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giovedì 15 giugno 2017
Storia, identità e territorio: presentazione di due volumi dedicati ad aspetti poco conosciuti del territorio milanese e insubre
Domenica 18 giugno 2017, dalle ore 21
c/o Villa Gianetti - via Roma, 20 - Saronno
Storia, identità e territorio
Gianluca Padovan, con "Milano celta: le tre fortezze" raccoglie e analizza numerosi dati storici, archeologici e architettonici, andando a scoprire le radici preromane della metropoli: tre antiche strutture fortificate che, pur essendo state sotto gli occhi di tutti, sono state studiate e comprese dall'autore. In particolare, l'impronta di un dunum nella zona di Porta Ticinese, che ha aperto nuove strade per la comprensione delle origini di Milano.
Matteo Colaone, con "Paesi scomparsi d’Insubria. Wüstungen medievali tra Milano, Adda e Ticino" affronta invece la storia medievale portando a casa nostra un tipo di studio interdisciplinare già sperimentato all'estero, ma ben poco in Italia, ossia la ricerca dei villaggi abbandonati e distrutti. Esaminando le fonti e la topografia, Colaone individua quasi un centinaio di paesi che esistettero secoli fa proprio nel nostro territorio, oggi iperurbanizzato e sempre più difficile da “leggere”.
I libri saranno disponibili durante la serata.
Organizzazione ed informazioni: info@domanunch.org
sabato 11 luglio 2015
Pedemontana e la moria dei pesci nel Lura
Comunicato stampa di Domà Nunch
Il Lura, torrente di Saronno, è in secca. Ciò non sorprende a causa delle temperature sopra la media di questo inizio luglio. La spiegazione non sembra però esaurirsi col dato naturale, che per quanto incontrovertibile, non considera il fatto che la portata d'acqua, fino al confine tra le provincie di Como e Varese risultava essere nella media del periodo, mentre a Saronno essa è scomparsa.
Come ventilato dalla stampa locale, che ha raccontato anche della conseguente moria di pesci, l'anomalia potrebbe rintracciarsi nel cantiere dell'autostrada Pedemontana presso Lomazzo, i cui lavori, in queste settimane, hanno intercettato il Lura. Sembra anche che le operazioni, seppur a norma di legge, non abbiano tenuto totalmente conto dell’equilibrio idrografico, causando l'ostruzione o il drenaggio della già scarsa quantità d’acqua.
Inutile sottolineare l'ironia del destino, che proprio in questi primi giorni di insediamento del nostro assessore all'ecologia Gianpietro Guaglianone, ha voluto che il primo rappresentante di Domà Nunch in un'amministrazione comunale si dovesse imbattere in due temi cari e storici del nostro movimento, ossia la tutela delle acque e la Pedemontana.
Ora che la questione è risolta, perlomeno nella sua emergenza, riteniamo sia importante informare circa il lavoro svolto. Guaglianone, nel giorno stesso del suo insediamento, si presentato al cantiere della Pedemontana ottenendo di eseguire un sopralluogo con i tecnici comunali al fine di riscontrare la natura degli accumuli di materiale a cavallo del torrente, cosa che è stata riscontrata, come tuttavia il fatto che ciò fosse eseguito secondo le pur generose leggi vigenti.
Curiosamente, poco dopo la visita, il flusso d'acqua è aumentato, sebbene non abbastanza per fermare la moria di pesci. I vaironi, che avevano recentemente ripreso a popolare il Lura, sono considerati un significativo segnale del miglioramento della qualità dell'ecosistema fluviale.
Guaglianone ha dunque sollecitato la Provincia a eseguire la rimozione delle carcasse dal letto del torrente; si è dunque adoperato affinché i vaironi superstiti fossero tenuti in vita nella pozza di via Tommaseo, alimentandola con acqua della rete idrica cittadina. Una parte dei pesci è stata infine trasferita nel fiume Olona. Qualora non si dovesse presto verificare un aumento del livello dell’acqua, anche i rimanenti verranno trasportati.
Come militanti di Domà Nunch, esprimiamo soddisfazione per la sensibilità del nostro assessore, proseguendo l'impegno a lavorare per il Bello e per l'Equilibrio di cui così tanto ha bisogno il nostro territorio. Restiamo sempre a disposizione e ringraziamo le associazioni che hanno già dimostrato di condividere questi obiettivi comuni; invitiamo ognuno a monitorare la situazione, avvicinandosi con noi a queste importanti ma troppo celate problematiche.
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mercoledì 26 ottobre 2011
Il fiume di Milano
| Tappeto di rifiuti e siringhe a 900 metri da Piazza Duomo a Monza, presso il Lambro |
Una bella canzone di G.Gaber dedicata simbolicamente a Milano recita...com’è bella la città, com’è grande la città, di gente che lavora, di gente che produce...note condivisibili (e, in questo periodo, auspicabili). Tutto questo positivismo ha però senso e sostenibilità se dietro c’è il bosco e la rugiada (la fotosintesi, il bios in termini tecnici), se alle quinte ci sono i monti, magari innevati e per essi i fiumi, magari puliti.
Quando il termine ecologia non era ancora coniato e l'ultima lontra abbandonava elegiacamente un habitat, ormai diventato - secondo un disegno irresponsabile più che preterintenzionale - un deposito di organo-clorurati, annotavo gli scarichi che deturpavano il mio fiume, le aziende che se ne servivano come pattumiera industriale e gli argini impropri che cancellavano un paesaggio indescrivibile e forse incomprensibile a chi non l’ha vissuto. Poi mi resi conto che il degrado (morale e materiale) è fattore dinamico, in rapporto spesso esponenziale al modello di sviluppo e assai più subdolo e complesso di quanto possa a prima vista apparire.
Milano allora esportava verso quelle sorgenti e quei colli (in Brianza) le "ville di delizia", ora esporta uno squallido paesaggio sub-metropolitano, del fiume lucente restano gli effluvi cloacali, dei salici riversi e dei boschi di alneta un tappeto esotico di humulus scandens a coprire, pietosamente, cementi o lapidi trapezoidali, - incomunicabili al caos deterministico dell’ambiente lotico - dei silenzi, il rombo delle tangenziali, alla fine e al più, un’acqua abiotica, spenta.
Salvare un fiume non è come intervenire su di un canale; anche i Navigli hanno la loro storia, la loro economia, la loro funzione e la loro poesia, ma sono acque passive che necessitano di una fonte e una dinamica primaria, quella che sta solo nel ciclo e nell’energia cosmica dell’acqua e che oggi è gravemente minacciata di destabilizzazione.
A quel ciclo (naturale) il Lambro va riconsegnato, sollevandolo non solo dai tensioattivi o dai sublimati industriali di turno, ma da tutte le nefandezze, sperequazioni, abusi, corruzioni, incompetenze quotidiane che lo affliggono. Un disamore che nasce dalla disconoscenza e da una miope visione urbanistico-strumentale che cancellerà, per sempre, quelle linfe e quell’ambiente dall’elenco delle risorse primarie di una terra modellata e dissetata dalle stesse fonti che avrebbero fornito l’energia per lo sviluppo e la cognizione, e che sono invece adusate alla misconoscenza e alla cultura del vilipendio.
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martedì 13 settembre 2011
Sagre di Brianza
Uscita del libro Sagre di Brianza di Simone Milesi.
Da lunedì 12 settembre 2011 in tutte le edicole della Brianza.
La Brianza non è più solo sinonimo di impresa e lavoro. Ma è anche una terra ricca di storia, tradizioni e feste popolari. Momenti in cui la gente può ritrovarsi, assaggiare prodotti e piatti tipici, divertirsi secondo quanto indicato dalle proprie radici. Ce ne sono tanti di questi appuntamenti, durante tutto l'anno: e per non perderne nemmeno uno, ecco un volume di oltre cento pagine, che rappresenta un'utile guida alle “Sagre di Brianza”. Vi si potranno trovare la storia di questi eventi e tutte le notizie essenziali, come luoghi, date e riferimenti telefonici.
Si tratta della seconda edizione, rivista e corretta, del libro di Simone Milesi, brianzolo esperto ed appassionato delle feste popolari della sua terra, che non è solo una guida per sapere sempre cosa fare nel fine-settimana, ma anche un modo per conoscere e custodire un patrimonio. Il volume è ricco di bellissime fotografie che ben rappresentano i paesaggi e la gente delle feste più caratteristiche della Brianza.
Racconta Milesi: "Ogni nostro paese ha le sue usanze e le sue feste legate al santo patrono o alle tradizioni contadine che accompagnano la vita e il lavoro dell'anno. Nel libro si possono trovare una settantina tra gli appuntamenti più famosi e interessanti, che uniscono cultura, storia, enogastronomia, giochi e divertimento. Alcuni esempi? Già sul finire dell’estate spiccano la 'Sagra della patata' di Oreno, tipica festa rurale che si svolge ogni due anni; oppure la ricorrenza della Madonna di Brivio, con lo straordinario spettacolo pirotecnico sul fiume Adda. Proseguendo con l'autunno, c'è la 'Festa di Sant’Ambrogio' vicino a Carugo (Co), che si tiene dal 1743. In inverno, pensiamo solo alla Giubiana, che saluta il gelo, e che prelude ai carnevali."
Insomma, ce n'è per tutti i gusti e per tutto l'anno.
Il libro è disponibile in edicola in accoppiamento con le seguenti testate a 6,90 euro in più: Giornale di Monza, Giornale di Vimercate, Giornale di Seregno, Giornale di Carate, Giornale di Desio, Giornale di Merate, Giornale di Lecco, Giornale di Erba, Giornale di Cantù, Giornale di Olgiate.
Intervento a cura di Domà Nunch
Da lunedì 12 settembre 2011 in tutte le edicole della Brianza.
La Brianza non è più solo sinonimo di impresa e lavoro. Ma è anche una terra ricca di storia, tradizioni e feste popolari. Momenti in cui la gente può ritrovarsi, assaggiare prodotti e piatti tipici, divertirsi secondo quanto indicato dalle proprie radici. Ce ne sono tanti di questi appuntamenti, durante tutto l'anno: e per non perderne nemmeno uno, ecco un volume di oltre cento pagine, che rappresenta un'utile guida alle “Sagre di Brianza”. Vi si potranno trovare la storia di questi eventi e tutte le notizie essenziali, come luoghi, date e riferimenti telefonici.
Si tratta della seconda edizione, rivista e corretta, del libro di Simone Milesi, brianzolo esperto ed appassionato delle feste popolari della sua terra, che non è solo una guida per sapere sempre cosa fare nel fine-settimana, ma anche un modo per conoscere e custodire un patrimonio. Il volume è ricco di bellissime fotografie che ben rappresentano i paesaggi e la gente delle feste più caratteristiche della Brianza.
Racconta Milesi: "Ogni nostro paese ha le sue usanze e le sue feste legate al santo patrono o alle tradizioni contadine che accompagnano la vita e il lavoro dell'anno. Nel libro si possono trovare una settantina tra gli appuntamenti più famosi e interessanti, che uniscono cultura, storia, enogastronomia, giochi e divertimento. Alcuni esempi? Già sul finire dell’estate spiccano la 'Sagra della patata' di Oreno, tipica festa rurale che si svolge ogni due anni; oppure la ricorrenza della Madonna di Brivio, con lo straordinario spettacolo pirotecnico sul fiume Adda. Proseguendo con l'autunno, c'è la 'Festa di Sant’Ambrogio' vicino a Carugo (Co), che si tiene dal 1743. In inverno, pensiamo solo alla Giubiana, che saluta il gelo, e che prelude ai carnevali."
Insomma, ce n'è per tutti i gusti e per tutto l'anno.
Il libro è disponibile in edicola in accoppiamento con le seguenti testate a 6,90 euro in più: Giornale di Monza, Giornale di Vimercate, Giornale di Seregno, Giornale di Carate, Giornale di Desio, Giornale di Merate, Giornale di Lecco, Giornale di Erba, Giornale di Cantù, Giornale di Olgiate.
Intervento a cura di Domà Nunch
martedì 31 maggio 2011
BiciSì: biciclettata nei quartieri di Lissone
| Foto WWF |
LIBERA SUI PEDALI LA TUA ENERGIA RINNOVABILE PER DIRE SI' ALL'ACQUA PUBBLICA ED AL RIFIUTO DELLE CENTRALI NUCLEARI.
Non puoi mancare !
* RITROVO ORE 16,30 davanti alla biblioteca di Lissone in p.zza IV Novembre
* Bicliclettata per i quartieri di Lissone
* Ore 18,30 circa : Arrivo in Piazza Libertà - Punto informativo e giochi d'acqua
NB: Ricordati di riempire la tua borraccia con ACQUA PUBBLICA
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martedì 22 marzo 2011
Successo per la giornata ecologica "Nettemm i nòst bosch"
La giornata ecologica "Nettemm i nòst bosch" che ha avuto luogo domenica scorsa nei boschi di Sant'Andrea fra Misinto e Cogliate ha avuto un'ottima riuscita. Svariati i quintali di rifiuti che sono stati raccolti e concentrati nelle piazzole ecologiche comunali da un numeroso gruppo di volontari, coordinati dall'associazione Domà Nunch.
"Un risultato eccezionale per questa giornata - commenta Matteo Colaone, segretario nazionale di Domà Nunch - che riteniamo abbia lanciato un messaggio concreto e chiaro a tutti coloro che domenica hanno notato il lavoro dei volontari. Dobbiamo avere più cura del nostro territorio, perchè non è più accettabile che il nostro occhio si abitui, anche qui nelle Groane, a cumuli di rifiuti che riempiono sentieri, fossi e bordi delle strade. Troviamo inoltre significativa, come è ormai frequente durante le iniziative di Domà Nunch, la forte presenza di giovani, che possono così educare loro stessi a scelte di vita in linea con le esigenze della terra in cui vivono".
Parecchi i ritrovamenti 'insoliti' che facevano mostra nei boschi di San'Andrea: batterie, siringhe, sanitari, rifiuti dell'edilizia, fino a svariati sacchi pieni di cozze, oltre a dei documenti, consegnati immediatamente alle autorità.
A questo proposito continua Colaone: "A nome di Domà Nunch ringrazio di cuore tutti i partecipanti, gli sponsor e le amministrazioni comunali. Sicuramente sarà un'iniziativa da ripetere, ma ci auguriamo che, d'ora in poi, la nostra azione e la nostra presenza su questo territorio tengano lontano questi incivili nemici del nostro già fragile ecosistema".
"Un risultato eccezionale per questa giornata - commenta Matteo Colaone, segretario nazionale di Domà Nunch - che riteniamo abbia lanciato un messaggio concreto e chiaro a tutti coloro che domenica hanno notato il lavoro dei volontari. Dobbiamo avere più cura del nostro territorio, perchè non è più accettabile che il nostro occhio si abitui, anche qui nelle Groane, a cumuli di rifiuti che riempiono sentieri, fossi e bordi delle strade. Troviamo inoltre significativa, come è ormai frequente durante le iniziative di Domà Nunch, la forte presenza di giovani, che possono così educare loro stessi a scelte di vita in linea con le esigenze della terra in cui vivono".
A questo proposito continua Colaone: "A nome di Domà Nunch ringrazio di cuore tutti i partecipanti, gli sponsor e le amministrazioni comunali. Sicuramente sarà un'iniziativa da ripetere, ma ci auguriamo che, d'ora in poi, la nostra azione e la nostra presenza su questo territorio tengano lontano questi incivili nemici del nostro già fragile ecosistema".
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venerdì 4 marzo 2011
Ona domeniga ecològica in di bosch de Sant Andrea
Domà Nunch , cont i patrocini del Parch Regional di Groan, del Comun de Misent (MB) e del Comun de Cogliaa Sandalmazzi (MB), la organizza ona domeniga ecològica in di bosch de Sant Andrea.La manifestazion l'è averta a tutta la popolazion.
Nettemm i nòst bosch
Domeniga ecologica in di bosch de Sant Andrea
20 de marz 2011, h. 9
Partenza da MISENT / MISINTO (MB), Antiga Osteria Sant Andrea, via S.Andrea 13
PROGRAMMA.
h.9.00 - Se troeuvom tucc a l'Antiga Osteria Sant Andrea
h.9.30 - Partenza per andaa a nettà i bosch.
h.12.30 - Pan e salamm e bibita offert da l'Antiga Osteria Sant Andrea
Informazion: tel. 02/96328730 - email: info@domanunch.org
L'organizzazion la mettarà a disposizion di indoment (guant e tute) finchè ghe n'è. Tucc pòden partecipà liberament cont i sò vestii e i sò attrezz. L'organizzazion la se ciappa minga la responsabilità per dagn ò incident che podarìan capità ai partecipant.
domenica 22 agosto 2010
Lambro: il fiume cementificato
di Matteo Colaone(Associazione Domà Nunch - Moviment econazional de l'Insubria)
I fiumi d'Insubria esondano? Non-notizie che coprono altre realtà.
L'ignoranza e il disinteresse per i meccanismi che regolano l'ecosistema sono la prima causa dei cosidetti 'disastri naturali'. Ma sono veramente disastri, o giuste risposte ad azioni sbagliate perpetuate per decenni? Nella Repubblica Italiana (dove il 30% della popolazione scarica i rifiuti liquidi nelle acque), ogni volta che una piccola o grande catastrofe si abbatte su un territorio, vediamo buttare miliardi nella ricostruzione e in opere-pezza, senza investire nella rimozione delle cause del problema, ovvero alla prevaricazione dell'uomo e dei suoi interessi sugli ambienti.
In Insubria, in modo ancora peggiore, le naturali esondazioni agostane dei fiumi cementificati diventano notizia, mentre il quotidiano attacco dovuto alla pressione antropica (industrie e abitazioni) è considerato ormai un fattore normale. Così come non genera scandalo il fatto che fiumi e torrenti come l'Arno, l'Olona, la Lura, il Seveso, il Lambro, il Molgora siano utilizzati come fogna nella moderna Europa del 2010. E tutto questo, senza neanche beneficiare di interventi economici d'emergenza da parte dello Stato.
Approfondiamo tecnicamente questi temi troppo poco conosciuti con Luciano Erba, brianzolo, studioso degli ecosistemi fluviali e probabilmente il massimo conoscitore del Lambro. E' stato autore nel 2009 del volume "Lambro, l'inquinamento occulto". Lo ringraziamo con amicizia per la disponibilità accordataci.
Caro Luciano, durante la scorsa settimana i giornali e le televisioni hanno dato notizia dell'esondazione del Lambro e della Bevera, suo affluente. Notizie in qualche modo già sentite: sembra che ci si accorga dei nostri corsi d'acqua solo quando 'danno fastidio'. Ma le esondazioni, fenomeni sporadici seppur violenti, non fanno parte della natura del nostro ecosistema? Certamente ed in modo ineluttabile. I fiumi, per chi li studia sono sistemi ecologici molto complessi ed affascinanti proprio per la dinamicità che li caratterizza. Osserviamo uno qualsiasi dei corsi d'acqua della nostra terra in una stagione asciutta: tutto è ridotto (complice l'inquinamento) ad un rigagnolo maleodorante, opacizzato, con sedimenti nerastri anossici, o all'ossatura marcescente di un alveo afotico, spento tra rifiuti, plastiche, spesso in un corridoio dimenticato, poco invitante.
La piena ci restituisce, senza nostro merito, un fiume vivo e una risorsa sottostimata. La portata, il tirante idraulico, è come la compressione, la forza di un motore, attraverso cui avviene la rigenerazione dinamica del paesaggio fluviale, in un dimensionamento estetico rapido quanto inimitabile per bellezza, ma soprattutto funzionalità. Il rimpinguamento delle acque sotterranee, la sedimentazione nelle piane alluvionali superstiti, la laminazione con deposito dei limi e delle granulometrie via via decrescenti del percorso longitudinale, l'autodepurazione meccanica e biologica, la creazione di ambienti umidi transitori, la pulizia del materasso ciottoloso, la diversificazione degli habitat e delle nicchie ecologiche, fattori imprescindibili di biodiversità, l’ossigenazione, la regolazione micro-climatica, i processi biogeochimici che avvengono sotto il paesaggio, in ambito iporreico o interstiziale, l'incredibile mosaico di micro-ambienti dell'interfaccia riparia, le occasioni di rifugio, di completamento o propagazione del ciclo vitale acquatico (le golene sono come nursery per gli avannotti ), il richiamo e la trasmigrazione faunistica ciclica ed occasionale, il ripascimento edafico (suoli e formazioni arboree), l'interscambio falda/fiume con infiniti altri coinvolgimenti che stanno alla base del sistema di auto-mantenimento della risorsa, tutto questo... (se non basta!) rappresenta una piena: in una parola il rinnovo gratuito di una risorsa resa esausta da abusi e disusi consumistici. I fiumi con una percentuale di gran lunga inferiore all'1% delle acque terrestri, costituiscono, nel loro ciclo, un trait d’union insostituibile tra le masse oceaniche e l'atmosfera. Ignorare tutto questo o pensare di contenere, trasformare questa imperfettibile complessità in un canale o in un argine è fonte di continua sorpresa per un governo lungimirante delle acque, destabilizzante e assurdo nei risvolti ambientali.
L'impermeabilizzazione del suolo e l'arginatura delle sponde sono fra i primi nemici del regime naturale di un corso d'acqua. Secondo la tua esperienza, qual'è la condizione media dei fiumi della nostra Insubria pedemontana? Il processo di artificializzazione non è uno dei nemici, ma il fattore destabilizzante per antonomasia. Il dissesto idrogeologico è aumentato e non diminuito a causa di queste opere, non paragonabili per intensità distruttiva ad alcun tipo di inquinamento per i tempi di assorbimento lunghissimi, quando non irreversibili e per l’impatto devastante sugli aspetti biologici ecologici e strutturali dell’ecosistema. Si distrugge in breve un lavoro della Natura, costruito in tempi geologici e frutto di un processo selettivo. I migliori corsi d'acqua territoriali, da un punto di vista della diversità ambientale e della funzionalità del corridoio fluviale, sono Ticino e Adda, pur non senza problemi: l'Adda Valtellinese è stata distrutta non dagli eventi alluvionali, che hanno cancellato gli insediamenti in aree sensibili, ma dall’alluvione di cemento che ne è seguita. Il comprensorio Lambro-Seveso-Olona è il più sofferente. Gli ultimi due si “sfaldano” (cancellazione fisica) all'altezza metropolitana, riconfluendo in gran parte a Lambro per vie traverse, tombinature, colatori. Mi incuriosiscono, non oltre, le notizie di esondazione in questi ambiti. Prima si seppellisce un fiume vivo, poi ci si meraviglia che voglia riemergere. Il bacino del Seveso negli ambiti non antropizzati sta raggiungendo livelli di disinquinamento del Lambro brianzolo con angoli naturali di pari bellezza, ma in estesi tratti anche molto prima di Milano è fisicamente distrutto dal cemento. Interventi di rinaturazione ripropongono, anche se con qualche miglioramento del corridoio, incoerenze e banalizzazioni che ritenevo definitivamente superate (scogliere, spondali tanto per cambiare). Se i "Contratti di fiume" si ridurranno a questo o al mero ampliamento dei depuratori senza valutarne l’impatto biologico, sarà l'ennesimo tracollo.
Il Lambro non è messo malissimo da questo punto di vista in quanto l'area metropolitana, Monza – Milano è in parte stemperata dai Parchi, c'è una notevole aggressione alla fascia di mobilità funzionale (solite scogliere e tracciati viari insostenibili) e all’alveo, ma il corridoio ha ancora spazi di respiro e certi interventi di consolidamento sono amovibili, con opportuna riconversione ad ambito fluviale.
A questo si deve aggiungere la presenza industriale, la chimica in agricoltura e l'uso anormale di detergenti, fenomeni che hanno grande responsabilità dell'inquinamento occulto che hai descritto nelle tue pubblicazioni. Convieni che, in buona parte del nostro territorio, solo una immediata e radicale politica di de-urbanizzazione e rimodellamento del paesaggio potrebbe ripristinare gli ambienti fluviali?
Come minimo e non solo a vantaggio dei fiumi. Il rimodellamento del paesaggio (fluviale) avviene autonomamente, proprio con le piene, come illustrato. Un processo di riqualificazione credibile si basa su alcuni concetti fondamentali: riaprire le piane alluvionali (superstiti), demolendo gli argini e ripiantumando. Il resto è relativamente veloce e gratuito, nei tempi della dinamica fluviale. I consolidamenti dove indispensabili vanno collocati esternamente ed in modo compatibile alle aree golenali e ai termini paesaggistici (ex legge Galasso). Sicurezza univoca e prioritaria è quella di rispettare una doverosa distanza non dall'alveo bagnato, ma dall'alveo di piena (normalmente asciutto anche per lunghissimi anni). Con ciò garantiremo non solo l'incolumità rivierasca, ma anche la conservazione di un sistema fluviale. Per quanto già esistente e, ragionevolmente, non delocalizzabile, occorre sì una governance idraulica, ma non dell'impatto improponibile finora osservato, quanto più di quello incastonato, invisibilo o apparentemente in secondo piano nel contesto paesaggistico-funzionale prima descritto. Questo è un indirizzo stimolante e qualificante: il mercato cementificatorio di un fiume è un binario morto, non appartiene ad un paese civile, a nessun indirizzo scientifico e tantomeno alla nostra cultura e alle nostre tradizioni.
Parallelamente va aggiunto il dimensionamento dei consumi idrici nei termini di sostenibilità ecosistemica. Le portate sono in progressivo scompenso. I nostri fiumi, infine, quali sistemi auto-depuranti, funzionano come un grande rene atrofizzato di un territorio superaffollato, ricolmo di veleni potenzialmente veicolabili, ad alto rischio di crisi ambientale. Lo diceva Ruffolo, Ministro dell'Ambiente fine anni '80, ma non vedo miglioramenti definitivi, semmai diversificazione dei veicoli o dei contenuti di trasmissione del degrado che risultano nella banalizzazione o perdita degli ecosistemi. Sulla de-urbanizzazione (ed estesamente de-industrializzazione dei processi incompatibili con la conservazione delle nostre risorse), è sufficiente una politica del territorio assennata, o consapevole: industrie, strade, case, solo quanto basta. E lo sviluppo sostenibile per ora è concetto vuoto, puramente strumentale. Per il consumo dei suoli basta aprire Google Earth , non serva altro per rendicontarsi. Se puntiamo al consumismo becero, ci sono interi continenti che ci sovrastano nella diffusione della quantità al posto della qualità, anche in senso economico: questa linea è perdente.
Ormai molti preferiscono entrare in contatto con i fenomeni della natura tramite la banalizzazione notiziaria piuttosto che tentando una quotidiana comprensione del mondo in cui vivono. Perchè le notizie di disastri ambientali (nazionali e globali) sono spesso fornite in modo a-scientifico, demagogico e sensazionalistico?
I nostri vecchi avevano un rapporto molto più familiare con l'acqua e l'ambiente, più conviviale, traendo direttamente fonti vitali. Un bracconiere aveva più conoscenze di ordine pratico, se vogliamo, di certi laureati d'oggigiorno. Si temeva l'ambiente e lo si rispettava per questo e come risorsa. L'avvento tecnologico ha comportato il dominio dell'uomo sulla natura, ma anche la piena responsabilità di questa conduzione, di cui non si è ancora presa adeguata coscienza. Il sensazionale, anche se di bassissimo spessore, attira l'audience. Il messaggio scientifico è impegnativo, di difficile rappresentazione e necessita di una diffusa base culturale per la comprensione. In tempi grassi dilaga il futile, il superfluo, in tempi magri sono ben altre le attenzioni primarie. Il modello di sviluppo e di costume ci ha peraltro allontanato da una Natura, prima avvelenata e poi interpretata come un nemico, un pericolo, portatrice di flagelli o simbolo di degrado, un facile capro-espiatorio su cui far convergere l'attenzione deviandola dai reali problemi.
Da ultimo, ti chiediamo una riflessione sullo sversamento di idrocarburi nel tuo Lambro avvenuto in febbraio. Quanto è cambiata la salute del fiume e delle sue sponde dopo il disastro?
I fattori biotici rispondono alla complessità dei fattori di degrado e il quadro diagnostico è sistematizzato su livelli elevati di compromissione, prima e dopo l’evento. La componente cronica di contaminazione supera quella acuta, anche se di eccezionale portata come nella fattispecie. Credo che le aree più provate siano quelle lentiche o di sedimentazione, con tempi di recupero piuttosto lunghi. I tratti dinamici hanno sopportato di peggio. Non ho peraltro seguito direttamente il caso per alcune considerazioni. Il Lambro a sud di Monza è per noi un Lambro morto, sebbene la realtà non sia sempre così radicale e l'eccezionale capacità biogena di queste acque si manifesta anche nell’area metropolitana: merita attenzioni e interventi, ma la frequentazione è ovviamente poco invitante ed a rischio. In secondo luogo non amo rincorrere le manifestazioni patologiche eclatanti, specie quelle annunciate. Ne rilevo invece le dinamiche preconfezionate, puntualmente verificabili. Non mi chiedo in parole semplici perché muoiono i pesci in certi tratti di Lambro, ma piuttosto mi interessa come fanno a vivere, e qui si manifesta la vera sensazionalità delle strategie naturali.
In conclusione non capisco (in realtà lo capisco benissimo) perché si insiste in una visione settoriale e perdente del fiume (l'ottica esclusivamente idraulica) cercando un modello finora impattante di controllo matematico delle piene e non si converga invece in un modello matematico di salvaguardia del fiume come ecosistema, che ricomprende anche la sicurezza idraulica, ma soprattutto l'interezza della risorsa. Non dobbiamo inventarci un fiume nuovo artificiale, ma creare una barriera fisica e culturale intorno al degrado: la tecnologia , se proprio, a supporto e non a condizionamento della risorsa. Quell'opificio o deposito, emblema di certo peso industriale, non aveva esigenza o motivazione alcuna, di facile commistione con le acque del Lambro. Se fabbrichiamo un cavallo di Troia, aspettiamoci le conseguenze. Andiamo a realizzare collettori, depuratori e scolmatori che al primo acquazzone spalancano porte perverse al fiume. Cosa vogliamo attenderci? Un'acqua balneabile? Tra migliaia d’industrie e milioni di persone? Ecco perché si esalta un'esondazione da quattro soldi per nascondere le vere mancanze e magari per fare di questo l’ennesimo business improduttivo e a carico della collettività. Sperare in quanto di positivo è già stato fatto non costa nulla, ma conduce a poco e garantisce nulla. Il risanamento di un fiume a questo punto ( e non per colpa del fiume ) costa e, senza ingenerare un pessimismo già diffuso, deve avvalersi solo di gestori cogenti e affidabili sotto ogni rigore. Qualcosa si può ancora salvare, se alle buone intenzioni seguiranno buoni progetti, non con una correzione, ma con un'inversione di rotta, diversamente tutto procederà in una sorta di aut-aut, con verticalizzazione dei fenomeni come risposta a fattori indotti dagli eccessi antropici.
Leggi anche:Disastro del Lambro: sei mesi di domande, nessun colpevole
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mercoledì 17 febbraio 2010
Bosco della Moronera: il mistero della cascina sepolta - 2
All'inizio si era ipotizzato che potesse trattarsi di una cascina abbandonata all'inizio del '900. Da ulteriori sopralluoghi e dall'analisi dei materiali utilizzati sembrerebbe invece che la costruzione risalga presumibilmente alla fine del '600.
Della vicenda è stata interessata la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Como.
Leggi anche:
- Bosco della Moronera: il mistero della cascina sepolta
- Bosco della Moronera: il taglio preventivo
- Pedemontana: requiem per il bosco della Moronera
mercoledì 3 febbraio 2010
Bosco della Moronera: il mistero della cascina sepolta
Finora non si erano avuti riscontri oggettivi e datazioni certe: l'edificio scompare dalle carte a inizio novecento.
Lo scorso mese di gennaio in seguito ad un evento fortuito - la caduta di un cane all'interno di una fenditura del terreno - sono state individuate le fondamenta di un insediamento piuttosto esteso.
Matteo Colaone, di Domà Nunch, ha dichiarato: «Inizialmente si è pensato che si potesse trattare dell'originario nucleo di Manera, abbandonato, si dice, in seguito a una pestilenza. Sembrerebbe avere, tuttavia, maggiore fondamento l'ipotesi secondo la quale i laterizi ritrovati risalirebbero ad una cascina, isolata e immersa nel bosco, specializzata nell'allevamento dei tori, frettolosamente abbandonata all'inizio del '900 in seguito ad un non meglio precisato "incidente". Effettivamente i mattoni ritrovati sono costituiti da una pasta diversa da quella utilizzata nell'edilizia moderna. Il mistero è stato fino ad ora gelosamente custodito dal bosco: la vegetazione è cresciuta sopra la costruzione ricoprendola interamente. Il segreto della casa nel bosco rischia ora di rimanere seppellito dalle ruspe: il 6 febbraio apre il cantiere di Pedemontana e l'area in questione, sebbene non interessata direttamente dal passaggio della strada, sarà probabilmente occupata dalle opere di cantierizzazione e, successivamente, dai manufatti dedicati alla viabilità accessoria».
Per leggere la pubblicazione "Il bosco della Moronera: vicende storiche ed ecologiche di una foresta che scompare" cliccare qui.
Nelle foto: alcune fasi del ritrovamento dell'edificio all'interno del bosco della Moronera.
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