giovedì 9 luglio 2026
La migliore risposta alle provocazioni? Continuare a riempire le piazze per la pace
Nei giorni scorsi un episodio avvenuto durante il presidio per la Palestina di giovedì a Seregno ha suscitato sconcerto. Mentre i manifestanti erano riuniti in piazza Concordia per ricordare i mille giorni di guerra e di distruzione a Gaza, un uomo, passando in bicicletta con la propria famiglia, ha invitato il figlio a fare il saluto romano e a gridare "Viva il Duce". Una delle partecipanti ha scelto di denunciare l'accaduto ai carabinieri, ritenendo che un gesto di questo tipo non potesse essere considerato una semplice bravata o una provocazione da ignorare.
Esprimiamo la nostra piena solidarietà alle persone che hanno assistito a quella scena e, in particolare, a Simona, che ha scelto di non voltarsi dall'altra parte e di denunciare quanto accaduto. Denunciare non significa alimentare polemiche, ma affermare un principio fondamentale: la nostra democrazia si fonda sul rifiuto del fascismo e sull'antifascismo, valori sanciti dalla Costituzione.
Sappiamo che, dopo la pubblicazione della notizia, sui social sono comparsi numerosi insulti e provocazioni rivolti ai manifestanti. È comprensibile che tra chi organizza e partecipa ai presìdi si sia aperta una riflessione: rispondere o ignorare? Replicare o non cadere nella trappola di chi cerca soltanto visibilità e scontro?
La risposta più efficace, probabilmente, non si trova nei commenti di Facebook. Si trova nelle piazze.
Chi provoca punta a spostare l'attenzione. Vorrebbe trasformare una mobilitazione nata per chiedere pace, giustizia e diritti per il popolo palestinese in una sterile disputa fatta di insulti e provocazioni. Sarebbe un errore concedergli questo risultato.
La risposta migliore è continuare a esserci. Con la stessa dignità, lo stesso silenzio quando serve, la stessa determinazione che caratterizza questi presìdi settimanali. Ogni persona in più presente in piazza è una risposta concreta all'odio, all'indifferenza e ai tentativi di intimidazione.
Per questo rilanciamo l'appuntamento di questa sera, giovedì 9 luglio, dalle 18 alle 19 in piazza Conciliazione a Desio.
Partecipare significa affermare che lo spazio pubblico appartiene a chi esercita i propri diritti in modo pacifico, non a chi cerca di intimidire o provocare. Significa dimostrare che la solidarietà è più forte dell'odio e che la memoria democratica non è un esercizio retorico, ma un impegno quotidiano.
La risposta alle provocazioni non è il silenzio, ma una piazza ancora più partecipata.
Seveso, cinquant’anni dopo: la memoria merita rispetto
Nei giorni scorsi sui social è tornata al centro del dibattito la lettera inviata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella da alcune associazioni e gruppi ambientalisti di Seveso e Meda in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro dell’ICMESA.
La lettera richiama il valore della memoria del disastro del 1976, il ruolo del Bosco delle Querce come luogo simbolico di rinascita e le preoccupazioni legate agli interventi previsti per la realizzazione dell’Autostrada Pedemontana Lombarda.
Al di là delle posizioni diverse sull’opera e sulle sue conseguenze ambientali, ciò che merita una riflessione è il modo in cui, nel confronto pubblico, vengono utilizzate alcune parole. Espressioni come “ingenerare inutile allarmismo e disinformazione”, “fanno venire l’orticaria”, “diffondere informazioni ecoterroristiche e ignoranti” o “usurpatori dell’ambientalismo” pongono una questione che va oltre la singola polemica: quella della responsabilità del linguaggio, soprattutto quando proviene da persone che ricoprono o hanno ricoperto ruoli pubblici e di rappresentanza.
Si può essere in disaccordo. Si possono contestare dati, valutazioni, strategie e prospettive. È parte naturale e necessaria della democrazia. Ma quando il confronto riguarda un territorio segnato da una tragedia come quella dell’ICMESA, che cinquant’anni fa ha lasciato ferite profonde nella comunità di Seveso e Meda, e oggi coinvolge una trasformazione infrastrutturale rilevante come quella legata alla Pedemontana, il livello della discussione dovrebbe essere necessariamente più alto.
Che reazioni critiche arrivino dai vertici di un soggetto coinvolto direttamente nella realizzazione dell’opera può essere comprensibile: esistono interessi, responsabilità e visioni differenti. Ma da altri interlocutori, soprattutto da chi ha avuto incarichi di rilievo nel mondo ambientalista, ci si aspetterebbe maggiore attenzione, equilibrio e rispetto verso chi, da anni, si occupa di memoria, tutela del territorio e partecipazione civica.
La questione non è stabilire chi abbia il monopolio dell’ambientalismo. Nessuno dovrebbe arrogarsi questo diritto. La questione è riconoscere che esistono comunità, associazioni e cittadini che portano avanti un impegno basato sulla conoscenza dei luoghi, sulla memoria storica e sulla volontà di tutelare un patrimonio collettivo.
Il Bosco delle Querce non è soltanto uno spazio verde: è il simbolo di una ferita trasformata in consapevolezza, di un territorio che ha cercato di ricostruire un rapporto con la propria storia. Per questo meriterebbe che ogni discussione sul suo futuro fosse affrontata con rigore, rispetto e responsabilità.
Prima ancora delle opinioni diverse, vengono i fatti. Prima ancora delle contrapposizioni, viene il rispetto per una vicenda che ha segnato la storia ambientale italiana e per una comunità che continua a interrogarsi sul proprio futuro.
Le parole hanno un peso. Tanto più quando arrivano da chi, per ruolo o per storia personale, dovrebbe sapere quanto sia importante custodirlo.
Comitati No Pedemontana: "Seveso 10 luglio, la nostra storia. Dobbiamo esserci"
Riceviamo e pubblichiamo il seguente appello.
A cura dei Comitati NO Pedemontana e Suolo Libero
A Seveso, la mattina del 10 luglio sarà presente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, insieme al Presidente della Regione e alle autorità locali, per un evento in occasione del 50º anniversario del disastro ICMESA del 1976.
Un evento esclusivo, blindato, a cui si accede solo tramite invito. Un evento che chiude degnamente un lungo periodo di "commemorazione" istituzionale caratterizzato da ipocrisia e reticenze, in cui il disastro di Seveso (e di altri quattro Comuni) viene narrato come un "incidente chiuso", buono per la retorica del "non accada più".
IL 10 LUGLIO NON È MAI FINITO
Ma la realtà è molto diversa. La bonifica di allora fu gestita cercando di minimizzare i costi delle bonifiche stesse, dei risarcimenti e, soprattutto, l'allarme sociale e le critiche al modello di sviluppo economico e industriale che l'evento di Seveso aveva generato. E così si limitò il più possibile l'area su cui intervenire, mentre le altre zone contaminate (l'allora zona B) furono considerate non pericolose e la diossina venne lasciata dov'era e dove, in buona parte, è rimasta fino a oggi.
Ecco perché ancora oggi, per la realizzazione di Pedemontana, la società realizzatrice (APL) è costretta a effettuare una "bonifica" che, ancora una volta, è ridotta al minimo di legge e comunque non a rischio zero.
PEDEMONTANA: IL NON DETTO DELLA CELEBRAZIONE
Sul territorio incombe la realizzazione di un ecomostro chiamato Pedemontana, che impatterà sui terreni lasciati così com’erano, pieni di diossina, e che, se realizzata, danneggerà lo stesso Bosco delle Querce, costruito su una parte della zona bonificata e del quale verrebbero distrutti 3.200 tra alberi e piante.
Un patrimonio ambientale, ma soprattutto un luogo di memoria collettiva, realizzato dopo le proteste di una popolazione che respinse attivamente scellerati progetti come il forno inceneritore. Un ecomostro che ha già cominciato a devastare molte zone della Brianza.
IL BOSCO FERITO
Proprio il Bosco, sul quale, zitti zitti, sono di fatto già iniziati i primi piccoli interventi, sarà lo sfondo della scenografia in cui Regione e istituzioni locali, cercando la benedizione del Presidente della Repubblica, celebreranno l'ipocrisia della favola rassicurante e falsa di un passato chiuso, nel quale la memoria viva di quei giorni e le preoccupazioni per il presente non avranno spazio.
FACCIAMO IN MODO CHE LA VOCE DEL TERRITORIO SI SENTA
Lanciamo un appello a esserci a Seveso la mattina del 10 luglio, anche con la sola presenza all'esterno del Bosco delle Querce, in contemporanea con la celebrazione ufficiale, a partire dalle 9.30, per testimoniare che c'è una popolazione che ha memoria.
Noi ci saremo per volantinare, incontrarci e parlarci.
Aggiornamenti su: https://www.facebook.com/share/p/1M8q1kTe6E/
Domattina via Redipuglia (la strada di accesso al Bosco delle Querce, dove il sabato si tiene il mercato) e diverse vie circostanti saranno chiuse al traffico. Sarà quindi necessario lasciare l'auto più lontano e raggiungere il Bosco a piedi: conviene muoversi per tempo. Le limitazioni alla circolazione sono previste per consentire lo svolgimento della cerimonia istituzionale.
Per l'elenco completo delle modifiche alla viabilità predisposte dal Comune di Seveso: Commemorazione ICMESA – tutte le modifiche alla circolazione (Comune di Seveso)
Piccole storie per una Grande montagna: al via gli incontri d'estate del Coordinamento 'Salviamo il Monte San Primo'
a cura del Coordinamento ‘Salviamo il Monte San Primo’
https://bellagiosanprimo.com/
info@bellagiosanprimo.com
Mentre le istituzioni regionali e locali confermano la volontà di investire circa 2 milioni di euro di fondi pubblici nel progetto "OltreLario" finalizzato anche alla realizzazione di nuovi impianti sciistici e di innevamento artificiale sotto i 1.500 metri di quota sul Monte San Primo, il Coordinamento 'Salviamo il Monte San Primo' risponde con la cultura, la sensibilizzazione e la valorizzazione del territorio.
Nasce così la rassegna "Piccole storie per una Grande montagna", un ciclo di tre incontri culturali estivi e gratuiti che si terranno nei prati della Colma di Sormano, alle pendici del Monte San Primo. L'iniziativa punta a dimostrare come sia possibile una fruizione alternativa, dolce e sostenibile di questo prezioso habitat del Triangolo Lariano, in contrapposizione a opere anacronistiche e dall'elevato impatto ambientale.
Sono in programma tre appuntamenti tra luglio e settembre:
- Sabato 25 Luglio (ore 10): "La vita illustrata o come il disegno ti cambia la VITA". Un workshop silvestre di Sketchbook per adulti (dai 16 anni in su) guidato dall'artista Anna Canavesi, in arte Bic Indolor. I partecipanti, muniti del proprio diario, potranno cimentarsi nel disegno dal vero all'aria aperta tra betulle e pascoli, riscoprendo la natura attraverso l'arte. I posti sono limitati a un massimo di 20 partecipanti con iscrizione obbligatoria.
- Sabato 29 Agosto (ore 21): "La distanza della Luna". Una serata speciale aperta a tutti e dedicata alle storie al chiaro di Luna al Planetario di Sormano. Immaginazione letteraria, animazione teatrale e narrazione scientifica per un momento suggestivo di condivisione e racconti liberamente ispirati alle Cosmicomiche di Italo Calvino, sotto il cielo stellato del San Primo illuminato dalla Luna. Un viaggio sospeso tra terra e cielo, orizzonti capovolti, l'incanto del volo, la meraviglia dello stellato e della Luna, con le attrici Pia Mazza e Arianna Pollini e la partecipazione di Emilio Novati, astrofisico, Gigi Manara, Maurizio Lietti e Daniele Brioschi, docente presso la Scuola Media di Carimate, con i suoi giovani astrofili.
- Domenica 20 Settembre (ore 10): "Diventare bosco". Un appuntamento pensato per i bambini dai 4 anni in su e per le loro famiglie, una passeggiata nella natura guidata da racconti e gioco yoga, volta ad avvicinare i più piccoli alla scoperta dell'ambiente montano, degli alberi, degli animali e delle erbe, per provare a sentirsi parte del bosco. Anche in questo caso il limite è di 20 partecipanti con iscrizione obbligatoria. Con Massimo Lozzi, insegnante di Yoga e Marta Stoppa, narratrice.
«Il nostro obiettivo rimane proteggere la montagna e dimostrare che il turismo del futuro non ha bisogno di neve artificiale o di impianti destinati al fallimento per la mancanza di nevicate», spiegano i rappresentanti del Coordinamento, che unisce quasi 40 associazioni civiche e comitati della zona. «Vogliamo interventi di reale ripristino ambientale - aggiungono - ovvero sentieri curati e trasporti efficienti, non opere che snaturano l'ambiente montano e che non tengono conto della crisi climatica».
Tutti gli eventi sono gratuiti (verranno annullati in caso di pioggia). Per informazioni e prenotazioni (obbligatorie per il primo e il terzo incontro) è possibile scrivere a info@bellagiosanprimo.com o visitare il sito internet ufficiale bellagiosanprimo.com
martedì 7 luglio 2026
Disastro ICMESA, 50 anni dopo: a Meda il racconto delle responsabilità e delle lotte per la salute
a cura di Sinistra e Ambiente, Meda
È stata una serata partecipata quella del 4 luglio 2026 a Meda, organizzata da INSIEME PER LA MEMORIA E IL FUTURO DEL BOSCO DELLE QUERCE in occasione dell'ormai prossimo 10 luglio, 50° anniversario del disastro della diossina dell'ICMESA.
Sala Civica gremita, con cittadine e cittadini attenti, e una serie di interventi incentrati su uno degli aspetti meno trattati in questi momenti di celebrazioni ufficiali: LE COLPEVOLI SCELTE DELL'ICMESA-GIVAUDAN-HOFFMANN-LA ROCHE e il ruolo dei lavoratori, del sindacato e di chi seppe e volle diffondere un SAPERE e una CONOSCENZA su quel dramma che colpì le popolazioni del territorio contaminato dalla diossina TCDD.
INSIEME PER LA MEMORIA E IL FUTURO DEL BOSCO DELLE QUERCE, sigla che coinvolge gruppi ambientalisti, associazioni e singoli cittadini che avevano già operato unitariamente a Seveso con i programmi di INSIEME PER IL BOSCO, ha deciso di portare anche a Meda, sede della cosiddetta "fabbrica dei profumi", una serie di eventi ai quali l'Amministrazione comunale, guidata da Luca Santambrogio, ha concesso il patrocinio.
| L'intervento del sindaco Luca Santambrogio |
Dopo l'introduzione alla serata da parte di Beatrice Oleari di FARE, di Gemma Beretta e Maurizio Zilio del Circolo Laura Conti di Legambiente Seveso, il sindaco Luca Santambrogio ha portato i suoi saluti e il proprio apprezzamento per iniziative capaci di ricostruire la storia e la memoria, arricchendole di informazioni che non tutti conoscono.
| Alberto Colombo |
Alberto Colombo, attivista e ambientalista medese, ha illustrato la situazione del pesante inquinamento in Brianza negli anni della presenza dei grandi impianti chimici della SNIA, dell'ACNA e dell'ICMESA.
Un'ICMESA che, con l'avvio della produzione di triclorofenolo, ignorò, nella progettazione del reattore, l'installazione di dispositivi automatici di sicurezza e di un serbatoio di contenimento per bloccare eventuali fughe di gas e fluidi.
Questa scelta scellerata si sommò alla modifica del processo produttivo ottenuta con la riduzione della quantità di solventi nel ciclo di reazione.
Furono azioni consapevolmente attuate per risparmiare sui costi e sui tempi e aumentare produttività e profitto.
Divennero le concause di ciò che non fu un "incidente", ma un DISASTRO COLPEVOLE che il territorio subì.
Fu proprio grazie al SAPERE OPERAIO e alla ricostruzione del ciclo produttivo realizzata da tecnici e addetti alla produzione del Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale dell'allora Montedison di Castellanza, poi divenuto Centro per la Salute Giulio A. Maccacaro, della rivista Sapere e del Comitato Tecnico Scientifico Popolare, che queste conoscenze e queste informazioni furono diffuse e condivise anche con la cittadinanza, creando le basi della consapevolezza durante i difficili anni e le drammatiche e complesse vicende che seguirono il fatidico 10 luglio 1976.
Cliccando qui potete visualizzare e scaricare le slide che hanno accompagnato questa parte dell'illustrazione.
| Marco Caldiroli di Medicina Democratica |
Marco Caldiroli, di Medicina Democratica, ha ampliato lo sguardo su altri disastri causati da una chimica irrispettosa dell'uomo e dell'ambiente e ha parlato delle potenzialità di questo "sapere operaio", protagonista e interlocutore delle istituzioni, capace di supportare le comunità locali e di ispirare le attività di Medicina Democratica nel campo della salute nei luoghi di lavoro, del controllo dell'impiantistica e di una sicurezza non più delegata, ma frutto del confronto anche con la conoscenza operaia della filiera produttiva.
Cliccando qui sono disponibili le slide del suo intervento.
| Da sinistra: Amedeo Argiuolo, Mattia Lento e Gemma Beretta |
Mattia Lento, giornalista della testata AREA, organo d'informazione del sindacato svizzero UNIA, da sempre molto attento alle vicende del nostro territorio e alle criticità indotte dall'Autostrada Pedemontana Lombarda, ha attualizzato la vicenda ICMESA e la lotta operaia per la salute e i diritti, mettendole in rapporto con la vertenza per l'ecologia e l'occupazione dell'acciaieria svizzera Stahl e con quanto è in corso alla GKN di Campi Bisenzio, dove i lavoratori intendono prendersi direttamente in carico il proprio destino.
Ha quindi dialogato con il già delegato del Consiglio di Fabbrica dell'ICMESA, Amedeo Argiuolo.
Amedeo ha raccontato l'azione del Consiglio di Fabbrica dell'ICMESA sia per conquistare il diritto all'informazione sulle sostanze nocive presenti in azienda sia per promuovere l'operatività degli SMAL (Servizi di Medicina degli Ambienti di Lavoro), strutture pubbliche di prevenzione e tutela della salute create all'inizio degli anni Settanta per iniziativa dei sindacati CGIL, CISL e UIL e primi strumenti di una svolta radicale nella medicina del lavoro.
Con gli SMAL si passò da un approccio assistenziale e di indennizzo monetario del rischio a un'analisi attiva e partecipata dei rischi in fabbrica.
Fu il Consiglio di Fabbrica che, dopo la fuoriuscita della nube tossica, constatato l'atteggiamento minimizzante della direzione, proclamò il 16 luglio 1976 l'assemblea permanente, interrompendo tutte le attività produttive dell'ICMESA; seguì, il 18 luglio, l'ordinanza del sindaco di Meda che dispose la chiusura della fabbrica.
La struttura sindacale aziendale dell'ICMESA partecipò a tutte le assemblee territoriali e fu parte attiva del Comitato Tecnico Scientifico Popolare.
| Manuel Perrone |
Manuel Perrone, autore e regista, ha proposto alcuni contenuti del suo podcast "Cristo si è fermato a Seveso" e ha sviluppato un interessante excursus sul significato e sul valore della memoria, che deve scuotere le coscienze ponendoci di fronte alle ingiustizie di un sistema squilibrato e votato al profitto, anche quando a farne le spese sono le collettività.
![]() |
| Elena Colombo e Rossana Verderio |
Importante il contributo di Elena Colombo e Rossana Verderio, due giovani rispettivamente di Meda e Seveso, che hanno deciso di dedicare alcuni loro studi e parte del loro tempo ad approfondire condizioni, aspetti e conseguenze del disastro della diossina dell'ICMESA e della storia del Bosco delle Querce.
Elena Colombo ha già collaborato con Insieme per il Bosco e al suo lavoro sugli animali morti a causa della diossina è stato dedicato un incontro il 10 giugno 2024 al Centro Visite del Bosco delle Querce.
Recentemente ha inoltre realizzato il podcast "Radici di Seveso - Abitare il disastro".
Rossana Verderio ha invece completato la propria tesi di laurea dedicata all'attività svolta dal Comitato Tecnico Scientifico Popolare.
| Serata partecipata |
Non sono mancati i richiami all'attualità e alla contraddizione di una commemorazione del 50° anniversario che mette al centro, anche come scenografia, il Bosco delle Querce, polmone verde frutto di ingegneria ambientale e simbolo di vita, fortemente voluto dalla popolazione come alternativa al forno inceneritore che Regione Lombardia intendeva realizzare per bruciare i materiali contaminati dalla diossina.
Una commemorazione che, tuttavia, esclude dalla narrazione le mutilazioni che l'Autostrada Pedemontana Lombarda infliggerà al Bosco, privandolo di 2 ettari, di 3.200 alberi e di una porzione dell'area destinata al suo ampliamento.
![]() |
| Relatori e organizzatori |
sabato 4 luglio 2026
1976–2026 | Disastro diossina | 6. La bonifica e le sue criticità, le due vasche di contenimento
Nel 2026 ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.
Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.
Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.
*-*-*
Sesta puntata
La bonifica e le sue criticità,
le due vasche di contenimento
Prosegue il lavoro di Sinistra e Ambiente di Meda che ricostruisce gli anni drammatici del disastro diossina dell’ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffmann-La Roche.
Dopo la battaglia della popolazione che si è opposta al forno inceneritore, Regione Lombardia rivede la sua posizione e decide di far partire la bonifica, optando per uno stoccaggio in sicurezza e in loco del materiale contaminato.
La bonifica inizia ma con molte criticità, errori e anche approssimazioni.
Anche questa puntata è frutto del lavoro di ricerca di Sinistra e Ambiente–Impulsi di Meda basato su documenti e testi in suo possesso o ritrovati, con l’obiettivo di restituire una memoria e una storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.
I PRIMI ESPERIMENTI PER LA BONIFICA
![]() |
| 1976: Tecnici Givaudan irrorano con sostanza oleosa manufatti e vegetazione per fissarvi le molecole di diossina lì presenti. Foto tratta dall'archivio de Il Giorno |
Alla Givaudan, proprietaria e responsabile del disastro diossina, venne consentito in alcuni lotti della zona A, di svolgere attività sperimentali.
Scopo dell'attività sperimentale era quella di evitare la diffusione e il trasporto del tossico nel territorio fissando le molecole della diossina TCDD presenti sui vegetali e nel suolo con l'utilizzo di un'emulsione a base oleosa e lasciandole esposte alla luce solare diurna verificarne la loro fotodegradazione a mezzo della componente ultravioletta.
Alcune prove in laboratorio avevano dato esiti incoraggianti mostrando come gli ultravioletti riducessero le concentrazioni di diossina.
Sul campo la situazione risultò differente poichè l'emulsione oleosa non avrebbe mai potuto penetrare alle profondità necessarie nel suolo dove nel frattempo era scesa la TCDD.
Si tentò comunque di applicare l'emulsione di fissaggio sulle foglie ma ben presto anche queste furono dilavate dalle piogge e dai temporali e con l'acqua trasportò il tossico nel Seveso tant'è che la TCDD fu trovata nei fanchi del depuratore di Varedo e anche a Niguarda dove il Seveso straripò.
Un'altra ipotesi d'intervento venne avanzata dall'ENI che propose di passare sui suoli contaminati bruciandoli direttamente in loco e utilizzando allo scopo dei dispositivi mobili alimentati ad idrogeno montati su degli automezzi che avrebbero portato ad una combustione di 1200 gradi il terreno.
L'intervento considerava la diossina TCDD concentrata nei primi 10 cm di terreno.
Il progetto venne fortunatamente abbandonato per le scarse garanzie di successo che offriva nel poter effettivamente distruggere la diossina TCDD e per il pericolo che la combustione secondaria innescata potesse trasformare il Triclorofenolo, anch'esso depositatosi sul terreno, in altra diossina TCDD.
Al termine di queste sommarie sperimentazioni, nel settembre del 1976 Regione Lombardia decise di orientarsi verso un metodo più radicale: la decorticazione del terreno inquinato.
Come raccontato nella puntata precedente, non era più percorribile per le proteste degli abitanti e i rilievi tecnici negativi la combustione dei materiali contaminati in un forno inceneritore da costruire a Seveso.
Ci si orientò così per uno stoccaggio in loco in impianti non accessibili e con elevati standard di sicurezza.
In attesa di quella che sarà la progettazione e la realizzazione delle 2 vasche di contenimento di Meda e Seveso, nel frattempo, il materiale venne temporaneamente raccolto in una serie di SILOS di cui 11 posizionati a Desio, 11 a Cesano Maderno e 13 a Seveso.
| Uno dei silos di raccolta e stoccaggio temporaneo |
LA BONIFICA NELLA ZONA A
Nell'area a più alta contaminazione, la zona A, fu effettuata una verifica iniziale per comprendere la profondità di penetrazione della diossina caduta sul terreno confrontando tra di loro le analisi chimiche effettuate in periodi temporali differenti dal 1976 al 1980.
Si accertò che il 95% della diossina depositata dalla ricaduta della nube fuoriuscita dall'ICMESA era rimasta nei primi 25-30 cm di terreno.
Nel 1976 non esisteva un valore di soglia oltre il quale un'area poteva definirsi contaminata con conseguente obbligo di bonifica e Regione Lombardia decise di fissare a 5 µg/m2 il valore di diossina nel suolo da raggiungere per l'avvenuta bonifica.
La zona A venne così suddivisa in fasce a secondo del livello di contaminazione, definendo la modalità d'intervento per ogni fascia.
Nella prima fascia erano comprese le superfici con inquinamento superiore a 200 µg/m2, ove vennero effettuati 3 interventi di asportazione del terreno o scarifiche successive, con profondità di circa 30 cm ciascuno fino ad arrivare a 90 cm.
La seconda fascia comprendeva le superfici con inquinamento compreso tra 50 e 200 µg/m2 e lì si operò con 2 scarifiche.
Nella terza fascia erano comprese le superfici con inquinamento inferiore a 50 µg/m2 e venne attuata una sola scarifica.
Dopo una serie di interventi di defoliazione e taglio degli alberi, tutti gli edifici presenti nelle subaree da A1 a A5 furono abbattuti mentre per le subaree A6-A7-A8 dove si trovavano 90 edifici, si provvide alla bonifica degli stessi e delle pertinenze con lo scopo di far rientrare i cittadini sfollati.
Le subzone A6, A7 e A8 furono sottoposte a parziale scarifica solo laddove la concentrazione di diossina era superiore ai 15 µg/m2.
Per queste due subzone c'era l'interesse a completare quanto prima gli interventi di bonifica poichè quì risiedeva circa il 67% della popolazione evacuata e vi era volontà e necessità di garantire il loro rientro.
L'estensione delle subzone A6, A7 era di circa 32 ettari con una distanza minima dall’ICMESA di 1200 metri e con un valore medio della TCDD nel suolo di circa 270 μg/m2.
| Abbattimento di un edificio in zona A |
Anche qui venne rimosso, anche se in volumi minori la superficie del suolo inquinato da TCDD per raggiungere concentrazioni comprese entro i limiti tollerabili.
Non si trattò dunque di una rimozione totale e completa proprio perchè si scelse il mantenimento degli edifici e delle pertinenze.
Gli interni e gli esterni degli edifici vennero controllati con analisi chimiche sul materiale di scrostatura dei muri e sullo strato superiore di terreno e dovevano rientrare nei limiti stabiliti da Regione Lombardia che erano fissati a 0,01 μg/m2 per i muri interni e 0,75 μg/m2 per i muri esterni.
Le analisi furono circa 700 su 87 edifici e giardini dentro le subzone da restituire all'abitabilità.
Al termine delle operazioni di recupero delle abitazioni tutti i livelli di TCDD risultarono sotto i limiti tollerabili definiti da Regione Lombardia.
Sulle aree agricole o negli allevamenti di animali durante e dopo la bonifica furono effettuati prelievi di strati superiori di terreno in 56 siti selezionati.
In caso di risultati sotto la soglia stabilita da Regione Lombardia, le operazioni di pulizia si ritenevano terminate e le autorità sanitarie autorizzavano il reingresso della popolazione evacuata.
Tuttavia la distribuzione disomogenea della TCDD nel terreno e sulle superfici interne ed esterne delle costruzioni (da <0,01 fino a qualche μg/m2) rese necessaria l’adozione di uno specifico approccio statistico che valutasse in maniera efficace la validità delle operazioni.
TUTTO BENE DUNQUE? NON PROPRIO SE CONSIDERIAMO LA METODOLOGIA DI BONIFICA DEGLI EDIFICI
Gli interventi furono affidati alla Givaudan con proprio personale di coordinamento e supervisione.
Per bonificare o meglio "pulire" le costruzioni vennero usati detersivi biodegradabili, scope, spugne, guanti di gomma, strofinacci, acqua e sapone.
A tali operazioni assistevano sempre più increduli, gli abitanti e i giornalisti.
In un esposto alla magistratura di un lavoratore della POLISH, azienda incaricata dalla Givaudan per gli interventi di bonifica e ripristino degli edifici, corredata da molte immagini fotografiche, di cui riportiamo ampi stralci, appare evidente l'inadeguatezza e il pressapochismo dei metodi utilizzati.
Quanto descritto era stato visto quotidianamente dalla cittadinanza e aveva suscitato enormi perplessità.
Il lavoro di pulizia delle case contaminate si svolgeva in due turni di lavoro di quattro ore ciascuno: dalle 8 alle 12 e dalle 12 alle 16.
I lavoratori accedevano nella "stazione filtro", dove ricevevano gli indumenti da indossare nella zona contaminata. I dispositivi individuali a protezione dalla diossina consistevano di:
- un paio di stivali di gomma
- una tuta in carta plastificata con cappuccio
- un paio di guanti in gomma morbida di uso casalingo
- un paio di guanti in gomma dura da lavoro
- una maschera in gomma marca Pirelli
- un paio di occhiali in plastica
Le acque di risulta dei lavaggi degli interni, anzichè essere versate in luoghi di raccolta dello scarico venivano rovesciate direttamente nelle tazze dei W.C. e nelle vasche da bagno delle stesse abitazioni da bonificare.
Quelle dei lavaggi esterni dove le pareti venivano spruzzate con acqua compressa attinta dai rubinetti stessi delle abitazioni da decontaminare venivano invece scaricate nei tombini e quindi nelle fognature.
La diossina fu poi trovata nei fanghi del depuratore di Varedo sia a causa del trasporto del Certesa, affluente del Seveso sia per gli sversamenti di acque di lavaggio contaminate in fogna.
In seguito, si cambiò metodo.
L'acqua sporca usata per il lavaggio, veniva raccolta in bidoni di plastica e versata all'esterno in una vasca di cemento con pompa e galleggiante. Quando l'acqua raggiungeva un certo livello, la pompa entrava automaticarnente in funzione e la sospingeva in un tubo il cui percorso terminava in un campo, nei pressi della stazione filtro, dove, per il tramite di una girandola per irrigazioni, veniva spruzzata sul campo medesimo.
E' opportuno precisare che nel medesimo collettore confluivano gli scarichi delle docce e dei lavandini della stazione filtro, dove gli addetti si lavavano al rientro dal lavoro nella zona contaminata.
Gli aspirapolvere impiegati nella bonifica erano di due tipi: uno piccolo per gli appartamenti e uno grande per solai, cantine e box.
Il modello piccolo raccoglieva la polvere in un sacchetto di carta che, spesso, durante la sostituzione si rompeva con fuoriuscita di polvere ed evidentemente di diossina.
Per svuotare il modello più grande, occorreva infilare un sacco di plastica alla sua estremità e capovolgerlo affinchè il contenuto cadesse nel sacco.
Questa operazione comportava normalmente lo sprigionarsi di nubi di polvere che investivano gli addetti ai lavori.
Mentre il controllo sulla bonifica degli stivali degli addetti era rigoroso, nulla si faceva per i guanti, anch'essi prevedibilmente inquinatit per il contatto con le suppellettili contaminate.
L'ordine era infatti di infilarli negli stivali.
Solo in un secordo tempo vennero installati nei locali di bonifica degli stivali alcuni lavandini che però rimasero inutilizzabili perchè non provvisti d'acqua.
Per i guanti in lana, forniti in un secondo tempo agli operai, per ovviare al freddo dell'inverno, si dispose additittura che gli stessi li portassero a casa per evitare possibili sottrazioni.
I tecnici della Givaudan stabilivano la distruzione di quelle suppellettili che potevano aver assorbito la diossina.
Nessuno controllava che la decisione venisse eseguita e in alcuni è casi è capitato che diverse suppellettilli destinate alla distruzione, siano rimaste nelle case bonificate.
Ai proprietari delle abitazioni da bonificare della zona A che assistevano alle operazioni di pulizia o, come è avvenuto in alcuni casi, vi partecipavano, veniva fornita.la tuta che era normalmente indossata sopra gli abiti civili, lasciandoli così esposti al pericolo di contaminazione da diossina.
La riconsegna dell'equipaggiamento, protettivo, avveniva poi nello stanzone della stazione filtro, dove si spogliavano gli operai per fare la doccia, esponendo pertanto questi ultimi al pericolo di contaminazione.
Anche rispetto all'uso degli autocarri per il trasporto del terreno decorticato venne osservato e fatto notare che per diverso tempo essi viaggiavano senza limite di velocità ed a pieno carico, sia entro la zona A che al suo contorno.
Questo determinava la perdita di terreno inquinato anche in zone non delimitate dai reticolati e quindi con libero accesso della popolazione e la formazione di polvere inquinata, trasportata dal vento anche in zone estranee alla mappa di inquinamento.
Solo successivamente venne disposto di istituire un limite di velocità per questi automezzi.
NELLA ZONA B UNA BONIFICA SOFT
La Bonifica nella zona B iniziò nel 1977 ma fu decisamente differente rispetto alla tipologia degli interventi attuati nella zona A.
Solo poche aree, quelle con livello di diossina superiore ai 15 µg/m2, furono scarificate con asporto dello strato superficiale del terreno mentre alcuni edifici sottoposti a bonifica, lavaggio e recupero.
Sui suoli di pertinenza alle abitazioni venne posizionata terra pulita e nelle zone di interesse agricolo, si intervenne sostanzialmente con un'aratura che riportò in superficie e a contatto con la luce solare la Diossina TCDD, rimettendola però anche in circolo a causa del pulviscolo sollevato.
Questa azione ridusse, nei primi 7 cm di terreno, la concentrazione di TCDD.
L'aratura venne affettuata per tutto il 1977 e anche per alcuni anni successivi.
La diluizione si accompagnò con il lento processo di degradazione della molecola di TCDD per via fotochimica quando le molecole presenti nello strato intermedio venivano riportate in superficie.
L’aratura venne applicata anche al recupero delle superfici ad uso agricolo.
SVUOTAMENTO DEL REATTORE E RIMOZIONE DELLE SOSTANZE TOSSICHE ALL'ICMESA
Il problema dello svuotamento del reattore e dello smaltimento delle scorie tossiche presenti in esso e nello stabilimento ICMESA si presentò di difficile soluzione.
Nell'interno del Reattore dell'ICMESA era rimasta una miscela di sostanzr tossiche pari a circa 2/3 della sua carica originaria, comprensiva di un'alta concentrazione di diossina TCDD.
Sulla metodologia da seguire si intrecciò un dibattito sia a livello scientifico sia giuridico.
Il dibattito ritardò l'intervento sia per l'accesso all'impianto, sottoposto a sequestro giudiziario sia per l'avvio della progettazione per lo smantellamento.
Tra i vari progetti presentati la Commissione Tecnico Scientifica Governativa scelse quello dell'Ente Nazionale Energia Atomica (ENEA).
Il Reattore venne svuotato nel luglio del 1981 attraverso un'operazione ad alto rischio, condotta in condizioni di isolamento totale e massima sicurezza del reparto B.
Il reparto fu mantenuto in costante depressione atmosferica per impedire a qualunque particella di gas o polvere di diossina di sfuggire verso l'esterno qualora si fossero verificate perdite durante i lavori.
Gli operatori indossavano invece tute speciali ermetiche in pressione e scafandri ventilati dotati di respiratori autonomi a circuito chiuso.
Il personale addetto era stato precedentemente formato ed era suddiviso in 6 squadre di due uomini ciascuna.
Ogni squadra era costituita da un operatore chimico con esperienza di produzione e un operatore meccanico con esperienza d'officina.
Il turno era di 2 ore con presenza di altri 2 operatori presenti nella stazione filtro per il pronto intervento in caso di anomalie.
Il compressore e i flltri erano presidiati da altri 2 operatori e v'era la presenza di un/una infermiere/a professionale per gestire eventuali malori e rilevare i parametri sanitari degli addetti in contatto con il Servizio Medicina del Lavoro dell'ospedale di Desio.
Due tecnici in loco coordinavano poi tutte le operazioni
Gli interventi più difficoltosi furono quelli di frantumazione del contenuto del reattore ormai cristallizzato e quelli di raccolta e sollevamento del materiale.
Per accellerare i lavori si decise di aprire la calotta superiore del reattore, in acciaio inossidabile e di 12 mm di spessore, procedendo poi al completo svuotamento e allo stoccaggio del materiale in appositi fusti in acciaio con prelievo e analisi chimica del contenuto di ogni fusto.
Il Reattore A101, una volta svuotato venne smontato e annegato in un sargofago di cemento tombato nella vasca di Seveso.
![]() |
| Il Reattore A101 del Reparto B dell'ICMESA svuotato, smontato e pronto per essere immerso in un sarcofago di cemento |
Poco tempo dopo, tra il 1982 e il 1984, incominciò la demolizione della fabbrica le cui macerie furono confinate nelle vasche.
| L'abbattimento dei capannoni, dei reparti e degli edifici dell'ICMESA |
Dell'insediamento medese rimase solo il muro perimetrale su cui, nel 2007, è stato posto un Pannello di ricostruzione storica.
Diverso e travagliato destino ebbero le sostanze chimiche rimosse e sigillate in 41 fusti, che diedero origine al "mistero dei 41 fusti" di cui ci occuperemo prossimamente.
LE VASCHE DI CONTENIMENTO DI MEDA E SEVESO
L´ipotesi di conservare sul posto i residui della bonifica portò a individuare due aree di stoccaggio definitivo: la prima nel Comune di Meda, immediatamente a Nord della via Vignazzola, tra il torrente Certosa e lo svincolo della superstrada e la seconda, più grande, nel Comune di Seveso a nord del cimitero.
Si effettuarono verifiche sull´idoneità dei siti attraverso indagini geologiche e geotecniche, idrologiche e idrogeologiche.
Dopo questi studi preliminari, vennero predisposti i progetti esecutivi e le vasche furono realizzate tra il 1982 e il 1984.
Per la messa in sicurezza del materiale contaminato, venne adottato un sistema di quattro barriere successive tra l´inquinante e l´ambiente esterno, simile a quello messo a punto per lo stoccaggio di materiali radioattivi.
La prima barriera era di tipo naturale, e a base di argilla con cui la diossina si legava con un forte legame chimico-fisico.
La seconda barriera consisteva nel collocare in periferia i terreni a più basso tenore di diossina, in grado quindi di assorbire ulteriori quantità di contaminante provenienti dal nucleo centrale, grazie al suddetto legame chimico-fisico.
La terza e quarta barriera erano costituite dalle vere e proprie strutture fisiche per il confinamento di base, che isola le vasche dal terreno circostante.
Tutta la massa dei rifiuti venne avvolta da un foglio, saldato, di polietilene ad alta densità, con lo spessore di 2,5 mm (terza barriera) con a seguire uno strato intermedio di materiale drenante.
Infine l´ultima barriera è costituita da un conglomerato di inerti compattato avente spessore complessivo di circa 20 cm.
![]() |
| La copertura isolante in polietilene saldato |
Per il confinamento superiore, che isola le vasche rispetto agli agenti atmosferici, a riempimento ultimato fu stesa una seconda membrana di polietilene, sulla quale fu riportato uno strato di terra mista di cava e su questo una caldana rigida di calcestruzzo, a protezione dell´intera struttura da danneggiamenti e manomissioni.
La copertura fu completata con 70 cm di terra di coltura.
Le vasche furono realizzate con pendenze convergenti verso un unico pozzo di drenaggio, costituito da un tubo in calcestruzzo forato, riempito con materiale granulare.
La cameretta d'ispezione è accessibile dall´argine esterno tramite un cunicolo e in sua prossimità convergono con reti separate sia i percolati provenienti dall´interno della vasca sia le acque eventualmente raccolte dal drenaggio tra i due manti impermeabilizzanti.
I liquidi drenati inizialmente sarebbero stati accumulati provvisoriamente nel pozzetto di raccolta alla base di ciascuna vasca e successivamente inviati, mediante una pompa e un tubo di mandata, ad un bacino di accumulo a cielo aperto, con la capacità di 500 m3 , in prossimità della vasca di Seveso.
In adiacenza al bacino di accumulo, venne realizzato un impianto di trattamento.
Il percolato, in presenza di diossina, sarebbe stato ripompato subito nella vasca di Seveso e in caso contrario, dopo il trattamento, immesso nel vicino torrente Certosa.
Questo sistema fu presto abbandonato e si opto per la rimozione fisica periodica del percolato tramite aspirazione e successivo invio agli impianti di trattamento previo classificazione dello stesso a mezzo di analisi chimiche.
Negli anni, sono stati anche adottati complessi sistemi di monitoraggio degli assestamenti degli argini di entrambe le vasche e dell´integrità della geomembrana di polietilene.
Una speciale rete di controllo topografico consente di verificare eventuali cedimenti differenziali della fondazioni delle vasche.
La rete di controllo geolettrico, istallata nel 1986 sulla sola vasca di Seveso, fu una delle prime applicazioni in Italia di una tecnologia d´avanguardia per la verifica della tenuta delle membrane di polietilene, attraverso la misura delle caratteristiche di isolamento elettrico del materiale circostante.
Successivamente fu realizzata una rete di controllo idraulico, costituita da una serie piezometri e programmato il controllo analitico periodico delle caratteristiche chimiche dei percolati.
Il controllo chimico sul percolato e il suo invio agli impianti era fino al 2021 gestito dal Comune di Seveso e ciò consentiva anche un monitoraggio con accesso agli atti da parte dei gruppi consiliari e degli ambientalisti.
Una scelta incondivisibile dell'allora sindaco Allievi ha passato l'intera gestione delle vasche a Regione Lombardia.
La vasca di Meda ha una capacità totale di 80.000 m3 mentre quella di Seveso di 200.000 m3 .
I depositi nelle vasche sono composti da terreno scarificato, materiale di scasso delle strade, macerie di edifici civili, materiale di demolizione e reattore dell'Icmesa, fanghi, legname, vegetazione e detriti vari.
Caldo record in Brianza: il Parco GruBrìa rilancia l'allarme. Difendere il verde significa difendere la salute
![]() |
| Rilevazione alle ore 16:00 del 29/06/2026 - (fonte MeteoRed Italia) |
Le temperature eccezionali che stanno investendo la Brianza non rappresentano più un'anomalia, ma l'anticipazione di un futuro già iniziato. Giornate con picchi vicini ai 40 gradi, notti tropicali sempre più frequenti, lunghi periodi di siccità alternati a nubifragi violenti: il cambiamento climatico sta modificando profondamente il territorio brianzolo e impone un ripensamento delle politiche urbanistiche e ambientali.
È il messaggio che il Parco GruBrìa lancia con forza attraverso un articolato comunicato dedicato alle recenti ondate di calore. Un appello che Brianza Centrale condivide pienamente, perché mette al centro una questione spesso sottovalutata: la tutela del verde non è un tema paesaggistico né un lusso per ambientalisti, ma una vera politica di salute pubblica e di adattamento climatico.
Il Parco ricorda come boschi, prati, alberature e suoli permeabili costituiscano una vera e propria infrastruttura naturale capace di mitigare gli effetti delle ondate di calore. Nelle aree ricoperte da asfalto e cemento, infatti, le temperature superficiali possono raggiungere i 50 °C, mentre nei prati e nei boschi il terreno mantiene valori vicini alla temperatura dell'aria. Una differenza di oltre venti gradi che incide direttamente sul benessere delle persone.
Ma gli ecosistemi fanno molto di più: raffrescano l'aria attraverso l'evapotraspirazione, assorbono anidride carbonica, migliorano la qualità dell'aria, favoriscono l'infiltrazione delle acque piovane e contribuiscono alla conservazione della biodiversità. Sono servizi ecosistemici indispensabili proprio mentre il clima rende sempre più frequenti sia le ondate di calore sia gli eventi meteorologici estremi.
Il comunicato richiama anche i dati più recenti dell'Osservatorio meteo-climatico di BrianzAcque, che confermano una tendenza ormai evidente.
Dopo un aprile più caldo di circa due gradi rispetto alla media climatica e caratterizzato da precipitazioni dimezzate, il mese di maggio ha registrato temperature eccezionali, culminate con i 34 °C misurati a Seregno il 27 maggio e una notte tropicale record con una minima di 22,9 °C. Il calore accumulato si è poi trasformato, nei primi giorni di giugno, in violenti temporali con oltre 100 millimetri di pioggia caduti in poche ore in alcune zone, mentre per tutto giugno le centraline di ARPA Lombardia hanno registrato temperature ben superiori alle medie stagionali, con punte prossime ai 40 °C.
Una situazione aggravata da un altro dato strutturale: la Brianza è una delle aree più urbanizzate d'Italia. Nei comuni del Parco GruBrìa oltre la metà del suolo risulta ormai consumata, riducendo drasticamente la capacità del terreno di assorbire l'acqua e aumentando sia il rischio di allagamenti sia l'effetto "isola di calore" nelle aree urbane.
Per il Parco la risposta non può limitarsi alla conservazione di ciò che rimane. Occorre una vera rigenerazione ecologica del territorio: più forestazione urbana, nuovi boschi, incremento delle alberature, recupero dei prati, rafforzamento dei corridoi ecologici e una diffusa deimpermeabilizzazione delle superfici artificiali.
Una strategia perfettamente coerente con gli indirizzi europei e con gli obiettivi della Strategia di Transizione Climatica aGREENment, che individua proprio nelle infrastrutture verdi uno degli strumenti principali per adattare i territori ai cambiamenti climatici.
Particolarmente significativo è il richiamo del presidente del Parco GruBrìa, Arturo Lanzani, che sintetizza con chiarezza la posta in gioco.
"La crisi climatica ci impone un cambio di paradigma. Le immagini delle temperature registrate in questi giorni dimostrano con evidenza quanto il sistema dei parchi e delle aree verdi rappresenti una vera infrastruttura climatica per l'intera Brianza."
Lanzani invita ad abbandonare una visione del verde come semplice elemento decorativo.
"Il verde non è un elemento accessorio del territorio, ma una componente essenziale della salute pubblica. Salvaguardare e ampliare il capitale naturale significa costruire comunità più sicure, più resilienti e più vivibili."
E individua con precisione le priorità per il futuro.
"Oggi non basta più difendere il verde esistente: occorre ridurre il consumo di suolo, aumentare la forestazione urbana e restituire permeabilità alle nostre città, affinché siano in grado di affrontare sia le ondate di calore sia gli eventi meteorologici estremi che il cambiamento climatico rende sempre più frequenti."
Le parole del presidente del Parco GruBrìa dovrebbero entrare stabilmente nel dibattito pubblico brianzolo. Per troppo tempo il verde è stato considerato un ostacolo allo sviluppo o una risorsa sacrificabile di fronte a nuove urbanizzazioni e infrastrutture. Oggi la crisi climatica dimostra esattamente il contrario.
Ogni bosco preservato, ogni prato salvato dal cemento, ogni nuovo albero piantato rappresentano un investimento sulla salute collettiva, sulla sicurezza delle città e sulla qualità della vita. In un territorio tra i più densamente urbanizzati d'Europa, il sistema dei parchi non è un lusso, ma un'infrastruttura strategica capace di offrire servizi che nessuna opera artificiale può sostituire con la stessa efficacia.






.jpeg)

















