lunedì 31 agosto 2026

Dalla memoria dei mestieri alla cura della Terra: a Giussano tre iniziative per ricordare, conoscere e riflettere


Dal 5 al 20 settembre 2026, Robbiano di Giussano ospita una serie di iniziative dedicate alla memoria di Vincenzo Terraneo, alla cultura popolare della Brianza e alla riflessione sulla cura della casa comune.

L'occasione è l'intitolazione dell'area verde di Robbiano a Vincenzo Terraneo, insignito nel 2024 della benemerenza ecclesiale della Rosa d'oro. Una figura ricordata per il suo impegno a servizio degli altri, vissuto con entusiasmo, passione e gratuità, ispirandosi ai principi e ai valori dell'esperienza cristiana e testimoniandoli nel quotidiano.

Ad accompagnare questo momento saranno due percorsi espositivi e una serata di approfondimento.

MESTÉE E LAVORÀ IN BRIANZA
📅 Dal 5 al 20 settembre
📍 Salone Giovanni Paolo II, via Monte Santo 4, Robbiano di Giussano

La mostra propone 45 quadri dedicati agli antichi mestieri della Brianza, realizzati da artisti contemporanei. Un viaggio nella memoria del lavoro e delle attività che hanno caratterizzato la vita delle comunità brianzole.

La mostra sarà visitabile:

sabato 5, 12 e 19 settembre, dalle 15 alle 19;
domenica 6, 13 e 20 settembre, dalle 9 alle 12.30 e dalle 15 alle 19.

IL GRIDO DELLA TERRA
📅 Inaugurazione sabato 5 settembre alle 17
📍 Chiesa parrocchiale dei Santi Quirico e Giulitta, via Monte Santo 3

Un percorso in 12 pannelli per conoscere e approfondire l'enciclica Laudato si' di papa Francesco, dedicata alla cura della «casa comune» e al rapporto tra ambiente, persone e comunità.

La mostra sarà visitabile negli orari di apertura della chiesa. Per visite guidate è possibile contattare Franca Pirovano al 333 9490473.

Durante l'inaugurazione interverranno Franca Pirovano, esperta di cultura popolare della Brianza, e Aurora Nespoli, collaboratrice delle Acli, che presenterà il percorso Il grido della Terra.

IL GRIDO DELLA TERRA – RIFLESSIONI E SUGGESTIONI
📅 Giovedì 17 settembre, alle 21
📍 Chiesa parrocchiale dei Santi Quirico e Giulitta, via Monte Santo 3

La rassegna si concluderà con una serata di riflessione sul tema della cura della casa comune, con Agostino Cullati, delle Acli di Milano, e don Giuseppe Corbari, vicario parrocchiale.

Una serata sotto le stelle per un altro futuro del Monte San Primo

Grande partecipazione alla serata promossa dal Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, che attraverso la cultura propone un modello diverso di valorizzazione del territorio.


Circa 200 persone hanno preso parte, sabato 29 agosto, all’evento svoltosi negli spazi dell’Osservatorio di Sormano, sotto il cielo del San Primo e con la luna piena a fare da suggestiva cornice. Una partecipazione che conferma la forte mobilitazione e l’attenzione del territorio verso la tutela dell’ambiente montano.


L’iniziativa era inserita nella rassegna “Piccole storie per una Grande montagna”, organizzata dal Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” nell’ambito della mobilitazione contro il progetto “OltreLario”, promosso dalla Comunità Montana Triangolo Lariano e dal Comune di Bellagio, che prevede nuovi impianti sciistici e sistemi di innevamento artificiale. La rassegna intende proporre un modello alternativo di valorizzazione del territorio, fondato su cultura, natura e fruizione sostenibile.


La serata ha proposto un suggestivo viaggio tra narrazione scientifica e letture liberamente ispirate alle “Cosmicomiche” di Italo Calvino, sotto il cielo del San Primo. Protagonisti dell’incontro sono stati le attrici Pia Mazza e Arianna Pollini, l’astrofisico Emilio Novati, Gigi Manara e Maurizio Lietti, insieme a Daniele Brioschi, docente presso la scuola media di Carimate, e ai suoi giovani astrofili.

Il prossimo appuntamento della rassegna è in programma domenica 20 settembre alle ore 10, ai piedi del San Primo, alla Colma di Sormano, con “DIVENTARE BOSCO”, una passeggiata nella natura tra racconti e attività di gioco e yoga, rivolta a famiglie e bambini dai 4 anni in su.

L’evento è gratuito, con posti limitati a un massimo di 20 partecipanti. È richiesta l’iscrizione obbligatoria via e-mail all’indirizzo info@bellagiosanprimo.com

sabato 29 agosto 2026

Le 21 Madri Costituenti in mostra alla Biblioteca di Seregno


Dal 19 settembre al 3 ottobre 2026, la Biblioteca Civica “Ettore Pozzoli” di Seregno ospiterà la mostra “Le 21 Madri Costituenti. 2 giugno 1946”, organizzata dall’ANPI – sezione “Livio Colzani” di Seregno, con il patrocinio del Comune di Seregno.

Si tratta di una mostra storico-documentaria e artistica itinerante dedicata alle 21 donne elette all’Assemblea Costituente nel 1946, protagoniste di un passaggio decisivo nella storia della Repubblica italiana e nella costruzione della Costituzione. La mostra nasce nell’ambito delle iniziative legate all’80° anniversario del suffragio universale e del primo voto delle donne in Italia, avvenuto il 2 giugno 1946. Un anniversario che offre l’occasione per tornare a conoscere le figure delle Costituenti e il contributo, spesso ancora poco conosciuto, che seppero dare ai lavori dell’Assemblea e alla nascita della Repubblica.

Le 21 donne elette alla Costituente appartenevano a esperienze politiche, sociali e culturali differenti. Alcune avevano partecipato alla Resistenza, altre provenivano dall'impegno sindacale, dal mondo cattolico o da quello politico e associativo. Insieme rappresentarono una presenza femminile nuova nelle istituzioni italiane, dopo decenni nei quali alle donne era stata sostanzialmente negata la partecipazione alla vita politica. I pannelli della mostra ne ricostruiscono le biografie e l'impegno politico e civile, mettendo in evidenza il loro ruolo nella discussione e nella stesura della Carta costituzionale. La parte storica e documentaria è stata curata da una commissione di storiche del Coordinamento Nazionale Donne ANPI, che ha elaborato i testi biografici e i contenuti dedicati alle 21 Costituenti. Accanto ai contenuti storici, la mostra propone una forte componente artistica. I ritratti delle Costituenti sono infatti tratti dalle opere realizzate nel 2020 a Novara dallo street artist Carlo Gori, mentre il progetto grafico dei pannelli è stato curato da Alice Ciangottini, attivista dell’ANPI provinciale di Roma. La rosa, elemento ricorrente nelle opere, costituisce il filo conduttore visivo dell'intera esposizione.

A Seregno la mostra sarà proposta in una particolare modalità “diffusa”. I 45 pannelli che la compongono – 44 delle dimensioni di 45×45 centimetri e un pannello principale di 100×100 centimetri – saranno collocati negli spazi interni della Biblioteca “Ettore Pozzoli”, integrandosi nei normali percorsi di lettura e di fruizione della struttura. L'obiettivo è fare in modo che la mostra non sia soltanto un'esposizione da visitare, ma diventi parte della quotidiana esperienza della biblioteca, incontrando anche chi vi si reca per studiare, leggere o consultare i servizi bibliotecari. L'iniziativa è rivolta a tutta la cittadinanza, con una particolare attenzione alle scuole secondarie di primo e secondo grado. Per gli organizzatori, infatti, l'esposizione può rappresentare uno strumento didattico per avvicinare ragazze e ragazzi alla storia della Repubblica, alla Costituzione e alle vicende personali e politiche delle donne che contribuirono alla sua nascita.


L'inaugurazione della mostra è prevista per sabato 19 settembre alle ore 15. Nell'occasione è prevista una performance teatrale dedicata al tema della mostra e alle biografie delle Madri Costituenti. La chiusura, prevista per sabato 3 ottobre, dovrebbe essere accompagnata da un momento dedicato a letture pubbliche di testi significativi e brani storici tratti dai dibattiti dell'Assemblea Costituente. È inoltre in fase di definizione un eventuale incontro con un'autrice per la presentazione di un testo collegato ai temi dell'esposizione.

La mostra sarà visitabile gratuitamente negli spazi interni della Biblioteca Civica “Ettore Pozzoli” di piazza Monsignor Gandini, dal 19 settembre al 3 ottobre, negli abituali orari di apertura al pubblico della biblioteca.

A Saronno il «Sudario per Gaza»: un grande telo per non dimenticare i bambini uccisi


Venerdì 4 settembre 2026 il «Sudario per Gaza» attraverserà le strade di Saronno, in un'iniziativa promossa dalla rete 4 Passi di Pace, con il patrocinio del Comune di Saronno.

Il Sudario è un grande telo bianco sul quale sono riportati i nomi di 18.457 bambini e bambine palestinesi che, secondo quanto indicato dagli organizzatori, risultavano uccisi nella Striscia di Gaza fino al luglio 2025. Realizzato dal collettivo Carnia per la Pace, il telo viene presentato come un'opera laica e itinerante, nata per conservare la memoria delle vittime più giovani della guerra e per richiamare l'attenzione sul valore di ogni singola vita.

«Non dimenticare un solo nome» è il messaggio che accompagna il Sudario: un invito a non lasciare che i numeri delle vittime cancellino le persone e le loro identità.

L'appuntamento è per venerdì 4 settembre dalle ore 18, con partenza da piazza Libertà. Prima dell'avvio del percorso è previsto un momento di riflessione con il gruppo Donne in Cerchio per la Pace, che proporrà anche una danza a tema.

Il Sudario sarà quindi portato a braccia lungo le strade della città. Il percorso partirà da piazza Libertà e proseguirà per corso Italia, con una prima sosta in piazza Volontari del Sangue e una seconda in piazza San Francesco. Il corteo continuerà poi lungo via San Giuseppe, via Verdi e via San Cristoforo, fino alla sosta in piazza Schuster. Da qui passerà per via Portici, per fare ritorno in piazza Libertà.

Nelle soste previste lungo il percorso, Claudio Mella e Angelo Miglio accompagneranno l'iniziativa con brani eseguiti con cornamusa e chitarra, alternando così momenti di raccoglimento e silenzio a momenti affidati alla musica.

Per sorreggere il grande telo saranno necessarie almeno 70 persone. Gli organizzatori invitano quindi chiunque condivida il significato dell'iniziativa a partecipare anche concretamente al suo svolgimento, contribuendo a portare il Sudario lungo le strade di Saronno.

«Sarà un gesto condiviso, simbolo di cura e memoria collettiva e più saremo a sorreggerlo, più grande sarà il suo significato», spiegano i promotori.

L'iniziativa vuole essere soprattutto un gesto di memoria, di vicinanza alle vittime e di rifiuto della guerra e dell'indifferenza. Il grande telo, con migliaia di nomi, rende visibile ciò che spesso i numeri non riescono a raccontare: dietro ogni nome c'è una bambina o un bambino, una vita spezzata e una storia che non dovrebbe essere dimenticata.

Per partecipare e offrire la propria disponibilità a sorreggere il Sudario è possibile contattare gli organizzatori dell'iniziativa.

Monza, l’allarme per il bosco di via Grigna: oltre 32.700 firme contro il taglio di 25.000 metri quadrati


Un bosco cresciuto spontaneamente alle spalle della sede della Provincia di Monza e Brianza, nell’area del Polo istituzionale di via Grigna, rischia di essere sacrificato per lasciare spazio a nuove costruzioni. È questa la preoccupazione al centro di una petizione online che ha superato le 32.700 firme e che chiede di fermare il progetto e di tutelare l’area verde.

La vicenda nasce dalla delibera n. 5 del 6 febbraio 2025, con la quale il Consiglio comunale di Monza ha adottato una variante al Piano di Governo del Territorio (PGT). Secondo quanto denunciato dal Coordinamento di comitati e associazioni che ha promosso la petizione, gli azzonamenti previsti dalla variante comporterebbero il taglio di un bosco di circa 25.000 metri quadrati.

L'area si trova nella parte nord-occidentale della città, alle spalle del Polo istituzionale di via Grigna. Il progetto prevede la realizzazione di uno studentato, con una volumetria indicata nella petizione in circa 57.000 metri cubi, insieme alle relative strutture e opere connesse.

Il timore dei promotori è che l’intervento contribuisca a un ulteriore processo di consumo di suolo e trasformazione di un’area che, nel tempo, è stata riconquistata spontaneamente dalla vegetazione.

La questione non riguarda soltanto la perdita del bosco. La petizione richiama infatti il quadro complessivo delle trasformazioni previste nella zona, indicando una volumetria complessiva di circa 168.000 metri cubi, a cui si aggiungerebbero ulteriori volumetrie a uso privato.

Per i comitati e le associazioni promotrici, lo studentato potrebbe essere realizzato in altre aree della città, senza sacrificare il bosco di via Grigna. In particolare vengono indicate alcune aree dismesse di proprietà pubblica, come quelle della ex Fossati e Lamperti e del vecchio ospedale Umberto I, considerate anche strategiche per la vicinanza alla stazione ferroviaria di Monza.

La richiesta, dunque, non è quella di rinunciare necessariamente alla realizzazione dello studentato, ma di individuare una collocazione alternativa, utilizzando aree già urbanizzate o dismesse e preservando invece il patrimonio verde esistente.

Il secondo punto della petizione riguarda direttamente la tutela dell’area boschiva.

I promotori chiedono innanzitutto di non procedere al taglio. Nel caso in cui l’intervento dovesse comunque essere realizzato, chiedono che siano previste ampie compensazioni, indicando una superficie da due a cinque volte quella del bosco interessato, da individuare possibilmente nelle aree adiacenti.

Si tratta di una posizione che mette al centro non soltanto il numero di alberi da sostituire, ma il valore complessivo di un'area verde che nel tempo si è sviluppata all'interno di un contesto urbano fortemente edificato.

La petizione pone anche una questione relativa alla partecipazione dei cittadini alle scelte urbanistiche.

I comitati riferiscono di avere chiesto al Comune un'assemblea pubblica sulla variante urbanistica, richiesta avanzata anche dalla Consulta dei quartieri di San Biagio-Cazzaniga.

Per i promotori, un intervento di queste dimensioni dovrebbe essere accompagnato da un confronto trasparente con gli abitanti dei quartieri interessati e con la cittadinanza, soprattutto quando comporta la trasformazione di un'area verde esistente.

A sostegno della petizione si sono riuniti numerosi comitati e associazioni del territorio monzese, tra cui Legambiente Alexander Langer Monza, il Gruppo Ambiente e territorio del CCR, il Comitato Aria Pulita Monza, il Comitato per il Parco A. Cederna, il Comitato Ospedale Umberto I°, il Comitato Bastacemento, il Presidio ex Macello, il Comitato San Fruttuoso Bene Comune e l’Osservatorio antimafie di MB Peppino Impastato.

L’appello ricevuto da Brianza Centrale invita ora a far conoscere la vicenda e a rafforzare la mobilitazione attraverso la raccolta firme.

Chi non avesse ancora sottoscritto la petizione e condividesse le richieste dei promotori può quindi partecipare alla raccolta di firme online:

NO AL TAGLIO DEL BOSCO DI 25.000 MQ AL POLO ISTITUZIONALE DI MONZA – Petizione su Change.org

L'obiettivo è dare maggiore forza alla richiesta di evitare il taglio del bosco, valutare localizzazioni alternative per lo studentato e aprire un confronto pubblico sulle scelte urbanistiche che riguardano quell'area di Monza.

venerdì 28 agosto 2026

Un'ora in silenzio per Gaza: i prossimi presidi tra Desio e Seregno

L'iniziativa dei presidi silenziosi per la pace e per richiamare l'attenzione su quanto sta avvenendo a Gaza continua.


Dopo l'appuntamento di ieri sera in piazza Concordia a Seregno sono già fissati i prossimi appuntamenti.

SABATO 29 AGOSTO – DESIO
Dalle 20 alle 21
Davanti al Parco di Villa Tittoni, via Lampugnani
Si tratta di un appuntamento speciale, che si svolgerà a margine del concerto di Cisco dei Modena City Ramblers.

DOMENICA 30 AGOSTO – DESIO
Dalle 20 alle 21
Davanti al Parco di Villa Tittoni, via Lampugnani
Anche questo sarà un appuntamento speciale, organizzato in occasione del concerto dei 99 Posse.

L'iniziativa proseguirà poi secondo il calendario abituale, alternando Seregno e Desio:

GIOVEDÌ 3 SETTEMBRE – DESIO
Dalle 18 alle 19
Piazza Conciliazione

GIOVEDÌ 10 SETTEMBRE – SEREGNO
Dalle 18 alle 19
Piazza Concordia

E così, nelle settimane successive, continuerà l'alternanza tra le due città. L'invito è rivolto a tutti i cittadini, alle associazioni e a chiunque senta il bisogno di manifestare pacificamente la propria preoccupazione per quanto sta accadendo. Basta anche un'ora. Un'ora di presenza, di silenzio, di testimonianza.

Alcune parole dopo il presidio di Seregno

Nel precedente post abbiamo raccontato il presidio di giovedì 27 agosto e la partecipazione di tante persone che, per un'ora, hanno scelto di stare in piazza in silenzio, con cartelli e bandiere, per richiamare l'attenzione sulla situazione di Gaza.

Dopo la pubblicazione, abbiamo ricevuto un contributo da parte di alcune persone che hanno partecipato all'iniziativa. Sono parole che aiutano a comprendere meglio perché questi presidi continuino e quale significato abbiano per chi vi prende parte.



PER NON ESSERE INDIFFERENTI


Ieri sera, giovedì 27 agosto, Piazza Concordia a Seregno ha raccolto una quarantina di partecipanti in silenzio, allineati e distanti, ciascuno con un cartello di sensibilizzazione per un'ora di testimonianza civile. L'appuntamento segue lo schema previsto, alternando i presidi del giovedì, tra Seregno e Desio.

Le motivazioni di fondo purtroppo non cambiano e l’obiettivo resta sempre lo stesso: continuare a sensibilizzare l'opinione pubblica sulla crudeltà delle aggressioni in corso da parte di Israele contro Gaza, il Libano, la Cisgiordania e gli altri territori coinvolti.

Negli ultimi giorni piuttosto le condizioni si sono aggravate, i continui attacchi dei coloni israeliani nei confronti di villaggi o singole abitazioni in Cisgiordania, sono intollerabili. Accerchiare le case, privarle di corrente, acqua e servizi, in sostanza affamare delle persone è un atto di terrorismo. Tutto ciò succede nel più assoluto silenzio della comunità occidentale. Come è possibile rimanere indifferenti?

In piazza ieri sera alcuni cartelli riportavano il pensiero del cardinale presidente della CEI italiana Matteo Zuppi:

"SE GAZA MUORE, MUORE LA DEMOCRAZIA OCCIDENTALE"
 
una riflessione terribilmente vera. Come riusciamo a parlare di diritti, democrazia, giustizia per noi stessi e allo stesso tempo giustificare il fatto che questi principi vengono calpestati ogni giorno in Cisgiordania?

Con l’aggravante che tutto ciò avviene sempre con la complicità dell’IDF (l’esercito israeliano) che, invece di intervenire a difesa dei civili, solidarizza con i provocatori.

Un altro messaggio forte presente in piazza è stato quello del cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme:

"DIGNITÀ PER I CIVILI BASTA DISASTRO UMANO"

Un appello che punta al cuore dello stesso dramma.

Siamo consapevoli che questo possa sembrare un impegno velleitario o privo di risultati immediati. Tuttavia, il silenzio e l’indifferenza ricalcano pagine di storia che abbiamo già vissuto e che non vogliamo in alcun modo ripetere.

Continueremo a mantenere alta l'attenzione e a esprimere solidarietà a una popolazione stremata, ricordando che la pace non è un'astrazione, ma il frutto di una pressione costante sulle istituzioni e sui rappresentanti politici. È con questo spirito e con questa motivazione che andiamo avanti.

Seregno, in piazza per Gaza: quando il silenzio chiede attenzione


Ieri sera, giovedì 25 agosto, piazza Concordia a Seregno si è riempita di persone. Non erano moltissime, ma erano più di quanto gli stessi organizzatori si aspettassero: circa quaranta, con momenti in cui si sono raggiunte le cinquanta presenze. Non c'erano comizi, né band musicali, né slogan scanditi al megafono. C'era il silenzio. E c'erano i cartelli. Frasi, citazioni, parole. Messaggi semplici, affidati alla lettura di chi passava, per richiamare l'attenzione su ciò che sta accadendo a Gaza e sulla sofferenza della popolazione civile. Alcuni partecipanti tenevano in mano le bandiere della Palestina, come richiamo al diritto all'esistenza, alla libertà e alla pace di un popolo.


Un'ora apparentemente semplice, quasi minimale, e proprio per questo capace di lasciare spazio a chiunque passasse di lì. E ieri sera qualcosa si è mosso anche intorno al presidio. Le persone che attraversavano la piazza osservavano con curiosità. Qualcuno si è fermato a leggere i cartelli, qualcuno ha chiesto informazioni, qualcuno si è unito per qualche minuto. Non tutti avevano necessariamente la stessa idea, ma il presidio ha attirato l'attenzione. È un particolare che merita di essere sottolineato.


Nelle settimane precedenti non erano mancati momenti di dissenso e reazioni differenti. Ieri sera, invece, oltre a una partecipazione più numerosa, si è percepita anche una maggiore attenzione da parte della città. Forse è proprio questo uno degli obiettivi più importanti di un'iniziativa come questa: non pretendere di convincere tutti, ma impedire che una tragedia venga semplicemente rimossa dal nostro sguardo.

C'è poi una caratteristica di questi presidi che li rende particolari. Non ci sono, alle loro spalle, partiti o associazioni. Non c'è una struttura organizzativa che imponga una linea. Sono cittadini che decidono spontaneamente di ritrovarsi, a settimane alterne a Seregno e a Desio, per esprimere il proprio disagio e la propria contrarietà di fronte a ciò che sta accadendo. Una scelta che può essere condivisa o non condivisa, naturalmente. Ma che merita almeno di essere ascoltata. 


Perché il tema che viene portato in piazza è, prima ancora di ogni appartenenza politica, quello di alcuni diritti fondamentali.

  • Il diritto alla pace.
  • Il diritto alla vita.
  • Il diritto dei bambini a crescere senza la paura delle bombe.
  • Il diritto dei bambini a giocare, andare a scuola, avere una casa, immaginare il proprio futuro.
  • Il diritto di ogni popolo a vivere senza essere sottoposto alla guerra e alla distruzione.

Sono diritti che dovrebbero appartenere a tutti, senza distinzione di nazionalità, religione o appartenenza. E proprio per questo il presidio non ha bisogno di molto altro. Non ha bisogno di rumore. Ha bisogno di presenza.


In un tempo nel quale le immagini delle guerre scorrono continuamente sugli schermi e rischiano di trasformarsi rapidamente in qualcosa di lontano, ripetitivo, quasi normale, scegliere di fermarsi un'ora in una piazza significa sottrarsi, almeno per un momento, all'indifferenza. Significa dire: questa cosa ci riguarda. Non perché si possa avere la presunzione di risolvere da Seregno o Desio un conflitto che dura da anni, ma perché esiste una responsabilità più semplice e più immediata: quella di non smettere di guardare. Di non considerare normale ciò che normale non è. Di non abituarsi alla morte dei bambini. Di non accettare che la sofferenza degli altri diventi soltanto una notizia fra tante. Ed è forse questo il senso più profondo di un presidio silenzioso.

Il silenzio non è assenza. Il silenzio può essere una forma di protesta. Può essere una scelta. Può essere un modo per dire che non si vuole aggiungere altro rumore, ma nemmeno voltarsi dall'altra parte.


Come blog, Brianza Centrale continuerà a dare spazio a queste iniziative. Non perché ogni lettore debba necessariamente condividere le posizioni di chi vi partecipa. E nemmeno perché un blog debba trasformarsi in un luogo di propaganda. Ma perché riteniamo che raccontare ciò che accade nella nostra comunità significhi anche dare voce a chi sceglie di manifestare pacificamente il proprio dissenso e la propria preoccupazione. E perché c'è una parola che, più di altre, dovrebbe preoccuparci: indifferenza.

L'indifferenza è il peggior nemico della ragione.

Perché quando si smette di guardare, di interrogarsi, di chiedere, di discutere, anche ciò che dovrebbe scandalizzarci può finire per apparire normale.

Ieri sera, a Seregno, quaranta, forse cinquanta persone hanno scelto semplicemente di esserci. In silenzio. Con un cartello in mano. Con una bandiera. Con una parola. E con la convinzione che, di fronte alla sofferenza degli altri, anche non voltarsi dall'altra parte sia già una forma di responsabilità.

giovedì 27 agosto 2026

Quando anche un aquilone diventa divisivo


Una piccola premessa. Ieri, dopo la pubblicazione del nostro post che informava del presidio silenzioso per la Palestina in programma questa sera, giovedì 27 agosto, dalle 18 alle 19, in piazza Conciliazione a Seregno, qualcuno, su una chat, ci ha fatto notare che l'iniziativa non era pertinente con le tematiche legate all'ambiente e ha definito l'argomento «potenzialmente divisivo» in quanto persone che possono condividere le lotte per la difesa del territorio magari sulla questione palestinese hanno idee diverse. Se la prima parte dell'osservazione può essere certamente comprensibile, quella parola - «divisivo» - merita una riflessione.

A prima vista, il presidio per la Palestina può sembrare una questione lontana dalla vita quotidiana di una comunità come quella della Brianza. Eppure, che cosa significa davvero considerare divisiva una manifestazione silenziosa per la pace, per i diritti umani e contro la sofferenza della popolazione civile?

È inevitabile che una presa di posizione possa dividere. Ma questo non significa necessariamente che sia sbagliata. Ci sono momenti nei quali il dissenso non è un problema da evitare, ma un diritto da esercitare. Il diritto di non adeguarsi all'andazzo comune. Il diritto di dire che qualcosa non va. Il diritto di non voltarsi dall'altra parte. È lo stesso principio che porta tante persone a mobilitarsi per difendere un territorio, un ambiente, un paesaggio, uno spazio pubblico. Non perché ogni battaglia sia uguale alle altre, ma perché alla base può esserci la stessa idea: che esistano valori che meritano di essere difesi anche quando farlo significa assumere una posizione scomoda.

Il bene comune non si ferma ai confini della propria strada, del proprio quartiere o della propria città.

Avere a cuore l'ambiente nel quale si vive significa riconoscere che ciò che ci circonda non appartiene soltanto a noi, ma anche a chi verrà dopo di noi. Avere a cuore la vita e i diritti degli altri significa riconoscere che anche una persona che vive lontano, e che non conosceremo mai, non perde per questo la propria dignità e il proprio diritto alla vita.

Sono davvero così distanti queste due sensibilità? Naturalmente non si tratta di mettere sullo stesso piano la difesa di un territorio e una guerra. Sarebbe assurdo farlo. Si tratta piuttosto di riconoscere che dietro entrambe può esserci una stessa domanda: quanto siamo disposti a preoccuparci di ciò che non riguarda direttamente noi? E quanto siamo disposti a dissentire quando riteniamo che un limite sia stato oltrepassato? Di fronte a ciò che sta accadendo a Gaza, e in particolare alla sofferenza dei bambini e della popolazione civile, è difficile pensare che l'unica risposta possibile debba essere il silenzio dettato dalla paura di dividere.

Si può discutere sulle responsabilità, sulle cause, sulle soluzioni politiche. Si possono avere opinioni diverse. Ma esprimere solidarietà alle vittime e chiedere la fine della violenza non dovrebbe richiedere il permesso di nessuno.

  • Essere per la pace è una scelta.
  • Essere dalla parte dei diritti umani è una scelta.
  • Avere a cuore la vita dei civili è una scelta.
  • Rifiutare l'indifferenza davanti alla sofferenza di un popolo è una scelta.

E sì, può essere una scelta divisiva. Ma se «divisivo» significa non accettare che di fronte alla morte di bambini si debba restare neutrali per non disturbare, allora forse è una divisione che vale la pena assumersi. Non tutto ciò che divide è necessariamente negativo. A volte il dissenso serve proprio a ricordare che non tutto ciò che viene considerato normale deve essere accettato come inevitabile.


E questa sera a Seregno, in piazza Conciliazione, ci sarà un presidio silenzioso.
Sarà un gesto semplice: un'ora in piazza per dire no alla guerra, alla violenza e all'indifferenza. Chi vorrà partecipare potrà portare con sé un aquilone, possibilmente con i colori della Palestina. Un oggetto fragile, leggero, fatto per volare. E forse proprio per questo un simbolo potente. Perché in questi giorni, a Gaza, persino un aquilone può essere guardato come una minaccia.

Ma per un bambino un aquilone è soltanto un gioco.

  • È fantasia.
  • È libertà.
  • È la possibilità di guardare il cielo senza avere paura.

E forse non c'è modo migliore per dire da che parte si vuole stare.

 

mercoledì 26 agosto 2026

Un aquilone in piazza Conciliazione: Seregno per la Palestina


Giovedì 27 agosto, dalle 18 alle 19, in piazza Conciliazione a Seregno, si terrà un presidio silenzioso a sostegno della popolazione palestinese. Un’ora di presenza, in silenzio, per richiamare l’attenzione sulla tragedia che continua a colpire la popolazione civile di Gaza e, in particolare, i bambini.

Il simbolo scelto per il presidio è un aquilone con i colori della Palestina. Una scelta che assume un significato particolare alla luce di quanto raccontato oggi da il manifesto: a Gaza, dove i giocattoli sono diventati difficili da trovare e persino materiali semplici devono essere recuperati per inventare qualcosa con cui giocare, gli aquiloni sono tornati a volare nelle mani dei bambini.

Carta, stoffa, qualche bastoncino e un filo possono bastare per costruire un giocattolo e conquistare, almeno per qualche momento, uno spazio di libertà. Eppure anche gli aquiloni sono oggi entrati nella logica della guerra. Il ritrovamento di quattro aquiloni nei pressi delle comunità israeliane al confine con Gaza ha provocato nuove misure di sicurezza e dichiarazioni che li hanno assimilati a una possibile minaccia militare.

Un aquilone, per un bambino, è gioco. È fantasia. È libertà.

È questo il contrasto che il presidio di domani vuole mettere davanti agli occhi di tutti. E non è casuale nemmeno il luogo scelto: piazza Conciliazione. Un nome che richiama una parola oggi più che mai necessaria: la ricerca della pace attraverso il riconoscimento dell'altro e il rifiuto della logica della guerra come unica risposta.

Chi parteciperà al presidio è invitato, se possibile, a portare con sé un aquilone, possibilmente con i colori della Palestina. Sarà un gesto semplice e simbolico: portare in piazza ciò che appartiene al mondo dell’infanzia e del gioco, contrapponendolo alla violenza e alla distruzione della guerra.

📍 Piazza Conciliazione, Seregno
📅 Giovedì 27 agosto
🕕 Dalle 18 alle 19

Un aquilone non è un’arma. Un bambino non è un bersaglio.

 

martedì 25 agosto 2026

Pedemontana e la tangenziale delle rovine


Qualche giorno fa siamo tornati al Parco del Meredo di Seregno. Una passeggiata, ma anche l’occasione per dare un’occhiata a come procedono i lavori della tangenziale Meda-Seregno di Pedemontana.

Eravamo rimasti alle ottimistiche dichiarazioni che indicavano settembre come il momento della conclusione dell’opera. Nel frattempo, però, pare che il calendario abbia subito una piccola correzione. Nell’incontro di fine giugno tra la Giunta comunale di Meda e i rappresentanti di Pedemontana, alla precisa domanda sulla conclusione dei lavori della tangenzialina, sarebbe stato indicato febbraio 2027 come termine ultimo. Una data che, vista la situazione del cantiere, sembra quantomeno prudente.


E qui nasce una considerazione un po’ meno ironica.

Perché, se è vero che una volta terminata la tangenziale almeno il senso di precarietà e di desolazione del cantiere verrà meno, è altrettanto vero che la devastazione del territorio è già avvenuta. Gli sbancamenti, gli scavi, le strade di servizio, i terreni trasformati, la vegetazione sacrificata: tutto questo non è un’ipotesi futura. È già sotto i nostri occhi. Anzi, osservando il paesaggio dal Meredo, viene quasi da pensare a una nuova forma di architettura delle rovine. Solo che qui non abbiamo antichi ruderi che il tempo ha consegnato alla storia. Abbiamo rovine nuove di zecca, costruite prima ancora che l’opera sia terminata. 


Il monumento simbolo di questa particolare archeologia del cemento è naturalmente il famoso ponte sulla ferrovia. Una grande struttura di calcestruzzo, fatta di pilastri e travature in cemento armato, che domina il paesaggio con una presenza difficile da ignorare. A decorarlo sono comparsi anche i graffiti, che qualcuno definisce street art. Forse è il modo contemporaneo di abbellire le rovine contemporanee.


Ma al di là dell’ironia, quello che colpisce è il contrasto fra la dimensione dell’intervento e il territorio nel quale è stato inserito. Un territorio già fortemente urbanizzato e frammentato, nel quale ogni spazio libero, ogni area verde, ogni lembo di campagna rimasto assume un valore che non può essere misurato soltanto in metri quadrati.

E mentre osserviamo ciò che è stato fatto, c’è anche chi guarda con preoccupazione a ciò che ancora deve essere fatto.


È il caso degli abitanti di via Forlì e via Po a Meda e del quartiere Ceredo a Seregno, che attendono la prevista realizzazione della tangenziale. Per loro il problema non appartiene a un paesaggio visto da lontano: riguarda direttamente il luogo nel quale vivono, il rapporto con le abitazioni, la qualità dell’ambiente e la trasformazione di una parte del quartiere che rischia di pagare un prezzo molto alto per un’opera della quale non tutti condividono la necessità e i benefici. E allora viene spontanea una domanda: quanto dovremo ancora aspettare per vedere conclusa un’opera che il territorio ha già pagato a caro prezzo?

Febbraio 2027, dunque. Prendiamo nota della data.

Nel frattempo, continueremo a guardare il cantiere. Magari prima o poi qualcuno tornerà a lavorarci..


Noi, lo diciamo senza troppi giri di parole, saremmo anche felici se questa tangenziale non venisse mai completata. Non perché ci piaccia vedere un cantiere incompiuto, ma perché riteniamo che la vera domanda dovrebbe essere posta prima di costruire, non quando ormai gran parte del territorio è stata trasformata: era davvero necessario arrivare fin qui? Il problema è che anche se domani arrivasse la decisione di fermare tutto, non avremmo recuperato il paesaggio di prima. E se invece l'opera sarà completata, potremo forse finalmente smettere di vedere cantieri, recinzioni, cumuli di terra e grandi manufatti di cemento. La devastazione apparirà allora più ordinata, più definitiva, forse persino più accettabile alla vista. Una strada al posto di un cantiere. Un’infrastruttura al posto di un paesaggio. Ma sarà comunque un paesaggio diverso. Per questo continuiamo a guardare i lavori. Non soltanto per sapere quando finiranno, ma per documentare ciò che nel frattempo è stato perso.


E così, mentre aspettiamo febbraio 2027, ci resta una curiosa certezza: la tangenziale potrebbe anche non essere ancora arrivata, ma il suo arrivo sul territorio è già avvenuto da tempo. E quello, purtroppo, non si può più rimandare.

Aggiornamento – 25 agosto 2026, ore 10:40


Poco dopo la pubblicazione di questo post, una cittadina del quartiere Ceredo ci ha contattato per segnalarci che proprio oggi, dopo circa un mese e mezzo di sostanziale sosta, qualcuno si è fatto vivo in cantiere, con l’arrivo di mezzi e materiale.

Prendiamo naturalmente atto della novità. Vedremo nei prossimi giorni se si tratta dell’effettiva ripresa dei lavori o soltanto di una presenza occasionale.

Intanto, il cantiere torna a dare qualche segno di vita. E noi continueremo a seguirne l’evoluzione, anche perché febbraio 2027, indicato come termine ultimo dei lavori, non è poi così lontano.

sabato 22 agosto 2026

La solidarietà sale in montagna: ANPI Seregno al rifugio “Gino e Massimo”


Martedì 18 agosto alcuni soci dell’ANPI di Seregno hanno raggiunto il rifugio “Gino e Massimo”, in Valtellina, nel territorio del Parco delle Orobie Valtellinesi, per portare la propria solidarietà ad Anna, la giovane ragazza che gestisce il rifugio, e alla sua famiglia.

Il rifugio era stato vandalizzato da ignoti poco meno di un mese fa, pochi giorni prima della preparazione della Pastasciutta antifascista. Un gesto vigliacco che aveva colpito non soltanto una struttura, ma anche un luogo diventato punto di incontro e di condivisione dei valori della memoria, della libertà e dell’antifascismo.


A raccontare la giornata è Mariadele Frigerio, presidente dell’ANPI di Seregno: «Martedì 18 agosto ci siamo recati al rifugio “Gino e Massimo”, con la bellissima accoglienza dei gestori del rifugio e dei camminatori presenti. Questo rifugio è stato vandalizzato da vigliacchi il mese scorso, pochi giorni prima che preparasse la Pastasciutta antifascista. Siamo andati a portare la nostra solidarietà (come anche molte altre persone) ad Anna, la giovane ragazza che lo gestisce, e alla sua famiglia».

Un gesto semplice ma significativo: andare, esserci, incontrarsi e dimostrare che di fronte alla vigliaccheria non si rimane indifferenti.

La solidarietà, quando diventa presenza, cammina. Anche in montagna.

venerdì 21 agosto 2026

Sotto il cielo stellato del Monte San Primo

"La distanza della Luna", il 29 agosto una serata tra scienza e letteratura. L’evento fa parte della rassegna "Piccole storie per una grande montagna", promossa dal Coordinamento 'Salviamo il Monte San Primo' per valorizzare il territorio attraverso la cultura.


Sabato 29 agosto, alle ore 21.00, il Nuovo Osservatorio Astronomico di Sormano ospiterà un appuntamento unico nel suo genere: "La distanza della Luna – Storie al chiaro di Luna". L'iniziativa unisce felicemente l'immaginazione letteraria, la lettura teatrale e la narrazione scientifica, in una serata a partecipazione completamente gratuita.

L'evento è inserito all'interno della rassegna culturale "Piccole storie per una grande montagna", un ciclo di incontri organizzato dal Coordinamento 'Salviamo il Monte San Primo' con l'obiettivo di accendere i riflettori sulla bellezza, la tutela e la valorizzazione del patrimonio naturale locale attraverso l'arte e la divulgazione.

Prendendo spunto dalle suggestive atmosfere delle "Cosmicomiche" di Italo Calvino, la serata offrirà al pubblico un viaggio sospeso tra terra e cielo, celebrando la meraviglia del plenilunio sul Monte San Primo. Sarà un'occasione speciale per osservare da vicino il nostro satellite, quasi come se si potesse "raggiungere con una scala".


Il programma vedrà l'alternarsi di voci artistiche e contributi scientifici. Sul palco saliranno le attrici Pia Mazza e Arianna Pollini, accompagnate dagli interventi dell'astrofisico Emilio Novati, di Gigi Manara e Maurizio Lietti. L'incontro vedrà inoltre la partecipazione di Daniele Brioschi (docente presso la Scuola Media di Carimate) insieme ai suoi giovani astrofili, offrendo una preziosa prospettiva didattica e intergenerazionale.

Informazioni utili:

  • Quando: Sabato 29 agosto, ore 21.00
  • Dove: Nuovo Osservatorio Astronomico di Sormano (Località Colma di Sormano)
  • Ingresso: Gratuito
  • Note: In caso di maltempo l’evento sarà annullato.

 
Per ulteriori dettagli e contatti di riferimento:

1976–2026 | Disastro diossina | 9. I processi, la transizione economica, l'assassinio di Paoletti, la Commissione parlamentare d'inchiesta


Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.


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Nona puntata
I processi, la transizione economica, l'assassinio di Paoletti, la Commissione parlamentare d'inchiesta


Altra puntata di approfondimento curata da Sinistra e Ambiente di Meda per ricostruire gli anni e le vicende drammatiche del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Questa volta trattiamo gli aspetti giuridici, le transazioni economiche, l'intersecarsi degli anni di piombo con alcuni attentati e con l'omicidio del direttore di produzione dell'Icmesa ing. Paolo Paoletti, i lavori e la relazione della Commissione d'Inchiesta parlamentare.
Continua l'impegno di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda per restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.
 
IL PROCESSO PENALE DI PRIMO GRADO A MONZA, L'APPELLO E LA CASSAZIONE 
Dopo la fuoriuscita di Diossina dall'Icmesa, il 2 agosto 1976 furono arrestati il Direttore Tecnico della fabbrica Herwig von Zwehl e il Direttore di Produzione Paolo Paoletti, successivamente scarcerati in attesa di processo.
Il filone giuridico per il disastro diossina dell'ICMESA-Givaudan-Hoffman-La Roche si è espresso con il processo penale contro i dirigenti, concluso nel 1986 con l'ultimo grado di giudizio, gli accordi di transazione tra le parti e i processi civili per i risarcimenti ai cittadini.

Il processo di primo grado a Monza

Il processo penale di primo grado per le responsabilità individuali per il disastro Diossina dell'ICMESA e della casa madre Givaudan (di proprietà della multinazionale Hoffman-La Roche)  si aprì a Monza il 18 aprile 1983.

Herwig Von Zwehl arrestato con Paoletti dopo la fuoriuscita di diossina e poi rimesso in libertà in attesa del processo

Imputati furono il Direttore tecnico dello stabilimento ICMESA Herwig von Zwehl, già denunciato nel 1974 e assolto nel 1976 per inquinamento idrico causato dall’Icmesa, il Direttore tecnico del gruppo svizzero Givaudan Jörg Sambeth, il Direttore generale del gruppo Givaudan Guy Waldvogel, il Progettista del reattore chimico A101 Fritz Moeri, il Capo del dipartimento ingegneria dell'ICMESA Giovanni Radice.
Le accuse nei loro confronti, in base alla legislazione di quegli anni erano di disastro colposo, omissione delle cautele necessarie a prevenire incidenti e lesioni permanenti.


Dal Corriere d'Informazione del 5/2/1980

Nelle aule del Tribunale di Monza solo Jörg Sambeth, direttore tecnico della Givaudan si presentò fisicamente partecipando attivamente alle udienze, affrontando il dibattimento e rispondendo a giudici e Pubblico Ministero.
Herwig von Zwehl, Guy Waldvogel, Fritz Moeri e Giovanni Radice vennero giudicati in contumacia poichè decisero di non presentarsi alle udienze e rimanendo all'estero e furono rappresentati esclusivamente dai loro collegi legali.
Durante le udienze sfilarono in aula tecnici ed operai dello stabilimento ICMESA per ricostruire la dinamica dell'incidente e i ritardi nell'allarme.
 
Esperti scientifici e medici vennero chiamati  a deporre  sugli effetti tossicologici della diossina TCDD e sulla contaminazione territoriale così come deposero gli amministratori locali e i funzionari pubblici che dovettero gestire la caotica emergenza sanitaria e l'evacuazione della "Zona A" nelle settimane successive al disastro.
Il processo mise in luce le carenze dell'impiantistica, del ciclo produttivo, dei controlli, la scarsa sicurezza nonchè la drammatica gestione iniziale delle informazioni sulla diossina. 

Il 24 settembre 1983 il tribunale condannò von Zwehl e Sambeth a cinque anni di reclusione, Moeri e Waldvogel a quattro anni, Radice a due anni e sei mesi.

Il dispositivo di sentenza del processo di primo grado del disastro diossina

Nel dibattimento di primo grado il tribunale di Monza riconobbe per la prima volta al sindacato il diritto di costituirsi parte civile in un processo per un disastro ambientale, anche in assenza di un lavoratore direttamente leso nella propria integrità fisica.

Momenti del processo di Primo grado a Monza. A dx della foto, in piedi, dietro il microfono,  l'avv. Carlo Smuraglia

La tesi sostenuta dai legali del sindacato, assistiti dal giuslavorista Carlo Smuraglia, fu che la chiusura dello stabilimento avesse privato l’organizzazione sindacale del proprio consiglio di fabbrica, inteso come articolazione territoriale del sindacato stesso.
Il tribunale accolse la tesi e riconobbe un risarcimento di 30 milioni di lire, una cifra paragonabile a quella ottenuta nello stesso periodo da una famiglia di quattro persone evacuate, con un bambino colpito da cloracne, costretta a lasciare casa e lavoro: 20 milioni di lire, riconosciuti in primo grado come provvisionale. 
La sentenza di Monza venne poi riformata in appello, ma il principio rimase e negli anni successivi venne ripreso da altri sindacati in tutta Italia in procedimenti per disastri ambientali.

Il 14 maggio 1985 la Corte d’appello di Milano ribaltò il verdetto, assolvendo "per non aver commesso il fatto" Waldvogel, Moeri e Radice e condannando von Zwehl a due anni di reclusione e Sambeth a un anno e sei mesi. 
La sentenza divenne definitiva venendo confermata nel 1986 dalla Cassazione.
Le pene comminate furono decisamente miti e solo per i due responsabili tecnici.
Nessuno di loro scontò la pena in carcere.

I PROCEDIMENTI CIVILI E LE TRANSAZIONI ECONOMICHE
I procedimenti civili ebbero, come è intuibile, un iter ancora più lungo, complesso e contraddittorio.
Dopo un anno di trattativa, il 25 marzo 1980, il presidente della Regione Lombardia Cesare Golfari, il sottosegretario all'Interno Bruno Kessler e il nuovo presidente della Giunta Regionale Giuseppe Guzzetti raggiunsero un accordo con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Puryi.


L'accordo prevedeva il pagamento da parte della Givaudan di una somma di 103 miliardi e 634 milioni
di lire (circa 320 milioni di euro nel 2023).
La transazione suddivideva la cifra in un rimborso di 7 miliardi e mezzo allo Stato, 40 miliardi e mezzo alla Regione per le spese di bonifica sostenute fino ad allora, altri 47 miliardi a carico della Givaudan per ulteriori interventi di bonifica e 23 miliardi destinati alla sperimentazione, costituendo anche una Fondazione per ricerche ecologiche, oggi Fondazione Lombardia per l'Ambiente, a cui la Givaudan partecipò con mezzo miliardo.
La Givaudan si impegnò inoltre a conferire alla futura Fondazione gli immobili acquistati (o che stava per acquistare) all´interno della Zona "A".
La transazione escludeva i danni imprevedibili successivi.
Questa transazione fece decadere il procedimento giudiziario intentato dalla Regione contro l´ICMESA e la multinazionale proprietaria all'interno del processo penale avviato dalla Procura della Repubblica di Monza all'indomani del disastro.
La transazione fu molto criticata e l'accordo giudicato favorevole alla Givaudan poichè gli evitata il processo e per questo gli avvocati della Regione sottolinearono che, se si fosse atteso il procedimento giudiziario, si sarebbe parlato di risarcimento dopo molti anni e con molta difficoltà si sarebbero ottenuti 103 miliardi.
I danni riscontrati dai privati furono risarciti dalla multinazionale tramite il proprio ufficio di Milano. Nel giro di tre anni de Puryi liquidò oltre 7000 pratiche con pagamenti effettuati direttamente ai privati, per una spesa complessiva di circa 200 miliardi di lire.
Il comune di Seveso con l'allora Sindaco Giuseppe Cassina, firmò successivamente a Losanna nel settembre 1982, sempre con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Pury, un'ulteriore e specifica transazione ricevendo 15 milioni di franchi svizzeri (1,5 Miliardi di lire).

La comunicazione del sindaco di Seveso Giuseppe Cassina sulla firma della transazione. Documento tratto dall'archivio "Il ponte della Memoria" di Legambiente circolo Laura Conti di Seveso

In cambio del pagamento di questi 15 milioni di franchi, dopo la Regione Lombardia, anche il Comune di Seveso rinunciò definitivamente a qualunque azione legale in sede civile e penale sia in Italia sia all'estero.
Unica eccezione per eventuali danni futuri e imprevedibili all'epoca della firma, a patto di dimostrarne il nesso causale con il disastro della diossina.

SUCCESSIVE SENTENZE CIVILI
Il 21 febbraio 2002 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione stabiliscono con la sentenza n. 2515 che il diritto al risarcimento del danno morale spetta anche in assenza di una malattia fisica, per una "presunzione di sofferenza" e di paura per la propria salute dovuta alla nube di diossina.
In applicazione di questo principio, la Cassazione aveva confermato alcuni risarcimenti, quantificati in circa 5.000 euro a favore dei residenti che avevano documentato il forte turbamento psichico causato dalla nube tossica.
Tuttavia negli anni successivi i tentativi di cause di massa come quella da oltre 10.000 cittadini del Comitato 5D avviata nel 2015, si sono scontrate con i rigidi termini di prescrizione e con sentenze di segno opposto che hanno chiuso la via a nuovi rimborsi tardivi.

IL DISASTRO DIOSSINA E GLI ANNI DI PIOMBO
Nel periodo tra la fine degli anni '70 e gli anni '80 , i cosidetti "anni di piombo", anche la vicenda del disastro diossina dell'Icmesa ebbe un contorno di attentati e di azioni armate rivendicate da gruppi facenti parte della galassia della "lotta armata".

Il  28 luglio 1976, alle 3 e 25 del mattino, esplose una bomba posizionata davanti alla sede romana della multinazionale svizzera La Roche. Non vi furono vittime.


Il 19 maggio 1977 l’ufficiale sanitario di Seveso Giuseppe Ghetti, accusato di aver coperto e minimizzato i rischi e le mancanze dell'Icmesa e di altre fabbriche della zona, venne “gambizzato” con cinque colpi di pistola. 
L'azione venne rivendicata da un fantomatico gruppo di «Combattenti per il comunismo», poi confluiti in "Prima Linea" ed era conseguente ad una “perquisizione proletaria” dell'ufficio di Ghetti.. 

Il 6 luglio 1977, a pochi giorni dal primo anniversario dell’incidente, una bomba esplose contro la casa del vicedirettore della Roche, Rudolf Rupp, a Frekendorf, in Svizzera.
La rivendicazione consegnata ad alcuni giornali svizzeri da parte di un misterioso «Commando 10 luglio»  era scritta in un tedesco approssimativo e vi si si affermava che la multinazionale svizzera aveva trovato potenti alleati «nello Stato dei democristiani e del compromesso storico: medici e scienziati corrotti, le maggioranze silenziose più diverse e anche i sindacati». 

Paolo Paoletti, direttore di produzione dell'ICMESA, assassinato nel 1980 a Monza da Prima Linea

Qualche anno dopo, il 5 febbraio 1980, venne assassinato in un agguato sotto casa, in via De Leyva, nel centro di Monza, il direttore di produzione dell’Icmesa, l'ing. Paolo Paoletti, che avrebbe dovuto rispondere alle accuse formulate anche nei suoi confronti nel processo monzese di primo grado all'Icmesa-Givaudan. Processo che per lui non arrivo mai a sentenza.


Il gruppo di fuoco, che sparò e uccise Paoletti era formato da tre persone, due uomini e una donna e subito dopo l’agguato fuggì a bordo di una Fiat 128 di color grigio metallizzato che fu ritrovata la mattina stessa in via Della Guerrina, nel quartiere Cederna.
L’assassinio fu rivendicato da Prima Linea.


Il Cittadino sull'omicidio di Paolo Paoletti

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA
La Commissione parlamentare incaricata di svolgere una inchiesta «sulla fuga di sostanze tossiche avvenuta il 10 luglio 1976 nello stabilimento Icmesa e sui rischi potenziali per la salute e per l’ambiente derivanti da attività industriali» venne istituita con la legge n. 357 del 16 giugno 1977. 


Era composta da 15 deputati e 15 senatori nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento il 28 luglio 1977 con una suddivisione numerica che rifletteva la composizione dell'arco parlamentare.
La Democrazia Cristiana aveva dodici Commissari, il Pci dieci, il Psi due. I repubblicani avevano un parlamentare nella Commissione, così come i Socialdemocratici e la Sinistra Indipendente mentre Destra Nazionale (ex MSI) aveva due Commissari.
Presidente della Commissione fu nominato il deputato Bruno Orsini.
La legge istitutiva, definì tre filoni di inchiesta dei quali la Commissione doveva occuparsi ossia:

  • l’accertamento delle responsabilità «ad ogni livello, centrale o locale, relative all’insedia-mento, alla sicurezza e alla nocività della produzione, ai controlli e ad ogni altra misura indispensabile atta ad evitare le calamità»;
  • la valutazione delle conseguenze dell’incidente, sia sul piano medico e ambientale sia su quello economico;
  • la formulazione di proposte «per una più efficace normativa a tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini, per l’equilibrio dell’ambiente naturale, nonché per assicurare servizi adeguati ed efficaci controlli».

La Commissione concluse i suoi lavori dopo un anno, il 19 luglio 1978, approvando all’unanimità una relazione conclusiva poi trasmessa ai Presidenti del Senato e della Camera dei Deputati. 
Una relazione che invitiamo i lettori a scaricare e a leggere poichè contiene comunque una ricostruzione dei fatti e identifica precise colpe non solo del gruppo dirigente e dei responsabili tecnici dell'Icmesa-Givaudan-Hoffman-La Roche (da pag. 76) per le loro scelte industriali ed omissioni comunicative ma anche del sindaco di Meda e degli altri organismi di controllo che non intervennero per tempo e con il dovuto e necessario rigore che le normative del tempo gli consentivano.
Il documento definisce anche i danni subiti dalle attività presenti in loco.

La potete scaricare a questo link: https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/907869.pdf

La Presidenza della Commissione operò per concentrare i lavori dell’organo parlamentare sugli aspetti dell’inchiesta in grado di ottenere la maggiore condivisione tra le varie forze politiche ottenendo l'unanimità della Commissione sul testo finale della relazione.
Testo che fu frutto di un compromesso ottenuto riducendo i riferimenti alle questioni politicamente più divisive quali l’aborto o la bonifica, aspetti sui quali i Commissari s'erano confrontati con scambi aspri e variegati. 
Per i Commissari fu più semplice concentrarsi su di una ricerca delle responsabilità indagando sulle numerose mancanze ed omissioni dell'Icmesa e della multinazionale proprietaria nonchè di alcune amministrazioni pubbliche, quali quella di Meda che ignorò l'esistenza di lavorazioni con sostanze chimiche pericolose che avrebbero fatto entrare l'azienda Icmesa nel novero degli impianti insalubri, la Provincia di Milano che non attuò provvedimenti coattivi, l'Ispettorato Provinciale del Lavoro che non fu in grado di approfondire la natura delle produzioni dell'Icmesa, il comando provinciale dei Vigili del Fuoco per mancate comunicazioni al Prefetto sui certificati antincedio dell'Icmesa scaduti e non rinnovati,  il Comitato Regionale Inquinamento Atmosferico Lombardia (CRIAL) che lasciò in sospeso pratiche ispettive, etc. 
Questo risultò utile per cercare di recuperare la fiducia dei cittadini nei riguardi delle istituzioni, dopo che il disastro aveva mostrato anche le carenze funzionali e le incapacità d'intervento di parecchi enti pubblici.

Rispetto agli altri compiti definiti nella legge istitutiva, la Commissione preferì non addentrarsi in valutazioni autonome, limitandosi ad un compito di mera raccolta e ordinazione delle documentazioni e delle relazioni ricevute da altri organismi tecnici e/o scientifici che trasmise poi al Parlamento a meri fini conoscitivi.
Va rilevato che il lavoro inquirente della Commissione produsse un risultato apprezzabile in un tempo molto breve e che la relazione conclusiva costituì un atto ufficiale dello Stato italiano in cui le responsabilità dell’Icmesa e della Givaudan erano sancite ufficialmente tant'è che anche l’avvocato di parte civile al processo di primo grado ne chiese l’acquisizione agli atti.

Continua.

 

[Per visualizzare tutte le puntate del dossier "Disastro diossina" cliccare qui]  

martedì 18 agosto 2026

Dodici giovani volontari europei al lavoro per l'ambiente della Brianza: successo per il Campo “Brianza Hills”

I volontari (a sx) inseme ai rappresentanti dei comuni (a dx)

Si è conclusa domenica 16 agosto l'ottava edizione del Campo di volontariato europeo “Brianza Hills”, organizzato dal Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”. Sono intervenuti all'iniziativa 12 volontari provenienti da diversi Paesi europei, che hanno operato in alcune zone verdi della Brianza comasca.

Nel corso della prima settimana del Campo, i giovani volontari hanno operato soprattutto nelle aree naturali di Anzano del Parco, in località Borego, e di Brenna, nell'area del Vallone, provvedendo alla sistemazione dei sentieri e di alcune aree umide.


Nella seconda settimana di lavoro ci si è spostati in particolare nel Parco dello “Zoc del Peric”, tra i territori comunali di Alzate Brianza e Lurago d'Erba. Qui i volontari hanno operato sui sentieri che attraversano il Parco, liberandoli dalla vegetazione infestante, rimuovendo anche le numerose piante cadute che ostruivano alcuni tratti e riposizionando alcuni pali della segnaletica dei sentieri.

Inoltre, i volontari sono intervenuti in alcune delle aree di accesso al Parco e nelle aree di parcheggio annesse, ripulendole dalla grande quantità di rifiuti abbandonati dai soliti incivili. Infine, presso la zona umida dello “Zoc del Peric”, è stata effettuata la tinteggiatura della staccionata che delimita l'area; nella stessa zona umida è stata posizionata una catasta di legna come rifugio per gli anfibi.


Il Campo è stato coordinato da Antonio Bertelè, insieme a Massimo Cattaneo e Pier Mariani del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, e ad Arturo Binda dell'associazione Le Contrade.

Così Antonio Bertelè commenta la riuscita del Campo:

“I 12 volontari si sono dimostrati davvero molto volenterosi e hanno realizzato tutti i lavori previsti dal programma. Come Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” vogliamo ringraziare le Amministrazioni comunali di Alzate Brianza, Anzano del Parco, Brenna e Lurago d'Erba e l'associazione Le Contrade di Inverigo, che hanno reso possibile la pianificazione dell'iniziativa.

Un ulteriore ringraziamento va alla Parrocchia di Alzate che ha messo a disposizione le strutture dell'Oratorio di Fabbrica Durini, dove hanno soggiornato i giovani volontari.

Si ringraziano inoltre i volontari di Brenna Pulita e di Legambiente Cantù, che hanno collaborato attivamente alla riuscita del Campo, e le altre associazioni coinvolte.

Per noi è stata sicuramente un'iniziativa ben riuscita e crediamo che i giovani volontari europei, oltre a essersi impegnati nei lavori, abbiano avuto modo di conoscere il nostro territorio e, in particolare, le aree naturali che vanno preservate dal punto di vista ambientale, un obiettivo che, nel nostro piccolo, crediamo di aver contribuito a raggiungere”.


L'appuntamento per una nuova edizione del Campo è quindi per il prossimo anno.