giovedì 17 settembre 2026

GEV, non solo vigilanza: la natura della Brianza ha bisogno di essere raccontata

Fonte immagine: sito web Parco delle Groane e della Brughiera

Per proteggere la natura non basta mettere dei cartelli, stabilire dei divieti e controllare che vengano rispettati.

Bisogna anche saper raccontare la natura. È questo, forse, il messaggio più importante che arriva dall'iniziativa organizzata domenica 6 settembre dal Parco delle Groane e della Brughiera Briantea, che ha riunito una quarantina di Guardie ecologiche volontarie del proprio territorio, del Parco Nord Milano e del Parco Adda Nord per una giornata di formazione dedicata all'«Interpretazione del Patrimonio». Un'iniziativa che merita di essere segnalata e, soprattutto, di essere replicata.

Quando si parla di Guardie ecologiche volontarie si pensa spesso, inevitabilmente, ai controlli: il cane lasciato libero dove non dovrebbe, l'abbandono di rifiuti, un comportamento scorretto nei confronti dell'ambiente. Ma questa è soltanto una parte del loro lavoro. Le GEV sono presenza sul territorio. Sono persone che camminano nei boschi e nei prati, percorrono sentieri, osservano gli ambienti naturali, incontrano continuamente chi quei luoghi li frequenta. E proprio per questo hanno un'opportunità straordinaria: trasformare ogni incontro in un momento di educazione ambientale.

Anche un controllo può diventare un'occasione per spiegare. Se una persona viene richiamata perché è uscita da un sentiero, si può spiegare cosa c'è di delicato in quell'ambiente. Se viene chiesto di tenere il cane al guinzaglio, si può raccontare quali animali possono essere disturbati. Se si interviene per un rifiuto abbandonato, si può spiegare che cosa significa quel gesto per un ecosistema. La differenza è enorme. Una regola imposta può essere semplicemente subita. Una regola compresa può essere rispettata anche quando nessuno controlla.

Questo non significa naturalmente rinunciare alla vigilanza. Al contrario. I controlli sono indispensabili e fanno parte della funzione delle GEV. Ma la tutela dell'ambiente diventa più efficace quando alla vigilanza si affianca la capacità di far comprendere il valore di ciò che si sta proteggendo. È proprio questo il senso dell'«Interpretazione del Patrimonio» al centro della giornata formativa condotta dalla dottoressa Vanessa Vaio: non limitarsi a trasmettere informazioni, ma creare una relazione fra le persone e il luogo che stanno osservando. Una prospettiva particolarmente interessante per i parchi, dove il rapporto con i cittadini è quotidiano. Perché un visitatore può attraversare un bosco senza vedere nulla di particolare. Può vedere soltanto alberi. Una GEV preparata può invece aiutarlo a scoprire un ecosistema, raccontargli le specie che lo abitano, spiegargli l'importanza della biodiversità, fargli notare una traccia, una pianta, un corso d'acqua, un piccolo ambiente che normalmente passerebbe inosservato. E dopo averlo conosciuto, quel bosco probabilmente non sarà più soltanto «un posto dove andare a passeggiare».

È un tema particolarmente importante in una Brianza sottoposta da decenni a una fortissima pressione urbanistica e infrastrutturale. Qui gli spazi naturali non sono un elemento scontato del paesaggio. Sono frammenti di territorio da conoscere e difendere, spesso circondati da strade, capannoni, abitazioni e nuove infrastrutture. Brughiere, boschi, aree agricole, corsi d'acqua, fontanili e zone umide costituiscono una rete ambientale che rischia continuamente di essere considerata come semplice «vuoto» disponibile per nuove trasformazioni. Raccontarla significa anche spiegare perché quel «vuoto» vuoto non è affatto. Significa far capire che un prato non è soltanto un prato, che un bosco non è soltanto un insieme di alberi, che una zona umida non è un'area inutilizzata. Conoscere il territorio è il primo passo per riconoscerne il valore. E riconoscerne il valore è una condizione fondamentale per difenderlo.

Per questo salutiamo con favore la scelta dei tre parchi di investire insieme sulla formazione delle proprie GEV. Ma proprio perché l'esperienza è interessante, sarebbe auspicabile che non rimanesse un'iniziativa isolata. Perché non proporre percorsi analoghi anche negli altri parchi lombardi? Perché non costruire una formazione permanente delle GEV che affianchi alle competenze normative e di vigilanza una sempre maggiore preparazione sulla comunicazione, sulla conoscenza degli ecosistemi e sull'educazione ambientale? E perché non favorire sempre di più gli incontri fra GEV di parchi diversi, affinché possano confrontare esperienze, problemi e modalità di lavoro? La tutela della natura ha bisogno di competenze, ma anche di persone capaci di trasmettere quelle competenze alla comunità. 

C'è poi un aspetto che riteniamo fondamentale. Non bisogna pensare all'educazione ambientale come a qualcosa che avviene soltanto durante una visita guidata, una lezione con le scolaresche o una giornata organizzata dal parco. L'educazione ambientale può avvenire in qualsiasi momento.

  • Durante una passeggiata.
  • Durante un sopralluogo.
  • Durante un controllo.
  • Durante una conversazione con un cittadino.

Persino durante una sanzione, quando le circostanze lo consentono.

È questa la forza delle GEV: essere presenti là dove le persone vivono e frequentano il territorio, non soltanto in occasione degli eventi organizzati. Per questo la capacità di raccontare la natura non è un'aggiunta facoltativa al loro lavoro. È una competenza che può rafforzare profondamente la loro stessa funzione di tutela. 

Le GEV non devono essere soltanto gli «occhi» dei parchi. Possono essere anche la loro voce. Una voce capace di spiegare, coinvolgere e far scoprire che dietro ogni sentiero, ogni bosco, ogni prato e ogni corso d'acqua c'è un patrimonio che appartiene a tutti e che tutti siamo chiamati a rispettare. Se questa esperienza delle Groane, del Parco Nord e del Parco Adda Nord riuscirà a diventare l'inizio di un percorso più ampio, sarà un investimento importante non soltanto sulle GEV, ma sul futuro dei nostri parchi. Perché la natura che non conosciamo rischia di diventare invisibile. E ciò che diventa invisibile è molto più difficile da difendere.

Il sentiero Meda-Montorfano, un cammino tra natura e storia che guarda verso la Svizzera

A Mariano Comense una serata dedicata al percorso che collega Milano e Como attraverso boschi e aree naturali. L’appuntamento mercoledì 23 settembre 2026 in Sala Civica, in vista della camminata del 4 ottobre


Il sentiero Meda-Montorfano, storico percorso conosciuto come ME-MO, sarà al centro di una serata dedicata alla sua storia, al suo valore naturalistico e alle prospettive future. L’appuntamento è per mercoledì 23 settembre 2026, alle 21, nella Sala Civica di Mariano Comense, in piazza Roma 52, con partecipazione aperta a tutti fino a esaurimento dei posti.

La serata, dal titolo «Il sentiero Meda-Montorfano: tratto di un cammino importante che, attraverso boschi e aree naturali, collega Milano e Como fino ai Parchi della Svizzera», è organizzata dal Comitato Parco regionale Groane-Brughiera, insieme al Cai Meda, sezione Franco Fusetti, e alla S.E.M. Meda, con il patrocinio della Città di Mariano Comense e del nostro Parco regionale delle Groane e della Brughiera Briantea, con il Servizio di vigilanza ecologica.

L’incontro rappresenta anche un momento di preparazione alla camminata da Montorfano a Meda in programma domenica 4 ottobre, occasione per riscoprire sul campo un itinerario che attraversa boschi e aree naturali e che si inserisce in un cammino più ampio tra Milano, Como e i Parchi della Svizzera.

A intervenire saranno rappresentanti di enti e associazioni impegnati nella salvaguardia e nella promozione del sentiero. Tiziano Grassi, presidente del Comitato Parco Regionale Groane-Brughiera APS-ETS, presenterà i sentieri ME-MO e il progetto del cammino Milano-Como-Svizzera. A seguire, Giuseppe «Nuccio» Confalonieri del Cai Meda ripercorrerà la storia e l’evoluzione del sentiero Meda-Montorfano.

Un altro tema centrale sarà quello della Cascina Mordina, recentemente ristrutturata. Loredana Testini, assessore all’Ambiente del Comune di Mariano Comense, illustrerà il ruolo che la struttura potrà avere nel futuro del sentiero Meda-Montorfano.

L’appuntamento vuole così mettere insieme memoria, tutela del territorio e prospettive di valorizzazione di un percorso che rappresenta un collegamento importante tra i territori della Brianza e del Comasco, all’interno di una rete di itinerari che guarda anche oltre i confini regionali.

La partecipazione alla serata è libera e aperta a tutti, fino a esaurimento dei posti.

Per informazioni: Tiziano 331 227 1052, oppure informazioni@comitatoparcobrughiera.it

Il fiume, la diossina e il Bosco delle Querce: una camminata lungo il Tarò-Certesa


Domenica 27 settembre 2026, alle ore 9.30, il Comitato Parco Regionale Groane-Brughiera e WWF Insubria propongono una camminata narrante lungo il Tarò-Certesa, da Meda fino al Bosco delle Querce di Seveso.

Un percorso per conoscere il territorio attraverso la storia del suo fiume, ma anche per tornare nei luoghi che conservano la memoria del disastro dell’Icmesa del 1976 e della contaminazione da diossina.

La camminata, condotta dal geologo Gianni Del Pero, partirà da via Vignazzola a Meda e seguirà il sentiero Baden Powell, collegando la Collina della Memoria di Meda con il Bosco delle Querce di Seveso. Due luoghi simbolici della memoria di una delle più gravi emergenze ambientali della storia industriale italiana.

Il percorso si inserisce nella Giornata mondiale dei fiumi e fa parte del progetto “Atlante delle rive”, ideato da Marco Paolini insieme al filosofo della scienza Telmo Pievani, che invita a riscoprire i fiumi come elementi fondamentali del paesaggio, della storia e della vita delle comunità.

Camminare lungo il Tarò-Certesa significa quindi osservare un corso d'acqua spesso nascosto e poco conosciuto, ma anche ripercorrere una storia che ha profondamente segnato Meda e Seveso. Una storia nella quale ambiente, industria, salute, trasformazioni del territorio e memoria si intrecciano.

Info:

  • Domenica 27 settembre 2026
  • Ore 9.30
  • Meda-Seveso, da via Vignazzola al Bosco delle Querce
  • A cura di Comitato Parco Regionale Groane-Brughiera e WWF Insubria

mercoledì 16 settembre 2026

Pedemontana: più cemento per risolvere i problemi del cemento?


Abbiamo ricevuto un interessante commento da Sì Pedemontana al nostro post "Trentacinque anni dopo, quel grido sulla Pedemontana è ancora attuale". [Qui il link al commento]

Le differenze di vedute sono evidenti, ma il commento pone alcune questioni che meritano una risposta articolata. Perché, al di là delle rispettive posizioni sulla Pedemontana, ci troviamo davanti a una domanda più ampia: come dovrebbe cambiare il nostro modo di pensare la mobilità e il territorio di fronte a una Brianza che negli ultimi decenni è stata profondamente trasformata?

Prima di entrare nel merito, però, vale la pena soffermarsi su un'altra cosa.

Un video che racconta la trasformazione del territorio


Il Blog Brianza Centrale è sempre stato contrario alla realizzazione dell'autostrada Pedemontana. Non per partito preso, ma perché da anni documentiamo ciò che questa grande infrastruttura sta significando per il territorio: consumo di suolo, trasformazione irreversibile dei paesaggi, cantieri, demolizioni, nuovi svincoli, viabilità di servizio e una Brianza sempre più frammentata.

Fin dall'inizio abbiamo cercato di raccontare anche le iniziative dei comitati e delle associazioni che si battono per difendere la qualità della vita e la naturalità del territorio. Lo abbiamo fatto attraverso fotografie, documenti, sopralluoghi e testimonianze, cercando di lasciare una traccia di quello che sta accadendo mentre i lavori procedono.

Per questo dobbiamo essere sinceramente grati a un blog che, per quanto riguarda la Pedemontana, si trova decisamente agli antipodi rispetto alle nostre posizioni.


Immagine tratta dal video condiviso da Sì Pedemontana

Parliamo di Sì Pedemontana. Perché? Perché qualche giorno fa ha condiviso un video realizzato dalla pagina YouTube my.drone.journey, con una serie di riprese dal drone dei cantieri di Desio. E, come spesso accade quando si guarda un territorio dall'alto, le immagini raccontano parecchio. Il video, pubblicato su YouTube il 21 agosto, permette infatti di seguire dall'alto il tracciato dell'autostrada in costruzione, dalla futura Galleria Desio fino al futuro svincolo sulla SS36, oggi indicato come Desio Nord. Insomma, un documento interessante. Soprattutto per chi vuole capire che cosa sta succedendo concretamente al territorio.

E qui arriva la parte curiosa.

Quelle immagini sono state condivise da un blog favorevole alla Pedemontana, ma mostrano con grande evidenza proprio quella trasformazione del territorio che noi contestiamo. Naturalmente le immagini possono essere interpretate in modi diversi. Per chi sostiene l'opera possono rappresentare la concretezza di un'infrastruttura attesa da anni; per chi la contesta mostrano invece la dimensione della trasformazione territoriale in corso. Ma una cosa è difficile da negare: oggi la Pedemontana non è più soltanto una linea su una carta. È un cantiere che modifica concretamente il territorio. Ed è proprio da qui che vogliamo partire per rispondere al commento ricevuto.

«La Brianza è cresciuta e servono nuove soluzioni»

Nel commento si ricorda come, già negli anni Novanta, la Brianza fosse interessata da una forte espansione urbanistica e come il trasporto delle merci su gomma rappresentasse, e rappresenti tuttora, una componente molto importante della mobilità. È un dato di realtà che non contestiamo. La Brianza è cresciuta. Sono aumentati gli abitanti, le abitazioni, le attività produttive, gli spostamenti e il traffico. Sono cresciute anche le aree industriali e, più recentemente, quelle logistiche. Ma proprio qui, a nostro avviso, sta il problema. Dal fatto che la Brianza sia cresciuta non deriva automaticamente che dobbiamo continuare a costruire nuove strade per inseguire quella crescita. Anzi, è necessario porsi una domanda più scomoda: non è forse proprio questo modello di sviluppo ad aver contribuito a creare il problema che oggi siamo chiamati a risolvere?

Più urbanizzazione significa più spostamenti. Più spostamenti significano più traffico. Il traffico viene utilizzato per giustificare nuove infrastrutture. Le nuove infrastrutture rendono più accessibili nuove aree e possono favorire ulteriori trasformazioni. E così il meccanismo rischia di diventare una sorta di serpente che si morde la coda:

più cemento → più traffico → nuove strade → nuova accessibilità → altro cemento → altro traffico.

Dove interrompiamo questo ciclo?

Il problema non è solo «chi ha cementificato la Brianza»

Nel commento ci viene detto, in sostanza, che forse sarebbe stato più utile prendersela con chi ha stravolto la Brianza con cemento e mattoni piuttosto che con chi voleva costruire l'autostrada. Ma noi non riteniamo che le due cose debbano essere messe in contrapposizione. Contestiamo il consumo di suolo e contestiamo anche una nuova grande infrastruttura che contribuisce a trasformare ulteriormente un territorio già fortemente urbanizzato. La Pedemontana non è un elemento estraneo alla trasformazione della Brianza. È essa stessa una grande trasformazione territoriale, accompagnata da svincoli, viabilità complementari, cantieri e opere connesse. Per questo non possiamo limitarci a dire: «La Brianza è già stata cementificata, quindi ormai servono altre strade». Potremmo invece chiederci: proprio perché abbiamo già consumato così tanto territorio, non dovremmo finalmente fermarci e cambiare direzione?

Trentacinque anni non sono passati invano


Ed è qui che torniamo al vecchio opuscolo trovato nello scatolone. Nel 1991 la Pedemontana era un progetto. Oggi è un'opera in costruzione. Ma nel frattempo non è cambiato soltanto il territorio. È cambiato anche il modo in cui comprendiamo l'ambiente. Trentacinque anni fa il cambiamento climatico non aveva ancora assunto la dimensione e l'evidenza che conosciamo oggi. La perdita di biodiversità, la frammentazione degli habitat, l'impermeabilizzazione del suolo e gli effetti delle isole di calore erano temi molto meno presenti nel dibattito pubblico.

Oggi sappiamo che il suolo non è una superficie vuota sulla quale possiamo semplicemente costruire e che il suo consumo comporta conseguenze che, in molti casi, sono permanenti o difficilmente reversibili. E sappiamo anche che la crisi climatica impone di ripensare profondamente i nostri modelli di produzione, di consumo e di mobilità. Per questo non possiamo semplicemente prendere un progetto concepito decenni fa e considerarlo ancora attuale perché nel frattempo il problema del traffico è aumentato. Il tempo trascorso dovrebbe imporre una verifica, non essere utilizzato come una giustificazione.

La domanda non dovrebbe essere soltanto: «Quante automobili e quanti camion abbiamo oggi?».

Dovremmo chiederci anche: «Che tipo di mobilità vogliamo avere tra venti o trent'anni?»

L'87% delle merci su gomma: un dato da cui partire, non un punto d'arrivo

Nel commento viene ricordato che una quota molto elevata delle merci in Italia viaggia su strada. Anche questo è un dato importante. Ma quel dato non dimostra automaticamente che la soluzione sia costruire una nuova autostrada. Dimostra innanzitutto che il nostro sistema logistico e produttivo dipende fortemente dal trasporto su gomma. E allora la domanda dovrebbe essere: vogliamo considerare questa situazione immutabile oppure provare a modificarla?

Se la risposta è che l'87% delle merci viaggia su gomma, possiamo concludere che servono altre autostrade. Oppure possiamo chiederci perché, dopo decenni di politiche infrastrutturali, il sistema sia ancora così dipendente dalla gomma.

Non sono la stessa cosa.

Ma Pedemontana è ancora il progetto di cui si parlava nel 1991?

C'è poi un'altra questione che ci sembra importante. La Pedemontana di oggi non è semplicemente quella di cui si discuteva trentacinque anni fa. Il tracciato è cambiato e si è spostato più a sud. Tanto che chiamarla ancora «Pedemontana», rispetto al significato letterale del termine, può apparire quasi paradossale. Ma soprattutto è cambiato il contesto nel quale l'opera viene realizzata. Nel frattempo la Brianza ha continuato a costruire, consumare suolo, frammentare gli spazi aperti e aumentare la propria densità infrastrutturale. Un progetto che ha alle spalle una storia di decenni può essere ancora considerato automaticamente valido soltanto perché finalmente è arrivato il momento di realizzarlo? Oppure dovrebbe essere sottoposto a una verifica alla luce delle condizioni attuali? Per noi la seconda domanda è quella inevitabile.

Non è una questione di essere «contro il progresso»

Essere contrari alla Pedemontana non significa pensare che la Brianza debba tornare al passato o che le persone debbano rinunciare a spostarsi. Significa sostenere che non tutte le esigenze di mobilità devono essere necessariamente risolte attraverso nuovo asfalto e nuovo consumo di suolo. Significa anche riconoscere che un territorio come quello brianzolo non può essere considerato infinito.
  • Abbiamo già costruito moltissimo.
  • Abbiamo già frammentato moltissimo.
  • Abbiamo già perso moltissimo suolo.
E proprio per questo ciò che rimane dovrebbe avere un valore ancora maggiore.

Il vero confronto è sul futuro

Il nostro «No» alla Pedemontana, quindi, non nasce dalla nostalgia per una Brianza che non esiste più. Nasce esattamente dal contrario. Nasce dalla consapevolezza che la Brianza di oggi è già profondamente trasformata e che proprio per questo non possiamo continuare a rispondere ai problemi generati da questo modello costruendo nuove infrastrutture che ne prolungano la logica. Le ragioni che nel 1991 portarono 20 Comuni e 44 associazioni a esprimere la propria contrarietà alla Pedemontana non sono scomparse. Il territorio che allora si voleva difendere è diventato ancora più fragile. E oggi abbiamo anche strumenti scientifici e una consapevolezza ambientale che allora non avevamo. Per questo il vecchio opuscolo ritrovato in cantina non ci sembra affatto un documento del passato. Ci sembra, piuttosto, un avvertimento che abbiamo avuto trentacinque anni per ascoltare. E che oggi, mentre osserviamo dall'alto i cantieri di Desio, dovremmo forse rileggere con ancora maggiore attenzione. Perché il punto, alla fine, non è soltanto decidere se una nuova autostrada può rendere più scorrevole il traffico. Il punto è decidere quanta Brianza siamo ancora disposti a consumare per mantenere in vita un modello di mobilità e di sviluppo che proprio quel consumo di suolo ha contribuito a creare.

Per noi, la risposta è chiara: la Brianza ha già dato abbastanza.

martedì 15 settembre 2026

Le Brianze da camminare: da Santa Maria Hoè a San Zeno di Olgiate Molgora


Dopo la presentazione del programma di “Le Brianze raccontate e camminate”, la rassegna organizzata da Arci Macherio per andare alla scoperta di luoghi poco conosciuti della Brianza, è ora il momento di entrare nel dettaglio del prossimo appuntamento.


Domenica 27 settembre 2026 è in programma una nuova escursione, questa volta nel cuore della Brianza collinare, da Tremonte a San Zeno di Olgiate Molgora, passando attraverso Mondonico e alcuni dei suoi borghi e luoghi storici.


Un itinerario di circa 7,3 chilometri, con un dislivello positivo di 190 metri, che si sviluppa ai piedi del San Genesio, tra sentieri, mulattiere, strade storiche e brevi tratti urbani. Un percorso definito agevole nella sua parte collinare, ma che presenta anche un tratto in discesa da affrontare con particolare attenzione.


Da Santa Maria Hoè a Olgiate Molgora

  • Il ritrovo è fissato alle 13.45 a Santa Maria Hoè, nel parcheggio pubblico lungo via Santa Petronilla.
  • Da qui prenderà avvio la camminata, attraversando alcuni luoghi significativi del territorio: Albosco e la chiesa di Santa Petronilla, Tremonte e la chiesa di Santa Veronica, quindi la strada e il ponte del Bordeà, Mirabella e Paù.
  • Il percorso proseguirà quindi verso Mondonico, con il passaggio in via Emilio Gola e lungo il sentiero di Casate, per raggiungere il Dosso inferiore, San Donnino, Monticello e Bruggione.
  • La parte finale condurrà alla chiesa di San Biagio, quindi verso La Squadra e Valmara, fino alla chiesa parrocchiale di San Zeno, a Olgiate Molgora, dove l'escursione terminerà intorno alle 18.45.


È dunque una camminata che, oltre all'aspetto escursionistico, permette di attraversare una Brianza fatta di piccoli nuclei storici, antiche strade, edifici religiosi e paesaggi collinari. Un territorio che spesso si attraversa senza conoscerne la storia e le trasformazioni, e che iniziative come questa cercano di far riscoprire proprio attraverso il cammino.


Le informazioni pratiche

  • L'escursione è riservata ai soli tesserati Arci e l'iscrizione è obbligatoria. Il numero massimo è fissato in 30 partecipanti.
  • È prevista una quota di 5 euro, comprensiva del ristoro.
  • Considerate le caratteristiche del percorso, sono indispensabili calzature da trekking con suola antiscivolo. È inoltre fortemente consigliato l'uso dei bastoncini da escursionismo.
  • Ritrovo: domenica 27 settembre, ore 13.45 - Santa Maria Hoè (LC), parcheggio pubblico di via Santa Petronilla
  • Arrivo: ore 18.45 circa - Olgiate Molgora (LC), chiesa parrocchiale di San Zeno
  • Per iscrizioni: cultura@arcimacherio.it – 335 632 8590 (Augusta)
  • Per informazioni: 339 844 6553 (Gianni)

L'iniziativa è organizzata da Arci Macherio.

Un nuovo appuntamento, dunque, per camminare nella Brianza meno conosciuta, seguendo il filo di quella storia locale che è al centro dell'intero programma di “Le Brianze raccontate e camminate”.

Un itinerario di straordinario fascino e di grande soddisfazione, da non perdere assolutamente

Cari amici e care amiche, 

dopo la tremendamente calda pausa estiva, ritornano finalmente le escursioni di “LE BRIANZE raccontate e camminate” di Arci Macherio, e lo fanno con uno dei percorsi più classici in assoluto in terra briantea: un itinerario di straordinario fascino e di grande soddisfazione, da non perdere assolutamente.
Una passeggiata “da leccarsi i baffi” che da molto tempo vi volevamo proporre ma che, per un verso o per un altro, abbiamo più volte dovuto accantonare momentaneamente in attesa che tutti gli astri si allineassero.

Ebbene, il pomeriggio di domenica 27 settembre ci aspetta un’escursione di prim’ordine che ci condurrà in uno dei luoghi più iconici della Brianza, quel Mondonico che fu anche eletto come dimora artistica da alcuni dei più illustri maestri della pittura lombarda dell’Ottocento e del Novecento: Emilio Gola, Aldo Carpi ed Ennio Morlotti.

Ma prima ancora, nel territorio di Santa Maria Hoè, visiteremo le chiese dei borghi di Albosco e Tremonte. Per l’antica strada del Bordeà saliremo fino all’omonimo pittoresco ponticello. 
Da qui, con qualche brevissimo tratto leggermente più ripido, contorneremo a mezza costa le lussureggianti pendici del San Genesio, con splendidi scorci panoramici sugli antistanti colli di Montevecchia, fino a giungere ai 487 metri delle assolate case di Pau’. 
In seguito, prestando la dovuta attenzione, prima per praterie e poi nei boschi dell’alta valle della Molgora, scenderemo in quel di Mondonico.

Successivamente descriveremo un anello perlopiù pianeggiante che toccherà tutti i luoghi più suggestivi della zona come Casate, San Donnino, Monticello, la magnifica Chiesa di San Biagio (aperta esclusivamente per noi) e La Squadra. 
Dopo un meritato momento di ristoro, un ultimo tratto in discesa ci condurrà verso le case di Valmara e quindi all’antichissimo sito della Chiesa Parrocchiale di San Zeno, dove si concluderà la nostra escursione che, riassumendo, misura complessivamente circa 7.300 metri per un dislivello totale in salita di 190 metri e di circa 275 metri in discesa.

L’escursione sarà guidata da Massimo Cogliati, stimato storico locale e autore dei principali volumi sulla storia e il territorio di Olgiate Molgora. Con la sua profonda conoscenza archivistica e la sua grande passione divulgativa, ci accompagnerà alla riscoperta delle pagine di storia più affascinanti, dei segreti e dei racconti legati ai luoghi e alle dimore artistiche che hanno reso celebre questo angolo di Brianza".

Vi aspettiamo numerosi.

un cordiale saluto
Gianni Casiraghi, Augusta Brambilla e Simone Recalcati
per il gruppo di lavoro di LE BRIANZE raccontate e camminate

Una festa per le api, un messaggio per l'ambiente: il 26 e 27 settembre a Ponte Lambro


Si terrà nel weekend del 26 e 27 settembre a Ponte Lambro (CO) la "Festa delle Api".  La manifestazione - giunta alla 17^ edizione - è come sempre organizzata dal Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" in sinergia con gli apicoltori del territorio e in collaborazione col Comune di Ponte Lambro, Api Lombardia e ALI (Allergici agli imenotteri).



La "Festa delle Api" di fine settembre si svolgerà nel parco di Villa Guaita, messo a disposizione dall'Amministrazione comunale di Ponte Lambro. Molto ricco il programma che va dal pomeriggio di sabato 26 (dalle ore 14 e fino alle 21) all'intera giornata di domenica 27 (dalle ore 10 fino al termine alle 19).
A caratterizzare come sempre la Festa sarà il mercato agricolo biologico, con la presenza degli apicoltori del territorio e dei produttori agricoli; a fianco a loro vi saranno gli espositori di prodotti artigianali.
Nella due giorni sono previsti numerosi appuntamenti, a partire da incontri e conferenze su vari temi, tra cui la tutela degli alberi, la produzione dell'idromele, e una conferenza sull'alimentazione sana in contrapposizione ai cibi ultra-processati. Tanti i momenti dedicati alle animazioni e laboratori per i più piccoli.
Adulti e bambini potranno vedere da vicino la vita delle api, partecipando alle visite guidate agli alveari organizzate dagli apicoltori, sia al sabato pomeriggio che per tutta la domenica.  
Vi sarà anche lo spazio per il buon cibo, dall'"Alberitivo" di sabato pomeriggio, al pranzo della domenica.
E poi molti altri appuntamenti, tra cui laboratori e workshop per bambini e adulti.


L'obiettivo principale della "Festa delle Api" è anzitutto quello di sensibilizzare la cittadinanza sull'importanza degli insetti impollinatori, che purtroppo soffrono a causa dell'uso massiccio di pesticidi in agricoltura, oltre che delle conseguenze della crisi climatica, tra le quali siccità e riduzione della biodiversità.

La manifestazione ha ottenuto il patrocinio di vari enti e associazioni, tra cui "Le Città del miele" (organizzazione di cui fa parte dal 2024 anche il Comune di Ponte Lambro), la Provincia di Como, Ersaf Lombardia, AMI (Ambasciatori del miele), CGIL e SPI Como.

Il Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" invita tutti a visitare la Festa, consigliando di arrivare in treno, considerato che Villa Guaita si trova a poche decine di metri dalla stazione ferroviaria di Ponte Lambro. 
L'appuntamento per la 'Festa delle Api' è quindi per sabato 26 settembre - dal pomeriggio - e per la giornata di domenica 27, appunto presso Villa Guaita di Ponte Lambro (accesso da piazza Puecher).

Per maggiori informazioni è possibile consultare la pagina Facebook https://www.facebook.com/festadelleapi.it/  e la pagina Instagram https://www.instagram.com/festadelleapi/ .

domenica 13 settembre 2026

Trentacinque anni dopo, quel grido sulla Pedemontana è ancora attuale

Un vecchio scatolone in cantina, alcune carte dimenticate e un opuscolo del 1991. Basta sfogliarlo per scoprire che, su un tema come la Pedemontana, il tempo sembra essersi fermato. A volte basta aprire un vecchio scatolone. Questo era riposto in cantina da chissà quanti anni. Dentro, carte, documenti, volantini, pubblicazioni che avevo conservato e poi dimenticato. I primi risalgono all'inizio degli anni Novanta. Li guardo distrattamente, poi ne prendo in mano uno.


È un opuscolo pubblicato come supplemento a «L'Esagono» del 30 marzo 1991. Ha più di trentacinque anni, ma a prima vista sembra appena uscito dalla tipografia. Il titolo è quasi profetico: «Questo potrebbe essere il futuro». Sulla copertina, un disegno mostra una rotonda autostradale invasa dalle automobili che attraversa un centro abitato. Sotto, un logo verde con la scritta «Qualità della vita, sì grazie» e una grande V formata da due braccia, con un tondino nero al posto della testa. Più sotto, inequivocabile, la scritta: «No alla Pedemontana». Sedici pagine. Sedici pagine dedicate a un'infrastruttura che allora era ancora soprattutto un progetto, una minaccia annunciata, qualcosa contro cui mobilitarsi prima che diventasse cemento, asfalto, svincoli e cantieri.


Poi arrivo al paginone centrale. E qui il salto nel tempo diventa ancora più sorprendente. In alto, occupando due pagine, una grande scritta: «La Brianza ha ancora un polmone verde». Sotto, una carta geografica mostra la Brianza colorata di verde. Una grossa linea nera, l'autostrada, la attraversa e la taglia in due. E subito sotto un'altra frase: «Ma un cancro la sta minacciando». Il linguaggio è quello, inevitabilmente più duro, della mobilitazione ambientale di quegli anni. Ma il concetto è chiarissimo: il territorio non è uno spazio vuoto sul quale tracciare liberamente nuove infrastrutture. È un sistema già densamente abitato, fatto di città, campagne, boschi, aree agricole, corsi d'acqua e spazi aperti sempre più preziosi.

Sfoglio le altre pagine. Ci sono le ragioni della contrarietà alla Pedemontana. E soprattutto ci sono i numeri di quella mobilitazione: 20 Comuni e 44 associazioni che sottoscrivono le proprie ragioni contro l'opera.


Trentacinque anni fa. E viene spontaneo chiedersi: quanto è cambiato davvero da allora? La Pedemontana, nel frattempo, ha cambiato percorso. Si è spostata più a sud, diventando, per certi versi, un po' meno «pedemontana» rispetto a quella immaginata e contestata allora. Sono cambiate le carte, i tracciati, i progetti, le denominazioni e le argomentazioni con cui l'opera è stata presentata.

Ma soprattutto è cambiata la realtà. Nel 1991 la Pedemontana era ancora un progetto da contrastare, una trasformazione temuta e rappresentata sulla carta. Oggi non è più soltanto una linea tracciata su una mappa: è un'opera che sta prendendo forma e che sta già trasformando profondamente il territorio brianzolo, consumando suolo, interrompendo continuità agricole e ambientali e modificando paesaggi che per decenni erano stati considerati parte del patrimonio della Brianza.

Quello che allora veniva indicato come il possibile futuro oggi lo possiamo vedere con i nostri occhi. E proprio per questo quelle vecchie pagine fanno ancora più impressione..


E così quel vecchio opuscolo, trovato in uno scatolone, smette di essere un documento del passato. Diventa uno specchio. Non serve essere d'accordo con ogni parola usata allora, né idealizzare una stagione nella quale le infrastrutture venivano raccontate con slogan che oggi possono apparire lontani. Ma è difficile non riconoscere l'attualità di una domanda fondamentale che quelle pagine ponevano: quanto territorio siamo disposti a consumare per realizzare nuove infrastrutture? E quanto vale, invece, ciò che ancora rimane?

La Brianza del 1991 non è più quella di oggi. Nel frattempo sono aumentate le strade, le abitazioni, gli insediamenti produttivi, i centri commerciali e le superfici impermeabilizzate. Gli spazi liberi sono diventati ancora più preziosi. E proprio per questo quelle parole acquistano un significato diverso. Quel «polmone verde» di cui parlava l'opuscolo non è una fotografia immobile di trentacinque anni fa. È ciò che resta oggi di quel territorio e che ancora possiamo decidere di preservare, collegare, rendere accessibile, restituire alla natura e alle persone.


Nel 1991 si denunciava il rischio che una nuova autostrada potesse compromettere quel poco di territorio ancora libero che rimaneva in Brianza. Trentacinque anni dopo, quelle ragioni non sono venute meno. Sono diventate, se possibile, ancora più forti.

Perché nel frattempo la Brianza ha continuato a consumare suolo, a espandersi, a perdere campi, spazi aperti e continuità ambientali. Quello che allora appariva come il rischio di un'ulteriore ferita oggi si inserisce in un territorio già profondamente trasformato e sempre più fragile.

Ed è proprio questo che rende impressionante ritrovare, dopo tanti anni, quel vecchio opuscolo. Le parole sono cambiate, il tracciato è cambiato, il progetto è cambiato. Ma le ragioni per dire no a una nuova autostrada in un territorio già così densamente urbanizzato non solo sono ancora lì: oggi pesano ancora di più.

Nel 1991 quella mobilitazione cercava di impedire che il futuro della Brianza fosse deciso attraverso altro asfalto e altro consumo di suolo. Oggi, mentre la Pedemontana sta concretamente trasformando il territorio, quelle preoccupazioni non appartengono più soltanto al mondo delle ipotesi.

Sono davanti ai nostri occhi.

E forse è proprio questo il significato di quelle vecchie carte ritrovate in uno scatolone: trentacinque anni dopo, il «No alla Pedemontana» non è un pezzo di storia da archiviare. È una posizione che, di fronte al progressivo consumo della Brianza, conserva intatte le sue ragioni e acquista ancora più forza.