
Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.
Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.
Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.*-*-*
Nona puntata
I processi, la transizione economica, l'assassinio di Paoletti, la Commissione parlamentare d'inchiesta
Altra puntata di approfondimento curata da Sinistra e Ambiente di Meda per ricostruire gli anni e le vicende drammatiche del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Questa volta trattiamo gli aspetti giuridici, le transazioni economiche, l'intersecarsi degli anni di piombo con alcuni attentati e con l'omicidio del direttore di produzione dell'Icmesa ing. Paolo Paoletti, i lavori e la relazione della Commissione d'Inchiesta parlamentare.
Continua l'impegno di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda per restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.
IL PROCESSO PENALE DI PRIMO GRADO A MONZA, L'APPELLO E LA CASSAZIONE
Dopo la fuoriuscita di Diossina dall'Icmesa, il 2 agosto 1976 furono arrestati il Direttore Tecnico della fabbrica Herwig von Zwehl e il Direttore di Produzione Paolo Paoletti, successivamente scarcerati in attesa di processo.
Il filone giuridico per il disastro diossina dell'ICMESA-Givaudan-Hoffman-La Roche si è espresso con il processo penale contro i dirigenti, concluso nel 1986 con l'ultimo grado di giudizio, gli accordi di transazione tra le parti e i processi civili per i risarcimenti ai cittadini.
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| Il processo di primo grado a Monza |
Il processo penale di primo grado per le responsabilità individuali per il disastro Diossina dell'ICMESA e della casa madre Givaudan (di proprietà della multinazionale Hoffman-La Roche) si aprì a Monza il 18 aprile 1983.
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| Herwig Von Zwehl arrestato con Paoletti dopo la fuoriuscita di diossina e poi rimesso in libertà in attesa del processo |
Imputati furono il Direttore tecnico dello stabilimento ICMESA Herwig von Zwehl, già denunciato nel 1974 e assolto nel 1976 per inquinamento idrico causato dall’Icmesa, il Direttore tecnico del gruppo svizzero Givaudan Jörg Sambeth, il Direttore generale del gruppo Givaudan Guy Waldvogel, il Progettista del reattore chimico A101 Fritz Moeri, il Capo del dipartimento ingegneria dell'ICMESA Giovanni Radice.
Le accuse nei loro confronti, in base alla legislazione di quegli anni erano di disastro colposo, omissione delle cautele necessarie a prevenire incidenti e lesioni permanenti.
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| Dal Corriere d'Informazione del 5/2/1980 |
Nelle aule del Tribunale di Monza solo Jörg Sambeth, direttore tecnico della Givaudan si presentò fisicamente partecipando attivamente alle udienze, affrontando il dibattimento e rispondendo a giudici e Pubblico Ministero.
Herwig von Zwehl, Guy Waldvogel, Fritz Moeri e Giovanni Radice vennero giudicati in contumacia poichè decisero di non presentarsi alle udienze e rimanendo all'estero e furono rappresentati esclusivamente dai loro collegi legali.
Durante le udienze sfilarono in aula tecnici ed operai dello stabilimento ICMESA per ricostruire la dinamica dell'incidente e i ritardi nell'allarme.
Esperti scientifici e medici vennero chiamati a deporre sugli effetti tossicologici della diossina TCDD e sulla contaminazione territoriale così come deposero gli amministratori locali e i funzionari pubblici che dovettero gestire la caotica emergenza sanitaria e l'evacuazione della "Zona A" nelle settimane successive al disastro.
Il processo mise in luce le carenze dell'impiantistica, del ciclo produttivo, dei controlli, la scarsa sicurezza nonchè la drammatica gestione iniziale delle informazioni sulla diossina.
Il 24 settembre 1983 il tribunale condannò von Zwehl e Sambeth a cinque anni di reclusione, Moeri e Waldvogel a quattro anni, Radice a due anni e sei mesi.
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| Il dispositivo di sentenza del processo di primo grado del disastro diossina |
Nel dibattimento di primo grado il tribunale di Monza riconobbe per la prima volta al sindacato il diritto di costituirsi parte civile in un processo per un disastro ambientale, anche in assenza di un lavoratore direttamente leso nella propria integrità fisica.
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| Momenti del processo di Primo grado a Monza. A dx della foto, in piedi, dietro il microfono, l'avv. Carlo Smuraglia |
La tesi sostenuta dai legali del sindacato, assistiti dal giuslavorista Carlo Smuraglia, fu che la chiusura dello stabilimento avesse privato l’organizzazione sindacale del proprio consiglio di fabbrica, inteso come articolazione territoriale del sindacato stesso.
Il tribunale accolse la tesi e riconobbe un risarcimento di 30 milioni di lire, una cifra paragonabile a quella ottenuta nello stesso periodo da una famiglia di quattro persone evacuate, con un bambino colpito da cloracne, costretta a lasciare casa e lavoro: 20 milioni di lire, riconosciuti in primo grado come provvisionale.
La sentenza di Monza venne poi riformata in appello, ma il principio rimase e negli anni successivi venne ripreso da altri sindacati in tutta Italia in procedimenti per disastri ambientali.
Il 14 maggio 1985 la Corte d’appello di Milano ribaltò il verdetto, assolvendo "per non aver commesso il fatto" Waldvogel, Moeri e Radice e condannando von Zwehl a due anni di reclusione e Sambeth a un anno e sei mesi.
La sentenza divenne definitiva venendo confermata nel 1986 dalla Cassazione.
Le pene comminate furono decisamente miti e solo per i due responsabili tecnici.
Nessuno di loro scontò la pena in carcere.
I PROCEDIMENTI CIVILI E LE TRANSAZIONI ECONOMICHEI procedimenti civili ebbero, come è intuibile, un iter ancora più lungo, complesso e contraddittorio.
Dopo un anno di trattativa, il 25 marzo 1980, il presidente della Regione Lombardia Cesare Golfari, il sottosegretario all'Interno Bruno Kessler e il nuovo presidente della Giunta Regionale Giuseppe Guzzetti raggiunsero un accordo con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Puryi.
L'accordo prevedeva il pagamento da parte della Givaudan di una somma di 103 miliardi e 634 milioni
di lire (circa 320 milioni di euro nel 2023).
La transazione suddivideva la cifra in un rimborso di 7 miliardi e mezzo allo Stato, 40 miliardi e mezzo alla Regione per le spese di bonifica sostenute fino ad allora, altri 47 miliardi a carico della Givaudan per ulteriori interventi di bonifica e 23 miliardi destinati alla sperimentazione, costituendo anche una Fondazione per ricerche ecologiche, oggi Fondazione Lombardia per l'Ambiente, a cui la Givaudan partecipò con mezzo miliardo.
La Givaudan si impegnò inoltre a conferire alla futura Fondazione gli immobili acquistati (o che stava per acquistare) all´interno della Zona "A".
La transazione escludeva i danni imprevedibili successivi.
Questa transazione fece decadere il procedimento giudiziario intentato dalla Regione contro l´ICMESA e la multinazionale proprietaria all'interno del processo penale avviato dalla Procura della Repubblica di Monza all'indomani del disastro.
La transazione fu molto criticata e l'accordo giudicato favorevole alla Givaudan poichè gli evitata il processo e per questo gli avvocati della Regione sottolinearono che, se si fosse atteso il procedimento giudiziario, si sarebbe parlato di risarcimento dopo molti anni e con molta difficoltà si sarebbero ottenuti 103 miliardi.
I danni riscontrati dai privati furono risarciti dalla multinazionale tramite il proprio ufficio di Milano. Nel giro di tre anni de Puryi liquidò oltre 7000 pratiche con pagamenti effettuati direttamente ai privati, per una spesa complessiva di circa 200 miliardi di lire.
Il comune di Seveso con l'allora Sindaco Giuseppe Cassina, firmò successivamente a Losanna nel settembre 1982, sempre con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Pury, un'ulteriore e specifica transazione ricevendo 15 milioni di franchi svizzeri (1,5 Miliardi di lire).
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| La comunicazione del sindaco di Seveso Giuseppe Cassina sulla firma della transazione. Documento tratto dall'archivio "Il ponte della Memoria" di Legambiente circolo Laura Conti di Seveso |
In cambio del pagamento di questi 15 milioni di franchi, dopo la Regione Lombardia, anche il Comune di Seveso rinunciò definitivamente a qualunque azione legale in sede civile e penale sia in Italia sia all'estero.
Unica eccezione per eventuali danni futuri e imprevedibili all'epoca della firma, a patto di dimostrarne il nesso causale con il disastro della diossina.
SUCCESSIVE SENTENZE CIVILIIl 21 febbraio 2002 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione stabiliscono con la sentenza n. 2515 che il diritto al risarcimento del danno morale spetta anche in assenza di una malattia fisica, per una "presunzione di sofferenza" e di paura per la propria salute dovuta alla nube di diossina.
In applicazione di questo principio, la Cassazione aveva confermato alcuni risarcimenti, quantificati in circa 5.000 euro a favore dei residenti che avevano documentato il forte turbamento psichico causato dalla nube tossica.
Tuttavia negli anni successivi i tentativi di cause di massa come quella da oltre 10.000 cittadini del Comitato 5D avviata nel 2015, si sono scontrate con i rigidi termini di prescrizione e con sentenze di segno opposto che hanno chiuso la via a nuovi rimborsi tardivi.
IL DISASTRO DIOSSINA E GLI ANNI DI PIOMBONel periodo tra la fine degli anni '70 e gli anni '80 , i cosidetti "anni di piombo", anche la vicenda del disastro diossina dell'Icmesa ebbe un contorno di attentati e di azioni armate rivendicate da gruppi facenti parte della galassia della "lotta armata".
Il 28 luglio 1976, alle 3 e 25 del mattino, esplose una bomba posizionata davanti alla sede romana della multinazionale svizzera La Roche. Non vi furono vittime.
Il 19 maggio 1977 l’ufficiale sanitario di Seveso Giuseppe Ghetti, accusato di aver coperto e minimizzato i rischi e le mancanze dell'Icmesa e di altre fabbriche della zona, venne “gambizzato” con cinque colpi di pistola.
L'azione venne rivendicata da un fantomatico gruppo di «Combattenti per il comunismo», poi confluiti in "Prima Linea" ed era conseguente ad una “perquisizione proletaria” dell'ufficio di Ghetti..
Il 6 luglio 1977, a pochi giorni dal primo anniversario dell’incidente, una bomba esplose contro la casa del vicedirettore della Roche, Rudolf Rupp, a Frekendorf, in Svizzera.
La rivendicazione consegnata ad alcuni giornali svizzeri da parte di un misterioso «Commando 10 luglio» era scritta in un tedesco approssimativo e vi si si affermava che la multinazionale svizzera aveva trovato potenti alleati «nello Stato dei democristiani e del compromesso storico: medici e scienziati corrotti, le maggioranze silenziose più diverse e anche i sindacati».
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| Paolo Paoletti, direttore di produzione dell'ICMESA, assassinato nel 1980 a Monza da Prima Linea |
Qualche anno dopo, il 5 febbraio 1980, venne assassinato in un agguato sotto casa, in via De Leyva, nel centro di Monza, il direttore di produzione dell’Icmesa, l'ing. Paolo Paoletti, che avrebbe dovuto rispondere alle accuse formulate anche nei suoi confronti nel processo monzese di primo grado all'Icmesa-Givaudan. Processo che per lui non arrivo mai a sentenza.
Il gruppo di fuoco, che sparò e uccise Paoletti era formato da tre persone, due uomini e una donna e subito dopo l’agguato fuggì a bordo di una Fiat 128 di color grigio metallizzato che fu ritrovata la mattina stessa in via Della Guerrina, nel quartiere Cederna.
L’assassinio fu rivendicato da Prima Linea.
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| Il Cittadino sull'omicidio di Paolo Paoletti |
LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTALa Commissione parlamentare incaricata di svolgere una inchiesta «sulla fuga di sostanze tossiche avvenuta il 10 luglio 1976 nello stabilimento Icmesa e sui rischi potenziali per la salute e per l’ambiente derivanti da attività industriali» venne istituita con la legge n. 357 del 16 giugno 1977.
Era composta da 15 deputati e 15 senatori nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento il 28 luglio 1977 con una suddivisione numerica che rifletteva la composizione dell'arco parlamentare.
La Democrazia Cristiana aveva dodici Commissari, il Pci dieci, il Psi due. I repubblicani avevano un parlamentare nella Commissione, così come i Socialdemocratici e la Sinistra Indipendente mentre Destra Nazionale (ex MSI) aveva due Commissari.
Presidente della Commissione fu nominato il deputato Bruno Orsini.
La legge istitutiva, definì tre filoni di inchiesta dei quali la Commissione doveva occuparsi ossia:
- l’accertamento delle responsabilità «ad ogni livello, centrale o locale, relative all’insedia-mento, alla sicurezza e alla nocività della produzione, ai controlli e ad ogni altra misura indispensabile atta ad evitare le calamità»;
- la valutazione delle conseguenze dell’incidente, sia sul piano medico e ambientale sia su quello economico;
- la formulazione di proposte «per una più efficace normativa a tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini, per l’equilibrio dell’ambiente naturale, nonché per assicurare servizi adeguati ed efficaci controlli».
La Commissione concluse i suoi lavori dopo un anno, il 19 luglio 1978, approvando all’unanimità una relazione conclusiva poi trasmessa ai Presidenti del Senato e della Camera dei Deputati.
Una relazione che invitiamo i lettori a scaricare e a leggere poichè contiene comunque una ricostruzione dei fatti e identifica precise colpe non solo del gruppo dirigente e dei responsabili tecnici dell'Icmesa-Givaudan-Hoffman-La Roche (da pag. 76) per le loro scelte industriali ed omissioni comunicative ma anche del sindaco di Meda e degli altri organismi di controllo che non intervennero per tempo e con il dovuto e necessario rigore che le normative del tempo gli consentivano.
Il documento definisce anche i danni subiti dalle attività presenti in loco.
La potete scaricare a questo link: https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/907869.pdf
La Presidenza della Commissione operò per concentrare i lavori dell’organo parlamentare sugli aspetti dell’inchiesta in grado di ottenere la maggiore condivisione tra le varie forze politiche ottenendo l'unanimità della Commissione sul testo finale della relazione.
Testo che fu frutto di un compromesso ottenuto riducendo i riferimenti alle questioni politicamente più divisive quali l’aborto o la bonifica, aspetti sui quali i Commissari s'erano confrontati con scambi aspri e variegati.
Per i Commissari fu più semplice concentrarsi su di una ricerca delle responsabilità indagando sulle numerose mancanze ed omissioni dell'Icmesa e della multinazionale proprietaria nonchè di alcune amministrazioni pubbliche, quali quella di Meda che ignorò l'esistenza di lavorazioni con sostanze chimiche pericolose che avrebbero fatto entrare l'azienda Icmesa nel novero degli impianti insalubri, la Provincia di Milano che non attuò provvedimenti coattivi, l'Ispettorato Provinciale del Lavoro che non fu in grado di approfondire la natura delle produzioni dell'Icmesa, il comando provinciale dei Vigili del Fuoco per mancate comunicazioni al Prefetto sui certificati antincedio dell'Icmesa scaduti e non rinnovati, il Comitato Regionale Inquinamento Atmosferico Lombardia (CRIAL) che lasciò in sospeso pratiche ispettive, etc.
Questo risultò utile per cercare di recuperare la fiducia dei cittadini nei riguardi delle istituzioni, dopo che il disastro aveva mostrato anche le carenze funzionali e le incapacità d'intervento di parecchi enti pubblici.
Rispetto agli altri compiti definiti nella legge istitutiva, la Commissione preferì non addentrarsi in valutazioni autonome, limitandosi ad un compito di mera raccolta e ordinazione delle documentazioni e delle relazioni ricevute da altri organismi tecnici e/o scientifici che trasmise poi al Parlamento a meri fini conoscitivi.
Va rilevato che il lavoro inquirente della Commissione produsse un risultato apprezzabile in un tempo molto breve e che la relazione conclusiva costituì un atto ufficiale dello Stato italiano in cui le responsabilità dell’Icmesa e della Givaudan erano sancite ufficialmente tant'è che anche l’avvocato di parte civile al processo di primo grado ne chiese l’acquisizione agli atti.
Continua.
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