Un recente articolo di Swissinfo racconta una situazione che potrebbe sembrare lontana dalla Brianza, ma non lo è affatto. Anche in Svizzera le ondate di calore stanno diventando più frequenti e intense e diverse città hanno cominciato a introdurre rifugi climatici, sistemi di allerta e interventi per rendere gli spazi urbani più vivibili durante le giornate più calde. Ma, osserva Swissinfo, manca ancora una strategia complessiva: le iniziative sono spesso frammentarie e non tutte le persone più esposte riescono a beneficiarne.
La domanda che dovremmo porci è allora molto semplice: quanto sono preparate le nostre città?
Prendiamo Seregno. Non è necessario partire da zero. Nel 2024 il Comune ha presentato un Piano Clima, nato anche dalla necessità di rispondere agli eventi estremi che avevano colpito il territorio nell'estate precedente. Il piano contiene indicazioni precise: più alberi, meno superfici impermeabili, maggiore capacità di trattenere l'acqua, spazi ombreggiati e l'individuazione di veri e propri «rifugi climatici». Sono tutte cose ragionevoli. Il problema è un altro: quanto di tutto questo sta realmente cambiando la città?
Negli scorsi giorni è stato annunciato il primo intervento importante collegato al Piano Clima: la depavimentazione del grande piazzale davanti alle scuole Cadorna. Si tratta di un intervento significativo, perché riguarda circa 4.000 metri quadrati oggi impermeabilizzati e prevede di restituire spazio al suolo, alla vegetazione e alla capacità di assorbire l'acqua piovana. È difficile sostenere che sia una cattiva idea. Ma proprio per questo vale la pena porsi una domanda diversa: piazza Cadorna è il luogo dove era più urgente intervenire? Non è una critica al progetto. È una questione di metodo. Seregno ha piazze e spazi pubblici completamente mineralizzati, esposti al sole e con pochissima ombra. In alcune di queste aree, durante una giornata estiva, la possibilità di trovare un luogo dove fermarsi al fresco è praticamente nulla.
Se le risorse per adattare la città al cambiamento climatico sono limitate, non sarebbe allora necessario stabilire prima quali sono i luoghi più caldi e più vulnerabili, e intervenire partendo da quelli? Una vera politica di adattamento dovrebbe partire da una mappa delle isole di calore, individuare le aree maggiormente esposte e costruire una graduatoria degli interventi. Solo dopo dovrebbero arrivare i progetti. Altrimenti si rischia di fare una cosa buona, ma di farla semplicemente dove è più facile intervenire, anziché dove sarebbe più urgente.
Recentemente, in occasione di una passeggiata, abbiamo visto un cartello con una frase che merita di essere ripresa: «La casa della salute c'è già: è il parco!» È uno slogan, certo. Ma contiene una verità molto concreta. Quando parliamo di adattamento climatico, la prima cosa da fare non dovrebbe essere costruire qualcosa di nuovo. Dovrebbe essere tutelare ciò che già abbiamo. Un albero adulto, un'area agricola, un prato, un bosco, un corridoio verde non sono spazi vuoti. Sono già infrastrutture ambientali: assorbono acqua, contribuiscono a mitigare il calore, offrono biodiversità e rendono più vivibile il territorio. Eppure continuiamo troppo spesso a ragionare al contrario: prima si individua un'area verde e poi si cerca una buona ragione per costruirci sopra.
A Seregno questo tema è particolarmente evidente anche nella discussione sulla proposta di realizzare un nuovo polo ospedaliero nella zona del Dosso, su un'area oggi agricola e verde. La domanda dovrebbe essere inevitabile: se stiamo cercando di rendere la città più resiliente al caldo, ha senso consumare nuovo suolo verde per costruire nuove infrastrutture? Prima di trasformare un'area agricola, dovremmo verificare seriamente se esistano alternative attraverso il recupero di aree dismesse, la rigenerazione urbana e l'utilizzo di spazi già urbanizzati. Non perché un ospedale non sia un'opera pubblica importante. Ma proprio perché lo è, dovrebbe essere sottoposto allo stesso principio che vale per qualsiasi altra trasformazione: prima si utilizza ciò che è già costruito, poi, solo se non esistono alternative praticabili, si valuta il consumo di nuovo suolo.
Qui arriviamo a un'altra questione che merita di essere affrontata senza ipocrisie. Siamo ormai abituati a leggere documenti nei quali un intervento che occupa nuovo terreno agricolo viene definito, per ragioni normative, come intervento che «non determina consumo di suolo». La legislazione lombarda prevede effettivamente fattispecie e criteri per stabilire cosa debba essere contabilizzato come consumo di suolo e cosa no. Ma una definizione amministrativa non modifica la realtà fisica. Possiamo anche scrivere per legge che la Terra è piatta. La Terra resterà tonda.
Se oggi abbiamo un prato, un campo agricolo o un'area verde e domani su quella superficie realizziamo un edificio, una strada, un parcheggio o le relative infrastrutture, quella superficie avrà perso la sua funzione naturale, indipendentemente da come la contabilizziamo in una tabella. È proprio questa distinzione che dovrebbe entrare nel dibattito sul nuovo PGT. Il consumo di suolo non dovrebbe essere soltanto quello che una norma decide di conteggiare. Dovrebbe essere valutato anche per quello che realmente produce sul territorio. E in una città che vuole prepararsi alle ondate di calore, perdere verde e suolo permeabile è esattamente la direzione opposta a quella che il Piano Clima indica.
Il problema, quindi, non è la mancanza di parole. Di piani, strategie, linee guida e dichiarazioni sul cambiamento climatico ne abbiamo già molte. Il problema è trasformarle in decisioni.
Seregno ha già fatto un passo importante elaborando il Piano Clima. Ora ha davanti un'occasione ancora più importante: la revisione generale del Piano di Governo del Territorio. Il nuovo PGT dovrà decidere che cosa potrà essere costruito, dove, con quali criteri e a quale prezzo per il territorio. Il Comune presenta il PGT come lo strumento attraverso il quale orientare lo sviluppo urbano, tenendo insieme crescita, tutela ambientale e qualità della vita. È proprio questo il momento nel quale verificare se quelle parole hanno un significato concreto.
- Non soltanto dichiarare che servono più alberi, ma proteggere quelli che già esistono.
- Non soltanto parlare di riduzione del consumo di suolo, ma evitare di consumare nuovo terreno.
- Non soltanto progettare nuove aree verdi, ma impedire che quelle esistenti vengano progressivamente frammentate.
- Non soltanto parlare di «rifugi climatici», ma fare in modo che ogni quartiere abbia davvero luoghi freschi e facilmente raggiungibili.
Il cambiamento climatico obbliga a cambiare il modo in cui pensiamo lo spazio urbano.
- Un parcheggio completamente asfaltato è una grande superficie che accumula calore.
- Una piazza senza alberi può diventare inutilizzabile durante un'ondata di calore.
- Un cortile scolastico impermeabilizzato è un'occasione perduta per creare ombra e suolo permeabile.
- Un'area agricola trasformata in edificabile è una superficie naturale che non potrà più svolgere le funzioni che svolgeva prima.
Per questo la risposta non può essere soltanto «bere molta acqua e non uscire nelle ore più calde».
La salute delle persone dipende anche dalla città nella quale vivono. E la città più resiliente non è necessariamente quella che costruisce più infrastrutture per adattarsi al cambiamento climatico. È quella che conserva le infrastrutture naturali che già possiede.
Il tema, naturalmente, non riguarda soltanto Seregno. Lissone, Monza, Desio e gli altri Comuni brianzoli hanno problemi molto simili: alta densità urbana, grandi superfici impermeabilizzate, traffico, scarsità di ombra in molte aree e una crescente pressione sulle aree verdi. Il caldo, del resto, non conosce i confini comunali. Sarebbe quindi interessante che i Comuni della Brianza cominciassero a confrontarsi su una strategia comune: mappe delle isole di calore, rete dei luoghi freschi, alberature urbane, depavimentazione, tutela del suolo e recupero delle aree dismesse prima di qualsiasi nuovo consumo di territorio. Non servono necessariamente grandi opere. Servono molte scelte piccole, coerenti tra loro, e soprattutto una gerarchia delle priorità.
Il nuovo PGT di Seregno sarà quindi un banco di prova. Il Piano Clima ha già detto, in buona parte, che cosa bisognerebbe fare. Adesso bisogna capire dove, quando e con quali priorità. E soprattutto se quelle indicazioni entreranno davvero nelle regole con cui nei prossimi anni verrà trasformata la città. Perché alla prossima ondata di calore non servirà l'ennesimo documento. Servirà una città che sia già stata preparata.
E forse la prima scelta da fare è anche la più semplice: non distruggere le infrastrutture verdi che abbiamo già.
Prima di costruire un «nuovo ospedale», chiediamoci allora se non sia il caso di prenderci cura della casa nella quale viviamo già. Perché il parco, il bosco, il campo, l'albero adulto non sono il contrario di un'infrastruttura. Sono infrastrutture. E spesso sono quelle che non abbiamo bisogno di costruire.

















