mercoledì 21 ottobre 2026
Erba, salvi i cinque tigli davanti a Sant’Eufemia. Ora si punta a salvare quelli di via San Rocco
A Erba sono salvi i cinque tigli che si trovano davanti alla chiesa di Sant’Eufemia. La Giunta comunale ha infatti stralciato dal progetto di riqualificazione la parte che prevedeva il loro abbattimento, dopo l’intervento della Soprintendenza, sollecitata lo scorso luglio dal Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”. Il progetto del Comune prevedeva inizialmente l’abbattimento di 21 tigli distribuiti tra via Turati, via San Rocco e l’area antistante la chiesa di Sant’Eufemia. Una scelta contestata dalle associazioni ambientaliste e da cittadini che, attraverso presidi, raccolte firme e altre iniziative, hanno chiesto di tutelare il patrimonio arboreo cittadino. Nel proprio parere, la Soprintendenza ha sottolineato che l’area davanti alla storica chiesa è sottoposta a tutela storico-architettonica e che, di conseguenza, i cinque tigli devono essere preservati. Un intervento che ha portato l’amministrazione comunale a modificare il progetto, rinunciando al loro abbattimento.
La stessa nota della Soprintendenza affronta anche il destino degli alberi lungo via San Rocco, all’angolo con via Turati. In questo caso, l’ufficio ministeriale auspica la conservazione del doppio filare di 15 tigli, apparentemente sani, riconoscendone il valore come parte integrante del contesto urbano. Nonostante questa indicazione, il Comune ha deciso di proseguire con la parte del progetto che interessa via San Rocco. Per il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, dunque, la vicenda non può considerarsi conclusa.
Roberto Fumagalli, esponente dell’associazione, definisce il risultato ottenuto un successo parziale per i cittadini e le associazioni impegnati nella difesa degli alberi, ma anche una sconfitta per l’atteggiamento dell’amministrazione, accusata di non essersi confrontata adeguatamente con la popolazione e con gli enti preposti alla tutela del patrimonio storico e paesaggistico. Il Circolo richiama anche il precedente del progetto per la realizzazione di un parcheggio in via Battisti, che avrebbe comportato la cancellazione di uno storico parco con orto. In quel caso, ricorda l’associazione, l'intervento della Soprintendenza e l'apposizione di un vincolo storico-paesaggistico avevano fermato il progetto, contro il quale il sindaco aveva successivamente intrapreso un'azione legale.
La battaglia per la salvaguardia del patrimonio arboreo di Erba proseguirà anche nelle prossime settimane. Il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, in collaborazione con altre associazioni, intende continuare a impegnarsi per la tutela dei 15 tigli di via San Rocco e per una maggiore attenzione al ruolo degli alberi negli spazi urbani. Per approfondire questi temi è stato organizzato un incontro pubblico per giovedì 5 novembre, nella sala Isacchi di Ca’ Prina a Erba. Con il contributo di un agronomo, si discuterà dell’importanza degli alberi in città e sarà fatto il punto sulla vicenda del progetto che interessa via Turati, via San Rocco e l’area di Sant’Eufemia.
Tra abbazie, lavatoi e natura: alla scoperta del Parco delle Groane
Oltre trenta partecipanti hanno preso parte domenica 18 ottobre alla prima escursione autunnale del ciclo “Alla scoperta del Parco con le Gev”, organizzato dalle Guardie ecologiche volontarie del Parco delle Groane e della Brughiera Briantea.
Una mattinata dedicata alla scoperta del territorio, seguendo il corso del Seveso lungo il percorso che collega Villa Raimondi, a Vertemate con Minoprio, alla sede distaccata del Parco a Fino Mornasco.
Ad accompagnare i partecipanti non sono state soltanto le Gev, ma anche alcune guide d'eccezione, che hanno arricchito la passeggiata con racconti e testimonianze. Il sindaco di Vertemate con Minoprio, Riccardo Pellizzari, ha illustrato la storia dell'abbazia, mentre Vittorio Maspero, profondo conoscitore del territorio, ha raccontato le peculiarità dei luoghi attraversati.
Presente anche l'architetto Nadia Iachini, che aveva collaborato con Legambiente Cantù al recupero del lavatoio di Minoprio, un intervento avviato alla fine degli anni Novanta e realizzato grazie a un comodato d'uso decennale e al sostegno della Fondazione Cariplo.
Il recupero del lavatoio rappresenta un esempio concreto di come la collaborazione tra associazioni, istituzioni e realtà del territorio possa contribuire a salvaguardare e valorizzare il patrimonio storico locale.
L'escursione ha così unito la conoscenza degli ambienti naturali alla riscoperta della storia e della memoria dei luoghi, ricordando quanto sia importante conoscere il territorio per imparare a proteggerlo e conservarne le testimonianze.
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Erba è una città nemica dell'ambiente?, a novembre la rassegna del Circolo Ambiente "Ilari Alpi"
"Erba, una città nemica dell'ambiente?". È questo il titolo della minirassegna organizzata dal Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" per il prossimo mese di novembre e che prevede due incontri dedicati all'ambiente e all'urbanistica in città.
Il primo incontro si terrà giovedì 5 novembre e avrà per titolo "L'importanza degli alberi in città": interverrà l'agronomo Elia Galbusera, che illustrerà le funzioni ambientali (dette ecosistemiche) degli alberi, soprattutto in ambito urbano. Questo, ovviamente, in contrapposizione ai malaugurati progetti portati avanti dall'attuale Amministrazione comunale di Erba, che in almeno un caso hanno già comportato la perdita di uno storico parco alberato in via Volta, mentre un altro progetto in itinere prevede il taglio di oltre 20 tigli tra via Turati e via San Rocco.
Il secondo incontro si terrà giovedì 19 novembre ed avrà per titolo "Consumo di suolo zero e rigenerazione urbana senza speculazione". In questa occasione interverrà l'urbanista Gabriele Bollini, che affronterà il tema, oltre che del consumo di suolo, della rigenerazione urbana. Anche in tal caso in contrapposizione agli interventi di nuova edificazione realizzati negli ultimi anni in città, e ai progetti di rigenerazione già autorizzati o al vaglio del Sindaco e della Giunta di Erba, progetti che rischiano di lasciare il destino delle aree centrali della città in mano agli interessi degli operatori immobiliari, riservando troppo poco al primario interesse pubblico.
Così Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi", presenta la minirassegna: "Con questi due incontri vogliamo cercare di definire, grazie alla presenza di esperti, un diverso disegno del futuro della città, un disegno più vicino agli interessi dell'ambiente e della collettività. Questo in una città come Erba che invece si è caratterizzata - negli ultimi anni e in particolare con l'attuale Sindaco - per un eccessivo impulso immobiliaristico, che ha consumato suolo verde e alberi. Rischiando nel contempo di perdere la 'storica' occasione della riqualificazione delle aree dismesse del centro, opportunità unica per ridisegnare il volto del centro città in chiave ambientale e pubblica".
Significativo, in tal senso, lo slogan con cui il Circolo Ambiente accompagna la minirassegna: "Noi vogliamo una città con più verde e più alberi, con meno cemento e meno asfalto".
Gli incontri si terranno nelle serate del 5 e 19 novembre presso la sala Isacchi di Ca' Prina (sita in piazza Prina n. 1 a Erba).
L'organizzazione è curata dal Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"; hanno finora aderito alla rassegna: il Comitato per la tutela dei tigli di Erba, il Coordinamento Base, Trapeiros di Emmaus, ManiTese, ANPI territorio Erbese.
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martedì 20 ottobre 2026
Da Seveso a Manfredonia, la memoria dei disastri industriali arriva a Meda
Il 28 ottobre un incontro dedicato alla vicenda del petrolchimico ANIC-ENI e alle conseguenze della contaminazione da arsenico. Un’occasione per riflettere sul rapporto tra industria, salute e ambiente.
A cinquant’anni dal disastro diossina dell’ICMESA, Meda continua a interrogarsi sulle conseguenze delle scelte industriali che hanno segnato territori e comunità. Mercoledì 28 ottobre 2026, alle ore 21, la sala civica Radio ospiterà un nuovo appuntamento promosso dal coordinamento Insieme per la memoria e il futuro del Bosco delle Querce, dedicato a una vicenda meno conosciuta, ma altrettanto significativa: quella del petrolchimico ANIC-ENI di Manfredonia, in provincia di Foggia. Al centro della serata ci sarà la catastrofe industriale iniziata il 26 settembre 1976 con la fuoriuscita di anidride arseniosa dallo stabilimento. Un episodio che ha lasciato conseguenze profonde sul territorio del Sipontino, sui lavoratori e sulla popolazione residente, aprendo interrogativi sulla sicurezza degli impianti, sulla gestione delle sostanze pericolose e sulle responsabilità legate alle scelte industriali.
La vicenda di Manfredonia si inserisce in una stagione in cui, a partire dagli anni Sessanta, la politica industriale italiana puntava sulla realizzazione di grandi poli petrolchimici, spesso senza un’adeguata considerazione degli effetti sull’ambiente e sulla salute. In un Paese che aveva bisogno di lavoro e che stava progressivamente trasformando la propria economia agricola, l’industrializzazione veniva presentata come una promessa di sviluppo e benessere. Ma in diversi territori il prezzo di quella trasformazione è stato elevato: contaminazione ambientale, rischi per la salute, cambiamenti profondi nel tessuto sociale ed economico. Ricostruire queste storie significa interrogarsi su un modello di sviluppo nel quale la produzione e il profitto possono arrivare a prevalere sulla prevenzione, sulla sicurezza e sul diritto delle comunità a conoscere i rischi a cui sono esposte.
L’iniziativa di Meda fa parte di un percorso di approfondimento avviato dal coordinamento in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro diossina del 1976. Dopo gli incontri dedicati al sapere operaio, alla nocività e al diritto alla conoscenza, e alle conseguenze della fuoriuscita di diossina del 10 luglio 1976, il programma si allarga ad altre vicende emblematiche della storia industriale italiana. Nei precedenti appuntamenti organizzati al Centro Visite del Bosco delle Querce, nell’ambito del percorso Storie di riparazione di territori e comunità, sono stati affrontati disastri come quelli del Vajont, di Bhopal, di Stava e di Casale Monferrato. Esperienze diverse, accomunate dalla necessità di comprendere non soltanto le cause degli eventi, ma anche le responsabilità, le conseguenze a lungo termine e i percorsi di riparazione intrapresi dalle comunità colpite. Il confronto con Manfredonia permette così di ampliare lo sguardo oltre i confini della Brianza, senza perdere il legame con la storia di Seveso. La memoria, in questa prospettiva, non è soltanto commemorazione del passato: è uno strumento per riconoscere i rischi, comprendere le scelte che li hanno prodotti e impedire che le stesse logiche si ripetano.
Alla serata interverranno divulgatori e ricercatori che hanno studiato la vicenda, insieme a persone che hanno vissuto direttamente quei fatti e ne hanno seguito gli sviluppi negli anni successivi. Tra le partecipanti è annunciata Giulia Malavasi, autrice del libro Manfredonia. Storia di una catastrofe continuata, una ricostruzione documentata che ripercorre la storia del petrolchimico, dalle decisioni che portarono alla sua realizzazione nell’area di Macchia, nel territorio di Monte Sant’Angelo, fino agli sviluppi più recenti. Il volume raccoglie documenti e testimonianze, restituendo uno spaccato della vicenda dentro e fuori la fabbrica.
L’appuntamento è patrocinato dal Comune di Meda e dalla Fondazione Comunità Monza e Brianza. L’incontro si terrà mercoledì 28 ottobre 2026, alle ore 21, presso la sala civica Radio di Meda. Un’occasione per approfondire una pagina importante della storia industriale italiana e per riflettere su una questione ancora attuale: quale sviluppo è possibile se la tutela dell’ambiente e della salute non viene considerata una priorità?
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WWF Insubria, assemblea straordinaria per rinnovare le cariche e rafforzare il coordinamento delle Oasi
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| Urban Nature 2026 al Parco di Monza, Mulini Asciutti. |
Venerdì 23 ottobre 2026, alle 18.30, è in programma l’assemblea straordinaria del WWF Insubria, chiamata a discutere il rinnovo delle cariche direttive e una riorganizzazione che punta a rispondere alla crescita delle attività dell’associazione sul territorio.
Stando alle informazioni che circolano in vista dell’incontro, uno dei temi centrali sarà l’introduzione di una nuova figura di coordinamento delle Oasi, con il compito di raccordare le attività delle strutture gestite direttamente dal WWF Insubria e quelle delle Oasi della rete WWF Italia e delle Oasi urbane. La proposta nasce dal notevole incremento delle iniziative portate avanti dall’associazione, ma anche dalla necessità di rafforzare i rapporti con enti e amministrazioni locali. In quest’ottica, verrebbe confermata l’attuale articolazione territoriale, con vicepresidenti di riferimento per Valtellina e provincia di Sondrio, Varese-Seprio, provincia di Como, Brughiera, Groane e Città metropolitana di Milano.
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| Raccolta rifiuti a Legnano, Parco Castello. |
Tra le proposte che dovrebbero essere sottoposte all’assemblea figura la nomina di Gianni Del Pero alla presidenza, con William Vaninetti, Pierangelo Piantanida, Walter Verpelli, Matteo Colaone, Edoardo Manfredini e Maurizio Borghi nei ruoli di vicepresidenti con riferimento alle rispettive aree territoriali. In particolare, Maurizio Borghi, attuale presidente del WWF Insubria, assumerebbe la vicepresidenza per l’area della Città metropolitana di Milano e il nuovo incarico di coordinatore delle attività delle Oasi. Verrebbero inoltre confermati gli attuali responsabili delle tre Oasi gestite direttamente dall’associazione: Carlo Rossi per l’Oasi Bassone-Torbiere di Albate, Maurizio Borghi per l’Oasi Fosso del Ronchetto e Maurizio Minora per l’Oasi del Caloggio. Si tratta di proposte che dovranno essere valutate e sottoposte alle decisioni dell’assemblea.
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| Paderno Dugnano. L'aula Natura. |
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| Seveso. Rimboschimento all'Oasi della Camasinella. |
L’assemblea sarà anche l’occasione per fare il punto sulle numerose attività in corso e sui nuovi progetti che vedono impegnato il WWF Insubria. Tra le iniziative segnalate figura la nuova Oasi della Comasinella a Seveso, insieme allo sviluppo dell’Oasi urbana di Meda, nella Valle dei Mulini, e alle attività avviate a Legnano. Proseguono inoltre gli interventi nel Parco Pineta di Tradate-Appiano e le collaborazioni con il Parco GruBrìa. L’associazione è impegnata anche nel progetto del Sentiero dei Castagni a Belgirate, nel Comitato Parco Groane-Brughiera e nel coordinamento Salviamo il Monte San Primo. A queste iniziative si aggiungono le attività di educazione ambientale nelle Aule Natura di Legnano e Paderno Dugnano, con la possibilità di realizzarne una nuova anche a Seregno. Sono inoltre allo studio ulteriori opportunità di gestione ambientale: tra queste, l'eventuale affidamento al WWF Insubria di una nuova area nella Pineta di Cesate da parte del Parco Groane-Brughiera e una possibile convenzione con il Comune di Cuasso al Monte per la gestione di aree vicine a una proprietà del WWF Italia ricevuta in lascito.
lunedì 19 ottobre 2026
Rinnovare non significa impoverire: quale futuro vogliamo per le nostre città?
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| Il complesso natatorio di Seregno in una immagine d'epoca. |
Ci sono edifici che, con il passare degli anni, diventano parte del paesaggio quotidiano al punto da sembrare scontati. Eppure, dietro le loro forme, possono esserci una storia, una qualità architettonica e un significato collettivo che meritano di essere riconosciuti prima di decidere come intervenire. È una riflessione che nasce dalla lettera aperta indirizzata al sindaco di Seregno dall'architetto Alessandro Zoppini, figlio di Pino Zoppini, progettista della piscina cittadina. La lettera esprime amarezza per le recenti trasformazioni dell'impianto, ma solleva una questione che va ben oltre il destino di un singolo edificio. «La piscina di Seregno era un’opera che dava lustro alla città e che, pur avendo ormai una certa età, conservava una propria dignità e una forte identità architettonica. Certamente era necessario adeguarla alle esigenze contemporanee, ma rinnovare non significa snaturare, né tantomeno deturpare», scrive Zoppini. È questo il punto da cui partire. Non si tratta di contrapporre il vecchio al nuovo o di sostenere che gli edifici debbano rimanere immutati. Le città cambiano e le strutture pubbliche devono rispondere a nuove esigenze. Il problema non è trasformare, ma capire che cosa trasformiamo, perché lo facciamo e quale valore rischiamo di perdere.
Nella sua lettera, Zoppini ricorda che la piscina non era soltanto un impianto sportivo da aggiornare, ma un'opera dotata di una propria riconoscibilità architettonica. «Avevate a disposizione un edificio di valore, conosciuto anche a livello internazionale: un patrimonio da curare, non un ostacolo da rimuovere», scrive rivolgendosi all'amministrazione comunale. Un edificio pubblico, infatti, non è soltanto la somma delle funzioni che ospita. Conta anche il modo in cui queste prendono forma nello spazio, il rapporto con il contesto e la qualità architettonica che contribuisce a definire l'identità di un luogo. Una piscina può essere funzionale e, allo stesso tempo, possedere caratteristiche architettoniche da conservare. Lo stesso vale per una scuola, una piazza o un edificio storico: adeguarli alle esigenze contemporanee non dovrebbe significare rinunciare automaticamente alle qualità che li rendono riconoscibili. Zoppini sostiene che, nel caso della piscina, sarebbe stato possibile conciliare le nuove esigenze con la conservazione dell'opera: «Sono convinto che si sarebbe potuto raggiungere lo stesso risultato funzionale senza distruggere il valore dell’opera». È una valutazione riferita a uno specifico intervento, che meriterebbe di essere approfondita attraverso la conoscenza del progetto e delle scelte effettuate. Ma la domanda che solleva è importante: prima di modificare radicalmente un edificio, sono state davvero esplorate le alternative capaci di coniugare funzionalità e qualità architettonica?
La frase più significativa della lettera è forse questa: «Ritengo che un’amministrazione pubblica abbia la responsabilità di riconoscere il valore del patrimonio che eredita e di consegnarlo al futuro possibilmente migliorato, non impoverito». È un principio che dovrebbe guidare ogni scelta pubblica. Amministrare una città significa ricevere un patrimonio costruito nel tempo: edifici, spazi pubblici, giardini, alberature, paesaggi e luoghi della vita collettiva. Non si tratta di beni che appartengono soltanto a chi governa oggi, ma di risorse da trasmettere alle generazioni future. Naturalmente, questo non significa conservare tutto indiscriminatamente. Significa valutare con attenzione ciò su cui si interviene, riconoscerne i valori e confrontare le alternative prima di scegliere. Un'opera pubblica, quindi, non dovrebbe essere giudicata soltanto in base alla sua funzionalità, ai costi o ai tempi di realizzazione. Occorre chiedersi se migliori davvero il luogo in cui si inserisce e se il risultato ottenuto sia preferibile alle possibili alternative. Perché realizzare un'opera e migliorare una città non sono necessariamente la stessa cosa.
Il ragionamento vale ben oltre l'architettura e investe il modo in cui trasformiamo il territorio brianzolo. In un'area densamente urbanizzata, dove il suolo libero è una risorsa limitata, ogni intervento ha conseguenze che vanno valutate nel loro insieme. Recuperare un'area dismessa può essere un'opportunità, ma la qualità del risultato dipende anche dal verde previsto, dagli spazi pubblici, dai servizi e dal rapporto con il quartiere. Riqualificare una piazza può migliorarne l'accessibilità, ma se si eliminano alberi maturi e ombra senza una ragione convincente, lo spazio potrebbe diventare meno vivibile proprio durante le estati più calde. Costruire nuove infrastrutture può rispondere a esigenze di mobilità, ma occorre considerarne anche gli effetti sul paesaggio, sugli ecosistemi e sulla qualità della vita. Lo stesso vale per le compensazioni ambientali: non basta prevedere nuovi interventi verdi sulla carta, se non producono benefici ecologici concreti e duraturi. In tutti questi casi, la domanda non dovrebbe essere soltanto se un intervento sia possibile o conveniente, ma quale valore aggiunga alla comunità e quali risorse rischi di compromettere.
Questa riflessione è particolarmente attuale a Seregno, dove è stato avviato il percorso partecipativo per la formazione del nuovo Piano di governo del territorio (PGT). La pianificazione urbanistica è il momento in cui una comunità può discutere non soltanto quali trasformazioni consentire, ma quale città desideri costruire: come recuperare le aree dismesse, tutelare gli spazi verdi, migliorare i quartieri e garantire servizi adeguati. La partecipazione, per essere realmente utile, non dovrebbe limitarsi a raccogliere osservazioni su decisioni già definite. Dovrebbe consentire ai cittadini di contribuire alla scelta delle priorità e di confrontare soluzioni alternative quando le decisioni sono ancora aperte. Nella sua lettera, Zoppini si domanda «se sia stato adeguatamente valutato il valore architettonico della piscina e se vi sia stato un confronto con chi ne conosce la storia e le ragioni progettuali». È un interrogativo che richiama un principio valido anche per la pianificazione: per decidere bene, bisogna prima conoscere ciò su cui si interviene. Il PGT può svolgere un ruolo importante, stabilendo obiettivi e criteri capaci di orientare le trasformazioni future verso una maggiore qualità urbana e ambientale. È dunque fondamentale che il percorso partecipativo offra l'occasione per discutere non soltanto quanto e dove costruire, ma anche quali valori riconoscere, quali risorse tutelare e quali miglioramenti perseguire.
Esiste un'idea di progresso che tende a identificare il cambiamento con il miglioramento: un edificio rinnovato, una piazza rifatta, una nuova costruzione sembrano rappresentare automaticamente un passo avanti. Ma non è sempre così. Il progresso può consistere nel costruire qualcosa di nuovo, ma anche nel recuperare intelligentemente ciò che esiste, conservare un'area verde o scegliere una soluzione meno invasiva. Non tutto ciò che è vecchio è necessariamente di valore, così come non tutto ciò che è nuovo è necessariamente migliore. Servono competenza, sensibilità e capacità di valutare le alternative. Zoppini denuncia il rischio che l'architettura del Novecento venga considerata «vecchia e superata, come se il trascorrere del tempo autorizzasse a trasformarla senza attenzione per la sua identità». Il suo richiamo ci invita a non confondere la necessità di cambiare con il diritto di cancellare. Vale per gli edifici, ma anche per il paesaggio e gli spazi aperti: riconoscere il valore di ciò che abbiamo ereditato non significa bloccare ogni trasformazione, bensì evitare perdite che potrebbero essere scongiurate con scelte migliori.
Che cosa vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? La lettera di Alessandro Zoppini nasce dall'amarezza per un intervento che, a suo giudizio, ha compromesso l'identità architettonica della piscina progettata dal padre. Ma il suo significato più ampio sta nella responsabilità che attribuisce alle amministrazioni pubbliche: consegnare al futuro un patrimonio «possibilmente migliorato, non impoverito». È un criterio che dovrebbe accompagnare le decisioni urbanistiche di Seregno e di tutti i comuni della Brianza. Non per impedire le trasformazioni, ma per renderle consapevoli; non per conservare tutto indiscriminatamente, ma per evitare che ciò che ha valore venga perduto senza un'adeguata valutazione. In fondo, davanti a una piscina, a una piazza, a un'area verde o a un progetto urbanistico, la domanda è sempre la stessa: alla fine dell'intervento, la città avrà davvero guadagnato qualcosa oppure avrà semplicemente cambiato aspetto? La qualità di una città non si misura soltanto da quanto costruisce, da quanto investe o da quante opere inaugura. Si misura anche dalla capacità di riconoscere ciò che conta, scegliere con lungimiranza e migliorare i luoghi senza impoverirli. Il futuro di una città, infatti, dipende non soltanto da ciò che saprà realizzare, ma anche da ciò che saprà rispettare e consegnare a chi verrà dopo di noi.
domenica 18 ottobre 2026
Fermiamo le guerre, costruiamo giustizia: assemblea aperta a Monza
Giovedì 29 ottobre, alle 21, all’ArciScuotivento un incontro promosso dal Gruppo Facilitazione del movimento contro la guerra di Monza e Brianza per rilanciare la mobilitazione e rafforzare la collaborazione tra le realtà aderenti.
“Non ci fermiamo! Fermiamo le guerre, costruiamo giustizia”. È questo il messaggio che accompagna l’assemblea aperta convocata per giovedì 29 ottobre alle ore 21 presso l’ArciScuotivento, in via Rosmini 72 a Monza. L’iniziativa, promossa dal Gruppo Facilitazione del movimento contro la guerra di Monza e Brianza, si rivolge a tutte le organizzazioni, associazioni, movimenti, partiti e singole persone che hanno già aderito al percorso, ma anche a chi desidera conoscere meglio il movimento e le sue attività. L’incontro si inserisce nel percorso di convergenza avviato in vista dell’Italian Raid Commando 2026 e nasce dalla volontà di mantenere viva una mobilitazione costante, diffusa e sovraterritoriale contro tutte le guerre. Un percorso che, come sottolineano i promotori, ha costruito nel tempo energie, relazioni, competenze e spazi di condivisione che non devono disperdersi, ma essere alimentati e rafforzati.
Al centro della serata ci sarà innanzitutto la necessità di individuare obiettivi comuni e garantire continuità e sostenibilità alla mobilitazione, rafforzando l’impegno contro le guerre e la militarizzazione. Si discuterà inoltre di come condividere e costruire proposte operative, valorizzando le differenze tra le diverse realtà e favorendo una partecipazione ampia e diversificata. Un altro tema riguarderà l’organizzazione del movimento: si parlerà della continuità del lavoro del Gruppo Facilitazione e della possibile nascita di un nuovo Gruppo di Servizio, dedicato alla ricerca e all’approfondimento documentale. Infine, spazio alla comunicazione interna e agli strumenti per mantenere vivi i contatti e la collaborazione tra le persone e le organizzazioni, attraverso chat, gruppi di azione e assemblee. L’invito è quindi rivolto non soltanto a chi ha già partecipato alle iniziative del movimento, ma anche a chi vuole avvicinarsi a questo percorso e contribuire alle prossime attività.
Appuntamento: giovedì 29 ottobre 2026, ore 21
Dove: ArciScuotivento, via Rosmini 72, Monza
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