giovedì 19 marzo 2026

Seregno. Nuovo ospedale al Dosso: una scelta sbagliata, ora lo conferma anche il Parco

L'area del Parco dove è stato proposto di costruire il nuovo ospedale.

Il dibattito sulla possibile realizzazione del nuovo presidio ospedaliero nell’area del Dosso a Seregno sta facendo emergere un elemento sempre più evidente: la crescente convergenza tra analisi e posizioni che, da tempo, mettono in guardia da una scelta ritenuta sbagliata sotto molteplici punti di vista.

Nel nostro precedente post "Nuovo ospedale di Seregno: una scelta già scritta dentro il Parco GruBrìa?" pubblicato lo scorso 20 febbraio sottolineavamo come l’ipotesi di edificare al Dosso rappresenti un consumo di suolo ingiustificato, in contrasto con i principi di rigenerazione urbana e con la necessità, ormai ampiamente riconosciuta, di preservare gli ultimi spazi aperti.

Il Giornale di Seregno. Richiamo in prima pagina.

Le recenti dichiarazioni di Arturo Lanzani, presidente del PLIS Grubria, pubblicate sul Giornale di Seregno di martedì 17 marzo scorso, vanno esattamente nella stessa direzione, rafforzando e legittimando ulteriormente queste preoccupazioni. Non si tratta di una semplice coincidenza, ma del segnale di una valutazione condivisa che attraversa competenze e ruoli diversi.

Lanzani parla apertamente di “gravissimo attentato alla salute pubblica”, introducendo un elemento fondamentale: la salute non può essere ridotta alla sola presenza di strutture sanitarie, ma comprende anche la qualità dell’ambiente, la vivibilità urbana e l’equilibrio del territorio. È esattamente il quadro in cui si inseriva anche la nostra analisi: costruire un ospedale sacrificando suolo agricolo e spazi aperti significa indebolire, e non rafforzare, il benessere complessivo della comunità.

Un primo punto di convergenza riguarda il consumo di suolo. L’area del Dosso rappresenta uno degli ultimi ambiti liberi e permeabili, già sottoposto a forti pressioni. La sua trasformazione appare in netta contraddizione con gli obiettivi di contenimento dell’espansione urbana. È lo stesso tema già evidenziato: continuare a costruire su aree libere, anziché intervenire sul patrimonio esistente, significa perpetuare un modello superato.

Un secondo elemento condiviso è quello dell’accessibilità. Lanzani evidenzia come un presidio sanitario debba essere integrato nel tessuto urbano e ben servito dal trasporto pubblico. La localizzazione al Dosso, invece, rischia di accentuare la dipendenza dall’auto privata. Anche in questo caso, la coincidenza con quanto già espresso è evidente: un ospedale deve essere facilmente raggiungibile da tutti, non solo da chi dispone di un mezzo proprio.

Altro punto centrale è la presenza di alternative. Lanzani richiama studi di fattibilità che individuano soluzioni meno impattanti, interne al tessuto urbano. Si tratta di un passaggio decisivo, perché dimostra che la contrarietà all’ipotesi del Dosso non è una posizione “contro”, ma una posizione “per”: per scelte più razionali, più sostenibili e più coerenti con una visione contemporanea della pianificazione.

Questa convergenza tra quanto già emerso nel dibattito pubblico e le parole del presidente del Parco assume oggi un valore particolare. Non siamo di fronte a opinioni isolate, ma a un quadro sempre più solido di valutazioni tecniche e culturali che indicano la stessa direzione.

Per questo, la tutela dell’area del Dosso non può essere liquidata come resistenza al cambiamento. Al contrario, rappresenta una richiesta chiara: orientare le scelte pubbliche verso soluzioni che tengano insieme salute, ambiente e qualità urbana.

In un momento in cui le decisioni sul futuro della sanità territoriale sono cruciali, ignorare questa convergenza sarebbe un errore. Ascoltarla, invece, significa costruire politiche più lungimiranti e realmente orientate all’interesse della collettività.

mercoledì 18 marzo 2026

Incendio alla Seval di Colico: il Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" chiede maggiori controlli


a cura del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


Il Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" esprime preoccupazione a seguito dell'ennesimo incendio presso l’impianto di trattamento rifiuti della ditta Seval di Colico.
Quello verificatosi lo scorso 16 marzo è solo l'ultimo di una serie di incendi che hanno interessato l'impianto di via La Croce a Colico. Si ricordano i precedenti incendi verificatisi a novembre e poi a dicembre del 2023, e poi ancora a novembre dello scorso anno, a cui appunto è seguito l'ultimo di questa settimana.
Le nostre preoccupazioni sono relative alle ricadute dirette, sull'aria e sulla salute pubblica, conseguenti alla dispersione di inquinanti in occasione degli incendi, il tutto legato al fatto che presso l'impianto vengono trattate batterie al litio e altri rifiuti elettronici (RAEE).

Alla luce di questi numerosi episodi di incendio, come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" nelle scorse ore abbiamo inoltrato una serie di richieste di informazioni agli Enti preposti al controllo delle attività di trattamento rifiuti, ovvero alla Provincia di Lecco, ad ARPA Lombardia e allo stesso Comune di Colico.
Nella nostra missiva abbiamo chiesto, riguardo all’impianto della ditta Seval:
- quali specifiche prescrizioni prevede l’Autorizzazione Integrata Ambientale – rilasciata dalla Provincia di Lecco – in relazione alla prevenzione del rischio incendio;
- quali sono gli esiti degli ultimi controlli eseguiti negli ultimi mesi/anni presso l’impianto, da parte degli Enti di controllo (ARPA, Provincia, Comune, per quanto di rispettiva competenza), per le attività svolte presso l’impianto in oggetto; chiedendo nello specifico quali controlli sono stati eseguiti in ordine alla tipologia e ai quantitativi dei rifiuti in entrata/uscita e trattati presso l’impianto, oltre alle modalità di deposito e trattamento delle batterie e degli altri rifiuti elettronici (RAEE), e della prevenzione del rischio di incendio.

Ora attendiamo le risposte e, in ogni caso, chiediamo maggiori controlli pubblici sull'attività svolta presso la Seval di Colico, ma anche su tutte le aziende che, in provincia di Lecco, eseguono il deposito e il trattamento dei rifiuti, attività di per sé a rischio incendio e dispersione di possibili inquinanti.

lunedì 16 marzo 2026

Pedemontana e il parco che scompare


C’è un’immagine che racconta più di molte parole lo stato delle cose.
In primo piano un cartello indica l’ingresso di un’area del Parco GruBrìa. Subito dietro, una recinzione delimita un cantiere. Oltre la rete, il terreno appare scavato, spianato, trasformato. Dove il cartello parla di parco, la realtà mostra un paesaggio di lavori e terra smossa.


È una fotografia scattata domenica durante una delle iniziative organizzate dai comitati NO Pedemontana sul territorio di Desio. I cittadini hanno chiamato l’iniziativa “Operazione Umarell”: una visita collettiva ai cantieri per osservare direttamente lo stato dei lavori e documentare ciò che sta accadendo.


L’immagine è diventata una delle più emblematiche della giornata. Il contrasto tra la segnaletica che indica un’area protetta e la trasformazione fisica del territorio restituisce con immediatezza la preoccupazione che da anni anima i comitati locali: la progressiva erosione di uno dei pochi corridoi verdi rimasti nella Brianza centrale.


La visita ai cantieri arriva a pochi giorni da un’assemblea pubblica molto partecipata, organizzata venerdì 13 marzo 2026 all’oratorio di Santa Margherita (Lissone). L’incontro ha riunito cittadini, attivisti e amministratori locali per fare il punto sulla situazione dell’infrastruttura e sulle iniziative future.

Secondo gli organizzatori, la serata ha rappresentato un momento importante di informazione e confronto. Diversi interventi hanno affrontato le criticità legate al progetto dell’autostrada Pedemontana, con particolare attenzione ai ricorsi amministrativi e agli impatti ambientali.


Tra i temi discussi c’è stato il ricorso al TAR sulla tratta breve e le difficoltà organizzative del progetto, che secondo alcuni interventi potrebbero riaprire spazi di opposizione all’opera. Al centro del dibattito anche la questione dei pedaggi sulla Milano-Meda e la possibilità di iniziative legali con associazioni di consumatori.

Uno dei punti più sentiti riguarda però la qualità dell’aria. Durante l’assemblea sono state raccolte firme per chiedere al Comune di Macherio una maggiore trasparenza sui dati della centralina installata presso la scuola Rodari.

La richiesta avanzata dai cittadini è chiara: pubblicazioni mensili dei dati sugli inquinanti, accessibili attraverso i canali istituzionali del Comune, con confronti rispetto ai limiti di legge, alle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e ai dati delle altre centraline della provincia.


Secondo i promotori, il monitoraggio continuo è fondamentale per comprendere l’evoluzione della qualità dell’aria durante le diverse fasi dei cantieri. Una singola rilevazione, spiegano, non è sufficiente: solo una serie storica di dati può restituire un quadro reale dell’impatto ambientale.

Un altro tema emerso durante l’assemblea riguarda il consumo di suolo. Nei prossimi mesi i comitati intendono promuovere un incontro dedicato alla rigenerazione del terreno e alla cosiddetta “depavimentazione”, cioè la rimozione di superfici asfaltate o cementificate per restituire permeabilità e funzioni ecologiche al suolo.

Parallelamente, resta alta l’attenzione sulle politiche urbanistiche locali. A Lissone l’amministrazione comunale ha dichiarato che il prossimo piano urbanistico non prevederà nuovi insediamenti commerciali, industriali o civili. I comitati intendono vigilare affinché questo impegno venga effettivamente mantenuto.

Bonifica da diossina: i dubbi degli ambientalisti sulla trasparenza di Pedemontana


Prosegue tra difficoltà e richieste di chiarimento il confronto tra i gruppi ambientalisti, alcune liste civiche del territorio e la società Autostrada Pedemontana Lombarda sullo stato della bonifica dalla diossina nelle aree interessate dalla costruzione dell’autostrada.

Secondo quanto segnalato da Sinistra e Ambiente – Impulsi di Meda, insieme a Legambiente Seveso, Seveso Futura, Passione Civica, Altra Bovisio, Comitato Ambiente Bovisio e Cittadini per Lentate, continua a essere complicato ottenere informazioni complete e tempestive sull’andamento delle operazioni di bonifica nelle zone di Meda, Seveso e Cesano Maderno.

Le difficoltà emergono nonostante l’esistenza di un tavolo permanente dedicato al monitoraggio degli interventi.

Analisi chimiche e criteri diversi tra i laboratori


Tra i documenti ottenuti attraverso l’accesso agli atti compare il verbale di una riunione tenutasi il 26 gennaio 2026 tra ARPA Lombardia, i soggetti coinvolti nella bonifica e i laboratori incaricati delle analisi chimiche.

Durante le verifiche, ARPA ha riscontrato disallineamenti tra i risultati delle proprie analisi e quelli dei laboratori incaricati dalle imprese coinvolte nella bonifica. Il problema riguarda il criterio utilizzato per calcolare la concentrazione complessiva di diossine nei campioni di terreno.

Per uniformare i risultati, ARPA ha stabilito che tutti debbano applicare il criterio denominato “Medium Bound”, che considera nella somma delle diossine anche i valori minimi, cioè quelli inferiori al limite di rilevabilità degli strumenti.

I laboratori privati avevano invece utilizzato criteri differenti:

  • Upper Bound
  • Lower Bound

Queste diverse metodologie possono portare a risultati leggermente diversi nella stima della contaminazione. Per questo motivo ARPA ha richiesto che tutti i rapporti di prova vengano riallineati al criterio Medium Bound, con la produzione di nuovi referti aggiornati.

Nel corso della riunione sono state inoltre segnalate alcune discrepanze nelle analisi effettuate da due laboratori su specifiche aree sorgenti, oltre a una incongruenza nella definizione del perimetro dell’area sorgente 44 nel lotto 5 di Cesano Maderno.

Alcuni campioni superano i limiti di bonifica

Gli aggiornamenti più recenti sulle analisi riguardano alcune aree del lotto 3VAR di Cesano Maderno.

Per l’area sorgente SC58.2, tre campioni su quattro analizzati risultano superiori al limite di bonifica di 10 ng/kg, con valori di:

  • 34 ng/kg
  • 23 ng/kg
  • 24 ng/kg

Una situazione analoga riguarda l’area SC59.2, dove tre campioni superano il limite con valori pari a:

  • 11 ng/kg
  • 19 ng/kg
  • 12 ng/kg

Questi dati emergono dai rapporti di prova dei laboratori incaricati dalle imprese, mentre mancano ancora i risultati delle analisi di ARPA, necessari per la verifica definitiva del collaudo delle operazioni di bonifica.

La situazione a Meda

Al 2 marzo 2026 risultano disponibili solo i rapporti di prova dei laboratori di parte su alcune aree del lotto 1 di Meda. Qui l’obiettivo di bonifica è meno restrittivo, poiché si applica il limite previsto per aree industriali: 100 ng/kg.

Dai dati disponibili emerge che:

  • l’area A1.1 presenta un valore di 130 ng/kg, superiore al limite
  • l’area A1.2 registra 140 ng/kg, anch’esso sopra soglia
  • le aree A1.3, A2.1, A2.2 e A42 risultano invece entro i limiti

Anche in questo caso manca ancora il confronto con le analisi di ARPA, indispensabile per stabilire se gli obiettivi di bonifica siano stati effettivamente raggiunti.

Quasi 8.000 tonnellate di terreno contaminato

Un altro punto sollevato dai gruppi ambientalisti riguarda il destino di 7.917,82 tonnellate di terreno contaminato da diossina proveniente dalle aree della bonifica. Secondo la risposta ufficiale di Pedemontana, questi materiali sono stati conferiti all’impianto Viter S.r.l. Si tratta però di un impianto di trattamento e non di una discarica, motivo per cui le associazioni avevano chiesto chiarimenti sulla destinazione finale dei rifiuti.

Cosa significa la risposta tecnica di Pedemontana

Nella comunicazione inviata agli ambientalisti, Pedemontana utilizza una serie di codici previsti dalla normativa sui rifiuti.

In sintesi, il terreno contaminato:

  • è stato classificato come rifiuto EER 17.05.04 (terre e rocce da scavo non pericolose);
  • è stato conferito con operazione D15, che indica un deposito preliminare prima dello smaltimento finale;
  • successivamente viene sottoposto all’operazione D13, cioè un raggruppamento preliminare dei rifiuti prima del loro invio ad altri impianti.

In pratica, secondo l’interpretazione delle associazioni, l’impianto di Saronno svolgerebbe una funzione di stoccaggio e smistamento, mentre lo smaltimento finale avverrebbe in un secondo momento presso altre strutture, probabilmente discariche autorizzate.

La questione della tracciabilità finale

Un passaggio della risposta di Pedemontana riguarda anche una modifica normativa introdotta nel 2021 nel Testo Unico Ambientale. Questa modifica ha eliminato l’obbligo per il produttore del rifiuto di ottenere l’“attestazione di avvenuto smaltimento”, documento che in passato certificava il destino finale dei rifiuti. Secondo Pedemontana, ciò significa che l’obbligo del produttore termina con la consegna del rifiuto all’impianto che lo prende in carico, in questo caso Viter. Di conseguenza, la società ritiene di non essere tenuta a indicare la discarica finale in cui verranno smaltite le terre contaminate.

Nuovi scavi dove la bonifica non è sufficiente

Laddove i campionamenti hanno evidenziato concentrazioni di diossina ancora superiori ai limiti, Pedemontana ha comunicato che saranno necessari ulteriori scavi e approfondimenti. Sono già stati effettuati nuovi campionamenti sui terreni ancora da rimuovere, con l’obiettivo di:

  • classificare correttamente il tipo di rifiuto
  • predisporre i piani di smaltimento
  • organizzare nuove piste di cantiere per raggiungere le celle ancora contaminate

Ambientalisti chiedono un nuovo incontro pubblico

Alla luce di questi elementi, i gruppi ambientalisti e le liste civiche coinvolte hanno chiesto la convocazione di un nuovo incontro del Tavolo Permanente sui lavori di bonifica. L’ultimo confronto ufficiale risale infatti al 17 novembre 2025. Secondo le associazioni, un aggiornamento pubblico è necessario per fare chiarezza su:

  • lo stato reale della bonifica
  • i risultati completi delle analisi
  • il destino finale dei terreni contaminati

Temi particolarmente sensibili per un territorio che continua a fare i conti con l’eredità della contaminazione da diossina legata al disastro industriale della fabbrica Icmesa del 1976.

Meda: una camminata con le scuole per inaugurare il Sentiero della Vigna e del Vecchio Mulino


Nei prossimi giorni sarà inaugurato il “Sentiero della Vigna e del Vecchio Mulino”, un percorso naturalistico che restituisce alla città di Meda un collegamento tra natura, storia e memoria del territorio. L’iniziativa è promossa dal WWF Insubria, con il coinvolgimento delle scuole del territorio e il supporto dell’amministrazione comunale e di numerosi volontari.

Il primo appuntamento è previsto venerdì 27 marzo dalle ore 10 alle ore 11, quando si terrà una "camminatina" inaugurale insieme agli studenti della scuola primaria Istituto Comprensivo Diaz e a una delegazione della scuola secondaria Anna Frank. Alla passeggiata parteciperanno anche i volontari delle associazioni che hanno contribuito ai lavori di recupero del percorso.


Il breve itinerario, di poco più di 400 metri, partirà dal parcheggio interno della scuola Anna Frank e condurrà fino all’area boscata accanto al Vecchio Mulino di Meda, uno degli elementi storici più significativi della zona della Vigna. Lungo il sentiero saranno installati pannelli informativi e una bacheca nei pressi del mulino, che accompagneranno i visitatori alla scoperta delle caratteristiche naturalistiche e storiche dell’area.

Il progetto nasce al termine di un primo ciclo di interventi di forestazione e manutenzione delle aree verdi vicine ai plessi scolastici e ai principali elementi di interesse storico-ambientale della zona. Nell’ambito dell’iniziativa, il WWF Insubria ha proposto di dedicare il sentiero alla memoria di Corrado Marelli.

A sinistra il frutteto, a desta il bosco di carpini e querce

Un secondo momento di inaugurazione, aperto a tutta la cittadinanza, si terrà sabato 28 marzo dalle ore 11 con accesso dalla prosecuzione di via Molino, in occasione della Earth Hour 2026, la mobilitazione globale per l’ambiente promossa dal WWF. Durante la giornata verranno messe a dimora altre venti essenze vegetali per delineare il viale di accesso al sentiero dal lato sud-est e saranno installate alcune casette-nido per gli uccelli.

venerdì 13 marzo 2026

Pedemontana sotto osservazione: cittadini tornano nei cantieri con l’Operazione Umarell 2


Domenica 15 marzo 2026 torna l’Operazione Umarell. Dopo la prima iniziativa organizzata a gennaio, che aveva richiamato cittadini e attivisti davanti ai cantieri della Pedemontana per osservare e documentare ciò che sta accadendo sul territorio, l’appuntamento si rinnova con una seconda edizione.

L’iniziativa, ribattezzata Operazione Umarell 2, si terrà alle ore 10 alla rotonda tra via Mazzini e via Carlo Alberto Dalla Chiesa a Lissone. A promuoverla sono il Comitato NO Pedemontana, il Comitato Suolo Libero e il M.U.LO.Movimento Umarell in Lotta, che invitano cittadini e cittadine a partecipare per monitorare insieme l’avanzamento dei cantieri e documentare le trasformazioni che stanno interessando il territorio della Brianza.

Il riferimento ironico alla figura dell’“umarell” – il pensionato che osserva i lavori nei cantieri – è diventato negli ultimi mesi un modo per trasformare uno stereotipo in un gesto di cittadinanza attiva. L’obiettivo non è semplicemente guardare, ma osservare con attenzione, raccogliere informazioni, fotografare, segnalare. In altre parole, esercitare una forma di controllo civico su opere che stanno producendo impatti profondi sull’ambiente e sul paesaggio.

La prima Operazione Umarell, svoltasi a fine gennaio, aveva proprio questo intento: dimostrare che, anche quando i cantieri sono già aperti e il territorio appare ormai segnato, non è necessario rassegnarsi. Restare presenti, documentare ciò che accade e condividere le informazioni con la comunità significa continuare a prendersi cura del proprio territorio.

Secondo gli organizzatori, il monitoraggio dal basso è oggi più che mai fondamentale. In questo senso l’Operazione Umarell 2 non vuole essere soltanto un momento simbolico, ma un invito a una pratica costante di attenzione civica. Osservare e documentare diventa così una forma di protesta pacifica: un modo per non distogliere lo sguardo, per rendere visibili le trasformazioni in corso e per ricordare che il territorio non è uno spazio astratto, ma il luogo in cui vive una comunità.

giovedì 12 marzo 2026

Meda: una passeggiata urbana per riscoprire il torrente Tarò e il legame tra donne e acqua


Dopo la partecipata iniziativa della scorsa domenica 8 marzo, il Comitato Parco Regionale Groane - Brughiera torna a proporre a Meda un nuovo momento di incontro tra ambiente, memoria e cultura. Domenica 15 marzo è infatti in programma (ATTENZIONE: ANNULLATA A CAUSA MALTEMPO) la seconda passeggiata urbana dedicata al tema “Donna e Acqua”, un percorso che attraverserà il paese seguendo i ponti che scavalcano il torrente Tarò.


L’iniziativa porta il titolo “Ricordando un 22 settembre – Passeggiata urbana per ri-conoscere un torrente” e rappresenta un invito a guardare con occhi nuovi uno dei corsi d’acqua che attraversano la Brughiera e il tessuto urbano di Meda, spesso poco conosciuto o invisibile nella quotidianità.


Il ritrovo è fissato alle ore 14.45 presso il ponte di via Luigi Rho (zona “Svizzera”), nei pressi del civico 13. Da qui i partecipanti inizieranno un itinerario che toccherà diversi punti della città, seguendo idealmente il corso del torrente: via Parini, piazza Cavour, vicolo Tarò, il ponte di via Cialdini, via P. Orsi con il ponte ciclopedonale, via Solferino, via De Amicis, corso Europa e l’area parcheggio sul Tarò accanto alla scuola dell’infanzia Maria Bambina. Il percorso proseguirà poi verso l’area dell’oratorio Santo Crocifisso in piazza del Lavoratore, fino a raggiungere il ponte di via dei Cipressi.


La passeggiata si concluderà intorno alle 16.45, per consentire ai partecipanti di raggiungere la sala civica Radio dove si terrà lo spettacolo teatrale “E l’acqua parlò alle donne”, proposto dal Teatro Vivo Gli Antistress.


Durante il cammino verranno narrati i contenuti degli arazzi realizzati dal gruppo delle Teresine per l’8 marzo, che intrecciano storie, simboli e riflessioni sul rapporto tra donne e acqua.


Allo stesso tempo, la passeggiata offrirà l’occasione per riflettere su ciò che i ponti attraversano: un corso d’acqua che percorre l’intera Brughiera e che nel tempo ha subito trasformazioni, interventi e problemi ambientali. Un modo per comprendere cosa scorre sotto questi ponti – e talvolta purtroppo anche sopra – e per riscoprire l’importanza di questo elemento naturale nel paesaggio locale.

L’obiettivo è anche quello di riportare l’attenzione sul torrente Tarò e sulla necessità di restituirgli vita e dignità, valorizzandolo come patrimonio ambientale del territorio.

Un fine settimana di iniziative



La passeggiata di domenica si inserisce in un programma più ampio dedicato al tema Donna e Acqua. Sabato 14 marzo, alle ore 17.00, presso la Medateca, si terrà infatti il reading “Da’ nome ai miei fiumi”, con letture di testi scritti da donne sul rapporto tra femminile e acqua, a cura del gruppo di lettura degli Amici della Medateca.


Con queste iniziative, gli organizzatori invitano cittadini e appassionati di ambiente a partecipare numerosi a una “escursione urbana” fuori dall’ordinario, capace di unire cultura, memoria e attenzione al territorio.

La passeggiata dello scorso 8 marzo – documentata dalle fotografie che accompagnano questo articolo – ha già mostrato quanto queste occasioni possano diventare momenti preziosi per riscoprire il paesaggio nascosto della città e il valore dei suoi corsi d’acqua.