venerdì 8 maggio 2026

Monte San Primo: tra crisi climatica e rilancio dello sci, la Regione resta ambigua


La vicenda del Monte San Primo continua a sollevare interrogativi sempre più urgenti. Dopo mesi di mobilitazione e il confronto istituzionale avvenuto nell’audizione del 15 ottobre 2025, è arrivata la risposta ufficiale della Regione Lombardia all’interpellanza presentata dai consiglieri regionali. Una risposta che, tuttavia, non scioglie i nodi centrali e che ha suscitato la dura reazione del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”.

Proponiamo qui un’analisi della posizione regionale, affiancata da ampi stralci del comunicato stampa del Comitato, che mettono in luce le contraddizioni di un progetto sempre più contestato.

Il documento regionale ricostruisce con precisione il quadro degli investimenti, che supera complessivamente i 5 milioni di euro tra fondi regionali e finanziamenti ministeriali, destinati alla cosiddetta “riqualificazione e tutela ambientale” del compendio. In questa cornice trovano spazio interventi diversi tra loro: dalla manutenzione della sentieristica al recupero di edifici e parcheggi, fino però anche a opere chiaramente legate alla pratica dello sci, come l’innevamento artificiale, i tapis roulant e la sistemazione delle piste.

La Regione richiama inoltre la propria strategia di adattamento climatico, riconoscendo esplicitamente “la diminuzione della copertura nevosa stagionale” e la conseguente riduzione della redditività degli impianti sciistici. Eppure, da questa consapevolezza non deriva alcuna scelta conseguente. La risposta evita accuratamente di chiarire se la componente sciistica verrà rivista o meno e si limita a segnalare che “è in corso un confronto con il progettista per definire alcuni aspetti della procedura”.

Resta quindi inevasa la domanda centrale: ha ancora senso investire nello sci a bassa quota?

Durissima la replica del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, che in un comunicato denuncia l’assenza di una presa di posizione politica. “Incredibilmente nella risposta all'interrogazione, la Giunta Regionale non risponde a nessuno dei quesiti posti […] In pratica il Pirellone non assume alcuna posizione e pertanto il rischio è che ora l’iter proceda verso la progettazione definitiva ed esecutiva.”

Il punto è chiaro: per il Comitato, il silenzio equivale a un via libera implicito al progetto.

Uno dei passaggi più significativi del comunicato riguarda proprio il tema climatico: “La Regione cita […] la diminuzione della copertura nevosa […] e la riduzione della redditività delle stazioni sciistiche. Da queste premesse, però, non trae alcuna conseguenza operativa.”

Il paradosso è evidente. Da un lato si riconosce che lo sci a bassa quota è sempre meno sostenibile; dall’altro si continuano a finanziare infrastrutture dedicate. Il Comitato lo sottolinea con forza: “Come se la realizzazione di impianti per lo sci, di un bacino per l’innevamento artificiale a 1.200 metri fosse coerente con un’offerta turistica annuale e con gli obiettivi di adattamento.”

Altro punto critico sollevato riguarda la quota del progetto. Nel 2016 la stessa Giunta Regionale aveva approvato un documento decisivo, in cui si legge che: “Gli scenari climatici tenderebbero ad escludere che impianti con prevalente sviluppo al di sotto dei 1.500 metri possano rivelarsi economicamente fruttuosi.”

Eppure, le piste del Monte San Primo si collocano tra i 1.100 e i 1.200 metri. Qui la contraddizione diventa ancora più concreta: non si tratta solo di una tensione teorica, ma di un possibile errore di pianificazione rispetto agli stessi indirizzi regionali.

Nonostante la narrazione sulla “destagionalizzazione”, il Comitato evidenzia come una parte rilevante delle risorse sia ancora orientata allo sci: “Un piano da oltre 5 milioni di euro […] che destina circa la metà degli investimenti a opere sciistiche e di innevamento programmato.”

E aggiunge un elemento spesso trascurato: “In un’area dove i dati storici registrano pochissimi giorni di neve naturale e dove il consumo di acqua ed energia […] si scontra con la stessa crisi idrica regionale.”

Il Coordinamento, che riunisce 39 associazioni, avanza una proposta alternativa netta: “Stralcio integrale della componente sciistica del progetto: rinuncia all’invaso per la neve artificiale, ai tapis roulant, alla sistemazione delle piste e ai nuovi parcheggi.”

Parallelamente indica una direzione diversa per l’utilizzo delle risorse pubbliche, puntando su riqualificazione ambientale, manutenzione della sentieristica, mobilità dolce e fruizione sostenibile della montagna.

La risposta della Regione lascia aperti tutti gli scenari, ma proprio questa ambiguità rappresenta oggi il nodo politico principale. Da un lato si riconosce la crisi dello sci a bassa quota e si parla di diversificazione e turismo sostenibile; dall’altro si continua a investire in infrastrutture sciistiche senza assumere una posizione chiara.

Come sottolinea il Comitato: “Continueremo le iniziative di mobilitazione […] fino al ritiro della parte sciistica del progetto.”

Il caso del Monte San Primo non è solo una questione locale. È un banco di prova per capire se le politiche pubbliche sapranno davvero adattarsi alla crisi climatica oppure continueranno a inseguire modelli del passato.

Oggi più che mai, la domanda resta aperta: ha senso investire nello sci a 1.200 metri nel 2026?

La risposta, per ora, la Regione non l’ha data.

COMUNICATO STAMPA


Monte San Primo: la Regione persevera nel pessimo progetto per lo sci!
La Giunta Regionale non risponde nel merito all’interrogazione e conferma di fatto un progetto in contrasto con i propri stessi documenti sul clima


BELLAGIO (CO)  -  Sulla questione del Monte San Primo la Regione Lombardia sceglie il silenzio politico e conferma il pessimo progetto per il rilancio dello sci, progetto voluto dalla Comunità Montana Triangolo Lariano e dal Comune di Bellagio! 
Incredibilmente nella risposta all'interrogazione, la Giunta Regionale non risponde a nessuno dei quesiti posti dai consiglieri Onorio Rosati e Angelo Orsenigo. In pratica il Pirellone non assume alcuna posizione e pertanto il rischio è che ora l’iter proceda verso la progettazione definitiva ed esecutiva, ignorando le perplessità espresse in audizione anche da consiglieri della maggioranza, che avevano chiesto un approfondimento e una possibile revisione della parte sciistica.

La Regione cita a supporto della propria posizione la nuova Strategia Integrata Regionale per l’Adattamento al Cambiamento Climatico, riconoscendo il rischio per il turismo invernale legato alla “diminuzione della copertura nevosa stagionale nelle aree montane lombarde” e alla “riduzione della praticabilità degli impianti sciistici e della operatività e redditività delle stazioni sciistiche”. Da queste premesse, però, non trae alcuna conseguenza operativa per il caso concreto: il progetto del Monte San Primo viene ricondotto sotto la generica voce “destagionalizzazione e diversificazione delle attività”, come se la realizzazione di impianti per lo sci, di un bacino per l’innevamento artificiale a 1.200 metri fosse coerente con un’offerta turistica annuale e con gli obiettivi di adattamento.

Va inoltre rilevato che la Regione omette di richiamare un proprio documento decisivo, approvato dalla Giunta nel 2016, in cui si legge che “allo stato attuale, gli scenari climatici tenderebbero ad escludere che impianti con prevalente sviluppo al di sotto dei 1.500 metri possano rivelarsi economicamente fruttuosi”. Un’indicazione che il progetto sul Monte San Primo, con piste comprese tra i 1.100 e i 1.200 metri, contraddice in modo palese!

Mentre l’audizione del 15 ottobre 2025 aveva fatto emergere la necessità di rivedere la componente sciistica del progetto, la risposta della Regione si limita a comunicare che “è in corso un confronto con il progettista per definire alcuni aspetti della procedura” di individuazione dell’area sciabile, senza alcun riferimento alle criticità ambientali, climatiche ed economiche evidenziate dal nostro Coordinamento "Salviamo il Monte San Primo" e da numerosi consiglieri. Si rischia così di confermare, di fatto, un piano da oltre 5 milioni di euro di risorse pubbliche che destina circa la metà degli investimenti a opere sciistiche e di innevamento programmato, in un’area dove i dati storici registrano pochissimi giorni di neve naturale e dove il consumo di acqua ed energia per l’innevamento si scontra con la stessa crisi idrica regionale.

Il nostro Coordinamento, che riunisce 39 associazioni, ribadisce la richiesta di stralcio integrale della componente sciistica del progetto: rinuncia all’invaso per la neve artificiale, ai tapis roulant, alla sistemazione delle piste e ai nuovi parcheggi che comporterebbero anche il taglio di un’area boschiva. Chiediamo che le risorse pubbliche siano riorientate verso interventi di riqualificazione ambientale, manutenzione della sentieristica, mobilità dolce e fruizione sostenibile della montagna, in coerenza con la stessa pianificazione regionale di adattamento al cambiamento climatico. Continueremo le iniziative di mobilitazione, informazione e pressione istituzionale fino al ritiro della parte sciistica del progetto.

Coordinamento ‘Salviamo il Monte San Primo’
https://bellagiosanprimo.com/
info@bellagiosanprimo.com 

mercoledì 6 maggio 2026

Monte San Primo: interrogazione in Regione sul progetto sciistico, si chiede una revisione sostenibile


Il futuro del Monte San Primo torna al centro del dibattito politico regionale. Nelle scorse settimane è stata infatti presentata in Regione Lombardia un’interrogazione dai consiglieri Onorio Rosati e Angelo Orsenigo, con cui si chiede alla Giunta di valutare una revisione del progetto previsto per l’area.

Al centro della richiesta vi è la possibilità di escludere la realizzazione di nuovi impianti sciistici a bassa quota, orientando invece le risorse pubbliche verso interventi di riqualificazione ambientale, mobilità sostenibile, sviluppo della sentieristica e promozione del turismo lento.


L’interrogazione arriva a distanza di mesi dall’audizione del 15 ottobre 2025, quando il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” – composto da 39 associazioni – era stato ascoltato dalle Commissioni Ambiente e Territorio. In quella sede erano state evidenziate numerose criticità legate al progetto, in particolare rispetto agli impatti ambientali, climatici ed economici derivanti dalla costruzione di nuovi impianti sciistici tra i 1.100 e i 1.200 metri di quota.

Tra i punti più discussi, l’utilizzo dell’innevamento artificiale e la realizzazione di un bacino idrico dedicato, elementi considerati problematici in un contesto di crescente scarsità di risorse idriche e di cambiamento climatico. Il progetto complessivo prevede un finanziamento pubblico superiore ai 5 milioni di euro, circa la metà dei quali destinati proprio alle infrastrutture sciistiche.

Nel testo dell’interrogazione si sottolinea come la realizzazione di nuovi impianti comporterebbe interventi invasivi sul territorio, tra cui movimentazione del suolo, consumo di acqua ed energia e costruzione di infrastrutture di servizio, con potenziali ricadute negative sull’equilibrio ambientale dell’area.

Già durante il dibattito seguito all’audizione, diversi consiglieri regionali – inclusi esponenti della maggioranza – avevano espresso perplessità sulla sostenibilità del progetto nella sua componente sciistica, evidenziando la necessità di ulteriori approfondimenti e di una possibile revisione. In quella fase era emersa anche la disponibilità ad avviare nuovi momenti di confronto con la Giunta e gli assessorati competenti.

A sei mesi di distanza, Rosati e Orsenigo tornano quindi a sollecitare una presa di posizione chiara da parte della Regione, chiedendo se si intenda promuovere una revisione progettuale coerente con le politiche di adattamento climatico e con una visione di sviluppo sostenibile delle aree montane.

L’attenzione si concentra ora sulla risposta della Giunta regionale, attesa nei prossimi giorni, che potrebbe segnare un passaggio decisivo per il futuro del Monte San Primo e per il modello di sviluppo turistico del territorio.

lunedì 4 maggio 2026

Macherio, Pedemontana e il PL24: serve un cambio di rotta, rilanciamo il dibattito

Dopo i nostri interventi sul Progetto Locale 24 (PL24), riteniamo utile riprendere e rilanciare il comunicato di Sinistra e Ambiente–Impulsi, che contribuisce in modo puntuale e documentato al dibattito in corso. Lo facciamo perché abbiamo a cuore il nostro territorio e crediamo che un’informazione chiara, diffusa e partecipata, insieme a una costante pressione mediatica, possa aiutare a invertire la rotta e a promuovere una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica su scelte che incidono profondamente sull’ambiente e sulla qualità della vita.


PEDEMONTANA: A MACHERIO L’AMMINISTRAZIONE AFFOSSA LA COMPENSAZIONE AMBIENTALE PL24 E DECIDE DI FRAMMENTARE GLI INTERVENTI

di Sinistra e Ambiente, Meda


A Macherio, durante il Consiglio Comunale del 23/04/2026, l'amministrazione di Franco Redaelli ha comunicato e deciso di non dare seguito al Progetto Locale 24 di Compensazione Ambientale sull’area di Bareggia – via Edison, nella configurazione proposta nel Masterplan 2009, apprestandosi a siglare con la soc. Autostrada Pedemontana Lombarda (APL) un Protocollo d'Intesa su una differente proposta progettuale.

A questa decisione si è opposta la Lista Progetto Macherio.

Con alcune giustificazioni, molte delle quali confutabili, l'amministrazione ha scelto di affossare il progetto costituito da un unico intervento, da cui purtroppo – e colpevolmente, per non averne compreso la portata unitaria – si era già sfilato il Comune di Lissone.

Sinistra e Ambiente–Impulsi, insieme con Legambiente Seveso, il Comitato per l’ampliamento del Parco Brianza Centrale e il Coordinamento Osservatorio PTCP di MB, avevano cercato di interloquire con il sindaco Redaelli, consigliandogli di valutare l'importanza e l'efficacia dell'impianto originario del PL24 per la sua unicità quale compensazione di sistema su un’area importante, chiedendogli altresì di non prendere decisioni affrettate e avventate in direzione differente, scegliendo comunque di utilizzare i fondi disponibili per l’acquisizione delle aree utili a concretizzare il PL24 e di avviare successive ricerche di ulteriori fondi per le azioni di ingegneria ambientale necessarie.

Purtroppo, quanto temevamo si è avverato e Macherio ha scelto di trasferire la cifra accordata per la Compensazione Ambientale PL24, pari a 1,762 milioni di euro, spalmandola su ben 5 interventi frazionati, non contigui, sparsi sul territorio e con caratteristiche più da miglioria urbana che da creazione di spazi verdi ecosistemici.

Nella relazione tecnica presentata dal Comune sono state identificate le 5 aree con le caratteristiche di massima degli interventi:

  1. Belvedere – Parco regionale della Valle del Lambro, con riforestazione, orienteering e interventi per la sicurezza stradale di ciclisti e pedoni
  2. Area del cimitero, con rifacimento dei percorsi nelle zone soggette ad allagamento e manutenzione straordinaria del bosco
  3. Parco di via Donizzetti, con installazione, nell’area sud, di attrezzature per gli adolescenti
  4. Area della Chiesetta delle Torrette – fraz. Bareggia, con realizzazione di una piazza e di un’area verde in corrispondenza della chiesetta
  5. Via Milano, con istituzione di un senso unico e trasformazione della strada in area a priorità pedonale, demolendo i marciapiedi esistenti e ricostruendoli in calcestre


Interventi lontani dall'obiettivo di costruire nuova naturalità di sistema.

Macherio, dopo iniziali incertezze, ha scelto la strada peggiore, cioè quella di frammentare gli interventi sul proprio territorio comunale in superfici scollegate.

Questa scelta inficia lo scopo e l’obiettivo originari delle Compensazioni Ambientali, ovvero ricucire almeno parzialmente un territorio devastato dall’autostrada Pedemontana Lombarda.

Anche dinanzi al disastro conseguente alla realizzazione dell’infrastruttura, l’amministrazione ha scelto una logica d’intervento minimale che non consentirà di realizzare una progettazione ambientale compatta e significativa.

Tristezza infinita nel constatare che alcune amministrazioni sono ben lontane dallo spendersi efficacemente per preservare il proprio territorio.

Al disastro causato dalla costruzione dell’infrastruttura rischia ora di sommarsi quello di interventi snaturati rispetto agli obiettivi ambientali originari del condivisibile Masterplan del 2009, che proponeva un tentativo di ricucitura del territorio attraverso interventi significativi e di qualità.

Sotto, la relazione con la localizzazione delle 5 compensazioni frammentate e distribuite sul territorio del Comune di Macherio.

 

Lago del Segrino: no ai progetti invasivi per il lago tutelato!


di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


Come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" esprimiamo perplessità sul progetto di riqualificazione dell'area ex Gajum-Bognanco di Canzo, in particolare per la pessima scelta di realizzare ben 105 piazzole per i camper! Siamo contrari alla distesa di asfalto, in una zona che sarebbe invece da preservare dal punto di vista naturalistico.   
La nostra proposta, da sempre, chiedeva che in alternativa l'area ex Bognanco venisse ripristinata a verde, creando una connessione ecologica con il confinante territorio del Parco del Lago del Segrino, che è un Sito di importanza comunitaria (SIC) e che, come tale, va tutelato naturalisticamente, come previsto dalle direttive europee.  
Ora invece la pessima scelta di creare una vasta superficie asfaltata attorno all'edificio, può solo peggiorare la situazione. Si poteva invece prevedere un'area verde e alberata, allo scopo, come detto, di creare un ambito più naturale, vista appunto la vicinanza con il bellissimo lago. Al contrario l'area di sosta camper - oltre che non permettere la creazione di zone verdi e piantumate - può causare problemi dovuti alla quasi totale impermeabilizzazione e al conseguente carico delle acque chiare sulle fognature di Canzo che, come abbiamo reso noto, sono ancora per il 66% di tipo misto. 



Queste criticità relative alla gestione delle acque e delle fognature, sono evidenziate anche dal Parco Lago Segrino che nel proprio parere ambientale (seppur positivo e - a nostro giudizio - molto superficiale) evidenzia molti problemi, soprattutto sulla 'tenuta' delle fognature.
Infatti nel parere del Parco sulla Valutazione di Incidenza ambientale (firmata dal tecnico incaricato, arch. Gloria Tagliabue) si evidenzia la necessità di un adeguamento delle reti di acquedotto e soprattutto di fognatura. Si chiede di evitare l'apporto di acque meteoriche nella rete fognaria mista e nera, oltre che la dotazione di un'apposita rete di raccolta e scarico in fognatura delle acque reflue prodotte dall'attività di molitura del frantoio.
Nello stesso parere del Parco si prescrivono indicazioni sullo svuotamento dei wc chimici dei camper, con divieto assoluto del loro recapito in fognatura. In definitiva, anche il Parco evidenzia i problemi derivanti dall'area di sosta per i camper, oltre che per la gestione delle fognature!

Sempre in zona Segrino, oltre al pessimo progetto per l'ex Bognanco nella parte a nord del lago, scopriamo ora che lo stesso Parco sta ipotizzando di realizzare un nuovo parcheggio - seppur limitato a pochi posti auto - nell'area a sud, in prossimità del Lido. Una proposta non in linea con la tutela prevista dal Sito di importanza comunitaria. Si tratta di una pessima scelta da parte del Parco Lago Segrino, che in tal modo dimostra di interessarsi solo fruibilità automobilistica delle sponde del lago, anziché alla tutela naturalistica del lago stesso! 

Alla luce di queste scelte che coinvolgono l'area del lago del Segrino, come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" chiediamo di stralciare questi due progetti: quello autorizzato dal Comune di Canzo per l'area di sosta dei camper, e quello ipotizzato dal Parco per il nuovo parcheggio nell'area del Lido.

sabato 2 maggio 2026

Parco Regionale del Seveso: qualche risposta alle domande del Polo Civico di Meda

In verde scuro le aree medesi che entreranno a far parte del nuovo Parco Regionale

Negli scorsi giorni abbiamo ricevuto, sotto al nostro post dedicato all’adesione di Meda al futuro Parco Regionale, un articolato commento da parte del Polo Civico.

Si tratta di un intervento che pone questioni non banali - dal ruolo degli enti esistenti al rischio di nuove strutture burocratiche - e proprio per questo abbiamo scelto di non rispondere con una replica sintetica, ma di dedicare un approfondimento autonomo. L’obiettivo è contribuire a un confronto più ampio e, per quanto possibile, chiarire alcuni aspetti che riteniamo centrali.

Partiamo da una precisazione. Nel nostro precedente post abbiamo riportato la definizione di “astensione incomprensibile”: si tratta di una valutazione espressa dal gruppo Sinistra e Ambiente Meda, non di una nostra presa di posizione diretta. Ci sembrava corretto citarla perché parte del comunicato, ma è giusto distinguere i piani.

Entrando nel merito, una prima osservazione riguarda il rapporto tra Meda e i parchi. Non siamo di fronte a un salto nel vuoto o a qualcosa di completamente nuovo. Meda ha già fatto parte sia del Parco Regionale delle Groane sia del Parco Locale di Interesse Sovracomunale della Brughiera Briantea, realtà che nel tempo sono evolute fino a confluire nell’attuale Parco delle Groane e della Brughiera Briantea. Questo passaggio storico è significativo, perché dimostra che l’evoluzione degli strumenti di tutela non solo è possibile, ma è già avvenuta. Non si tratta quindi di “creare qualcosa dal nulla”, ma di proseguire lungo un percorso già conosciuto.

Uno dei punti più rilevanti sollevati riguarda l’utilità di un nuovo parco rispetto a ciò che già esiste. Qui è importante chiarire un aspetto spesso frainteso: un parco regionale non è semplicemente un ente in più, ma uno strumento diverso. Il Parco Locale di Interesse Sovracomunale GruBrìa - a cui Meda oggi non aderisce - rappresenta un’esperienza importante, ma ha una capacità di tutela e di pianificazione necessariamente più limitata. La regionalizzazione non si pone quindi in alternativa, ma come rafforzamento: significa dare a quei territori un livello di protezione più solido, più strutturato, più difficile da aggirare.

È in questo senso che la domanda “perché non rafforzare ciò che già esiste?” trova una risposta diversa da quella che può sembrare a prima vista. La trasformazione in parco regionale è, di fatto, il modo per rafforzarlo davvero. In un territorio come la Brianza, dove il consumo di suolo ha raggiunto livelli tra i più alti d’Italia, questo passaggio non è secondario.

Resta poi la preoccupazione, espressa chiaramente nel commento, del rischio di creare un “carrozzone”. È un timore diffuso e comprensibile, ma che rischia di spostare il fuoco della discussione. Il problema non è tanto il numero degli enti, quanto la loro efficacia. Un parco regionale, se costruito e gestito in modo adeguato, può avere strumenti, risorse e capacità di coordinamento che oggi mancano o sono troppo deboli. La questione, quindi, non è fermare il processo, ma semmai accompagnarlo e vigilare perché funzioni davvero.

C’è poi un elemento che riteniamo decisivo e che spesso rimane sullo sfondo: il contesto territoriale. Questo parco nasce in un’area fortemente urbanizzata, dove il suolo libero è ormai frammentato, residuale, spesso isolato. Non siamo di fronte a grandi aree naturali continue, ma a un mosaico fragile che ha bisogno di essere ricucito. In situazioni come questa, strumenti più deboli rischiano di non essere sufficienti. Serve una visione più ampia e una capacità di intervento che superi i confini comunali.

Le domande operative - su competenze, gestione, rapporti con enti come l’Agenzia Interregionale per il fiume Po - sono tutte legittime. Ma è importante ricordare che il passaggio votato è un atto di indirizzo, l’inizio di un percorso. Pretendere che ogni dettaglio sia già definito prima ancora di avviarlo rischia, di fatto, di bloccarlo.

Infine, una considerazione più generale. Il futuro Parco Regionale non rappresenta un punto di arrivo, ma una tappa. Un passaggio necessario, ma non sufficiente. Il lavoro da fare resta molto e dovrà andare nella direzione di una maggiore integrazione, includendo anche realtà come il Bosco delle Querce e dialogando con sistemi più strutturati come il Parco Nord Milano.

Il nostro blog è nato proprio con questo obiettivo: sostenere l’allargamento e il rafforzamento delle tutele del territorio del Parco Brianza Centrale, oggi GruBrìa. La regionalizzazione va esattamente in questa direzione.

Per questo riteniamo che, pur in presenza di dubbi e questioni aperte, aderire convintamente a questo percorso sia oggi una scelta importante. Non per aggiungere un ente, ma per provare a costruire - finalmente - una visione più coerente per un territorio che, negli anni, ha già perso molto.

martedì 28 aprile 2026

Parco GruBrìa: Cesano Maderno dice sì al Parco Regionale

In verde scuro le aree di Cesano che entreranno a far parte del nuovo Parco Regionale

Anche Cesano Maderno ha formalmente avviato il percorso verso l’istituzione del futuro Parco Regionale del Seveso, del Villoresi e della Brianza Centrale. Il Consiglio comunale del 17 aprile 2026 ha infatti approvato all’unanimità la richiesta di istituzione del Parco Regionale ai sensi della legge regionale 86/83, risultando uno dei tre Comuni esterni all’attuale perimetrazione del PLIS GruBrìa ad aver aderito al progetto, insieme – nei giorni successivi – a Meda e Giussano.

La deliberazione è stata approvata con 24 voti favorevoli su 24 presenti, a conferma di una convergenza ampia su un tema strategico per il futuro del territorio.

Nel dispositivo, il Comune definisce con chiarezza i contenuti e gli obiettivi della propria scelta: “DI RICHIEDERE l’istituzione del Parco Regionale [...] che comprenda il territorio del PLIS GruBrìa [...] oltre ad ogni area posta lungo il Seveso e/o a tale scopo individuata dalle Amministrazioni interessate ed in particolare dal Comune di Cesano Maderno.”

Contestualmente, vengono approvati il documento preliminare e la planimetria che individuano le aree comunali da includere nel futuro Parco, elementi fondamentali per la definizione del perimetro complessivo.

Un passaggio significativo riguarda anche la prospettiva istituzionale: “DI ESPRIMERE contestualmente la volontà di recesso dal PLIS GruBrìa, una volta conclusa la procedura di istituzione del Parco regionale.” Una scelta che chiarisce la direzione intrapresa: il passaggio da un parco locale (PLIS) a un livello di tutela più forte e strutturato, quale quello regionale.

La relazione accompagnatoria alla delibera offre un’analisi approfondita del territorio e delle dinamiche che lo hanno trasformato nel tempo.

La parte nord del nuovo parco con evidenziate in verde scuro le nuove aree inserite

L’obiettivo principale è chiaramente indicato: “La conservazione del sistema articolato di spazi liberi ancora presenti lungo l’asta del torrente Seveso [...] in un territorio [...] sottoposto a forti pressioni antropiche.” Un territorio che ha conosciuto uno sviluppo rapido e spesso poco governato: “Questo territorio ha conosciuto, soprattutto tra gli anni Cinquanta e Ottanta, una rapida urbanizzazione che ha spesso preceduto la capacità di pianificazione.” Da qui emerge un elemento chiave: “Le politiche di salvaguardia si sono spesso mosse a posteriori, per contenere e ricucire ciò che era già stato profondamente modificato.” Nonostante questo, negli anni si sono sviluppati interventi di rigenerazione ambientale: rimboschimenti, creazione di aree umide, riqualificazioni fluviali e sviluppo di reti per la mobilità lenta.

I dati riportati nella relazione restituiscono un quadro molto chiaro. Nell’area interessata dalla proposta, il suolo urbanizzato raggiunge circa il 66%, lasciando agli spazi aperti solo il 34% del territorio. Di questi, la maggior parte è costituita da aree agricole, mentre i boschi rappresentano una quota limitata e frammentata. Un contesto che rende evidente l’urgenza di rafforzare gli strumenti di tutela e pianificazione.


La relazione individua con precisione anche le principali minacce future.
Tra queste:

  • la realizzazione delle tratte B2 e C della Autostrada Pedemontana Lombarda;
  • il raddoppio ferroviario della tratta Orio al Serio–Malpensa a Seregno;
  • il deposito della metrotranvia Milano Parco Nord–Seregno;
  • ulteriori interventi infrastrutturali previsti o in fase di studio.

Interventi che rischiano di compromettere definitivamente la continuità ecologica: “Impatto molto forte [...] ostacolando il corridoio ecologico [...] provocando la perdita degli ultimi ampi spazi aperti fra l’edificato.”

È in questo scenario che si inserisce la proposta del nuovo Parco. Non solo uno strumento di tutela, ma un cambio di scala nella gestione del territorio: “Il Parco porterebbe con sé la possibilità di una gestione integrata, coordinata e sovracomunale di aree che, singolarmente, hanno effetti limitati, ma che complessivamente possono rappresentare un sistema.”

L’obiettivo è quello di costruire un sistema capace di:

  • rafforzare la rete ecologica;
  • migliorare la resilienza ai cambiamenti climatici;
  • contenere il degrado ambientale;
  • aumentare la qualità della vita.

Particolarmente centrale è il tema della resilienza: “Aumentare la capacità del territorio di mitigare, adattarsi e rispondere agli impatti dei cambiamenti climatici [...] diventa tanto più importante quanto più un territorio è soggetto a pressioni insediative.”

L’istituzione del Parco Regionale richiederà un iter articolato: dopo le delibere comunali, sarà il Consorzio del Parco GruBrìa a formalizzare la richiesta, che passerà poi alla Regione Lombardia per l’avvio della conferenza programmatica e del successivo iter legislativo. Solo al termine di questo processo il Parco potrà essere istituito formalmente.

Con la delibera di Cesano Maderno – che precede di alcuni giorni le adesioni di Meda e Giussano – prende forma concreta anche l’allargamento del progetto verso Comuni finora esterni al PLIS. Un elemento fondamentale per costruire un sistema di tutela più ampio e coerente, capace di superare i confini amministrativi e rispondere in modo più efficace alle criticità ambientali della Brianza. Come già emerso nei precedenti post, il quadro resta segnato da una forte contraddizione: da un lato nuove infrastrutture e consumo di suolo, dall’altro tentativi di rafforzare la tutela e ricostruire una rete ecologica. La sfida sarà trasformare questo percorso in uno strumento concreto ed efficace, capace non solo di proteggere ciò che resta, ma di ricostruire – nel tempo – un equilibrio ambientale oggi profondamente compromesso.

Legambiente Seregno educa le nuove generazioni partendo dalla cura del territorio


In occasione della Giornata Mondiale della Terra, il circolo di Legambiente Seregno ha dato vita a molto più di una semplice attività di pulizia: un vero momento educativo e di cittadinanza attiva, capace di coinvolgere e sensibilizzare la comunità locale, a partire dai più giovani.

L’iniziativa, svolta al Parco dei Tigli di Cassina Savina (Cesano Maderno), ha visto la partecipazione di soci, famiglie e numerosi bambini. Proprio questi ultimi sono stati al centro dell’azione dei volontari, che hanno trasformato un gesto pratico – raccogliere rifiuti – in un’occasione concreta di apprendimento. Attraverso l’esempio diretto, il dialogo e la condivisione, i volontari hanno trasmesso un messaggio chiaro: la cura dell’ambiente è una responsabilità collettiva che si costruisce giorno dopo giorno.

Durante la mattinata, i partecipanti hanno raccolto una decina di sacchi di rifiuti, contribuendo a restituire decoro a un’area verde molto frequentata. Ma il risultato più importante va oltre i numeri. L’esperienza ha mostrato come l’educazione ambientale non passi solo da campagne informative o slogan, bensì da azioni vissute in prima persona, capaci di lasciare un segno duraturo.


Il coinvolgimento dei bambini rappresenta infatti un investimento sul futuro: vedere adulti impegnati in prima linea, partecipare attivamente e comprendere l’impatto dei propri gesti sono elementi fondamentali per formare cittadini più consapevoli. In questo senso, Legambiente Seregno si conferma un presidio educativo sul territorio, capace di coniugare intervento concreto e formazione civica.

Resta l’amarezza per l’incuria che ancora colpisce spazi pubblici destinati alla socialità e al gioco. Tuttavia, giornate come questa dimostrano che esiste una risposta possibile, fatta di partecipazione, responsabilità e impegno condiviso.

Un ringraziamento va a tutti i volontari e ai cittadini che hanno preso parte all’iniziativa, contribuendo non solo a ripulire un parco, ma a diffondere una cultura del rispetto ambientale che parte dai gesti più semplici e quotidiani.