lunedì 12 ottobre 2026

Trenta partecipanti alla scoperta di Castelmarte e Proserpio con il Circolo Ambiente «Ilaria Alpi»


Una trentina di persone ha partecipato domenica 11 ottobre alla «Camminata alla scoperta di Castelmarte e Proserpio», organizzata dal Circolo Ambiente «Ilaria Alpi».

Partito dalla stazione di Canzo, il gruppo ha raggiunto dapprima il bellissimo Oratorio di San Rocco a Castelmarte, edificio risalente al XVII secolo. Qui sono state illustrate la storia della chiesina e le caratteristiche degli affreschi interni. La gestione dell'antico oratorio è affidata alla "comunità dei vicini".


Attraverso la strada ciclopedonale, i partecipanti hanno poi raggiunto l'antico edificio del castello di Castelmarte, che ospita la torre dalla quale è stato possibile ammirare una splendida vista a 360 gradi sulla vallata. La visita a Castelmarte è stata resa possibile grazie alla collaborazione con la locale Proloco.



Dopo la pausa pranzo, gli escursionisti si sono diretti verso il centro di Proserpio, paese noto per le sue ville, i cortili, le edicole religiose e le chiese. Accompagnati dai rappresentanti dell'associazione Punto d'incontro, hanno visitato alcuni luoghi di interesse del borgo, tra cui gli affreschi sulle pareti esterne di alcuni antichi edifici e la chiesa dei Santi Carlo e Rocco.


Il gruppo è infine rientrato a Canzo lungo il sentiero ai piedi del monte Sciocia.

Commenta Raffaella Rusconi, che per il Circolo Ambiente «Ilaria Alpi» ha organizzato l'iniziativa: «Vogliamo ringraziare innanzitutto la Proloco di Castelmarte e l'associazione Punto d'incontro di Proserpio per la preziosa collaborazione che ha contribuito alla riuscita della camminata. Il prossimo appuntamento è previsto per la primavera 2027, con una nuova camminata alla scoperta dei paesi del Triangolo Lariano».

L’eredità di Seveso: 50 anni di ricerca, prevenzione e tutela dell’ambiente

Immagine tratta dalla locandina del convegno.

A cinquant’anni dall’incidente di Seveso, una giornata di confronto per riflettere su ciò che è cambiato nella ricerca scientifica, nella prevenzione dei rischi industriali e nella tutela della salute e dell’ambiente. E su quanto resta ancora da fare.

Giovedì 15 ottobre 2026, l’Università degli Studi di Milano-Bicocca organizza il convegno «L’eredità di Seveso – 50 anni di ricerca, prevenzione e tutela dell’ambiente», un appuntamento dedicato a uno degli eventi più drammatici della storia industriale italiana e alle conseguenze che ha lasciato sul territorio, sulla popolazione e sulla coscienza collettiva.

L’incidente del 10 luglio 1976, quando dalla fabbrica ICMESA si diffuse una nube contenente diossina, segnò profondamente la Brianza e rappresentò uno spartiacque nella consapevolezza dei rischi legati alle attività industriali. Da quella vicenda sono scaturiti studi, interventi di bonifica, nuove conoscenze scientifiche e importanti cambiamenti nella legislazione sulla sicurezza industriale e nella gestione delle emergenze ambientali.

Ma ricordare Seveso non significa soltanto guardare al passato. Significa anche interrogarsi sull’efficacia degli strumenti di prevenzione, sulla capacità di proteggere la salute delle persone e gli ecosistemi e sulla necessità di mantenere alta l’attenzione sui rischi industriali. La memoria di quanto accaduto conserva infatti un valore fondamentale se diventa occasione di conoscenza, responsabilità e impegno per il futuro.

Il convegno riunirà esperti del mondo accademico e scientifico, rappresentanti delle istituzioni e dell’associazionismo, per ripercorrere l’eredità scientifica, ambientale, sanitaria e sociale dell’incidente, facendo il punto sui progressi compiuti e sulle sfide ancora aperte.

L’iniziativa è organizzata dai Consigli di coordinamento didattico dei corsi di laurea in Scienze e tecnologie per l’ambiente (STA) ed Economics and Technologies for Sustainability (ETS), afferenti al Dipartimento di Scienze dell’ambiente e della Terra (DISAT) dell’Università di Milano-Bicocca.

  • Quando: giovedì 15 ottobre 2026, dalle 9.30 alle 17.00
  • Dove: Auditorium G. Martinotti, edificio U12, Università degli Studi di Milano-Bicocca, via Vizzola 5, Milano.
  • L’evento si svolgerà in presenza.

Per partecipare è richiesta l’iscrizione: cliccare qui.
Scarica la locandina
Consulta il programma del convegno

domenica 11 ottobre 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 10. Il Comitato Tecnico Scientifico Popolare

Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.


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10° puntata
Il Comitato Tecnico Scientifico Popolare



Dopo la fuoriuscita della nube tossica dall'ICMESA e proprio in quella che fu definita "settimana del silenzio" per la carenza di informazioni  da parte dell'Icmesa-Givaudan-Hoffman- la Roche, il 18 luglio 1976 si costituisce il COMITATO TECNICO SCIENTIFICO POPOLARE (CTSP).
Il CTSP fu un organismo di base che riuniva sindacalisti ed operai dell'ICMESA, medici, chimici, ingegneri, studenti e scienziati, ecologi, collettivi di donne e cittadini delle zone contaminate.
Tra i primi a dare il suo contributo di conoscenza vi fu Giulio Maccaccaro  celebre medico, biologo, statistico e partigiano durante la Resistenza,  che stava già operando dal l maggio 1976 per costituire il movimento di Medicina Democratica.
Maccaccaro fu direttore della rivista Sapere e fondatore della pubblicazione Epidemiologia e Prevenzione (EP), morì purtroppo prematuramente il 15 gennaio 1977 dopo aver consegnato alla rivista Sapere un editoriale, che uscì postumo, con un' analisi del disastro della diossina da lui catalogato come “Crimine di pace” attuato da una multinazionale nel nome del profitto ad ogni costo.
Oltre a Maccaccaro erano fondatori o collaborarono con il Comitato: Dambrosio, Mara, Tomatis, Scatturin etc.

LE LINEE GUIDA E L'AZIONE DEL COMITATO TECNICO SCIENTIFICO POPOLARE (CTSP)
I principali obiettivi e le linee guida del CTSP furono definite e formalizzate in un documento del settembre 1976 prodotto dal gruppo e consistevano in:
1) opera di educazione e informazione sanitaria;
2) accertamenti sanitari e scientifici controllati dal basso;
3) opera di controinformazione che impedisca qualsiasi tentativo di insabbiamento o copertura di responsabilità dell’industria, delle strutture scientifiche istituzionali e delle forze politiche disposte alla complicità;
4) impegno a organizzare la lotta di massa per la bonifica delle zone contaminate, la salvaguardia del posto di lavoro, l’abbattimento della nocività nella fabbrica e nel territorio, la costruzione di nuovi servizi sanitari di base controllati dai lavoratori e dalla popolazione.
 
Già dopo pochi giorni dalla fuoriuscita della nube tossica dal reattore A101, il CTSP seppe restituire alla popolazione una serie importantissima di informazioni andando a ricostruire il ciclo produttivo del triclorofenolo e l'impiantistica e rendendo così di dominio pubblico le scelte scellerate dell'Icmesa Givaudan che risparmiando sui sistemi di sicurezza e modificando il ciclo aveva colpevolmente optato per una produzione insicura ma dall'elevato rendimento economico.
Questa ricostruzione fu possibile grazie allo stretto rapporto tra a gli operai della fabbrica medese, il 
Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale (PIA) della Montedison di Castellanza, comitato operaio e tecnico nato nei primi anni '70 di cui faceva parte Luigi Mara, e la collaborazione con Bruno Mazza dell’Istituto di chimica, fisica, elettrochimica, metallurgia del Politecnico di Milano e Vladimiro Scatturin dell’Istituto di chimica generale e inorganica dell’Università degli studi di Milano. 
L'elaborato fu presentato come “Contributo del CTSP costituitosi in seguito all’inquinamento prodotto dall’ICMESA, in appoggio ai lavoratori e alla popolazione colpita” all'assemblea organizzata dai sindacati Cgil-Cisl-Uil nelle scuole medie di Cesano Maderno il 28 luglio 1976 e pubblicato anche su Sapere.

Luigi Mara (a dx) durante un'assemblea del CTSP

Fu un esempio di "Sapere Operaio" messo a disposizione di tutti per creare consapevolezza e conoscenza.
Il CTPS incalzò da subito la multinazionale, gli organismi pubblici e le amministrazioni affinchè tutte le informazioni fossero rese di dominio pubblico, criticò molte scelte attuate e formulò proposte concrete affinché la popolazione esposta alle sostanze nocive avesse il massimo livello di tutela possibile.
In una situazione dove ancora non erano noti gli effetti della Diossina TCDD in caso di contaminazione ampia, il CTSP sosteneva interventi che in nome del "principio precauzionale" considerassero lo scenario peggiore.
Il Comitato denunciava anche uno stato di contaminazione cronica di molte aree della Lombardia dove l'industria non rispettava nemmeno le primordiali prescrizioni legislative in materia di inquinamento e di salute a tutela dei lavoratori e dei cittadini.
Suggerì metodologie efficaci per il monitoraggio sanitario degli esposti e delle persone a rischio e cercò di organizzare e creare consenso per una lotta popolare mirata alla richiesta di bonifica delle zone contaminate, tenendo allo scopo un convegno nel 1978, assemblee e incontri sul territorio.
Il CTSP attuò e propose un modello di azione basato sull’alleanza tra tecnici, operai e popolazione, cercando un confronto di merito con i saperi “esperti” per evitarne il carattere di univocità e promuovendo una conoscenza partecipata, senza delega.
Sulla base di questi principi, il CTSP adottò degli strumenti di inchiesta sanitaria dal basso, basati sull’identificazione di “gruppi di rischio omogenei” in relazione alle condizioni generali di vita e all’esposizione territoriale ai fattori di rischio. 
Venne quindi elaborato un questionario somministrato agli abitanti alle “Case Fanfani” di Seveso – situate a ridosso della zona A che combinava osservazione clinica, rilevazione soggettiva e mappatura ambientale.


Seveso in Lotta - pubblicazione del Comitato Tecnico Scientifico Popolare

I risultati dei questionari proposti alle “Case Fanfani” furono pubblicati maggio 1977 sul foglio Seveso in lotta, e consentirono ad alcuni abitanti di ottenere visite, esami di laboratorio, prelievi ambientali e ad altri di chiedere l’evacuazione volontaria.
Furono poi coinvolte altre zone a rischio come Baruccana e Cassina Savina e gli esiti dei questionari furono validati dal Comitato di coordinamento dei tre Consigli sanitari di zona il 22 luglio 1977.
Indicavano una crescita sintomatologica rispetto al periodo precedente all’evento.
I dati raccolti ricostruirono un quadro molto più complesso rispetto alla classificazione ufficiale delle zone A, B e di Rispetto.
La situazione nella zona di Rispetto apparve più critica di quanto ipotizzato dalle autorità.


Il CTSP scrisse su “Sapere” di poter concludere di aver rilevato a Baruccana una prevalenza sintomatologica significativamente elevata, rafforzando così l’ipotesi di una problematica esposizione al rischio, nonostante l’area non rientrasse né nella zona A né nella zona B.
Questo lavoro portò a guardare con occhi critici la mappatura ufficiale delle zone contaminate, suddivise in A,B,R che pareva "più fatta con il righello che con reali conoscenze della situazione”.
Anche l'analisi dello spettro porfirinico – realizzata dal CTSP in collaborazione con il Dipartimento di Tossicologia della Agricultural University di Wageningen – restituì una geografia della contaminazione differente poichè basata anche su dati biologici, clinici e ambientali e non esclusivamente sulla concentrazione di Diossina nel terreno così come definito da Regione Lombardia.

Ne abbiamo scritto anche nella QUARTA PUNTATA: L'EVACUAZIONE DEI RESIDENTI, L'ARRIVO DEI MILITARI, LA MAPPATURA DELLE ZONE CONTAMINATE.

Il CTSP criticò molto la definizione di una "concentrazione limite", fissata da Regione Lombardia a  5 μg/m2 per dichiarare bonificato un terreno e a 0,01 μg/m2 per i muri interni e 0,75 μg/m2 per i muri esterni delle case, poiché anche quantità minime erano e sono pericolose.
Rivide il lavoro di mappatura inserendo anche altri fattori quali la moria degli animali e i casi di cloracne, mostrando come la contaminazione da diossina andasse al di là di quella certificata ufficialmente sulle cartografie basate solo sulle analisi chimiche che determinarono la suddivisione in zone A, B, R.
 

Fu inoltre in prima fila nell'argomentare la contrarietà alla costruzione di un forno inceneritore per distruggere il materiale contaminato come invece voleva Regione Lombardia.
La contrarietà si concretizzò diffondendo materiale e informazioni, appoggiando e partecipando con altri gruppi alle iniziative e alle assemblee pubbliche e alle manifestazioni di protesta.

Barry Commoner parla durante l'incontro pubblico nel cortile del Comune di Seveso, nel 1977

Tra queste quella organizzata nel 1977 con la presenza e l'intervento di Barry Commoner, biologo naturalista americano tra i promotori di un ambientalismo scientifico.
Una mobilitazione continua e vincente che portò Regione Lombardia e il Comune di Seveso (che inizialmente lo aveva avvallato) a recedere dal proposito di realizzare l'inceneritore

Ne abbiamo scritto su: 1976-2026 - 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA QUINTA PUNTATA: LE COMMISSIONI ISTITUZIONALI, I LAVORATORI E LA VERTENZA SULLA SALUTE E LA CONOSCENZA, L'OPPOSIZIONE ALL'IPOTESI FORNO INCENERITORE E LE MOBILITAZIONI POPOLARI

IL RAPPORTO DEL CTSP CON I CITTADINI DELLE AREE CONTAMINATE E IL TERMINE DELLE SUE ATTIVITÀ
Purtroppo, l'attività e l'esistenza del CTSP ebbe vita breve e le sue attività scemarono a partire dal 1979.
Molteplici furono i fattori e tra questi la scomparsa prematura del professor Giulio Alfredo Maccacaro nel gennaio del 1977 – a soli sei mesi dal disastro – che privò il comitato della sua guida scientifica e ideologica più autorevole.
Anche l'avvio della bonifica e dei programmi sanitari sotto stretto controllo istituzionale di Regione Lombardia e dell'Ufficio Speciale per Seveso, organismi che furono poco inclini al confronto, restrinse lo spazio d'intervento e di controinformazione del comitato.


L'assassinio di Paolo Paoletti, direttore dell'ICMESA da parte di Prima Linea e le conseguenti accuse strumentali poi rivolte alla radicalità di quelle lotte, comunque aliene da qualsivoglia violenza, creò un'ulteriore barriera difficilmente superabile con la cittadinanza.

Molti aderenti al CTSP continuarono comunque ad occuparsi di Salute e Ambiente confluendo e potenziando Medicina Democratica, movimento nazionale per la salute nei luoghi di lavoro e sul territorio e nei primi raggruppamenti degli ambientalisti ed ecologisti.

Ne ha scritto su "Le Parole e le cose"  la sociologa e ricercatrice  LAURA CENTEMERI, molto chiara e diretta nell'identificare le motivazioni per cui il CTSP non raccolse la condivisione e il supporto che meritava da parte della popolazione colpita dalla diossina.
Questo non inficiò comunque il suo lavoro poichè il CTSP seppe diffondere il Sapere, andando anche a confrontarsi e a contestare nel merito tecnico le scelte di organismi e istituzioni che non erano esenti da mancanze e seppe porre le basi di un ambientalismo che unisce l'analisi tecnica e scientifica coniugandola con la messa in discussione dello sviluppo ad ogni costo.

Parte tratta da: L'Ambientalismo operaio visto da Seveso scritto nel 2019 da Laura Centemeri.

Il Comitato Tecnico Scientifico popolare fu un organismo di base sorto per iniziativa di un gruppo di personalità scientifiche e del mondo intellettuale dove confluirono collettivi femministi, di studenti e di lavoratori dell’industria legati al sindacato.
Un’espressione, dunque, di “ambientalismo operaio”. 
Tra gli intellettuali in primis Giulio Maccacaro che aveva appena lanciato nel maggio 1976 l’iniziativa di costituire il movimento Medicina Democratica e che purtroppo morì prematuramente nel gennaio del 1977 dopo aver consegnato alle pagine della rivista Sapere un’insuperata analisi del disastro della diossina come “Crimine di pace”, in un editoriale che uscì postumo.
Parlo di sconfitta perché la gran parte della popolazione di Seveso non appoggiò il Comitato Tecnico Scientifico Popolare nella sua volontà di rappresentare le vittime del disastro e di denunciare i danni subiti, in particolare alla salute, e la loro richiesta di giustizia.
Parlo di sconfitta perché così fu vissuta dai protagonisti
In un intervento tenuto nel 1988 in un convegno in ricordo di Maccacaro, Giorgio Bignami, attivista di Medicina Democratica, parla di quello che definisce il “collasso” del movimento a Seveso, che causò scoraggiamento tra i militanti e mostrò che i lavoratori e le forze politiche, come anche “cittadini intimiditi”, non sono contro un certo modello di sviluppo nemmeno quando confrontati alle sue estreme conseguenze (Bignami 1988).
Sulla stessa linea di Bignami, gli studiosi Michele Citoni e Catia Papa, in uno scritto dedicato a “Sinistra ed Ecologia in Italia. 1968-1974”, parlano della “scarsa crescita delle soggettività operaie e studentesche nel contesto locale” di Seveso, come ragione principale del collasso del movimento. Aggiungendo che l’analisi e l’elaborazione dei movimenti accorsi a Seveso furono invece “di alto spessore”.
Questa spiegazione si basa sull’idea che la mobilitazione conobbe una sconfitta perché il contesto era un contesto di cittadini appunto intimiditi e poco politicizzati; un contesto di istituzioni pubbliche piegate agli interessi del capitale, con lavoratori poco sindacalizzati.
C’è molto di vero in questa spiegazione, ma c’è anche una forma di cecità rispetto a quella che fu l’obiettiva difficoltà di questo movimento a comprendere gli abitanti di Seveso e le loro ragioni, e a costruire con questi abitanti un’azione collettiva.
E di azione collettiva questi abitanti furono capaci. 
I cittadini di Seveso portarono avanti per quasi tre anni – dalla fine del 1976 all’inizio del 1979 – una vera e propria lotta contro la regione Lombardia che aveva proposto la costruzione di un inceneritore nella zona più contaminata dal disastro, la Zona A. 
L’inceneritore doveva servire a smaltire in modo sicuro i rifiuti tossici della bonifica. 
Nella zona A, dopo l’evacuazione degli abitanti, si era proceduto a distruggere le case, estirpare tutta la vegetazione, ad abbattere a scopo preventivo i capi di bestiame e ad asportare la parte superficiale del suolo.
Parlo di lotta perché si arrivò a gesti molto forti come quello di un gruppo di donne di Seveso che bloccarono con i loro corpi alcuni camion che trasportavano rifiuti tossici da altre zone inquinate verso la zona A.
Il cosiddetto “Gruppo di lavoro e di coordinamento” che si creò per coordinare appunto la lotta, federò diversi comitati spontanei di artigiani, di casalinghe e di giovani, oltre a gruppi di quartiere. 
Questo gruppo di lavoro non chiese che l’inceneritore fosse costruito altrove.
Chiese che non fosse costruito nessun inceneritore e che si sperimentasse invece la tecnica utilizzata per i rifiuti radioattivi, cioè creare nella zona A delle discariche speciali interrate, procedendo poi a una riforestazione della superficie per creare un bosco. 
Il che fa sì che oggi a Seveso nell’ex zona A c’è un parco, il “Bosco delle Querce”, che la regione Lombardia ha riconosciuto recentemente come area di interesse naturalistico. 

Si trattò della prima esperienza di riforestazione in Lombardia e di un caso che ha fatto scuola.
Questa mobilitazione contro l’inceneritore e per il bosco trovò l’appoggio non solo delle autorità comunali ma anche di scienziati e ambientalisti italiani e stranieri, tra cui il noto attivista americano Barry Commoner. 
Per quest’ultimo, la contestazione al progetto dell’inceneritore si basava principalmente su argomenti di tipo tecnico, che mettevano in dubbio l’efficacia e la sicurezza dell’impianto.
Per molti cittadini, invece, la critica contro l’inceneritore poggiava sul fatto che avrebbe stravolto il loro territorio, ne avrebbe irrimediabilmente compromesso il paesaggio, avrebbe reso indelebile il disastro. 
Nonostante non pensassero esattamente la stessa cosa, queste diverse resistenze si trovarono d’accordo, seppure temporaneamente, e si riconobbero reciprocamente in una comune volontà di proteggere Seveso da un ennesimo scempio industriale.
Mi sono dilungata perché non mi torna che una popolazione capace di una lotta così sia poi la stessa popolazione descritta come intimidita e incapace di comprendere la gravità del danno della diossina e i veri responsabili di quel “crimine di pace”.
Certo, Seveso non era e non è una città operaia, era una città in prevalenza artigiana e in prevalenza di cultura cattolica.
Ma un errore del Comitato Scientifico Tecnico Popolare fu proprio quello di non fare attenzione a come fosse organizzata la vita a Seveso, a che lingua si parlasse, per così dire.
L’errore fu allora di arrivare sì con analisi di alto spessore ma senza cercare le buone traduzioni, le buone mediazioni e i giusti mediatori, adeguati rispetto al contesto, capaci di rendere le “analisi di alto spessore” sensate a partire dall’esperienza di vita di quel luogo, della sua storia e dei modi condivisi di vedere.
Come scrissero De Luca, Romano e Rozzi in un articolo del celebre numero di Sapere dedicato a “Seveso un crimine di pace”: «Se i movimenti di sinistra vogliono confrontare la realtà del problema di socializzare il sapere in una popolazione colpita dalla catastrofe, allora non possono ignorare il ruolo svolto dalle forme comunitarie di aggregazione nel creare partecipazione o nell’indebolirla. Si tratta di un approccio diverso alla partecipazione che apertamente fa i conti con il bisogno di includere la varietà di forze sociali che sono attive nel territorio”.
Come ricorda Andrea Poggio, che partecipò alle attività del Comitato tecnico scientifico popolare di Seveso: “A Seveso arrivarono il nuovo ambientalismo di sinistra, i tecnici e i gruppi e diedero vita al “comitato popolare”, ma erano impreparati a parlare con la gente. Per cui gli abitanti vedevano una politica fatta sulla loro testa, da noi non meno che dalle istituzioni, e ci respinsero”.
Le ragioni culturali del fallimento del Comitato Tecnico Scientifico Popolare furono comprese chiaramente da Laura Conti. 
All’epoca dell’incidente all’Icmesa Laura Conti aveva 55 anni. 
Stava finendo di scrivere Che cos’è l’ecologia (1977), un piccolo classico della divulgazione scientifica.
Da sei anni era consigliere alla Regione Lombardia per il Pci, mentre continuava la sua attività di medico scolastico e del lavoro all’Inail.
Coinvolta in prima persona nei fatti di Seveso, Laura Conti ne fu profondamente segnata, al punto di scrivere che l’inquinamento di Seveso aveva costituito, per lei, una svolta. 
Fu infatti a partire da Seveso che Laura Conti precisò la sua idea di «ambientalismo scientifico» che avrebbe poi trovato, nel 1980, nella creazione della Lega per l’Ambiente un tentativo di tradursi in pratica politica.


Continua.

[Per visualizzare tutte le puntate del dossier "Disastro diossina" cliccare qui]

sabato 10 ottobre 2026

Seregno, la città secondo Alberto Rossi: «L’urbanistica ha a che fare con la felicità delle persone»

Lo scorso 30 settembre il sindaco di Seregno, Alberto Rossi, è intervenuto alla Fondazione Ambrosianeum, alla presentazione del libro “La città di tutti” di Elena Granata. Riprendiamo i suoi interventi  che offrono diversi spunti di riflessione sul futuro urbano di Seregno, proprio mentre si avvia il percorso partecipativo per il nuovo Piano di governo del territorio.

Da sx a dx: Fabio Pizzul, Elena Granata e Alberto Rossi. Immagine tratta dal web.

(zc) Che cosa significa progettare una città? E, soprattutto, a chi appartiene la città? Sono domande che attraversano La città di tutti, il libro di Elena Granata presentato lo scorso 30 settembre all’Ambrosianeum di Milano, al quale è intervenuto anche il sindaco di Seregno, Alberto Rossi.
Non si è trattato soltanto di una conversazione intorno a un libro. Gli interventi del sindaco hanno offerto l’occasione per raccontare una visione dell'amministrazione urbana maturata attraverso l'esperienza di questi anni, ma anche per mettere a fuoco dubbi, contraddizioni e difficoltà che accompagnano chi è chiamato a trasformare idee e progetti in scelte concrete.
Le parole di Rossi arrivano in un momento particolarmente significativo per Seregno: in questi giorni si è infatti avviato il percorso partecipativo per il nuovo Piano di governo del territorio (PGT), lo strumento attraverso il quale la città dovrà definire le proprie prospettive di sviluppo e le scelte che incideranno sul suo assetto urbano, sul consumo di suolo, sul verde, sulla mobilità e sulla qualità degli spazi pubblici.
Proprio per questo, le riflessioni del sindaco meritano di essere rilette non soltanto come considerazioni generali sull'urbanistica, ma anche come una possibile chiave di lettura delle questioni che Seregno si troverà ad affrontare.

L'urbanistica non è soltanto una questione di numeri

Uno dei passaggi più significativi dell'intervento di Rossi riguarda il modo stesso di intendere l'urbanistica. Rossi ha ricordato come, nella sua esperienza amministrativa, l’urbanistica gli sia apparsa inizialmente soprattutto come una questione di numeri, leggi e codici, per poi maturare la convinzione che debba misurarsi prima di tutto con la felicità delle persone. 
Una osservazione che sposta il punto di osservazione. L'urbanistica non può esaurirsi nella disciplina delle edificazioni, nel rispetto delle norme, nella distribuzione delle volumetrie o nella gestione degli interessi che si confrontano intorno alle trasformazioni immobiliari. Deve interrogarsi sugli effetti che le decisioni producono nella vita quotidiana delle persone.
Come si vive una piazza? Quanto è facile attraversare un quartiere a piedi o in bicicletta? Dove possono incontrarsi i ragazzi? Quali spazi sono accessibili a chi ha difficoltà economiche, a chi è anziano, a chi vive da solo? Quanto verde rimane a disposizione della collettività? Sono domande che appartengono alla qualità urbana almeno quanto gli indici edilizi e le prescrizioni tecniche.
Per Rossi, la collaborazione con Elena Granata è stata importante proprio perché ha contribuito a introdurre questa prospettiva nel lavoro amministrativo. Il sindaco ha raccontato che il rapporto con la docente del Politecnico è nato quasi per caso, dopo aver letto un suo libro e averle scritto privatamente per proporle una chiacchierata. Da quel primo contatto è nata una collaborazione che ha portato anche al "Piano clima" della città.
Il libro, ha spiegato, gli ha offerto l'occasione per riconoscere alcune esperienze già avviate a Seregno, ma anche per interrogarsi su quanto ancora resti da fare e sulle occasioni nelle quali, per prudenza o per convenienza politica, si finisce per rinunciare a una parte delle proprie ambizioni.
Il punto, dunque, non è soltanto amministrare la città esistente, ma domandarsi quale idea di vita urbana debba orientare le decisioni.

Il cambiamento climatico come punto di partenza del PGT

Nel suo primo intervento Rossi ha dedicato ampio spazio al "Piano clima" di Seregno, indicandolo come esempio di un approccio che parte dai dati e dai problemi reali anziché da una visione astratta del territorio.
Il riferimento è agli eventi meteorologici estremi del luglio 2023. Il sindaco ha ricordato la violenta grandinata del 21 luglio, seguita due giorni dopo da una tromba d'aria, che misero in evidenza la vulnerabilità della città.
«Il succo di tutto questo è che noi abbiamo avuto paura, noi ci siamo ritrovati impreparati».
Un'esperienza concreta, dunque, che ha reso impossibile continuare a considerare il cambiamento climatico come un tema da convegno o una questione lontana dalla vita amministrativa quotidiana.
«Nel momento in cui dovevamo ipotizzare un nuovo Piano di governo del territorio, o da lì partivamo o ci raccontavamo storie».
È uno dei passaggi più rilevanti in vista del nuovo PGT. Per il sindaco, il clima non costituisce un capitolo settoriale da aggiungere a un piano già impostato, ma una condizione dalla quale partire per comprendere i problemi e orientare le scelte.
Rossi ha spiegato che il lavoro preparatorio ha permesso di mettere insieme dati che esistevano già, ma che spesso rimanevano separati e poco utilizzati. Da questa ricognizione emergono, nelle sue parole, scenari impegnativi: l'aumento delle temperature, la concentrazione delle precipitazioni in un numero inferiore di giorni e i rischi idraulici legati alle caratteristiche del territorio e alla capacità delle infrastrutture esistenti.
«Seregno tra pochi decenni avrà le temperature medie che oggi ci sono a Tunisi e a Marrakech», ha detto il sindaco. E ancora: «La quantità di piogge è la stessa di cinquant'anni fa, ma i giorni di pioggia sono più che dimezzati».
Il suo intervento ha fatto inoltre riferimento a problemi di invarianza idraulica, alla rete fognaria e alle trasformazioni intervenute in aree nelle quali le infrastrutture erano state concepite per una popolazione e un carico urbano molto diversi da quelli attuali.
Il ragionamento è chiaro: non basta domandarsi dove e quanto si possa costruire. Occorre valutare come il territorio reagirà alle piogge intense, quali aree siano maggiormente esposte agli allagamenti, quanto spazio sia necessario lasciare all'acqua e quale ruolo possano svolgere il suolo permeabile e la vegetazione.
Il "Piano clima", ha precisato Rossi, non è stato un obbligo normativo per il Comune, ma una scelta amministrativa. E il suo valore non sta soltanto nel documento prodotto, bensì nel tentativo di costruire una visione condivisa e di tradurla progressivamente in azioni.
«O ne usciamo collettivamente tutti insieme o individualmente siamo tutti spazzati via da questa cosa», ha affermato, richiamando la necessità di una risposta che coinvolga l'intera comunità.
Per il PGT si pone allora una questione concreta: se il cambiamento climatico deve davvero rappresentare il punto di partenza, quanto peserà nelle decisioni sulle trasformazioni urbanistiche, sulle aree verdi, sulla permeabilità dei suoli e sulla localizzazione delle nuove edificazioni?

A Seregno quasi l'80% del verde è privato

Fra le osservazioni più interessanti del sindaco c'è quella relativa alla distribuzione della proprietà del verde urbano.
«Seregno è una città dove quasi l'80% del verde è privato. Per cui, se noi non ingaggiamo i cittadini sul proprio verde privato, io posso fare il miglior regolamento del verde pubblico, la migliore politica sui parchi, o non sui parchi intesi come riserva indiana, poi lì ci torno magari, ma sull'avere una visione che mette assieme tutto. Ma se è il pubblico da solo non andiamo da nessuna parte».
Il dato, così come riferito da Rossi, richiama un problema centrale per una città densamente urbanizzata: la qualità ambientale non dipende soltanto dai parchi pubblici, ma anche dall'insieme degli spazi verdi distribuiti nei giardini privati, nei cortili e nelle aree non edificate.
Il sindaco invita a superare l'idea che la tutela della natura sia una responsabilità esclusiva dell'amministrazione e che il verde pubblico possa essere trattato come una sorta di enclave separata dal resto della città.
È una considerazione che apre una prospettiva interessante per il PGT. La pianificazione può certamente tutelare le aree verdi pubbliche, individuare connessioni ecologiche e stabilire regole per gli interventi privati. Ma deve anche interrogarsi sulla continuità degli spazi aperti, sulla frammentazione del tessuto urbano e sul ruolo che le aree private possono svolgere nel mantenimento di un ambiente vivibile.
Se il verde è una componente essenziale della resilienza climatica, la sua tutela non può essere valutata esclusivamente in termini quantitativi. Contano anche la distribuzione, la qualità, la possibilità di collegare gli spazi naturali e la conservazione di terreni permeabili.
Rossi ha riconosciuto, d'altra parte, che i risultati non possono essere immediati. Il "Piano clima" contiene una serie di azioni e di obiettivi che richiedono investimenti, continuità amministrativa e il coinvolgimento di cittadini, associazioni e forze politiche.
«Finirò il secondo mandato che di tutte quelle azioni sarò orgoglioso di dire sono riuscito a farne due», ha detto, con una battuta che restituisce il divario tra l'ampiezza di una visione e i tempi necessari per realizzarla.
Ma proprio qui si misura il rapporto tra programmazione e scelte urbanistiche: quali obiettivi si vogliono rendere vincolanti? Quali risorse si intendono destinare? E quali trasformazioni è necessario evitare per non compromettere oggi le possibilità di intervento di domani?

Le politiche ambientali non dovrebbero cambiare con il colore delle amministrazioni

Il sindaco ha insistito anche sulla necessità che alcuni obiettivi superino le divisioni politiche e la durata dei singoli mandati.
«Possiamo dire che l'amministrazione a Seregno, come in ogni città, fra venti mesi magari cambierà anche colore, certamente cambierà, magari cambierà anche colore politico, ma quel percorso lì, cioè possiamo su questo non dire che i primi sei mesi li passo a distruggere quello che ha fatto quello prima, ma a dire: questo è un tema».
E ha aggiunto, riferendosi agli eventi meteorologici estremi: «Quella tromba d'aria non era di destra o di sinistra».
Il ragionamento è applicabile a molte questioni urbanistiche. Un piano che richiede anni per essere attuato non può dipendere esclusivamente dalla volontà di chi si trova temporaneamente alla guida del Comune. La riduzione del rischio idraulico, l'adattamento climatico, la tutela del verde e la qualità degli spazi pubblici sono temi che richiedono coerenza nel tempo.
Da qui l'importanza del percorso partecipativo appena avviato per il PGT. La partecipazione può contribuire a costruire una visione condivisa, ma la sua efficacia dipende anche dalla capacità di tradurre le indicazioni emerse in scelte verificabili e in obiettivi che resistano ai cambiamenti politici.
Non è sufficiente dichiarare che una questione riguarda tutti: occorre stabilire quali decisioni ne conseguano, quali risorse siano necessarie e quali interessi debbano essere messi a confronto.

Una città di tutti non è una città divisa in recinti

In un secondo intervento, sollecitato da Fabio Pizzul a raccontare che cosa il libro avesse suscitato in lui, Rossi ha spostato l'attenzione sul modo in cui vengono concepiti gli spazi urbani e sul loro rapporto con le diverse componenti della società.
Ha citato alcune esperienze realizzate a Seregno: gli spazi per i ragazzi, le scuole aperte nel pomeriggio, un museo diventato scuola, il giardino della biblioteca dedicato a Giulio Regeni e alcuni progetti legati all'abitare e all'innovazione.
Sono esempi diversi, ma accomunati da un'idea: i luoghi della città possono avere funzioni molteplici e mettere in relazione persone che altrimenti rischierebbero di restare separate.
A proposito del giardino della biblioteca, inaugurato nel maggio 2025, Rossi ha raccontato un'esperienza che considera significativa: «È un giardino che non ha per ora in quasi diciotto mesi avuto bisogno di un cestino». Il riferimento è alla responsabilità dei ragazzi che frequentano lo spazio, abituati a consumare il proprio cibo e a portare via i rifiuti.
Al di là del singolo esempio, il messaggio è che la qualità degli spazi pubblici non dipende soltanto dalle attrezzature e dalle regole, ma anche dai comportamenti e dalle relazioni che quei luoghi riescono a favorire.
Il sindaco ha richiamato anche il ruolo della biblioteca, descrivendola come un luogo nel quale le persone senza dimora possono trovare accoglienza e stare insieme agli studenti.
«La biblioteca per noi c'è, la biblioteca è l'unico luogo dove i senzatetto sono accettati», ha detto, riferendosi alla possibilità per queste persone di trovare un ambiente nel quale sostare e ricaricare i propri dispositivi.
È una riflessione che riguarda la natura stessa dei servizi e degli spazi pubblici: non soltanto strutture destinate a chi possiede già le risorse per usufruirne, ma luoghi capaci di accogliere bisogni diversi e di favorire la convivenza.
Il sindaco ha contrapposto questa visione a un precedente approccio amministrativo che rivendicava le panchine senza schienale, sul presupposto che una seduta scomoda avrebbe indotto le persone a fermarsi meno a lungo. Il richiamo non è secondario. Anche un elemento apparentemente banale dell'arredo urbano esprime una determinata idea di città: uno spazio progettato per trattenere le persone, favorire la permanenza e l'incontro è diverso da uno concepito per scoraggiarli.
La domanda posta da La città di tutti torna così in primo piano: chi può utilizzare gli spazi urbani, per quanto tempo e a quali condizioni?

La strada può essere anche un luogo di incontro

Un altro passaggio significativo riguarda la mobilità e il rapporto tra pedoni, ciclisti e automobilisti.
Rossi ha raccontato di essersi rivolto a Elena Granata durante una discussione sulle possibili collocazioni di una pista ciclabile. La questione era se realizzarla lungo una strada oppure lungo un'altra.
La risposta della docente, secondo il racconto del sindaco, lo ha spiazzato: «Non fate la ciclabile perché non c'è da fare la ghettizzazione dei ciclisti lì in uno spazio che può essere scomodo per i ciclisti, per gli automobilisti, magari anche per i pedoni. Facciamo che qui ci educhiamo ad andare tutti insieme in un certo modo».
Rossi ha collegato questa riflessione al tema delle zone 30 e, più in generale, alla possibilità di ripensare lo spazio stradale senza considerare necessariamente ogni categoria di utenti come una presenza da separare dalle altre.
Per spiegare il concetto, ha raccontato un episodio vissuto nel paese siciliano nel quale abita la nonna di sua moglie. Una sera, gli abitanti avevano portato i tavoli delle proprie case sulla strada per cenare insieme. Quando arrivava un'automobile, la situazione si risolveva attraverso un accordo informale fra le persone presenti.
«Ma chi vive meglio la città?», si è chiesto Rossi, contrapponendo la propria prima reazione, legata all'idea di un'occupazione impropria dello spazio pubblico, a una diversa concezione della strada come luogo condiviso.
L'episodio non costituisce una ricetta da applicare automaticamente a una città come Seregno, con le sue caratteristiche e le sue esigenze di mobilità. Suggerisce però un cambio di prospettiva: la strada non è necessariamente soltanto un corridoio per spostarsi, ma può diventare anche uno spazio di relazione.
La questione è particolarmente pertinente per la pianificazione urbana. Le scelte sulla mobilità non riguardano esclusivamente la circolazione dei veicoli: incidono sull'accessibilità dei quartieri, sulla sicurezza, sulla possibilità per i bambini di muoversi autonomamente e sulla presenza di attività e occasioni di incontro nello spazio pubblico.
La domanda da porsi non è soltanto dove collocare una pista ciclabile, ma quale assetto dello spazio consenta a tutti di muoversi in sicurezza e quale equilibrio si voglia costruire tra le diverse funzioni della strada.

La solitudine come problema urbano

Tra le riflessioni più nette del sindaco c'è quella sulle forme di povertà che un'amministrazione si trova ad affrontare.
«Io dico spesso che ci sono tre tipi di povertà che ho avuto a che fare da amministratore. Quella più semplice da affrontare è la povertà economica».
Rossi ha precisato che si tratta di una provocazione: anche un sostegno economico molto consistente non sarebbe sufficiente se non si intervenisse contemporaneamente sulla povertà educativa e formativa e su quella relazionale.
«Se non creiamo qualcosa che sostenga una povertà educativa, formativa e una povertà relazionale, sei mesi dopo siamo nella stessa situazione, se non peggio».
Il passaggio centrale è quello successivo: «Più grande nemico di un sindaco è la solitudine delle persone e io di questo faccio esperienza tutti i giorni».
La solitudine non è soltanto una condizione individuale. Può essere favorita o contrastata anche dal modo in cui sono organizzati i quartieri, dalla presenza di luoghi accessibili, dalla possibilità di incontrarsi senza dover necessariamente consumare qualcosa e dalla disponibilità di servizi che non si limitino a rispondere a emergenze specifiche.
Una città nella quale gli spazi pubblici sono pochi, difficilmente raggiungibili o progettati soprattutto per il transito rischia di offrire meno occasioni di relazione. Al contrario, una rete di luoghi di incontro, servizi e spazi aperti può contribuire a ridurre l'isolamento.
È qui che l'urbanistica incontra le politiche sociali. La qualità della città non si misura soltanto attraverso il numero dei servizi disponibili o la quantità di verde presente, ma anche attraverso la possibilità concreta per persone diverse di partecipare alla vita collettiva.
Rossi ha descritto una difficoltà che conosce direttamente: la necessità di conciliare il diritto alla quiete con il diritto alla gioia, la tranquillità dei residenti con le esigenze dei ragazzi che cercano luoghi nei quali incontrarsi.
«Ci sentiamo più sicuri, chiusi dentro», ha osservato, invitando a interrogarsi sulla tendenza a ridurre il rischio e il conflitto attraverso la limitazione delle occasioni di vita all'aperto.
Ha raccontato di essersi confrontato con gruppi di ragazzi per individuare luoghi alternativi a quelli nei quali la loro presenza provocava tensioni con i residenti. In alcuni casi, ha riferito, sono nate possibilità di dialogo e percorsi per immaginare spazi diversi in altre parti della città.
Il sindaco ha però aggiunto una precisazione importante: la percezione di sicurezza non può essere liquidata, perché riguarda in modo particolare le persone più fragili.
La sfida, quindi, non consiste nel contrapporre indiscriminatamente libertà e sicurezza, ma nel trovare soluzioni capaci di far convivere esigenze diverse. È un tema che riguarda la progettazione delle piazze, dei parchi, dei percorsi pedonali e degli spazi di aggregazione, ma anche la capacità dell'amministrazione di ascoltare e mediare.

Il verde non è una riserva indiana

Rossi ha riconosciuto che alcune delle idee proposte dal libro richiedono un lavoro di revisione culturale prima ancora che amministrativa.
«Io sono cresciuto così», ha detto, riferendosi alla concezione del parco come luogo separato, quasi una riserva destinata allo svago, e all'idea che le risorse naturali fossero sostanzialmente infinite.
Il sindaco ha collegato questa mentalità alla cultura nella quale è cresciuta la sua generazione, richiamando anche un'etica del sacrificio e del lavoro che tende a considerare il tempo libero e il benessere come elementi secondari.
Il cambiamento, nella sua lettura, consiste anche nel superare una separazione troppo netta tra la città costruita e la natura, fra gli spazi destinati alla produzione e quelli riservati allo svago.
Questa osservazione si lega direttamente al tema del verde urbano affrontato nel primo intervento. Se il verde non deve essere una riserva separata dal resto della città, occorre ripensarne il ruolo all'interno del tessuto urbano e nella vita quotidiana delle persone.
Un parco non è soltanto un'area nella quale recarsi occasionalmente per passeggiare. Può contribuire alla regolazione del microclima, favorire l'incontro, offrire spazi di gioco e rendere più gradevoli i percorsi quotidiani. Analogamente, un giardino, un filare alberato o un'area permeabile non sono necessariamente elementi residuali da considerare disponibili per nuove trasformazioni.
La riflessione diventa particolarmente importante in una fase nella quale il PGT dovrà confrontarsi con le diverse esigenze della città e con il valore degli spazi aperti.
Considerare il verde come parte integrante della struttura urbana significa chiedersi non soltanto quante aree verdi siano presenti, ma anche come siano distribuite, quanto siano accessibili e quale ruolo svolgano nel collegare quartieri e luoghi della vita collettiva.

La città perfetta non esiste: conta la qualità della vita

Nel suo intervento Rossi ha anche messo in guardia da una concezione eccessivamente rigida della sicurezza e della regolazione degli spazi.
Le città che amiamo, ha osservato, non sono necessariamente quelle perfette, prive di inconvenienti e completamente organizzate secondo criteri astratti. Sono anche città nelle quali riconosciamo odori, storia, vitalità e una certa dose di disordine.
Il passaggio si collega a una delle tensioni più difficili per chi amministra: da una parte la necessità di garantire sicurezza, tranquillità e rispetto delle regole; dall'altra il rischio che ogni uso imprevisto dello spazio venga percepito come un problema da eliminare.
Rossi ha raccontato, per esempio, di aver dovuto confrontarsi con le lamentele di chi considera inaccettabile che i bambini giochino in una piazza. «La piazza servirebbe a quello», ha osservato, sintetizzando la necessità di recuperare il significato originario di alcuni luoghi pubblici.
Non significa ignorare i conflitti, né sottovalutare le esigenze dei residenti. Significa chiedersi se ogni conflitto debba essere risolto restringendo gli usi possibili di uno spazio oppure se sia possibile ripensarne l'organizzazione per consentire a più persone di frequentarlo.
Il rischio, altrimenti, è quello di produrre una città formalmente ordinata ma sempre meno capace di ospitare la complessità della vita quotidiana.
Anche da questo punto di vista, il PGT non è soltanto uno strumento tecnico. Le sue scelte possono contribuire a definire il rapporto tra gli spazi destinati alle automobili e quelli destinati alle persone, tra gli ambienti privati e quelli condivisi, tra la necessità di proteggere e quella di lasciare spazio all'iniziativa e all'incontro.

Le buone idee devono fare i conti con i soldi, il tempo e gli uffici comunali

L'intervento del sindaco non è stato però una celebrazione delle buone pratiche o delle potenzialità della progettazione urbana. Rossi ha insistito anche sui limiti materiali entro i quali opera un'amministrazione comunale.
«Su tante proposte, quelle che Elena diceva di copiare, io mi dicevo: sì, ma i soldi? Sì, ma il tempo?».
Il problema è quello della distanza fra l'orizzonte di una trasformazione e le risorse necessarie per realizzarla. Una ricerca può richiedere anni; un progetto urbano può attraversare più mandati amministrativi; un intervento può avere costi che un Comune non è in grado di sostenere autonomamente.
Rossi ha richiamato anche le difficoltà degli enti locali nel reperire e trattenere professionalità adeguate, facendo riferimento ai dipendenti comunali e alle condizioni economiche nelle quali sono chiamati a svolgere compiti sempre più complessi.
«La vivibilità di certe scelte poi la fanno concretamente non gli assessori o il sindaco, ma i dipendenti comunali», ha osservato, ricordando che la transizione digitale, la gestione tecnica e la realizzazione dei progetti richiedono competenze e risorse.
Ha inoltre evidenziato la fragilità finanziaria dei Comuni quando vengono meno risorse previste o arrivano trasferimenti inferiori alle necessità. Ha citato, come esempio, una riduzione di fondi destinati all'assistenza dei minori stranieri non accompagnati, che secondo il suo racconto avrebbe comportato per Seregno la perdita di un milione di euro rispetto alle risorse attese.
Il ragionamento è pertinente anche per il PGT. Definire obiettivi ambiziosi è necessario, ma la loro attuazione richiede strumenti, finanziamenti, personale e una sequenza di interventi coerente.
La concretezza amministrativa, tuttavia, non dovrebbe tradursi automaticamente in una riduzione delle ambizioni. Il problema è piuttosto individuare priorità, stabilire tempi realistici e distinguere ciò che può essere fatto subito da ciò che richiede un percorso più lungo.
Il sindaco ha riconosciuto esplicitamente la difficoltà di trovare questo equilibrio. Il cambiamento, ha osservato, «è possibile quando è reso desiderabile, quando non è imposto», richiamando una riflessione legata anche al pensiero di Alexander Langer.
È una considerazione che riguarda direttamente il rapporto tra amministrazione e cittadini. Una trasformazione urbana può essere tecnicamente corretta e tuttavia incontrare resistenze se non viene compresa, condivisa o accompagnata da alternative credibili.
La partecipazione, in questa prospettiva, non è un passaggio accessorio: può contribuire a rendere le trasformazioni comprensibili e desiderabili, senza però cancellare la responsabilità dell'amministrazione di assumere decisioni.

Il percorso partecipativo: ascoltare non basta

L'avvio del percorso partecipativo per il PGT rende particolarmente attuale questo aspetto dell'intervento. Rossi ha più volte insistito sulla necessità di coinvolgere i cittadini e le diverse componenti della società, nella consapevolezza che il Comune, da solo, non può realizzare tutte le trasformazioni necessarie. Ma la partecipazione acquista significato soprattutto quando è in grado di mettere in relazione le esigenze quotidiane con una visione complessiva della città.
Le richieste dei residenti, le necessità delle associazioni, le esigenze delle attività economiche, le aspettative dei giovani e le preoccupazioni di chi teme di perdere tranquillità o qualità ambientale possono essere anche molto diverse fra loro. Il compito di un percorso partecipativo non è fingere che queste differenze non esistano, ma renderle visibili e consentire un confronto sulle priorità.
In questo senso, le parole del sindaco offrono anche alcuni criteri con i quali valutare il processo che si è appena avviato.
Il primo riguarda il clima: se i dati climatici devono orientare la pianificazione, occorre capire come si tradurranno nelle decisioni sul suolo, sul verde e sulle trasformazioni urbanistiche.
Il secondo riguarda l'accessibilità e la qualità degli spazi pubblici: quali luoghi si vogliono rendere più accoglienti, quali connessioni migliorare, quali opportunità creare per i ragazzi e per le persone che rischiano di rimanere ai margini?
Il terzo riguarda la continuità del verde e la sua integrazione nel tessuto urbano: come conservare non soltanto i parchi, ma anche gli spazi aperti che contribuiscono alla qualità ambientale complessiva?
Il quarto riguarda la concretezza: quali obiettivi possono essere perseguiti, con quali risorse e in quali tempi?
Sono domande che non trovano risposta in una singola assemblea. Richiedono un percorso nel quale il confronto iniziale sia seguito dalla possibilità di verificare come le osservazioni raccolte siano state considerate nelle scelte effettive.
È qui che si misura la differenza tra una consultazione e un processo partecipativo capace di incidere.

Riannodare il filo tra il pensare e l'agire

Verso la conclusione, Rossi ha affrontato anche il rapporto fra l'esperienza amministrativa e la possibilità di fermarsi a riflettere.
Ha raccontato che, dopo oltre otto anni da sindaco, considera questo periodo della sua vita un'esperienza straordinaria, capace di metterlo in contatto con persone e mondi che difficilmente avrebbe conosciuto altrimenti. Al tempo stesso, ha riconosciuto che la frenesia quotidiana del lavoro amministrativo lascia poco spazio alla formazione e alla riflessione.
«Penso che in tutta questa frenesia, in tutto quello che ho imparato sul campo, in cui ho rotto le bolle della mia vita, ho conosciuto persone e mondi mai conoscibili nelle mie vite precedenti, ma è stato il periodo della mia vita sorprendentemente in cui mi sono formato di meno».
Il sindaco ha parlato di decine di migliaia di riunioni e di pochi momenti nei quali la politica gli abbia proposto l'occasione di fermarsi, pensare e formarsi.
Da qui il valore attribuito alla collaborazione con Elena Granata, intesa come tentativo di tenere insieme l'elaborazione culturale e la pratica amministrativa.
Riprendendo una frase conclusiva del libro, Rossi ha richiamato la necessità di «riannodare il filo tra l'agire e il pensare».
È forse questa la chiave che tiene insieme i due interventi. La visione urbana non può rimanere una dichiarazione di principi, ma neppure l'azione amministrativa può ridursi alla gestione delle urgenze, alla risposta alle singole richieste o alla ricerca della soluzione più semplice nell'immediato.
Occorre un progetto capace di collegare i problemi concreti a obiettivi di lungo periodo, senza ignorare i limiti delle risorse e le difficoltà del cambiamento.

Quale città per Seregno?

La presentazione milanese di La città di tutti non era una seduta dedicata al nuovo PGT di Seregno, e le parole del sindaco non costituiscono un programma urbanistico né permettono, da sole, di stabilire quali scelte saranno effettivamente adottate nel piano.
Offrono però un insieme di indicazioni che meritano di essere messe alla prova proprio nel momento in cui la città comincia a discutere del proprio futuro.
Se l'urbanistica deve avere a che fare con la felicità delle persone, come ha detto Rossi, sarà necessario capire come questo principio possa tradursi nelle decisioni concrete. Se il cambiamento climatico deve essere il punto di partenza, occorrerà verificare quali conseguenze ne deriveranno per la tutela del suolo, del verde e delle aree permeabili. Se la solitudine è uno dei problemi più importanti da affrontare, bisognerà interrogarsi sul ruolo dei luoghi pubblici e sulla possibilità di renderli davvero accessibili a tutti.
E se, come sostiene il sindaco, alcune questioni devono essere considerate patrimonio comune al di là delle maggioranze politiche, il PGT potrebbe rappresentare l'occasione per individuare obiettivi condivisi e costruire una prospettiva che non si esaurisca con la durata di un mandato.
Resta una questione decisiva: come conciliare questa visione con le trasformazioni urbanistiche effettive, con gli interessi in gioco, con le risorse disponibili e con le scelte che determineranno il futuro del territorio?
La risposta non può arrivare soltanto dalle parole di una presentazione editoriale. Dovrà emergere dal confronto pubblico, dai contenuti del piano e dalle decisioni che l'amministrazione assumerà.
È proprio per questo che, mentre il percorso partecipativo prende avvio, vale la pena tornare a quelle parole. Non come una dichiarazione da archiviare, ma come un insieme di principi rispetto ai quali misurare le scelte future.
Perché la città di tutti non è semplicemente quella nella quale tutti possono abitare. È quella nella quale le decisioni sul territorio tengono conto della vita di tutti, anche di chi ha meno voce, di chi non dispone di spazi privati, di chi rischia di essere escluso e di chi vivrà a Seregno negli anni a venire.

Alla scoperta della Valle del Seveso: domenica 18 ottobre si cammina con le Gev del Parco delle Groane

Da Villa Raimondi a Fino Mornasco, seguendo il corso del Seveso: otto chilometri tra natura, paesaggio e storia per conoscere più da vicino uno degli angoli della Brughiera Briantea.


L’autunno è una stagione ideale per camminare nei parchi, osservare i cambiamenti del paesaggio e scoprire luoghi che magari si trovano a pochi chilometri da casa, ma che non sempre conosciamo davvero. È con questo spirito che il Parco delle Groane e della Brughiera Briantea propone “Alla scoperta del Parco con le Gev”, un ciclo di tre escursioni accompagnate dalle Guardie Ecologiche Volontarie, pensato per far conoscere il patrimonio naturalistico, ambientale e storico del territorio protetto.

Il primo appuntamento è in programma domenica 18 ottobre, con un itinerario che porterà i partecipanti da Villa Raimondi, a Vertemate con Minoprio, fino alla sede del Parco a Fino Mornasco, seguendo il corso del torrente Seveso e attraversando i sentieri della sua valle.

Da Villa Raimondi alla Valle del Seveso

Il punto di partenza sarà la storica Villa Raimondi, in viale Raimondi 54 a Vertemate con Minoprio, sede della Fondazione Minoprio. Da qui prenderà il via una camminata di circa 8 chilometri, con un dislivello complessivo di 100 metri, che si concluderà a Fino Mornasco. Il percorso si snoderà lungo il Seveso, offrendo l'occasione di conoscere un tratto di territorio nel quale l'acqua, la vegetazione e la storia dei luoghi contribuiscono a definire il paesaggio della Brughiera Briantea. Seguire il corso di un torrente significa anche imparare a guardare il territorio da una prospettiva diversa: riconoscere le caratteristiche dell'ambiente fluviale, osservare gli elementi naturali che lo contraddistinguono e comprendere il valore dei corridoi ecologici in un contesto territoriale spesso segnato dalla presenza degli insediamenti urbani e delle infrastrutture.

Non soltanto una passeggiata, ma un'occasione per conoscere il territorio

A rendere particolare questa escursione sarà la presenza delle Guardie Ecologiche Volontarie (Gev) del Parco, che accompagneranno i partecipanti lungo l'itinerario, mettendo a disposizione la propria esperienza e la conoscenza diretta dei luoghi. La camminata diventerà così un'occasione per approfondire gli aspetti naturalistici e ambientali della valle, ma anche per soffermarsi sulle vicende storiche e sulle caratteristiche paesaggistiche che raccontano l'evoluzione di questa parte della Brianza. Conoscere un'area protetta, infatti, non significa soltanto percorrerne i sentieri. Significa imparare a riconoscerne gli elementi distintivi, comprenderne le fragilità e apprezzare il valore di ambienti che costituiscono una risorsa importante per la biodiversità e per la qualità della vita delle comunità locali. Iniziative di questo tipo permettono di avvicinare il pubblico al patrimonio naturale del Parco e di promuovere una frequentazione più consapevole e rispettosa dei suoi ambienti.

Tre escursioni per scoprire il Parco in autunno

L'uscita del 18 ottobre inaugura un ciclo di tre escursioni autunnali organizzate dal Parco delle Groane e della Brughiera Briantea. Gli appuntamenti accompagneranno i partecipanti alla scoperta di sentieri, luoghi e testimonianze storiche, valorizzando la ricchezza di un territorio che conserva, spesso a breve distanza dai centri abitati, ambienti naturali e paesaggi meritevoli di attenzione. La proposta è rivolta a chi ama camminare all'aria aperta, ma anche a chi desidera conoscere meglio il territorio in cui vive, scoprendo aspetti che possono sfuggire durante gli spostamenti quotidiani.

Informazioni pratiche

  • Quando: domenica 18 ottobre 2026
  • Ritrovo: ore 8.45 davanti a Villa Raimondi, viale Raimondi 54, Vertemate con Minoprio.
  • Percorso: da Villa Raimondi alla sede del Parco a Fino Mornasco, seguendo il corso del Seveso.
  • Lunghezza: circa 8 chilometri.
  • Dislivello: circa 100 metri.
  • Difficoltà: itinerario indicato come adatto a tutti, ma non percorribile con passeggini.
  • Cosa portare: scarpe da trekking, abbigliamento a strati e una scorta d'acqua.
  • Orario: è raccomandato presentarsi con almeno mezz'ora di anticipo rispetto alla partenza.
  • Partecipazione gratuita.

venerdì 9 ottobre 2026

Pedemontana, due racconti dello stesso territorio: la ferita della diossina e il linguaggio dei cantieri


Chi frequenta le pagine Facebook di Insieme in Rete per uno Sviluppo Sostenibile avrà forse notato due post che, a pochi giorni di distanza, raccontano la Pedemontana da prospettive molto diverse. Da una parte, Alberto Colombo, ambientalista di Sinistra e Ambiente Meda, segnala il servizio trasmesso il 6 ottobre dalla Radiotelevisione svizzera italiana, nell'ambito della trasmissione Falò, dedicato al Bosco delle Querce di Seveso e Meda, alla diossina e al passaggio della Pedemontana. Dall'altra, circola un aggiornamento sullo stato dei lavori, ripreso dalla pagina Facebook Sì Pedemontana e tratto dalla rivista InCantiere, pubblicata da Autostrada Pedemontana Lombarda. Due racconti dello stesso territorio. Due modi diversi di mettere a fuoco la stessa infrastruttura.

Il servizio della RSI riporta l'attenzione sulla vicenda della diossina e sul significato del Bosco delle Querce, nato dal lungo percorso di bonifica seguito al disastro dell'ICMESA del 1976. Non si tratta di un'area verde qualsiasi. Quel bosco rappresenta il risultato di un'opera di risanamento ambientale, ma anche la memoria di una tragedia e la possibilità di restituire natura e qualità della vita a un territorio profondamente ferito. Oggi la Pedemontana torna a intervenire in questo contesto, sollevando interrogativi sulle conseguenze ambientali dell'infrastruttura e sul sacrificio di una parte del patrimonio naturale costruito nel corso dei decenni. Al servizio hanno contribuito attivamente Legambiente Seveso e Sinistra e Ambiente Meda, associazioni che da anni seguono la vicenda e richiamano l'attenzione sui suoi risvolti ambientali. La prospettiva è quella di chi si domanda non soltanto che cosa verrà costruito, ma anche che cosa verrà perduto e quali conseguenze resteranno sul territorio.

Prima pagina di InCantiere, notiziario di APL

Di tutt'altro taglio è il resoconto pubblicato su InCantiere e rilanciato sui social dalla pagina Sì Pedemontana con la domanda: «Dov'eravamo rimasti con Pedemontana?». Il testo passa in rassegna le attività in corso nei diversi comuni interessati: spostamenti di sottoservizi, opere stradali, cavalcavia, preparazione delle aree di cantiere e bonifiche ambientali. È il linguaggio tipico della comunicazione di un'infrastruttura in costruzione: lotti, scavi, campionamenti, validazioni, interferenze da risolvere, lavorazioni da completare. Nel resoconto trovano spazio anche informazioni significative sulle bonifiche. Lungo la tratta B2, si legge, è stato necessario approfondire gli scavi, effettuare ulteriori campionamenti e nuove analisi, con conseguenti ritardi nelle lavorazioni. A Cesano Maderno sono segnalati altri scavi nelle aree in cui non sono ancora stati raggiunti gli obiettivi di bonifica, oltre a lotti in attesa della validazione dei campioni da parte di ARPA. Sono dati che meritano attenzione. Ma occorre ricordare da dove proviene il testo: InCantiere è una pubblicazione di Autostrada Pedemontana Lombarda, cioè del soggetto che realizza l'opera. Il suo obiettivo è aggiornare i lettori sull'andamento dei lavori e sulle attività necessarie alla loro prosecuzione. È una prospettiva legittima, ma non è l'unica possibile.

La comunicazione non è neutra. Qui sta il punto che merita una riflessione. Una comunicazione può riportare informazioni corrette e, nello stesso tempo, offrire una rappresentazione parziale della realtà. Non necessariamente perché nasconda qualcosa, ma perché seleziona gli aspetti da mettere in evidenza, sceglie le parole con cui descriverli e stabilisce quali domande lasciare sullo sfondo. Nel resoconto di cantiere, la bonifica è una lavorazione: si scava, si campiona, si attende la validazione e si procede. Gli eventuali ritardi sono un problema da risolvere per consentire l'avanzamento dell'opera. Nel racconto ambientale, gli stessi fatti assumono un significato più ampio. Richiamano la storia della contaminazione, la delicatezza di un territorio già compromesso e la necessità di valutare attentamente le conseguenze di nuovi interventi. Le due prospettive non sono necessariamente in contraddizione. Ma non sono equivalenti, perché rispondono a domande differenti. Sapere che una bonifica è in corso non significa, da solo, aver compreso tutte le implicazioni ambientali dell'intervento. E sapere che i lavori procedono non equivale a dimostrare che l'opera sia, nel suo complesso, la scelta migliore per il territorio. Quando un aggiornamento aziendale viene ripreso e rilanciato sui social, il suo linguaggio e il suo punto di vista possono circolare ben oltre il contesto per il quale erano stati concepiti. Il lettore può finire per assumere come racconto complessivo della Pedemontana quello che nasce, invece, come resoconto dell'avanzamento dei lavori.

Il post di Sì Pedemontana rilanciato sulla pagina Facebook di Insieme in rete

C'è poi un aspetto che riguarda chi sceglie di rilanciare questi contenuti. Riprendere un aggiornamento di InCantiere su una pagina favorevole alla Pedemontana è coerente con la funzione di quella pagina: raccontare l'opera dal punto di vista di chi la sostiene. Ma quando lo stesso testo viene condiviso in uno spazio di informazione e confronto ambientalista, il messaggio può assumere un significato diverso. Chi conosce bene la vicenda riconosce la provenienza aziendale del resoconto e può leggerlo con la dovuta distanza critica. Chi ne sa meno, invece, potrebbe recepirlo come una rappresentazione sostanzialmente neutra della situazione: le bonifiche sono in corso, i problemi vengono affrontati, i cantieri avanzano. Tutto sembra ricondursi a una questione di organizzazione e di tempi di esecuzione. Il problema non è condividere quel testo. È condividerlo senza spiegare da dove proviene, quale punto di vista esprime e che cosa lascia inevitabilmente sullo sfondo. In uno spazio frequentato da persone interessate alla tutela ambientale, una semplice contestualizzazione avrebbe consentito di distinguere fra il resoconto dell'azienda che realizza l'infrastruttura e una valutazione complessiva delle sue conseguenze. Senza questa precisazione, chi rilancia il contenuto rischia, anche involontariamente, di contribuire alla diffusione della narrazione di chi sostiene l'opera. Non è una questione di intenzioni personali, ma di responsabilità nella comunicazione. Chi condivide un contenuto non ne è necessariamente l'autore, ma contribuisce comunque a determinarne la circolazione e il significato nel contesto in cui viene proposto. Per questo, soprattutto quando si parla di questioni ambientali controverse, la contestualizzazione non è un dettaglio accessorio: è parte integrante dell'informazione.

Un'opera infrastrutturale può essere raccontata attraverso i suoi progressi, le scadenze rispettate, le difficoltà tecniche e le lavorazioni completate. Ma si può raccontare anche attraverso il consumo di suolo, la perdita di alberi, la trasformazione del paesaggio, le conseguenze per gli ecosistemi e le alternative che sono state considerate. Nel caso del Bosco delle Querce, questa seconda prospettiva è particolarmente importante. Non siamo di fronte a uno spazio qualsiasi, ma a un luogo che porta impressa la memoria di una catastrofe ambientale e testimonia il lungo lavoro necessario per restituire natura a un territorio contaminato. Per questo non basta sapere che cosa è stato realizzato nell'ultimo mese. Occorre anche chiedersi quale prezzo ambientale comporti l'opera e se quel prezzo sia davvero inevitabile. Non è una questione di contrapporre pregiudizialmente chi è favorevole alla Pedemontana a chi la contesta. È una questione di completezza dell'informazione e di capacità critica.

Il servizio della RSI e il resoconto di InCantiere mostrano quanto possa cambiare la percezione di una stessa vicenda a seconda del punto di vista adottato. La comunicazione non è neutra: lo è ancora meno quando un messaggio viene estratto dal suo contesto originario e rilanciato senza gli strumenti per interpretarlo. Anche una sequenza di informazioni tecniche corrette può finire per trasmettere un'immagine incompleta, nella quale l'avanzamento dei lavori occupa tutta la scena e il territorio trasformato resta sullo sfondo. Per questo la domanda non è soltanto «Dov'eravamo rimasti con Pedemontana?». È anche: che cosa stiamo lasciando indietro mentre raccontiamo i progressi dei cantieri?

Fonti e approfondimenti

Fontanella, tra borghi medievali, boschi e spiritualità: la nuova passeggiata di Arci Macherio

Domenica 18 ottobre torna l’appuntamento con “LE BRIANZE raccontate e camminate”, per un itinerario ad anello sul Monte Canto, alla scoperta di Mapello, dei suoi antichi borghi e dell’abbazia di Sant’Egidio, nel luogo che fu particolarmente caro a padre David Maria Turoldo.


Dopo trenta escursioni dedicate alla Brianza, le passeggiate di Arci Macherio si concedono una piccola, piacevole divagazione oltre i confini del nostro territorio. La meta è Fontanella, sulle colline dell’Isola bergamasca, ai piedi del Monte Canto, con lo sguardo rivolto ai contrafforti delle Orobie. Come scrivono gli organizzatori, «doveva prima o poi capitare di distrarci e di valicare d’istinto i confini geografici della Brianza». E quale occasione migliore per farlo se non attraversando l’Adda, passando dal Ponte di Paderno, e raggiungendo quel monte che si staglia come un «proscenio delle Orobie ormai incombenti»? Quella di domenica 18 ottobre sarà un’escursione diversa dal solito, interamente ambientata nel paesaggio collinare che segna il margine settentrionale dell’Isola bergamasca. Un percorso che, più ancora di altri, invita a rallentare, osservare e lasciarsi conquistare dalla bellezza dei luoghi e dai loro silenzi. Non soltanto una camminata nella natura, dunque, ma un’occasione per conoscere un patrimonio di arte, storia e spiritualità che merita di essere scoperto senza fretta.

Da Mapello a Fontanella, sulle tracce della storia


Il punto di partenza sarà il Santuario della Madonna di Prada, situato nel cuore della pianura agricola a sud-ovest di Mapello, luogo di devozione molto conosciuto e frequentato dagli abitanti della zona. Da qui si potrà osservare buona parte del percorso che sale verso Fontanella e il Monte Canto, chiamato sulle carte anche Monte Vergese e conosciuto in passato come «Monte dei frati». La mattinata comincerà proprio da Mapello, dove non sarà facile restare indifferenti di fronte allo splendido viale di tigli centenari, lungo ben cinquecento metri, che dal centro storico conduce al santuario. Anche il borgo medievale riserva numerose sorprese: case rurali, antiche caseforti e torri, alcune risalenti persino all’XI secolo, fanno di Mapello un luogo di notevole interesse storico, tra i meglio conservati e, al tempo stesso, meno studiati della regione.


Dopo una pausa caffè, una lunga ma agevole scalinata condurrà alla parrocchiale sopraelevata di San Michele Arcangelo, da cui si apre una bella visuale sui primi rilievi delle Orobie e sui colli di Bergamo. Raggiunto il vicino cimitero per una breve sosta, si proseguirà lungo un percorso facile sul versante settentrionale del Monte Canto, affacciato sulla Valle di San Martino, o Valle di Pontida. 


Si arriverà quindi alla Cappella degli Alpini, dedicata alla Madonna dei Cerri. Un breve tratto asfaltato porterà alla suggestiva Cà Bolis, con il suo carattere quasi toscano, e poi all’antico nucleo di Cebergnino. Da qui il cammino intitolato a padre David Maria Turoldo accompagnerà i partecipanti verso il punto più elevato dell’itinerario. La salita, comunque agevole, lascerà presto spazio a una lieve discesa fino a Montalbano. Sarà proprio qui che il paesaggio offrirà uno dei suoi scorci più suggestivi: l’abbazia di Sant’Egidio, circondata da colline terrazzate, apparirà in tutta la sua bellezza. La cuspide del campanile sarà il riferimento inconfondibile per raggiungere, in pochi minuti, Fontanella.

L’abbazia di Sant’Egidio e la memoria di padre Turoldo


Il pomeriggio sarà dedicato all’abbazia romanica di Sant’Egidio, fondata nel 1080 dal monaco benedettino Alberto da Prezzate, già fondatore dell’abbazia di Pontida nel 1079. Le sue architetture austere e suggestive saranno al centro della visita e dell’approfondimento storico, uno dei momenti più significativi della giornata. Fontanella è infatti profondamente legata alla figura di padre David Maria Turoldo (1916-1992), teologo, filosofo, scrittore, poeta e frate dei Servi di Maria, protagonista della Resistenza. Agli inizi degli anni Sessanta, Turoldo si innamorò di questi luoghi, del loro paesaggio, della natura, del silenzio e della dimensione spirituale che li caratterizza. Nel 1964 si stabilì a Fontanella, dando vita a un’esperienza religiosa e culturale di grande rilievo. A raccontare questa storia sarà padre Espedito d’Agostini, da oltre trent’anni priore del Priorato di Sant’Egidio. Il suo intervento permetterà di conoscere più da vicino la vita di Turoldo, il suo insediamento a Fontanella, le attività del Centro di studi ecumenici Giovanni XXIII, la comunità dei frati serviti e la Casa di Emmaus. 
La visita all’abbazia non sarà quindi soltanto un incontro con un importante monumento medievale, ma anche l’occasione per comprendere come un luogo possa diventare, nel tempo, un centro di spiritualità, riflessione e dialogo.


Dopo il pranzo al sacco, la visita e l’approfondimento, si riprenderà il cammino scendendo verso il cimitero di Fontanella, dove riposano padre Turoldo e il cardinale Loris Capovilla, segretario personale di papa Giovanni XXIII. Il percorso proseguirà poi nei rigogliosi boschi del versante meridionale del Monte Canto, perdendo gradualmente quota fino a raggiungere il nucleo medievale di Volpera. L’ultimo tratto attraverserà un paesaggio vario, fatto di boschi, vigneti e coltivi, lungo comode mulattiere, antichi tratturi e facili stradine di campagna, fino al ritorno al Santuario della Madonna di Prada.

Le informazioni per partecipare


L’escursione si svolgerà domenica 18 ottobre 2026, con ritrovo alle ore 10.00 a Mapello (BG), presso il parcheggio del Santuario della Madonna di Prada, in via dei Roncassi.
Il percorso ad anello è lungo circa 8,3 chilometri, con un dislivello complessivo di circa 270 metri in salita e altrettanti in discesa. Si tratta di un itinerario collinare facile, ma è comunque necessario indossare calzature da trekking con suole antiscivolo. È consigliato anche l’uso dei bastoncini da escursionismo.
Il pranzo sarà al sacco e il termine dell’escursione è previsto indicativamente per le 17.45.
La partecipazione è riservata ai soli tesserati Arci ed è obbligatoria la prenotazione, fino a un massimo di 30 partecipanti. È prevista una sottoscrizione di 5 euro. Gli organizzatori precisano inoltre di non assumersi responsabilità per eventuali incidenti o danni alle persone e alle cose.

Per iscrizioni: cultura@arcimacherio.it
Informazioni: Augusta, 335 632 8590; Gianni, 339 844 6553.


Con questa nuova proposta, Arci Macherio invita ancora una volta a camminare per conoscere: non soltanto per raggiungere una meta, ma per entrare in sintonia con i paesaggi, le vicende storiche e le persone che hanno lasciato un segno nei luoghi attraversati.

LE BRIANZE raccontate e camminate è un’iniziativa di Arci Macherio. 
Testo di presentazione dell’escursione a cura di Gianni Casiraghi, Augusta Brambilla e Simone Recalcati.