mercoledì 22 luglio 2026

Il ponte verde del Bosco delle Querce: quando vincono le idee (anche se qualcuno se ne prende il merito)

Rendering del ponte verde realizzato da APL.

C'è una frase attribuita allo scrittore indo-trinidadiano V. S. Naipaul che, più o meno, dice così: «Hai davvero vinto quando la tua idea viene fatta propria dal tuo avversario.»

È una definizione sorprendentemente efficace della politica quando funziona. Perché il vero obiettivo non dovrebbe essere poter dire "l'avevo detto io", ma vedere realizzata una buona idea, indipendentemente da chi poi la inaugura, la rivendica o ci taglia il nastro.

Naturalmente, tra la teoria e la pratica c'è di mezzo l'orgoglio umano. E così capita che, appena una proposta comincia a prendere forma, inizi anche la gara per stabilire chi l'ha inventata per primo. È quello che sta accadendo in questi giorni attorno al futuro "ponte verde" del Bosco delle Querce.

Il Presidente Sergio Mattarella, la sindaca Alessia Borroni e il plastico del "ponte verde" sulla Pedemontana. Foto tratta dal sito del Quirinale.

Dopo la visita del Presidente Sergio Mattarella alle celebrazioni del cinquantesimo anniversario del disastro Icmesa, il plastico che mostrava il collegamento tra il Bosco delle Querce e le future aree di ampliamento oltre la Pedemontana ha inevitabilmente attirato l'attenzione. La sindaca di Seveso ha rivendicato il progetto come un risultato dell'amministrazione. Seveso Futura e le associazioni ambientaliste del territorio - Legambiente Seveso, Sinistra e Ambiente Meda, Comitato Ambiente di Bovisio Masciago, L'Altra Bovisio Masciago, Passione Civica per Cesano Maderno, Cittadini per Lentate -  hanno però ricordato che proprio una proposta di questo tipo era stata avanzata da loro in Consiglio comunale e inizialmente respinta dalla maggioranza, salvo poi riapparire, con il passare dei mesi, all'interno del percorso progettuale.

La disputa sulla primogenitura è comprensibile. Ma rischia di far passare in secondo piano la domanda davvero importante: che cosa dovrebbe essere un ponte verde?
Perché un ponte verde non è un ponte dipinto di verde.
Non basta nemmeno che sia percorribile a piedi o in bicicletta.

Un autentico ecodotto nasce per ricucire ciò che un'infrastruttura inevitabilmente divide. Strade e autostrade frammentano gli habitat, interrompono i corridoi ecologici, isolano le popolazioni animali e aumentano il rischio di investimenti della fauna. Ogni anno, in Europa, milioni di animali muoiono sulle strade. La biodiversità paga un prezzo altissimo alla nostra mobilità.

Per questo, nei progetti più avanzati, gli ecodotti vengono concepiti come una vera continuazione del paesaggio naturale. Devono essere ampi, ricoperti di terreno vegetale, alberi e arbusti, con un ambiente il più possibile simile a quello circostante. La vegetazione non è un elemento ornamentale: serve a guidare gli animali verso l'attraversamento e a proteggerli dal rumore, dalle luci e dalla presenza del traffico.

C'è poi un aspetto di cui si parla troppo poco. Un ecodotto non tutela soltanto la fauna: protegge anche chi viaggia in automobile. Gli animali, infatti, non smettono di spostarsi perché l'uomo costruisce una strada. Continueranno a cercare di raggiungere i loro territori, i luoghi di alimentazione o di riproduzione. Se non trovano un passaggio sicuro, tenteranno comunque di attraversare la carreggiata, con conseguenze spesso drammatiche sia per loro sia per gli automobilisti. Un ponte verde, insieme alle recinzioni e agli altri sistemi di accompagnamento della fauna, serve proprio a questo: indirizzare gli animali verso un attraversamento protetto, riducendo il rischio di incidenti e rendendo più sicura l'infrastruttura per tutti.

L'obiettivo non è quindi costruire un bel punto panoramico sopra l'autostrada, ma permettere alla natura di attraversarla senza accorgersi quasi della sua presenza. È una differenza sostanziale.

Ed è proprio su questo punto che, negli ultimi due anni, associazioni ambientaliste e gruppi di opposizione hanno insistito con forza. Nei documenti presentati al Comune e negli incontri con le amministrazioni di Seveso e Meda hanno espresso più di una perplessità sull'ipotesi, allora circolata, di una semplice passerella ciclopedonale, giudicata insufficiente sia per compensare la perdita degli attuali collegamenti sia, soprattutto, per garantire un reale passaggio faunistico. La proposta alternativa era chiara: realizzare un vero ponte verde, largo, vegetato, integrato con l'ampliamento del Bosco delle Querce e capace di svolgere una funzione ecologica prima ancora che ricreativa.

Del resto, gli stessi atti del Consiglio comunale raccontano un percorso curioso. Nella mozione approvata dalla maggioranza nel luglio 2024 si parlava di un "ponte pedonale". Seveso Futura presentò un emendamento sostituendo quelle due parole con una definizione molto più impegnativa: "un grande ponte ciclopedonale verde, ampio collegamento, rivestito di terra e vegetazione". L'emendamento fu respinto.

Successivamente, però, il tema del ponte verde è entrato stabilmente nel dibattito pubblico e nella progettazione collegata alla Pedemontana. Nel verbale della commissione territorio dell'ottobre 2025 si parla ormai esplicitamente del futuro "ponte verde", pur rinviandone la progettazione alla fase successiva all'avvio del cantiere autostradale.

È qui che torna utile la frase di Naipaul. Se davvero un'idea valida viene adottata da chi inizialmente l'aveva respinta, forse quella è già una piccola vittoria. Purché, naturalmente, non resti soltanto uno slogan.

Qualche elemento, oggi, lo conosciamo. Durante le celebrazioni del cinquantesimo anniversario del disastro dell'Icmesa è stato presentato un plastico che raffigura il futuro collegamento tra il Bosco delle Querce e le aree di ampliamento oltre la Pedemontana. Il ponte dovrebbe avere una larghezza di circa 25 metri e una lunghezza di 58: dimensioni che, almeno sulla carta, sembrano coerenti con quelle richieste per un vero ecodotto. È molto probabile che quel plastico sia stato elaborato sulla base di un progetto di massima e di una relazione tecnica. Non siamo però ancora di fronte a un progetto esecutivo, ed è proprio questa la fase più delicata. Perché un ecodotto non si misura soltanto con il metro. La sua efficacia dipenderà da molti altri fattori: dalla conformazione del terreno, dalla continuità della vegetazione, dalle specie arboree e arbustive utilizzate, dalle barriere contro rumore e luci, dai sistemi che accompagneranno la fauna verso l'attraversamento e dal collegamento con gli habitat circostanti.

Per questo ci auguriamo che la progettazione definitiva non rimanga confinata negli uffici tecnici, ma coinvolga naturalisti, ecologi, esperti faunistici e anche la cittadinanza. Sarebbe il modo migliore per trasformare un'opera di mitigazione in un vero intervento di ricucitura ecologica, capace di diventare un modello per tutto il territorio. Se accadrà, importerà poco chi potrà rivendicarne la paternità. Sarà una vittoria del Bosco delle Querce, della biodiversità e, in fondo, anche della buona politica. Perché le idee migliori non hanno bisogno di una targa con il nome dell'autore. Hanno bisogno di essere realizzate bene.

martedì 21 luglio 2026

Pedemontana, dagli scavi di Desio riaffiora la Brianza contadina

L'area di ritrovamento. Sullo sfondo si nota l'ospedale di Desio. Le immagini sono tratte dalla Relazione di scavo archeologico redatta da "Cooperativa archeologia".

Sul sito di Pedemontana Lombarda è stata pubblicata recentemente la relazione specialistica sul paesaggio che documenta gli scavi archeologici, eseguiti a Desio nel febbraio 2025, durante i lavori della Tratta C. Una pubblicazione che permette di conoscere un aspetto poco noto dei cantieri: quello delle indagini archeologiche preventive, che accompagnano le grandi opere infrastrutturali.

Quando si parla della Pedemontana Lombarda, l'attenzione si concentra quasi sempre sull'opera, sul traffico o sulle polemiche. Eppure, ogni grande scavo offre anche un'occasione unica: guardare sotto la superficie del territorio e scoprire tracce della sua storia. È proprio quanto emerge dalla documentazione resa disponibile, nella quale gli archeologi descrivono il rinvenimento di alcune piccole strutture rurali rimaste sepolte per secoli nel territorio di Desio.

Le strutture B e C.

Non sono emerse ville romane, mosaici o monete preziose. Al contrario, gli archeologi hanno trovato tre semplici strutture rettangolari costruite con ciottoli e mattoni, conservate appena cinquanta centimetri sotto l'attuale piano di campagna. Proprio questa apparente semplicità rende il ritrovamento interessante. Le strutture raccontano infatti la vita quotidiana della Brianza agricola, molto più di quanto potrebbe fare un oggetto di valore. Secondo gli studiosi, si tratta probabilmente di piccoli depositi destinati allo stoccaggio di prodotti agricoli, forse utilizzati da una singola famiglia o da un piccolo podere. Le dimensioni sono ridotte, comprese tra uno e due metri, e alcune modifiche interne fanno pensare che siano state adattate nel tempo per facilitarne l'utilizzo.

La struttura A.

L'area del ritrovamento non è casuale. Le strutture sorgono infatti vicino a quella che ancora oggi è ricordata come la Strada consorziale del Molinello, poi detta dei Boschi, un antico percorso che collegava Desio con Cesano Maderno. Oggi la zona è interessata dal cantiere della Pedemontana, ma per secoli è stata un paesaggio agricolo attraversato da sentieri, campi e piccoli insediamenti rurali. Le strutture rinvenute sembrano inserirsi perfettamente in questo contesto.

Uno degli aspetti più curiosi della relazione riguarda proprio ciò che manca. Gli archeologi non hanno trovato ceramiche, monete o altri reperti capaci di fornire una data precisa. Le lavorazioni agricole succedutesi nei secoli hanno infatti cancellato buona parte degli strati superficiali, lasciando soltanto le strutture interrate. Anche la tecnica costruttiva, basata su ciottoli e laterizi posati a secco, è stata utilizzata per molti secoli. Per questo gli studiosi propongono una datazione prudente, collocando il complesso in età postmedievale ed escludendo, invece, un'origine romana.

Questo ritrovamento ricorda anche il ruolo dell'archeologia preventiva, spesso poco conosciuta. Prima che un'opera infrastrutturale modifichi definitivamente il territorio, gli archeologi verificano la presenza di testimonianze del passato, documentandole e studiandole. Nella maggior parte dei casi non emergono reperti spettacolari, ma informazioni preziose per ricostruire l'evoluzione del paesaggio. Ogni muro, ogni pavimentazione, ogni piccolo deposito contribuisce ad arricchire la conoscenza della Brianza di un tempo.

Circolo Ambiente: "Quei 21 tigli di Erba vanno assolutamente salvati!"


di Roberto Fumagalli, Presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


Parliamo dei 21 alberi che l'Amministrazione Comunale di Erba vorrebbe abbattere tra via Turati e via San Rocco. La motivazione addotta per il taglio delle piante è il progetto di sistemazione dei marciapiedi della zona. È giusto, secondo noi, prevedere la messa in sicurezza dei marciapiedi, poiché la mobilità pedonale deve essere migliorata, soprattutto in una zona frequentata anche dagli utenti del mercato settimanale.

Ma è del tutto sbagliato pensare di abbattere gli alberi esistenti: 15 in via San Rocco, 4 in via Turati (di cui 3 all'angolo con piazza Mercato) e, infine, i 2 tigli davanti al sagrato della storica chiesa di Sant'Eufemia. Per quanto riguarda questi ultimi, si tratta di un'area sottoposta a vincolo storico proprio per la presenza della chiesa romanica, una delle più antiche del nostro territorio; per questo, nelle scorse ore, abbiamo chiesto un parere alla Soprintendenza.

Ricordiamo al Comune che esistono molte alternative al taglio degli alberi.

È possibile, infatti, intervenire con tecniche specifiche per conciliare la salvaguardia degli alberi con il ripristino della pavimentazione dei marciapiedi.

Le soluzioni tecniche adottabili includono, ad esempio:

  • per i marciapiedi, prevedere nuove pavimentazioni drenanti ed elastiche, utilizzando materiali speciali o griglie che consentano alle radici delle piante di respirare e siano in grado di assorbire le dilatazioni senza fessurarsi;
  • solo laddove necessario, effettuare una potatura selettiva delle radici superficiali: un agronomo deve valutare, tramite apposita perizia, quali radici possano essere rimosse senza compromettere la stabilità dell'albero.

In ogni caso, la normativa richiede una perizia agronomica. L'abbattimento delle piante può essere disposto solo qualora uno specifico albero risulti malato o instabile.

Pertanto, come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi", chiediamo al Comune se sia stata effettuata una perizia agronomica sui tigli oppure se il progetto sia stato sviluppato esclusivamente da un ingegnere, senza la necessaria consulenza di un agronomo, come sembra emergere dalla documentazione.

Diffidiamo fin d'ora il Comune di Erba dal procedere al taglio degli alberi e chiediamo pertanto di rivedere il progetto di sistemazione dei marciapiedi, salvaguardando i 21 tigli di via Turati e via San Rocco.

lunedì 20 luglio 2026

A cinquant'anni dal disastro ICMESA, le carte del processo escono dagli archivi: una mostra per raccontare la verità storica


A cinquant'anni dal disastro dell'ICMESA, l'Archivio di Stato di Milano dedica una mostra documentaria a uno degli eventi che hanno segnato la storia ambientale, sanitaria e sociale del nostro Paese. L'esposizione, intitolata "Cronaca di una nube. Il disastro dell'ICMESA 50 anni dopo attraverso le carte processuali", è stata inaugurata il 16 luglio a Palazzo del Senato alla presenza di rappresentanti delle istituzioni, studiosi e associazioni del territorio.

La mostra rappresenta un'importante novità sotto il profilo storico e archivistico. Grazie al recente versamento all'Archivio di Stato da parte del Tribunale di Monza, le carte del processo di primo grado – comprendenti il fascicolo istruttorio e quello processuale – vengono esposte al pubblico per la prima volta. Il riordino, l'inventariazione e il ricondizionamento della documentazione, realizzati grazie ai fondi del PNRR, hanno reso consultabile un patrimonio documentale di straordinario valore, offrendo una ricostruzione rigorosa delle vicende giudiziarie seguite al disastro del 10 luglio 1976.

Il percorso espositivo accompagna i visitatori attraverso tre sezioni tematiche. La prima ricostruisce le ore successive alla fuoriuscita della nube di diossina TCDD, le misure di emergenza adottate e gli interventi per contenere la contaminazione. La seconda è dedicata al processo e alla ricerca delle responsabilità penali e civili attraverso gli atti giudiziari originali. L'ultima sezione analizza le conseguenze di lungo periodo del disastro sulla salute, sull'ambiente e sulla legislazione europea, ricordando come proprio da quella tragedia sia nata la Direttiva Seveso, ancora oggi riferimento fondamentale per la prevenzione dei rischi industriali.

Tra i partecipanti all'inaugurazione vi era anche il Circolo Legambiente "Laura Conti" di Seveso, invitato dalla direzione dell'Archivio e dalla curatrice della mostra, la dottoressa Carmela Santoro.

Nel commentare l'iniziativa, il circolo ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto, sottolineando di aver «apprezzato la cura della ricerca, l'attenzione al nostro territorio e alla sua storia». Gli ambientalisti evidenziano inoltre di aver trovato «punti di profondo contatto con il lavoro di ricerca e di narrazione che il nostro Circolo da anni è impegnato a fare», oggi condiviso anche con il gruppo Insieme per il presente e il futuro del Bosco delle Querce di Seveso e Meda.

Uno dei messaggi più significativi rilanciati da Legambiente riguarda il linguaggio utilizzato per raccontare quanto avvenne nel 1976. Per il circolo è fondamentale parlare di "disastro ICMESA" e non di "incidente di Seveso".

«Denominare quanto accaduto "disastro ICMESA" e non "incidente di Seveso" rappresenta una forma di rispetto verso la città di Seveso, che ha subito per anni lo stigma che ha spostato l'attenzione dai veri responsabili del danno», scrivono gli ambientalisti.

Una precisazione che richiama anche le responsabilità industriali accertate nel corso dell'inchiesta.

«Chiamare "disastro" quanto accaduto e non "incidente" rispecchia il fatto che ci fu una incuria colpevole che determinò la fuoriuscita di diossina TCDD», prosegue il circolo.

La mostra documentaria assume così anche il valore di una restituzione pubblica della memoria giudiziaria. Secondo Legambiente, «i documenti in mostra sono preziosi» e rappresentano un'occasione importante per conoscere direttamente le fonti storiche che hanno consentito di ricostruire le responsabilità del disastro.

Immagine tratta dalla pagina FB Legambiente Seveso

Particolare rilievo viene attribuito a uno dei documenti esposti, proveniente dall'Archivio comunale di Seveso.

«Uno dei documenti che fu utile al processo e alle successive condanne, che pur se lievi rispetto alla responsabilità ci furono, viene proprio dall'Amministrazione Comunale di Seveso, dall'allora Sindaco Gianluigi Dho», ricorda il Circolo Legambiente, che ne ha ripubblicato il contenuto come testimonianza storica.

Gli ambientalisti richiamano inoltre l'attenzione su una documentazione ancora più antica, che testimonia come i problemi ambientali legati all'ICMESA fossero noti ben prima del 1976.

«La documentazione precedente a questo atto – una fitta interazione tra il Sindaco Dho e la Prefettura di Milano nel 1953 in merito ai gravi eventi inquinanti causati da ICMESA – è conservata nell'Archivio della Memoria», spiegano. Un patrimonio documentale curato dal Circolo Legambiente "Laura Conti" di Seveso insieme a Legambiente Lombardia che costituisce una fonte preziosa per ricostruire la lunga storia dei rapporti tra l'azienda, le istituzioni e il territorio.

La mostra resterà aperta fino al 26 agosto 2026 presso l'Archivio di Stato di Milano, a Palazzo del Senato (via Senato 10). L'ingresso è gratuito, mentre le visite guidate – organizzate in diverse date tra luglio e agosto per gruppi fino a venti persone – sono prenotabili scrivendo all'indirizzo as-mi.prenotazione@cultura.gov.it.

venerdì 17 luglio 2026

Pedemontana, il Bosco delle Querce e la nuova frontiera della matematica ambientale


C'è una nuova frontiera della matematica ambientale: non si aggiunge un ettaro, si cambia il suo indirizzo.
Succede al Bosco delle Querce, dove nel dibattito sulla tratta B2 della Pedemontana è comparso un numero destinato a far discutere: tre ettari di bosco in più. La concessionaria della nuova autostrada spiega che il bilancio finale sarà positivo: una parte del bosco verrà interessata dai lavori, ma il territorio riceverà una superficie maggiore destinata al parco. Il conto è semplice: meno 1,7 ettari, più 4,7 ettari, risultato finale più 3 ettari.

C'è però un piccolo dettaglio: quei 4,7 ettari non sembrano essere comparsi dal nulla. Non sono spuntati grazie a una magia forestale, né sono stati strappati al cemento per diventare verde. Sono aree che il verde lo hanno già. La vera novità, quindi, non sarebbe la nascita di nuovo territorio naturale, ma la sua inclusione in un sistema di tutela pubblica. Ed è una differenza non proprio marginale. Perché acquisire aree verdi al patrimonio del parco è un fatto positivo: significa proteggerle, sottrarle a possibili future trasformazioni urbanistiche e garantire una gestione pubblica. Ma dire che il verde aumenta di tre ettari è un'altra cosa. È un po' come dire che una persona è aumentata di peso perché ha cambiato l'abito: forse cambia qualcosa nella sua estetica, ma il corpo resta quello.

Il punto contestato dagli ambientalisti è proprio questo: il confine tra più tutela e più superficie verde. Nel linguaggio amministrativo le due cose possono finire nello stesso bilancio. Nel territorio, però, sono elementi diversi. Il terreno non cresce perché viene disegnato con un nuovo perimetro. Un prato non nasce nuovamente perché entra in una mappa del parco. Una zona boscata non raddoppia perché cambia categoria. Anzi, se si guarda alla trasformazione fisica del territorio, il saldo racconta anche un'altra storia: per realizzare l'infrastruttura saranno occupate aree, realizzate opere accessorie, costruite vasche, rotatorie e collegamenti. Per Pedemontana quei tre ettari rappresentano un guadagno ambientale. Per i comitati e le associazioni ambientaliste rappresentano soprattutto una maggiore tutela di aree già verdi, mentre il territorio perde comunque superfici naturali per fare spazio all'infrastruttura.

Forse il punto sarebbe più semplice se si usassero parole altrettanto semplici: non nasce un nuovo bosco di tre ettari, ma vengono protetti tre ettari di verde già esistente. Ed è una differenza piccola nei comunicati stampa, ma enorme quando si parla del futuro del territorio.

Torrenti dell'Oggionese in difficoltà a causa della siccità

Il Gandaloglio a Ello

a cura del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"

La siccità degli ultimi mesi sta mettendo in difficoltà i torrenti dell'Oggionese, anche se la situazione non è, finora, allarmante.
Nello specifico, il torrente Bevera, a monte di Molteno, e il torrente Gandaloglio a monte di Oggiono, sono in una situazione di scarsità di acqua, ma non di totale secca. Il deflusso delle acque nei due torrenti è ad un livello molto basso, sebbene al momento, fortunatamente, non si registra una situazione di secca, anche in conseguenza degli acquazzoni delle ultime settimane.

È il risultato del monitoraggio dei torrenti dell'Oggionese, realizzato nei giorni scorsi - come avviene periodicamente - dai volontari del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi", associazione da sempre attenta alla situazione dei corsi d'acqua del territorio. 

La Bevera zona Moiacchina

Entrando nel dettaglio, il torrente Bevera dalla zona della Moiacchina di Castello Brianza e fino a Molteno, passando per Sirone, vede un deflusso basso. Stessa situazione per il Gandaloglio, da Marconaga di Ello e fino a Molteno, passando per Dolzago e Oggiono. 
Resta invece sempre critica la situazione nelle zone in cui il letto e gli argini dei torrenti sono stati, negli scorsi decenni, cementificati, in particolare per il Bevera nel centro di Molteno e per il Gandaloglio nell'area urbana di Dolzago. 

La Bevera a Molteno

Commenta Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi": "Dalle nostre verifiche abbiamo notato una situazione critica dei torrenti Bevera e Gandaloglio, conseguente alla siccità degli ultimi periodi. La situazione non è, finora, di allarme, come invece era avvenuto nel periodo compreso tra il 2022 e il 2023, quando si era verificata una prolungata siccità che aveva portato i due torrenti in una situazione di secca totale. Ora, abbiamo verificato, vi è comunque un minimo di deflusso delle acque nei due torrenti.
Invece resta purtroppo elevata la criticità nei tratti artificializzati dei due corsi d'acqua: nel tratto urbano di Dolzago - lungo la via Parini di fronte al municipio - il Gandaloglio 'scompare', mentre nell'area abitata di Molteno - dalla zona del supermercato e di via Roma - il Bevera è ridotto ad un rigagnolo nel letto di cemento!".

Il Gandaloglio a Dolzagi, via Parini

L'auspicio del nostro Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" è che la situazione dei torrenti non peggiori ulteriormente, a causa della scarsità delle precipitazioni e in conseguenza degli interventi di artificializzazione. Con questi ultimi che possono e devono essere evitati per il futuro!

Meda, una visione oltre i sottopassi: il sovrappasso che unisce persone, parchi e territori


Dopo lo stop al progetto del sottopasso di via Trieste e il finanziamento del tratto della ciclovia Milano–Meda che attraverserà Meda, il dibattito sul superamento della linea ferroviaria torna al centro della discussione cittadina.

Con un comunicato diffuso il 16 luglio, il Comitato Cittadino Superamento Ferrovia propone di «andare oltre i sottopassi» e di concentrare gli sforzi sulla realizzazione del sovrappasso di via Busnelli, ritenuto la soluzione più efficace sia per la mobilità automobilistica sia per quella ciclabile e pedonale.


Secondo il Comitato, «il sovrappasso in Via Busnelli è la vera alternativa praticabile, sostenibile, economica e di rapida realizzazione che consentirà anche di completare il disegno della "tangenziale per Lentate" sfruttando la viabilità già esistente».


Il comunicato prende le mosse da due recenti sviluppi che, secondo i promotori, cambiano il quadro della mobilità medese.

Da un lato, «il sottopasso di Via Trieste è stato archiviato (per il momento?)»; dall'altro, «è stato interamente finanziato il tratto della ciclovia Milano-Meda che percorrerà via Trieste e via Einaudi per collegare il Parco Groane-Brughiera con il Parco GruBria a Seregno».


Per il Comitato questa rappresenta anche «l'occasione per approfondire il necessario superamento della linea FNM in quell'area», inserendo il tema ferroviario all'interno di una visione più ampia della mobilità sostenibile.

Il passaggio più netto del documento riguarda il futuro degli altri progetti di attraversamento della ferrovia.


Secondo il Comitato è infatti «il momento di andare "oltre", abbandonando anche l'insensato sottopasso di Via Seveso Cadorna e puntare decisamente sul sovrappasso il cui progetto, pronto da anni, può essere realizzato in breve tempo abbinandolo agli interventi dell'AT1 e sulle ferrovie in via Busnelli».

Una presa di posizione che rilancia un progetto già noto nel dibattito locale e che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe diventare il fulcro della futura rete viaria.

Nel comunicato il sovrappasso viene inserito in un disegno infrastrutturale più ampio.

Il Comitato sostiene infatti che «il sovrappasso diverrà elemento fondamentale della "tangenziale per Lentate" che verrà realizzata sulla viabilità esistente, collegando lo svincolo di Meda della Milano-Meda con la rotatoria di via Manzoni–via Angeli Custodi, via XXIV Maggio e via Brianza di Lentate fino al sottopasso di Camnago, anche a servizio delle attività produttive presenti».


Grande attenzione viene dedicata anche alla mobilità dolce. Secondo il Comitato, «la pista ciclopedonale che affiancherà il sovrappasso, finanziata da Pedemontana insieme ad altri interventi "verdi" previsti e in parte già realizzati in Valle Mulini a Meda, collegherà il Parco Groane-Brughiera e la Meda-Montorfano con il Bosco delle Querce di Seveso e Meda».


Il percorso proseguirebbe poi verso il Bosco delle Querce e via Vignazzola, fino a raggiungere la ciclovia Milano-Meda nel Parco GruBria, «completando la circonvallazione ciclopedonale di Meda».

Se realizzato, il progetto consentirebbe quindi di creare una connessione continua tra alcuni dei principali sistemi verdi della Brianza occidentale, rafforzando la rete della mobilità ciclabile e le connessioni ecologiche tra i parchi.

Conferenza stampa il 20 luglio

Per illustrare nel dettaglio la proposta, il Comitato Cittadino Superamento Ferrovia, insieme al WWF Insubria, ha convocato una conferenza stampa che si terrà lunedì 20 luglio 2026 alle ore 18, presso il Polo Design Lab di via Grado 12 a Meda.

L'incontro sarà l'occasione per presentare il progetto del sovrappasso di via Busnelli e la proposta di una rete ciclopedonale che, nelle intenzioni dei promotori, rappresenta un'alternativa ai tradizionali interventi basati sui sottopassi ferroviari.