mercoledì 14 ottobre 2026

Pedemontana, a Macherio compensazioni ambientali frammentate: quale spazio per i cittadini?

Macherio: l'ex PL24 e, in grigio, i 5 interventi sostitutivi di "compensazione ambientale" 

Le compensazioni ambientali legate a Pedemontana dovrebbero servire a mitigare, almeno in parte, l'impatto dell'autostrada sul territorio, contribuendo a ricostruire connessioni ecologiche e a restituire valore ambientale alle aree interessate dall'infrastruttura. A Macherio, invece, la scelta dell'amministrazione comunale di rinunciare al Progetto Locale 24 (PL24), nella configurazione unitaria prevista dal Masterplan del 2009, rischia di compromettere proprio questa prospettiva.

Non si tratta soltanto di una diversa distribuzione delle risorse disponibili. La rinuncia al PL24 rappresenta un'occasione persa per realizzare un intervento organico di ricucitura ambientale, sostituito da cinque opere distinte, disperse sul territorio e con obiettivi molto diversi tra loro. Una scelta che solleva interrogativi sul significato stesso attribuito alle compensazioni ambientali.

L'intervento n. 1: Belvedere nel Parco Valle del Lambro

La questione torna d'attualità dopo l'annuncio, nel Consiglio comunale del 1° ottobre 2026, di un'assemblea pubblica sulle nuove proposte. Un confronto necessario, ma che arriva dopo una decisione fondamentale sull'impostazione degli interventi. La vicenda era già stata discussa nel Consiglio comunale del 23 aprile 2026, quando l'amministrazione aveva comunicato la decisione di non dare seguito al PL24 nella configurazione originaria, orientandosi verso una diversa proposta progettuale da concordare con Autostrada Pedemontana Lombarda. Il progetto previsto dal Masterplan del 2009 riguardava l'area di Bareggia, tra via Edison e il territorio circostante, e puntava su un intervento unitario, concepito come compensazione ambientale di sistema. L'obiettivo era contribuire alla ricucitura di un territorio destinato a subire gli effetti di una grande infrastruttura. Alla prospettiva unitaria si è sostituita la distribuzione degli 1,762 milioni di euro disponibili per la compensazione su cinque aree separate, non contigue e distribuite nel territorio comunale.

L'intervento n. 2: Area del cimitero

Gli interventi individuati nella proposta illustrata dal Comune riguardavano:

  1. Belvedere, nel Parco regionale della Valle del Lambro, con riforestazione, orienteering e interventi per la sicurezza stradale di ciclisti e pedoni;
  2. area del cimitero, con il rifacimento dei percorsi soggetti ad allagamento e la manutenzione straordinaria del bosco;
  3. parco di via Donizetti, con l'installazione di attrezzature per gli adolescenti;
  4. area della chiesetta delle Torrette, a Bareggia, con una piazza e un'area verde;
  5. via Milano, con la trasformazione della strada in un'area a priorità pedonale e il rifacimento dei marciapiedi.

L'intervento n. 3: Parco di via Donizetti

Sono interventi che possono rispondere a esigenze locali e migliorare la fruibilità di alcuni spazi pubblici. Ma è proprio qui che emerge il problema: la loro utilità, considerata singolarmente, non basta a dimostrare che siano adeguati a svolgere la funzione di una compensazione ambientale di sistema. La scelta dell'amministrazione appare riduttiva rispetto alla prospettiva del PL24. Manutenzione di percorsi, attrezzature ricreative, piazze e modifiche della viabilità appartengono a tipologie d'intervento diverse, alcune delle quali hanno caratteristiche prevalentemente urbane. Non sono, di per sé, equivalenti alla creazione di spazi verdi ecosistemici e alla ricostruzione di connessioni ecologiche. Il punto non è sostenere che una piazza o un percorso pedonale non siano utili. È chiedersi se queste opere, finanziate con risorse destinate alle compensazioni ambientali di Pedemontana, siano in grado di produrre benefici ambientali proporzionati all'impatto dell'infrastruttura.

L'intervento n. 4: L'area della chiesetta delle Torrette

Una compensazione ambientale dovrebbe avere una finalità riconoscibile: contribuire alla tutela della biodiversità, alla continuità degli habitat, alla ricostituzione della naturalità e alla ricucitura di un territorio frammentato dalle infrastrutture. Per raggiungere questi obiettivi occorrono una visione d'insieme, una progettazione coerente e interventi capaci di produrre risultati che vadano oltre il miglioramento puntuale di singole aree. Il PL24 offriva una prospettiva di questo tipo. Rinunciarvi significa perdere la possibilità di perseguire quell'obiettivo attraverso il progetto unitario delineato nel Masterplan del 2009. L'amministrazione ha scelto un'altra strada, ma resta da chiarire in che modo le opere alternative possano garantire risultati ambientali comparabili.

L'intervento n. 5: Via Milano

Durante il Consiglio comunale del 1° ottobre, il sindaco ha annunciato un'assemblea pubblica, prevista indicativamente tra ottobre e l'inizio di novembre, per illustrare gli interventi e raccogliere osservazioni prima della definizione dei progetti definitivi. L'iniziativa può offrire ai cittadini un'occasione per intervenire, ma occorre capire quale spazio resterà per modificare le proposte. Soprattutto, il confronto dovrebbe poter riguardare non soltanto i dettagli delle singole opere, ma anche la loro impostazione complessiva e la loro efficacia ambientale. La domanda da porre è semplice: le risorse disponibili devono limitarsi a finanziare una serie di interventi distribuiti sul territorio comunale oppure possono ancora essere utilizzate per perseguire una strategia ambientale più ambiziosa e coerente? Se le scelte fondamentali sono già state compiute, il rischio è che l'assemblea si concentri su aspetti marginali senza poter affrontare la questione decisiva: quale risultato ambientale si vuole ottenere dalle compensazioni?

martedì 13 ottobre 2026

Natura da Paura: una serata per curiosi di ogni età tra scienza, curiosità e divertimento


Ottobre è il mese di Halloween, ma la natura può essere ancora più sorprendente e misteriosa di qualsiasi mostro immaginario. Per questo motivo WWF Lecco, in collaborazione con il Parco Monte Barro, invita grandi e piccoli a partecipare a “Natura da Paura – Quando piante e insetti diventano spaventosi”, un appuntamento divulgativo in programma venerdì 16 ottobre alle ore 20:45 presso Villa Bertarelli a Galbiate.

L’iniziativa, a ingresso libero, è pensata per soddisfare la curiosità di persone di tutte le età e rappresenta un’occasione ideale per chi desidera trascorrere una serata diversa, divertente e allo stesso tempo educativa. Attraverso immagini, racconti e curiosità scientifiche, i partecipanti potranno scoprire il sorprendente mondo di piante e insetti dai comportamenti insoliti e dagli aspetti talvolta inquietanti, ma sempre affascinanti.

Dalle piante carnivore che catturano le proprie prede agli insetti dall’aspetto straordinario, il pubblico sarà accompagnato in un viaggio tra realtà e leggenda, dove la scienza svela i segreti nascosti dietro creature che spesso suscitano stupore e meraviglia. Un modo coinvolgente per avvicinare anche i più piccoli alla conoscenza della biodiversità e all’osservazione della natura con occhi nuovi.

L’evento vuole infatti dimostrare come ciò che a prima vista può apparire “spaventoso” sia in realtà il risultato di straordinari adattamenti evolutivi, fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi. Tra curiosità, aneddoti e spiegazioni accessibili a tutti, la serata promette di trasformare piccoli brividi in grandi scoperte.

La partecipazione è gratuita; per ragioni organizzative è gradita la prenotazione tramite WhatsApp al numero 0341 1716138.

Un appuntamento imperdibile per curiosi di ogni età, alla scoperta di un mondo dove il mistero incontra la scienza e dove la natura riesce sempre a stupire.

aGREENment: a Paderno Dugnano la formazione ambientale parte dall’Aula Natura


Il Parco GruBrìa promuove, insieme ai Comuni e ai partner del progetto, un percorso di educazione ambientale che coinvolge le scuole e punta a sensibilizzare le comunità sui cambiamenti climatici.

La scuola come luogo in cui imparare a conoscere la natura e comprendere i cambiamenti climatici, attraverso esperienze dirette e strumenti da utilizzare nella didattica. È questo l’obiettivo del corso di formazione per docenti avviato lo scorso 4 settembre presso l’Aula Natura della scuola primaria “A. Manzoni” dell’Istituto comprensivo “Salvator Allende” di Paderno Dugnano. L’iniziativa rientra in aGREENment, la Strategia di Transizione Climatica promossa dal Parco GruBrìa in partenariato con i Comuni di Muggiò, Nova Milanese, Paderno Dugnano e Seregno, WWF Insubria e con il sostegno di Fondazione Cariplo. BrianzAcque cofinanzia alcune delle azioni previste.

Il percorso formativo, organizzato dal WWF nell’ambito della strategia, intende rafforzare il ruolo della scuola nella costruzione di una maggiore consapevolezza ambientale, offrendo agli insegnanti strumenti e occasioni di confronto per integrare i temi della sostenibilità e del clima nelle attività didattiche quotidiane. L’Aula Natura rappresenta uno spazio nel quale l’educazione ambientale può svilupparsi attraverso l’esperienza diretta. Gli studenti hanno la possibilità di osservare gli elementi naturali, sperimentare e comprendere le relazioni tra ambiente, territorio e cambiamenti climatici, affiancando alle conoscenze teoriche l’osservazione concreta degli ecosistemi. 

«La transizione climatica non è soltanto una questione tecnologica o ambientale, ma prima di tutto culturale ed educativa», sottolinea Claudio Pio Clemente, educatore WWF, evidenziando il ruolo fondamentale degli insegnanti nell’aiutare le nuove generazioni a comprendere ciò che sta cambiando e a immaginare risposte concrete. L’Aula Natura diventa così uno strumento per trasformare l’educazione ambientale in esperienza, affrontando anche i temi della mitigazione e dell’adattamento ai cambiamenti climatici.

L’incontro di settembre segna l’avvio di un percorso destinato a essere progressivamente esteso a tutti i Comuni aderenti ad aGREENment. Tra gli obiettivi c’è anche la possibilità di realizzare altre Aule Natura, da utilizzare per le attività didattiche e per sensibilizzare la popolazione scolastica sui temi della sostenibilità.

aGREENment non si limita agli interventi nelle scuole. La strategia promossa dal Parco GruBrìa punta anche a rafforzare il rapporto tra le comunità e gli spazi naturali del territorio, favorendo la conoscenza delle aree verdi e una loro fruizione sostenibile.

In questa prospettiva, il progetto prevede iniziative rivolte alla cittadinanza, come camminate ed escursioni nel Parco, per far conoscere itinerari accessibili e avvicinare i residenti ai luoghi naturali che fanno parte del loro territorio. Formazione degli insegnanti, Aule Natura e attività aperte al pubblico sono quindi componenti di un unico percorso, che mira a mettere in relazione scuole, amministrazioni, associazioni e cittadini. L’obiettivo è fare della conoscenza dell’ambiente e della partecipazione strumenti per affrontare le trasformazioni climatiche in corso. In un territorio densamente urbanizzato come quello della Brianza, la tutela degli spazi verdi e la diffusione di una cultura ambientale condivisa sono aspetti importanti di una strategia che vuole accompagnare la transizione climatica non soltanto attraverso gli interventi concreti, ma anche attraverso una maggiore consapevolezza del valore della natura e del ruolo delle comunità locali.

lunedì 12 ottobre 2026

Trenta partecipanti alla scoperta di Castelmarte e Proserpio con il Circolo Ambiente «Ilaria Alpi»


Una trentina di persone ha partecipato domenica 11 ottobre alla «Camminata alla scoperta di Castelmarte e Proserpio», organizzata dal Circolo Ambiente «Ilaria Alpi».

Partito dalla stazione di Canzo, il gruppo ha raggiunto dapprima il bellissimo Oratorio di San Rocco a Castelmarte, edificio risalente al XVII secolo. Qui sono state illustrate la storia della chiesina e le caratteristiche degli affreschi interni. La gestione dell'antico oratorio è affidata alla "comunità dei vicini".


Attraverso la strada ciclopedonale, i partecipanti hanno poi raggiunto l'antico edificio del castello di Castelmarte, che ospita la torre dalla quale è stato possibile ammirare una splendida vista a 360 gradi sulla vallata. La visita a Castelmarte è stata resa possibile grazie alla collaborazione con la locale Proloco.



Dopo la pausa pranzo, gli escursionisti si sono diretti verso il centro di Proserpio, paese noto per le sue ville, i cortili, le edicole religiose e le chiese. Accompagnati dai rappresentanti dell'associazione Punto d'incontro, hanno visitato alcuni luoghi di interesse del borgo, tra cui gli affreschi sulle pareti esterne di alcuni antichi edifici e la chiesa dei Santi Carlo e Rocco.


Il gruppo è infine rientrato a Canzo lungo il sentiero ai piedi del monte Sciocia.

Commenta Raffaella Rusconi, che per il Circolo Ambiente «Ilaria Alpi» ha organizzato l'iniziativa: «Vogliamo ringraziare innanzitutto la Proloco di Castelmarte e l'associazione Punto d'incontro di Proserpio per la preziosa collaborazione che ha contribuito alla riuscita della camminata. Il prossimo appuntamento è previsto per la primavera 2027, con una nuova camminata alla scoperta dei paesi del Triangolo Lariano».

L’eredità di Seveso: 50 anni di ricerca, prevenzione e tutela dell’ambiente

Immagine tratta dalla locandina del convegno.

A cinquant’anni dall’incidente di Seveso, una giornata di confronto per riflettere su ciò che è cambiato nella ricerca scientifica, nella prevenzione dei rischi industriali e nella tutela della salute e dell’ambiente. E su quanto resta ancora da fare.

Giovedì 15 ottobre 2026, l’Università degli Studi di Milano-Bicocca organizza il convegno «L’eredità di Seveso – 50 anni di ricerca, prevenzione e tutela dell’ambiente», un appuntamento dedicato a uno degli eventi più drammatici della storia industriale italiana e alle conseguenze che ha lasciato sul territorio, sulla popolazione e sulla coscienza collettiva.

L’incidente del 10 luglio 1976, quando dalla fabbrica ICMESA si diffuse una nube contenente diossina, segnò profondamente la Brianza e rappresentò uno spartiacque nella consapevolezza dei rischi legati alle attività industriali. Da quella vicenda sono scaturiti studi, interventi di bonifica, nuove conoscenze scientifiche e importanti cambiamenti nella legislazione sulla sicurezza industriale e nella gestione delle emergenze ambientali.

Ma ricordare Seveso non significa soltanto guardare al passato. Significa anche interrogarsi sull’efficacia degli strumenti di prevenzione, sulla capacità di proteggere la salute delle persone e gli ecosistemi e sulla necessità di mantenere alta l’attenzione sui rischi industriali. La memoria di quanto accaduto conserva infatti un valore fondamentale se diventa occasione di conoscenza, responsabilità e impegno per il futuro.

Il convegno riunirà esperti del mondo accademico e scientifico, rappresentanti delle istituzioni e dell’associazionismo, per ripercorrere l’eredità scientifica, ambientale, sanitaria e sociale dell’incidente, facendo il punto sui progressi compiuti e sulle sfide ancora aperte.

L’iniziativa è organizzata dai Consigli di coordinamento didattico dei corsi di laurea in Scienze e tecnologie per l’ambiente (STA) ed Economics and Technologies for Sustainability (ETS), afferenti al Dipartimento di Scienze dell’ambiente e della Terra (DISAT) dell’Università di Milano-Bicocca.

  • Quando: giovedì 15 ottobre 2026, dalle 9.30 alle 17.00
  • Dove: Auditorium G. Martinotti, edificio U12, Università degli Studi di Milano-Bicocca, via Vizzola 5, Milano.
  • L’evento si svolgerà in presenza.

Per partecipare è richiesta l’iscrizione: cliccare qui.
Scarica la locandina
Consulta il programma del convegno

domenica 11 ottobre 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 10. Il Comitato Tecnico Scientifico Popolare

Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.


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10° puntata
Il Comitato Tecnico Scientifico Popolare



Dopo la fuoriuscita della nube tossica dall'ICMESA e proprio in quella che fu definita "settimana del silenzio" per la carenza di informazioni  da parte dell'Icmesa-Givaudan-Hoffman- la Roche, il 18 luglio 1976 si costituisce il COMITATO TECNICO SCIENTIFICO POPOLARE (CTSP).
Il CTSP fu un organismo di base che riuniva sindacalisti ed operai dell'ICMESA, medici, chimici, ingegneri, studenti e scienziati, ecologi, collettivi di donne e cittadini delle zone contaminate.
Tra i primi a dare il suo contributo di conoscenza vi fu Giulio Maccaccaro  celebre medico, biologo, statistico e partigiano durante la Resistenza,  che stava già operando dal l maggio 1976 per costituire il movimento di Medicina Democratica.
Maccaccaro fu direttore della rivista Sapere e fondatore della pubblicazione Epidemiologia e Prevenzione (EP), morì purtroppo prematuramente il 15 gennaio 1977 dopo aver consegnato alla rivista Sapere un editoriale, che uscì postumo, con un' analisi del disastro della diossina da lui catalogato come “Crimine di pace” attuato da una multinazionale nel nome del profitto ad ogni costo.
Oltre a Maccaccaro erano fondatori o collaborarono con il Comitato: Dambrosio, Mara, Tomatis, Scatturin etc.

LE LINEE GUIDA E L'AZIONE DEL COMITATO TECNICO SCIENTIFICO POPOLARE (CTSP)
I principali obiettivi e le linee guida del CTSP furono definite e formalizzate in un documento del settembre 1976 prodotto dal gruppo e consistevano in:
1) opera di educazione e informazione sanitaria;
2) accertamenti sanitari e scientifici controllati dal basso;
3) opera di controinformazione che impedisca qualsiasi tentativo di insabbiamento o copertura di responsabilità dell’industria, delle strutture scientifiche istituzionali e delle forze politiche disposte alla complicità;
4) impegno a organizzare la lotta di massa per la bonifica delle zone contaminate, la salvaguardia del posto di lavoro, l’abbattimento della nocività nella fabbrica e nel territorio, la costruzione di nuovi servizi sanitari di base controllati dai lavoratori e dalla popolazione.
 
Già dopo pochi giorni dalla fuoriuscita della nube tossica dal reattore A101, il CTSP seppe restituire alla popolazione una serie importantissima di informazioni andando a ricostruire il ciclo produttivo del triclorofenolo e l'impiantistica e rendendo così di dominio pubblico le scelte scellerate dell'Icmesa Givaudan che risparmiando sui sistemi di sicurezza e modificando il ciclo aveva colpevolmente optato per una produzione insicura ma dall'elevato rendimento economico.
Questa ricostruzione fu possibile grazie allo stretto rapporto tra a gli operai della fabbrica medese, il 
Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale (PIA) della Montedison di Castellanza, comitato operaio e tecnico nato nei primi anni '70 di cui faceva parte Luigi Mara, e la collaborazione con Bruno Mazza dell’Istituto di chimica, fisica, elettrochimica, metallurgia del Politecnico di Milano e Vladimiro Scatturin dell’Istituto di chimica generale e inorganica dell’Università degli studi di Milano. 
L'elaborato fu presentato come “Contributo del CTSP costituitosi in seguito all’inquinamento prodotto dall’ICMESA, in appoggio ai lavoratori e alla popolazione colpita” all'assemblea organizzata dai sindacati Cgil-Cisl-Uil nelle scuole medie di Cesano Maderno il 28 luglio 1976 e pubblicato anche su Sapere.

Luigi Mara (a dx) durante un'assemblea del CTSP

Fu un esempio di "Sapere Operaio" messo a disposizione di tutti per creare consapevolezza e conoscenza.
Il CTPS incalzò da subito la multinazionale, gli organismi pubblici e le amministrazioni affinchè tutte le informazioni fossero rese di dominio pubblico, criticò molte scelte attuate e formulò proposte concrete affinché la popolazione esposta alle sostanze nocive avesse il massimo livello di tutela possibile.
In una situazione dove ancora non erano noti gli effetti della Diossina TCDD in caso di contaminazione ampia, il CTSP sosteneva interventi che in nome del "principio precauzionale" considerassero lo scenario peggiore.
Il Comitato denunciava anche uno stato di contaminazione cronica di molte aree della Lombardia dove l'industria non rispettava nemmeno le primordiali prescrizioni legislative in materia di inquinamento e di salute a tutela dei lavoratori e dei cittadini.
Suggerì metodologie efficaci per il monitoraggio sanitario degli esposti e delle persone a rischio e cercò di organizzare e creare consenso per una lotta popolare mirata alla richiesta di bonifica delle zone contaminate, tenendo allo scopo un convegno nel 1978, assemblee e incontri sul territorio.
Il CTSP attuò e propose un modello di azione basato sull’alleanza tra tecnici, operai e popolazione, cercando un confronto di merito con i saperi “esperti” per evitarne il carattere di univocità e promuovendo una conoscenza partecipata, senza delega.
Sulla base di questi principi, il CTSP adottò degli strumenti di inchiesta sanitaria dal basso, basati sull’identificazione di “gruppi di rischio omogenei” in relazione alle condizioni generali di vita e all’esposizione territoriale ai fattori di rischio. 
Venne quindi elaborato un questionario somministrato agli abitanti alle “Case Fanfani” di Seveso – situate a ridosso della zona A che combinava osservazione clinica, rilevazione soggettiva e mappatura ambientale.


Seveso in Lotta - pubblicazione del Comitato Tecnico Scientifico Popolare

I risultati dei questionari proposti alle “Case Fanfani” furono pubblicati maggio 1977 sul foglio Seveso in lotta, e consentirono ad alcuni abitanti di ottenere visite, esami di laboratorio, prelievi ambientali e ad altri di chiedere l’evacuazione volontaria.
Furono poi coinvolte altre zone a rischio come Baruccana e Cassina Savina e gli esiti dei questionari furono validati dal Comitato di coordinamento dei tre Consigli sanitari di zona il 22 luglio 1977.
Indicavano una crescita sintomatologica rispetto al periodo precedente all’evento.
I dati raccolti ricostruirono un quadro molto più complesso rispetto alla classificazione ufficiale delle zone A, B e di Rispetto.
La situazione nella zona di Rispetto apparve più critica di quanto ipotizzato dalle autorità.


Il CTSP scrisse su “Sapere” di poter concludere di aver rilevato a Baruccana una prevalenza sintomatologica significativamente elevata, rafforzando così l’ipotesi di una problematica esposizione al rischio, nonostante l’area non rientrasse né nella zona A né nella zona B.
Questo lavoro portò a guardare con occhi critici la mappatura ufficiale delle zone contaminate, suddivise in A,B,R che pareva "più fatta con il righello che con reali conoscenze della situazione”.
Anche l'analisi dello spettro porfirinico – realizzata dal CTSP in collaborazione con il Dipartimento di Tossicologia della Agricultural University di Wageningen – restituì una geografia della contaminazione differente poichè basata anche su dati biologici, clinici e ambientali e non esclusivamente sulla concentrazione di Diossina nel terreno così come definito da Regione Lombardia.

Ne abbiamo scritto anche nella QUARTA PUNTATA: L'EVACUAZIONE DEI RESIDENTI, L'ARRIVO DEI MILITARI, LA MAPPATURA DELLE ZONE CONTAMINATE.

Il CTSP criticò molto la definizione di una "concentrazione limite", fissata da Regione Lombardia a  5 μg/m2 per dichiarare bonificato un terreno e a 0,01 μg/m2 per i muri interni e 0,75 μg/m2 per i muri esterni delle case, poiché anche quantità minime erano e sono pericolose.
Rivide il lavoro di mappatura inserendo anche altri fattori quali la moria degli animali e i casi di cloracne, mostrando come la contaminazione da diossina andasse al di là di quella certificata ufficialmente sulle cartografie basate solo sulle analisi chimiche che determinarono la suddivisione in zone A, B, R.
 

Fu inoltre in prima fila nell'argomentare la contrarietà alla costruzione di un forno inceneritore per distruggere il materiale contaminato come invece voleva Regione Lombardia.
La contrarietà si concretizzò diffondendo materiale e informazioni, appoggiando e partecipando con altri gruppi alle iniziative e alle assemblee pubbliche e alle manifestazioni di protesta.

Barry Commoner parla durante l'incontro pubblico nel cortile del Comune di Seveso, nel 1977

Tra queste quella organizzata nel 1977 con la presenza e l'intervento di Barry Commoner, biologo naturalista americano tra i promotori di un ambientalismo scientifico.
Una mobilitazione continua e vincente che portò Regione Lombardia e il Comune di Seveso (che inizialmente lo aveva avvallato) a recedere dal proposito di realizzare l'inceneritore

Ne abbiamo scritto su: 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA QUINTA PUNTATA: LE COMMISSIONI ISTITUZIONALI, I LAVORATORI E LA VERTENZA SULLA SALUTE E LA CONOSCENZA, L'OPPOSIZIONE ALL'IPOTESI FORNO INCENERITORE E LE MOBILITAZIONI POPOLARI

IL RAPPORTO DEL CTSP CON I CITTADINI DELLE AREE CONTAMINATE E IL TERMINE DELLE SUE ATTIVITÀ
Purtroppo, l'attività e l'esistenza del CTSP ebbe vita breve e le sue attività scemarono a partire dal 1979.
Molteplici furono i fattori e tra questi la scomparsa prematura del professor Giulio Alfredo Maccacaro nel gennaio del 1977 – a soli sei mesi dal disastro – che privò il comitato della sua guida scientifica e ideologica più autorevole.
Anche l'avvio della bonifica e dei programmi sanitari sotto stretto controllo istituzionale di Regione Lombardia e dell'Ufficio Speciale per Seveso, organismi che furono poco inclini al confronto, restrinse lo spazio d'intervento e di controinformazione del comitato.


L'assassinio di Paolo Paoletti, direttore dell'ICMESA da parte di Prima Linea e le conseguenti accuse strumentali poi rivolte alla radicalità di quelle lotte, comunque aliene da qualsivoglia violenza, creò un'ulteriore barriera difficilmente superabile con la cittadinanza.

Molti aderenti al CTSP continuarono comunque ad occuparsi di Salute e Ambiente confluendo e potenziando Medicina Democratica, movimento nazionale per la salute nei luoghi di lavoro e sul territorio e nei primi raggruppamenti degli ambientalisti ed ecologisti.

Ne ha scritto su "Le Parole e le cose"  la sociologa e ricercatrice  LAURA CENTEMERI, molto chiara e diretta nell'identificare le motivazioni per cui il CTSP non raccolse la condivisione e il supporto che meritava da parte della popolazione colpita dalla diossina.
Questo non inficiò comunque il suo lavoro poichè il CTSP seppe diffondere il Sapere, andando anche a confrontarsi e a contestare nel merito tecnico le scelte di organismi e istituzioni che non erano esenti da mancanze e seppe porre le basi di un ambientalismo che unisce l'analisi tecnica e scientifica coniugandola con la messa in discussione dello sviluppo ad ogni costo.

Parte tratta da: L'Ambientalismo operaio visto da Seveso scritto nel 2019 da Laura Centemeri.

Il Comitato Tecnico Scientifico popolare fu un organismo di base sorto per iniziativa di un gruppo di personalità scientifiche e del mondo intellettuale dove confluirono collettivi femministi, di studenti e di lavoratori dell’industria legati al sindacato.
Un’espressione, dunque, di “ambientalismo operaio”. 
Tra gli intellettuali in primis Giulio Maccacaro che aveva appena lanciato nel maggio 1976 l’iniziativa di costituire il movimento Medicina Democratica e che purtroppo morì prematuramente nel gennaio del 1977 dopo aver consegnato alle pagine della rivista Sapere un’insuperata analisi del disastro della diossina come “Crimine di pace”, in un editoriale che uscì postumo.
Parlo di sconfitta perché la gran parte della popolazione di Seveso non appoggiò il Comitato Tecnico Scientifico Popolare nella sua volontà di rappresentare le vittime del disastro e di denunciare i danni subiti, in particolare alla salute, e la loro richiesta di giustizia.
Parlo di sconfitta perché così fu vissuta dai protagonisti
In un intervento tenuto nel 1988 in un convegno in ricordo di Maccacaro, Giorgio Bignami, attivista di Medicina Democratica, parla di quello che definisce il “collasso” del movimento a Seveso, che causò scoraggiamento tra i militanti e mostrò che i lavoratori e le forze politiche, come anche “cittadini intimiditi”, non sono contro un certo modello di sviluppo nemmeno quando confrontati alle sue estreme conseguenze (Bignami 1988).
Sulla stessa linea di Bignami, gli studiosi Michele Citoni e Catia Papa, in uno scritto dedicato a “Sinistra ed Ecologia in Italia. 1968-1974”, parlano della “scarsa crescita delle soggettività operaie e studentesche nel contesto locale” di Seveso, come ragione principale del collasso del movimento. Aggiungendo che l’analisi e l’elaborazione dei movimenti accorsi a Seveso furono invece “di alto spessore”.
Questa spiegazione si basa sull’idea che la mobilitazione conobbe una sconfitta perché il contesto era un contesto di cittadini appunto intimiditi e poco politicizzati; un contesto di istituzioni pubbliche piegate agli interessi del capitale, con lavoratori poco sindacalizzati.
C’è molto di vero in questa spiegazione, ma c’è anche una forma di cecità rispetto a quella che fu l’obiettiva difficoltà di questo movimento a comprendere gli abitanti di Seveso e le loro ragioni, e a costruire con questi abitanti un’azione collettiva.
E di azione collettiva questi abitanti furono capaci. 
I cittadini di Seveso portarono avanti per quasi tre anni – dalla fine del 1976 all’inizio del 1979 – una vera e propria lotta contro la regione Lombardia che aveva proposto la costruzione di un inceneritore nella zona più contaminata dal disastro, la Zona A. 
L’inceneritore doveva servire a smaltire in modo sicuro i rifiuti tossici della bonifica. 
Nella zona A, dopo l’evacuazione degli abitanti, si era proceduto a distruggere le case, estirpare tutta la vegetazione, ad abbattere a scopo preventivo i capi di bestiame e ad asportare la parte superficiale del suolo.
Parlo di lotta perché si arrivò a gesti molto forti come quello di un gruppo di donne di Seveso che bloccarono con i loro corpi alcuni camion che trasportavano rifiuti tossici da altre zone inquinate verso la zona A.
Il cosiddetto “Gruppo di lavoro e di coordinamento” che si creò per coordinare appunto la lotta, federò diversi comitati spontanei di artigiani, di casalinghe e di giovani, oltre a gruppi di quartiere. 
Questo gruppo di lavoro non chiese che l’inceneritore fosse costruito altrove.
Chiese che non fosse costruito nessun inceneritore e che si sperimentasse invece la tecnica utilizzata per i rifiuti radioattivi, cioè creare nella zona A delle discariche speciali interrate, procedendo poi a una riforestazione della superficie per creare un bosco. 
Il che fa sì che oggi a Seveso nell’ex zona A c’è un parco, il “Bosco delle Querce”, che la regione Lombardia ha riconosciuto recentemente come area di interesse naturalistico. 

Si trattò della prima esperienza di riforestazione in Lombardia e di un caso che ha fatto scuola.
Questa mobilitazione contro l’inceneritore e per il bosco trovò l’appoggio non solo delle autorità comunali ma anche di scienziati e ambientalisti italiani e stranieri, tra cui il noto attivista americano Barry Commoner. 
Per quest’ultimo, la contestazione al progetto dell’inceneritore si basava principalmente su argomenti di tipo tecnico, che mettevano in dubbio l’efficacia e la sicurezza dell’impianto.
Per molti cittadini, invece, la critica contro l’inceneritore poggiava sul fatto che avrebbe stravolto il loro territorio, ne avrebbe irrimediabilmente compromesso il paesaggio, avrebbe reso indelebile il disastro. 
Nonostante non pensassero esattamente la stessa cosa, queste diverse resistenze si trovarono d’accordo, seppure temporaneamente, e si riconobbero reciprocamente in una comune volontà di proteggere Seveso da un ennesimo scempio industriale.
Mi sono dilungata perché non mi torna che una popolazione capace di una lotta così sia poi la stessa popolazione descritta come intimidita e incapace di comprendere la gravità del danno della diossina e i veri responsabili di quel “crimine di pace”.
Certo, Seveso non era e non è una città operaia, era una città in prevalenza artigiana e in prevalenza di cultura cattolica.
Ma un errore del Comitato Scientifico Tecnico Popolare fu proprio quello di non fare attenzione a come fosse organizzata la vita a Seveso, a che lingua si parlasse, per così dire.
L’errore fu allora di arrivare sì con analisi di alto spessore ma senza cercare le buone traduzioni, le buone mediazioni e i giusti mediatori, adeguati rispetto al contesto, capaci di rendere le “analisi di alto spessore” sensate a partire dall’esperienza di vita di quel luogo, della sua storia e dei modi condivisi di vedere.
Come scrissero De Luca, Romano e Rozzi in un articolo del celebre numero di Sapere dedicato a “Seveso un crimine di pace”: «Se i movimenti di sinistra vogliono confrontare la realtà del problema di socializzare il sapere in una popolazione colpita dalla catastrofe, allora non possono ignorare il ruolo svolto dalle forme comunitarie di aggregazione nel creare partecipazione o nell’indebolirla. Si tratta di un approccio diverso alla partecipazione che apertamente fa i conti con il bisogno di includere la varietà di forze sociali che sono attive nel territorio”.
Come ricorda Andrea Poggio, che partecipò alle attività del Comitato tecnico scientifico popolare di Seveso: “A Seveso arrivarono il nuovo ambientalismo di sinistra, i tecnici e i gruppi e diedero vita al “comitato popolare”, ma erano impreparati a parlare con la gente. Per cui gli abitanti vedevano una politica fatta sulla loro testa, da noi non meno che dalle istituzioni, e ci respinsero”.
Le ragioni culturali del fallimento del Comitato Tecnico Scientifico Popolare furono comprese chiaramente da Laura Conti. 
All’epoca dell’incidente all’Icmesa Laura Conti aveva 55 anni. 
Stava finendo di scrivere Che cos’è l’ecologia (1977), un piccolo classico della divulgazione scientifica.
Da sei anni era consigliere alla Regione Lombardia per il Pci, mentre continuava la sua attività di medico scolastico e del lavoro all’Inail.
Coinvolta in prima persona nei fatti di Seveso, Laura Conti ne fu profondamente segnata, al punto di scrivere che l’inquinamento di Seveso aveva costituito, per lei, una svolta. 
Fu infatti a partire da Seveso che Laura Conti precisò la sua idea di «ambientalismo scientifico» che avrebbe poi trovato, nel 1980, nella creazione della Lega per l’Ambiente un tentativo di tradursi in pratica politica.


Continua.

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sabato 10 ottobre 2026

Seregno, la città secondo Alberto Rossi: «L’urbanistica ha a che fare con la felicità delle persone»

Lo scorso 30 settembre il sindaco di Seregno, Alberto Rossi, è intervenuto alla Fondazione Ambrosianeum, alla presentazione del libro “La città di tutti” di Elena Granata. Riprendiamo i suoi interventi  che offrono diversi spunti di riflessione sul futuro urbano di Seregno, proprio mentre si avvia il percorso partecipativo per il nuovo Piano di governo del territorio.

Da sx a dx: Fabio Pizzul, Elena Granata e Alberto Rossi. Immagine tratta dal web.

(zc) Che cosa significa progettare una città? E, soprattutto, a chi appartiene la città? Sono domande che attraversano La città di tutti, il libro di Elena Granata presentato lo scorso 30 settembre all’Ambrosianeum di Milano, al quale è intervenuto anche il sindaco di Seregno, Alberto Rossi.
Non si è trattato soltanto di una conversazione intorno a un libro. Gli interventi del sindaco hanno offerto l’occasione per raccontare una visione dell'amministrazione urbana maturata attraverso l'esperienza di questi anni, ma anche per mettere a fuoco dubbi, contraddizioni e difficoltà che accompagnano chi è chiamato a trasformare idee e progetti in scelte concrete.
Le parole di Rossi arrivano in un momento particolarmente significativo per Seregno: in questi giorni si è infatti avviato il percorso partecipativo per il nuovo Piano di governo del territorio (PGT), lo strumento attraverso il quale la città dovrà definire le proprie prospettive di sviluppo e le scelte che incideranno sul suo assetto urbano, sul consumo di suolo, sul verde, sulla mobilità e sulla qualità degli spazi pubblici.
Proprio per questo, le riflessioni del sindaco meritano di essere rilette non soltanto come considerazioni generali sull'urbanistica, ma anche come una possibile chiave di lettura delle questioni che Seregno si troverà ad affrontare.

L'urbanistica non è soltanto una questione di numeri

Uno dei passaggi più significativi dell'intervento di Rossi riguarda il modo stesso di intendere l'urbanistica. Rossi ha ricordato come, nella sua esperienza amministrativa, l’urbanistica gli sia apparsa inizialmente soprattutto come una questione di numeri, leggi e codici, per poi maturare la convinzione che debba misurarsi prima di tutto con la felicità delle persone. 
Una osservazione che sposta il punto di osservazione. L'urbanistica non può esaurirsi nella disciplina delle edificazioni, nel rispetto delle norme, nella distribuzione delle volumetrie o nella gestione degli interessi che si confrontano intorno alle trasformazioni immobiliari. Deve interrogarsi sugli effetti che le decisioni producono nella vita quotidiana delle persone.
Come si vive una piazza? Quanto è facile attraversare un quartiere a piedi o in bicicletta? Dove possono incontrarsi i ragazzi? Quali spazi sono accessibili a chi ha difficoltà economiche, a chi è anziano, a chi vive da solo? Quanto verde rimane a disposizione della collettività? Sono domande che appartengono alla qualità urbana almeno quanto gli indici edilizi e le prescrizioni tecniche.
Per Rossi, la collaborazione con Elena Granata è stata importante proprio perché ha contribuito a introdurre questa prospettiva nel lavoro amministrativo. Il sindaco ha raccontato che il rapporto con la docente del Politecnico è nato quasi per caso, dopo aver letto un suo libro e averle scritto privatamente per proporle una chiacchierata. Da quel primo contatto è nata una collaborazione che ha portato anche al "Piano clima" della città.
Il libro, ha spiegato, gli ha offerto l'occasione per riconoscere alcune esperienze già avviate a Seregno, ma anche per interrogarsi su quanto ancora resti da fare e sulle occasioni nelle quali, per prudenza o per convenienza politica, si finisce per rinunciare a una parte delle proprie ambizioni.
Il punto, dunque, non è soltanto amministrare la città esistente, ma domandarsi quale idea di vita urbana debba orientare le decisioni.

Il cambiamento climatico come punto di partenza del PGT

Nel suo primo intervento Rossi ha dedicato ampio spazio al "Piano clima" di Seregno, indicandolo come esempio di un approccio che parte dai dati e dai problemi reali anziché da una visione astratta del territorio.
Il riferimento è agli eventi meteorologici estremi del luglio 2023. Il sindaco ha ricordato la violenta grandinata del 21 luglio, seguita due giorni dopo da una tromba d'aria, che misero in evidenza la vulnerabilità della città.
«Il succo di tutto questo è che noi abbiamo avuto paura, noi ci siamo ritrovati impreparati».
Un'esperienza concreta, dunque, che ha reso impossibile continuare a considerare il cambiamento climatico come un tema da convegno o una questione lontana dalla vita amministrativa quotidiana.
«Nel momento in cui dovevamo ipotizzare un nuovo Piano di governo del territorio, o da lì partivamo o ci raccontavamo storie».
È uno dei passaggi più rilevanti in vista del nuovo PGT. Per il sindaco, il clima non costituisce un capitolo settoriale da aggiungere a un piano già impostato, ma una condizione dalla quale partire per comprendere i problemi e orientare le scelte.
Rossi ha spiegato che il lavoro preparatorio ha permesso di mettere insieme dati che esistevano già, ma che spesso rimanevano separati e poco utilizzati. Da questa ricognizione emergono, nelle sue parole, scenari impegnativi: l'aumento delle temperature, la concentrazione delle precipitazioni in un numero inferiore di giorni e i rischi idraulici legati alle caratteristiche del territorio e alla capacità delle infrastrutture esistenti.
«Seregno tra pochi decenni avrà le temperature medie che oggi ci sono a Tunisi e a Marrakech», ha detto il sindaco. E ancora: «La quantità di piogge è la stessa di cinquant'anni fa, ma i giorni di pioggia sono più che dimezzati».
Il suo intervento ha fatto inoltre riferimento a problemi di invarianza idraulica, alla rete fognaria e alle trasformazioni intervenute in aree nelle quali le infrastrutture erano state concepite per una popolazione e un carico urbano molto diversi da quelli attuali.
Il ragionamento è chiaro: non basta domandarsi dove e quanto si possa costruire. Occorre valutare come il territorio reagirà alle piogge intense, quali aree siano maggiormente esposte agli allagamenti, quanto spazio sia necessario lasciare all'acqua e quale ruolo possano svolgere il suolo permeabile e la vegetazione.
Il "Piano clima", ha precisato Rossi, non è stato un obbligo normativo per il Comune, ma una scelta amministrativa. E il suo valore non sta soltanto nel documento prodotto, bensì nel tentativo di costruire una visione condivisa e di tradurla progressivamente in azioni.
«O ne usciamo collettivamente tutti insieme o individualmente siamo tutti spazzati via da questa cosa», ha affermato, richiamando la necessità di una risposta che coinvolga l'intera comunità.
Per il PGT si pone allora una questione concreta: se il cambiamento climatico deve davvero rappresentare il punto di partenza, quanto peserà nelle decisioni sulle trasformazioni urbanistiche, sulle aree verdi, sulla permeabilità dei suoli e sulla localizzazione delle nuove edificazioni?

A Seregno quasi l'80% del verde è privato

Fra le osservazioni più interessanti del sindaco c'è quella relativa alla distribuzione della proprietà del verde urbano.
«Seregno è una città dove quasi l'80% del verde è privato. Per cui, se noi non ingaggiamo i cittadini sul proprio verde privato, io posso fare il miglior regolamento del verde pubblico, la migliore politica sui parchi, o non sui parchi intesi come riserva indiana, poi lì ci torno magari, ma sull'avere una visione che mette assieme tutto. Ma se è il pubblico da solo non andiamo da nessuna parte».
Il dato, così come riferito da Rossi, richiama un problema centrale per una città densamente urbanizzata: la qualità ambientale non dipende soltanto dai parchi pubblici, ma anche dall'insieme degli spazi verdi distribuiti nei giardini privati, nei cortili e nelle aree non edificate.
Il sindaco invita a superare l'idea che la tutela della natura sia una responsabilità esclusiva dell'amministrazione e che il verde pubblico possa essere trattato come una sorta di enclave separata dal resto della città.
È una considerazione che apre una prospettiva interessante per il PGT. La pianificazione può certamente tutelare le aree verdi pubbliche, individuare connessioni ecologiche e stabilire regole per gli interventi privati. Ma deve anche interrogarsi sulla continuità degli spazi aperti, sulla frammentazione del tessuto urbano e sul ruolo che le aree private possono svolgere nel mantenimento di un ambiente vivibile.
Se il verde è una componente essenziale della resilienza climatica, la sua tutela non può essere valutata esclusivamente in termini quantitativi. Contano anche la distribuzione, la qualità, la possibilità di collegare gli spazi naturali e la conservazione di terreni permeabili.
Rossi ha riconosciuto, d'altra parte, che i risultati non possono essere immediati. Il "Piano clima" contiene una serie di azioni e di obiettivi che richiedono investimenti, continuità amministrativa e il coinvolgimento di cittadini, associazioni e forze politiche.
«Finirò il secondo mandato che di tutte quelle azioni sarò orgoglioso di dire sono riuscito a farne due», ha detto, con una battuta che restituisce il divario tra l'ampiezza di una visione e i tempi necessari per realizzarla.
Ma proprio qui si misura il rapporto tra programmazione e scelte urbanistiche: quali obiettivi si vogliono rendere vincolanti? Quali risorse si intendono destinare? E quali trasformazioni è necessario evitare per non compromettere oggi le possibilità di intervento di domani?

Le politiche ambientali non dovrebbero cambiare con il colore delle amministrazioni

Il sindaco ha insistito anche sulla necessità che alcuni obiettivi superino le divisioni politiche e la durata dei singoli mandati.
«Possiamo dire che l'amministrazione a Seregno, come in ogni città, fra venti mesi magari cambierà anche colore, certamente cambierà, magari cambierà anche colore politico, ma quel percorso lì, cioè possiamo su questo non dire che i primi sei mesi li passo a distruggere quello che ha fatto quello prima, ma a dire: questo è un tema».
E ha aggiunto, riferendosi agli eventi meteorologici estremi: «Quella tromba d'aria non era di destra o di sinistra».
Il ragionamento è applicabile a molte questioni urbanistiche. Un piano che richiede anni per essere attuato non può dipendere esclusivamente dalla volontà di chi si trova temporaneamente alla guida del Comune. La riduzione del rischio idraulico, l'adattamento climatico, la tutela del verde e la qualità degli spazi pubblici sono temi che richiedono coerenza nel tempo.
Da qui l'importanza del percorso partecipativo appena avviato per il PGT. La partecipazione può contribuire a costruire una visione condivisa, ma la sua efficacia dipende anche dalla capacità di tradurre le indicazioni emerse in scelte verificabili e in obiettivi che resistano ai cambiamenti politici.
Non è sufficiente dichiarare che una questione riguarda tutti: occorre stabilire quali decisioni ne conseguano, quali risorse siano necessarie e quali interessi debbano essere messi a confronto.

Una città di tutti non è una città divisa in recinti

In un secondo intervento, sollecitato da Fabio Pizzul a raccontare che cosa il libro avesse suscitato in lui, Rossi ha spostato l'attenzione sul modo in cui vengono concepiti gli spazi urbani e sul loro rapporto con le diverse componenti della società.
Ha citato alcune esperienze realizzate a Seregno: gli spazi per i ragazzi, le scuole aperte nel pomeriggio, un museo diventato scuola, il giardino della biblioteca dedicato a Giulio Regeni e alcuni progetti legati all'abitare e all'innovazione.
Sono esempi diversi, ma accomunati da un'idea: i luoghi della città possono avere funzioni molteplici e mettere in relazione persone che altrimenti rischierebbero di restare separate.
A proposito del giardino della biblioteca, inaugurato nel maggio 2025, Rossi ha raccontato un'esperienza che considera significativa: «È un giardino che non ha per ora in quasi diciotto mesi avuto bisogno di un cestino». Il riferimento è alla responsabilità dei ragazzi che frequentano lo spazio, abituati a consumare il proprio cibo e a portare via i rifiuti.
Al di là del singolo esempio, il messaggio è che la qualità degli spazi pubblici non dipende soltanto dalle attrezzature e dalle regole, ma anche dai comportamenti e dalle relazioni che quei luoghi riescono a favorire.
Il sindaco ha richiamato anche il ruolo della biblioteca, descrivendola come un luogo nel quale le persone senza dimora possono trovare accoglienza e stare insieme agli studenti.
«La biblioteca per noi c'è, la biblioteca è l'unico luogo dove i senzatetto sono accettati», ha detto, riferendosi alla possibilità per queste persone di trovare un ambiente nel quale sostare e ricaricare i propri dispositivi.
È una riflessione che riguarda la natura stessa dei servizi e degli spazi pubblici: non soltanto strutture destinate a chi possiede già le risorse per usufruirne, ma luoghi capaci di accogliere bisogni diversi e di favorire la convivenza.
Il sindaco ha contrapposto questa visione a un precedente approccio amministrativo che rivendicava le panchine senza schienale, sul presupposto che una seduta scomoda avrebbe indotto le persone a fermarsi meno a lungo. Il richiamo non è secondario. Anche un elemento apparentemente banale dell'arredo urbano esprime una determinata idea di città: uno spazio progettato per trattenere le persone, favorire la permanenza e l'incontro è diverso da uno concepito per scoraggiarli.
La domanda posta da La città di tutti torna così in primo piano: chi può utilizzare gli spazi urbani, per quanto tempo e a quali condizioni?

La strada può essere anche un luogo di incontro

Un altro passaggio significativo riguarda la mobilità e il rapporto tra pedoni, ciclisti e automobilisti.
Rossi ha raccontato di essersi rivolto a Elena Granata durante una discussione sulle possibili collocazioni di una pista ciclabile. La questione era se realizzarla lungo una strada oppure lungo un'altra.
La risposta della docente, secondo il racconto del sindaco, lo ha spiazzato: «Non fate la ciclabile perché non c'è da fare la ghettizzazione dei ciclisti lì in uno spazio che può essere scomodo per i ciclisti, per gli automobilisti, magari anche per i pedoni. Facciamo che qui ci educhiamo ad andare tutti insieme in un certo modo».
Rossi ha collegato questa riflessione al tema delle zone 30 e, più in generale, alla possibilità di ripensare lo spazio stradale senza considerare necessariamente ogni categoria di utenti come una presenza da separare dalle altre.
Per spiegare il concetto, ha raccontato un episodio vissuto nel paese siciliano nel quale abita la nonna di sua moglie. Una sera, gli abitanti avevano portato i tavoli delle proprie case sulla strada per cenare insieme. Quando arrivava un'automobile, la situazione si risolveva attraverso un accordo informale fra le persone presenti.
«Ma chi vive meglio la città?», si è chiesto Rossi, contrapponendo la propria prima reazione, legata all'idea di un'occupazione impropria dello spazio pubblico, a una diversa concezione della strada come luogo condiviso.
L'episodio non costituisce una ricetta da applicare automaticamente a una città come Seregno, con le sue caratteristiche e le sue esigenze di mobilità. Suggerisce però un cambio di prospettiva: la strada non è necessariamente soltanto un corridoio per spostarsi, ma può diventare anche uno spazio di relazione.
La questione è particolarmente pertinente per la pianificazione urbana. Le scelte sulla mobilità non riguardano esclusivamente la circolazione dei veicoli: incidono sull'accessibilità dei quartieri, sulla sicurezza, sulla possibilità per i bambini di muoversi autonomamente e sulla presenza di attività e occasioni di incontro nello spazio pubblico.
La domanda da porsi non è soltanto dove collocare una pista ciclabile, ma quale assetto dello spazio consenta a tutti di muoversi in sicurezza e quale equilibrio si voglia costruire tra le diverse funzioni della strada.

La solitudine come problema urbano

Tra le riflessioni più nette del sindaco c'è quella sulle forme di povertà che un'amministrazione si trova ad affrontare.
«Io dico spesso che ci sono tre tipi di povertà che ho avuto a che fare da amministratore. Quella più semplice da affrontare è la povertà economica».
Rossi ha precisato che si tratta di una provocazione: anche un sostegno economico molto consistente non sarebbe sufficiente se non si intervenisse contemporaneamente sulla povertà educativa e formativa e su quella relazionale.
«Se non creiamo qualcosa che sostenga una povertà educativa, formativa e una povertà relazionale, sei mesi dopo siamo nella stessa situazione, se non peggio».
Il passaggio centrale è quello successivo: «Più grande nemico di un sindaco è la solitudine delle persone e io di questo faccio esperienza tutti i giorni».
La solitudine non è soltanto una condizione individuale. Può essere favorita o contrastata anche dal modo in cui sono organizzati i quartieri, dalla presenza di luoghi accessibili, dalla possibilità di incontrarsi senza dover necessariamente consumare qualcosa e dalla disponibilità di servizi che non si limitino a rispondere a emergenze specifiche.
Una città nella quale gli spazi pubblici sono pochi, difficilmente raggiungibili o progettati soprattutto per il transito rischia di offrire meno occasioni di relazione. Al contrario, una rete di luoghi di incontro, servizi e spazi aperti può contribuire a ridurre l'isolamento.
È qui che l'urbanistica incontra le politiche sociali. La qualità della città non si misura soltanto attraverso il numero dei servizi disponibili o la quantità di verde presente, ma anche attraverso la possibilità concreta per persone diverse di partecipare alla vita collettiva.
Rossi ha descritto una difficoltà che conosce direttamente: la necessità di conciliare il diritto alla quiete con il diritto alla gioia, la tranquillità dei residenti con le esigenze dei ragazzi che cercano luoghi nei quali incontrarsi.
«Ci sentiamo più sicuri, chiusi dentro», ha osservato, invitando a interrogarsi sulla tendenza a ridurre il rischio e il conflitto attraverso la limitazione delle occasioni di vita all'aperto.
Ha raccontato di essersi confrontato con gruppi di ragazzi per individuare luoghi alternativi a quelli nei quali la loro presenza provocava tensioni con i residenti. In alcuni casi, ha riferito, sono nate possibilità di dialogo e percorsi per immaginare spazi diversi in altre parti della città.
Il sindaco ha però aggiunto una precisazione importante: la percezione di sicurezza non può essere liquidata, perché riguarda in modo particolare le persone più fragili.
La sfida, quindi, non consiste nel contrapporre indiscriminatamente libertà e sicurezza, ma nel trovare soluzioni capaci di far convivere esigenze diverse. È un tema che riguarda la progettazione delle piazze, dei parchi, dei percorsi pedonali e degli spazi di aggregazione, ma anche la capacità dell'amministrazione di ascoltare e mediare.

Il verde non è una riserva indiana

Rossi ha riconosciuto che alcune delle idee proposte dal libro richiedono un lavoro di revisione culturale prima ancora che amministrativa.
«Io sono cresciuto così», ha detto, riferendosi alla concezione del parco come luogo separato, quasi una riserva destinata allo svago, e all'idea che le risorse naturali fossero sostanzialmente infinite.
Il sindaco ha collegato questa mentalità alla cultura nella quale è cresciuta la sua generazione, richiamando anche un'etica del sacrificio e del lavoro che tende a considerare il tempo libero e il benessere come elementi secondari.
Il cambiamento, nella sua lettura, consiste anche nel superare una separazione troppo netta tra la città costruita e la natura, fra gli spazi destinati alla produzione e quelli riservati allo svago.
Questa osservazione si lega direttamente al tema del verde urbano affrontato nel primo intervento. Se il verde non deve essere una riserva separata dal resto della città, occorre ripensarne il ruolo all'interno del tessuto urbano e nella vita quotidiana delle persone.
Un parco non è soltanto un'area nella quale recarsi occasionalmente per passeggiare. Può contribuire alla regolazione del microclima, favorire l'incontro, offrire spazi di gioco e rendere più gradevoli i percorsi quotidiani. Analogamente, un giardino, un filare alberato o un'area permeabile non sono necessariamente elementi residuali da considerare disponibili per nuove trasformazioni.
La riflessione diventa particolarmente importante in una fase nella quale il PGT dovrà confrontarsi con le diverse esigenze della città e con il valore degli spazi aperti.
Considerare il verde come parte integrante della struttura urbana significa chiedersi non soltanto quante aree verdi siano presenti, ma anche come siano distribuite, quanto siano accessibili e quale ruolo svolgano nel collegare quartieri e luoghi della vita collettiva.

La città perfetta non esiste: conta la qualità della vita

Nel suo intervento Rossi ha anche messo in guardia da una concezione eccessivamente rigida della sicurezza e della regolazione degli spazi.
Le città che amiamo, ha osservato, non sono necessariamente quelle perfette, prive di inconvenienti e completamente organizzate secondo criteri astratti. Sono anche città nelle quali riconosciamo odori, storia, vitalità e una certa dose di disordine.
Il passaggio si collega a una delle tensioni più difficili per chi amministra: da una parte la necessità di garantire sicurezza, tranquillità e rispetto delle regole; dall'altra il rischio che ogni uso imprevisto dello spazio venga percepito come un problema da eliminare.
Rossi ha raccontato, per esempio, di aver dovuto confrontarsi con le lamentele di chi considera inaccettabile che i bambini giochino in una piazza. «La piazza servirebbe a quello», ha osservato, sintetizzando la necessità di recuperare il significato originario di alcuni luoghi pubblici.
Non significa ignorare i conflitti, né sottovalutare le esigenze dei residenti. Significa chiedersi se ogni conflitto debba essere risolto restringendo gli usi possibili di uno spazio oppure se sia possibile ripensarne l'organizzazione per consentire a più persone di frequentarlo.
Il rischio, altrimenti, è quello di produrre una città formalmente ordinata ma sempre meno capace di ospitare la complessità della vita quotidiana.
Anche da questo punto di vista, il PGT non è soltanto uno strumento tecnico. Le sue scelte possono contribuire a definire il rapporto tra gli spazi destinati alle automobili e quelli destinati alle persone, tra gli ambienti privati e quelli condivisi, tra la necessità di proteggere e quella di lasciare spazio all'iniziativa e all'incontro.

Le buone idee devono fare i conti con i soldi, il tempo e gli uffici comunali

L'intervento del sindaco non è stato però una celebrazione delle buone pratiche o delle potenzialità della progettazione urbana. Rossi ha insistito anche sui limiti materiali entro i quali opera un'amministrazione comunale.
«Su tante proposte, quelle che Elena diceva di copiare, io mi dicevo: sì, ma i soldi? Sì, ma il tempo?».
Il problema è quello della distanza fra l'orizzonte di una trasformazione e le risorse necessarie per realizzarla. Una ricerca può richiedere anni; un progetto urbano può attraversare più mandati amministrativi; un intervento può avere costi che un Comune non è in grado di sostenere autonomamente.
Rossi ha richiamato anche le difficoltà degli enti locali nel reperire e trattenere professionalità adeguate, facendo riferimento ai dipendenti comunali e alle condizioni economiche nelle quali sono chiamati a svolgere compiti sempre più complessi.
«La vivibilità di certe scelte poi la fanno concretamente non gli assessori o il sindaco, ma i dipendenti comunali», ha osservato, ricordando che la transizione digitale, la gestione tecnica e la realizzazione dei progetti richiedono competenze e risorse.
Ha inoltre evidenziato la fragilità finanziaria dei Comuni quando vengono meno risorse previste o arrivano trasferimenti inferiori alle necessità. Ha citato, come esempio, una riduzione di fondi destinati all'assistenza dei minori stranieri non accompagnati, che secondo il suo racconto avrebbe comportato per Seregno la perdita di un milione di euro rispetto alle risorse attese.
Il ragionamento è pertinente anche per il PGT. Definire obiettivi ambiziosi è necessario, ma la loro attuazione richiede strumenti, finanziamenti, personale e una sequenza di interventi coerente.
La concretezza amministrativa, tuttavia, non dovrebbe tradursi automaticamente in una riduzione delle ambizioni. Il problema è piuttosto individuare priorità, stabilire tempi realistici e distinguere ciò che può essere fatto subito da ciò che richiede un percorso più lungo.
Il sindaco ha riconosciuto esplicitamente la difficoltà di trovare questo equilibrio. Il cambiamento, ha osservato, «è possibile quando è reso desiderabile, quando non è imposto», richiamando una riflessione legata anche al pensiero di Alexander Langer.
È una considerazione che riguarda direttamente il rapporto tra amministrazione e cittadini. Una trasformazione urbana può essere tecnicamente corretta e tuttavia incontrare resistenze se non viene compresa, condivisa o accompagnata da alternative credibili.
La partecipazione, in questa prospettiva, non è un passaggio accessorio: può contribuire a rendere le trasformazioni comprensibili e desiderabili, senza però cancellare la responsabilità dell'amministrazione di assumere decisioni.

Il percorso partecipativo: ascoltare non basta

L'avvio del percorso partecipativo per il PGT rende particolarmente attuale questo aspetto dell'intervento. Rossi ha più volte insistito sulla necessità di coinvolgere i cittadini e le diverse componenti della società, nella consapevolezza che il Comune, da solo, non può realizzare tutte le trasformazioni necessarie. Ma la partecipazione acquista significato soprattutto quando è in grado di mettere in relazione le esigenze quotidiane con una visione complessiva della città.
Le richieste dei residenti, le necessità delle associazioni, le esigenze delle attività economiche, le aspettative dei giovani e le preoccupazioni di chi teme di perdere tranquillità o qualità ambientale possono essere anche molto diverse fra loro. Il compito di un percorso partecipativo non è fingere che queste differenze non esistano, ma renderle visibili e consentire un confronto sulle priorità.
In questo senso, le parole del sindaco offrono anche alcuni criteri con i quali valutare il processo che si è appena avviato.
Il primo riguarda il clima: se i dati climatici devono orientare la pianificazione, occorre capire come si tradurranno nelle decisioni sul suolo, sul verde e sulle trasformazioni urbanistiche.
Il secondo riguarda l'accessibilità e la qualità degli spazi pubblici: quali luoghi si vogliono rendere più accoglienti, quali connessioni migliorare, quali opportunità creare per i ragazzi e per le persone che rischiano di rimanere ai margini?
Il terzo riguarda la continuità del verde e la sua integrazione nel tessuto urbano: come conservare non soltanto i parchi, ma anche gli spazi aperti che contribuiscono alla qualità ambientale complessiva?
Il quarto riguarda la concretezza: quali obiettivi possono essere perseguiti, con quali risorse e in quali tempi?
Sono domande che non trovano risposta in una singola assemblea. Richiedono un percorso nel quale il confronto iniziale sia seguito dalla possibilità di verificare come le osservazioni raccolte siano state considerate nelle scelte effettive.
È qui che si misura la differenza tra una consultazione e un processo partecipativo capace di incidere.

Riannodare il filo tra il pensare e l'agire

Verso la conclusione, Rossi ha affrontato anche il rapporto fra l'esperienza amministrativa e la possibilità di fermarsi a riflettere.
Ha raccontato che, dopo oltre otto anni da sindaco, considera questo periodo della sua vita un'esperienza straordinaria, capace di metterlo in contatto con persone e mondi che difficilmente avrebbe conosciuto altrimenti. Al tempo stesso, ha riconosciuto che la frenesia quotidiana del lavoro amministrativo lascia poco spazio alla formazione e alla riflessione.
«Penso che in tutta questa frenesia, in tutto quello che ho imparato sul campo, in cui ho rotto le bolle della mia vita, ho conosciuto persone e mondi mai conoscibili nelle mie vite precedenti, ma è stato il periodo della mia vita sorprendentemente in cui mi sono formato di meno».
Il sindaco ha parlato di decine di migliaia di riunioni e di pochi momenti nei quali la politica gli abbia proposto l'occasione di fermarsi, pensare e formarsi.
Da qui il valore attribuito alla collaborazione con Elena Granata, intesa come tentativo di tenere insieme l'elaborazione culturale e la pratica amministrativa.
Riprendendo una frase conclusiva del libro, Rossi ha richiamato la necessità di «riannodare il filo tra l'agire e il pensare».
È forse questa la chiave che tiene insieme i due interventi. La visione urbana non può rimanere una dichiarazione di principi, ma neppure l'azione amministrativa può ridursi alla gestione delle urgenze, alla risposta alle singole richieste o alla ricerca della soluzione più semplice nell'immediato.
Occorre un progetto capace di collegare i problemi concreti a obiettivi di lungo periodo, senza ignorare i limiti delle risorse e le difficoltà del cambiamento.

Quale città per Seregno?

La presentazione milanese di La città di tutti non era una seduta dedicata al nuovo PGT di Seregno, e le parole del sindaco non costituiscono un programma urbanistico né permettono, da sole, di stabilire quali scelte saranno effettivamente adottate nel piano.
Offrono però un insieme di indicazioni che meritano di essere messe alla prova proprio nel momento in cui la città comincia a discutere del proprio futuro.
Se l'urbanistica deve avere a che fare con la felicità delle persone, come ha detto Rossi, sarà necessario capire come questo principio possa tradursi nelle decisioni concrete. Se il cambiamento climatico deve essere il punto di partenza, occorrerà verificare quali conseguenze ne deriveranno per la tutela del suolo, del verde e delle aree permeabili. Se la solitudine è uno dei problemi più importanti da affrontare, bisognerà interrogarsi sul ruolo dei luoghi pubblici e sulla possibilità di renderli davvero accessibili a tutti.
E se, come sostiene il sindaco, alcune questioni devono essere considerate patrimonio comune al di là delle maggioranze politiche, il PGT potrebbe rappresentare l'occasione per individuare obiettivi condivisi e costruire una prospettiva che non si esaurisca con la durata di un mandato.
Resta una questione decisiva: come conciliare questa visione con le trasformazioni urbanistiche effettive, con gli interessi in gioco, con le risorse disponibili e con le scelte che determineranno il futuro del territorio?
La risposta non può arrivare soltanto dalle parole di una presentazione editoriale. Dovrà emergere dal confronto pubblico, dai contenuti del piano e dalle decisioni che l'amministrazione assumerà.
È proprio per questo che, mentre il percorso partecipativo prende avvio, vale la pena tornare a quelle parole. Non come una dichiarazione da archiviare, ma come un insieme di principi rispetto ai quali misurare le scelte future.
Perché la città di tutti non è semplicemente quella nella quale tutti possono abitare. È quella nella quale le decisioni sul territorio tengono conto della vita di tutti, anche di chi ha meno voce, di chi non dispone di spazi privati, di chi rischia di essere escluso e di chi vivrà a Seregno negli anni a venire.