Nei giorni scorsi è arrivata la risposta dell’assessora alle Infrastrutture Claudia Terzi all’interrogazione presentata dalla consigliera regionale Michela Palestra sulla cosiddetta “D breve” della Pedemontana.
Una risposta attesa, soprattutto dopo le forti prese di posizione dei sindaci del Vimercatese e della Brianza e i ricorsi al TAR contro l’approvazione del progetto.
Ma leggendo il documento emerge con chiarezza un elemento di fondo: la Regione non entra nel merito delle criticità sollevate, limitandosi a difendere la correttezza formale della procedura seguita.
Ed è proprio qui che sta il problema.
Il punto centrale della vicenda resta uno: la “D breve” è davvero una semplice variante del progetto approvato nel 2009? La risposta regionale afferma che: il progetto “è stato inquadrato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (‘MIT’) e da CAL quale variante […] al progetto definitivo […] approvato dal CIPE con delibera n. 97/2009”. Ma non spiega perché. Non entra nel merito delle contestazioni dei Comuni, che sostengono invece che si tratti, di fatto, di una nuova opera:
- con un tracciato diverso
- con impatti ambientali aggiornati
- in un contesto territoriale profondamente cambiato
Questa non è una questione tecnica secondaria: è il nodo che consente di applicare una procedura semplificata. Eppure, nella risposta, viene semplicemente data per acquisita.
La Regione rivendica la correttezza dell’iter seguito, richiamando la normativa che consente al soggetto aggiudicatore di approvare varianti senza passaggio dal CIPESS: “le varianti […] sono approvate esclusivamente dal soggetto aggiudicatore […] qualora non superino del 50 per cento il valore del progetto approvato”. E aggiunge che il MIT ha dato indicazione a CAL di procedere in questo modo.
Tutto formalmente corretto, dunque.
Ma qui emerge il classico schema delle grandi opere: “possiamo farlo” → diventa automaticamente → “è giusto farlo”. È proprio questo salto che manca nella risposta.
Non viene mai spiegato:
- se questa procedura fosse adeguata per un’opera così impattante
- se fosse opportuno evitare un passaggio più ampio e trasparente
- se fosse corretto ridurre il coinvolgimento degli enti locali
La legittimità giuridica viene fatta coincidere con la legittimità politica. E non sono la stessa cosa.
La Regione sottolinea che:
- nel 2022 ci sono stati incontri con il territorio
- nel 2023 ulteriori confronti nell’ambito della Conferenza dei Servizi
Ma si tratta di momenti:
- precedenti alla versione definitiva del progetto
- orientati a “ottimizzazioni” e mitigazioni
- non a una discussione sulle scelte di fondo
In altre parole, i territori sono stati coinvolti a valle, non a monte.
Non risulta un reale spazio per discutere:
- se l’opera fosse necessaria
- se esistessero alternative meno impattanti
- quale modello di mobilità si volesse per l’area
Uno dei passaggi più deboli riguarda la comunicazione dell’approvazione. La Regione afferma: “la pubblicità dell’atto approvativo sia stata assicurata” e che la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale “non può intendersi come ‘condotta lesiva’”.
Formalmente, è vero. Ma sostanzialmente?
La pubblicazione è avvenuta:
- nel Foglio delle Inserzioni
- senza una reale comunicazione pubblica
- senza un momento di confronto istituzionale
Questo significa che un atto che:
- ha effetti urbanistici
- impone vincoli espropriativi
- incide pesantemente sul territorio
è stato reso noto in modo tecnicamente corretto ma politicamente minimale. Legalità non è sinonimo di trasparenza.
C’è un elemento che colpisce più di tutti. Nella risposta:
- non si parla praticamente mai di ambiente
- nessun riferimento al P.A.N.E.
- nessuna valutazione sugli impatti
- nessun cenno alle alternative
Eppure è proprio su questo che si concentrano le preoccupazioni dei territori. La questione viene trattata come un problema amministrativo, non come una scelta che:
- consuma suolo
- frammenta ecosistemi
- compromette aree agricole
- contraddice gli obiettivi climatici
Nel complesso, la risposta dell’assessora Terzi:
- chiarisce il quadro normativo, ma evita il confronto politico
- difende la procedura, ma non giustifica la scelta
Resta quindi intatto il cuore delle criticità sollevate da amministrazioni locali e cittadini. E resta soprattutto quella sensazione già vista in molte altre grandi opere: quando esiste una scorciatoia procedurale, la si utilizza e il fatto che sia possibile diventa automaticamente una giustificazione
La vicenda della “D breve” non riguarda solo un’infrastruttura. Riguarda il modo in cui si prendono decisioni che cambiano il territorio.
- Qual è il ruolo dei Comuni?
- Quanto pesa la tutela ambientale?
- Che spazio ha il confronto pubblico?
Finché a queste domande si risponderà solo con articoli di legge e riferimenti procedurali, il rischio è sempre lo stesso: decisioni già prese, territori chiamati solo a prenderne atto. E la Brianza, ancora una volta, paga il prezzo più alto.

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