martedì 4 agosto 2026

Tutelare il suolo, ma solo fino a un certo punto: le osservazioni del Comune di Monza al PTCP

Il consumo di suolo a Monza. Immagine tratta dal web.

Il Comune di Monza dichiara di voler ridurre il consumo di suolo e tutelare il suolo libero. Ma nelle osservazioni alla variante del PTCP provinciale chiede di modificare alcune delle tutele che potrebbero ostacolare nuove trasformazioni. Dalla Cascinazza alla Rete Verde, passando per via Sant’Anastasia: ecco cosa emerge dai documenti.

C'è una questione che merita di essere discussa con attenzione nel dibattito sulla nuova pianificazione urbanistica di Monza: quanto è realmente vincolante l'obiettivo di ridurre il consumo di suolo quando, contemporaneamente, si chiede di rendere più flessibili alcune delle tutele che proteggono il suolo libero?

La domanda nasce dalla lettura delle osservazioni che il Comune di Monza ha presentato alla variante del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) della Provincia di Monza e della Brianza.

Il documento comunale parte da una premessa che, almeno nelle intenzioni, va nella direzione auspicata da chi da anni si batte contro il consumo di suolo. Il Comune ricorda infatti che la variante al proprio PGT, avviata nel 2023 e attualmente all'esame del Consiglio comunale, è finalizzata all'adeguamento alla legge regionale sul consumo di suolo e al perseguimento di una «consistente riduzione del consumo di suolo» rispetto al PGT vigente. Tra gli obiettivi dichiarati vengono indicati anche la tutela del suolo libero e la valorizzazione delle componenti ambientali e paesaggistiche. Fin qui, nulla da eccepire. Il problema nasce quando si passa dalle dichiarazioni generali alle richieste specifiche formulate alla Provincia.

Cascinazza: tutelare il suolo, ma non tutto


Uno dei casi più significativi riguarda la Cascinazza, attraverso l'ambito di trasformazione AT18. Il Comune chiede alla Provincia di stralciare dall'individuazione come Ambito destinato all'attività agricola di interesse strategico (AAS) una porzione di territorio compresa nel perimetro dell'AT18, così da poter garantire l'attuazione dell'ambito di trasformazione per l'intera superficie del complesso cascinale. La richiesta viene motivata anche con un'altra operazione che, nelle intenzioni dell'amministrazione, dovrebbe produrre un importante beneficio ambientale: per l'attuazione dell'AT18 il Comune prevede la cessione di oltre 240.000 metri quadrati di aree esterne all'ambito, situate tra il Lambro e via Rosmini, da destinare alla creazione di un parco agricolo attrezzato con percorsi ciclopedonali e alla realizzazione della vasca di espansione del Lambro prevista dal Piano Territoriale Regionale.

Via Adda

Viale Sicilia

È una scelta che pone però una domanda inevitabile. La tutela di oltre 24 ettari di territorio può essere considerata una compensazione sufficiente per rendere possibile la trasformazione urbanistica di un'altra area oggi sottoposta a tutela agricola? Non è una domanda retorica e non significa mettere in discussione il valore del parco agricolo proposto o della vasca di espansione. Significa chiedersi se la tutela del territorio debba essere valutata soltanto in termini quantitativi, sommando metri quadrati protetti da una parte e metri quadrati trasformati dall'altra. Per chi si batte contro il consumo di suolo, il tema è centrale: un'area agricola o libera non è necessariamente intercambiabile con un'altra area libera situata altrove. Il valore ambientale, paesaggistico, ecologico e territoriale di un luogo dipende anche dalla sua posizione e dalle relazioni che intrattiene con il territorio circostante.

La Rete Verde: meno vincoli dove possono diventare scomodi

Ancora più significativa è la parte delle osservazioni dedicata alla Rete Verde di Ricomposizione Paesaggistica (RVRP) del PTCP. La Rete Verde è uno degli strumenti attraverso i quali il PTCP individua una struttura territoriale destinata alla tutela e alla valorizzazione del paesaggio, con una funzione anche di rete ecologica. Il Comune di Monza chiede però di rivederne il disegno, escludendo le aree che costituiscono pertinenze di insediamenti esistenti e quelle che risultavano già impermeabilizzate alla data di adozione del PTCP, il 22 dicembre 2011. 

La richiesta non si ferma qui. In alternativa allo stralcio delle aree dalla Rete Verde, il Comune propone di modificare l'articolo 31 delle Norme di Piano, in modo da rendere possibile anche l'attuazione di opere di impermeabilizzazione già previste dagli strumenti urbanistici comunali alla data di adozione del PTCP, anche indipendentemente dalla specifica destinazione urbanistica successivamente attribuita alle aree. Ed è proprio questo passaggio a meritare particolare attenzione. Perché cosa succede se un'area che un tempo era destinata alla trasformazione urbanistica viene successivamente destinata a verde e, anni dopo, torna ad essere considerata urbanizzabile? La proposta del Comune sembra voler evitare che la successiva modifica della destinazione urbanistica cancelli definitivamente il peso delle precedenti previsioni edificatorie. In altre parole, una vecchia previsione urbanistica potrebbe continuare a produrre effetti anche quando quella previsione non è più vigente? È un principio che merita un confronto pubblico, soprattutto in un territorio come la Brianza, dove la disponibilità di suolo libero è sempre più ridotta.

Via Sant'Anastasia: il caso che spiega tutto


Il Comune porta nelle proprie osservazioni un esempio concreto: l'area di via Sant'Anastasia/viale Libertà. L'area è oggi compresa nella Rete Verde ed è di proprietà comunale. Nel PGT vigente alla data di adozione del PTCP, nel 2011, era inserita in un ambito di trasformazione destinato prevalentemente a servizi SAP. Successivamente, con il PGT del 2017, una parte dell'area è stata ridestinata a verde. Ora, nella variante al PGT attualmente in corso, il Comune propone nuovamente una destinazione a servizi che comporterebbe l'impermeabilizzazione del suolo oggi libero. L'area è infatti stata inserita tra quelle considerate «urbanizzabili» nella Carta del Consumo di Suolo. È un esempio particolarmente significativo perché rende concreto il problema.

Un'area che oggi è libera e in parte destinata a verde potrebbe essere nuovamente impermeabilizzata sulla base di una previsione urbanistica che risale a quindici anni fa. La proposta avanzata dal Comune alla Provincia consentirebbe infatti di considerare sufficiente il fatto che il PGT vigente nel 2011 prevedesse già un intervento comportante impermeabilizzazione, anche se quella destinazione è stata successivamente modificata. È questo il modo in cui vogliamo affrontare la riduzione del consumo di suolo? Oppure dovremmo considerare un'area per quello che è oggi, chiedendoci se sia davvero necessario trasformarla, anziché considerare come una sorta di diritto acquisito una vecchia previsione urbanistica?

Via Baradello e via Tagliamento


Le osservazioni riguardano anche altre aree. Per via Baradello, il Comune chiede lo stralcio dalla Rete Verde di un'area verde di proprietà comunale prospiciente edifici residenziali ALER. La motivazione è legata a un progetto di rigenerazione urbana e sociale del quartiere, con la previsione di nuove destinazioni a servizi e parcheggi. In questo caso è necessario evitare semplificazioni: rigenerare un quartiere e migliorare la qualità degli spazi pubblici non equivale automaticamente a consumare nuovo suolo. Ma proprio per questo sarebbe importante capire nel dettaglio quale sarà il rapporto tra la nuova destinazione dell'area e la sua attuale funzione di spazio verde.


Analoga richiesta riguarda un'area comunale tra via Tagliamento e via Generoso, interessata dalla presenza di uno svincolo di accesso alla SS36. Anche in questo caso il Comune chiede lo stralcio dalla Rete Verde. Si tratta di casi diversi tra loro e non è corretto metterli tutti sullo stesso piano. Ma nel loro insieme mostrano un problema generale: quando la tutela ambientale entra in conflitto con una scelta urbanistica, la direzione che il Comune propone alla Provincia è quella di rendere più flessibile la tutela.

Il doppio binario del consumo di suolo

Ed è proprio qui che si trova, a nostro avviso, la questione politica più interessante. Da una parte Monza dichiara di voler ridurre il consumo di suolo e tutelare quello libero. 
Dall'altra, nelle osservazioni al PTCP, chiede:

  • di stralciare una porzione dell'AT18 Cascinazza dagli ambiti agricoli strategici;
  • di rivedere il perimetro della Rete Verde;
  • di escludere alcune aree dalle sue tutele;
  • oppure, in alternativa, di modificare le norme provinciali per consentire nuove impermeabilizzazioni sulla base di previsioni urbanistiche già esistenti nel 2011;
  • di rendere quindi più facilmente attuabili alcune trasformazioni che oggi incontrano maggiori ostacoli per effetto delle tutele ambientali e paesaggistiche.

Questo non significa che la variante al PGT di Monza sia complessivamente una variante "cementificatoria". Il documento comunale sostiene esplicitamente il contrario e sarebbe scorretto ignorarlo. Ma proprio per questo le singole scelte contenute nelle osservazioni meritano di essere discusse. Perché la vera questione non è soltanto quanti metri quadrati di suolo verranno formalmente sottratti alle trasformazioni rispetto al passato. La domanda è anche quali aree vengono considerate sacrificabili e quali strumenti di tutela siamo disposti a indebolire per poterle trasformare.

Il suolo libero non è una riserva da utilizzare quando serve

Da anni, in Brianza, assistiamo a un fenomeno che conosciamo bene: ogni singola trasformazione viene spesso presentata come eccezionale, necessaria, compensata o legata a un interesse pubblico. Il risultato, però, si misura alla fine sul territorio reale. Un pezzo alla volta, un'area dopo l'altra, la superficie libera diminuisce e quella impermeabilizzata aumenta. Per questo riteniamo che la discussione sul nuovo PTCP e sulla variante al PGT di Monza debba partire da un principio semplice: il suolo libero non dovrebbe essere considerato una riserva da utilizzare quando emerge una nuova esigenza urbanistica. E soprattutto una vecchia previsione edificatoria non dovrebbe trasformarsi automaticamente in un lasciapassare per una nuova impermeabilizzazione. Se una previsione non è stata realizzata per quindici anni, e nel frattempo quell'area è stata destinata a verde, forse la domanda da porsi non dovrebbe essere come recuperare il vecchio diritto a trasformarla. Dovrebbe essere: abbiamo ancora davvero bisogno di trasformarla?

La Provincia dovrà scegliere quale idea di territorio sostenere

Ora la parola passa anche alla Provincia di Monza e Brianza, che dovrà valutare le osservazioni presentate dai Comuni nell'ambito della variante al PTCP. È un passaggio importante perché non si tratta soltanto di decidere il destino di alcune aree monzesi. Si tratta di stabilire quanto deve essere forte e coerente una politica provinciale di tutela del suolo e della Rete Verde. Come blog Brianza Centrale abbiamo sempre sostenuto che la Brianza non abbia bisogno di altro consumo di suolo, ma di recuperare e riqualificare ciò che è già stato urbanizzato. Per questo non ci interessa attribuire etichette o fare processi alle intenzioni. Ci interessa porre una domanda molto semplice, alla quale sarebbe utile che amministratori e pianificatori rispondessero con altrettanta chiarezza:

  • se davvero vogliamo ridurre il consumo di suolo, perché dovremmo rendere più facile trasformare proprio quelle aree che gli strumenti urbanistici sovracomunali hanno individuato per essere protette?

La sfida della nuova pianificazione urbanistica dovrebbe essere quella di consumare meno suolo, non quella di trovare nuove eccezioni per poterlo consumare.

domenica 2 agosto 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 8. Gli effetti della diossina sulla salute, le interruzioni di gravidanza, l'azione e il pensiero di Laura Conti


Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.

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Ottava puntata
Gli effetti della diossina sulla salute, le interruzioni di gravidanza, l'azione e il pensiero di Laura Conti


Uno degli aspetti più controversi del disastro Diossina dell'ICMESA fu quello relativo agli effetti sulla salute della popolazione venuta a contatto con il potente tossico.
Nonostante i monitoraggi, le campagne epidemiologiche e gli studi fatti a partire dalla fase acuta nell'immediatezza della ricaduta della nube tossica e nel corso degli anni successivi, la divulgazione delle conoscenze è stata per lo più limitata agli ambienti scientifici e/o specialistici con pubblicazioni solo sulle riviste o sui siti dedicati.

I PIANI DI MONITORAGGIO SANITARIO
In una sua ricostruzione, l'Istituto Superiore di Sanità (ISS) - vedi testo sotto- ha scritto che per valutare la mortalità a lungo termine legata alla diossina sono stati realizzati vari studi.
 

Momenti del monitoraggio sanitario

Il primo copre gli anni fino al 1986, il secondo fino al 1991, il terzo arriva fino al 1996 e il quarto, che al momento è il più aggiornato, fino al 2001: copre quindi un periodo di 25 anni, ed è stato condotto sulla popolazione esposta alla diossina (divisa in zona A, zona B e zona R a seconda del grado di contaminazione della zona di abitazione) e su una popolazione di riferimento non esposta.
Il programma di monitoraggio ha coinvolto circa 280.000 persone nell’area brianzola, di cui quasi 6.000 residenti nelle aree più colpite.
La ricerca ha preso in esame il 99% di tutti i soggetti coinvolti.

Nota: Il "rate ratio" di cui si scrive successivamente,  è il coefficiente ottenuto dividendo il tasso di un gruppo esposto per il tasso di un gruppo non esposto, se il risultato è pari a 1,  l'esposizione non ha alcun effetto sul rischio o sul tasso dell'evento, se è Maggiore di 1 (> 1): l'esposizione aumenta il tasso dell'evento, agendo come fattore di rischio se Minore di 1 (< 1):  l'esposizione riduce il tasso dell'evento, agendo come fattore protettivo.

In base ai dati più recenti, il risultato più significativo riguarda l’incremento nelle zone più inquinate di neoplasie del tessuto linfatico ed emopoietico, in particolare per le donne: nella zona A (quella immediatamente intorno al luogo dell’incidente) il rate ratio è di 3,17, e nella zona B (quella più vasta intorno alla zona A) di 1,94. 
Il dato più alto riguarda i linfomi non-Hodgkin nella zona A (rate ratio di 4,45), mentre nella zona B il rate ratio per tutti i linfomi è di 2,14 e per i mielomi di 3,07. 
Fra gli uomini, l’unico dato in eccesso significativo riguarda la mortalità per leucemie, con un rate ratio di 2,07 nella zona B.
Gli effetti della fuoriuscita di Diossina però non si limitano ai tumori.
Nelle zone A e B sono stati osservati anche incrementi della mortalità per malattie circolatorie nei primi anni dopo l’incidente, di malattie croniche ostruttive dei polmoni e di diabete mellito fra le donne.

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A completamento informativo proponiamo sotto uno scritto recente, uscito in occasione del 50° anniversario del disastro diossina curato dal dott. Luigi Bisanti della Direzione associata Epidemiologia & Prevenzione e dal dott. Dario Consonni della Medicina del Lavoro, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano.

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GLI EFFETTI SULLA SALUTE
Per valutare le conseguenze sanitarie dell’incidente fu nominata una commissione di esperti italiani e stranieri.
Ne facevano parte scienziati di grande valore: Nathan Mantel, biostatistico, Irving J. Selikoff e Raymond Suskind, medici ed epidemiologi occupazionali, Jiří Kučera, teratologo, e molti altri. Nell’immediato, fu predisposto un piano di controlli della popolazione maggiormente esposta necessariamente aspecifico, data la scarsa informazione all’epoca sugli effetti dell’esposizione non professionale a diossina. 


Monitoraggio sanitario a Seveso presso la scuola De Gasperi

Furono indagate con test ematochimici le funzioni epatica, ematopoietica, renale e immunologica; furono esaminate la conduzione nervosa periferica e le aberrazioni cromosomiche; monitorati gli aborti spontanei, la mortalità perinatale, il basso peso alla nascita e le malformazioni congenite.
In base a una convenzione tra Regione Lombardia e la Clinica del Lavoro dell’Università degli Studi di Milano, dagli anni Ottanta furono avviati studi per accertare effetti a lungo termine dell’esposizione a TCDD.

LA CLORACNE
L’unico effetto inequivocabilmente accertato nei primi periodi dopo l’incidente fu la cloracne, che colpì soprattutto i bambini, facilmente in contatto in quei giorni estivi con matrici ambientali contaminate: in zona A, su 214 bambini di 3-14 anni, 42 (19,6%) presentarono cloracne; nella parte più contaminata della stessa zona risiedevano 54 di quei bambini e quasi la metà di essi presentò cloracne (26 bimbi pari a 48,1%).5

LA DIOSSINA TCDD NEL PLASMA
Sebbene l’esposizione a TCDD non sia un effetto in senso stretto, la includiamo in questa sezione, perché convinti che la condizione di esposto si manifesti con la compromissione del precedente equilibrio psichico e fisico. «L’esposizione al rischio è un danno» è un principio che Giulio Maccacaro espresse già nel 1973 e che Pier Alberto Bertazzi ha ribadito – «l’esposizione è componente “nociva” dell’evento in sé» – nel suo contributo in occasione dei 40 anni dal dramma di Seveso.
Ai tempi dell’incidente, la TCDD era difficilmente dosabile. 
Anni dopo, sono state sviluppate tecniche analitiche di sensibilità tale da permettere di dosare la TCDD anche nelle piccole quantità di plasma rimaste dai prelievi effettuati dopo l’incidente e congelate.


Il Prof Paolo Mocarelli all'epoca dei fatti

Nota: La conservazione del plasma dei prelievi di sangue, in attesa che si potesse misurarne la concentrazione di TCDD, si deve all'intuizione del prof Mocarelli dell'ospedale di Desio.
La misurazione della TCDD nel sangue fu possibile a partire dal 1988 con la messa a punto di un sistema da parte del CDC - Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta negli Stati Uniti, che mise a punto una tecnica basata sulla gascromatografia accoppiata alla spettrometria di massa ad alta risoluzione (GC-HRMS).

 
I livelli mediani di TCDD in picogrammi per grammo di lipidi (pg/g, o parti per trilione, ppt), misurati presso il CDC furono i seguenti:
zona A: 447 ppt; zona B: 94 ppt; zona R: 48 ppt; (vedi tabella 1) con i livelli in soggetti residenti in aree non contaminate erano inferiori a 5-10 ppt.

Quindi, i livelli plasmatici mediamente confermavano la suddivisione in zone A, B, R basata sui livelli di TCCD nel suolo. 
Data la lunga emivita della diossina (molti anni), livelli sensibili erano ancora dosabili sui campioni prelevati tra il 1992 e il 1996 dalla Clinica del Lavoro di Milano, in collaborazione con US National Cancer Institute e CDC, per studi sugli effetti molecolari della TCDD (tabella 1):in zona A furono dosati livelli mediani pari a 73,3 ppt, in zona B pari a 12,4 ppt.



Nella zona circostante non inquinata il livello mediano misurato in un campione di popolazione era di 5,5 ppt. 
Questi dosaggi hanno anche confermato che l’unica diossina presente in eccesso nel plasma dei soggetti delle zone inquinate era la TCDD: i livelli di altre sostanze diossina-simili, cioè altre diossine, furani e policlorobifenili, erano paragonabili a quelli misurati nei soggetti non coinvolti nell’incidente.

RAPPORTO MASCHI-FEMMINA ALLA NASCITA
L’Ospedale di Desio negli anni Novanta documentò un’alterazione del rapporto maschi-femmine alla nascita in 674 nati nell’area tra il 1977 e il 1996. 
La proporzione di neonati maschi, che fisiologicamente è circa 0,514, diminuiva (quindi nascevano più femmine) al crescere della concentrazione plasmatica di TCDD. In particolare, nei figli dei padri esposti a TCDD quando avevano un’età inferiore a 19 anni, la proporzione risultò pari a 0,38.

TSH NEONATALE
La Clinica del Lavoro di Milano, sfruttando la banca dati dello screening neonatale di TSH (thyroid stimulating hormone) di tutti i nati in Regione Lombardia, riscontrò, nel periodo 1994-2005, livelli di TSH pari a 1,66 µU/ml tra i 56 figli di madri residenti in zona A all’epoca dell’incidente e 1,35 µU/ml tra i 425 figli di madri di zona B, mentre nei 533 figli di madri residenti nell’area non inquinata il TSH era pari a 0,98 µU/ml.
La proporzione di bambini con TSH >5 µU/ml era di 16,1% nei neonati da madri di zona A, 4,9% in zona B e 2,8% nell’area non inquinata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) all’epoca considerava fisiologica, in aree con sufficiente apporto di iodio, una proporzione inferiore al 3% di neonati con TSH >5 µU/ml.
Inoltre, in un sottogruppo di 51 donne di cui era disponibile la concentrazione di TCDD plasmatica, fu dimostrata una correlazione positiva tra TSH neonatale e TCDD plasmatica delle madri.
Le alterazioni osservate erano solo a livello biochimico, non clinico: l’interesse dello studio era di verificare l’accordo con studi sperimentali nell’animale e la possibile persistenza di effetti sulla progenie a molti anni di distanza dall’incidente.
L’interesse per il TSH era motivato dalla conoscenza consolidata in epidemiologia ambientale che valori alti di TSH sono associati a un rischio più alto di difetti fisici e mentali durante lo sviluppo.

MORTALITÀ E INCIDENZA DEI TUMORI MALIGNI


Date la tossicità elevata, la temuta cancerogenicità e la lunga emivita della TCDD, negli anni Ottanta la Clinica del Lavoro impostò uno studio di coorte per monitorare mortalità e incidenza di tumori maligni negli abitanti dell’area.
La coorte ha incluso i 218.682 residenti all’epoca dell’incidente (tabella 1); la popolazione residente nell’area non inquinata (cosiddetta zona non-ABR) fu scelta come riferimento per il confronto dei tassi di mortalità e di incidenza dei tumori.
L’ultimo aggiornamento ha coperto gli anni dal 1976 al 2013, un tempo sufficientemente lungo per la manifestazione degli effetti dell’esposizione a diossina.
Lo studio di mortalità ha comportato l’accertamento su tutto il territorio nazionale dello stato in vita e della causa di morte (codificata secondo le regole internazionali), attraverso vari sistemi: aggiornamenti periodici dalle anagrafi degli 11 Comuni, record linkage con basi di dati dell’Istat, della Regione Lombardia e delle ASL lombarde; follow-up postale per i soggetti non rintracciati in Lombardia e per i soggetti emigrati fuori regione.
I primi risultati furono pubblicati nel 1989 e documentarono un aumento nei primi anni dopo l’incidente di decessi per malattie cardiovascolari nella zona più inquinata.
Sebbene fosse difficile attribuire con sicurezza questo aumento all’incidente, il risultato era plausibile sia per gli effetti documentati della TCDD sull’apparato cardiovascolare sia per le gravissime condizioni di stress che hanno caratterizzato la vita di quella popolazione per un lungo periodo di tempo dopo l’incidente.
Nelle ultime analisi è stata confermata una mortalità elevata per malattie cardiovascolari in zona A nel primo decennio dopo l’incidente (rapporto fra tassi 2,00, 17 decessi) e un’aumentata mortalità per diabete nelle donne, con gradiente decrescente dalla zona più inquinata a quella meno inquinata.
Per lo studio di incidenza dei tumori fu costruito un sistema complesso basato sulla ricerca dei casi con codici di tumore negli archivi informatici delle schede (anonime) di dimissione ospedaliera (SDO) e la successiva conferma della diagnosi con ricerca manuale delle cartelle cliniche negli ospedali lombardi. Solo dal 2007 l’istituzione di un Registro tumori presso la ASL (ora ATS) Brianza ha consentito di rilevare dati di incidenza già codificati in modo rapido.
Il risultato più convincente dei vari studi condotti dagli anni Novanta (nonostante la bassa potenza statistica per le zone più inquinate) riguarda l’aumento dei tumori del sistema linfoematopoietico (linfomi, leucemie, mielomi). 
L’ultimo aggiornamento ha confermato un eccesso di rischio anche a distanze di tempo crescenti dall’incidente (tabella 2).


Parallelamente, l’Ospedale di Desio, in collaborazione con il CDC, ha impostato il Seveso Women’s Health Study (SWHS), che ha incluso 981 donne di cui erano disponibili campioni di sangue prelevati tra il 1976 e il 1981.
Lo studio ha stimato un raddoppio del rischio di tumori della mammella per ogni aumento di 10 volte dei livelli di TCDD plasmatica. 
Un aggiornamento su 833 donne ha stimato un aumento dell’80% di tutti i tumori per ogni aumento di 10 volte dei livelli di TCDD plasmatica.
Con lo studio SWHS sono stati indagati anche numerosi effetti non neoplastici sull’organismo femminile delle 981 donne reclutate e della loro progenie.
Nel 1997 e nel 2012, la International Agency for Research on Cancer (IARC) ha classificato la TCDD in gruppo 1 (cancerogeno per l’uomo) per l’insieme di tutti i tumori (“evidenza sufficiente”); le evidenze riguardanti i sarcomi dei tessuti molli, il linfoma non Hodgkin (NHL) e il tumore del polmone sono state giudicate “limitate”.

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Le due pubblicazioni sulla salute riportate evidenziano l'aumento del "Rate Rations" o Rapporto tra i Tassi d'incidenza per una serie di patologie dopo la contaminazione da diossina TCDD, tuttavia una delle più grosse difficoltà nel determinare quanto il disastro diossina pesò sulla salute della popolazione fu ed è la mancanza del fattore di correlazione tra alcune patologie, i decessi e la diossina stessa.
Per questo, contrariamente ad altre situazioni drammatiche quali le morti di Casale Monferrato che sono riconosciute quali conseguenza di un'esposizione alle fibre dell'Amianto, non v'è a tutt'oggi una quantificazione ufficiale di decessi correlati alla diossina.
Certamente questo fatto non deve ne può autorizzare narrazioni minimaliste o assolutorie.

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L'INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA

La vicenda della richiesta di poter interrompere la gravidanza per le donne residenti nelle aree contaminate originò molti contrasti politici e sociali sia in loco sia in ambito nazionale.
Da ricordare ed evidenziare che nei comuni contaminati, tra la fine di luglio e l'agosto del 1976, parallelamente alle prime ordinanze di sgombero della "Zona A", i medici dei consultori e le autorità sanitarie, diffusero la raccomandazione precauzionale di astenersi dalla procreazione per l'evidente rischio che la diossina poteva influire sulla salute del feto.


Si scontrarono due concezioni: quella cattolica e dei movimenti ecclesiali contraria all'interruzione di gravidanza in toto e quella laica e di sinistra che all'opposto chiedeva l'introduzione in Italia di una legge che consentisse alle donne di poter scegliere secondo il concetto dell'autodeterminazione.

Sulla vicenda ne ha scritto la ricercatrice e componente del senato Accademico dell'università degli Studi di Milano Carlotta Cossutta, di cui riportiamo sotto il testo nella parte dedicata all'argomento.

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Il 29 luglio 1976, Emma Bonino e Susanna Agnelli chiedono in Parlamento che alle donne delle aree colpite venga consentito di abortire. 
Siamo nel ’76, nel pieno del dibattito che porterà alla legge 194 e che ha già ottenuto un primo, piccolo, successo. 
Nel 1975, infatti, la Corte Costituzionale, con la sentenza 27 del 18 febbraio, per permettere l’aborto terapeutico in caso di rischio per la vita della gestante.
A questo fanno appello Bonino e Agnelli, ma anche l’assessore alla sanità in Lombardia, Vittorio Rivolta (DC), che il 30 luglio dichiara: “Per quanto riguarda il problema delle gestanti, le donne verranno esaminate presso la clinica Mangiagalli [e] verranno svolti tutti gli esami e i controlli possibili […]. In base ai risultati di questi esami ogni decisione verrà lasciata alla libera determinazione delle interessate. Per libera determinazione intendo anche la possibilità di interrompere la gravidanza, in base ai risultati emersi e nel rispetto dei singoli problemi di coscienza” Da qui inizierà quella che verrà chiamata “la guerra dell’aborto”, in cui i corpi delle donne nelle zone intossicate diventeranno luoghi pubblici a tutti gli effetti.
Il 2 agosto, infatti, la commissione medico-epidemiologica consiglia alla popolazione di astenersi dalla procreazione per almeno sei mesi (ricordando che la legge che permette la contraccezione è del 1975) e una settimana dopo pubblica una valutazione sugli effetti della diossina che ammetteva la possibilità di un aumento delle malformazioni entro i primi tre mesi di gravidanza. 
A seguito di questa relazione aumentano le parlamentari che chiedono che sia concesso l’aborto terapeutico, mentre Comunione e Liberazione vi si oppone strenuamente e il Vescovo di Milano chiede alle famiglie della diocesi di impegnarsi ad adottare eventuali bambini/e che dovessero nascere con malformazioni.
In quei giorni, sul Giornale di Indro Montanelli si leggeva: “Il rischio è per i bambini, non per la madre: si tratta di aborto eugenetico, e non terapeutico”, mentre Nicola Adelfi su La Stampa proponeva addirittura di rendere l’aborto coatto, così “si cancellerebbe ogni resistenza affettiva, ogni scrupolo morale o di natura religiosa nelle persone interessate”.
Nel silenzio, l’11 agosto il Ministero di Grazia e Giustizia riconosce che le donne contaminate da diossina rientrano nei casi di aborto terapeutico e Andreotti dichiara che “si trovano nella esigenza terapeutica chiaramente riconosciuta dalla Corte costituzionale”.

Immagine da fotogramma di un colloquio con una donna richiedente l'interruzione di gravidanza

Vengono scelti come ospedali a cui indirizzare le donne che volessero abortire la Mangiagalli a Milano e l’ospedale di Desio. 
Proprio in quest’ultimo, però, i medici non solo rifiutano di praticare aborti, ma operano vere e proprie violenze psicologiche: in particolare, uno psichiatra avrebbe domandato a due genitori se davvero volessero “ammazzare il loro bambino”.

Avrebbe detto loro che la diossina non era dannosa, che il bambino sarebbe nato sano (rifiutandosi però di metterlo per iscritto) ad ascoltare il battito cardiaco del feto, per vincere le residue resistenze.
La conferenza episcopale si schiera coi medici di Desio sostenendo che: “Di fronte ai gravi episodi verificatesi all’ospedale di Desio riaffermiamo la nostra posizione: ogni attentato alla vita della piccola creatura che la madre porta in grembo è una grave violazione della legge naturale e della volontà di Dio, che nessuna legge umana potrà mai legittimare. Non intendiamo fare crociate ma nemmeno ammettiamo che altri le facciano. Noi pure, come cittadini e come cristiani, rivendichiamo il diritto di difendere ed esporre il nostro pensiero”.

Le donne esposte alla diossina si trovano esposte tra notizie e informazioni contraddittorie, private della possibilità di autodeterminazione perché con gli occhi puntati addosso.


Alla fine le donne che scelsero di abortire in Italia (molte altre scelsero di andare all’estero per sfuggire alla pressione) furono 35 e i feti e il materiale embrionale furono inviati all’Istituto di Patologia dell’Università di Lubecca, affinché fossero sottoposti ad analisi embriologiche e morfologiche. 
I risultati delle indagini, pur non segnalando malformazioni visibili, non escludevano la possibilità di mutazioni fetali come effetto del contatto con la diossina, anche se segnalavano che per conoscere i danni al cervello fosse troppo presto. 
Altre donne scelsero invece di portare avanti la gravidanza dando alla luce 76 bambini/e sani/e.
Uno dei risultati di questa pressione fu che molte famiglie di origine veneta o meridionale, che avevano dovuto ricorrere all’aborto terapeutico, ritornarono a vivere nelle regioni di provenienza, proprio per sfuggire allo stigma che le aveva colpite per aver scelto di abortire, stigma aggravato anche dalla sovraesposizione mediatica.
Anche le sorelline Alice e Stefania Senno, il cui volto deturpato dalla cloracne fu immortalato da decine di fotografie e divenne il simbolo della tragedia di Seveso, lasciarono la Brianza insieme alla loro famiglia, per tornare in Veneto.
In questo scenario sono utilissime le riflessioni di Laura Conti (a cui non a caso è intitolata la sede di Legambiente di Seveso).

Laura Conti

Partigiana, comunista, medico, ambientalista, all’epoca Conti è consigliera regionale per il PCI e si batte in prima fila per ottenere giustizia per gli e le abitanti delle zone contaminate.
Proprio lei osserva come la relazione della commissione medica non consideri “l’attentato della diossina al fegato e ai reni della madre, come se una donna gravida fosse soltanto un’incubatrice, e non una persona che ha lei stessa una salute da salvaguardare; implicitamente imponeva l’immagine di una fattrice che impazzisce se il prodotto del concepimento non riesce bene, ma che ai rischi suoi propri rimane completamente indifferente. Era la conferma – da parte di scienziati! – del vecchio modello tradizionale che obbliga la donna in un ruolo di strumento, privo delle caratteristiche di ‘persona’” . 
Un sapere medico non neutro ma che impone una propria visione al dibattito pubblico e agli stessi soggetti coinvolti. 
Conti critica l’impianto stesso della possibilità di abortire concessa a queste donne, che le autorizza all’aborto terapeutico solo se contestualmente dichiarano che un ‘parto mostruoso’ può mettere in pericolo la loro salute psichica: “il dibattito ignora l’autodeterminazione, ma svela anche la contraddittorietà bioetica di questa stessa legge che, mentre non consente alla donna di abortire se il bambino che genererà è malato, lo permette invece se il pensiero di “generare un mostro” rischia di far impazzire la madre”.
La salute delle donne, quindi, non è rilevante di per sé, come soggetti esposti alla diossina, ma lo diventa solo in relazione al feto: per poter abortire bisogna dichiarare di essere a rischio della follia, spostando sulle gestanti il tarlo e allontanando l’immagine della diossina. 
Sono le donne a non essere in grado di farsi carico della malformazione, quindi, a essere oggetto di stigma, e non l’Icmesa che ha prodotto la contaminazione.

Conti lo sottolinea in maniera molto chiara analizzando il diverso trattamento ricevuto dagli aborti spontanei causati dalla diossina: “non il minimo di collera si sollevava negli ambienti clericali contro l’Icmesa per l’eventualità che l’inquinamento avesse provocato […] aborti ‘spontanei’, mentre il furore arrivava a un vero e proprio linciaggio morale nei confronti di [chi] […] aveva proposto che alle donne fosse riconosciuto il diritto di ‘libera determinazione’ […]. Quanto dire che provocare aborti per produrre e vendere triclorofenolo veniva considerato legittimo, provocare aborti per andare incontro al desiderio delle donne di non generare bambini infelici veniva considerato orridamente peccaminoso”.

Il rischio dell’autodeterminazione delle donne viene ritenuto più grave dello stesso inquinamento e delle modalità di produzione che lo hanno reso possibile e, inoltre, concentrarsi solo sull’aborto mette in ombra ogni altro tentativo di interrogarsi sulla salute e sulle possibilità di sostenere le persone colpite. 
Non solo, la paura di legittimare gli aborti, spinse una parte della comunità a una negazione generalizzata: “negò tutto. Negò che ci fosse diossina. Negò che la diossina fosse uscita dal reattore Icmesa. Negò che la diossina fosse tossica. Spinse la negazione (aiutata in questo dai comportamenti incoerenti e contraddittori della Regione, oltre che dall’irresponsabile campagna minimizzatrice svolta dagli scienziati democristiani) fino a contestare la necessità della bonifica o delle misure di salvaguardia”, ancora una volta facendo ricadere sulle sole donne la colpa dell’aborto.

La stessa Conti osserva, a questo punto, che “forse è un paradosso, ma il solo fatto di aver affrontato il problema dell’aborto per le donne delle zone inquinate, il solo fatto di aver ottenuto a Seveso l’aborto terapeutico, si è risolto in un danno, perché tutta la questione diossina si è ridotta al quesito: le donne, le facciamo abortire o no? È diventato un problema delle donne, quello della diossina, che invece riguarda tutta la popolazione”.

I corpi delle donne sono diventati, letteralmente, l’unico terreno di bonifica e il luogo dello scontro: un’attenzione morbosa verso i feti e i/le futuri/e neonati/e, mentre poco o nulla veniva fatto per i corpi vivi presenti.

*-*-*

Laura Conti non si occupò solo della sofferta vicenda delle interruzioni di gravidanza ma fu, fin dall'inizio, in prima linea cercando il rapporto diretto con chi stava vivendo il dramma delle aree contaminate.
Chiedeva una Scienza seria ed esigente ma aperta alla partecipazione delle vittime del disastro e fu precorritrice del pensiero critico sullo sviluppo industriale ed economico illimitato.
Raccontò quegli anni del disastro diossina dell'ICMESA in due scritti: il reportage Visto da Seveso e il romanzo Una lepre con la faccia di bambina.
 
Continua.

sabato 1 agosto 2026

La torrida estate di Pedemontana


Comunicato congiunto di

  • Coordinamento No Pedemontana Usciamone vivi,
  • Comitato NO Pedaggio Pedemontana Milano-Meda,
  • Comitato Suolo libero Desio,
  • Comitato per la difesa del territorio Lissone,
  • No Pedemontana Lesmo Camparada Arcore,
  • Associazione Colli Briantei,
  • Circolo Legambiente Gaia Usmate Velate,
  • Comitato Ferma Ecomostro Tratta D-Breve.


Diverse notizie stanno punteggiando l’estate di Pedemontana.

Il giorno 22 luglio, in relazione al ricorso al TAR presentato dai Sindaci del Vimercatese, è stato reso noto che il Tribunale obbliga Concessioni Autostradali Lombarde a consegnare ai Comuni tutta la documentazione richiesta sul nuovo percorso dell’autostrada, la tratta D-breve che cambia completamente il progetto originale. Un passaggio importante, un primo risultato a favore delle Amministrazioni ricorrenti e che dimostra quanto sia fondamentale opporsi con fermezza alla cattiva condotta di chi confonde la responsabilità di governare un processo con l'arroganza del potere, spesso in spregio alle più basilari norme di leale collaborazione.

Di pochi giorni prima è l’ennesima bocciatura dello stato economico-finanziario di Pedemontana da parte della Corte dei Conti. La relazione della Corte è molto ampia e articolata.

Alcuni semplici elementi danno però un'idea chiara della realtà. 
Con sei esercizi consecutivi in negativo, Pedemontana ha oggi accumulato perdite per 101,1 milioni di euro. Inoltre, ben il 93% del “Fondo perdite società partecipate” della Regione, per complessivi 56,21 milioni di euro, è dovuto a Pedemontana.
È la certificazione dell’insostenibilità economica e finanziaria dell’opera, nel quadro di un indebitamento miliardario che continuerà a pesare sulle generazioni future.
Infine, la conferma, anzi la confessione, è arrivata fresca fresca dalla stessa Pedemontana, che ha chiesto al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti un aumento dei pedaggi dell’8%: richiesta per ora respinta.

Questo ci dice due cose. Innanzitutto, che Pedemontana economicamente non sta in piedi e che è quindi costantemente costretta a chiedere l’intervento della politica per evitare di andare a gambe all’aria; in secondo luogo, che la gratuità della Milano-Meda sarebbe possibile solo rinunciando definitivamente a Pedemontana e mantenendo quindi l’attuale Superstrada gratuita. Pedemontana è un'opera insostenibile da tutti i punti di vista, compreso quello finanziario.

Il ricorso al TAR dei Sindaci del Vimercatese ha segnato un punto e i conti della società APL continuano ad essere traballanti. Se a tutto questo si aggiunge il pesante ritardo accumulato rispetto a ogni previsione, destinato ad aggravare ulteriormente una situazione economico-finanziaria già estremamente critica, diventa sempre più evidente che il completamento di questo ecomostro è tutt'altro che garantito. Tutto ciò conferma la necessità di continuare ad opporci ad un'opera insensata e devastante, che peserebbe sui territori anche sul piano ambientale e sociale.

La mobilitazione contro quest’opera scellerata deve continuare!
Il futuro non è ancora scritto.
La differenza possiamo farla noi tutti e tutte!

 


 

La Delegazione FAI di Como aderisce al Coordinamento "Salviamo il Monte San Primo"


La Delegazione FAI di Como ha aderito ufficialmente al Coordinamento "Salviamo il Monte San Primo", condividendone l'appello a tutela della montagna del Triangolo Lariano. Con questo ingresso, il Coordinamento raggiunge quota 40 associazioni aderenti, rafforzando ulteriormente la rete di realtà impegnate nella tutela e nella valorizzazione del Monte San Primo.

L'adesione nasce dalla piena sintonia con la missione del FAI, che da oltre quarant'anni opera per la salvaguardia del patrimonio storico, artistico e paesaggistico italiano, in coerenza con l'articolo 9 della Costituzione. Tra le sue attività rientrano anche iniziative di sensibilizzazione sui temi ambientali, come la campagna #FAIperilClima, dedicata alla crisi climatica, una delle principali sfide del nostro tempo.

Proprio alla luce dei cambiamenti climatici in corso e delle evidenze scientifiche disponibili, il FAI ritiene opportuno riconsiderare alcuni interventi previsti dal progetto "Oltre Lario" per il Monte San Primo, affinché le risorse pubbliche siano orientate verso azioni di tutela, conservazione e valorizzazione del territorio, capaci di promuovere una fruizione sostenibile dell'area.

In particolare, desta perplessità la scelta di destinare parte dei finanziamenti alla riqualificazione e al ripristino delle piste da sci denominate "Baby Pianone" e "Baby Park". La loro collocazione altimetrica, infatti, non appare più idonea a garantire una pratica sciistica sostenibile né a giustificare la realizzazione o il mantenimento di impianti di innevamento artificiale, considerati gli effetti ormai evidenti del cambiamento climatico.

Il Coordinamento "Salviamo il Monte San Primo" accoglie con grande soddisfazione l'adesione della Delegazione FAI di Como, che rappresenta un importante riconoscimento della necessità di tutelare uno dei luoghi simbolo del Triangolo Lariano attraverso un modello di sviluppo rispettoso dell'ambiente e del paesaggio.

Nell'ambito di questa collaborazione, il Coordinamento intende inoltre promuovere la candidatura del compendio del Monte San Primo al censimento dei "Luoghi del Cuore" del FAI, il più importante programma nazionale di partecipazione civica dedicato alla tutela del patrimonio culturale e paesaggistico. L'obiettivo è coinvolgere cittadini e istituzioni in un percorso condiviso di salvaguardia e valorizzazione di un territorio di straordinario valore naturalistico.

Delegazione FAI di Como  
Coordinamento "Salviamo il Monte San Primo"

Mer o Merè: quando l'errore diventa un nome

Immagine tratta da Street View

A volte basta una lettera per cambiare il nome di un luogo. E, se nessuno interviene, anche un errore può finire per diventare realtà.

È il caso della Strada vicinale del Merè Nord, indicata in una locandina del Parco GruBrìa come Strada vicinale del Mer Nord, luogo di ritrovo per una visita nel parco. A prima vista potrebbe sembrare un semplice refuso. In realtà l'indicazione potrebbe essere voluta: se si cerca la strada con il navigatore, la si trova digitando "Mer", mentre "Merè" non restituisce il risultato. La denominazione presente su Google Maps, dunque, contiene un errore. E per evitare che qualcuno, seguendo le indicazioni, finisca chissà dove, si è scelto comprensibilmente di utilizzare nella comunicazione il nome che il navigatore riconosce.

Ed è qui che la faccenda diventa interessante. Perché gli errori ci sono sempre stati. Prima dell'epoca digitale c'erano i documenti scritti a mano, gli amanuensi, i copisti che trascrivevano testi e nomi. Un errore poteva essere ricopiato, poi ricopiato ancora, fino a diventare parte della tradizione. La storia della trasmissione dei testi è piena di questi piccoli incidenti. Oggi abbiamo semplicemente dei copisti molto più veloci e molto più potenti: gli algoritmi. Il problema, però, non è che Google possa sbagliare. Può succedere.

Il problema nasce quando ci adeguiamo all'errore invece di correggerlo. E questo, nel caso dei nomi dei luoghi, non è del tutto irrilevante. Un toponimo non serve soltanto a indicare dove andare: può conservare una parola dialettale, il nome di una persona, un'attività scomparsa, una caratteristica del territorio. In poche lettere può esserci una piccola parte della storia locale. Merè è la forma dialettale di Meredo, conservata nell'odonomastica locale. Una piccola parola che, come accade spesso con i nomi dei luoghi, conserva una traccia della storia e della lingua del territorio. 

Se cominciamo a modificare i nomi perché il navigatore non li riconosce, rischiamo alla lunga di fare il contrario di quello che dovrebbe fare uno strumento digitale: invece di aiutarci a conoscere il territorio, finisce per semplificarlo e decontestualizzarlo. Per questo abbiamo segnalato a Google Maps l'errore nella denominazione. Speriamo che venga presto corretto e che Merè Nord torni a essere Merè Nord anche per il navigatore.

Del resto, è una cosa semplice: se scopriamo che un nome è sbagliato, perché non correggerlo? Anche Google può sbagliare. L'importante è non trasformare il suo errore nel nostro.

AGGIORNAMENTO 02/08/2026

A poche ore dalla pubblicazione di questo post, Google Maps ha già provveduto a correggere la denominazione: ora la Strada vicinale del Merè Nord è finalmente indicata con il suo nome corretto.

Una dimostrazione concreta di quanto dicevamo: gli errori possono capitare, anche agli strumenti più utilizzati. La cosa importante è non adeguarsi all'errore, ma correggerlo.

In questo caso Google è stato decisamente efficiente. E così, per una volta, possiamo dire che la tecnologia non ha cancellato un piccolo pezzo di storia locale: lo ha restituito al suo posto.

Grazie a chi ha raccolto la segnalazione e ha provveduto alla correzione.

PTCP della Brianza, Majoli: "Non basta fotografare il territorio, bisogna proteggerlo"

Nei giorni scorsi il nostro blog ha presentato le 11 osservazioni alla variante al PTCP della Provincia di Monza e della Brianza elaborate dal Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP, richiamando l'attenzione in particolare sulla tutela del suolo libero, sulla Rete Verde e sulla necessità di evitare nuovo consumo di territorio.

Abbiamo scelto ora di approfondire quei temi direttamente con Giorgio Majoli, referente del Coordinamento, che da anni segue l'evoluzione degli strumenti di pianificazione territoriale della Provincia. Non si tratta quindi di riprendere semplicemente quanto già illustrato nel precedente post, ma di provare a capire meglio che cosa c'è in gioco nella variante al PTCP, quali sono le criticità individuate dagli ambientalisti e quale idea di territorio viene proposta per il futuro della Brianza. Dal destino degli Ambiti Agricoli Strategici alla funzione della Rete Verde, dagli Ambiti di Interesse Provinciale alla crescita degli insediamenti produttivi e logistici, fino al rapporto tra transizione energetica e tutela del suolo: con Majoli abbiamo affrontato alcuni dei nodi che saranno decisivi per il futuro di una provincia dove gli spazi liberi sono ormai una risorsa sempre più preziosa.

Giorgio Majoli (a dx), durante un sopralluogo sul territorio

La variante al PTCP è arrivata a una fase decisiva. Qual è la valutazione complessiva del Coordinamento?


La nostra valutazione parte da una preoccupazione di fondo: siamo in una delle province più urbanizzate d’Italia e proprio per questo ogni scelta di pianificazione dovrebbe avere come priorità la difesa di ciò che rimane libero. Il Coordinamento segue da anni l'evoluzione del PTCP e, anche in occasione di questa variante, ha cercato di fornire un contributo concreto, non limitandosi a denunciare i problemi ma avanzando proposte e richieste precise. Avevamo già chiesto che la variante fosse sottoposta alla Valutazione Ambientale Strategica, la VAS, ma questa proposta non è stata accolta dalla Provincia. Di conseguenza, gli effetti ambientali di una parte significativa delle modifiche introdotte rimangono non adeguatamente valutati, anche se molti di essi sono facilmente immaginabili. Abbiamo quindi presentato 11 osservazioni, che riguardano diversi aspetti della pianificazione provinciale ma che hanno un filo conduttore comune: rafforzare la tutela del territorio libero e delle connessioni ecologiche.

Partiamo proprio dal suolo libero. Qual è la vostra richiesta principale?

La questione fondamentale riguarda gli Ambiti Agricoli Strategici, gli AAS, e la Rete Verde di ricomposizione paesaggistica. Chiediamo che la variante al PTCP recepisca integralmente gli ampliamenti delle aree agricole e della rete ecologica già approvati dai Comuni nei rispettivi PGT dal 2013 a oggi. È un punto importante. Se un Comune, attraverso il proprio strumento urbanistico, ha riconosciuto e tutelato una nuova area agricola o una connessione ecologica, la pianificazione provinciale dovrebbe valorizzare quella scelta e non ignorarla. In una situazione di crescente frammentazione del territorio non è sufficiente fotografare ciò che esiste oggi. Occorre riconoscere e rafforzare le tutele già deliberate dagli enti locali.

Da qui deriva anche la vostra richiesta di non prevedere nuove edificazioni sul suolo libero?

Esattamente. Chiediamo di escludere nuove previsioni edificatorie su suolo libero, evitando ulteriori incrementi dei carichi urbanistici, del traffico e dell'impermeabilizzazione del territorio. La Brianza ha già conosciuto una trasformazione molto intensa. Continuare ad aggiungere nuove edificazioni senza considerare la quantità di territorio che è già stata consumata significa aggravare una situazione che presenta problemi evidenti dal punto di vista ambientale, paesaggistico e della mobilità.

Un'attenzione particolare nelle vostre osservazioni è dedicata agli Ambiti di Interesse Provinciale, gli AIP. Perché?

Gli AIP erano stati introdotti anche con l'obiettivo di tutelare alcuni spazi rimasti liberi. Il problema è che, nella pratica, questo strumento ha mostrato delle debolezze e può diventare anche un modo per localizzare nuove edificazioni, attraverso intese con la Provincia finalizzate a mitigarne gli impatti. Noi riteniamo invece che negli AIP debba essere garantita una reale prevalenza della tutela ambientale. Per questo proponiamo di portare dall'attuale 51% all'80% la quota minima di territorio libero da mantenere all'interno degli AIP. È una richiesta particolarmente importante perché molti di questi ambiti rappresentano oggi alcune delle ultime connessioni verdi tra i centri abitati, le aree agricole e i sistemi naturalistici.

Un altro tema molto attuale riguarda la crescita degli insediamenti produttivi e logistici. Cosa chiedete alla Provincia?

Chiediamo innanzitutto che il PTCP censisca e rappresenti in maniera completa sia i poli esistenti sia quelli previsti, e che gli effetti complessivi vengano valutati attraverso la VAS, considerando traffico, qualità dell'aria e rumore. Il problema è proprio quello degli effetti cumulativi. Non possiamo continuare a valutare ogni nuovo insediamento come se fosse isolato dagli altri. La Brianza conosce già gli effetti della progressiva trasformazione del territorio in una vera e propria piattaforma infrastrutturale e logistica. Se si costruisce un nuovo polo produttivo o logistico, bisogna considerare cosa accade quando questo si aggiunge a tutti quelli già presenti e a quelli previsti nelle aree vicine. Il traffico aumenta, aumentano le emissioni, il rumore, la pressione sulla viabilità e il consumo di territorio. Sono effetti che non possono essere valutati soltanto guardando il singolo progetto.

Nelle vostre osservazioni affrontate anche il tema dei procedimenti dello Sportello Unico per le Attività Produttive SUAP. Perché ritenete che sia necessario intervenire su questo strumento?

Perché esiste una possibile contraddizione tra gli obiettivi dichiarati dalla variante e ciò che può avvenire concretamente attraverso alcune procedure semplificate. Da una parte si afferma la necessità di rafforzare la tutela del sistema rurale e di ridurre il consumo di suolo; dall'altra, attraverso procedimenti SUAP finalizzati alla realizzazione di nuovi insediamenti produttivi, possono essere introdotte varianti urbanistiche che interessano anche aree agricole strategiche o altre aree libere. Chiediamo quindi criteri più restrittivi, privilegiando il recupero delle aree dismesse e impedendo nuovo consumo di suolo proprio negli ambiti che dovrebbero essere maggiormente tutelati.

Tra le vostre osservazioni ci sono anche quelle relative a boschi, corridoi vallivi ed elementi geomorfologici. Che cosa chiedete in questo caso?

Chiediamo che il PTCP riconosca il valore strategico delle aree forestali che saranno individuate dal futuro Piano di Indirizzo Forestale dell'Alta Pianura e che sostenga il percorso di riconoscimento del Parco Regionale PANE. È necessario cambiare il modo di guardare alle aree verdi. Boschi, aree agricole e corridoi ecologici non sono spazi residuali che rimangono dopo aver deciso dove costruire. Sono vere e proprie infrastrutture ecologiche, fondamentali per la qualità ambientale della Brianza.

Il territorio libero deve quindi essere considerato una vera infrastruttura?

Sì, e credo che questo sia uno dei cambiamenti culturali più importanti che dobbiamo compiere. Quando si parla di infrastrutture si pensa normalmente a strade, ferrovie, reti tecnologiche. Ma anche un corridoio ecologico, un bosco, una zona agricola che mantiene una connessione tra due aree naturali svolge una funzione essenziale per il territorio. Se interrompiamo queste connessioni con nuove edificazioni e infrastrutture, frammentiamo ulteriormente gli habitat e rendiamo più fragile l'intero sistema ambientale. 

Avete affrontato anche il tema degli impianti da fonti energetiche rinnovabili. La vostra posizione potrebbe apparire in contrasto con la necessità della transizione energetica.

Non è affatto così. Il Coordinamento non mette in discussione la necessità della transizione energetica e dello sviluppo delle fonti rinnovabili. Il problema è dove realizzare gli impianti e secondo quali criteri. La variante introduce modifiche relative agli impianti da fonti energetiche rinnovabili e ai nuovi Servizi di Interesse Provinciale, e noi riteniamo necessario evitare il rischio che impianti fotovoltaici a terra o nuovi manufatti con funzioni sovracomunali possano essere collocati anche all'interno degli Ambiti Agricoli Strategici o della Rete Verde senza criteri sufficientemente rigorosi. Chiediamo quindi criteri chiari di compatibilità ambientale e la garanzia della continuità ecologica dei corridoi verdi. La transizione energetica è necessaria, ma non può essere utilizzata come giustificazione per consumare altro suolo di pregio o interrompere connessioni ecologiche.

Dalle vostre 11 osservazioni emerge quindi una visione complessiva del futuro della Brianza. Quali sono, in sintesi, le priorità che proponete?

La prima è molto semplice: non consumare più suolo. Ma questo non significa soltanto bloccare le nuove edificazioni. Significa anche promuovere una vera rigenerazione urbana, che non sia basata esclusivamente su premialità edificatorie, ma che serva a migliorare concretamente la qualità della vita, la viabilità e la qualità dell'urbanizzato esistente. Poi ci sono la preservazione delle aree agricole, la tutela delle connessioni ecologiche, la valorizzazione del paesaggio e una pianificazione più attenta agli effetti cumulativi delle trasformazioni. Dobbiamo smettere di considerare ogni intervento come un episodio isolato. Il territorio è uno solo e gli effetti di tanti piccoli o grandi interventi si sommano.

Che cosa dovrebbe cambiare, allora, nel modo di pianificare il territorio brianzolo?

Dovremmo passare da una logica nella quale si cerca di compensare o mitigare ogni nuova trasformazione a una logica nella quale si stabilisce innanzitutto che cosa non deve essere trasformato. Il punto non è soltanto difendere quello che rimane del territorio libero. È proporre e costruire un modello diverso di sviluppo. La Brianza non ha bisogno di altro consumo di suolo per migliorare la propria qualità della vita. Ha bisogno di rigenerare ciò che è già urbanizzato, recuperare le aree dismesse, migliorare la mobilità, preservare le aree agricole e ricostruire le connessioni ecologiche.

Il PTCP dovrebbe avere proprio questa funzione: non limitarsi a registrare le trasformazioni, ma orientare il futuro del territorio.

Le 11 osservazioni presentate dal Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP vanno in questa direzione. Sono un contributo al confronto sulla variante, ma soprattutto una proposta per una Brianza capace di riconoscere nel suolo libero, nell'agricoltura, nei boschi, nel paesaggio e nelle reti ecologiche non ciò che resta da edificare, ma una parte essenziale del proprio patrimonio e del proprio futuro.

Ozono alle stelle, aria tossica: anche Monza oltre la soglia di allarme

241 microgrammi di ozono per metro cubo a Monza Parco e 226 a Monza Centro. Sono tra i valori più preoccupanti registrati in Lombardia nella giornata di ieri, quando l’ondata di caldo si è accompagnata a concentrazioni di ozono atmosferico molto elevate. Legambiente Lombardia: “Aria insalubre in tutta la regione”.

Le elevatissime concentrazioni di ozono in atmosfera rilevate giovedì 30 luglio da ARPA Lombardia

Non c’è soltanto il caldo a rendere particolarmente difficile l’aria che si respira in questi giorni in Lombardia. A preoccupare è anche l’ozono, le cui concentrazioni hanno raggiunto livelli molto elevati in gran parte della regione. A segnalarlo è Legambiente Lombardia, sulla base dei dati rilevati dalle stazioni di monitoraggio di ARPA Lombardia.

Il quadro riguarda direttamente la Brianza. Nei giorni scorsi, a Monza Parco sono stati registrati 241 microgrammi di ozono per metro cubo, superando così il livello di allarme di 240 microgrammi/m³ come valore orario. Un dato particolarmente significativo perché colloca Monza, insieme a Valmadrera e Calusco d’Adda, tra le località lombarde dove è stata oltrepassata la soglia di allarme.

Anche Monza Centro ha registrato un valore molto elevato, pari a 226 microgrammi/m³, ben al di sopra del livello di attenzione. Numeri che, secondo Legambiente, hanno esposto centinaia di migliaia di persone a concentrazioni di ozono potenzialmente dannose per le mucose respiratorie e oculari.

Il valore guida per la tutela della salute umana è infatti di 120 microgrammi/m³ come media misurata su otto ore. Nella giornata considerata, sottolinea Legambiente, questo valore è stato superato da tutte le stazioni di misura, comprese quelle situate in area alpina.

La situazione più critica si è concentrata nella Lombardia occidentale e lungo la fascia prealpina. Oltre a Monza Parco, dove si è arrivati a 241 microgrammi/m³, sono stati rilevati 243 microgrammi/m³ a Valmadrera, nel Lecchese, e 246 a Calusco d’Adda, nella Bergamasca. Ma valori molto elevati sono stati registrati anche a Bergamo (233), Lecco (229), Varese (204), Como (200) e, come detto, Monza Centro (226). Il dato brianzolo assume quindi particolare rilievo: Monza Parco è stata una delle tre stazioni lombarde nelle quali è stato superato il livello di allarme di 240 microgrammi/m³. Il fenomeno, inoltre, non riguarda esclusivamente le aree urbane. A Perledo, sul lago di Como, sono stati misurati 228 microgrammi/m³, mentre a Moggio, in Valsassina, il valore si è attestato a 215. È un elemento importante per comprendere la natura dell’inquinamento da ozono.

L’ozono è infatti un inquinante secondario: non viene emesso direttamente da una singola fonte, ma si forma nell’atmosfera attraverso reazioni chimiche che coinvolgono diversi precursori in presenza di forte radiazione ultravioletta. Tra questi ci sono gli ossidi di azoto prodotti soprattutto dal traffico, i solventi utilizzati nelle attività industriali e il metano proveniente, tra l’altro, dagli allevamenti e dalle risaie. Questo spiega anche perché gli effetti dell’inquinamento possano manifestarsi a decine di chilometri di distanza dalle sorgenti emissive. Gli inquinanti precursori vengono trasportati dall’atmosfera e l’ozono può raggiungere concentrazioni elevate anche in località lontane dai grandi centri urbani.

A spiegare la gravità del fenomeno è Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia, che sottolinea come l’ozono non debba essere considerato soltanto un problema legato alla qualità dell’aria.

“L’ozono è classificato tra gli inquinanti climatici. Si tratta di un gas allo stesso tempo ad effetto serra, quindi in grado di contribuire all’aumento delle temperature, sia un potente inquinante in grado di determinare azioni tossiche su tutti gli organismi viventi, infliggendo danni ai tessuti animali e vegetali.”

Per Legambiente, dunque, caldo e ozono rappresentano due aspetti strettamente collegati di una stessa crisi ambientale. Di Simine parla infatti di “ennesima spia chimica e climatica dell’insostenibilità ambientale del sistema insediativo, produttivo ed agricolo della Lombardia”, ricordando che la regione è quella europea maggiormente colpita da questo inquinante estivo. E aggiunge:

“I livelli altissimi di concentrazione nell’aria che respiriamo sono un indicatore molto preciso della distanza, enorme, che separa le misure ambientali attuate dalla nostra regione dagli obiettivi di transizione ecologica ed energetica.”

Un passaggio che riguarda da vicino anche la Brianza, territorio caratterizzato da un’elevata densità abitativa, da una forte presenza di infrastrutture e traffico e dalla vicinanza con l’area metropolitana milanese. I dati registrati a Monza mostrano infatti come il problema dell’inquinamento atmosferico non possa essere ricondotto soltanto alle concentrazioni di polveri sottili nei mesi invernali: anche durante l’estate, quando il cielo è limpido e le giornate sono caratterizzate da forte insolazione, l’aria può raggiungere livelli di insalubrità preoccupanti.

La formazione dell’ozono è favorita proprio dalle condizioni che caratterizzano le giornate più calde e stabili: forte insolazione e scarsa ventilazione. Per questo i picchi si verificano generalmente nelle ore più calde della giornata e possono proseguire fino al pomeriggio e alla sera. In queste condizioni, la prima forma di tutela consiste nel ridurre l’esposizione. Legambiente invita a evitare le attività fisiche intense, soprattutto nelle ore pomeridiane e serali, quando le concentrazioni possono raggiungere i valori più elevati, e suggerisce di trascorrere queste ore in ambienti chiusi e, per quanto possibile, freschi. Sul piano della prevenzione, invece, l’associazione richiama la necessità di intervenire sui precursori dell’ozono: ridurre l’uso dell’automobile, limitare l’impiego di solventi e prestare attenzione alle pratiche agricole, compreso lo spandimento di liquami e digestati. Sono misure che possono incidere sulle emissioni, ma che mostrano anche quanto il problema sia complesso: l’ozono non si forma necessariamente dove vengono emessi i suoi precursori e la sua presenza è il risultato dell’interazione tra emissioni, condizioni meteorologiche e radiazione solare.