martedì 31 marzo 2026

Pedemontana “D breve”: la risposta di Regione Lombardia conferma tutti i dubbi


Nei giorni scorsi è arrivata la risposta dell’assessora alle Infrastrutture Claudia Terzi all’interrogazione presentata dalla consigliera regionale Michela Palestra sulla cosiddetta “D breve” della Pedemontana.

Una risposta attesa, soprattutto dopo le forti prese di posizione dei sindaci del Vimercatese e della Brianza e i ricorsi al TAR contro l’approvazione del progetto.

Ma leggendo il documento emerge con chiarezza un elemento di fondo: la Regione non entra nel merito delle criticità sollevate, limitandosi a difendere la correttezza formale della procedura seguita.

Ed è proprio qui che sta il problema.

Il punto centrale della vicenda resta uno: la “D breve” è davvero una semplice variante del progetto approvato nel 2009? La risposta regionale afferma che: il progetto “è stato inquadrato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (‘MIT’) e da CAL quale variante […] al progetto definitivo […] approvato dal CIPE con delibera n. 97/2009”. Ma non spiega perché. Non entra nel merito delle contestazioni dei Comuni, che sostengono invece che si tratti, di fatto, di una nuova opera:

  • con un tracciato diverso
  • con impatti ambientali aggiornati
  • in un contesto territoriale profondamente cambiato

Questa non è una questione tecnica secondaria: è il nodo che consente di applicare una procedura semplificata. Eppure, nella risposta, viene semplicemente data per acquisita.

La Regione rivendica la correttezza dell’iter seguito, richiamando la normativa che consente al soggetto aggiudicatore di approvare varianti senza passaggio dal CIPESS: “le varianti […] sono approvate esclusivamente dal soggetto aggiudicatore […] qualora non superino del 50 per cento il valore del progetto approvato”. E aggiunge che il MIT ha dato indicazione a CAL di procedere in questo modo.
Tutto formalmente corretto, dunque.
Ma qui emerge il classico schema delle grandi opere: “possiamo farlo” → diventa automaticamente → “è giusto farlo”. È proprio questo salto che manca nella risposta.

Non viene mai spiegato:

  • se questa procedura fosse adeguata per un’opera così impattante
  • se fosse opportuno evitare un passaggio più ampio e trasparente
  • se fosse corretto ridurre il coinvolgimento degli enti locali

La legittimità giuridica viene fatta coincidere con la legittimità politica. E non sono la stessa cosa.

La Regione sottolinea che:

  • nel 2022 ci sono stati incontri con il territorio
  • nel 2023 ulteriori confronti nell’ambito della Conferenza dei Servizi

Ma si tratta di momenti:

  • precedenti alla versione definitiva del progetto
  • orientati a “ottimizzazioni” e mitigazioni
  • non a una discussione sulle scelte di fondo

In altre parole, i territori sono stati coinvolti a valle, non a monte.

Non risulta un reale spazio per discutere:

  • se l’opera fosse necessaria
  • se esistessero alternative meno impattanti
  • quale modello di mobilità si volesse per l’area

Uno dei passaggi più deboli riguarda la comunicazione dell’approvazione. La Regione afferma: “la pubblicità dell’atto approvativo sia stata assicurata” e che la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale “non può intendersi come ‘condotta lesiva’”.

Formalmente, è vero. Ma sostanzialmente?

La pubblicazione è avvenuta:

  • nel Foglio delle Inserzioni
  • senza una reale comunicazione pubblica
  • senza un momento di confronto istituzionale

Questo significa che un atto che:

  • ha effetti urbanistici
  • impone vincoli espropriativi
  • incide pesantemente sul territorio

è stato reso noto in modo tecnicamente corretto ma politicamente minimale. Legalità non è sinonimo di trasparenza.

C’è un elemento che colpisce più di tutti. Nella risposta:

  • non si parla praticamente mai di ambiente
  • nessun riferimento al P.A.N.E.
  • nessuna valutazione sugli impatti
  • nessun cenno alle alternative

Eppure è proprio su questo che si concentrano le preoccupazioni dei territori. La questione viene trattata come un problema amministrativo, non come una scelta che:

  • consuma suolo
  • frammenta ecosistemi
  • compromette aree agricole
  • contraddice gli obiettivi climatici

Nel complesso, la risposta dell’assessora Terzi:

  • chiarisce il quadro normativo, ma evita il confronto politico
  • difende la procedura, ma non giustifica la scelta

Resta quindi intatto il cuore delle criticità sollevate da amministrazioni locali e cittadini. E resta soprattutto quella sensazione già vista in molte altre grandi opere: quando esiste una scorciatoia procedurale, la si utilizza e il fatto che sia possibile diventa automaticamente una giustificazione

La vicenda della “D breve” non riguarda solo un’infrastruttura. Riguarda il modo in cui si prendono decisioni che cambiano il territorio.

  1. Qual è il ruolo dei Comuni?
  2. Quanto pesa la tutela ambientale?
  3. Che spazio ha il confronto pubblico?

Finché a queste domande si risponderà solo con articoli di legge e riferimenti procedurali, il rischio è sempre lo stesso: decisioni già prese, territori chiamati solo a prenderne atto. E la Brianza, ancora una volta, paga il prezzo più alto.

Nuovo ospedale nel Parco GruBrìa: è arrivato il momento di aprire un vero confronto civico pubblico

L'area agricola all'interno del Parco GruBrìa, dove si ipotizza di costruire il nuovo ospedale

Il dibattito sul nuovo ospedale di Seregno continua ad arricchirsi di riflessioni e preoccupazioni legittime. Significa che il tema è sentito e che i cittadini non intendono restare spettatori di una scelta che avrà effetti profondi e duraturi sul territorio.

Come già evidenziato su questo blog, la prospettiva di realizzare il nuovo presidio sanitario all’interno del Parco GruBrìa solleva criticità rilevanti, sia sul piano ambientale sia su quello urbanistico. Parliamo di uno degli ultimi ambiti agricoli continui della Brianza centrale, in un contesto che ha già superato il 54% di suolo consumato. Una trasformazione di questa scala non può essere considerata una scelta come le altre.

Ma proprio perché la posta in gioco è così alta, il punto oggi non è soltanto ribadire le ragioni del “no” a una localizzazione nel Parco. È fare un passo ulteriore: chiedere che il processo decisionale sia all’altezza della complessità del tema.

Ad oggi, il confronto pubblico appare limitato. Le alternative vengono presentate in modo non pienamente equilibrato, mentre l’ipotesi del Dosso sembra già accompagnata da una visione progettuale più avanzata. Allo stesso tempo, restano sullo sfondo questioni fondamentali: il reale fabbisogno sanitario, il rapporto con le strutture esistenti, le possibili soluzioni a scala sovracomunale, gli impatti infrastrutturali e viabilistici.

Non si tratta semplicemente di scegliere “dove” costruire. Si tratta di decidere quale modello di sanità e quale idea di territorio vogliamo per i prossimi decenni.

Per questo riteniamo che sia arrivato il momento di aprire un vero confronto civico pubblico, promosso dall’Amministrazione comunale, capace di coinvolgere tutti i soggetti interessati.

Un percorso trasparente e strutturato che metta intorno allo stesso tavolo:
  • il Comune
  • l’ASST
  • i progettisti
  • il Parco GruBrìa
  • le principali associazioni del territorio (ACLI, Legambiente, Amici del Parco GruBrìa, ecc.)
  • cittadini, operatori sanitari e portatori di interesse
Non un semplice momento informativo, ma un processo di confronto reale, basato su dati, scenari alternativi e valutazioni comparate.

Una proposta di questo tipo non rappresenta un ostacolo alle decisioni, ma un’opportunità.

Le risorse in gioco sono pubbliche. L’impatto sul territorio sarà permanente. Le conseguenze riguarderanno non solo Seregno, ma un’area ben più ampia della Brianza.

Per queste ragioni, riteniamo che una decisione così rilevante non possa essere percepita come già definita, né ridotta a un’alternativa tra accettare una soluzione o rischiare di perdere tutto.

Aprire un confronto civico oggi significa prendersi il tempo per decidere meglio.
Significa evitare divisioni domani.
Significa, soprattutto, rispettare il territorio e la comunità che lo abita.

Su una scelta di questa portata, non restare inattivi non vuol dire solo prendere posizione.
Vuol dire costruire le condizioni perché la decisione sia davvero pubblica, consapevole e condivisa.

Triangolo Lariano: rischio inquinamento per fiume Lambro e lago di Pusiano


di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"

C'è il continuo e concreto rischio di inquinamento del fiume Lambro e del lago di Pusiano. Una delle principali cause: il 60% circa delle fognature dei comuni del Triangolo Lariano sono ancora di tipo misto. Com'è risaputo, questo tipo di fognature mette in sofferenza tutto il sistema di raccolta e depurazione delle acque reflue, in particolare incide negativamente sulla gestione del depuratore di Merone e degli sfioratori di piena, col concreto rischio di inquinare le acque superficiali.
Questa è l'analisi che il nostro Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" sta conducendo, sulla base dei dati che ci sono stati forniti sia dall'Ambito Territoriale Ottimale (A.T.O.) della provincia di Como, sia dal gestore del servizio idrico, ovvero dalla società Como Acqua. I dati del censimento delle fognature, seppur indicativi e provvisori, sono abbastanza sconfortanti. Come accennato, mediamente solo il 40 per cento circa delle reti fognarie dei 30 comuni del Triangolo Lariano sono separate tra acque chiare e acque scure. Il che significa che circa il 60% è ancora di tipo misto! 
I dati sono comunque molto differenziati da comune a comune. Si va dai municipi messi peggio, con ad esempio Magreglio che ha il 97% circa delle fognature di tipo misto, a cui seguono Sormano, Torno e Blevio con oltre il 90 per cento. Significativo poi il dato dei due tra i comuni più popolosi del Triangolo Lariano: Erba con il 76% delle fognature ancora di tipo misto, e Canzo con il 66%. E poi dall'altra parte ci sono, fortunatamente, i comuni virtuosi, ovvero quelli con la maggior parte delle reti separate: si va dal 100% di Pusiano e Pognana Lario, al 97% di Brunate, al 94% di Tavernerio. 
Ma, come detto, facendo un totale ponderato (in base al numero degli abitanti), risulta che all'incirca il 60% delle fognature di tutto il Triangolo Lariano sono ancora di tipo misto. Questo comporta che, in caso di forti acquazzoni, nei collettori fognari arrivino troppe acque piovane, che conseguentemente mettono in sofferenza le tubazioni e gli sfioratori di piena, costretti a scaricare le acque miste - contenenti reflui inquinanti - nelle rogge, nei fiumi o addirittura nei laghi. In tali situazioni, ad esempio il lago di Pusiano rischia un sensibile peggioramento della qualità delle proprie acque, già normalmente inquinate.
 

Per risolvere questi problemi, bisognerebbe in termini prioritari utilizzare gli investimenti pubblici - destinati al risanamento ambientale - proprio per rendere più efficienti le fognature. In definitiva occorre anzitutto separare le acque chiare dalle acque scure, oltre che - ovviamente - realizzare le tubazioni nelle località del Triangolo Lariano che ancora oggi non sono dotate di fognatura pubblica. 
Il tutto per raggiungere l'obiettivo del risanamento delle acque del bacino del fiume Lambro e dei laghi, a partire dal lago di Pusiano. 
Questo tema degli scarichi fognari sarà uno degli argomenti che verranno trattati nel corso dell'incontro pubblico che come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" abbiamo previsto per la sera del 10 aprile a Pusiano; il titolo dell'incontro sarà: “Come sta il lago di Pusiano? - Qualità delle acque del lago tra inquinamento e crisi climatica”.

lunedì 30 marzo 2026

Alzate Brianza. In tanti alla scoperta dei rapaci notturni allo Zoc del Peric


a cura del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"

La “Serata sui rapaci notturni allo Zoc del Peric”, tenutasi sabato 28 marzo, ha ottenuto un ottimo riscontro. Soddisfatti gli organizzatori, ovvero il Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" e l’associazione Le Contrade.

Presenti una sessantina di persone, tra cui una decina di bambini, alla presentazione del libro di Marco Mastrorilli, esperto di rapaci notturni, che ha raccontato da cosa nascono leggende e modi di dire su gufi e civette. Ha quindi presentato le specie target dell’incontro, indicando comportamenti e luoghi dove poterle osservare, introducendo anche i versi che sarebbero stati utilizzati durante l’uscita.


Dopo una breve spiegazione del comportamento da tenere durante l’uscita per non disturbare eccessivamente la fauna, i partecipanti si sono recati all’area umida dello “Zoc del Peric”, dove, in diverse postazioni, Mastrorilli ha lanciato i richiami. Ben quattro allocchi hanno risposto, indicando una buona presenza della specie, mentre non si è fatta sentire la civetta.

Si ricorda che nell’area del parco dello “Zoc del Peric” sono state censite oltre 100 specie diverse di uccelli, tra stanziali e migratori, diurni e notturni. Questo dato conferma l’importanza della conservazione naturalistica di queste aree, fortunatamente risparmiate dalla cementificazione.

La prossima uscita serale è programmata per sabato 2 maggio, sempre allo “Zoc del Peric”, e riguarderà gli anfibi, in occasione dell’evento internazionale “Save the Frogs Day 2026”.

domenica 29 marzo 2026

Nuovo ospedale di Seregno: una scelta coerente con il programma elettorale?

Fonte immagine: Wikipedia

Nel dibattito in corso sulla realizzazione del nuovo ospedale di Seregno emerge una questione che finora è rimasta sullo sfondo, ma che merita attenzione: la coerenza di questa scelta con il programma amministrativo presentato agli elettori nel 2023 (per scaricarlo cliccare qui).

Nel documento con cui l’attuale maggioranza si è presentata alle elezioni non compare alcun riferimento alla costruzione di un nuovo presidio ospedaliero. Al contrario, sul piano urbanistico e ambientale vengono indicati alcuni indirizzi molto chiari, più volte ribaditi nel testo.

Tra questi, in particolare, l’obiettivo del “consumo di suolo zero” e la priorità della rigenerazione delle aree dismesse, indicata come modalità privilegiata per rispondere ai bisogni della città senza ulteriore espansione urbana.

Si tratta di principi che non hanno un valore meramente tecnico, ma rappresentano un orientamento politico preciso: contenere l’uso di nuovo suolo, valorizzare il patrimonio esistente e limitare l’impatto delle trasformazioni sul territorio.

Alla luce di questi indirizzi, l’ipotesi di realizzare un nuovo ospedale su un’area agricola, per di più all’interno del Parco GruBrìa, introduce una evidente tensione tra quanto dichiarato nel programma e le scelte che oggi sembrano prendere forma nel dibattito pubblico.

Non si tratta di una questione formale, ma sostanziale. Una decisione di questo tipo non è neutra: implica consumo di suolo, trasformazione permanente di un’area libera e incide su uno degli ambiti più delicati del territorio.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento. Proprio perché il nuovo ospedale non era tra gli interventi esplicitamente indicati nel programma, gli elettori non si sono espressi su questa specifica scelta.

Questo non mette in discussione la legittimità dell’amministrazione, ma pone un tema di metodo. Quando emergono decisioni così rilevanti e non previste nel mandato elettorale, diventa ancora più importante costruire momenti di confronto pubblico ampi e strutturati.

Assemblee, percorsi partecipativi, occasioni di approfondimento: strumenti che permettono di discutere nel merito le alternative, valutare gli impatti e rendere trasparenti le motivazioni delle scelte.

L’ampio consenso elettorale ottenuto dal sindaco rappresenta una base solida per governare, ma non esaurisce la necessità di costruire condivisione su decisioni specifiche che non erano contenute nel programma e che incidono in modo significativo — e non reversibile — sul futuro della città.

Per questo, il tema della coerenza non riguarda solo il passato, ma anche il modo in cui si costruiscono le decisioni nel presente.

Se davvero si ritiene che la realizzazione di un nuovo ospedale — eventualmente anche su suolo agricolo — sia la scelta più corretta, è necessario dirlo con chiarezza e motivarlo pubblicamente, spiegando perché questa opzione sia compatibile, o eventualmente debba prevalere, rispetto agli obiettivi di consumo di suolo zero e rigenerazione urbana indicati nel programma.

Solo così il confronto può diventare reale e le decisioni realmente condivise.

sabato 28 marzo 2026

Verde urbano a Seregno: tra nuove piantumazioni e alberi abbattuti


Il tema del verde urbano è tornato al centro dell’attenzione a Seregno, dopo un intervento del sindaco Alberto Rossi sulla propria pagina Facebook. Il post, pubblicato in concomitanza con episodi di forte vento, prova a tenere insieme due aspetti spesso percepiti come contrapposti: la sicurezza e la tutela del patrimonio arboreo.

Il sindaco parte da un punto sensibile, quello degli abbattimenti, sottolineando come ogni intervento venga effettuato sulla base di perizie agronomiche e con l’obiettivo di prevenire rischi, soprattutto in condizioni meteorologiche avverse. “Ogni albero abbattuto è un dispiacere”, scrive Rossi, ribadendo però la necessità di intervenire su piante morte o malate.

Accanto a questo, l’amministrazione mette in evidenza l’attività di piantumazione: 210 nuove piante messe a dimora nelle ultime settimane in diverse zone della città, tra parchi, scuole e strade, per un investimento di circa 70 mila euro. Il messaggio conclusivo è chiaro: “Tagliare quando serve, ma soprattutto piantare, rigenerare, far crescere”.

Un’impostazione che, almeno nei principi, trova il nostro consenso: intervenire quando non ci sono alternative e, al tempo stesso, investire sul verde. Tuttavia, il dibattito sul tema è più ampio e complesso, e non si esaurisce nel semplice equilibrio tra abbattimenti e nuove piantumazioni.

Uno dei punti più discussi riguarda proprio il rapporto tra alberi abbattuti e alberi piantati. Nel post del sindaco vengono forniti dati dettagliati sulle nuove messe a dimora, ma non sul numero delle piante rimosse. Un elemento che è importante per valutare in modo completo le politiche sul verde.

C’è poi una questione di natura qualitativa, oltre che quantitativa. Come sottolineano molti esperti, non tutti gli alberi hanno lo stesso valore. Un albero adulto, con decenni di crescita alle spalle, svolge funzioni ecosistemiche – dall’assorbimento di CO₂ alla regolazione del microclima, fino al supporto alla biodiversità – che una pianta giovane non può garantire nel breve periodo.

Su questo punto è particolarmente netto Daniele Zanzi, agronomo di fama internazionale ed esperto di alberi monumentali. In una recente intervista ha evidenziato come la sostituzione di alberi maturi con nuove piantumazioni non sia, di per sé, una compensazione equivalente: il valore ecosistemico di una pianta adulta è “nettamente superiore” rispetto a quello di un giovane albero.

Zanzi richiama, a questo proposito, anche una stima del professor William Moomaw: per compensare il valore di un solo albero abbattuto di circa 80 anni di vita, sarebbe necessario mettere a dimora oltre 3000 nuove piante con una circonferenza del tronco non inferiore a 14 centimetri, in modo da garantire fin da subito una funzione fotosintetica significativa.

Zanzi richiama anche l’attenzione su un aspetto spesso trascurato: ogni albero non è un elemento isolato, ma un piccolo ecosistema che ospita fauna, funghi e microrganismi. La sua rimozione comporta quindi una perdita più ampia rispetto alla sola pianta.

Un altro tema riguarda la gestione del rischio. Secondo l’agronomo, il pericolo di caduta spontanea degli alberi è generalmente molto basso, mentre una parte significativa degli incidenti sarebbe legata a manutenzioni non corrette o a danni all’apparato radicale causati da interventi umani. Da qui l’invito a puntare maggiormente sulla cura e sulla gestione corretta del patrimonio esistente.

Questo non significa negare la necessità degli abbattimenti in presenza di situazioni di reale pericolo, ma piuttosto inserirli in una visione più ampia, che privilegi – quando possibile – la conservazione e la cura delle piante mature.

Il punto di incontro tra queste diverse posizioni sembra emergere proprio nella frase conclusiva del sindaco: intervenire quando necessario, ma soprattutto investire nella crescita del verde. Una sintesi che, per essere pienamente efficace, richiede però trasparenza sui dati complessivi (abbattimenti e nuove piantumazioni) e una riflessione più approfondita sul valore del patrimonio arboreo esistente.

Perché, se è vero che piantare nuovi alberi è fondamentale per il futuro, è altrettanto vero che il verde urbano è fatto anche – e soprattutto – di ciò che è già cresciuto nel tempo. E che, proprio per questo, rappresenta una risorsa difficile da sostituire.

venerdì 27 marzo 2026

Nuovo ospedale di Seregno: affidati gli studi preliminari mentre resta aperto il nodo della localizzazione

Seregno, zona Dosso: la possibile localizzazione del nuovo ospedale

Mentre il dibattito pubblico sulla localizzazione del nuovo ospedale di Seregno è ancora aperto, l’ASST della Brianza compie un primo passo operativo concreto: con la determina n. 227 del 13 marzo 2026 è stato affidato un incarico per la redazione degli studi preliminari dell’opera.


Si tratta di un servizio di supporto tecnico-specialistico finalizzato alla definizione delle basi progettuali del nuovo presidio di riabilitazione specialistica, inserito nella programmazione regionale con un investimento complessivo di 72 milioni di euro per il periodo 2025–2031.

L’incarico è stato aggiudicato alla società Chorus srl, con sede a Torino, per un importo complessivo di 171.288 euro (comprensivo di oneri e IVA). La procedura, svolta tramite piattaforma Sintel, ha visto l’invito di un unico operatore economico, individuato sulla base di esperienze pregresse.


Dal punto di vista formale si tratta di una fase preliminare, che non coincide né con la progettazione definitiva né, tantomeno, con l’avvio dei lavori. Tuttavia, è proprio questo passaggio che segna l’ingresso del progetto in una dimensione operativa.

Ed è qui che emerge un elemento di interesse: mentre restano aperti nodi fondamentali — a partire dalla localizzazione dell’ospedale — il percorso amministrativo procede.

Nei precedenti interventi abbiamo evidenziato come, nel dibattito pubblico, l’ipotesi di realizzare il nuovo presidio nell’area agricola del Dosso, all’interno del Parco GruBrìa, venga presentata in modo sempre più concreto, a fronte di alternative legate alla rigenerazione di aree dismesse descritte invece come difficilmente praticabili.

Per leggere l'articolo pubblicato sul Giornale di Seregno cliccare qui

Le recenti prese di posizione, tra cui quelle del presidente del PLIS GruBrìa Arturo Lanzani, hanno ulteriormente rafforzato le criticità ambientali e territoriali di questa scelta, sottolineando come la tutela degli spazi aperti e la qualità dell’ambiente siano parte integrante della salute pubblica.

In questo contesto, l’avvio degli studi preliminari rappresenta un ulteriore tassello che suggerisce come il progetto stia progressivamente prendendo forma, al di là del confronto pubblico ancora in corso.

Un aspetto che merita attenzione riguarda anche le modalità di affidamento dell’incarico. La procedura ha previsto l’invito di un solo operatore economico, una modalità consentita dalla normativa in determinate condizioni, ma che riduce inevitabilmente il confronto competitivo.

Al di là degli aspetti procedurali, è però il significato complessivo di questo passaggio a risultare rilevante. L’avvio delle attività tecniche produce infatti anche un effetto meno visibile: consolida il percorso progettuale. Con il progredire degli studi, degli incarichi e degli investimenti, la possibilità di rimettere in discussione scelte di fondo — come quella della localizzazione — tende progressivamente a ridursi.

La determina, va sottolineato, non entra nel merito di questo nodo, che resta formalmente aperto. Ed è proprio su questo punto che si concentra il dibattito sviluppatosi negli ultimi mesi: costruire un nuovo ospedale su suolo agricolo, all’interno di un parco locale, oppure privilegiare soluzioni di riuso e rigenerazione urbana.

A ciò si aggiunge una questione più ampia, già emersa nel confronto pubblico: è davvero necessario realizzare una nuova struttura, oppure le criticità del sistema sanitario locale riguardano soprattutto la carenza di personale e il potenziamento dei presidi esistenti?

Proprio per questo, mentre il progetto entra in una fase operativa, diventa ancora più urgente chiarire in modo trasparente alcuni punti essenziali:
  • dove si intende localizzare l’opera;
  • perché eventuali alternative vengono considerate non praticabili;
  • quale sia il bilanciamento tra esigenze sanitarie e tutela del territorio;
  • se la costruzione di un nuovo presidio rappresenti davvero la risposta più efficace ai bisogni di cura. 
Il rischio, altrimenti, è che una scelta complessa e ad alto impatto venga progressivamente consolidata attraverso atti tecnici, senza che si sia sviluppato fino in fondo un confronto pubblico consapevole sulle sue implicazioni.