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venerdì 11 settembre 2026

Diossina e salute: a Meda una serata per il 50° anniversario del disastro ICMESA


Il 10 luglio è passato. A Seveso, proprio in quella data, si è svolta la cerimonia istituzionale per il 50° anniversario del disastro dell’ICMESA, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Una ricorrenza importante, che ha riportato all’attenzione pubblica una vicenda che, a cinquant’anni di distanza, continua a interrogare il territorio e chi lo abita.

In occasione dell’anniversario, alcuni gruppi ambientalisti di Seveso e Meda – Legambiente Circolo Laura Conti, Sinistra e Ambiente-Impulsi e Seveso Futura – hanno indirizzato una lettera alle istituzioni, chiedendo che possano essere conosciute nella loro completezza, e soprattutto nella loro attualità, sia le drammatiche vicende di quegli anni sia le criticità che ancora oggi riguardano il Bosco delle Querce, luogo simbolo della memoria di quella tragedia.

Ma il 10 luglio non può essere considerato soltanto una data del passato. Il bisogno di conoscere, ricordare e riflettere non si esaurisce con una cerimonia. Per questo a Meda proseguono le iniziative dedicate al 50° anniversario del disastro diossina dell’ICMESA.

Dopo la prima serata, svoltasi il 4 luglio 2026 e dedicata al Sapere Operaio, alla Nocività e al Diritto alla Conoscenza, il prossimo appuntamento sarà mercoledì 23 settembre. La serata sarà dedicata a un tema particolarmente delicato: la salute e le conseguenze della fuoriuscita di diossina del 10 luglio 1976 sulle persone, sugli animali e, più in generale, sui viventi.

È un aspetto centrale della vicenda di Seveso e, allo stesso tempo, uno dei più complessi e controversi. Dietro i numeri degli studi epidemiologici, dei monitoraggi e delle campagne di ricerca ci sono infatti persone che hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze della contaminazione e famiglie che, a distanza di decenni, continuano a confrontarsi con le domande lasciate da quella tragedia.

Nel corso degli anni sono stati prodotti dati, relazioni e risultati di grande importanza. Una parte consistente di questo patrimonio di conoscenze, tuttavia, è rimasta confinata soprattutto agli ambienti scientifici e specialistici, attraverso pubblicazioni su riviste e siti dedicati. Portare questi temi fuori dagli ambiti strettamente accademici significa quindi contribuire a rendere più accessibile una conoscenza che appartiene all’intera comunità.

L’iniziativa del 23 settembre nasce proprio da questa esigenza: non soltanto ricordare ciò che accadde cinquant’anni fa, ma provare a comprenderne meglio le conseguenze e a interrogarsi su ciò che quella storia continua a insegnare.

Come la precedente iniziativa di luglio, anche questa serata è promossa dai gruppi che da tempo lavorano insieme sulla Storia e la Memoria del Bosco delle Querce, nella consapevolezza che quel luogo e la memoria del disastro siano profondamente legati. Il Bosco delle Querce non è soltanto un'area verde nata dalla bonifica dei terreni contaminati: è anche un luogo della memoria, che conserva il ricordo di una ferita profonda per l’intero territorio.


In occasione di questo percorso comune, i gruppi promotori hanno scelto inoltre di dotarsi di un logo che li identifichi come soggetto collegiale. Un piccolo segno, ma significativo: quello di realtà diverse che hanno deciso di condividere un percorso di memoria, conoscenza e attenzione verso il territorio.

Il 50° anniversario, dunque, non si chiude con il 10 luglio. A Meda il ricordo continua, cercando di guardare al passato senza perdere di vista le domande che quella storia pone ancora oggi.

venerdì 21 agosto 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 9. I processi, la transizione economica, l'assassinio di Paoletti, la Commissione parlamentare d'inchiesta


Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.


*-*-*
Nona puntata
I processi, la transizione economica, l'assassinio di Paoletti, la Commissione parlamentare d'inchiesta


Altra puntata di approfondimento curata da Sinistra e Ambiente di Meda per ricostruire gli anni e le vicende drammatiche del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Questa volta trattiamo gli aspetti giuridici, le transazioni economiche, l'intersecarsi degli anni di piombo con alcuni attentati e con l'omicidio del direttore di produzione dell'Icmesa ing. Paolo Paoletti, i lavori e la relazione della Commissione d'Inchiesta parlamentare.
Continua l'impegno di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda per restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.
 
IL PROCESSO PENALE DI PRIMO GRADO A MONZA, L'APPELLO E LA CASSAZIONE 
Dopo la fuoriuscita di Diossina dall'Icmesa, il 2 agosto 1976 furono arrestati il Direttore Tecnico della fabbrica Herwig von Zwehl e il Direttore di Produzione Paolo Paoletti, successivamente scarcerati in attesa di processo.
Il filone giuridico per il disastro diossina dell'ICMESA-Givaudan-Hoffman-La Roche si è espresso con il processo penale contro i dirigenti, concluso nel 1986 con l'ultimo grado di giudizio, gli accordi di transazione tra le parti e i processi civili per i risarcimenti ai cittadini.

Il processo di primo grado a Monza

Il processo penale di primo grado per le responsabilità individuali per il disastro Diossina dell'ICMESA e della casa madre Givaudan (di proprietà della multinazionale Hoffman-La Roche)  si aprì a Monza il 18 aprile 1983.

Herwig Von Zwehl arrestato con Paoletti dopo la fuoriuscita di diossina e poi rimesso in libertà in attesa del processo

Imputati furono il Direttore tecnico dello stabilimento ICMESA Herwig von Zwehl, già denunciato nel 1974 e assolto nel 1976 per inquinamento idrico causato dall’Icmesa, il Direttore tecnico del gruppo svizzero Givaudan Jörg Sambeth, il Direttore generale del gruppo Givaudan Guy Waldvogel, il Progettista del reattore chimico A101 Fritz Moeri, il Capo del dipartimento ingegneria dell'ICMESA Giovanni Radice.
Le accuse nei loro confronti, in base alla legislazione di quegli anni erano di disastro colposo, omissione delle cautele necessarie a prevenire incidenti e lesioni permanenti.


Dal Corriere d'Informazione del 5/2/1980

Nelle aule del Tribunale di Monza solo Jörg Sambeth, direttore tecnico della Givaudan si presentò fisicamente partecipando attivamente alle udienze, affrontando il dibattimento e rispondendo a giudici e Pubblico Ministero.
Herwig von Zwehl, Guy Waldvogel, Fritz Moeri e Giovanni Radice vennero giudicati in contumacia poichè decisero di non presentarsi alle udienze e rimanendo all'estero e furono rappresentati esclusivamente dai loro collegi legali.
Durante le udienze sfilarono in aula tecnici ed operai dello stabilimento ICMESA per ricostruire la dinamica dell'incidente e i ritardi nell'allarme.
 
Esperti scientifici e medici vennero chiamati  a deporre  sugli effetti tossicologici della diossina TCDD e sulla contaminazione territoriale così come deposero gli amministratori locali e i funzionari pubblici che dovettero gestire la caotica emergenza sanitaria e l'evacuazione della "Zona A" nelle settimane successive al disastro.
Il processo mise in luce le carenze dell'impiantistica, del ciclo produttivo, dei controlli, la scarsa sicurezza nonchè la drammatica gestione iniziale delle informazioni sulla diossina. 

Il 24 settembre 1983 il tribunale condannò von Zwehl e Sambeth a cinque anni di reclusione, Moeri e Waldvogel a quattro anni, Radice a due anni e sei mesi.

Il dispositivo di sentenza del processo di primo grado del disastro diossina

Nel dibattimento di primo grado il tribunale di Monza riconobbe per la prima volta al sindacato il diritto di costituirsi parte civile in un processo per un disastro ambientale, anche in assenza di un lavoratore direttamente leso nella propria integrità fisica.

Momenti del processo di Primo grado a Monza. A dx della foto, in piedi, dietro il microfono,  l'avv. Carlo Smuraglia

La tesi sostenuta dai legali del sindacato, assistiti dal giuslavorista Carlo Smuraglia, fu che la chiusura dello stabilimento avesse privato l’organizzazione sindacale del proprio consiglio di fabbrica, inteso come articolazione territoriale del sindacato stesso.
Il tribunale accolse la tesi e riconobbe un risarcimento di 30 milioni di lire, una cifra paragonabile a quella ottenuta nello stesso periodo da una famiglia di quattro persone evacuate, con un bambino colpito da cloracne, costretta a lasciare casa e lavoro: 20 milioni di lire, riconosciuti in primo grado come provvisionale. 
La sentenza di Monza venne poi riformata in appello, ma il principio rimase e negli anni successivi venne ripreso da altri sindacati in tutta Italia in procedimenti per disastri ambientali.

Il 14 maggio 1985 la Corte d’appello di Milano ribaltò il verdetto, assolvendo "per non aver commesso il fatto" Waldvogel, Moeri e Radice e condannando von Zwehl a due anni di reclusione e Sambeth a un anno e sei mesi. 
La sentenza divenne definitiva venendo confermata nel 1986 dalla Cassazione.
Le pene comminate furono decisamente miti e solo per i due responsabili tecnici.
Nessuno di loro scontò la pena in carcere.

I PROCEDIMENTI CIVILI E LE TRANSAZIONI ECONOMICHE
I procedimenti civili ebbero, come è intuibile, un iter ancora più lungo, complesso e contraddittorio.
Dopo un anno di trattativa, il 25 marzo 1980, il presidente della Regione Lombardia Cesare Golfari, il sottosegretario all'Interno Bruno Kessler e il nuovo presidente della Giunta Regionale Giuseppe Guzzetti raggiunsero un accordo con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Puryi.


L'accordo prevedeva il pagamento da parte della Givaudan di una somma di 103 miliardi e 634 milioni
di lire (circa 320 milioni di euro nel 2023).
La transazione suddivideva la cifra in un rimborso di 7 miliardi e mezzo allo Stato, 40 miliardi e mezzo alla Regione per le spese di bonifica sostenute fino ad allora, altri 47 miliardi a carico della Givaudan per ulteriori interventi di bonifica e 23 miliardi destinati alla sperimentazione, costituendo anche una Fondazione per ricerche ecologiche, oggi Fondazione Lombardia per l'Ambiente, a cui la Givaudan partecipò con mezzo miliardo.
La Givaudan si impegnò inoltre a conferire alla futura Fondazione gli immobili acquistati (o che stava per acquistare) all´interno della Zona "A".
La transazione escludeva i danni imprevedibili successivi.
Questa transazione fece decadere il procedimento giudiziario intentato dalla Regione contro l´ICMESA e la multinazionale proprietaria all'interno del processo penale avviato dalla Procura della Repubblica di Monza all'indomani del disastro.
La transazione fu molto criticata e l'accordo giudicato favorevole alla Givaudan poichè gli evitata il processo e per questo gli avvocati della Regione sottolinearono che, se si fosse atteso il procedimento giudiziario, si sarebbe parlato di risarcimento dopo molti anni e con molta difficoltà si sarebbero ottenuti 103 miliardi.
I danni riscontrati dai privati furono risarciti dalla multinazionale tramite il proprio ufficio di Milano. Nel giro di tre anni de Puryi liquidò oltre 7000 pratiche con pagamenti effettuati direttamente ai privati, per una spesa complessiva di circa 200 miliardi di lire.
Il comune di Seveso con l'allora Sindaco Giuseppe Cassina, firmò successivamente a Losanna nel settembre 1982, sempre con il presidente del Consiglio d'amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Pury, un'ulteriore e specifica transazione ricevendo 15 milioni di franchi svizzeri (1,5 Miliardi di lire).

La comunicazione del sindaco di Seveso Giuseppe Cassina sulla firma della transazione. Documento tratto dall'archivio "Il ponte della Memoria" di Legambiente circolo Laura Conti di Seveso

In cambio del pagamento di questi 15 milioni di franchi, dopo la Regione Lombardia, anche il Comune di Seveso rinunciò definitivamente a qualunque azione legale in sede civile e penale sia in Italia sia all'estero.
Unica eccezione per eventuali danni futuri e imprevedibili all'epoca della firma, a patto di dimostrarne il nesso causale con il disastro della diossina.

SUCCESSIVE SENTENZE CIVILI
Il 21 febbraio 2002 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione stabiliscono con la sentenza n. 2515 che il diritto al risarcimento del danno morale spetta anche in assenza di una malattia fisica, per una "presunzione di sofferenza" e di paura per la propria salute dovuta alla nube di diossina.
In applicazione di questo principio, la Cassazione aveva confermato alcuni risarcimenti, quantificati in circa 5.000 euro a favore dei residenti che avevano documentato il forte turbamento psichico causato dalla nube tossica.
Tuttavia negli anni successivi i tentativi di cause di massa come quella da oltre 10.000 cittadini del Comitato 5D avviata nel 2015, si sono scontrate con i rigidi termini di prescrizione e con sentenze di segno opposto che hanno chiuso la via a nuovi rimborsi tardivi.

IL DISASTRO DIOSSINA E GLI ANNI DI PIOMBO
Nel periodo tra la fine degli anni '70 e gli anni '80 , i cosidetti "anni di piombo", anche la vicenda del disastro diossina dell'Icmesa ebbe un contorno di attentati e di azioni armate rivendicate da gruppi facenti parte della galassia della "lotta armata".

Il  28 luglio 1976, alle 3 e 25 del mattino, esplose una bomba posizionata davanti alla sede romana della multinazionale svizzera La Roche. Non vi furono vittime.


Il 19 maggio 1977 l’ufficiale sanitario di Seveso Giuseppe Ghetti, accusato di aver coperto e minimizzato i rischi e le mancanze dell'Icmesa e di altre fabbriche della zona, venne “gambizzato” con cinque colpi di pistola. 
L'azione venne rivendicata da un fantomatico gruppo di «Combattenti per il comunismo», poi confluiti in "Prima Linea" ed era conseguente ad una “perquisizione proletaria” dell'ufficio di Ghetti.. 

Il 6 luglio 1977, a pochi giorni dal primo anniversario dell’incidente, una bomba esplose contro la casa del vicedirettore della Roche, Rudolf Rupp, a Frekendorf, in Svizzera.
La rivendicazione consegnata ad alcuni giornali svizzeri da parte di un misterioso «Commando 10 luglio»  era scritta in un tedesco approssimativo e vi si si affermava che la multinazionale svizzera aveva trovato potenti alleati «nello Stato dei democristiani e del compromesso storico: medici e scienziati corrotti, le maggioranze silenziose più diverse e anche i sindacati». 

Paolo Paoletti, direttore di produzione dell'ICMESA, assassinato nel 1980 a Monza da Prima Linea

Qualche anno dopo, il 5 febbraio 1980, venne assassinato in un agguato sotto casa, in via De Leyva, nel centro di Monza, il direttore di produzione dell’Icmesa, l'ing. Paolo Paoletti, che avrebbe dovuto rispondere alle accuse formulate anche nei suoi confronti nel processo monzese di primo grado all'Icmesa-Givaudan. Processo che per lui non arrivo mai a sentenza.


Il gruppo di fuoco, che sparò e uccise Paoletti era formato da tre persone, due uomini e una donna e subito dopo l’agguato fuggì a bordo di una Fiat 128 di color grigio metallizzato che fu ritrovata la mattina stessa in via Della Guerrina, nel quartiere Cederna.
L’assassinio fu rivendicato da Prima Linea.


Il Cittadino sull'omicidio di Paolo Paoletti

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA
La Commissione parlamentare incaricata di svolgere una inchiesta «sulla fuga di sostanze tossiche avvenuta il 10 luglio 1976 nello stabilimento Icmesa e sui rischi potenziali per la salute e per l’ambiente derivanti da attività industriali» venne istituita con la legge n. 357 del 16 giugno 1977. 


Era composta da 15 deputati e 15 senatori nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento il 28 luglio 1977 con una suddivisione numerica che rifletteva la composizione dell'arco parlamentare.
La Democrazia Cristiana aveva dodici Commissari, il Pci dieci, il Psi due. I repubblicani avevano un parlamentare nella Commissione, così come i Socialdemocratici e la Sinistra Indipendente mentre Destra Nazionale (ex MSI) aveva due Commissari.
Presidente della Commissione fu nominato il deputato Bruno Orsini.
La legge istitutiva, definì tre filoni di inchiesta dei quali la Commissione doveva occuparsi ossia:

  • l’accertamento delle responsabilità «ad ogni livello, centrale o locale, relative all’insedia-mento, alla sicurezza e alla nocività della produzione, ai controlli e ad ogni altra misura indispensabile atta ad evitare le calamità»;
  • la valutazione delle conseguenze dell’incidente, sia sul piano medico e ambientale sia su quello economico;
  • la formulazione di proposte «per una più efficace normativa a tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini, per l’equilibrio dell’ambiente naturale, nonché per assicurare servizi adeguati ed efficaci controlli».

La Commissione concluse i suoi lavori dopo un anno, il 19 luglio 1978, approvando all’unanimità una relazione conclusiva poi trasmessa ai Presidenti del Senato e della Camera dei Deputati. 
Una relazione che invitiamo i lettori a scaricare e a leggere poichè contiene comunque una ricostruzione dei fatti e identifica precise colpe non solo del gruppo dirigente e dei responsabili tecnici dell'Icmesa-Givaudan-Hoffman-La Roche (da pag. 76) per le loro scelte industriali ed omissioni comunicative ma anche del sindaco di Meda e degli altri organismi di controllo che non intervennero per tempo e con il dovuto e necessario rigore che le normative del tempo gli consentivano.
Il documento definisce anche i danni subiti dalle attività presenti in loco.

La potete scaricare a questo link: https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/907869.pdf

La Presidenza della Commissione operò per concentrare i lavori dell’organo parlamentare sugli aspetti dell’inchiesta in grado di ottenere la maggiore condivisione tra le varie forze politiche ottenendo l'unanimità della Commissione sul testo finale della relazione.
Testo che fu frutto di un compromesso ottenuto riducendo i riferimenti alle questioni politicamente più divisive quali l’aborto o la bonifica, aspetti sui quali i Commissari s'erano confrontati con scambi aspri e variegati. 
Per i Commissari fu più semplice concentrarsi su di una ricerca delle responsabilità indagando sulle numerose mancanze ed omissioni dell'Icmesa e della multinazionale proprietaria nonchè di alcune amministrazioni pubbliche, quali quella di Meda che ignorò l'esistenza di lavorazioni con sostanze chimiche pericolose che avrebbero fatto entrare l'azienda Icmesa nel novero degli impianti insalubri, la Provincia di Milano che non attuò provvedimenti coattivi, l'Ispettorato Provinciale del Lavoro che non fu in grado di approfondire la natura delle produzioni dell'Icmesa, il comando provinciale dei Vigili del Fuoco per mancate comunicazioni al Prefetto sui certificati antincedio dell'Icmesa scaduti e non rinnovati,  il Comitato Regionale Inquinamento Atmosferico Lombardia (CRIAL) che lasciò in sospeso pratiche ispettive, etc. 
Questo risultò utile per cercare di recuperare la fiducia dei cittadini nei riguardi delle istituzioni, dopo che il disastro aveva mostrato anche le carenze funzionali e le incapacità d'intervento di parecchi enti pubblici.

Rispetto agli altri compiti definiti nella legge istitutiva, la Commissione preferì non addentrarsi in valutazioni autonome, limitandosi ad un compito di mera raccolta e ordinazione delle documentazioni e delle relazioni ricevute da altri organismi tecnici e/o scientifici che trasmise poi al Parlamento a meri fini conoscitivi.
Va rilevato che il lavoro inquirente della Commissione produsse un risultato apprezzabile in un tempo molto breve e che la relazione conclusiva costituì un atto ufficiale dello Stato italiano in cui le responsabilità dell’Icmesa e della Givaudan erano sancite ufficialmente tant'è che anche l’avvocato di parte civile al processo di primo grado ne chiese l’acquisizione agli atti.

Continua.

 

[Per visualizzare tutte le puntate del dossier "Disastro diossina" cliccare qui]  

domenica 2 agosto 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 8. Gli effetti della diossina sulla salute, le interruzioni di gravidanza, l'azione e il pensiero di Laura Conti


Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.

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Ottava puntata
Gli effetti della diossina sulla salute, le interruzioni di gravidanza, l'azione e il pensiero di Laura Conti


Uno degli aspetti più controversi del disastro Diossina dell'ICMESA fu quello relativo agli effetti sulla salute della popolazione venuta a contatto con il potente tossico.
Nonostante i monitoraggi, le campagne epidemiologiche e gli studi fatti a partire dalla fase acuta nell'immediatezza della ricaduta della nube tossica e nel corso degli anni successivi, la divulgazione delle conoscenze è stata per lo più limitata agli ambienti scientifici e/o specialistici con pubblicazioni solo sulle riviste o sui siti dedicati.

I PIANI DI MONITORAGGIO SANITARIO
In una sua ricostruzione, l'Istituto Superiore di Sanità (ISS) - vedi testo sotto- ha scritto che per valutare la mortalità a lungo termine legata alla diossina sono stati realizzati vari studi.
 

Momenti del monitoraggio sanitario

Il primo copre gli anni fino al 1986, il secondo fino al 1991, il terzo arriva fino al 1996 e il quarto, che al momento è il più aggiornato, fino al 2001: copre quindi un periodo di 25 anni, ed è stato condotto sulla popolazione esposta alla diossina (divisa in zona A, zona B e zona R a seconda del grado di contaminazione della zona di abitazione) e su una popolazione di riferimento non esposta.
Il programma di monitoraggio ha coinvolto circa 280.000 persone nell’area brianzola, di cui quasi 6.000 residenti nelle aree più colpite.
La ricerca ha preso in esame il 99% di tutti i soggetti coinvolti.

Nota: Il "rate ratio" di cui si scrive successivamente,  è il coefficiente ottenuto dividendo il tasso di un gruppo esposto per il tasso di un gruppo non esposto, se il risultato è pari a 1,  l'esposizione non ha alcun effetto sul rischio o sul tasso dell'evento, se è Maggiore di 1 (> 1): l'esposizione aumenta il tasso dell'evento, agendo come fattore di rischio se Minore di 1 (< 1):  l'esposizione riduce il tasso dell'evento, agendo come fattore protettivo.

In base ai dati più recenti, il risultato più significativo riguarda l’incremento nelle zone più inquinate di neoplasie del tessuto linfatico ed emopoietico, in particolare per le donne: nella zona A (quella immediatamente intorno al luogo dell’incidente) il rate ratio è di 3,17, e nella zona B (quella più vasta intorno alla zona A) di 1,94. 
Il dato più alto riguarda i linfomi non-Hodgkin nella zona A (rate ratio di 4,45), mentre nella zona B il rate ratio per tutti i linfomi è di 2,14 e per i mielomi di 3,07. 
Fra gli uomini, l’unico dato in eccesso significativo riguarda la mortalità per leucemie, con un rate ratio di 2,07 nella zona B.
Gli effetti della fuoriuscita di Diossina però non si limitano ai tumori.
Nelle zone A e B sono stati osservati anche incrementi della mortalità per malattie circolatorie nei primi anni dopo l’incidente, di malattie croniche ostruttive dei polmoni e di diabete mellito fra le donne.

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A completamento informativo proponiamo sotto uno scritto recente, uscito in occasione del 50° anniversario del disastro diossina curato dal dott. Luigi Bisanti della Direzione associata Epidemiologia & Prevenzione e dal dott. Dario Consonni della Medicina del Lavoro, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano.

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GLI EFFETTI SULLA SALUTE
Per valutare le conseguenze sanitarie dell’incidente fu nominata una commissione di esperti italiani e stranieri.
Ne facevano parte scienziati di grande valore: Nathan Mantel, biostatistico, Irving J. Selikoff e Raymond Suskind, medici ed epidemiologi occupazionali, Jiří Kučera, teratologo, e molti altri. Nell’immediato, fu predisposto un piano di controlli della popolazione maggiormente esposta necessariamente aspecifico, data la scarsa informazione all’epoca sugli effetti dell’esposizione non professionale a diossina. 


Monitoraggio sanitario a Seveso presso la scuola De Gasperi

Furono indagate con test ematochimici le funzioni epatica, ematopoietica, renale e immunologica; furono esaminate la conduzione nervosa periferica e le aberrazioni cromosomiche; monitorati gli aborti spontanei, la mortalità perinatale, il basso peso alla nascita e le malformazioni congenite.
In base a una convenzione tra Regione Lombardia e la Clinica del Lavoro dell’Università degli Studi di Milano, dagli anni Ottanta furono avviati studi per accertare effetti a lungo termine dell’esposizione a TCDD.

LA CLORACNE
L’unico effetto inequivocabilmente accertato nei primi periodi dopo l’incidente fu la cloracne, che colpì soprattutto i bambini, facilmente in contatto in quei giorni estivi con matrici ambientali contaminate: in zona A, su 214 bambini di 3-14 anni, 42 (19,6%) presentarono cloracne; nella parte più contaminata della stessa zona risiedevano 54 di quei bambini e quasi la metà di essi presentò cloracne (26 bimbi pari a 48,1%).5

LA DIOSSINA TCDD NEL PLASMA
Sebbene l’esposizione a TCDD non sia un effetto in senso stretto, la includiamo in questa sezione, perché convinti che la condizione di esposto si manifesti con la compromissione del precedente equilibrio psichico e fisico. «L’esposizione al rischio è un danno» è un principio che Giulio Maccacaro espresse già nel 1973 e che Pier Alberto Bertazzi ha ribadito – «l’esposizione è componente “nociva” dell’evento in sé» – nel suo contributo in occasione dei 40 anni dal dramma di Seveso.
Ai tempi dell’incidente, la TCDD era difficilmente dosabile. 
Anni dopo, sono state sviluppate tecniche analitiche di sensibilità tale da permettere di dosare la TCDD anche nelle piccole quantità di plasma rimaste dai prelievi effettuati dopo l’incidente e congelate.


Il Prof Paolo Mocarelli all'epoca dei fatti

Nota: La conservazione del plasma dei prelievi di sangue, in attesa che si potesse misurarne la concentrazione di TCDD, si deve all'intuizione del prof Mocarelli dell'ospedale di Desio.
La misurazione della TCDD nel sangue fu possibile a partire dal 1988 con la messa a punto di un sistema da parte del CDC - Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta negli Stati Uniti, che mise a punto una tecnica basata sulla gascromatografia accoppiata alla spettrometria di massa ad alta risoluzione (GC-HRMS).

 
I livelli mediani di TCDD in picogrammi per grammo di lipidi (pg/g, o parti per trilione, ppt), misurati presso il CDC furono i seguenti:
zona A: 447 ppt; zona B: 94 ppt; zona R: 48 ppt; (vedi tabella 1) con i livelli in soggetti residenti in aree non contaminate erano inferiori a 5-10 ppt.

Quindi, i livelli plasmatici mediamente confermavano la suddivisione in zone A, B, R basata sui livelli di TCCD nel suolo. 
Data la lunga emivita della diossina (molti anni), livelli sensibili erano ancora dosabili sui campioni prelevati tra il 1992 e il 1996 dalla Clinica del Lavoro di Milano, in collaborazione con US National Cancer Institute e CDC, per studi sugli effetti molecolari della TCDD (tabella 1):in zona A furono dosati livelli mediani pari a 73,3 ppt, in zona B pari a 12,4 ppt.



Nella zona circostante non inquinata il livello mediano misurato in un campione di popolazione era di 5,5 ppt. 
Questi dosaggi hanno anche confermato che l’unica diossina presente in eccesso nel plasma dei soggetti delle zone inquinate era la TCDD: i livelli di altre sostanze diossina-simili, cioè altre diossine, furani e policlorobifenili, erano paragonabili a quelli misurati nei soggetti non coinvolti nell’incidente.

RAPPORTO MASCHI-FEMMINA ALLA NASCITA
L’Ospedale di Desio negli anni Novanta documentò un’alterazione del rapporto maschi-femmine alla nascita in 674 nati nell’area tra il 1977 e il 1996. 
La proporzione di neonati maschi, che fisiologicamente è circa 0,514, diminuiva (quindi nascevano più femmine) al crescere della concentrazione plasmatica di TCDD. In particolare, nei figli dei padri esposti a TCDD quando avevano un’età inferiore a 19 anni, la proporzione risultò pari a 0,38.

TSH NEONATALE
La Clinica del Lavoro di Milano, sfruttando la banca dati dello screening neonatale di TSH (thyroid stimulating hormone) di tutti i nati in Regione Lombardia, riscontrò, nel periodo 1994-2005, livelli di TSH pari a 1,66 µU/ml tra i 56 figli di madri residenti in zona A all’epoca dell’incidente e 1,35 µU/ml tra i 425 figli di madri di zona B, mentre nei 533 figli di madri residenti nell’area non inquinata il TSH era pari a 0,98 µU/ml.
La proporzione di bambini con TSH >5 µU/ml era di 16,1% nei neonati da madri di zona A, 4,9% in zona B e 2,8% nell’area non inquinata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) all’epoca considerava fisiologica, in aree con sufficiente apporto di iodio, una proporzione inferiore al 3% di neonati con TSH >5 µU/ml.
Inoltre, in un sottogruppo di 51 donne di cui era disponibile la concentrazione di TCDD plasmatica, fu dimostrata una correlazione positiva tra TSH neonatale e TCDD plasmatica delle madri.
Le alterazioni osservate erano solo a livello biochimico, non clinico: l’interesse dello studio era di verificare l’accordo con studi sperimentali nell’animale e la possibile persistenza di effetti sulla progenie a molti anni di distanza dall’incidente.
L’interesse per il TSH era motivato dalla conoscenza consolidata in epidemiologia ambientale che valori alti di TSH sono associati a un rischio più alto di difetti fisici e mentali durante lo sviluppo.

MORTALITÀ E INCIDENZA DEI TUMORI MALIGNI


Date la tossicità elevata, la temuta cancerogenicità e la lunga emivita della TCDD, negli anni Ottanta la Clinica del Lavoro impostò uno studio di coorte per monitorare mortalità e incidenza di tumori maligni negli abitanti dell’area.
La coorte ha incluso i 218.682 residenti all’epoca dell’incidente (tabella 1); la popolazione residente nell’area non inquinata (cosiddetta zona non-ABR) fu scelta come riferimento per il confronto dei tassi di mortalità e di incidenza dei tumori.
L’ultimo aggiornamento ha coperto gli anni dal 1976 al 2013, un tempo sufficientemente lungo per la manifestazione degli effetti dell’esposizione a diossina.
Lo studio di mortalità ha comportato l’accertamento su tutto il territorio nazionale dello stato in vita e della causa di morte (codificata secondo le regole internazionali), attraverso vari sistemi: aggiornamenti periodici dalle anagrafi degli 11 Comuni, record linkage con basi di dati dell’Istat, della Regione Lombardia e delle ASL lombarde; follow-up postale per i soggetti non rintracciati in Lombardia e per i soggetti emigrati fuori regione.
I primi risultati furono pubblicati nel 1989 e documentarono un aumento nei primi anni dopo l’incidente di decessi per malattie cardiovascolari nella zona più inquinata.
Sebbene fosse difficile attribuire con sicurezza questo aumento all’incidente, il risultato era plausibile sia per gli effetti documentati della TCDD sull’apparato cardiovascolare sia per le gravissime condizioni di stress che hanno caratterizzato la vita di quella popolazione per un lungo periodo di tempo dopo l’incidente.
Nelle ultime analisi è stata confermata una mortalità elevata per malattie cardiovascolari in zona A nel primo decennio dopo l’incidente (rapporto fra tassi 2,00, 17 decessi) e un’aumentata mortalità per diabete nelle donne, con gradiente decrescente dalla zona più inquinata a quella meno inquinata.
Per lo studio di incidenza dei tumori fu costruito un sistema complesso basato sulla ricerca dei casi con codici di tumore negli archivi informatici delle schede (anonime) di dimissione ospedaliera (SDO) e la successiva conferma della diagnosi con ricerca manuale delle cartelle cliniche negli ospedali lombardi. Solo dal 2007 l’istituzione di un Registro tumori presso la ASL (ora ATS) Brianza ha consentito di rilevare dati di incidenza già codificati in modo rapido.
Il risultato più convincente dei vari studi condotti dagli anni Novanta (nonostante la bassa potenza statistica per le zone più inquinate) riguarda l’aumento dei tumori del sistema linfoematopoietico (linfomi, leucemie, mielomi). 
L’ultimo aggiornamento ha confermato un eccesso di rischio anche a distanze di tempo crescenti dall’incidente (tabella 2).


Parallelamente, l’Ospedale di Desio, in collaborazione con il CDC, ha impostato il Seveso Women’s Health Study (SWHS), che ha incluso 981 donne di cui erano disponibili campioni di sangue prelevati tra il 1976 e il 1981.
Lo studio ha stimato un raddoppio del rischio di tumori della mammella per ogni aumento di 10 volte dei livelli di TCDD plasmatica. 
Un aggiornamento su 833 donne ha stimato un aumento dell’80% di tutti i tumori per ogni aumento di 10 volte dei livelli di TCDD plasmatica.
Con lo studio SWHS sono stati indagati anche numerosi effetti non neoplastici sull’organismo femminile delle 981 donne reclutate e della loro progenie.
Nel 1997 e nel 2012, la International Agency for Research on Cancer (IARC) ha classificato la TCDD in gruppo 1 (cancerogeno per l’uomo) per l’insieme di tutti i tumori (“evidenza sufficiente”); le evidenze riguardanti i sarcomi dei tessuti molli, il linfoma non Hodgkin (NHL) e il tumore del polmone sono state giudicate “limitate”.

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Le due pubblicazioni sulla salute riportate evidenziano l'aumento del "Rate Rations" o Rapporto tra i Tassi d'incidenza per una serie di patologie dopo la contaminazione da diossina TCDD, tuttavia una delle più grosse difficoltà nel determinare quanto il disastro diossina pesò sulla salute della popolazione fu ed è la mancanza del fattore di correlazione tra alcune patologie, i decessi e la diossina stessa.
Per questo, contrariamente ad altre situazioni drammatiche quali le morti di Casale Monferrato che sono riconosciute quali conseguenza di un'esposizione alle fibre dell'Amianto, non v'è a tutt'oggi una quantificazione ufficiale di decessi correlati alla diossina.
Certamente questo fatto non deve ne può autorizzare narrazioni minimaliste o assolutorie.

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L'INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA

La vicenda della richiesta di poter interrompere la gravidanza per le donne residenti nelle aree contaminate originò molti contrasti politici e sociali sia in loco sia in ambito nazionale.
Da ricordare ed evidenziare che nei comuni contaminati, tra la fine di luglio e l'agosto del 1976, parallelamente alle prime ordinanze di sgombero della "Zona A", i medici dei consultori e le autorità sanitarie, diffusero la raccomandazione precauzionale di astenersi dalla procreazione per l'evidente rischio che la diossina poteva influire sulla salute del feto.


Si scontrarono due concezioni: quella cattolica e dei movimenti ecclesiali contraria all'interruzione di gravidanza in toto e quella laica e di sinistra che all'opposto chiedeva l'introduzione in Italia di una legge che consentisse alle donne di poter scegliere secondo il concetto dell'autodeterminazione.

Sulla vicenda ne ha scritto la ricercatrice e componente del senato Accademico dell'università degli Studi di Milano Carlotta Cossutta, di cui riportiamo sotto il testo nella parte dedicata all'argomento.

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Il 29 luglio 1976, Emma Bonino e Susanna Agnelli chiedono in Parlamento che alle donne delle aree colpite venga consentito di abortire. 
Siamo nel ’76, nel pieno del dibattito che porterà alla legge 194 e che ha già ottenuto un primo, piccolo, successo. 
Nel 1975, infatti, la Corte Costituzionale, con la sentenza 27 del 18 febbraio, per permettere l’aborto terapeutico in caso di rischio per la vita della gestante.
A questo fanno appello Bonino e Agnelli, ma anche l’assessore alla sanità in Lombardia, Vittorio Rivolta (DC), che il 30 luglio dichiara: “Per quanto riguarda il problema delle gestanti, le donne verranno esaminate presso la clinica Mangiagalli [e] verranno svolti tutti gli esami e i controlli possibili […]. In base ai risultati di questi esami ogni decisione verrà lasciata alla libera determinazione delle interessate. Per libera determinazione intendo anche la possibilità di interrompere la gravidanza, in base ai risultati emersi e nel rispetto dei singoli problemi di coscienza” Da qui inizierà quella che verrà chiamata “la guerra dell’aborto”, in cui i corpi delle donne nelle zone intossicate diventeranno luoghi pubblici a tutti gli effetti.
Il 2 agosto, infatti, la commissione medico-epidemiologica consiglia alla popolazione di astenersi dalla procreazione per almeno sei mesi (ricordando che la legge che permette la contraccezione è del 1975) e una settimana dopo pubblica una valutazione sugli effetti della diossina che ammetteva la possibilità di un aumento delle malformazioni entro i primi tre mesi di gravidanza. 
A seguito di questa relazione aumentano le parlamentari che chiedono che sia concesso l’aborto terapeutico, mentre Comunione e Liberazione vi si oppone strenuamente e il Vescovo di Milano chiede alle famiglie della diocesi di impegnarsi ad adottare eventuali bambini/e che dovessero nascere con malformazioni.
In quei giorni, sul Giornale di Indro Montanelli si leggeva: “Il rischio è per i bambini, non per la madre: si tratta di aborto eugenetico, e non terapeutico”, mentre Nicola Adelfi su La Stampa proponeva addirittura di rendere l’aborto coatto, così “si cancellerebbe ogni resistenza affettiva, ogni scrupolo morale o di natura religiosa nelle persone interessate”.
Nel silenzio, l’11 agosto il Ministero di Grazia e Giustizia riconosce che le donne contaminate da diossina rientrano nei casi di aborto terapeutico e Andreotti dichiara che “si trovano nella esigenza terapeutica chiaramente riconosciuta dalla Corte costituzionale”.

Immagine da fotogramma di un colloquio con una donna richiedente l'interruzione di gravidanza

Vengono scelti come ospedali a cui indirizzare le donne che volessero abortire la Mangiagalli a Milano e l’ospedale di Desio. 
Proprio in quest’ultimo, però, i medici non solo rifiutano di praticare aborti, ma operano vere e proprie violenze psicologiche: in particolare, uno psichiatra avrebbe domandato a due genitori se davvero volessero “ammazzare il loro bambino”.

Avrebbe detto loro che la diossina non era dannosa, che il bambino sarebbe nato sano (rifiutandosi però di metterlo per iscritto) ad ascoltare il battito cardiaco del feto, per vincere le residue resistenze.
La conferenza episcopale si schiera coi medici di Desio sostenendo che: “Di fronte ai gravi episodi verificatesi all’ospedale di Desio riaffermiamo la nostra posizione: ogni attentato alla vita della piccola creatura che la madre porta in grembo è una grave violazione della legge naturale e della volontà di Dio, che nessuna legge umana potrà mai legittimare. Non intendiamo fare crociate ma nemmeno ammettiamo che altri le facciano. Noi pure, come cittadini e come cristiani, rivendichiamo il diritto di difendere ed esporre il nostro pensiero”.

Le donne esposte alla diossina si trovano esposte tra notizie e informazioni contraddittorie, private della possibilità di autodeterminazione perché con gli occhi puntati addosso.


Alla fine le donne che scelsero di abortire in Italia (molte altre scelsero di andare all’estero per sfuggire alla pressione) furono 35 e i feti e il materiale embrionale furono inviati all’Istituto di Patologia dell’Università di Lubecca, affinché fossero sottoposti ad analisi embriologiche e morfologiche. 
I risultati delle indagini, pur non segnalando malformazioni visibili, non escludevano la possibilità di mutazioni fetali come effetto del contatto con la diossina, anche se segnalavano che per conoscere i danni al cervello fosse troppo presto. 
Altre donne scelsero invece di portare avanti la gravidanza dando alla luce 76 bambini/e sani/e.
Uno dei risultati di questa pressione fu che molte famiglie di origine veneta o meridionale, che avevano dovuto ricorrere all’aborto terapeutico, ritornarono a vivere nelle regioni di provenienza, proprio per sfuggire allo stigma che le aveva colpite per aver scelto di abortire, stigma aggravato anche dalla sovraesposizione mediatica.
Anche le sorelline Alice e Stefania Senno, il cui volto deturpato dalla cloracne fu immortalato da decine di fotografie e divenne il simbolo della tragedia di Seveso, lasciarono la Brianza insieme alla loro famiglia, per tornare in Veneto.
In questo scenario sono utilissime le riflessioni di Laura Conti (a cui non a caso è intitolata la sede di Legambiente di Seveso).

Laura Conti

Partigiana, comunista, medico, ambientalista, all’epoca Conti è consigliera regionale per il PCI e si batte in prima fila per ottenere giustizia per gli e le abitanti delle zone contaminate.
Proprio lei osserva come la relazione della commissione medica non consideri “l’attentato della diossina al fegato e ai reni della madre, come se una donna gravida fosse soltanto un’incubatrice, e non una persona che ha lei stessa una salute da salvaguardare; implicitamente imponeva l’immagine di una fattrice che impazzisce se il prodotto del concepimento non riesce bene, ma che ai rischi suoi propri rimane completamente indifferente. Era la conferma – da parte di scienziati! – del vecchio modello tradizionale che obbliga la donna in un ruolo di strumento, privo delle caratteristiche di ‘persona’” . 
Un sapere medico non neutro ma che impone una propria visione al dibattito pubblico e agli stessi soggetti coinvolti. 
Conti critica l’impianto stesso della possibilità di abortire concessa a queste donne, che le autorizza all’aborto terapeutico solo se contestualmente dichiarano che un ‘parto mostruoso’ può mettere in pericolo la loro salute psichica: “il dibattito ignora l’autodeterminazione, ma svela anche la contraddittorietà bioetica di questa stessa legge che, mentre non consente alla donna di abortire se il bambino che genererà è malato, lo permette invece se il pensiero di “generare un mostro” rischia di far impazzire la madre”.
La salute delle donne, quindi, non è rilevante di per sé, come soggetti esposti alla diossina, ma lo diventa solo in relazione al feto: per poter abortire bisogna dichiarare di essere a rischio della follia, spostando sulle gestanti il tarlo e allontanando l’immagine della diossina. 
Sono le donne a non essere in grado di farsi carico della malformazione, quindi, a essere oggetto di stigma, e non l’Icmesa che ha prodotto la contaminazione.

Conti lo sottolinea in maniera molto chiara analizzando il diverso trattamento ricevuto dagli aborti spontanei causati dalla diossina: “non il minimo di collera si sollevava negli ambienti clericali contro l’Icmesa per l’eventualità che l’inquinamento avesse provocato […] aborti ‘spontanei’, mentre il furore arrivava a un vero e proprio linciaggio morale nei confronti di [chi] […] aveva proposto che alle donne fosse riconosciuto il diritto di ‘libera determinazione’ […]. Quanto dire che provocare aborti per produrre e vendere triclorofenolo veniva considerato legittimo, provocare aborti per andare incontro al desiderio delle donne di non generare bambini infelici veniva considerato orridamente peccaminoso”.

Il rischio dell’autodeterminazione delle donne viene ritenuto più grave dello stesso inquinamento e delle modalità di produzione che lo hanno reso possibile e, inoltre, concentrarsi solo sull’aborto mette in ombra ogni altro tentativo di interrogarsi sulla salute e sulle possibilità di sostenere le persone colpite. 
Non solo, la paura di legittimare gli aborti, spinse una parte della comunità a una negazione generalizzata: “negò tutto. Negò che ci fosse diossina. Negò che la diossina fosse uscita dal reattore Icmesa. Negò che la diossina fosse tossica. Spinse la negazione (aiutata in questo dai comportamenti incoerenti e contraddittori della Regione, oltre che dall’irresponsabile campagna minimizzatrice svolta dagli scienziati democristiani) fino a contestare la necessità della bonifica o delle misure di salvaguardia”, ancora una volta facendo ricadere sulle sole donne la colpa dell’aborto.

La stessa Conti osserva, a questo punto, che “forse è un paradosso, ma il solo fatto di aver affrontato il problema dell’aborto per le donne delle zone inquinate, il solo fatto di aver ottenuto a Seveso l’aborto terapeutico, si è risolto in un danno, perché tutta la questione diossina si è ridotta al quesito: le donne, le facciamo abortire o no? È diventato un problema delle donne, quello della diossina, che invece riguarda tutta la popolazione”.

I corpi delle donne sono diventati, letteralmente, l’unico terreno di bonifica e il luogo dello scontro: un’attenzione morbosa verso i feti e i/le futuri/e neonati/e, mentre poco o nulla veniva fatto per i corpi vivi presenti.

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Laura Conti non si occupò solo della sofferta vicenda delle interruzioni di gravidanza ma fu, fin dall'inizio, in prima linea cercando il rapporto diretto con chi stava vivendo il dramma delle aree contaminate.
Chiedeva una Scienza seria ed esigente ma aperta alla partecipazione delle vittime del disastro e fu precorritrice del pensiero critico sullo sviluppo industriale ed economico illimitato.
Raccontò quegli anni del disastro diossina dell'ICMESA in due scritti: il reportage Visto da Seveso e il romanzo Una lepre con la faccia di bambina.
 
Continua.

lunedì 20 luglio 2026

A cinquant'anni dal disastro ICMESA, le carte del processo escono dagli archivi: una mostra per raccontare la verità storica


A cinquant'anni dal disastro dell'ICMESA, l'Archivio di Stato di Milano dedica una mostra documentaria a uno degli eventi che hanno segnato la storia ambientale, sanitaria e sociale del nostro Paese. L'esposizione, intitolata "Cronaca di una nube. Il disastro dell'ICMESA 50 anni dopo attraverso le carte processuali", è stata inaugurata il 16 luglio a Palazzo del Senato alla presenza di rappresentanti delle istituzioni, studiosi e associazioni del territorio.

La mostra rappresenta un'importante novità sotto il profilo storico e archivistico. Grazie al recente versamento all'Archivio di Stato da parte del Tribunale di Monza, le carte del processo di primo grado – comprendenti il fascicolo istruttorio e quello processuale – vengono esposte al pubblico per la prima volta. Il riordino, l'inventariazione e il ricondizionamento della documentazione, realizzati grazie ai fondi del PNRR, hanno reso consultabile un patrimonio documentale di straordinario valore, offrendo una ricostruzione rigorosa delle vicende giudiziarie seguite al disastro del 10 luglio 1976.

Il percorso espositivo accompagna i visitatori attraverso tre sezioni tematiche. La prima ricostruisce le ore successive alla fuoriuscita della nube di diossina TCDD, le misure di emergenza adottate e gli interventi per contenere la contaminazione. La seconda è dedicata al processo e alla ricerca delle responsabilità penali e civili attraverso gli atti giudiziari originali. L'ultima sezione analizza le conseguenze di lungo periodo del disastro sulla salute, sull'ambiente e sulla legislazione europea, ricordando come proprio da quella tragedia sia nata la Direttiva Seveso, ancora oggi riferimento fondamentale per la prevenzione dei rischi industriali.

Tra i partecipanti all'inaugurazione vi era anche il Circolo Legambiente "Laura Conti" di Seveso, invitato dalla direzione dell'Archivio e dalla curatrice della mostra, la dottoressa Carmela Santoro.

Nel commentare l'iniziativa, il circolo ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto, sottolineando di aver «apprezzato la cura della ricerca, l'attenzione al nostro territorio e alla sua storia». Gli ambientalisti evidenziano inoltre di aver trovato «punti di profondo contatto con il lavoro di ricerca e di narrazione che il nostro Circolo da anni è impegnato a fare», oggi condiviso anche con il gruppo Insieme per il presente e il futuro del Bosco delle Querce di Seveso e Meda.

Uno dei messaggi più significativi rilanciati da Legambiente riguarda il linguaggio utilizzato per raccontare quanto avvenne nel 1976. Per il circolo è fondamentale parlare di "disastro ICMESA" e non di "incidente di Seveso".

«Denominare quanto accaduto "disastro ICMESA" e non "incidente di Seveso" rappresenta una forma di rispetto verso la città di Seveso, che ha subito per anni lo stigma che ha spostato l'attenzione dai veri responsabili del danno», scrivono gli ambientalisti.

Una precisazione che richiama anche le responsabilità industriali accertate nel corso dell'inchiesta.

«Chiamare "disastro" quanto accaduto e non "incidente" rispecchia il fatto che ci fu una incuria colpevole che determinò la fuoriuscita di diossina TCDD», prosegue il circolo.

La mostra documentaria assume così anche il valore di una restituzione pubblica della memoria giudiziaria. Secondo Legambiente, «i documenti in mostra sono preziosi» e rappresentano un'occasione importante per conoscere direttamente le fonti storiche che hanno consentito di ricostruire le responsabilità del disastro.

Immagine tratta dalla pagina FB Legambiente Seveso

Particolare rilievo viene attribuito a uno dei documenti esposti, proveniente dall'Archivio comunale di Seveso.

«Uno dei documenti che fu utile al processo e alle successive condanne, che pur se lievi rispetto alla responsabilità ci furono, viene proprio dall'Amministrazione Comunale di Seveso, dall'allora Sindaco Gianluigi Dho», ricorda il Circolo Legambiente, che ne ha ripubblicato il contenuto come testimonianza storica.

Gli ambientalisti richiamano inoltre l'attenzione su una documentazione ancora più antica, che testimonia come i problemi ambientali legati all'ICMESA fossero noti ben prima del 1976.

«La documentazione precedente a questo atto – una fitta interazione tra il Sindaco Dho e la Prefettura di Milano nel 1953 in merito ai gravi eventi inquinanti causati da ICMESA – è conservata nell'Archivio della Memoria», spiegano. Un patrimonio documentale curato dal Circolo Legambiente "Laura Conti" di Seveso insieme a Legambiente Lombardia che costituisce una fonte preziosa per ricostruire la lunga storia dei rapporti tra l'azienda, le istituzioni e il territorio.

La mostra resterà aperta fino al 26 agosto 2026 presso l'Archivio di Stato di Milano, a Palazzo del Senato (via Senato 10). L'ingresso è gratuito, mentre le visite guidate – organizzate in diverse date tra luglio e agosto per gruppi fino a venti persone – sono prenotabili scrivendo all'indirizzo as-mi.prenotazione@cultura.gov.it.

mercoledì 15 luglio 2026

Comitati No Pedemontana: "La memoria non è una commemorazione"


Sabato 18 luglio 2026, dalle 10.00 alle 12.30, al Mercato di Seveso (davanti al bocciodromo), l'Associazione Seveso Memoria di Parte invita la cittadinanza a partecipare a un'iniziativa dedicata alla ricostruzione della memoria storica del territorio.

Durante la mattinata sarà possibile visitare la mostra "Non si è trattato di un incidente", che ripercorre responsabilità, conseguenze e testimonianze del disastro del 1976, e conoscere "La mappa ritrovata", un documento che contribuisce a ricostruire la storia di quei giorni e il loro impatto sul territorio.


L'iniziativa vuole raccogliere anche le testimonianze di chi ha vissuto direttamente o indirettamente quegli eventi, nella convinzione che la memoria non sia una semplice commemorazione, ma un processo continuo e partecipato, fondamentale per comprendere il passato e affrontare con maggiore consapevolezza le scelte che riguardano il futuro del territorio.

martedì 14 luglio 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 7. Il giallo dei 41 fusti


Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.


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Settima puntata
Il giallo dei 41 fusti contenente materiale tossico e nocivo


Un ulteriore approfondimento di Sinistra e Ambiente di Meda nel ricostruire gli anni e le vicende drammatiche del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Dopo la rimozione delle sostanze chimiche nocive ancora presenti nell'ICMESA si apre l'oscuro capitolo del destino dei 41, poi 42 fusti contenenti materiale altamente contaminato estratto dai reattori A101 e A110 e dalla fabbrica ICMESA.
L'impegno di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda continua analizzando documenti e testi in suo possesso o ritrovati per restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.

L'ORIGINE DEI 41 FUSTI DI MATERIALE CONTAMINATO



Nelle fasi d'intervento per smantellare la fabbrica dell'ICMESA e smontare l'impianto di produzione del Triclorofenolo serviva svuotare il reattore e rimuovere le sostanze tossiche rimaste al suo interno e quelle ancora presenti nello stabilimento medese.
Come abbiamo illustrato nella precedente puntata, nel luglio del 1981, i tecnici asportarono dal reattore A101 la massa chimica ormai solidificata e altamente tossica e dall'A110 i residui liquidi e le morchie ugualmente tossiche.
Il materiale estratto, fluidificato o raschiato dalle pareti interne venne sigillato in 41 fusti metallici speciali, rivestiti internamente per resistere alla corrosione e impedire qualsiasi fuoriuscita.
Nei fusti non finì solo la miscela, ma anche i fanghi di lavaggio del reattore stesso e gli strumenti contaminati usati per raschiarlo.

I CONTORNI AMBIGUI E OSCURI DELLA GESTIONE DEI 41 FUSTI
La multinazionale svizzera Hoffman-La Roche controllante della Givaudan, proprietaria dell' ICMESA, aveva affidato l'operazione di trasporto e stoccaggio dei fusti alla filiale italiana della società tedesca, Mannesmann, che a sua volta aveva subappaltato il trasporto a intermediari francesi.


I 41 fusti presso l'ICMESA di Meda

L'11 settembre 1982, i 41 fusti vennero caricati su un camion per essere portati fuori dall'Italia e smaltiti.
Furono scortati dalla polizia e dal Commissario dell'Ufficio Speciale Luigi Noè fino al confine con la Francia, a Ventimiglia.
I 41 fusti passano la frontiera con il documento di transito europeo “T2“, con un contenuto dichiarato di: "Derivati alogenati degli idrocarburi aromatici, scarti di lavorazione industriale contaminati da TCDD e TCF". 
La merce aveva un valore quantificato in un milione di lire ma era assicurata per cinque miliardi. 
Sul modulo era specificata la provenienza da Meda ma non la destinazione e dopo aver raggiunto il posto di frontiera, Noè con i poliziotti di scorta rientrò a Milano.
La gestione del trasporto era stata affidata dalla Mannesman Italia ad un terzo soggetto, la francese Spedildec che aveva un solo socio, Bernard Paringaux, un ex parà la cui ditta era in ottimi rapporti e aveva l’esclusiva con l'EDF, equivalente francese dell’Enel per gestire l’olio dei trasformatori, contenente i Policlorobifenili (PCB), sostanze cangerogene simili alle diossine. 
Bernard Paringaux aveva un deposito in affitto a Saint-Quentin, a due passi dal Belgio, da cui transitavano rifiuti da mezza Europa.
I fusti dell'ICMESA lì sostarono e ripartirono per poi scomparire nel nulla per oltre sette mesi.
Il 9 marzo 1983, la Mannesmann scriveva a Zurigo: "i residui sono stati loculati in un impianto estero controllato e autorizzato".

DOVE MAI ERANO FINITI I 41 FUSTI?
Allertate da numerosi articoli della stampa svizzera e francese e dei media che si occuparono di questa scomparsa, le autorità di Marsiglia aprirono un’inchiesta e convocarono Paringaux, che però si rifiutò di dire dove fosse finito il carico tossico e per questo venne arrestato.


L'arresto di Bernard Paringaux

Le ipotesi si susseguono: discariche francesi, cave d’argilla dell'allora DDR o Germania Est e della Repubblica Federale Tedesca o Germania Ovest , altri luoghi nei Paesi socialisti o Nato.
Paringaux, in carcere, non parlò rimanendo fedele al contratto e alla cospicua cifra a lui versata (1 miliardo di lire) dalla Mannesman.
La Germania Est smentì di aver ricevuto tale materiale nella cava di Schoenberg definita "non idonea" e la Germania Ovest inoltrò una protesta al nostro ambasciatore, per "aver fatto circolare i rifiuti fuori dalle direttive che impongono di dichiarare la destinazione".
Tuttavia Noè rilasciò una dichiarazione sibillina dando ad intendere quale potesse essere stata la meta dei fusti : "Non potevamo dichiararla – disse  – perché questo era l’accordo con chi gestisce la cava dove sono stati sotterrati i barili. Cava che si trova in un Paese europeo, che non vuol dire necessariamente nella Cee". 
Anche un' altra fonte proveniente sempre dall'Ufficio Speciale, anni dopo, fece filtrare la Romania come destinazione finale segreta ma che "il clamore fece saltare tutto". 

IL RITROVAMENTO IN FRANCIA


I fusti vennero infine ritrovati il 19 maggio del 1983 su segnalazione di un macellaio in pensione, all'interno di un ex mattatoio abbandonato nel villaggio di Anguilcourt-le-Sart, nel nord della Francia.
A portarceli, si saprà poi, fu Jean Michel Quignon, giovane collaboratore di Paringaux, che poi sarà indagato ma che al pari di Paringaux tornerà libero.
Sotto la forte pressione dell'opinione pubblica europea, la Hoffman-La Roche si riprese i fusti che, fotografati, finirono sulle copertine di riviste e giornali.
La multinazionale svizzera e le autorità non misero minimamente in dubbio l’autenticità del carico, seppur privo di segni che lo qualificavano. 
Alcuni dettagli non sfuggirono però ad osservatori attenti: quei cilindri di metallo avevano un colore ocra e una grafia di numerazione differente da quella dei fusti blu filmati durante le operazioni di chiusura presso l'ICMESA.
Il loro diametro era passato da 56,5 centimetri a 60 centimetri e con un peso di 20 quintali in più rispetto agli originali.
Vi era stato un infustamento di sicurezza aggiuntivo ? Erano gli stessi fusti partiti dall'ICMESA di Meda ?
Per questo l’Unione dei Progressisti svizzeri chiese al governo cantonale "di verificare se i fusti siano quelli giusti e perché siano stati ridipinti e rinumerati".
Un quesito che non ottenne risposta così come non vi fu spiegazione ufficiale sulle discrepanze.

I fusti vennero infine trasferiti a Basilea (Svizzera) e dopo due anni di test chimici sul contenuto e polemiche, fra il 17 e il 21 giugno 1985 vennero inceneriti in un forno speciale ad alta temperatura (1200 °C)  per rifiuti industriali della Ciba-Geigy.
Il 21 giugno 1985 le autorità elvetiche comunicarono ufficialmente di aver concluso l´incenerimento di tutte le scorie, comprese quelle di un 42° e ultimo fusto che era rimasto, dimenticato, a Seveso.

I dubbi non furono però fugati e negli anni successivi, si ipotizzò anche che questi fusti fossero in realtà stati distrutti nel forno inceneritore della Montedison di Mantova.
Questa vicenda, avrebbe meritato totale trasparenza sia da parte dell'Ufficio Speciale per Seveso sia da parte della Givaudan-Hoffman-La Roche e anche dalle autorità Svizzere coinvolte. 
Una trasparenza che, a distanza di decenni non c'è ancora stata, una vicenda che all'oggi non ha ancora avuto i necessari elementi per essere definitivamente chiarita.
 
Continua.

 

[Per visualizzare tutte le puntate del dossier "Disastro diossina" cliccare qui] 

venerdì 10 luglio 2026

Cinquant'anni dopo Seveso: il Bosco delle Querce non è un monumento, ma il cuore del futuro Parco del Seveso


Cinquant'anni dopo il disastro dell'Icmesa, il 10 luglio 1976 continua a parlarci. Lo dimostrano anche i due approfondimenti che la Repubblica e L'Espresso hanno dedicato in questi giorni al cinquantesimo anniversario, riportando al centro del dibattito non solo la memoria della contaminazione da diossina, ma anche il futuro del Bosco delle Querce e dell'intera valle del Seveso.

La storia del Bosco è straordinaria: là dove la diossina aveva reso la terra inabitabile è nato uno dei più importanti simboli europei di rinascita ambientale. Ma proprio perché è un simbolo, oggi non può essere considerato un'isola verde separata dal territorio che lo circonda.

la Repubblica. Per leggere l'articolo cliccare qui

È questo il messaggio più interessante che emerge dalle voci delle associazioni ambientaliste raccolte da la Repubblica. Legambiente, Sinistra e Ambiente Meda e Seveso Futura chiedono che il Bosco delle Querce diventi parte integrante del futuro Parco Fluviale e Territoriale del Seveso, trasformandosi nel cuore di una rete ecologica che accompagni il fiume e ricucia un territorio frammentato da urbanizzazione, infrastrutture e consumo di suolo.

È una proposta che Brianza Centrale sostiene da tempo.

Il Bosco non appartiene soltanto ai Comuni di Seveso e Meda. Appartiene alla memoria collettiva della Brianza e rappresenta uno dei luoghi più significativi della storia ambientale italiana. Per questo la sua tutela non può limitarsi ai confini amministrativi, ma deve inserirsi in una visione più ampia di rigenerazione della valle del Seveso.

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L'intervista pubblicata da L'Espresso a Gemma Beretta, di Legambiente Seveso, va nella stessa direzione. Beretta ricorda che la memoria del disastro non può essere ridotta a una celebrazione istituzionale. Occorre continuare a interrogarsi sulle conseguenze sanitarie e ambientali di quanto accaduto, ma soprattutto ricostruire un rapporto tra comunità e territorio. In una Brianza sempre più impermeabilizzata e urbanizzata, il Bosco delle Querce non deve restare un'eccezione: deve diventare il modello di una diversa politica del paesaggio.

Le sue osservazioni assumono un significato ancora più attuale se si pensa alle vicende legate ai cantieri della Pedemontana, che hanno riportato all'attenzione aree ancora interessate dalla contaminazione storica. Il disastro dell'Icmesa non appartiene soltanto agli archivi: continua a influenzare le scelte territoriali di oggi.

Anche Alberto Colombo, di Sinistra e Ambiente Meda, richiama questa prospettiva. La storia di Seveso non è soltanto la storia di una tragedia industriale, ma quella di un territorio che per decenni ha sopportato un'enorme pressione ambientale. Per questo il Bosco delle Querce dovrebbe diventare il punto di partenza di una più ampia riqualificazione ecologica dell'intero corridoio del Seveso.

È una riflessione che merita di essere raccolta dalle istituzioni.

Il cinquantesimo anniversario non dovrebbe esaurirsi nelle commemorazioni o nelle visite ufficiali, per quanto importanti. Dovrebbe diventare l'occasione per compiere una scelta politica e culturale: riconoscere il Bosco delle Querce come il cuore del futuro Parco Fluviale e Territoriale del Seveso, dotando finalmente la valle di uno strumento unitario di tutela, valorizzazione e connessione ecologica.

Cinquant'anni fa la diossina mostrò quanto fragile fosse il rapporto tra sviluppo industriale e ambiente. Oggi quella stessa storia ci insegna che la migliore forma di memoria consiste nel costruire un territorio più resiliente, più verde e più capace di affrontare le sfide del cambiamento climatico.

Il Bosco delle Querce è nato da una tragedia. Il Parco del Seveso può essere la risposta che guarda ai prossimi cinquant'anni.