domenica 1 novembre 2026

Ex Dell’Orto, quando la rigenerazione non rigenera la città

Le riflessioni di Elena Granata e il caso di Seregno: costruire nuovi edifici non significa necessariamente costruire una città migliore.


Che cosa significa davvero rigenerare una città? È una domanda tutt'altro che retorica, soprattutto in un momento in cui la parola «rigenerazione urbana» viene utilizzata per descrivere interventi molto diversi tra loro, talvolta ridotti alla semplice sostituzione di vecchi edifici con nuove costruzioni.

Nel suo libro La città è di tutti, Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, affronta direttamente questa contraddizione. Nel settimo capitolo, il paragrafo intitolato significativamente «Rigenerazione senza rigenerazione», mette in guardia da una concezione della trasformazione urbana che considera sufficiente demolire un fabbricato industriale dismesso per costruire al suo posto nuovi appartamenti. Ma demolire un vecchio edificio produttivo e costruire abitazioni non significa necessariamente rigenerare. Si può anche non consumare nuovo suolo e, contemporaneamente, consumare aria, verde, spazi liberi, natura e servizi. È un ragionamento che trova una concreta corrispondenza nella vicenda dell'area ex Dell'Orto a Seregno.

L'ex Dell'Orto: un'occasione di rigenerazione o un'operazione immobiliare?

Il Programma Integrato di Intervento relativo all'area ex Dell'Orto aveva suscitato un confronto pubblico anche grazie al dossier elaborato dal Circolo ACLI Leone XIII di Seregno, che aveva avanzato osservazioni e proposte alternative rispetto alla trasformazione prevista. Il progetto presentato prevedeva una trasformazione prevalentemente residenziale, con circa 160 appartamenti, oltre 41.000 metri cubi di edificazione e una torre di 14 piani affacciata su via San Rocco. Le criticità evidenziate dalle ACLI riguardavano diversi aspetti: l'eccessiva concentrazione delle volumetrie, la scarsità delle dotazioni pubbliche, il verde frammentato e prevalentemente condominiale, la mancanza di una significativa componente di edilizia sociale e accessibile, le ricadute sulla mobilità e, soprattutto, l'insufficiente coinvolgimento della cittadinanza.


Il giudizio sintetico contenuto nel dossier era particolarmente efficace: «Non si costruisce città, si occupa spazio». Rileggendo oggi le considerazioni di Granata, emerge proprio questo problema. Un intervento può essere formalmente qualificato come rigenerazione urbana, ma se si limita a sostituire edifici produttivi con abitazioni, senza migliorare la qualità degli spazi pubblici, senza introdurre servizi, senza creare nuove occasioni di incontro e senza rispondere ai bisogni sociali del quartiere, quale rigenerazione viene realmente realizzata?

Il verde non è una decorazione

Un altro passaggio del libro riguarda il verde. Granata critica quella concezione che lo riduce a qualche aiuola ordinata, a spazi ornamentali destinati a completare l'immagine degli edifici. È una distinzione importante. Il verde urbano non dovrebbe essere considerato un elemento accessorio del progetto immobiliare, ma una componente fondamentale della città: deve essere accessibile, fruibile, possibilmente connesso con altri spazi verdi e capace di svolgere funzioni ambientali e sociali. Anche nell'area ex Dell'Orto la questione non riguarda semplicemente quanti metri quadrati di verde siano previsti, ma quale funzione possano effettivamente svolgere. Un giardino condominiale non equivale a uno spazio pubblico. Un'aiuola non sostituisce un parco. E una superficie verde frammentata non garantisce necessariamente continuità ecologica. In una città già densamente urbanizzata come Seregno, queste differenze non sono dettagli progettuali.

Una città non può essere soltanto un insieme di appartamenti

C'è poi la questione sociale, sulla quale Granata insiste particolarmente. Una vera rigenerazione dovrebbe garantire l'accesso alla casa anche a chi non dispone di redditi elevati, evitando che le trasformazioni urbane diventino occasioni di ulteriore esclusione. Anche questo aspetto era emerso con chiarezza nel dossier delle ACLI. L'offerta prevista nell'ex Dell'Orto appariva orientata prevalentemente verso le fasce medio-alte, senza una risposta significativa alle esigenze abitative delle giovani coppie, delle famiglie con redditi ordinari e delle persone più fragili. Ma il ragionamento può essere allargato. Una città non è fatta soltanto di edifici e appartamenti. È fatta di negozi, attività economiche, servizi, luoghi di incontro, spazi pubblici, percorsi pedonali e ciclabili. È fatta di relazioni che si costruiscono nella quotidianità. Quando una trasformazione urbanistica privilegia quasi esclusivamente la componente immobiliare residenziale, senza preoccuparsi di ciò che accade intorno agli edifici, rischia di produrre nuovi insediamenti che non contribuiscono realmente alla vita della città. Granata descrive efficacemente questa mentalità attraverso le parole di un imprenditore che considera gli spazi commerciali, il mix funzionale e i luoghi di relazione soltanto complicazioni per il proprio investimento. La sua aspirazione è costruire e vendere appartamenti, riducendo al minimo tutto ciò che non concorre direttamente alla redditività dell'operazione. È una rappresentazione volutamente provocatoria, ma pone una domanda tutt'altro che secondaria: l'obiettivo di una trasformazione urbana deve essere soltanto quello di rendere conveniente un investimento immobiliare oppure deve contribuire a costruire una città migliore?

La responsabilità della politica

Il punto centrale del ragionamento di Granata, e anche della riflessione sul caso ex Dell'Orto, riguarda il ruolo dell'amministrazione pubblica. Non si può accettare che le trasformazioni della città siano ridotte a trattative tra proprietari, investitori e uffici tecnici, nelle quali l'interesse pubblico finisce per diventare una variabile da conciliare, possibilmente senza compromettere l'operazione economica. L'iniziativa privata ha naturalmente un ruolo nelle trasformazioni urbane. Ma spetta all'amministrazione stabilire le condizioni, definire gli obiettivi e garantire che i benefici non siano riservati soltanto a chi realizza e vende gli immobili. Questo significa pretendere dotazioni pubbliche adeguate, accessibilità abitativa, qualità ambientale, mobilità sostenibile, tutela della memoria dei luoghi e partecipazione effettiva dei cittadini. Significa anche avere una visione complessiva della città, evitando che ogni intervento venga valutato come un episodio isolato, senza considerare le sue conseguenze sul quartiere e sul sistema urbano. È una questione particolarmente attuale per Seregno, anche in vista del nuovo Piano di Governo del Territorio. Se il PGT vuole essere davvero uno strumento per costruire una città più sostenibile e inclusiva, occorre che i principi dichiarati trovino applicazione concreta nelle scelte urbanistiche.

Se tutto è rigenerazione, niente lo è

La riflessione di Elena Granata riporta dunque a una questione che non riguarda soltanto l'ex Dell'Orto, ma il modello di sviluppo urbano che si vuole per Seregno e per le nostre città.
Non si tratta di essere contrari alla trasformazione delle aree dismesse. Al contrario, il loro recupero può rappresentare un'importante occasione per migliorare il tessuto urbano, restituire funzioni a spazi abbandonati, creare servizi, ampliare il verde e rispondere a esigenze sociali. Ma proprio perché queste occasioni sono preziose, non ci si può accontentare di chiamare rigenerazione qualsiasi operazione edilizia. Occorre chiedersi che cosa rimane alla città dopo la trasformazione. Quali spazi vengono restituiti alla collettività? Quali servizi vengono realizzati? Quali opportunità abitative vengono offerte? Quanto migliora la qualità ambientale e sociale del quartiere? E soprattutto, chi ha potuto partecipare alle decisioni?

L'ex Dell'Orto avrebbe potuto e potrebbe ancora rappresentare un'occasione importante per Seregno. Non soltanto per recuperare un'area produttiva dismessa, ma per contribuire a costruire un pezzo di città più vivibile, accessibile e inclusivo. È questo il significato che dovrebbe essere attribuito alla parola rigenerazione. Perché, come scrive Elena Granata, «Se tutto è rigenerazione, niente lo è».

sabato 31 ottobre 2026

Metrotranvia Milano-Seregno: gli errori di programmazione li paghiamo tutti


La vicenda della metrotranvia Milano-Seregno dovrebbe essere una lezione per chiunque abbia responsabilità nella programmazione e nella realizzazione delle opere pubbliche.

Il commento di un lettore al nostro precedente post pone una questione condivisibile: abbandonare un'opera già parzialmente realizzata comporta costi economici e ambientali. Ci sono gli investimenti già sostenuti, le eventuali spese di demolizione, lo smaltimento dei materiali e il ripristino delle aree. C'è inoltre il problema di individuare soluzioni alternative, qualora l'infrastruttura venisse comunque completata senza il deposito previsto. Tutto vero. Ma questo non può diventare un alibi per accettare una situazione di stallo destinata a protrarsi per anni. Le opere pubbliche dovrebbero essere avviate quando esistono ragionevoli certezze sulle risorse necessarie per completarle, con una programmazione realistica dei tempi e delle diverse fasi di intervento. Aprire i cantieri è relativamente facile; portarli a termine è la vera responsabilità di chi li promuove e li gestisce.

Ci diranno che la pandemia, l'aumento dei prezzi e successivamente le guerre hanno modificato il quadro economico e reso tutto più difficile. È vero, ma c'è un particolare che non va dimenticato: la metrotranvia avrebbe dovuto essere completata ben prima che queste emergenze si manifestassero. Non si può attribuire a eventi sopravvenuti l'intera responsabilità di una vicenda che ha radici precedenti. Anche la scelta di realizzare il cosiddetto cantiere «spezzatino», aprendo contemporaneamente diversi fronti di lavoro e presentandola come una soluzione per accelerare i tempi, merita una riflessione. Un'organizzazione che ha moltiplicato i cantieri e i disagi avrebbe dovuto essere accompagnata dalla certezza di poter finanziare e completare tutti gli interventi. È mancata, evidentemente, una programmazione capace di garantire questo risultato.


Ora non possiamo permetterci di rimanere per anni in questa situazione. I cantieri fermi o abbandonati producono degrado, disagi per i residenti, difficoltà alla viabilità e un progressivo deterioramento delle opere già realizzate. E più passa il tempo, più aumentano i problemi e i costi per rimettere tutto in ordine. Le responsabilità politiche e amministrative di questa situazione dovranno essere chiarite. Chi ha assunto le decisioni, chi ha programmato gli interventi e chi ne ha seguito l'attuazione deve rispondere delle scelte compiute. Non basta invocare le difficoltà economiche: occorre spiegare perché si sia arrivati a questo punto e soprattutto indicare una soluzione concreta, con tempi certi.

È vero, demolire ciò che è già stato costruito costa. Ma anche lasciare per anni strutture inutilizzate, cantieri abbandonati e territorio compromesso ha un costo, economico, ambientale e sociale. Il confronto tra le diverse possibilità deve essere fatto seriamente, senza trasformare gli investimenti già effettuati in una giustificazione per qualsiasi scelta futura.

C'è poi un'ultima considerazione che riguarda direttamente il Parco GruBrìa e il futuro del nostro territorio. Se dobbiamo prendere atto del suolo già consumato e delle strutture in cemento già realizzate, evitiamo almeno di continuare a sottrarre terreno agricolo fertile per nuovi interventi. Pensiamo, per esempio, all'ipotesi del nuovo ospedale nell'area del Dosso, ancora una volta all'interno del Parco GruBrìa. Sulla necessità, sulle dimensioni e sulla localizzazione di questo nuovo ospedale crediamo sia necessario aprire una discussione seria. Ma se si riterrà che la struttura sia effettivamente necessaria, perché non valutare prioritariamente il recupero e il riutilizzo di aree già compromesse e di edifici in cemento esistenti, invece di consumare altro suolo agricolo?


Prima di occupare nuovo territorio, utilizziamo quello che abbiamo già compromesso.

La vicenda della metrotranvia dovrebbe insegnarci proprio questo: le opere pubbliche non si misurano soltanto dagli annunci, dai progetti e dai cantieri aperti, ma dalla capacità di portarle a termine, rispettando il territorio e le risorse della collettività. Perché il conto della cattiva programmazione, alla fine, lo paghiamo tutti. E il territorio, una volta compromesso, non si può più recuperare.

giovedì 29 ottobre 2026

Metrotranvia Milano-Seregno: non lasciateci una cattedrale di cemento

STOP: l'emblematico e profetico cartello all'ingresso del cantiere del deposito della metrotranvia tra Desio e Seregno

La notizia pubblicata oggi da Il Giorno sul possibile ridimensionamento della metrotranvia Milano-Seregno conferma le incertezze su un'opera che rischia di non essere completata, mentre gli extracosti aumentano e le risorse necessarie restano da reperire.

La nostra posizione a favore del trasporto pubblico è nota. Altrettanto nota è la nostra contrarietà al deposito costruito nelle aree verdi del Parco GruBrìa, all'interno della rete ecologica, tanto più che un vecchio deposito di dimensioni analoghe si trova a poche centinaia di metri.

Oggi, con il futuro dell'opera incerto, rischiamo di ritrovarci con una struttura parzialmente costruita e inutilizzata: una cattedrale nel deserto, un monumento al consumo di suolo.

Se il deposito non verrà completato e utilizzato, non lasciamo in eredità al territorio altro cemento e un'area verde compromessa.

L'area del deposito prima dell'intervento cementificatorio

Chiediamo ai Comuni di Desio e Seregno di affrontare fin da ora questa eventualità e di impegnarsi a valutare un progetto concreto che preveda la rimozione delle opere realizzate, il ripristino ambientale dell'area e la creazione di un vero parco pubblico, collegato alla città e ai quartieri attraverso percorsi ciclopedonali.

Non si tratta di rinunciare al trasporto pubblico, ma di evitare che un'opera in difficoltà lasci dietro di sé un danno ambientale permanente. Il ripristino richiederà verifiche tecniche e risorse, ma è necessario cominciare a discuterne adesso.

Il Parco GruBrìa non è un'area da sacrificare e poi dimenticare. Se il deposito non serve, si rimuova il cemento e si restituisca l'area ai cittadini.

mercoledì 28 ottobre 2026

Seregno, 25 metri quadrati di suolo consumati ogni giorno: il PGT deve invertire la rotta

I dati presentati ieri da ISPRA ed elaborati da SuoloData fotografano per Seregno una situazione critica: il 52,91% del territorio comunale è già artificializzato. Nel 2024 il saldo del consumo di suolo è stato di circa 25 metri quadrati al giorno. La revisione del Piano di Governo del Territorio deve puntare sulla rigenerazione urbana, sulla tutela delle aree verdi e sul recupero del suolo impermeabilizzato.

Le aree rosse mostrano tutto il suolo già consumato rilevato da ISPRA al 2024.

Quanto spazio resta alla natura a Seregno? E quali scelte urbanistiche servono per conservare le aree verdi ancora presenti, contrastare il riscaldamento urbano e ridurre le conseguenze delle piogge intense? Sono domande che meritano di essere poste in occasione della revisione del Piano di Governo del Territorio (PGT), lo strumento con cui il Comune stabilisce le regole e gli indirizzi per le trasformazioni urbanistiche della città.

I dati disponibili sul consumo di suolo restituiscono un quadro che non può essere ignorato. Il dossier dedicato a Seregno pubblicato da SuoloData, sulla base dei dati ISPRA/SNPA e ISTAT, riporta per il 2024 alcuni indicatori particolarmente significativi.

  • 52,91% del territorio comunale risulta coperto da superfici artificiali: edifici, strade, parcheggi e altre superfici trasformate dall'uomo.
  • 25,2 metri quadrati al giorno è il saldo netto giornaliero del consumo di suolo riportato dal dossier, corrispondente a circa 0,9 ettari all'anno.
  • 3,8 ettari è l'incremento netto della superficie artificiale registrato dal 2016 al 2024.
  • 45.010 abitanti è la popolazione riportata per il 2024, sostanzialmente stabile rispetto all'anno precedente.

Trasformazioni del suolo 2024. 1) Trasformazione non definitiva del suolo 1,49 ha. 2) Nuova copertuta artificiale del suolo 0,67 ha. Fonte Suolodata

Il dato più impressionante è quello relativo alla superficie già artificializzata: a Seregno oltre un metro quadrato su due del territorio comunale è stato trasformato. Il confronto territoriale proposto da SuoloData colloca Seregno al 13° posto su 55 comuni della provincia di Monza e della Brianza per quota di copertura artificiale e al terzo posto per velocità del saldo netto giornaliero di consumo di suolo. Il confronto con la media lombarda è altrettanto significativo: il dossier indica una quota regionale del 12,2%, contro il 52,91% di Seregno. Si tratta di valori che descrivono realtà territoriali differenti, ma che aiutano a comprendere quanto sia elevata la pressione urbanistica sul territorio comunale. È importante distinguere tra il suolo già consumato e quello trasformato nel corso dell'ultimo anno: il primo descrive una condizione accumulata nel tempo, il secondo misura una dinamica recente. Entrambi sono indispensabili per valutare le scelte urbanistiche.

Il consumo di suolo non si misura esclusivamente in ettari sottratti ai campi o agli spazi verdi. La trasformazione di un terreno naturale in una superficie edificata o impermeabilizzata comporta anche la perdita di funzioni ambientali essenziali. Un terreno permeabile assorbe l'acqua piovana, contribuisce alla ricarica delle falde, ospita organismi viventi e partecipa alla regolazione del microclima. Una superficie asfaltata o cementificata, invece, ostacola l'infiltrazione dell'acqua e favorisce il deflusso superficiale.

Le conseguenze sono particolarmente importanti in un territorio densamente urbanizzato come quello di Seregno e della Brianza. Più superfici impermeabili significano meno spazio per l'acqua, maggiori pressioni sui sistemi di drenaggio e possibili aggravamenti dei problemi di allagamento, soprattutto quando le trasformazioni interessano aree già vulnerabili dal punto di vista idraulico. C'è poi la questione delle temperature estive. Edifici, asfalto e parcheggi contribuiscono a creare isole di calore urbane, mentre alberi, vegetazione e suoli non impermeabilizzati possono migliorare il comfort termico e la vivibilità degli spazi pubblici. Conservare il suolo naturale non significa quindi soltanto salvaguardare il paesaggio: significa tutelare la sicurezza, la salute e la qualità della vita dei cittadini.

La revisione generale del PGT rappresenta un'occasione importante per ripensare le priorità dello sviluppo urbano di Seregno. L'obiettivo dovrebbe essere quello di soddisfare le esigenze della città utilizzando meglio gli spazi già urbanizzati, anziché continuare a sottrarre terreno alle aree naturali e agricole. Non basta richiamare genericamente la sostenibilità nei documenti di pianificazione. Servono scelte verificabili, obiettivi misurabili e una valutazione trasparente degli effetti ambientali delle trasformazioni previste.

Pedemontana divora Desio e la Brianza

I dati sul consumo di suolo emersi dal Rapporto Ispra.
Desio, interessata da Pedemontana, è il comune che ha registrato il maggior consumo di suolo in provincia nel 2025.



di Roberto Fumagalli, Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”

A causa di Pedemontana, in provincia di Monza e Brianza aumenta il consumo di suolo! Nel 2025, il Comune di Desio è quello in cui si è registrata la maggiore perdita di suolo naturale nella provincia. A documentare questi dati è il Rapporto annuale sul consumo di suolo in Italia, relativo al 2025, presentato ieri mattina a Roma dall’Ispra. Secondo il censimento Ispra, nel 2025 a Desio sono stati consumati 22,6 ettari di suolo, una superficie pari a oltre 30 campi di calcio di Serie A. Si tratta di un dato elevatissimo, legato in particolare ai cantieri di Pedemontana, la nuova autostrada che sta determinando un ulteriore sconvolgimento ambientale in quella che è già la provincia più cementificata d’Italia. Nel rapporto Ispra, infatti, la provincia di Monza e Brianza si conferma al primo posto a livello nazionale per consumo di suolo, con oltre il 41% del territorio coperto da cemento e asfalto.

I cantieri di Pedemontana non faranno altro che aggravare ulteriormente la situazione ambientale del nostro territorio. Sempre secondo i dati diffusi da Ispra, al secondo posto in provincia di Monza e Brianza per consumo di suolo nel 2025 si colloca Macherio, con 15,7 ettari, seguito da Vimercate, con 12 ettari, e Biassono, con 10,7 ettari. Si tratta di comuni tutti interessati dal passaggio di Pedemontana!

La costruzione di Pedemontana sta devastando le ultime aree verdi di una provincia già oggi tra le più cementificate d’Italia! A causa dello scellerato progetto di Pedemontana, stiamo compromettendo ulteriormente la vivibilità del nostro territorio, già gravemente compromesso dall’eccessiva cementificazione. Purtroppo, la tendenza all’aumento del consumo di suolo non accenna a invertirsi, nonostante la vastissima superficie già cementificata nella nostra provincia. Sarebbe invece necessario invertire questa tendenza, anche alla luce della crisi climatica che stiamo vivendo. Proprio il cambiamento climatico dovrebbe indurci a preservare il suolo naturale, anziché cementificarlo ulteriormente. Il suolo, infatti, contribuisce a immagazzinare carbonio e a mitigare gli effetti delle isole di calore, soprattutto nelle aree urbane. Per tutti questi motivi, come Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” denunciamo lo scempio ambientale causato da Pedemontana e ribadiamo il nostro appello ai Comuni affinché fermino la cementificazione, introducendo il principio del “consumo di suolo zero” nei Piani di governo del territorio.

martedì 27 ottobre 2026

Seveso, diossina e vetiver: che cosa dice la ricerca scientifica

Vetiver, pianta erbacea perenne. Fonte immagine: Wikipedia.

(dc). La possibilità di utilizzare il vetiver per contribuire al risanamento di terreni contaminati è tornata all’attenzione anche in relazione al disastro di Seveso. La proposta è circolata sui social ed è stata ripresa dalla stampa, offrendo l’occasione per approfondire che cosa sia questa pianta, quali caratteristiche la rendano interessante per gli interventi ambientali e quali risultati siano stati effettivamente raggiunti dalla ricerca scientifica. Il vetiver (Chrysopogon zizanioides) è una pianta erbacea perenne originaria dell’Asia, caratterizzata da un apparato radicale particolarmente sviluppato e profondo. È utilizzata soprattutto per contrastare l’erosione del suolo, stabilizzare i terreni e favorire il recupero di aree degradate. La sua capacità di crescere in condizioni ambientali difficili ha portato a studiarne anche l’impiego nel fitorisanamento, cioè nell’utilizzo delle piante per contribuire alla gestione dei contaminanti presenti nel suolo e nell’acqua. Ma quanto può essere utile il vetiver in presenza di contaminanti come quelli che interessano i terreni di Seveso? Per rispondere è necessario partire dagli studi disponibili, distinguendo le ricerche condotte direttamente sulle diossine da quelle che hanno esaminato altri contaminanti.

1. Il primo studio sulle diossine: la sperimentazione a Bien Hoa

The outdoor experiment and the study area at Bien Hoa Airbase (From Google Map 2023). Immagine e didascalia tratte dallo studio citato.

Un contributo importante arriva dal Vietnam, dove la base aerea di Bien Hoa è interessata da una contaminazione storica legata all’impiego dell’Agente Arancio durante la guerra. In quest’area sono stati condotti diversi studi sul fitorisanamento, anche in considerazione della presenza di diossine nei terreni. Nel 2024 è stato pubblicato sulla rivista Vietnam Journal of Science and Technology lo studio Assessing the bioaccumulation and translocation potential of vetiver grass for dioxins phytoremediation in Bien Hoa airbase, Viet Nam. La ricerca ha esaminato direttamente la capacità del vetiver di accumulare diossine, seguendo una sperimentazione condotta tra ottobre 2018 e marzo 2022. I ricercatori hanno utilizzato sei appezzamenti di 100 metri quadrati ciascuno: tre coltivati a vetiver e tre lasciati senza questa vegetazione come aree di controllo. Sono stati analizzati i campioni di terreno, le radici e le parti aeree delle piante. I risultati hanno evidenziato un accumulo di diossine nelle radici, particolarmente marcato durante il primo anno di crescita. In alcune parcelle, le concentrazioni misurate nelle radici sono aumentate sensibilmente nei primi mesi, per poi diminuire o stabilizzarsi. Il trasferimento delle diossine alle parti aeree della pianta è risultato invece molto limitato. Questi risultati indicano che il vetiver è in grado di intercettare e trattenere una parte delle diossine nelle proprie radici. Gli autori interpretano questo comportamento soprattutto in termini di fitostabilizzazione, un processo che può contribuire a limitare la mobilità dei contaminanti. Occorre però distinguere questo risultato dalla dimostrazione di una vera e propria bonifica. L’accumulo nelle radici non comporta automaticamente la rimozione delle diossine dal sito: se le radici rimangono nel terreno, il contaminante può restare nell’area interessata. Inoltre, lo studio non dimostra direttamente che le diossine siano state degradate dalla pianta. Il calo delle concentrazioni osservate nelle radici può avere diverse spiegazioni e richiede ulteriori verifiche. Anche il confronto con le parcelle di controllo deve essere interpretato con cautela, perché i livelli iniziali di contaminazione non erano uguali in tutte le aree sperimentali. La ricerca del 2024 è comunque particolarmente significativa: affronta direttamente il comportamento delle diossine, anziché limitarsi a studiare altri elementi presenti nei terreni contaminati. Costituisce quindi una base concreta per ulteriori sperimentazioni, finalizzate a misurare l’effettiva riduzione della contaminazione e a chiarire quali benefici ambientali possano essere ottenuti.

Riferimento scientifico: Nguyen Thi Thanh Thao et al., Assessing the bioaccumulation and translocation potential of vetiver grass for dioxins phytoremediation in Bien Hoa airbase, Viet Nam, Vietnam Journal of Science and Technology, 2024.
DOI: https://doi.org/10.15625/2525-2518/19478

2. Lo studio del 2025: il vetiver e i metalli in traccia

Nel 2025 è stato pubblicato un altro studio sulla sperimentazione condotta presso la base aerea di Bien Hoa, questa volta dedicato alla capacità del vetiver di interagire con alcuni metalli presenti nel suolo. La ricerca, intitolata Application of vetiver grass phytoremediation for trace element removal in dioxin-contaminated soils at Bien Hoa Airbase, Vietnam, ha esaminato per 40 mesi sette elementi: arsenico, cadmio, cromo, rame, nichel, piombo e zinco. È importante chiarire che, in questo caso, l’oggetto principale delle analisi erano i metalli in traccia presenti nei terreni contaminati da diossine, non la rimozione delle diossine stesse. I risultati hanno mostrato comportamenti diversi a seconda dell’elemento considerato. Il vetiver ha evidenziato potenzialità soprattutto nella fitostabilizzazione di cadmio e zinco, con una presenza significativa di questi elementi nelle radici e un trasferimento relativamente limitato verso i germogli. Per gli altri elementi, i risultati sono stati meno evidenti o meno uniformi. La ricerca suggerisce quindi che il vetiver possa contribuire alla gestione di alcuni contaminanti in determinate condizioni ambientali. Non dimostra, tuttavia, che la pianta sia efficace nello stesso modo per tutte le sostanze presenti in un terreno contaminato. Questo punto è essenziale anche per il caso di Seveso: la capacità di trattenere un metallo nelle radici non può essere automaticamente estesa alle diossine, che hanno caratteristiche chimiche e comportamenti ambientali differenti.

Riferimento scientifico: Application of vetiver grass phytoremediation for trace element removal in dioxin-contaminated soils at Bien Hoa Airbase, Vietnam, 2025.
DOI: https://doi.org/10.1080/15226514.2025.2509024

3. Lo studio del 2026: che cosa succede dopo 55 mesi

Un ulteriore approfondimento è arrivato nell’ottobre 2026 con la pubblicazione dello studio Depth-dependent trace metal speciation, bioavailability and soil–plant transfer across 55 months of vetiver phytoremediation at Bien Hoa Airbase, Vietnam, apparso sulla rivista Environmental Geochemistry and Health. Il lavoro ha seguito la sperimentazione per 55 mesi, analizzando i metalli a diverse profondità del terreno e studiandone la distribuzione tra forme chimiche con differente mobilità e disponibilità biologica. Sono stati inoltre esaminati il loro trasferimento e il loro accumulo nei tessuti vegetali. I risultati hanno confermato che il comportamento del vetiver varia considerevolmente a seconda dell’elemento. Il cadmio è risultato quello con la maggiore capacità di accumulo nella pianta: il fattore di bioaccumulo è rimasto superiore a uno durante il periodo considerato e, nell’intervallo di valutazione di 40 mesi, è aumentato di circa 2,3 volte. Per cromo e nichel, invece, la quota prevalente è risultata associata a forme residuali del terreno, meno disponibili. Lo studio ha anche documentato un episodio accidentale di incendio al cinquantaduesimo mese, che ha distrutto la parte aerea del vetiver senza eliminare le radici. Nei campioni successivi sono stati osservati aumenti di alcuni indici di trasferimento e accumulo, che gli autori collegano anche alla ricrescita della pianta. Si tratta di un risultato interessante, ma che necessita di ulteriori osservazioni per essere interpretato con sicurezza. Anche questo lavoro riguarda i metalli, non la capacità di degradare o rimuovere le diossine. Il suo contributo consiste soprattutto nel mostrare quanto sia importante considerare non soltanto la presenza totale di un contaminante, ma anche la sua forma chimica, la sua mobilità e la possibilità che venga assorbito dalle piante.

Riferimento scientifico: Depth-dependent trace metal speciation, bioavailability and soil–plant transfer across 55 months of vetiver phytoremediation at Bien Hoa Airbase, Vietnam, Environmental Geochemistry and Health, 2026, vol. 48, articolo 640.
DOI: https://doi.org/10.1007/s10653-026-03499-9

4. Che cosa possiamo concludere per Seveso?

Le ricerche condotte a Bien Hoa offrono indicazioni interessanti sulle potenzialità del vetiver negli interventi ambientali. Mostrano, però, anche perché sia necessario valutare ogni contaminante separatamente e distinguere tra processi che possono sembrare simili, ma che producono effetti diversi.

La fitostabilizzazione consiste nel trattenere o immobilizzare i contaminanti, riducendone potenzialmente la mobilità. La fitoestrazione, invece, prevede che le sostanze vengano assorbite dalla pianta e successivamente allontanate dal sito attraverso la raccolta della biomassa. Un terzo processo, la fitodegradazione, presuppone che i contaminanti siano trasformati o degradati attraverso l’attività della pianta o dei processi biologici a essa associati.

Lo studio del 2024 sulle diossine offre evidenze di accumulo nelle radici e di trasferimento molto limitato alle parti aeree. Non dimostra però in modo conclusivo che il vetiver provochi una riduzione significativa della contaminazione del suolo attraverso la rimozione o la degradazione delle diossine. Questo non significa che la strada sia da escludere. Significa che, prima di ipotizzare un’applicazione su larga scala a Seveso, occorrerebbe verificare sperimentalmente quali effetti il vetiver possa produrre nelle specifiche condizioni dei terreni interessati. Sarebbe importante misurare le concentrazioni iniziali e finali dei contaminanti nel suolo, confrontare aree trattate e aree di controllo comparabili, valutare la distribuzione delle sostanze tra terreno e tessuti vegetali e verificare l’eventuale degradazione con metodi analitici adeguati. Andrebbe inoltre affrontata la gestione della biomassa contaminata, soprattutto se l’intervento prevedesse la raccolta di radici o parti aeree. Un aspetto da non trascurare è che i risultati ottenuti in Vietnam non sono automaticamente trasferibili a Seveso. Le caratteristiche del terreno, la distribuzione della contaminazione, le condizioni ambientali e le modalità di gestione dell’area possono influire sull’efficacia di qualsiasi intervento.

domenica 25 ottobre 2026

Lombardia Si Muove: raccolta firme alla stazione di Seregno per migliorare il servizio ferroviario


Mercoledì 28 ottobre, doppio appuntamento in piazza XXV Aprile, davanti alla stazione di Seregno, per sostenere la proposta di legge regionale sul servizio ferroviario e i disservizi di Trenord.

Ritardi, soppressioni, treni affollati e informazioni non sempre sufficienti: sono problemi che tanti pendolari conoscono bene e che continuano a incidere sulla vita quotidiana di chi utilizza il trasporto ferroviario per andare al lavoro, a scuola o all'università. Per chiedere interventi concreti è stata lanciata Lombardia Si Muove, una campagna promossa da +Europa con l'obiettivo di raccogliere 5.000 firme per portare in Consiglio regionale una proposta di legge finalizzata a migliorare il servizio ferroviario lombardo.

La raccolta firme farà tappa anche a Seregno, mercoledì 28 ottobre, con due appuntamenti davanti alla stazione ferroviaria, in piazza XXV Aprile:

  • dalle 7 alle 9, al mattino, per intercettare i pendolari in partenza.
  • dalle 18 alle 20, nel tardo pomeriggio, per chi rientra.

La campagna Lombardia Si Muove individua cinque ambiti di intervento:

  • Trasparenza sui dati: rendere pubbliche e facilmente consultabili le informazioni su ritardi, soppressioni, affollamento e qualità del servizio.
  • Controlli indipendenti: affidare la verifica dei dati e della qualità del servizio a un soggetto terzo, distinto da chi gestisce il trasporto.
  • Rimborsi automatici: prevedere meccanismi di rimborso per gli abbonati in caso di disservizi.
  • Partecipazione dei pendolari: istituire un tavolo permanente con rappresentanti dei viaggiatori e delle associazioni dei consumatori.
  • Apertura alla concorrenza: avviare gare pilota su una quota limitata del servizio ferroviario, con l'obiettivo di migliorare qualità, efficienza e copertura.