venerdì 25 settembre 2026
Lissone, Pedemontana e nuovo PGT: quanto territorio ci resta da perdere?
Pedemontana e nuovo PGT. Due questioni diverse, ma con qualcosa di importante in comune: il futuro del territorio di Lissone. Nei giorni scorsi il tema di Pedemontana è tornato in Consiglio comunale con una mozione sottoscritta da Luca De Vincentis, capogruppo di Vivi Lissone, Elio Talarico, capogruppo del Partito Democratico, e Marino Nava, capogruppo de Il Listone.
La mozione parte da una situazione che i cittadini di Santa Margherita conoscono bene: i lavori delle tratte B2 e C, affidati a Webuild in qualità di general contractor, stanno procedendo con ritardi rispetto alle previsioni formulate nel 2024, quando in una Commissione consiliare era stata indicata una durata complessiva dei lavori di circa 1.000 giorni. Ora si aggiungono le notizie sulle difficoltà finanziarie del general contractor. I firmatari della mozione ricordano le indiscrezioni di inizio settembre sulla richiesta di copertura di ingenti extra-costi da parte di Webuild, successivamente ridimensionate dalla stessa società, e richiamano anche il giudizio della Corte dei Conti sulla situazione economica di Pedemontana. Proprio la Corte dei Conti, nel giudizio di parifica sui bilanci regionali, aveva evidenziato che dai dati disponibili non emergeva la capacità della società di generare, almeno nel medio periodo, liquidità sufficiente a rimborsare i finanziamenti, remunerare i soci e sostenere i costi necessari al completamento dell'opera.
Per i tre capigruppo il quadro merita quindi chiarimenti immediati. La mozione chiede al sindaco e alla Giunta di rivolgersi a Regione Lombardia, socio di maggioranza di Pedemontana, per conoscere la situazione e di riferire poi al Consiglio comunale. Chiede inoltre che a Webuild venga richiesto un cronoprogramma dettagliato dei prossimi lavori. L'obiettivo dichiarato è evitare che i ritardi e le eventuali difficoltà finanziarie si traducano in nuovi disagi per il territorio e, soprattutto, nello spettro del «cantiere infinito».
Ed è proprio qui che la questione Pedemontana incrocia un'altra discussione che si è aperta a Lissone: quella sul nuovo Piano di Governo del Territorio. A raccontare dal punto di vista del Comitato per la difesa del territorio di Lissone quanto emerso nella presentazione del nuovo PGT è Luigi De Vincentis.
De Vincentis osserva che il termine consumo di suolo è stato molto presente nell'esposizione del Piano, anche in relazione ai tagli previsti dalla Regione su alcuni progetti già deliberati. Ma, secondo De Vincentis, questo non basta. Lissone parte infatti da una situazione particolarmente pesante: oltre il 71% del territorio risulta già consumato, un dato che colloca la città ai vertici regionali per urbanizzazione. Per questo, osserva De Vincentis, parlare di consumo di suolo come questione esclusivamente urbanistica rischia di non cogliere il problema più ampio. La sua critica riguarda soprattutto l'assenza, nella discussione sul PGT, di un riferimento sufficientemente forte al cambiamento climatico. Secondo il rappresentante del Comitato, le scelte urbanistiche dovrebbero partire proprio da questa consapevolezza: in una città già così densamente urbanizzata, continuare a impermeabilizzare il territorio significa anche ridurre la capacità di affrontare le temperature sempre più elevate e gli eventi meteorologici estremi.
La proposta che ne deriva è sintetizzata da De Vincentis in due parole: «DEPAVIMENTIAMO, PIANTUMIAMO».
Non è soltanto uno slogan ambientalista. È una diversa idea di pianificazione: recuperare ciò che è già urbanizzato, aumentare il verde, ridurre le superfici impermeabili e mettere la resilienza climatica tra i criteri fondamentali delle trasformazioni urbane.
Pedemontana e PGT non sono naturalmente la stessa cosa. La prima riguarda una grande infrastruttura viabilistica sovracomunale, i suoi cantieri, i suoi costi e le sue conseguenze sul territorio. Il secondo dovrebbe invece stabilire le regole con cui Lissone organizzerà il proprio sviluppo urbano nei prossimi anni. Ma entrambe le discussioni portano alla stessa domanda: come si governa un territorio che ha già consumato più del 71% del proprio suolo e che deve contemporaneamente affrontare gli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico?
È una domanda che va oltre Pedemontana e oltre il singolo PGT. Perché continuare a parlare di nuove strade, nuove edificazioni e nuove trasformazioni senza considerare la quantità di territorio che abbiamo già perso rischia di farci guardare ogni intervento separatamente, senza vedere il quadro complessivo. E quel quadro, a Lissone, è quello di una città che ha ormai pochissimo suolo libero da perdere. Per questo la richiesta di non abbassare la guardia su Pedemontana, contenuta nella mozione dei tre gruppi consiliari, e quella di cambiare prospettiva nella pianificazione urbanistica, avanzata da Luigi De Vincentis e dal Comitato, possono essere lette insieme. Non perché dicano la stessa cosa. Ma perché entrambe ci ricordano che il territorio non è infinito e che le decisioni prese oggi avranno conseguenze molto oltre la durata di un cantiere o di un Piano urbanistico. E forse, prima di chiederci quanto altro possiamo ancora costruire, sarebbe il caso di domandarci quanto territorio siamo ancora in grado di proteggere.
mercoledì 23 settembre 2026
Sindaco Pilotto, anche noi vediamo ciò che vedono i cittadini
Il sindaco di Monza Paolo Pilotto, in un suo recente intervento, ha spiegato le ragioni delle scelte amministrative riguardo all'area del cosiddetto Polo istituzionale, dove è prevista anche la realizzazione del capolinea della M5.
Ha scritto, tra l'altro, che «chi amministra vede ciò che vedono i cittadini» e che anche chi governa può provare le loro stesse preoccupazioni.
A quanto pare, però, c'è qualcuno che non era ancora intervenuto nel dibattito: il bosco.
Gli alberi dell'area, che da circa trent'anni crescono in quello spazio e che sono destinati a essere abbattuti, hanno deciso di rispondere.
E noi, naturalmente, abbiamo voluto dare loro voce.
Questa è la loro lettera.
lei scrive che «chi amministra vede ciò che vedono i cittadini» e che può provare le loro stesse preoccupazioni. Bene. Allora ci permetta di intervenire anche noi. Siamo gli alberi dell'area del Polo istituzionale. Quelli che, tra qualche tempo, dovrebbero lasciare il posto al cemento, alle strade, al parcheggio e alle opere necessarie per la nuova stazione di M5.
Sappiamo che non abbiamo diritto di voto. Non abbiamo un comitato, non partecipiamo alle riunioni, non abbiamo tecnici che siedono ai tavoli di MM. E, soprattutto, non abbiamo mai firmato alcun accordo. Però siamo qui da circa trent'anni. Trent'anni sono tanti, anche per un albero. Nel frattempo siamo cresciuti, abbiamo fatto ombra, trattenuto polveri, assorbito anidride carbonica, restituito ossigeno, trattenuto acqua nel terreno. Intorno a noi sono arrivati uccelli, insetti, piccoli mammiferi, altre piante. Insomma, mentre gli uomini decidevano che cosa fare di quest'area, noi abbiamo fatto quello che fa la natura quando le viene lasciato un po' di spazio: abbiamo costruito un bosco.
Lei lo definisce «un'area cresciuta dopo la bonifica». È vero. Ma forse proprio questo è il punto. Trent'anni fa era un'area da bonificare. Oggi è un ecosistema. E il fatto che sia cresciuto spontaneamente non lo rende meno importante. Semmai dovrebbe renderlo più interessante: significa che la natura ha fatto gratuitamente qualcosa che oggi, nelle città, cercate faticosamente di ricostruire spendendo milioni. Ci dispiace che la nostra presenza possa essere considerata un problema. Soprattutto quando sentiamo parlare di «compensazioni». Perché un albero adulto non è un alberello appena piantato. Un bosco non è una somma di tronchi da sostituire uno a uno. E un ecosistema che si è formato in trent'anni non si trasferisce altrove con una delibera. Potete piantare cento alberi domani. Ma domani non avrete cento alberi come noi. Avrete cento alberi appena piantati. Noi, invece, siamo già grandi. Abbiamo radici, cavità, cortecce, foglie, funghi, insetti, nidi e vita intorno a noi. Abbiamo attraversato estati torride, temporali, siccità e inverni. Abbiamo fatto il nostro lavoro ogni giorno, senza chiedere nulla al Comune.
E non siamo nemmeno contro M5. Anzi, siamo abbastanza vecchi da aver capito che una città ha bisogno di trasporto pubblico, di servizi e di infrastrutture. La domanda è un'altra. Perché la necessità di M5 dovrebbe significare necessariamente la nostra distruzione? Lei ci dice che il progetto è stato approvato, finanziato, messo a gara. Che l'ubicazione del capolinea è nota da anni. Che modificarlo significherebbe rimettere in discussione un percorso lungo e complesso. Lo comprendiamo. Ma se una decisione presa ieri si dimostra oggi problematica, davvero l'unica possibilità è dire: «Ormai è troppo tardi»? Perché se fosse così, Sindaco, avremmo una strana idea della politica. La politica dovrebbe servire anche a correggere le proprie decisioni quando cambiano le conoscenze, le sensibilità e le condizioni. Altrimenti non sarebbe più scelta. Sarebbe soltanto inerzia amministrativa con un progetto già finanziato.
Lei parla giustamente delle molte opere pubbliche che Monza deve affrontare. Scuole, ospedale, servizi, aree dismesse, bonifiche. E proprio per questo ci permettiamo una domanda: non potrebbe essere questa l'occasione per dimostrare che una città può crescere senza considerare il verde come ciò che rimane dopo aver deciso tutto il resto?
Ci chiamate «compensazione». Noi preferiremmo essere chiamati conservazione. Ci dite che altrove si pianteranno nuovi alberi. Noi vi ricordiamo che, mentre cresceranno quelli nuovi, noi saremo già scomparsi. Ci dite che l'area è destinata da trent'anni a funzioni pubbliche. Noi vi facciamo notare una cosa curiosa: in questi trent'anni, mentre aspettavamo il futuro previsto dai documenti urbanistici, siamo diventati parte del presente della città. E forse questa è proprio la cosa che i progetti fanno più fatica a comprendere.
La natura non legge i cronoprogrammi. Cresce. Occupa gli spazi che trova. Si adatta. Crea vita. E qualche volta, dopo trent'anni, si accorge che gli uomini hanno finalmente deciso che quello spazio serve a qualcos'altro.
Lei dice che ci sono momenti in cui le scelte devono essere affrontate. Siamo d'accordo. Ma esiste anche un'altra scelta: quella di fermarsi un momento davanti a ciò che si sta per perdere e chiedersi se non esista un modo diverso per raggiungere lo stesso obiettivo. Non chiediamo che Monza rinunci al futuro. Chiediamo che, nel progettare il futuro, non sia necessario distruggere ciò che il futuro stesso dovrebbe imparare a proteggere. Perché tra qualche anno qualcuno potrebbe anche inaugurare una nuova stazione, un parcheggio o un edificio pubblico. Ma nessuno inaugurerà il bosco che c'era prima. Noi non saremo più lì. E forse allora ci si accorgerà che non eravamo semplicemente «un'area verde». Eravamo già qualcosa. Eravamo un pezzo di città. Eravamo natura. Eravamo trent'anni di crescita. Eravamo casa per molti altri esseri viventi.
E, soprattutto, eravamo una possibilità. La possibilità di lasciare in piedi ciò che non abbiamo creato noi e che non siamo più capaci di ricreare in tempi umani. Questa è la nostra risposta, Sindaco. Prima di abbatterci, almeno, ci guardi.
Noi, nel frattempo, continueremo a fare quello che facciamo da trent'anni. Crescere.
Miele, agricoltura bio e divertimento alla "Festa delle Api" di Ponte Lambro
Tutto pronto per la partenza della "Festa delle Api" che si terrà in questo weekend del 26 e 27 settembre presso Villa Guaita di Ponte Lambro (CO).
Molto intenso il programma della manifestazione dedicata al mondo delle api, dell'apicoltura e dell'agricoltura biologica, evento organizzato come sempre dal Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" in sinergia con gli apicoltori del territorio e in collaborazione con il Comune di Ponte Lambro.
Gli orari della Festa sono: il sabato pomeriggio dalle ore 14:00 alle 21:00 e la domenica per tutta la giornata dalle ore 10 alle 19.
In questi stessi orari si terrà il tradizionale mercato agricolo e artigiano a filiera corta, con la presenza dei produttori di miele, degli agricoltori biologici e gli espositori dell'artigianato.
Sia sabato pomeriggio che per tutta la domenica, ci saranno giochi e laboratori per bambini a cura di varie associazioni: i Geppetti, il Tricheco, il Germoglio e Tic Tac.
Durante tutta la festa sarà possibile visitare gli alveari, con la guida degli apicoltori (sabato dalle ore 16 alle ore 18:30, mentre domenica dalle 11 alle 13 e poi dalle 14 alle 18).
Numerosi i singoli eventi del sabato pomeriggio.
- Dopo l'inaugurazione della Festa (alle ore 15:00 presso il cortile di Villa Guaita),
- alle ore 16 si terrà una conferenza sull'importanza degli alberi, elementi essenziali del territorio e alleati della natura e della salute, a cura dell'agronomo Elia Galbusera;
- alle 17 un incontro dedicato all'idromele, la bevanda fermentata più antica del mondo, a cura di Cristian Missaglia.
- Sempre sabato, dalle ore 18:30 l'"Alberitivo", a cura dell'associazione Testa di rapa, con buon cibo biologico (pizza agricola e taglieri con prodotti locali) e musica dal vivo con i Rhythm and Sugar.
Altrettanto intenso il programma degli eventi della domenica.
- Alle ore 10:30 una conferenza dal titolo "Cibo sano e cibo ultra processato, mangiamo consapevolmente e impariamo a leggere le etichette", a cura di Alessandra Borgo e Amalia Citterio.
- Dalle ore 12 alle 15 sarà possibile pranzare con i prodotti dell'azienda agricola La Runa.
- Nel pomeriggio alle 15 la conferenza dal titolo "Oltre l'alveare, alla scoperta del vero significato della parola 'ape'", a cura di Nicola Orempuller.
- In contemporanea per i bambini alle ore 15 il laboratorio "Fantainsetti? No, api selvatiche", a cura di Mirabilia;
- sempre per i bambini alle ore 16 "Il Circo delle api, il mondo delle api tra narrazioni e altri circensi", con Sara Micol Natoli.
- Sempre alle 16 un workshop di costruzione dei 'Bee hotel'.
- Alle 17, letture per bambini e adulti con il metodo kamishibai, a cura di Mirabilia.
- In contemporanea, alle 17 la premiazione del concorso letterario 'Emily Dickinson'.
- La Festa si concluderà all'insegna della buona musica: dalle 17 alle 19 il concerto di musica popolare dei Merendino's band.
Il Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" invita tutti a partecipare a questa edizione (la 17^) della "Festa delle Api", consigliando l'arrivo in treno alla stazione di Ponte Lambro, situata a poche decine di metri da Villa Guaita.
Per maggiori informazioni è possibile consultare la pagina Facebook https://www.facebook.com/festadelleapi.it/ e la pagina Instagram https://www.instagram.com/festadelleapi/ .
Conosci il lupo? A Macherio si parla del ritorno del grande predatore
Il lupo è tornato. Dopo decenni di assenza, il grande predatore è nuovamente presente sulle montagne lombarde e la sua ricomparsa sta alimentando discussioni, curiosità e anche qualche timore. Ma quanto conosciamo davvero il lupo? E soprattutto, cosa significa il suo ritorno nei nostri territori? A queste domande è dedicata la serata “Conosci il lupo? Il ritorno del grande predatore nei nostri territori”, in programma venerdì 9 ottobre 2026 alle ore 21 a Macherio, nella sala mostre della Biblioteca di Macherio, in via Roma 38.
A raccontare il lupo saranno Vincenzo Perin, guardaparco ed esperto naturalista, autore del libro Come l’acqua il lupo. Il lupo sulle montagne del Lago di Como, e Costanza Rovida, componente del Gruppo Regionale Tutela Ambiente Montano del CAI Varese.
Una serata quindi dedicata alla conoscenza di questo animale e al suo rapporto con l'ambiente, ma anche all'incontro fra il lupo e un territorio profondamente antropizzato come quello lombardo. Ad accompagnare l'incontro ci sarà anche una piccola esposizione di opere dell'artista Armando Fettolini, dedicata al lupo.
L'iniziativa è organizzata dalla Sezione CAI di Macherio e da ARCI Macherio, con il patrocinio del Comune.
Un'occasione per tornare su un tema che negli ultimi anni è comparso più volte sul nostro blog: perché parlare del lupo significa parlare non soltanto di un animale, ma anche del modo in cui guardiamo alla natura quando questa torna a occupare spazi dai quali l'avevamo fatta scomparire.
Venerdì 9 ottobre, ore 21 – Macherio, via Roma 38. Ingresso libero.
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martedì 22 settembre 2026
Sacco e Vanzetti: a Seregno la memoria ha scelto la strada più corta
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| Fonte immagine: Wikipedia |
Ci sono strade che, per arrivarci, bisogna quasi andare a cercare.
È il caso di via N. Sacco e B. Vanz.. Sì, proprio così: N. Sacco e B. Vanz.. Non è un refuso di questo articolo, ma la denominazione che si legge sul cartello stradale.
La strada si trova a Seregno, ma per arrivarci in automobile bisogna passare dal territorio di Cesano Maderno. È una laterale della Strada Vicinale Cassina Savina e oggi ha quasi l'aria di essere una piccola enclave seregnese oltre confine.
Non è sempre stato così. Un tempo la strada era collegata direttamente a via Saronno attraverso un passaggio a livello. Poi il passaggio a livello è stato chiuso, qualche decennio fa, e con la sua soppressione è venuto meno anche il collegamento diretto con quella parte di Seregno. Da allora, per arrivare in auto, bisogna fare un piccolo giro passando da Cesano Maderno.
Ma chi erano quei due nomi?
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| Bartolomeo Vanzetti a sx e Nicola Sacco a dx. Fonte: Wikipedia |
Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due italiani emigrati negli Stati Uniti, anarchici, che all'inizio del Novecento si trovarono coinvolti in una delle vicende giudiziarie più controverse della storia americana. Sacco era un calzolaio, Vanzetti un pescivendolo. Vivevano e lavoravano nel Massachusetts quando, nel 1920, furono arrestati e accusati di aver partecipato a una rapina durante la quale erano stati uccisi due uomini. Il processo si trasformò presto in qualcosa che andava ben oltre le accuse contestate ai due immigrati italiani. Il clima politico dell'epoca era fortemente segnato dalla paura del radicalismo e dell'anarchismo. Sacco e Vanzetti erano anarchici e questo elemento finì per pesare enormemente sulla loro vicenda.
Furono condannati a morte.
Per anni, dentro e fuori dagli Stati Uniti, si moltiplicarono le proteste e le iniziative per ottenere un nuovo processo. La loro storia diventò un simbolo delle battaglie contro l'ingiustizia e contro la persecuzione politica. Ma non bastò. Il 23 agosto 1927 Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono giustiziati sulla sedia elettrica nel carcere di Charlestown, nel Massachusetts.
La loro vicenda entrò poi nella memoria collettiva anche attraverso la musica. Nel 1971 Joan Baez dedicò loro Here's to You, con parole destinate a diventare una sorta di omaggio universale:
Here's to you Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph!
Vi rendo omaggio Nicola e Bart
Per sempre riposate qui nei nostri cuori
Il momento estremo e finale è vostro
Quell'agonia è il vostro trionfo!
Nel 1977, cinquant'anni dopo la loro esecuzione, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis riconobbe ufficialmente che il processo aveva prodotto una grave ingiustizia.
Peccato che a Seregno la memoria abbia scelto la strada più corta: N. Sacco e B. Vanz.
Dopo una vicenda che per decenni ha rappresentato una delle più note battaglie contro un'ingiustizia giudiziaria, forse Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti avrebbero meritato almeno il privilegio di vedere il proprio nome scritto per intero.
lunedì 21 settembre 2026
Pedemontana e metrotranvia: avere il coraggio di cambiare strada
La Brianza davanti a un bivio. E oggi, sulla metrotranvia Milano-Desio-Seregno, qualcosa si sta muovendo: il Comune di Desio ha ottenuto la convocazione di un tavolo istituzionale con Città Metropolitana per fare chiarezza sullo stato dei lavori, sui costi e sugli extracosti dell'opera. Una richiesta precisa: trasparenza, responsabilità, programmazione. È un passo necessario. Perché non è più tempo di rassicurazioni generiche. Servono numeri, responsabilità chiare e soprattutto una prospettiva concreta per completare un'opera che da anni condiziona la vita di cittadini, commercianti e interi quartieri. Ma la vicenda della metrotranvia racconta anche qualcosa di più generale.
- Per la gomma ci si dà da fare.
- Per il ferro si aspetta.
Quando si parla di Pedemontana, infatti, non mancano la mobilitazione politica e la ricerca delle risorse per portare avanti l'autostrada. Quando si parla di trasporto pubblico, invece, ci ritroviamo a discutere ancora di come trovare i soldi per completare un'infrastruttura già avviata.
E non basta. Per realizzare Pedemontana si trasformerà in autostrada anche un tratto della Milano-Meda oggi gratuito, sottoponendolo al pedaggio. Un collegamento fondamentale per questo territorio diventerà così a pagamento. E dove finiranno i veicoli che non vorranno o non potranno pagare? Sulle strade locali?
- Ancora traffico.
- Ancora congestione.
- Ancora inquinamento.
E allora il paradosso è completo: si costruisce nuova capacità stradale e, nello stesso tempo, si rischia di scaricare traffico sulla viabilità ordinaria.
Intanto il ferro aspetta. Per questo la richiesta arrivata da Desio è importante. Non chiede soltanto di riprendere i lavori: chiede di sapere con chiarezza quanto costa completare l'opera, quali sono gli extracosti, quali risorse sono disponibili e quali decisioni devono essere prese. È un modo concreto per riportare la metrotranvia al centro delle scelte sulla mobilità della Brianza. Noi invece pensiamo che sia proprio il momento di cambiare direzione. Non più una Brianza progettata attorno all'automobile.
- Più treni.
- Più tram.
- Più autobus.
- Più mobilità collettiva.
- Meno asfalto.
- Meno consumo di suolo.
Anche perché aiutare chi si muove non significa necessariamente incentivare l'uso dell'auto. In un momento in cui carburanti e costi della mobilità pesano sempre di più sulle famiglie, dovremmo investire nel trasporto pubblico, rendendolo più efficiente e più conveniente. Il futuro non è una Brianza con più automobili e più autostrade. Il futuro è una Brianza nella quale possiamo muoverci senza dover consumare continuamente il territorio per poterci muovere. Per questo diciamo ancora una volta:
- NO ALLA PEDEMONTANA.
- SÌ AL FERRO.
Perché il progresso non è andare più veloci verso lo stesso modello. È avere il coraggio di cambiare strada.
domenica 20 settembre 2026
Dalla Resistenza alla Costituzione: l’ANPI Seregno racconta le 21 madri costituenti
La storia della Repubblica non comincia soltanto nelle aule dell’Assemblea Costituente. Comincia anche nella lotta contro il fascismo, nella Resistenza e nella conquista di diritti che fino ad allora erano stati negati a una parte fondamentale della società. È questo uno dei significati della mostra “Le 21 Madri Costituenti. 2 giugno 1946”, inaugurata sabato 19 settembre alla Biblioteca Civica “E. Pozzoli” di Seregno.
Promossa dalla sezione ANPI di Seregno, intitolata al partigiano seregese Livio Colzani, e realizzata con il patrocinio del Comune, la mostra arriva in occasione dell’ottantesimo anniversario del suffragio universale e del primo voto delle donne italiane. All’inaugurazione sono intervenute l’assessora alla Cultura Federica Perelli e la presidente dell’ANPI Seregno Mariadele Frigerio. Una performance teatrale ha poi dato voce alle storie delle ventuno protagoniste. Al termine è intervenuto il sindaco per l’inaugurazione ufficiale.
Il dato di partenza è noto, ma vale la pena ricordarlo: il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta in una consultazione politica nazionale e poterono essere elette. Nell’Assemblea Costituente entrarono 21 donne su 556 componenti. Quelle ventuno non furono però semplicemente le prime parlamentari della storia italiana. Molte di loro arrivavano da esperienze maturate durante gli anni della dittatura e della guerra, dalla clandestinità alla Resistenza, dall’organizzazione politica alla lotta contro l’occupazione nazista e il fascismo. La conquista della democrazia e quella dei diritti non furono quindi due percorsi separati. La Repubblica nacque dalla sconfitta del fascismo e dalla volontà di costruire un ordinamento fondato su principi radicalmente diversi da quelli della dittatura. E tra questi principi c’era anche l’uguaglianza tra donne e uomini.
Nel suo intervento, la presidente dell’ANPI Mariadele Frigerio ha ricordato proprio questo percorso, sottolineando come le ventuno costituenti, pur appartenendo a culture politiche e religiose diverse, riuscirono a confrontarsi e a sostenere le battaglie delle altre, andando oltre le divisioni di partito quando erano in gioco i diritti delle donne e i principi della nuova Repubblica. Non fu un percorso semplice. Il fascismo aveva costruito anche attraverso la legislazione e la propaganda una precisa idea del ruolo femminile nella società. E quella cultura non scomparve automaticamente con la fine della dittatura. Le donne che entrarono nella Costituente si trovarono così a dover conquistare uno spazio politico che sulla carta era stato appena aperto, ma che nella realtà continuava a essere condizionato da una società profondamente segnata da una cultura patriarcale.
Diritti conquistati, non concessi. È forse questo uno degli aspetti della mostra che parlano più direttamente al presente. L’articolo 3 della Costituzione afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso. L’articolo 37 riconosce alla donna lavoratrice gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni spettanti al lavoratore. Sono principi che oggi possono apparire acquisiti, ma che ottant’anni fa rappresentavano una rottura profonda con il passato. E soprattutto non sono diritti arrivati spontaneamente né concessi dall’alto. Sono il risultato di conflitti, battaglie politiche, partecipazione e scelte compiute da persone che, in un momento decisivo della storia italiana, hanno contribuito a cambiare il Paese. Per questo la memoria della Costituente non riguarda soltanto il passato.
Quando Mariadele Frigerio ha ricordato che «i diritti di cui godiamo oggi non sono piovuti dal cielo e non sono per sempre», ha toccato un punto essenziale: la Costituzione non è soltanto il documento che racconta come è nata la Repubblica, ma è anche il riferimento con cui misurare la qualità della democrazia nel presente. Ricordare come sono stati conquistati quei diritti significa anche ricordare che la democrazia ha bisogno di essere praticata, difesa e continuamente attuata.
Anche la scelta dell’allestimento va nella stessa direzione. I 45 pannelli della mostra non sono raccolti in una sala separata, ma attraversano gli spazi della biblioteca, dall’ingresso alle aree di lettura. I ritratti e le parti pittoriche sono opera dello street artist Carlo Gori, mentre la grafica è curata da Alice Ciangottini. La rosa, elemento ricorrente nelle schede, diventa il filo visivo che accompagna le storie delle ventuno donne. La mostra diventa così parte della vita quotidiana della biblioteca. Non bisogna necessariamente andare a cercarla: è la storia che viene incontro a chi entra, studia, legge o prende un libro in prestito. È una scelta particolarmente significativa quando si parla di Resistenza, antifascismo e Costituzione. Perché la memoria non dovrebbe essere qualcosa da confinare nelle celebrazioni o nelle ricorrenze, ma uno strumento per comprendere il presente. Accanto alla mostra è stata infatti allestita anche una bibliografia dedicata, per permettere a chi vuole approfondire di andare oltre i pannelli e conoscere meglio le biografie, le idee e le battaglie delle ventuno costituenti.
Ottant’anni dopo quel 2 giugno, le fotografie e i nomi delle ventuno donne della Costituente possono apparire come una pagina ormai lontana. Ma basta guardare la Costituzione per accorgersi che molte delle questioni sulle quali si confrontarono sono ancora al centro della vita democratica: uguaglianza, lavoro, dignità, diritti, partecipazione, parità tra donne e uomini. Ed è proprio questo che rende utile una mostra come questa. Non soltanto ricordare chi furono le ventuno madri costituenti, ma capire da dove arrivano i diritti che oggi consideriamo normali e quanto sia stato necessario lottare per conquistarli.
La mostra “Le 21 Madri Costituenti. 2 giugno 1946” rimarrà aperta fino a sabato 3 ottobre 2026 negli spazi della Biblioteca Civica “E. Pozzoli” di via Cavour. Un invito, quindi, a entrare in biblioteca e incontrare quelle ventuno donne. Non come figure lontane consegnate alla storia, ma come protagoniste di una vicenda che riguarda ancora il nostro modo di vivere la democrazia.






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