sabato 4 luglio 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 6. La bonifica e le sue criticità, le due vasche di contenimento


Nel 2026 ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.

*-*-*
Sesta puntata
La bonifica e le sue criticità,
le due vasche di contenimento


Prosegue il lavoro di Sinistra e Ambiente di Meda che ricostruisce gli anni drammatici del disastro diossina dell’ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffmann-La Roche.
Dopo la battaglia della popolazione che si è opposta al forno inceneritore, Regione Lombardia rivede la sua posizione e decide di far partire la bonifica, optando per uno stoccaggio in sicurezza e in loco del materiale contaminato.
La bonifica inizia ma con molte criticità, errori e anche approssimazioni.
Anche questa puntata è frutto del lavoro di ricerca di Sinistra e Ambiente–Impulsi di Meda basato su documenti e testi in suo possesso o ritrovati, con l’obiettivo di restituire una memoria e una storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.

I PRIMI ESPERIMENTI PER LA BONIFICA

1976: Tecnici Givaudan irrorano con sostanza oleosa manufatti e vegetazione per fissarvi le molecole di diossina lì presenti. Foto tratta dall'archivio de Il Giorno

Alla Givaudan, proprietaria e responsabile del disastro diossina, venne consentito in alcuni lotti della zona A, di svolgere attività sperimentali.
Scopo dell'attività sperimentale era quella di evitare la diffusione e il trasporto del tossico nel territorio fissando le molecole della diossina TCDD presenti sui vegetali e nel suolo con l'utilizzo di un'emulsione a base oleosa e lasciandole esposte alla luce solare diurna verificarne la loro fotodegradazione a mezzo della componente ultravioletta.
Alcune prove in laboratorio avevano dato esiti incoraggianti mostrando come gli ultravioletti riducessero le concentrazioni di diossina.
Sul campo la situazione risultò differente poichè l'emulsione oleosa non avrebbe mai potuto penetrare alle profondità necessarie nel suolo dove nel frattempo era scesa la TCDD.
Si tentò comunque di applicare l'emulsione di fissaggio sulle foglie ma ben presto anche queste furono dilavate dalle piogge e dai temporali e con l'acqua trasportò il tossico nel Seveso tant'è che la TCDD fu trovata nei fanchi del depuratore di Varedo e anche a Niguarda dove il Seveso straripò.

Un'altra ipotesi d'intervento venne avanzata dall'ENI che propose di passare sui suoli contaminati bruciandoli direttamente in loco e utilizzando allo scopo dei dispositivi mobili alimentati ad idrogeno montati su degli automezzi che avrebbero portato ad una combustione di 1200 gradi il terreno.
L'intervento considerava la diossina TCDD concentrata nei primi 10 cm di terreno. 
Il progetto venne fortunatamente abbandonato per le scarse garanzie di successo che offriva nel poter effettivamente distruggere la diossina TCDD e per il pericolo che la combustione secondaria innescata potesse trasformare il Triclorofenolo, anch'esso depositatosi sul terreno, in altra diossina TCDD.
Al termine di queste sommarie sperimentazioni, nel settembre del 1976 Regione Lombardia decise di orientarsi verso un metodo più radicale: la decorticazione del terreno inquinato.
Come raccontato nella puntata precedente, non era più percorribile per le proteste degli abitanti e i rilievi tecnici negativi la combustione dei materiali contaminati in un forno inceneritore da costruire a Seveso.

 


Ci si orientò così per uno stoccaggio in loco in impianti non accessibili e con elevati standard di sicurezza. 
In attesa di quella che sarà la progettazione e la realizzazione delle 2 vasche di contenimento di Meda e Seveso, nel frattempo, il materiale venne temporaneamente raccolto in una serie di SILOS di cui 11 posizionati a Desio, 11 a Cesano Maderno e 13 a Seveso.


Uno dei silos di raccolta e stoccaggio temporaneo

LA BONIFICA NELLA ZONA A

Nell'area a più alta contaminazione, la zona A, fu effettuata una verifica iniziale per comprendere la profondità di penetrazione della diossina caduta sul terreno confrontando tra di loro le analisi chimiche effettuate in periodi temporali differenti dal 1976 al 1980.
Si accertò che il 95% della diossina depositata dalla ricaduta della nube fuoriuscita dall'ICMESA era rimasta nei primi 25-30 cm di terreno.
Nel 1976 non esisteva un  valore di soglia oltre il quale un'area poteva definirsi contaminata con conseguente obbligo di bonifica e Regione Lombardia decise di fissare a 5 µg/m2 il valore di diossina nel suolo da raggiungere per l'avvenuta bonifica.
La zona A venne così suddivisa in fasce a secondo del livello di contaminazione, definendo la modalità d'intervento per ogni fascia.



Nella prima fascia erano comprese le superfici con inquinamento superiore a 200 µg/m2, ove vennero effettuati 3 interventi di asportazione del terreno o scarifiche successive, con profondità di circa 30 cm ciascuno fino ad arrivare a 90 cm. 
La seconda fascia comprendeva le superfici con inquinamento compreso tra 50 e 200 µg/m2 e lì si operò con 2 scarifiche.
Nella terza fascia erano comprese le superfici con inquinamento inferiore a 50 µg/m2 e venne attuata una sola scarifica.



Dopo una serie di interventi di defoliazione e taglio degli alberi, tutti gli edifici presenti nelle subaree da A1 a A5 furono abbattuti mentre per le subaree A6-A7-A8 dove si trovavano 90 edifici, si provvide alla bonifica degli stessi e delle pertinenze con lo scopo di far rientrare i cittadini sfollati. 
Le subzone A6, A7 e A8 furono sottoposte a parziale scarifica solo laddove la concentrazione di diossina era superiore ai 15 µg/m2.
Per queste due subzone c'era l'interesse a completare quanto prima gli interventi di bonifica poichè quì risiedeva circa il 67% della popolazione evacuata e vi era volontà e necessità di garantire il loro rientro.
L'estensione delle subzone A6, A7 era di circa 32 ettari con una distanza minima dall’ICMESA di 1200 metri e con un valore medio della TCDD nel suolo di circa 270 μg/m2.


Abbattimento di un edificio in zona A

Anche qui venne rimosso, anche se in volumi minori la superficie del suolo inquinato da TCDD per raggiungere concentrazioni comprese entro i limiti tollerabili.
Non si trattò dunque di una rimozione totale e completa proprio perchè si scelse il mantenimento degli edifici e delle pertinenze.
Gli interni e gli esterni degli edifici vennero controllati con analisi chimiche sul materiale di scrostatura dei muri e sullo strato superiore di terreno e dovevano rientrare nei limiti stabiliti da Regione Lombardia che erano fissati a 0,01 μg/m2 per i muri interni e 0,75 μg/m2 per i muri esterni.
Le analisi furono circa 700 su 87 edifici e giardini dentro le subzone da restituire all'abitabilità. 
Al termine delle operazioni di recupero delle abitazioni tutti i livelli di TCDD risultarono sotto i limiti tollerabili definiti da Regione Lombardia. 
Sulle aree agricole o negli allevamenti di animali durante e dopo la bonifica furono effettuati prelievi di strati superiori di terreno in 56 siti selezionati. 
In caso di risultati sotto la soglia stabilita da Regione Lombardia, le operazioni di pulizia si ritenevano terminate e le autorità sanitarie autorizzavano il reingresso della popolazione evacuata. 
Tuttavia la distribuzione disomogenea della TCDD nel terreno e sulle superfici interne ed esterne delle costruzioni (da <0,01 fino a qualche μg/m2) rese necessaria l’adozione di uno specifico approccio statistico che valutasse in maniera efficace la validità delle operazioni.
 
TUTTO BENE DUNQUE? NON PROPRIO SE CONSIDERIAMO LA METODOLOGIA DI BONIFICA DEGLI EDIFICI

Gli interventi furono affidati alla Givaudan con proprio personale di coordinamento e supervisione.
Per bonificare o meglio "pulire" le costruzioni vennero usati detersivi biodegradabili, scope, spugne, guanti di gomma, strofinacci, acqua e sapone.
A tali operazioni assistevano sempre più increduli, gli abitanti e i giornalisti.
In un esposto alla magistratura di un lavoratore della POLISH, azienda incaricata dalla Givaudan per gli interventi di bonifica e ripristino degli edifici, corredata da molte immagini fotografiche, di cui riportiamo ampi stralci, appare evidente l'inadeguatezza e il pressapochismo dei metodi utilizzati.
Quanto descritto era stato visto quotidianamente dalla cittadinanza e aveva suscitato enormi perplessità. 
Il lavoro di pulizia delle case contaminate si svolgeva in due turni di lavoro di quattro ore ciascuno: dalle 8 alle 12 e dalle 12 alle 16.
I lavoratori accedevano nella "stazione filtro", dove ricevevano gli indumenti da indossare nella zona contaminata. I dispositivi individuali a protezione dalla diossina consistevano di:
- un paio di stivali di gomma
- una tuta in carta plastificata con cappuccio
- un paio di guanti in gomma morbida di uso casalingo
- un paio di guanti in gomma dura da lavoro
- una maschera in gomma marca Pirelli
- un paio di occhiali in plastica 
Le acque di risulta dei lavaggi degli interni, anzichè essere versate in luoghi di raccolta dello scarico venivano rovesciate direttamente nelle tazze dei W.C. e nelle vasche da bagno delle stesse abitazioni da bonificare.



Quelle dei lavaggi esterni dove le pareti venivano spruzzate con acqua compressa attinta dai rubinetti stessi delle abitazioni da decontaminare venivano invece scaricate nei tombini e quindi nelle fognature. 
La diossina fu poi trovata nei fanghi del depuratore di Varedo sia a causa del trasporto del Certesa, affluente del Seveso sia per gli sversamenti di acque di lavaggio contaminate in fogna.
In seguito, si cambiò metodo. 
L'acqua sporca usata per il lavaggio, veniva raccolta in bidoni di plastica e versata all'esterno in una vasca di cemento con pompa e galleggiante. Quando l'acqua raggiungeva un certo livello, la pompa entrava automaticarnente in funzione e la sospingeva in un tubo il cui percorso terminava in un campo, nei pressi della stazione filtro, dove, per il tramite di una girandola per irrigazioni, veniva spruzzata sul campo medesimo. 
E' opportuno precisare che nel medesimo collettore confluivano gli scarichi delle docce e dei lavandini della stazione filtro, dove gli addetti si lavavano al rientro dal lavoro nella zona contaminata.



Gli aspirapolvere impiegati nella bonifica erano di due tipi: uno piccolo per gli appartamenti e uno grande per solai, cantine e box. 
Il modello piccolo raccoglieva la polvere in un sacchetto di carta che, spesso, durante la sostituzione si rompeva con fuoriuscita di polvere ed evidentemente di diossina. 
Per svuotare il modello più grande, occorreva infilare un sacco di plastica alla sua estremità e capovolgerlo affinchè il contenuto cadesse nel sacco.
Questa operazione comportava normalmente lo sprigionarsi di nubi di polvere che investivano gli addetti ai lavori. 
Mentre il controllo sulla bonifica degli stivali degli addetti era rigoroso, nulla si faceva per i guanti, anch'essi prevedibilmente inquinatit per il contatto con le suppellettili contaminate.
L'ordine era infatti di infilarli negli stivali.
Solo in un secordo tempo vennero installati nei locali di bonifica degli stivali alcuni lavandini che però rimasero inutilizzabili perchè non provvisti d'acqua.
Per i guanti in lana, forniti in un secondo tempo agli operai, per ovviare al freddo dell'inverno, si dispose additittura che gli stessi li portassero a casa per evitare possibili sottrazioni.

I tecnici della Givaudan stabilivano la distruzione di quelle suppellettili che potevano aver assorbito la diossina.
Nessuno controllava che la decisione venisse eseguita e in alcuni è casi è capitato che diverse suppellettilli destinate alla distruzione, siano rimaste nelle case bonificate.



Ai proprietari delle abitazioni da bonificare della zona A che assistevano alle operazioni di pulizia o, come è avvenuto in alcuni casi, vi partecipavano, veniva fornita.la tuta che era normalmente indossata sopra gli abiti civili, lasciandoli così esposti al pericolo di contaminazione da diossina.
La riconsegna dell'equipaggiamento, protettivo, avveniva poi nello stanzone della stazione filtro, dove si spogliavano gli operai per fare la doccia, esponendo pertanto questi ultimi al pericolo di contaminazione.
Anche rispetto all'uso degli autocarri per il trasporto del terreno decorticato venne osservato e fatto notare che per diverso tempo essi viaggiavano senza limite di velocità ed a pieno carico, sia entro la zona A che al suo contorno. 
Questo determinava la perdita di terreno inquinato anche in zone non delimitate dai reticolati e quindi con libero accesso della popolazione e la formazione di polvere inquinata, trasportata dal vento anche in zone estranee alla mappa di inquinamento. 
Solo successivamente venne disposto di istituire un limite di velocità per questi automezzi.

NELLA ZONA B UNA BONIFICA SOFT

La Bonifica nella zona B iniziò nel 1977 ma fu decisamente differente rispetto alla tipologia degli interventi attuati nella zona A.
Solo poche aree, quelle con livello di diossina superiore ai 15 µg/m2, furono scarificate con asporto dello strato superficiale del terreno mentre alcuni edifici sottoposti a bonifica, lavaggio e recupero. 
Sui suoli di pertinenza alle abitazioni venne posizionata terra pulita e nelle zone di interesse agricolo, si intervenne sostanzialmente con un'aratura che riportò in superficie e a contatto con la luce solare la Diossina TCDD, rimettendola però anche in circolo a causa del pulviscolo sollevato. 
Questa azione ridusse, nei primi 7 cm di terreno, la concentrazione di TCDD. 
L'aratura venne affettuata per tutto il 1977 e anche per alcuni anni successivi. 
La diluizione si accompagnò con il lento processo di degradazione della molecola di TCDD per via fotochimica quando le molecole presenti nello strato intermedio venivano riportate in superficie.
L’aratura venne applicata anche al recupero delle superfici ad uso agricolo.
 
SVUOTAMENTO DEL REATTORE E RIMOZIONE DELLE SOSTANZE TOSSICHE ALL'ICMESA

Il problema dello svuotamento del reattore e dello smaltimento delle scorie tossiche presenti in esso e nello stabilimento ICMESA si presentò di difficile soluzione. 
Nell'interno del Reattore dell'ICMESA era rimasta una miscela di sostanzr tossiche pari a circa 2/3 della sua carica originaria, comprensiva di un'alta concentrazione di diossina TCDD.
Sulla metodologia da seguire si intrecciò un dibattito sia a livello scientifico sia giuridico.
Il dibattito ritardò l'intervento sia per l'accesso all'impianto, sottoposto a sequestro giudiziario sia per l'avvio della progettazione per lo smantellamento.
Tra i vari progetti presentati la Commissione Tecnico Scientifica Governativa scelse quello dell'Ente Nazionale Energia Atomica (ENEA). 
 

Il Reattore venne svuotato nel luglio del 1981 attraverso un'operazione ad alto rischio, condotta in condizioni di isolamento totale e massima sicurezza del reparto B.
Il reparto fu mantenuto in costante depressione atmosferica per impedire a qualunque particella di gas o polvere di diossina di sfuggire verso l'esterno qualora si fossero verificate perdite durante i lavori.
Gli operatori indossavano invece tute speciali ermetiche in pressione e scafandri ventilati dotati di respiratori autonomi a circuito chiuso.



Il personale addetto era stato precedentemente formato ed era suddiviso in 6 squadre di due uomini ciascuna.
Ogni squadra era costituita da un operatore chimico con esperienza di produzione e un operatore meccanico con esperienza d'officina.
Il turno era di 2 ore con presenza di altri 2 operatori presenti nella stazione filtro per il pronto intervento in caso di anomalie.
Il compressore e i flltri erano presidiati da altri 2 operatori e v'era la presenza di un/una infermiere/a professionale per gestire eventuali malori e rilevare i parametri sanitari degli addetti in contatto con il Servizio Medicina del Lavoro dell'ospedale di Desio. 
Due tecnici in loco coordinavano poi tutte le operazioni
Gli interventi più difficoltosi furono quelli di frantumazione del contenuto del reattore ormai cristallizzato e quelli di raccolta e sollevamento del materiale.
Per accellerare i lavori si decise di aprire la calotta superiore del reattore, in acciaio inossidabile e di 12 mm di spessore, procedendo poi al completo svuotamento e allo stoccaggio del materiale in appositi fusti in acciaio con prelievo e analisi chimica del contenuto di ogni fusto.
Il Reattore A101, una volta svuotato venne smontato e annegato in un sargofago di cemento tombato nella vasca di Seveso.


Il Reattore A101 del Reparto B dell'ICMESA svuotato, smontato e pronto per essere immerso in un sarcofago di cemento

Poco tempo dopo, tra il 1982 e il 1984, incominciò la demolizione della fabbrica le cui macerie furono confinate nelle vasche.
L'abbattimento dei capannoni, dei reparti e degli edifici dell'ICMESA

Dell'insediamento medese rimase solo il muro perimetrale su cui, nel 2007, è stato posto un Pannello di ricostruzione storica.
Diverso e travagliato destino ebbero le sostanze chimiche rimosse e sigillate in 41 fusti, che diedero origine al "mistero dei 41 fusti" di cui ci occuperemo prossimamente.

LE VASCHE DI CONTENIMENTO DI MEDA E SEVESO

L´ipotesi di conservare sul posto i residui della bonifica portò a individuare due aree di stoccaggio definitivo: la prima nel Comune di Meda, immediatamente a Nord della via Vignazzola, tra il torrente Certosa e lo svincolo della superstrada e la seconda, più grande, nel Comune di Seveso a nord del cimitero.


Si effettuarono verifiche sull´idoneità dei siti attraverso indagini geologiche e geotecniche, idrologiche e idrogeologiche.
Dopo questi studi preliminari, vennero predisposti i progetti esecutivi e le vasche furono realizzate tra il 1982 e il 1984.
Per la messa in sicurezza del materiale contaminato, venne adottato un sistema di quattro barriere successive tra l´inquinante e l´ambiente esterno, simile a quello messo a punto per lo stoccaggio di materiali radioattivi.
La prima barriera era di tipo naturale, e a base di argilla con cui la diossina si legava con un forte legame chimico-fisico. 
La seconda barriera consisteva nel collocare in periferia i terreni a più basso tenore di diossina, in grado quindi di assorbire ulteriori quantità di contaminante provenienti dal nucleo centrale, grazie al suddetto legame chimico-fisico.
La terza e quarta barriera erano costituite dalle vere e proprie strutture fisiche per il confinamento di base, che isola le vasche dal terreno circostante.
Tutta la massa dei rifiuti venne avvolta da un foglio, saldato, di polietilene ad alta densità, con lo spessore di 2,5 mm (terza barriera) con a seguire uno strato intermedio di materiale drenante.
Infine l´ultima barriera è costituita da un conglomerato di inerti compattato avente spessore complessivo di circa 20 cm.
La copertura isolante in polietilene saldato

Per il confinamento superiore, che isola le vasche rispetto agli agenti atmosferici, a riempimento ultimato fu stesa una seconda membrana di polietilene, sulla quale fu riportato uno strato di terra mista di cava e su questo una caldana rigida di calcestruzzo, a protezione dell´intera struttura da danneggiamenti e manomissioni. 

La copertura fu completata con 70 cm di terra di coltura.
Le vasche furono realizzate con pendenze convergenti verso un unico pozzo di drenaggio, costituito da un tubo in calcestruzzo forato, riempito con materiale granulare. 
La cameretta d'ispezione è accessibile dall´argine esterno tramite un cunicolo e in sua prossimità convergono con reti separate sia i percolati provenienti dall´interno della vasca sia le acque eventualmente raccolte dal drenaggio tra i due manti impermeabilizzanti. 
I liquidi drenati inizialmente sarebbero stati accumulati provvisoriamente nel pozzetto di raccolta alla base di ciascuna vasca e successivamente inviati, mediante una pompa e un tubo di mandata, ad un bacino di accumulo a cielo aperto, con la capacità di 500 m3 , in prossimità della vasca di Seveso. 
In adiacenza al bacino di accumulo, venne realizzato un impianto di trattamento.
Il percolato, in presenza di diossina, sarebbe stato ripompato subito nella vasca di Seveso e in caso contrario, dopo il trattamento, immesso nel vicino torrente Certosa.
Questo sistema fu presto abbandonato e si opto per la rimozione fisica periodica del percolato tramite aspirazione e successivo invio agli impianti di trattamento previo classificazione dello stesso a mezzo di analisi chimiche.
Negli anni, sono stati anche adottati complessi sistemi di monitoraggio degli assestamenti degli argini di entrambe le vasche e dell´integrità della geomembrana di polietilene. 
Una speciale rete di controllo topografico consente di verificare eventuali cedimenti differenziali della fondazioni delle vasche.
La rete di controllo geolettrico, istallata nel 1986 sulla sola vasca di Seveso, fu una delle prime applicazioni in Italia di una tecnologia d´avanguardia per la verifica della tenuta delle membrane di polietilene, attraverso la misura delle caratteristiche di isolamento elettrico del materiale circostante.
Successivamente fu realizzata una rete di controllo idraulico, costituita da una serie piezometri e programmato il controllo analitico periodico delle caratteristiche chimiche dei percolati.
Il controllo chimico sul percolato e il suo invio agli impianti era fino al 2021 gestito dal Comune di Seveso e ciò consentiva anche un monitoraggio con accesso agli atti da parte dei gruppi consiliari e degli ambientalisti.
Una scelta incondivisibile dell'allora sindaco Allievi ha passato l'intera gestione delle vasche a Regione Lombardia.
La vasca di Meda ha una capacità totale di 80.000 m3 mentre quella di Seveso di 200.000 m3 .
I depositi nelle vasche sono composti da terreno scarificato, materiale di scasso delle strade, macerie di edifici civili, materiale di demolizione e reattore dell'Icmesa, fanghi, legname, vegetazione e detriti vari.

Caldo record in Brianza: il Parco GruBrìa rilancia l'allarme. Difendere il verde significa difendere la salute

Rilevazione alle ore 16:00 del 29/06/2026 - (fonte MeteoRed Italia)

Le temperature eccezionali che stanno investendo la Brianza non rappresentano più un'anomalia, ma l'anticipazione di un futuro già iniziato. Giornate con picchi vicini ai 40 gradi, notti tropicali sempre più frequenti, lunghi periodi di siccità alternati a nubifragi violenti: il cambiamento climatico sta modificando profondamente il territorio brianzolo e impone un ripensamento delle politiche urbanistiche e ambientali.

È il messaggio che il Parco GruBrìa lancia con forza attraverso un articolato comunicato dedicato alle recenti ondate di calore. Un appello che Brianza Centrale condivide pienamente, perché mette al centro una questione spesso sottovalutata: la tutela del verde non è un tema paesaggistico né un lusso per ambientalisti, ma una vera politica di salute pubblica e di adattamento climatico.

Il Parco ricorda come boschi, prati, alberature e suoli permeabili costituiscano una vera e propria infrastruttura naturale capace di mitigare gli effetti delle ondate di calore. Nelle aree ricoperte da asfalto e cemento, infatti, le temperature superficiali possono raggiungere i 50 °C, mentre nei prati e nei boschi il terreno mantiene valori vicini alla temperatura dell'aria. Una differenza di oltre venti gradi che incide direttamente sul benessere delle persone.

Ma gli ecosistemi fanno molto di più: raffrescano l'aria attraverso l'evapotraspirazione, assorbono anidride carbonica, migliorano la qualità dell'aria, favoriscono l'infiltrazione delle acque piovane e contribuiscono alla conservazione della biodiversità. Sono servizi ecosistemici indispensabili proprio mentre il clima rende sempre più frequenti sia le ondate di calore sia gli eventi meteorologici estremi.

Il comunicato richiama anche i dati più recenti dell'Osservatorio meteo-climatico di BrianzAcque, che confermano una tendenza ormai evidente.

Dopo un aprile più caldo di circa due gradi rispetto alla media climatica e caratterizzato da precipitazioni dimezzate, il mese di maggio ha registrato temperature eccezionali, culminate con i 34 °C misurati a Seregno il 27 maggio e una notte tropicale record con una minima di 22,9 °C. Il calore accumulato si è poi trasformato, nei primi giorni di giugno, in violenti temporali con oltre 100 millimetri di pioggia caduti in poche ore in alcune zone, mentre per tutto giugno le centraline di ARPA Lombardia hanno registrato temperature ben superiori alle medie stagionali, con punte prossime ai 40 °C.

Una situazione aggravata da un altro dato strutturale: la Brianza è una delle aree più urbanizzate d'Italia. Nei comuni del Parco GruBrìa oltre la metà del suolo risulta ormai consumata, riducendo drasticamente la capacità del terreno di assorbire l'acqua e aumentando sia il rischio di allagamenti sia l'effetto "isola di calore" nelle aree urbane.

Per il Parco la risposta non può limitarsi alla conservazione di ciò che rimane. Occorre una vera rigenerazione ecologica del territorio: più forestazione urbana, nuovi boschi, incremento delle alberature, recupero dei prati, rafforzamento dei corridoi ecologici e una diffusa deimpermeabilizzazione delle superfici artificiali.

Una strategia perfettamente coerente con gli indirizzi europei e con gli obiettivi della Strategia di Transizione Climatica aGREENment, che individua proprio nelle infrastrutture verdi uno degli strumenti principali per adattare i territori ai cambiamenti climatici.

Particolarmente significativo è il richiamo del presidente del Parco GruBrìa, Arturo Lanzani, che sintetizza con chiarezza la posta in gioco.

"La crisi climatica ci impone un cambio di paradigma. Le immagini delle temperature registrate in questi giorni dimostrano con evidenza quanto il sistema dei parchi e delle aree verdi rappresenti una vera infrastruttura climatica per l'intera Brianza."

Lanzani invita ad abbandonare una visione del verde come semplice elemento decorativo.

"Il verde non è un elemento accessorio del territorio, ma una componente essenziale della salute pubblica. Salvaguardare e ampliare il capitale naturale significa costruire comunità più sicure, più resilienti e più vivibili."

E individua con precisione le priorità per il futuro.

"Oggi non basta più difendere il verde esistente: occorre ridurre il consumo di suolo, aumentare la forestazione urbana e restituire permeabilità alle nostre città, affinché siano in grado di affrontare sia le ondate di calore sia gli eventi meteorologici estremi che il cambiamento climatico rende sempre più frequenti."

Le parole del presidente del Parco GruBrìa dovrebbero entrare stabilmente nel dibattito pubblico brianzolo. Per troppo tempo il verde è stato considerato un ostacolo allo sviluppo o una risorsa sacrificabile di fronte a nuove urbanizzazioni e infrastrutture. Oggi la crisi climatica dimostra esattamente il contrario.

Ogni bosco preservato, ogni prato salvato dal cemento, ogni nuovo albero piantato rappresentano un investimento sulla salute collettiva, sulla sicurezza delle città e sulla qualità della vita. In un territorio tra i più densamente urbanizzati d'Europa, il sistema dei parchi non è un lusso, ma un'infrastruttura strategica capace di offrire servizi che nessuna opera artificiale può sostituire con la stessa efficacia.

Seveso, cinquant'anni dopo: una serata per riflettere su salute, lavoro e memoria


A cinquant'anni dal disastro dell'ICMESA, Seveso continua a interrogarsi sul significato di quella tragedia e sulle sue conseguenze, non solo ambientali ma anche sociali e sanitarie. Nel quadro delle iniziative promosse per il cinquantesimo anniversario dell'incidente del 10 luglio 1976, Seveso Memoria di parte e i gruppi No Pedemontana organizzano un incontro pubblico dal titolo "Il disastro dell'Icmesa e la difesa della salute ieri e oggi", in programma mercoledì 8 luglio 2026 alle ore 21 in Piazza Cardinal Confalonieri a Seveso.

L'iniziativa intende riportare al centro una prospettiva spesso trascurata nel racconto del disastro: quella delle lavoratrici e dei lavoratori dell'ICMESA, protagonisti delle battaglie per la sicurezza nei luoghi di lavoro e contro la nocività industriale. A portare questa testimonianza saranno Amedeo Argiuolo e Gabriele Romanò, ex operai dello stabilimento, che racconteranno dall'interno la realtà della fabbrica prima e dopo il 10 luglio 1976, ricordando il ruolo del movimento operaio nella conquista di maggiori tutele per la salute.

Accanto alle testimonianze dirette, la serata offrirà uno sguardo più ampio sull'evoluzione della sanità pubblica italiana grazie all'intervento, in collegamento da Roma, della storica Chiara Giorgi, docente di Storia contemporanea all'Università La Sapienza e autrice del volume La salute per tutti. Storia della sanità dal dopoguerra ad oggi (Laterza, 2024).

Il libro di Giorgi ripercorre il lungo cammino che ha portato alla costruzione del diritto universale alla salute in Italia, mostrando come le conquiste del Servizio sanitario nazionale siano state il risultato di mobilitazioni sociali, battaglie sindacali e scelte politiche che hanno posto al centro l'uguaglianza nell'accesso alle cure. In questo percorso, vicende come quella dell'ICMESA rappresentano uno spartiacque fondamentale: il disastro di Seveso contribuì infatti a rendere evidente il legame inscindibile tra salute, ambiente e condizioni di lavoro, alimentando una crescente domanda di prevenzione, controllo pubblico e tutela delle comunità esposte ai rischi industriali.

L'incontro si propone quindi non solo come momento di commemorazione, ma come occasione di confronto sul presente. Le domande che animano la serata restano infatti di grande attualità: quale era la realtà dell'ICMESA dal punto di vista dei lavoratori? Come si è sviluppato il dibattito sulla salute e sulla normativa sanitaria in Italia? E quali insegnamenti lascia oggi il disastro di Seveso di fronte alle sfide ambientali e sanitarie contemporanee?

Nel cinquantesimo anniversario dell'incidente, guardare alla memoria significa interrogarsi sulle responsabilità del passato e sulle scelte del presente. La vicenda dell'ICMESA continua infatti a ricordare come la tutela della salute non possa essere separata dalla difesa dell'ambiente, dalla sicurezza sul lavoro e dalla partecipazione dei cittadini alle decisioni che riguardano il territorio.

PTCP della Provincia di Varese: WWF Insubria chiede più tutela per suolo, corridoi ecologici e rigenerazione urbana


Il WWF Insubria interviene nel dibattito sulla pianificazione territoriale della Provincia di Varese, inviando in questi giorni una serie di osservazioni sul Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP), attualmente in fase di revisione.

Un documento articolato, composto da sette punti principali, che punta a rafforzare la tutela del paesaggio, della biodiversità e della salute pubblica. Al centro, una richiesta netta: ridurre drasticamente il consumo di suolo e invertire la rotta rispetto alla frammentazione del territorio.

Le osservazioni dell’associazione si concentrano in particolare sugli ambiti di Malpensa, del Sempione e del Saronnese, dove il piano provinciale segnala ormai una “residua presenza di aree libere”. Per il WWF Insubria non è più sufficiente contenere l’espansione urbanistica: serve un cambio di paradigma. Come sottolinea il vicepresidente dell’associazione, Matteo Colaone, “in queste aree non si tratta più di contenere il consumo di suolo, ma di arrivare progressivamente ad azzerarlo”. L’indicazione è chiara: evitare nuove edificazioni su aree vergini e puntare invece sul recupero del patrimonio edilizio esistente. “Ogni nuova trasformazione irreversibile del suolo rappresenta una perdita che il territorio non può più permettersi”, aggiunge Colaone.

Tra le richieste rivolte alla Provincia c’è anche quella di costruire un quadro conoscitivo aggiornato, Comune per Comune, su case sfitte, aree dismesse e potenzialità di rigenerazione. L’obiettivo è orientare le politiche urbanistiche verso il riuso dell’esistente e ridurre la pressione sul territorio. In questo senso, il WWF Insubria sollecita anche interventi di depavimentazione e strategie contro le isole di calore urbane, in linea con i modelli più avanzati di “città spugna”. “Rigenerare significa anche restituire spazio alla natura dentro i contesti urbani”, osserva ancora Colaone, “non solo costruire in modo diverso, ma anche disfare ciò che non è più necessario”.

Uno dei punti più delicati riguarda la tutela dei corridoi ecologici, già individuati e confermati dal PTCP. Secondo il WWF Insubria, queste aree non devono essere compromesse da nuove urbanizzazioni, soprattutto in un territorio già fortemente frammentato. Il tema si intreccia con una vicenda concreta: la localizzazione del nuovo canile di Varese in località “i Duni”, ricadente in un corridoio ecologico che collega due PLIS (Parchi Locali di Interesse Sovracomunale). Il WWF Insubria, insieme ad altri soggetti, ha presentato ricorso contro il progetto. “Comprendiamo la necessità di risolvere le criticità del canile attuale”, afferma Colaone, “ma non possiamo accettare soluzioni che interrompano un corridoio ecologico strategico per la fauna e per la connessione tra aree protette”. L’associazione ribadisce inoltre una proposta alternativa: individuare aree dismesse o già urbanizzate, servite da infrastrutture, in grado di ospitare la struttura senza impatti su habitat di pregio.

Tra gli elementi accolti positivamente c’è la ricostituzione della Commissione Provinciale per l’Ambiente Naturale, tornata operativa dopo diversi anni di inattività. L’organismo riunisce dieci esperti e ha tra i propri compiti quello di esprimere pareri su riserve naturali, studi paesaggistici e possibili nuove aree protette. Tra i nominati figura proprio Matteo Colaone, designato dalle associazioni ambientaliste. “È uno spazio importante di confronto tecnico e scientifico che può incidere concretamente sulle scelte territoriali”, commenta Colaone, “a patto che venga messo realmente in condizione di lavorare sulle priorità ambientali del territorio”.

Nel complesso, WWF Insubria chiede un salto di qualità nella pianificazione provinciale: più coordinamento tra livelli istituzionali, meno consumo di suolo, maggiore attenzione alle connessioni ecologiche e una visione integrata del territorio. “Il PTCP è uno strumento decisivo”, conclude Colaone, “e deve essere all’altezza delle sfide ambientali che non sono più rimandabili”.

venerdì 3 luglio 2026

Seregno, un'ora di silenzio per dire "Fermatevi": il presidio per Gaza rilancia l'appello alla partecipazione


Una quarantina di persone si sono ritrovate nella serata di giovedì 2 luglio in piazza Concordia, a Seregno, per il consueto presidio silenzioso organizzato dal coordinamento che, da mesi, alterna gli appuntamenti del giovedì tra Seregno e Desio. Un'ora di presenza civile per richiamare l'attenzione sul conflitto in Medio Oriente e sulle conseguenze che, secondo i partecipanti, continuano a colpire soprattutto la popolazione civile.

L'iniziativa di questa settimana ha assunto un significato particolare. Gli organizzatori hanno voluto dedicarla al simbolico traguardo dei "1000 giorni", scegliendo come parola d'ordine "1000 giorni di genocidio – Fermatevi". Accanto al tradizionale silenzio, sono comparsi striscioni e cartelli per rendere ancora più visibile il messaggio rivolto ai cittadini.


Per i partecipanti, quei mille giorni rappresentano "mille giorni di vittime civili, di bombardamenti, di bambini uccisi o mutilati, di operatori sanitari, giornalisti e soccorritori che hanno perso la vita, di case distrutte e di popolazioni costrette a fuggire". Un elenco che, spiegano, vuole mantenere alta l'attenzione su una crisi che rischia di essere percepita come una drammatica normalità.

"Il nostro obiettivo resta sempre lo stesso: sensibilizzare la cittadinanza sulla tragedia che si sta consumando e chiedere un impegno concreto della comunità internazionale", ha raccontato uno dei presenti. "Anche il nostro silenzio vuole essere un dialogo con chi passa in piazza."


Secondo gli organizzatori, nonostante il continuo susseguirsi di annunci su possibili accordi di pace, il numero delle vittime continua ad aumentare. Per questo ritengono importante continuare a presidiare le piazze della Brianza con iniziative semplici ma costanti.

Durante il presidio è stato ricordato anche il recente intervento del cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, che dopo la visita a Gaza del 22 e 23 giugno ha descritto le drammatiche condizioni di vita della popolazione. Tra le testimonianze citate dai partecipanti ha colpito in particolare una frase: "Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Soprattutto i bambini."


Gli organizzatori si sono detti soddisfatti della partecipazione registrata a Seregno, ma ritengono che sia necessario coinvolgere un numero sempre maggiore di cittadini. "Un'ora del proprio tempo può sembrare poco, ma è un segnale importante", ha spiegato una partecipante. "Vogliamo dimostrare che Seregno, Desio e tutta la Brianza non sono indifferenti davanti alla sofferenza delle popolazioni civili."


Il calendario delle iniziative proseguirà anche nelle prossime settimane con il tradizionale appuntamento del giovedì, dalle 18 alle 19: 

  • Giovedì 9 luglio – Piazza Conciliazione, Desio.
  • Giovedì 16 luglio – Piazza Concordia, Seregno.

L'invito è aperto a tutti: cittadini, associazioni e realtà del territorio che desiderino testimoniare, anche solo per un'ora, la propria vicinanza alle vittime del conflitto e sostenere una richiesta di pace. In un momento in cui il rischio dell'assuefazione alle immagini di guerra è sempre più forte, iniziative come queste rappresentano un'occasione per mantenere vivo il dibattito pubblico e ricordare che l'indifferenza non può essere l'ultima parola.

martedì 30 giugno 2026

Circolo Ambiente: "I lavori per la vasca del Gandaloglio cancellano l'area umida!"


di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi


Proseguono, purtroppo senza sosta, i lavori per la realizzazione della nuova pista di accesso alla vasca di laminazione del Gandaloglio, che ha cancellato un'area umida al confine tra Oggiono e Sirone. Prosegue quindi anche la nostra denuncia pubblica - come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" - per i lavori commissionati dal Parco Valle Lambro che, anziché aiutare la naturalità dei luoghi, hanno comportato la distruzione di un habitat ecologico per la fauna e soprattutto per molte specie di uccelli, tra cui aironi.
 
Le ruspe stanno continuando anche in queste settimane a riportare terreno, con cui è stata riempita l'area umida in località Rettola a Oggiono al confine con Sirone. 


Lavori - quelli per la realizzazione della vasca di laminazione - che la nostra associazione ha definito da subito inutili e dannosi. Inutili poiché la vasca di laminazione non aiuterà a risolvere i problemi derivanti dalle esondazioni naturali del torrente Gandaloglio. Lavori dannosi poiché comportano la compromissione ambientale di alcuni ambiti di naturalità, come appunto le zone umide. E, ancor più paradossale, è che questi lavori siano stati previsti e commissionati dal Parco Valle Lambro su un territorio che, seppur non compreso dentro i confini del parco, conserva comunque importanti elementi di naturalità degli habitat, in particolare per anfibi e uccelli.
 
Come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" abbiamo più è più volte denunciato l'inutilità di questi lavori per la costruzione della vasca di laminazione sul Gandaloglio. Lavori i cui costi arriveranno a quasi 10 milioni di euro di fondi pubblici, senza la sicurezza che la vasca possa funzionare correttamente in caso di forti piogge. Ma con la certezza della compromissione della naturalità del torrente e delle aree umide!

lunedì 29 giugno 2026

A Seregno un presidio speciale per i 1000 giorni di genocidio a Gaza: appuntamento il 2 luglio in Piazza Concordia


In occasione dei mille giorni dall'inizio della guerra a Gaza e in Palestina, giovedì 2 luglio Seregno ospiterà un presidio speciale in Piazza Concordia, dalle 18 alle 19. L'iniziativa si inserisce nel calendario delle mobilitazioni promosse in tutta Italia in vista del 3 luglio, giornata simbolica che segna il millesimo giorno del conflitto e che vedrà svolgersi manifestazioni e digiuni con lo slogan "Fermatevi!".


Anche a livello locale, comitati, associazioni e movimenti aderenti alle reti di solidarietà con il popolo palestinese hanno scelto di dare vita a un momento di sensibilizzazione aperto alla cittadinanza. Il tradizionale presidio del giovedì assumerà, per questa occasione, una forma particolare, ispirandosi alla manifestazione nazionale in programma in Piazza Duomo a Milano e alle iniziative organizzate in oltre 150 piazze italiane.


Durante il presidio saranno esposti striscioni e messaggi per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sulla situazione a Gaza e in Palestina, in un'iniziativa che si svolgerà in forma rigorosamente pacifica e silenziosa.

Gli organizzatori sottolineano che il presidio sarà caratterizzato dal rispetto del silenzio e della non violenza. Chiunque desideri partecipare potrà farlo a titolo personale, condividendo lo stesso spirito dell'iniziativa.


L'appuntamento è quindi per giovedì 2 luglio, dalle ore 18 alle 19, in Piazza Concordia a Seregno, per un momento di riflessione e testimonianza collettiva rivolto a tutti coloro che desiderano esprimere la propria vicinanza alle vittime del conflitto e ribadire la richiesta di un immediato cessate il fuoco.