA.
L'impegno di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda continua analizzando documenti e testi in suo possesso o ritrovati per restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.

L'ORIGINE DEI 41 FUSTI DI MATERIALE CONTAMINATO



Nelle fasi d'intervento per smantellare la fabbrica dell'ICMESA e smontare l'impianto di produzione del Triclorofenolo serviva svuotare il reattore e rimuovere le sostanze tossiche rimaste al suo interno e quelle ancora presenti nello stabilimento medese.
Come abbiamo illustrato nella precedente puntata, nel luglio del 1981, i tecnici asportarono dal reattore A101 la massa chimica ormai solidificata e altamente tossica e dall'A110 i residui liquidi e le morchie ugualmente tossiche.
Il materiale estratto, fluidificato o raschiato dalle pareti interne venne sigillato in 41 fusti metallici speciali, rivestiti internamente per resistere alla corrosione e impedire qualsiasi fuoriuscita.
Nei fusti non finì solo la miscela, ma anche i fanghi di lavaggio del reattore stesso e gli strumenti contaminati usati per raschiarlo.

I CONTORNI AMBIGUI E OSCURI DELLA GESTIONE DEI 41 FUSTI
La multinazionale svizzera Hoffman-La Roche controllante della Givaudan, proprietaria dell' ICMESA, aveva affidato l'operazione di trasporto e stoccaggio dei fusti alla filiale italiana della società tedesca, Mannesmann, che a sua volta aveva subappaltato il trasporto a intermediari francesi.


I 41 fusti presso l'ICMESA di Meda

L'11 settembre 1982, i 41 fusti vennero caricati su un camion per essere portati fuori dall'Italia e smaltiti.
Furono scortati dalla polizia e dal Commissario dell'Ufficio Speciale Luigi Noè fino al confine con la Francia, a Ventimiglia.
I 41 fusti passano la frontiera con il documento di transito europeo “T2“, con un contenuto dichiarato di: "Derivati alogenati degli idrocarburi aromatici, scarti di lavorazione industriale contaminati da TCDD e TCF". 
La merce aveva un valore quantificato in un milione di lire ma era assicurata per cinque miliardi. 
Sul modulo era specificata la provenienza da Meda ma non la destinazione e dopo aver raggiunto il posto di frontiera, Noè con i poliziotti di scorta rientrò a Milano.
La gestione del trasporto era stata affidata dalla Mannesman Italia ad un terzo soggetto, la francese Spedildec che aveva un solo socio, Bernard Paringaux, un ex parà la cui ditta era in ottimi rapporti e aveva l’esclusiva con l'EDF, equivalente francese dell’Enel per gestire l’olio dei trasformatori, contenente i Policlorobifenili (PCB), sostanze cangerogene simili alle diossine. 
Bernard Paringaux aveva un deposito in affitto a Saint-Quentin, a due passi dal Belgio, da cui transitavano rifiuti da mezza Europa.
I fusti dell'ICMESA lì sostarono e ripartirono per poi scomparire nel nulla per oltre sette mesi.
Il 9 marzo 1983, la Mannesmann scriveva a Zurigo: "i residui sono stati loculati in un impianto estero controllato e autorizzato".

DOVE MAI ERANO FINITI I 41 FUSTI?
Allertate da numerosi articoli della stampa svizzera e francese e dei media che si occuparono di questa scomparsa, le autorità di Marsiglia aprirono un’inchiesta e convocarono Paringaux, che però si rifiutò di dire dove fosse finito il carico tossico e per questo venne arrestato.


L'arresto di Bernard Paringaux

Le ipotesi si susseguono: discariche francesi, cave d’argilla dell'allora DDR o Germania Est e della Repubblica Federale Tedesca o Germania Ovest , altri luoghi nei Paesi socialisti o Nato.
Paringaux, in carcere, non parlò rimanendo fedele al contratto e alla cospicua cifra a lui versata (1 miliardo di lire) dalla Mannesman.
La Germania Est smentì di aver ricevuto tale materiale nella cava di Schoenberg definita "non idonea" e la Germania Ovest inoltrò una protesta al nostro ambasciatore, per "aver fatto circolare i rifiuti fuori dalle direttive che impongono di dichiarare la destinazione".
Tuttavia Noè rilasciò una dichiarazione sibillina dando ad intendere quale potesse essere stata la meta dei fusti : "Non potevamo dichiararla – disse  – perché questo era l’accordo con chi gestisce la cava dove sono stati sotterrati i barili. Cava che si trova in un Paese europeo, che non vuol dire necessariamente nella Cee". 
Anche un' altra fonte proveniente sempre dall'Ufficio Speciale, anni dopo, fece filtrare la Romania come destinazione finale segreta ma che "il clamore fece saltare tutto". 

IL RITROVAMENTO IN FRANCIA


I fusti vennero infine ritrovati il 19 maggio del 1983 su segnalazione di un macellaio in pensione, all'interno di un ex mattatoio abbandonato nel villaggio di Anguilcourt-le-Sart, nel nord della Francia.
A portarceli, si saprà poi, fu Jean Michel Quignon, giovane collaboratore di Paringaux, che poi sarà indagato ma che al pari di Paringaux tornerà libero.
Sotto la forte pressione dell'opinione pubblica europea, la Hoffman-La Roche si riprese i fusti che, fotografati, finirono sulle copertine di riviste e giornali.
La multinazionale svizzera e le autorità non misero minimamente in dubbio l’autenticità del carico, seppur privo di segni che lo qualificavano. 
Alcuni dettagli non sfuggirono però ad osservatori attenti: quei cilindri di metallo avevano un colore ocra e una grafia di numerazione differente da quella dei fusti blu filmati durante le operazioni di chiusura presso l'ICMESA.
Il loro diametro era passato da 56,5 centimetri a 60 centimetri e con un peso di 20 quintali in più rispetto agli originali.
Vi era stato un infustamento di sicurezza aggiuntivo ? Erano gli stessi fusti partiti dall'ICMESA di Meda ?
Per questo l’Unione dei Progressisti svizzeri chiese al governo cantonale "di verificare se i fusti siano quelli giusti e perché siano stati ridipinti e rinumerati".
Un quesito che non ottenne risposta così come non vi fu spiegazione ufficiale sulle discrepanze.

I fusti vennero infine trasferiti a Basilea (Svizzera) e dopo due anni di test chimici sul contenuto e polemiche, fra il 17 e il 21 giugno 1985 vennero inceneriti in un forno speciale ad alta temperatura (1200 °C)  per rifiuti industriali della Ciba-Geigy.
Il 21 giugno 1985 le autorità elvetiche comunicarono ufficialmente di aver concluso l´incenerimento di tutte le scorie, comprese quelle di un 42° e ultimo fusto che era rimasto, dimenticato, a Seveso.

I dubbi non furono però fugati e negli anni successivi, si ipotizzò anche che questi fusti fossero in realtà stati distrutti nel forno inceneritore della Montedison di Mantova.
Questa vicenda, avrebbe meritato totale trasparenza sia da parte dell'Ufficio Speciale per Seveso sia da parte della Givaudan-Hoffman-La Roche e anche dalle autorità Svizzere coinvolte. 
Una trasparenza che, a distanza di decenni non c'è ancora stata, una vicenda che all'oggi non ha ancora avuto i necessari elementi per essere definitivamente chiarita.
 
Continua.

 

[Per visualizzare tutte le puntate del dossier "Disastro diossina" cliccare qui] 

sabato 11 luglio 2026

Seveso, cinquant'anni dopo. La memoria ha bisogno di un futuro

Il Presidente Sergio Mattarella, la sindaca Alessia Borroni e il plastico del "ponte verde" sulla Pedemontana. Foto tratta dal sito del Quirinale.

Le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del disastro Icmesa si sono concluse ieri con una partecipazione importante e con interventi che hanno giustamente ripercorso una delle pagine più drammatiche della storia della Brianza.

Si è parlato delle responsabilità, della gestione colpevole dell'emergenza, della bonifica e della straordinaria rinascita rappresentata dal Bosco delle Querce. Un luogo unico in Europa, nato sopra le ferite del più grave incidente industriale della storia italiana, diventato nel tempo un memoriale naturale e civile.

Durante la cerimonia è stato presentato il nuovo ponte verde che collegherà il Bosco delle Querce con le aree di ampliamento poste a est. Un'opera che abbiamo apprezzato e che è stata valorizzata anche dal Presidente della Repubblica. Ogni intervento capace di ricucire un territorio frammentato rappresenta un passo nella giusta direzione.

Ma proprio mentre si parlava di connessioni ecologiche e di futuro, è rimasta sullo sfondo una questione fondamentale: per realizzare la Pedemontana saranno sbancati circa due ettari del parco e verranno abbattuti oltre 3.200 alberi e arbusti.

Lo ha ricordato con forza anche Legambiente Lombardia nel comunicato diffuso in occasione del cinquantenario, definendo il Bosco delle Querce "una vera e propria isola verde" che rischia di essere "sfregiata per fare posto ad un'autostrada". Un giudizio netto che richiama tutti a una riflessione: la memoria non può fermarsi alle celebrazioni, deve orientare le scelte del presente.

Ancora più significativa è la riflessione del presidente del circolo Legambiente "Laura Conti" di Seveso, Maurizio Zillio: «Abbiamo impegnato cinquant'anni ad elaborare e riparare il danno dell'industria chimica nel nostro territorio. Quello che chiediamo ai politici è che i prossimi cinquant'anni siano impiegati nella cura del territorio.»

È difficile immaginare parole più appropriate. Se i primi cinquant'anni sono stati quelli della bonifica e della rinascita, i prossimi dovranno essere quelli della tutela.

Nel suo intervento, la sindaca ha affermato con orgoglio che Seveso è diventata un "contaminatore di vita". Un'immagine bella e potente. Dopo essere stata associata, suo malgrado, alla contaminazione da diossina, oggi Seveso può davvero diffondere biodiversità, cultura ambientale e attenzione per il territorio.

Di questo non possiamo che essere felici. Ma proprio quella vita va difesa, anche all'interno del Bosco delle Querce. Il Bosco non è semplicemente un parco urbano. È un monumento civile, un memoriale ambientale conosciuto ben oltre i confini della Brianza. Ogni intervento che lo riguarda assume inevitabilmente un valore simbolico oltre che ambientale. Per questo il nuovo ponte verde può rappresentare molto più di un'opera di compensazione. Può diventare il primo tassello di una visione più ampia: quella di una rete ecologica capace di collegare il Bosco delle Querce con il futuro Parco Regionale del Seveso, del Villoresi e della Brianza Centrale, la proposta promossa dal GruBrìa per costruire una continuità ambientale lungo il corso del fiume, ricucendo territori oggi frammentati e rafforzando il sistema delle aree protette.

Perché il vero ponte verde non è semplicemente quello che permette alla fauna di attraversare un'autostrada. È quello che unisce i parchi, collega gli ecosistemi, restituisce spazio al fiume e costruisce un territorio più resiliente ai cambiamenti climatici. È quello che trasforma un'opera di compensazione in una scelta di pianificazione ambientale.

Cinquant'anni fa, dal disastro dell'Icmesa nacque una nuova consapevolezza ambientale che contribuì a cambiare l'Italia e l'Europa. Oggi quella stessa consapevolezza ci chiede un passo ulteriore: passare dalla memoria alla progettazione del futuro.

A noi interessa questo. Non ci interessa inaugurare opere o rivendicare meriti. Ci interessa che i ponti siano davvero ponti: strumenti per unire i territori, non soltanto per superare gli ostacoli. Perché il modo migliore per onorare la memoria dell'Icmesa non è limitarsi a ricordare ciò che è accaduto nel 1976, ma fare in modo che il Bosco delle Querce diventi il cuore di una rete ecologica sempre più ampia.

Solo allora il ponte verde sarà davvero un ponte verso il futuro.

venerdì 10 luglio 2026

Cinquant'anni dopo Seveso: il Bosco delle Querce non è un monumento, ma il cuore del futuro Parco del Seveso


Cinquant'anni dopo il disastro dell'Icmesa, il 10 luglio 1976 continua a parlarci. Lo dimostrano anche i due approfondimenti che la Repubblica e L'Espresso hanno dedicato in questi giorni al cinquantesimo anniversario, riportando al centro del dibattito non solo la memoria della contaminazione da diossina, ma anche il futuro del Bosco delle Querce e dell'intera valle del Seveso.

La storia del Bosco è straordinaria: là dove la diossina aveva reso la terra inabitabile è nato uno dei più importanti simboli europei di rinascita ambientale. Ma proprio perché è un simbolo, oggi non può essere considerato un'isola verde separata dal territorio che lo circonda.

la Repubblica. Per leggere l'articolo cliccare qui

È questo il messaggio più interessante che emerge dalle voci delle associazioni ambientaliste raccolte da la Repubblica. Legambiente, Sinistra e Ambiente Meda e Seveso Futura chiedono che il Bosco delle Querce diventi parte integrante del futuro Parco Fluviale e Territoriale del Seveso, trasformandosi nel cuore di una rete ecologica che accompagni il fiume e ricucia un territorio frammentato da urbanizzazione, infrastrutture e consumo di suolo.

È una proposta che Brianza Centrale sostiene da tempo.

Il Bosco non appartiene soltanto ai Comuni di Seveso e Meda. Appartiene alla memoria collettiva della Brianza e rappresenta uno dei luoghi più significativi della storia ambientale italiana. Per questo la sua tutela non può limitarsi ai confini amministrativi, ma deve inserirsi in una visione più ampia di rigenerazione della valle del Seveso.

L'Espresso. Per leggere l'articolo cliccare qui

L'intervista pubblicata da L'Espresso a Gemma Beretta, di Legambiente Seveso, va nella stessa direzione. Beretta ricorda che la memoria del disastro non può essere ridotta a una celebrazione istituzionale. Occorre continuare a interrogarsi sulle conseguenze sanitarie e ambientali di quanto accaduto, ma soprattutto ricostruire un rapporto tra comunità e territorio. In una Brianza sempre più impermeabilizzata e urbanizzata, il Bosco delle Querce non deve restare un'eccezione: deve diventare il modello di una diversa politica del paesaggio.

Le sue osservazioni assumono un significato ancora più attuale se si pensa alle vicende legate ai cantieri della Pedemontana, che hanno riportato all'attenzione aree ancora interessate dalla contaminazione storica. Il disastro dell'Icmesa non appartiene soltanto agli archivi: continua a influenzare le scelte territoriali di oggi.

Anche Alberto Colombo, di Sinistra e Ambiente Meda, richiama questa prospettiva. La storia di Seveso non è soltanto la storia di una tragedia industriale, ma quella di un territorio che per decenni ha sopportato un'enorme pressione ambientale. Per questo il Bosco delle Querce dovrebbe diventare il punto di partenza di una più ampia riqualificazione ecologica dell'intero corridoio del Seveso.

È una riflessione che merita di essere raccolta dalle istituzioni.

Il cinquantesimo anniversario non dovrebbe esaurirsi nelle commemorazioni o nelle visite ufficiali, per quanto importanti. Dovrebbe diventare l'occasione per compiere una scelta politica e culturale: riconoscere il Bosco delle Querce come il cuore del futuro Parco Fluviale e Territoriale del Seveso, dotando finalmente la valle di uno strumento unitario di tutela, valorizzazione e connessione ecologica.

Cinquant'anni fa la diossina mostrò quanto fragile fosse il rapporto tra sviluppo industriale e ambiente. Oggi quella stessa storia ci insegna che la migliore forma di memoria consiste nel costruire un territorio più resiliente, più verde e più capace di affrontare le sfide del cambiamento climatico.

Il Bosco delle Querce è nato da una tragedia. Il Parco del Seveso può essere la risposta che guarda ai prossimi cinquant'anni.

Cinquant'anni dopo Icmesa, il Bosco delle Querce va salvato integralmente

Le associazioni ambientaliste lanciano un appello alle istituzioni in occasione della visita del Presidente della Repubblica: il simbolo della rinascita e della memoria non può essere sacrificato dagli interventi della Pedemontana. 

 


COMUNICATO CONGIUNTO
ALBERI MONUMENTALI BRIANZA – COMITATO CIVICO AMBIENTE – ENPA – FONDO FORESTALE ITALIANO – GREENPEACE Gruppo Locale Milano – LAC – LAV – LEGAMBIENTE Seregno – LIPU Sezione di Milano
 – PRO PARCO NOSTRI AMICI ANIMALI – SUOLO LIBERO

Il Bosco delle Querce è un ecosistema di valore storico, naturalistico e ambientale che merita di essere integralmente preservato.

In vista della visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prevista per la giornata del 10 luglio in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro Icmesa, riteniamo doveroso richiamare l'attenzione delle istituzioni e dell'opinione pubblica sul futuro del Bosco delle Querce, oggi minacciato dai lavori della Pedemontana Lombarda. 
La porzione di bosco interessata dal progetto non è costituita da vegetazione marginale o da semplici arbusti. Si tratta di oltre 3.200 alberi maturi che fanno parte di un ecosistema complesso, sviluppatosi in quasi cinquant'anni di evoluzione naturale e di interventi di rinaturalizzazione successivi al disastro del 1976. A certificare l’eccezionale valore dell'area sono i recenti e prestigiosi riconoscimenti istituzionali: la Commissione Europea ha infatti insignito il parco del Marchio del Patrimonio Europeo (European Heritage Label), celebrandolo come primo sito lombardo simbolo di resilienza, scienza e memoria comune. Al contempo, Regione Lombardia ha inserito nell'elenco ufficiale degli Alberi Monumentali d'Italia il "Grande Pioppo", un pioppo nero (Populus nigra) di circa settant'anni, alto 30 metri e con una circonferenza di 4,5 metri, ultimo testimone vivente sopravvissuto al disastro del 1976 e oggi tutelato da rigidi vincoli di salvaguardia.


Questa fascia boschiva, collocata lungo il margine della Milano-Meda, rappresenta inoltre un'area di particolare importanza faunistica. Essendo meno frequentata dall'uomo, costituisce un habitat favorevole alla nidificazione di numerose specie di rapaci e di altri uccelli forestali. Il volume scientifico Avifauna del Bosco delle Querce conferma la presenza di numerose specie tipiche dei boschi maturi, a testimonianza dell'elevato valore ecologico raggiunto da questo ecosistema. Tali evidenze sono supportate anche dai monitoraggi realizzati dall'ornitologo Mirko Galuppi, che documentano la nidificazione e l'ottimo successo riproduttivo di specie di particolare interesse conservazionistico come lo Sparviere (Accipiter nisus), il Gufo comune (Asio otus) e il Lodolaio (Falco subbuteo), oltre alla presenza di Gheppio e Civetta.

La perdita di questo settore del bosco determinerebbe un'ulteriore frammentazione della rete ecologica brianzola, già fortemente compromessa dall'espansione urbanistica e infrastrutturale.
Secondo il Rapporto ISPRA sul consumo di suolo, la provincia di Monza e Brianza continua a registrare il più elevato livello nazionale di artificializzazione, con circa il 41% del territorio ormai consumato. Negli ultimi anni abbiamo già assistito alla distruzione di importanti aree naturali lungo il tracciato della Pedemontana, dal Parco dei Colli Briantei al Parco Grugnotorto Villoresi e Brianza Centrale (GruBrìa), fino ai boschi di Bernate. Interventi che hanno comportato l'abbattimento di migliaia di alberi, la perdita di habitat e la compromissione di corridoi ecologici fondamentali per la fauna selvatica.


Gli interventi normativi di mitigazione e compensazione non possono sostituire una foresta matura. Un albero appena piantato non equivale a un esemplare adulto e i nuovi impianti non sono in grado di rigenerare la complessa rete biologica — formata da relazioni pluridecennali tra alberi, funghi, insetti impollinatori, microorganismi del suolo e fauna selvatica — che caratterizza un ecosistema consolidato.

Il Bosco delle Querce non rappresenta soltanto un patrimonio ambientale. È il simbolo della rinascita dopo una delle più gravi tragedie ambientali del nostro Paese. Oggi rappresenta anche uno dei più importanti esempi italiani di ricostruzione ecologica e di rinaturalizzazione di un'area contaminata, un patrimonio riconosciuto ben oltre i confini della Brianza. Proprio per questo riteniamo che esso debba essere preservato nella sua integrità.

Il Weizmann Institute of Science ha evidenziato come oggi meno del 6% della biomassa dei mammiferi sia costituita da animali selvatici, mentre la restante parte è rappresentata dagli esseri umani e dagli animali allevati. Questo dato testimonia la drammatica riduzione della biodiversità causata dalle attività umane e richiama tutti, istituzioni comprese, alla responsabilità di arrestare l'ulteriore perdita di habitat naturali.


La conservazione della biodiversità non può essere considerata un elemento accessorio nella pianificazione delle infrastrutture. Essa costituisce un interesse pubblico primario, riconosciuto dall'articolo 9 della Costituzione, che tutela l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi anche nell'interesse delle future generazioni.

Per queste ragioni chiediamo che il Bosco delle Querce venga integralmente preservato e che ogni decisione riguardante quest'area tenga conto non soltanto degli aspetti infrastrutturali, ma anche del suo valore ecologico, storico, paesaggistico e culturale. La tutela del Bosco delle Querce non riguarda soltanto il territorio di Seveso e Meda. Riguarda il modello di sviluppo che vogliamo costruire, il rispetto della memoria del disastro Icmesa e la responsabilità che abbiamo nei confronti delle generazioni future.

Difendere il Bosco delle Querce significa difendere un patrimonio costruito in cinquant'anni di storia, memoria, biodiversità e rinascita.