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mercoledì 9 settembre 2026

Seregno, dal Piano Clima alle scelte del nuovo PGT. La città che ci protegge dal caldo è quella che non distrugge il verde


Un recente articolo di Swissinfo racconta una situazione che potrebbe sembrare lontana dalla Brianza, ma non lo è affatto. Anche in Svizzera le ondate di calore stanno diventando più frequenti e intense e diverse città hanno cominciato a introdurre rifugi climatici, sistemi di allerta e interventi per rendere gli spazi urbani più vivibili durante le giornate più calde. Ma, osserva Swissinfo, manca ancora una strategia complessiva: le iniziative sono spesso frammentarie e non tutte le persone più esposte riescono a beneficiarne.

La domanda che dovremmo porci è allora molto semplice: quanto sono preparate le nostre città?

Prendiamo Seregno. Non è necessario partire da zero. Nel 2024 il Comune ha presentato un Piano Clima, nato anche dalla necessità di rispondere agli eventi estremi che avevano colpito il territorio nell'estate precedente. Il piano contiene indicazioni precise: più alberi, meno superfici impermeabili, maggiore capacità di trattenere l'acqua, spazi ombreggiati e l'individuazione di veri e propri «rifugi climatici». Sono tutte cose ragionevoli. Il problema è un altro: quanto di tutto questo sta realmente cambiando la città?

Negli scorsi giorni è stato annunciato il primo intervento importante collegato al Piano Clima: la depavimentazione del grande piazzale davanti alle scuole Cadorna. Si tratta di un intervento significativo, perché riguarda circa 4.000 metri quadrati oggi impermeabilizzati e prevede di restituire spazio al suolo, alla vegetazione e alla capacità di assorbire l'acqua piovana. È difficile sostenere che sia una cattiva idea. Ma proprio per questo vale la pena porsi una domanda diversa: piazza Cadorna è il luogo dove era più urgente intervenire? Non è una critica al progetto. È una questione di metodo. Seregno ha piazze e spazi pubblici completamente mineralizzati, esposti al sole e con pochissima ombra. In alcune di queste aree, durante una giornata estiva, la possibilità di trovare un luogo dove fermarsi al fresco è praticamente nulla.

Se le risorse per adattare la città al cambiamento climatico sono limitate, non sarebbe allora necessario stabilire prima quali sono i luoghi più caldi e più vulnerabili, e intervenire partendo da quelli? Una vera politica di adattamento dovrebbe partire da una mappa delle isole di calore, individuare le aree maggiormente esposte e costruire una graduatoria degli interventi. Solo dopo dovrebbero arrivare i progetti. Altrimenti si rischia di fare una cosa buona, ma di farla semplicemente dove è più facile intervenire, anziché dove sarebbe più urgente.

Recentemente, in occasione di una passeggiata, abbiamo visto un cartello con una frase che merita di essere ripresa: «La casa della salute c'è già: è il parco!» È uno slogan, certo. Ma contiene una verità molto concreta. Quando parliamo di adattamento climatico, la prima cosa da fare non dovrebbe essere costruire qualcosa di nuovo. Dovrebbe essere tutelare ciò che già abbiamo. Un albero adulto, un'area agricola, un prato, un bosco, un corridoio verde non sono spazi vuoti. Sono già infrastrutture ambientali: assorbono acqua, contribuiscono a mitigare il calore, offrono biodiversità e rendono più vivibile il territorio. Eppure continuiamo troppo spesso a ragionare al contrario: prima si individua un'area verde e poi si cerca una buona ragione per costruirci sopra.

A Seregno questo tema è particolarmente evidente anche nella discussione sulla proposta di realizzare un nuovo polo ospedaliero nella zona del Dosso, su un'area oggi agricola e verde. La domanda dovrebbe essere inevitabile: se stiamo cercando di rendere la città più resiliente al caldo, ha senso consumare nuovo suolo verde per costruire nuove infrastrutture? Prima di trasformare un'area agricola, dovremmo verificare seriamente se esistano alternative attraverso il recupero di aree dismesse, la rigenerazione urbana e l'utilizzo di spazi già urbanizzati. Non perché un ospedale non sia un'opera pubblica importante. Ma proprio perché lo è, dovrebbe essere sottoposto allo stesso principio che vale per qualsiasi altra trasformazione: prima si utilizza ciò che è già costruito, poi, solo se non esistono alternative praticabili, si valuta il consumo di nuovo suolo.

Qui arriviamo a un'altra questione che merita di essere affrontata senza ipocrisie. Siamo ormai abituati a leggere documenti nei quali un intervento che occupa nuovo terreno agricolo viene definito, per ragioni normative, come intervento che «non determina consumo di suolo». La legislazione lombarda prevede effettivamente fattispecie e criteri per stabilire cosa debba essere contabilizzato come consumo di suolo e cosa no. Ma una definizione amministrativa non modifica la realtà fisica. Possiamo anche scrivere per legge che la Terra è piatta. La Terra resterà tonda.

Se oggi abbiamo un prato, un campo agricolo o un'area verde e domani su quella superficie realizziamo un edificio, una strada, un parcheggio o le relative infrastrutture, quella superficie avrà perso la sua funzione naturale, indipendentemente da come la contabilizziamo in una tabella. È proprio questa distinzione che dovrebbe entrare nel dibattito sul nuovo PGT. Il consumo di suolo non dovrebbe essere soltanto quello che una norma decide di conteggiare. Dovrebbe essere valutato anche per quello che realmente produce sul territorio. E in una città che vuole prepararsi alle ondate di calore, perdere verde e suolo permeabile è esattamente la direzione opposta a quella che il Piano Clima indica.

Il problema, quindi, non è la mancanza di parole. Di piani, strategie, linee guida e dichiarazioni sul cambiamento climatico ne abbiamo già molte. Il problema è trasformarle in decisioni. 
Seregno ha già fatto un passo importante elaborando il Piano Clima. Ora ha davanti un'occasione ancora più importante: la revisione generale del Piano di Governo del Territorio. Il nuovo PGT dovrà decidere che cosa potrà essere costruito, dove, con quali criteri e a quale prezzo per il territorio. Il Comune presenta il PGT come lo strumento attraverso il quale orientare lo sviluppo urbano, tenendo insieme crescita, tutela ambientale e qualità della vita. È proprio questo il momento nel quale verificare se quelle parole hanno un significato concreto. 

  • Non soltanto dichiarare che servono più alberi, ma proteggere quelli che già esistono.
  • Non soltanto parlare di riduzione del consumo di suolo, ma evitare di consumare nuovo terreno.
  • Non soltanto progettare nuove aree verdi, ma impedire che quelle esistenti vengano progressivamente frammentate.
  • Non soltanto parlare di «rifugi climatici», ma fare in modo che ogni quartiere abbia davvero luoghi freschi e facilmente raggiungibili.

Il cambiamento climatico obbliga a cambiare il modo in cui pensiamo lo spazio urbano.

  • Un parcheggio completamente asfaltato è una grande superficie che accumula calore.
  • Una piazza senza alberi può diventare inutilizzabile durante un'ondata di calore.
  • Un cortile scolastico impermeabilizzato è un'occasione perduta per creare ombra e suolo permeabile.
  • Un'area agricola trasformata in edificabile è una superficie naturale che non potrà più svolgere le funzioni che svolgeva prima.

Per questo la risposta non può essere soltanto «bere molta acqua e non uscire nelle ore più calde».

La salute delle persone dipende anche dalla città nella quale vivono. E la città più resiliente non è necessariamente quella che costruisce più infrastrutture per adattarsi al cambiamento climatico. È quella che conserva le infrastrutture naturali che già possiede.

Il tema, naturalmente, non riguarda soltanto Seregno. Lissone, Monza, Desio e gli altri Comuni brianzoli hanno problemi molto simili: alta densità urbana, grandi superfici impermeabilizzate, traffico, scarsità di ombra in molte aree e una crescente pressione sulle aree verdi. Il caldo, del resto, non conosce i confini comunali. Sarebbe quindi interessante che i Comuni della Brianza cominciassero a confrontarsi su una strategia comune: mappe delle isole di calore, rete dei luoghi freschi, alberature urbane, depavimentazione, tutela del suolo e recupero delle aree dismesse prima di qualsiasi nuovo consumo di territorio. Non servono necessariamente grandi opere. Servono molte scelte piccole, coerenti tra loro, e soprattutto una gerarchia delle priorità.

Il nuovo PGT di Seregno sarà quindi un banco di prova. Il Piano Clima ha già detto, in buona parte, che cosa bisognerebbe fare. Adesso bisogna capire dove, quando e con quali priorità. E soprattutto se quelle indicazioni entreranno davvero nelle regole con cui nei prossimi anni verrà trasformata la città. Perché alla prossima ondata di calore non servirà l'ennesimo documento. Servirà una città che sia già stata preparata.

E forse la prima scelta da fare è anche la più semplice: non distruggere le infrastrutture verdi che abbiamo già.

Prima di costruire un «nuovo ospedale», chiediamoci allora se non sia il caso di prenderci cura della casa nella quale viviamo già. Perché il parco, il bosco, il campo, l'albero adulto non sono il contrario di un'infrastruttura. Sono infrastrutture. E spesso sono quelle che non abbiamo bisogno di costruire.

giovedì 13 agosto 2026

Seregno: una città sempre meno verde

Foto di K., Seregno

In questi giorni abbiamo ricevuto diverse fotografie e alcuni commenti riguardo al taglio di alcuni alberi attualmente in corso a Seregno. Segnalazioni che ci hanno spinto a tornare su una questione che riguarda da vicino la qualità della vita nelle nostre città.

Il ritorno dalle vacanze è, per molti, un momento di stress. Si lascia un luogo che spesso abbiamo scelto proprio per la sua bellezza, per il verde, per gli alberi, per la possibilità di stare a contatto con la natura, e si torna in una Brianza densamente urbanizzata, dove il consumo di suolo ha raggiunto livelli tutt'altro che invidiabili. È proprio qui, allora, che dovremmo avere ancora più cura di ogni albero presente nelle nostre città. Ogni albero dovrebbe essere considerato un bene prezioso, da preservare, curare e, quando possibile, salvare. E invece, al ritorno, scopriamo che sono in corso nuovi tagli.

Ci diranno - e sarà anche vero - che gli alberi erano malati, forse malatissimi, che rappresentavano un pericolo per la pubblica incolumità e che quindi dovevano essere abbattuti. La sicurezza viene prima di tutto, naturalmente. Ma una domanda rimane: stiamo facendo abbastanza per curare i nostri alberi prima di arrivare al punto in cui l'unica soluzione diventa il taglio? Perché il risultato, alla fine, è sotto gli occhi di tutti: una città sempre meno verde.

E non saranno quattro nuove piantine a compensare davvero la perdita di un albero adulto, capace per decenni di fare ombra, assorbire CO₂ e inquinanti, trattenere acqua, mitigare le temperature e rendere più vivibile lo spazio urbano. In un'epoca nella quale le ondate di calore sono sempre più frequenti e intense, gli alberi nelle nostre città non sono un elemento decorativo. Sono una parte dell'infrastruttura necessaria per proteggerci dal caldo.

Per questo dovremmo preservarli, curarli, monitorarli. E, sì, anche coccolarli.
Non per un astratto amore per il verde.
Lo facciamo per noi.

giovedì 9 luglio 2026

Piccole storie per una Grande montagna: al via gli incontri d'estate del Coordinamento 'Salviamo il Monte San Primo'


a cura del Coordinamento ‘Salviamo il Monte San Primo’
https://bellagiosanprimo.com/
info@bellagiosanprimo.com 


Mentre le istituzioni regionali e locali confermano la volontà di investire circa 2 milioni di euro di fondi pubblici nel progetto "OltreLario" finalizzato anche alla realizzazione di nuovi impianti sciistici e di innevamento artificiale sotto i 1.500 metri di quota sul Monte San Primo, il Coordinamento 'Salviamo il Monte San Primo' risponde con la cultura, la sensibilizzazione e la valorizzazione del territorio.

Nasce così la rassegna "Piccole storie per una Grande montagna", un ciclo di tre incontri culturali estivi e gratuiti che si terranno nei prati della Colma di Sormano, alle pendici del Monte San Primo. L'iniziativa punta a dimostrare come sia possibile una fruizione alternativa, dolce e sostenibile di questo prezioso habitat del Triangolo Lariano, in contrapposizione a opere anacronistiche e dall'elevato impatto ambientale.

Sono in programma tre appuntamenti tra luglio e settembre:

  1. Sabato 25 Luglio (ore 10): "La vita illustrata o come il disegno ti cambia la VITA". Un workshop silvestre di Sketchbook per adulti (dai 16 anni in su) guidato dall'artista Anna Canavesi, in arte Bic Indolor. I partecipanti, muniti del proprio diario, potranno cimentarsi nel disegno dal vero all'aria aperta tra betulle e pascoli, riscoprendo la natura attraverso l'arte. I posti sono limitati a un massimo di 20 partecipanti con iscrizione obbligatoria.
  2. Sabato 29 Agosto (ore 21): "La distanza della Luna". Una serata speciale aperta a tutti e dedicata alle storie al chiaro di Luna al Planetario di Sormano. Immaginazione letteraria, animazione teatrale e narrazione scientifica per un momento suggestivo di condivisione e racconti liberamente ispirati alle Cosmicomiche di Italo Calvino, sotto il cielo stellato del San Primo illuminato dalla Luna. Un viaggio sospeso tra terra e cielo, orizzonti capovolti, l'incanto del volo, la meraviglia dello stellato e della Luna, con le attrici Pia Mazza e Arianna Pollini e la partecipazione di Emilio Novati, astrofisico, Gigi Manara, Maurizio Lietti e Daniele Brioschi, docente presso la Scuola Media di Carimate, con i suoi giovani astrofili.
  3. Domenica 20 Settembre (ore 10): "Diventare bosco". Un appuntamento pensato per i bambini dai 4 anni in su e per le loro famiglie, una passeggiata nella natura guidata da racconti e gioco yoga, volta ad avvicinare i più piccoli alla scoperta dell'ambiente montano, degli alberi, degli animali e delle erbe, per provare a sentirsi parte del bosco. Anche in questo caso il limite è di 20 partecipanti con iscrizione obbligatoria. Con Massimo Lozzi, insegnante di Yoga e Marta Stoppa, narratrice.

«Il nostro obiettivo rimane proteggere la montagna e dimostrare che il turismo del futuro non ha bisogno di neve artificiale o di impianti destinati al fallimento per la mancanza di nevicate», spiegano i rappresentanti del Coordinamento, che unisce quasi 40 associazioni civiche e comitati della zona. «Vogliamo interventi di reale ripristino ambientale - aggiungono - ovvero sentieri curati e trasporti efficienti, non opere che snaturano l'ambiente montano e che non tengono conto della crisi climatica».

Tutti gli eventi sono gratuiti (verranno annullati in caso di pioggia). Per informazioni e prenotazioni (obbligatorie per il primo e il terzo incontro) è possibile scrivere a info@bellagiosanprimo.com o visitare il sito internet ufficiale bellagiosanprimo.com

sabato 4 luglio 2026

Caldo record in Brianza: il Parco GruBrìa rilancia l'allarme. Difendere il verde significa difendere la salute

Rilevazione alle ore 16:00 del 29/06/2026 - (fonte MeteoRed Italia)

Le temperature eccezionali che stanno investendo la Brianza non rappresentano più un'anomalia, ma l'anticipazione di un futuro già iniziato. Giornate con picchi vicini ai 40 gradi, notti tropicali sempre più frequenti, lunghi periodi di siccità alternati a nubifragi violenti: il cambiamento climatico sta modificando profondamente il territorio brianzolo e impone un ripensamento delle politiche urbanistiche e ambientali.

È il messaggio che il Parco GruBrìa lancia con forza attraverso un articolato comunicato dedicato alle recenti ondate di calore. Un appello che Brianza Centrale condivide pienamente, perché mette al centro una questione spesso sottovalutata: la tutela del verde non è un tema paesaggistico né un lusso per ambientalisti, ma una vera politica di salute pubblica e di adattamento climatico.

Il Parco ricorda come boschi, prati, alberature e suoli permeabili costituiscano una vera e propria infrastruttura naturale capace di mitigare gli effetti delle ondate di calore. Nelle aree ricoperte da asfalto e cemento, infatti, le temperature superficiali possono raggiungere i 50 °C, mentre nei prati e nei boschi il terreno mantiene valori vicini alla temperatura dell'aria. Una differenza di oltre venti gradi che incide direttamente sul benessere delle persone.

Ma gli ecosistemi fanno molto di più: raffrescano l'aria attraverso l'evapotraspirazione, assorbono anidride carbonica, migliorano la qualità dell'aria, favoriscono l'infiltrazione delle acque piovane e contribuiscono alla conservazione della biodiversità. Sono servizi ecosistemici indispensabili proprio mentre il clima rende sempre più frequenti sia le ondate di calore sia gli eventi meteorologici estremi.

Il comunicato richiama anche i dati più recenti dell'Osservatorio meteo-climatico di BrianzAcque, che confermano una tendenza ormai evidente.

Dopo un aprile più caldo di circa due gradi rispetto alla media climatica e caratterizzato da precipitazioni dimezzate, il mese di maggio ha registrato temperature eccezionali, culminate con i 34 °C misurati a Seregno il 27 maggio e una notte tropicale record con una minima di 22,9 °C. Il calore accumulato si è poi trasformato, nei primi giorni di giugno, in violenti temporali con oltre 100 millimetri di pioggia caduti in poche ore in alcune zone, mentre per tutto giugno le centraline di ARPA Lombardia hanno registrato temperature ben superiori alle medie stagionali, con punte prossime ai 40 °C.

Una situazione aggravata da un altro dato strutturale: la Brianza è una delle aree più urbanizzate d'Italia. Nei comuni del Parco GruBrìa oltre la metà del suolo risulta ormai consumata, riducendo drasticamente la capacità del terreno di assorbire l'acqua e aumentando sia il rischio di allagamenti sia l'effetto "isola di calore" nelle aree urbane.

Per il Parco la risposta non può limitarsi alla conservazione di ciò che rimane. Occorre una vera rigenerazione ecologica del territorio: più forestazione urbana, nuovi boschi, incremento delle alberature, recupero dei prati, rafforzamento dei corridoi ecologici e una diffusa deimpermeabilizzazione delle superfici artificiali.

Una strategia perfettamente coerente con gli indirizzi europei e con gli obiettivi della Strategia di Transizione Climatica aGREENment, che individua proprio nelle infrastrutture verdi uno degli strumenti principali per adattare i territori ai cambiamenti climatici.

Particolarmente significativo è il richiamo del presidente del Parco GruBrìa, Arturo Lanzani, che sintetizza con chiarezza la posta in gioco.

"La crisi climatica ci impone un cambio di paradigma. Le immagini delle temperature registrate in questi giorni dimostrano con evidenza quanto il sistema dei parchi e delle aree verdi rappresenti una vera infrastruttura climatica per l'intera Brianza."

Lanzani invita ad abbandonare una visione del verde come semplice elemento decorativo.

"Il verde non è un elemento accessorio del territorio, ma una componente essenziale della salute pubblica. Salvaguardare e ampliare il capitale naturale significa costruire comunità più sicure, più resilienti e più vivibili."

E individua con precisione le priorità per il futuro.

"Oggi non basta più difendere il verde esistente: occorre ridurre il consumo di suolo, aumentare la forestazione urbana e restituire permeabilità alle nostre città, affinché siano in grado di affrontare sia le ondate di calore sia gli eventi meteorologici estremi che il cambiamento climatico rende sempre più frequenti."

Le parole del presidente del Parco GruBrìa dovrebbero entrare stabilmente nel dibattito pubblico brianzolo. Per troppo tempo il verde è stato considerato un ostacolo allo sviluppo o una risorsa sacrificabile di fronte a nuove urbanizzazioni e infrastrutture. Oggi la crisi climatica dimostra esattamente il contrario.

Ogni bosco preservato, ogni prato salvato dal cemento, ogni nuovo albero piantato rappresentano un investimento sulla salute collettiva, sulla sicurezza delle città e sulla qualità della vita. In un territorio tra i più densamente urbanizzati d'Europa, il sistema dei parchi non è un lusso, ma un'infrastruttura strategica capace di offrire servizi che nessuna opera artificiale può sostituire con la stessa efficacia.

mercoledì 11 febbraio 2026

Monte San Primo: ripensare il turismo per difendere la montagna


Nel cuore del Triangolo Lariano, territorio di straordinaria ricchezza paesaggistica e naturalistica, si apre un momento di riflessione pubblica sul futuro del turismo e della montagna. Sabato 21 febbraio 2026, presso la Sala Civica di Piazza Martignoni a Camnago Volta, si terrà l’incontro “Quale turismo per il Triangolo Lariano? San Primo e non solo…”, un appuntamento che pone al centro il rapporto tra sviluppo, tutela ambientale e comunità locali.

Il Monte San Primo, simbolo identitario del territorio e scrigno di biodiversità, diventa il punto di partenza per interrogarsi su modelli turistici sostenibili, capaci di valorizzare il paesaggio senza snaturarlo. In un contesto segnato da crisi climatica, consumo di suolo e crescente pressione antropica sulle aree montane, l’iniziativa intende offrire strumenti critici per ripensare le politiche di promozione turistica, superando logiche estrattive e stagionali.

L’incontro sarà introdotto da Marzio Marzorati, presidente del Parco Nord Milano e responsabile del Centro di Educazione Ambientale Prim’Alpe di Canzo, da anni impegnato nella diffusione di una cultura ecologica fondata sulla conoscenza dei territori e sulla partecipazione attiva dei cittadini. Il cuore dell’evento sarà la presentazione del libro “San Primo – Una montagna straordinaria, un progetto da riconsiderare” di Nunzia Rondanini, che analizza in modo documentato e critico le trasformazioni previste per il massiccio, mettendo in luce i rischi ambientali e le alternative possibili.

Attraverso il contributo dell’autrice e del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, l’iniziativa si propone come spazio di confronto aperto, in cui ambientalisti, amministratori e cittadini possano dialogare su un’idea di turismo lento, rispettoso degli ecosistemi e coerente con le vocazioni naturali della montagna. A moderare l’incontro sarà Sergio Baccilieri, giornalista de La Provincia, garantendo un dibattito informato e accessibile.

In un’epoca in cui le scelte sul territorio determinano il futuro delle comunità e degli equilibri naturali, l’appuntamento rappresenta un’occasione preziosa per riaffermare che la montagna non è una risorsa da sfruttare, ma un bene comune da custodire.

Scenari climatici sul Monte San Primo: lo studio che boccia il progetto sciistico

Studio scientifico mette in discussione il ritorno dello sci nel Triangolo Lariano


“E’ assolutamente sconsigliabile l’attuazione di un impianto sciistico per così pochi giorni all’anno”
. Possiamo riassumere così i risultati di uno studio condotto dal prof. Mauro Gugliemin (UniInsubria), commissionato dall’associazione Simbio, in accordo col Coordinamento ‘Salviamo il Monte San Primo’, formato da 39 associazioni.  

Nell’autorevole studio scientifico viene evidenziato come risulti insensata e insostenibile la proposta di progetto per ripristinare gli impianti sciistici sul monte San Primo.

Attraverso i dati disponibili di Alpe Borgo - seppur riferiti a periodi limitati - e a quelli di due stazioni ARPA, lo studio del prof. Mauro Guglielmin, docente Ordinario di Geografia Fisica e Geomorfologia dell'Università degli Studi dell’Insubria, effettua una previsione degli scenari climatici per la località sciistica dismessa e, prendendo in considerazione le scarse precipitazioni nevose degli ultimi anni, valuta anche la possibilità di innevamento artificiale.

Nell’analisi si attesta l’aumento progressivo delle temperature, soprattutto in inverno, anche nel territorio del Triangolo Lariano.  

Ecco un passaggio dell’analisi del prof. Guglielmin: “Si può rilevare come sia assolutamente sconsigliabile l’attuazione di un impianto la cui possibile durata di innevamento programmato potrebbe - anche solo con uno scenario moderato come questo - essere ridotta a non più di 15-17 giorni nel mese di Gennaio che renderebbe assolutamente antieconomico…”.

Molto chiara la chiosa dello studio condotto dal prof. Gugliemin: “In conclusione si ritiene che le condizioni climatiche attuali e ancor più quelle future nei prossimi 15 anni e ancor più dopo, non consentano l’innevamento artificiale né la preparazione di piste da sci almeno con le tecnologie tradizionali attuali”.


Lo studio evidenzia inoltre come ci sia solo una ridotta quantità di dati affidabili disponibili, segnale di una scarsa conoscenza del territorio e approssimazione nell'investire fondi pubblici: a tal proposito è paradossale che all'Alpe di Borgo - ovvero la località in cui si intendono realizzare impianti di innevamento artificiale - la Comunità Montana Triangolo Lariano sia proprietaria di una stazione meteorologica che potrebbe fornire dati di qualità, ma che è guasta da ormai 18 anni! Il progetto di fattibilità - approvato dalla Comunità Montana e dal Comune di Bellagio – che vorrebbe riportare lo sci sul San Primo, non fa menzione della stazione meteorologica e delle previsioni climatiche future, per questo come Coordinamento San Primo chiederemo alla Regione di utilizzare lo studio scientifico commissionato da Simbio per una revisione del progetto, economicamente non sostenibile e anacronistico.  

Infatti, facendo seguito all’audizione dello scorso ottobre, nei prossimi giorni il Coordinamento ‘Salviamo il Monte San Primo’ trasmetterà alle Commissioni Ambiente e Territorio della Regione Lombardia lo studio realizzato dal prof. Guglielmin, chiedendo al Pirellone di rivedere il progetto per lo sci sul monte San Primo.  

Per maggiori informazioni: 

martedì 13 gennaio 2026

Monte San Primo, lo sci artificiale sfida i dati sul clima che cambia


Il 2025 si conferma come uno degli anni più caldi mai registrati in Lombardia. A certificarlo è ARPA Lombardia, l’ente tecnico regionale, che nel suo bilancio climatico colloca l’anno appena trascorso al quarto posto tra i più caldi in assoluto, con temperature medie superiori di 1,25 gradi rispetto al periodo di riferimento 1991-2020. Un dato che, seppur leggermente inferiore al 2024, si inserisce in una tendenza ormai consolidata: dal 1991 la temperatura media regionale cresce di circa 0,7 gradi ogni dieci anni.

Numeri che parlano chiaro e che descrivono un cambiamento climatico evidente anche in Lombardia. Il 2025 ha visto mesi eccezionalmente caldi come giugno e dicembre, con scarti positivi di circa 3 gradi, e ondate di calore estive con temperature fino a 38 gradi in diverse località della regione. Allo stesso tempo, il clima si mostra sempre più estremo, come dimostrano gli eventi meteorologici intensi concentrati in brevi periodi, tra cui l’esondazione del Seveso del 22 settembre, quando in 24 ore sono caduti fino a 220 millimetri di pioggia nella zona nord di Milano.

È in questo contesto che torna al centro del dibattito il Monte San Primo, nel Triangolo Lariano, dove è stato proposto un progetto per riportare lo sci alpino attraverso l’uso di innevamento artificiale. Un’ipotesi che appare sempre più in contrasto con la realtà climatica descritta dai dati ufficiali.

A sottolinearlo è Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" e portavoce del Comitato Salviamo il Monte San Primo, che richiama direttamente le conclusioni di ARPA Lombardia: «Il 2025 è stato uno degli anni più caldi mai registrati in Lombardia, confermando una tendenza che ormai si ripete da tempo».

Secondo Fumagalli, ignorare questo scenario significa perseverare in una visione ormai superata della montagna: «Eppure c’è chi continua a far finta di nulla – osserva – proponendo un progetto assurdo per riportare lo sci sul Monte San Primo, basato sull’innevamento artificiale, come se il riscaldamento globale non esistesse».

Il nodo centrale non è solo ambientale, ma anche economico e culturale. In un territorio di media quota, sempre più esposto a inverni miti e a precipitazioni irregolari, puntare su impianti sciistici e neve artificiale comporta consumi elevati di acqua ed energia, oltre a un impatto significativo sul paesaggio. Una scelta che rischia di risultare insostenibile nel medio-lungo periodo, proprio mentre i dati climatici indicano la necessità di ripensare radicalmente il rapporto tra turismo e montagna.

martedì 22 luglio 2025

Manti stradali freschi: una strada possibile anche in Brianza

Immagini tratte dalle relazioni pubblicate dal National Centre for Climate Services NCCS

L’aumento delle temperature dovuto al cambiamento climatico e il crescente numero di giornate di canicola pongono le città della Brianza di fronte a sfide sempre più pressanti. L’effetto “isola di calore urbano”, causato dalla presenza estesa di superfici asfaltate scure che assorbono e trattengono il calore, sta diventando un pericolo per la salute pubblica, in particolare per le fasce più vulnerabili della popolazione.

Ma un’alternativa concreta esiste e arriva dalla Svizzera. Nell’ambito del Programma pilota per l’adattamento ai cambiamenti climatici, il progetto «Manti stradali freschi» ha sperimentato diverse tecnologie per ridurre il surriscaldamento delle superfici stradali, con risultati promettenti. Le città di Berna e Sion hanno ospitato due tratti di strada test, con ben 18 varianti di pavimentazioni sviluppate per riflettere maggiormente i raggi solari e favorire il raffreddamento, sia di giorno che di notte.

Immagine del drone con carta bianca e nera per determinare l'albedo

La chiave è l’albedo, ovvero la capacità di una superficie di riflettere la radiazione solare. Le superfici chiare, rispetto a quelle scure, assorbono meno calore e rimangono sensibilmente più fresche. Alcune tecnologie testate prevedono:

  • Sostituzione dell’aggregato con materiali più chiari;
  • Spargimento superficiale di pietrisco chiaro su asfalto appena steso;
  • Verniciatura di manti esistenti con pitture ad alta riflettanza;
  • Pigmentazione diretta del conglomerato bituminoso.

Durante l'estate 2020 e i monitoraggi successivi, le superfici fresche hanno mostrato una riduzione della temperatura fino a 12,6 °C rispetto agli asfalti convenzionali durante i picchi di calore. Anche in profondità, le differenze sono significative: le strutture porose e trattate contribuiscono a un migliore raffreddamento notturno.


Non solo: alcune soluzioni si sono rivelate efficaci anche per la riduzione del rumore da traffico, come i manti semidensi trattati con idrogetto o levigati. Un duplice beneficio, quindi, per le città: meno calore e meno rumore.

La Brianza, con la sua elevata urbanizzazione e i crescenti episodi di caldo estremo, potrebbe trarre grande vantaggio dall'adozione di questi manti stradali innovativi. Pensiamo ai marciapiedi dei centri urbani, alle piste ciclabili, ai parcheggi pubblici o alle aree pedonali: superfici dove il traffico veicolare è moderato e l’efficacia dei manti freschi può essere massimizzata con costi contenuti.

Sebbene da sempre contrari alla Pedemontana Lombarda, non possiamo ignorare l’occasione di chiedere che eventuali nuove infrastrutture prendano almeno in considerazione le evidenze scientifiche in merito all’impatto climatico. Se la Pedemontana dovrà esistere, che sia realizzata con criteri climaticamente responsabili, usando materiali ad alta albedo e a ridotto impatto acustico. Una richiesta di buon senso e responsabilità, quantomeno verso le generazioni future.

venerdì 11 luglio 2025

Monte San Primo, il futuro è senza certezze di neve. Perché il progetto “OltreLario” è una scelta sbagliata


Il cambiamento climatico non è più un rischio lontano: sta già trasformando profondamente l’ambiente alpino e prealpino. Secondo una scheda informativa pubblicata da Funivie Svizzere e ripresa da tvsvizzera.it, entro il 2050 lo zero termico nelle Alpi salirà di altri 300 metri. Significa che molte stazioni sciistiche, anche a quote finora considerate sicure, dovranno fare i conti con inverni più caldi e con precipitazioni sempre più spesso sotto forma di pioggia anziché neve.

Copertina della "Scheda informativa" pubblicata da Funivie Svizzere

“Garantire 100 giorni all’anno con un manto nevoso di 30-50 cm sta diventando sempre più irrealistico”
, afferma Berno Bandi, segretario generale di Funivie Svizzere. E non basteranno i cannoni da neve a risolvere il problema: funzionano solo con temperature inferiori a zero gradi, condizioni sempre meno frequenti, soprattutto nelle stagioni di inizio e fine inverno.

Sviluppo della quota dello zero termico senza protezione del clima
Quota dello zero termico in inverno (media svizzera e media mobile su 30 anni)
© Scenari climatici CH2018

Questi dati dovrebbero indurre alla massima prudenza di fronte a progetti che puntano ancora sullo sci da discesa, anche in zone come le Prealpi Comasche. Eppure, sul Monte San Primo (1.682 m s.l.m.) è previsto il rilancio turistico “OltreLario: Triangolo Lariano meta dell’outdoor”. Il progetto contempla nuovi impianti di risalita, quattro tapis roulant, un invaso per la neve artificiale, piste da sci e da tubing, oltre a nuovi parcheggi.

Anche se il Monte San Primo supera i 1.500 metri, non è affatto immune dagli effetti del riscaldamento globale. La quota del suo comprensorio sciistico, infatti, non corrisponde alla sola cima: buona parte delle aree interessate dal progetto (come l’Alpe del Borgo) si trova a quote medio-basse, tra i 1.100 e i 1.300 metri, dove già oggi la neve scarseggia o si scioglie velocemente. Proprio il documento svizzero evidenzia che l’innevamento naturale si ridurrà drasticamente sotto i 1.500-1.800 metri, soprattutto all’inizio e alla fine dell’inverno, rendendo le stagioni sciistiche più corte e inaffidabili.

Ci sono almeno tre motivi per ritenere il progetto “OltreLario” una scelta sbagliata:

  1. Quota critica per lo sci sostenibile - Pur avendo una cima relativamente alta, il Monte San Primo è caratterizzato da pendii sciistici che si sviluppano sotto i 1.500 metri. Si tratta di quote sempre più esposte a inverni miti e a scarse nevicate, rendendo l’attività sciistica economicamente incerta.
  2. Innevamento artificiale insostenibile - Produrre neve artificiale richiede molta acqua ed energia. Ma soprattutto, se le temperature restano sopra lo zero, nemmeno i cannoni possono funzionare. Il rischio è investire risorse pubbliche in impianti che potrebbero non essere utilizzabili già nel prossimo futuro climatico.
  3. Consumo di suolo e danno ambientale - Nuovi impianti, piste e parcheggi significherebbero ulteriore consumo di suolo, erosione del paesaggio e perdita di habitat naturali, in un’area preziosa dal punto di vista naturalistico e paesaggistico.

Per queste ragioni, il Coordinamento ambientalista Salviamo il Monte San Primo ha lanciato un appello pubblico alla Comunità Montana del Triangolo Lariano e al Comune di Bellagio, chiedendo di rinunciare al progetto e di destinare i circa 2 milioni di euro disponibili a interventi di tutela ambientale e di promozione di un turismo sostenibile.

L’alternativa esiste: investire in sentieri, percorsi escursionistici, itinerari naturalistici e attività dolci, che possano attrarre turisti tutto l’anno, senza bisogno di neve e senza compromettere l’ambiente. È una visione moderna e lungimirante, che guarda alla montagna non più soltanto come pista da sci, ma come spazio di natura, salute e cultura.

In un’epoca in cui il clima cambia sempre più rapidamente, continuare a puntare sullo sci, persino su montagne relativamente alte ma esposte agli effetti del riscaldamento globale, rischia di essere una scelta ambientalmente ed economicamente insostenibile. Il futuro del Monte San Primo e delle Prealpi passa per strade più verdi e responsabili.

lunedì 7 luglio 2025

Brianza: alberi abbattuti dai temporali, una proposta per prevenire i danni futuri

Un recente intervento sui sottoservizi in prossimità dell'apparato radicale

I violenti temporali che negli ultimi giorni hanno attraversato la Brianza hanno provocato danni in diversi comuni, con diverse cadute di alberi. Episodi che riaprono il dibattito su come gestire e proteggere in modo più efficace il patrimonio arboreo urbano, sempre più vulnerabile di fronte al cambiamento climatico e agli eventi meteorologici estremi.

A partire da questa emergenza, rilanciamo una proposta concreta: adottare nei comuni brianzoli il test di trazione - o pulling test - come strumento sistematico per valutare la stabilità degli alberi, soprattutto in seguito a lavori stradali o interventi sui sottoservizi, che spesso compromettono le radici delle piante senza che ciò sia visibile a occhio nudo.

L’idea nasce come riflessione a margine di un post pubblicato su Facebook da Enrico Fedrighini, consigliere comunale di Milano e noto attivista ambientale, dal titolo emblematico Danni da incompetenza. In quel testo, Fedrighini racconta come dieci anni fa, proprio a Milano, fu possibile salvare 180 olmi in via Mac Mahon utilizzando per la prima volta il pulling test. La tecnica consiste nel simulare, in modo controllato, l’azione del vento fino a 100 km/h per verificare la tenuta e la stabilità della pianta, offrendo uno strumento affidabile per decidere se un albero debba essere abbattuto o possa invece essere salvato.

Foto tratta dalla pagina Facebook di E. Fedrighini

Durante il suo mandato in Consiglio comunale, Fedrighini ha presentato nel luglio 2023 anche un ordine del giorno chiedendo di adottare il pulling test come procedura standard nella manutenzione del verde pubblico urbano. Tuttavia, come lui stesso sottolinea, la proposta è rimasta inascoltata: «Risposte ricevute ad oggi: zero. E i risultati, poco invidiabili, si vedono…».

L’ordine del giorno evidenziava come molti interventi urbanistici - dal rifacimento delle strade alle opere sotterranee - possano avere impatti gravi, seppur invisibili, sull’apparato radicale degli alberi, compromettendone la stabilità. Fedrighini ricordava anche uno studio del 2022 del Disaster Risk Management Knowledge Centre della Commissione Europea, secondo cui l’Italia è tra i Paesi europei più vulnerabili ai disastri naturali da qui al 2035.

Prendendo spunto da queste osservazioni, sottolineiamo come la situazione attuale nei comuni brianzoli - già segnati da polemiche sui tagli contestati o sugli interventi che danneggiano il verde - renda urgente una riflessione su nuovi strumenti di prevenzione. L’adozione del pulling test potrebbe rappresentare una soluzione concreta, efficace e poco costosa per garantire maggiore sicurezza, tutela ambientale e risparmio per la collettività.

martedì 1 luglio 2025

Seregno e il clima che cambia

Antonello Dell’Orto accanto all’aiuola in fiore nel cortile della scuola primaria Aldo Moro a Seregno, questa primavera.

Un pomeriggio bollente, quasi irrespirabile, nel cuore del Parco Wojtyla di Seregno. Ci sediamo all’ombra di un albero con Antonello Dell’Orto, storico attivista di Legambiente Seregno, per scambiare quattro chiacchiere sul cambiamento climatico. In via Wagner, a due passi da qui, il termometro al suolo ha toccato i 50 gradi. Non è fantascienza, è la nostra realtà.

D: Antonello, ormai tutti parlano di cambiamento climatico… ma riguarda davvero anche una città come Seregno?
R: Eccome se ci riguarda. Non è più una questione lontana, roba da ghiacciai o deserti. È qui, ora. Le estati sono sempre più estreme, con giornate che sembrano forni e notti in cui non si riesce a dormire dal caldo. A questo aggiungi temporali violenti, lunghi periodi senza una goccia d'acqua… il clima sta cambiando davanti ai nostri occhi.

D: Ma a livello locale, cosa stiamo già vedendo di concreto?
R: Intanto, il verde urbano fa una fatica enorme. Parchi e giardini arrancano con queste temperature e la mancanza di pioggia. Le grandinate spaccano tetti, danneggiano le auto, rovinano i raccolti. E poi c’è l’aria: quando c’è alta pressione e tanto calore, peggiora. Questo ha un impatto sulla salute e anche sull’umore della gente. Ti senti più fragile, più in balìa degli eventi.

Giardino delle farfalle. Piazza Donatori di Sangue, Seregno

D: Quindi qualcosa possiamo farlo, anche nel nostro piccolo?

R: Assolutamente sì, e dobbiamo farlo. Piantare alberi è una delle cose più efficaci, ma serve anche cambiare mentalità. Evitare potature inutili, lasciare crescere le chiome, smettere di tagliare l’erba ogni due settimane come fosse un’erbaccia. L’erba protegge il suolo, mantiene l’umidità, ospita biodiversità. Tagliarla troppo spesso, specie dove abbiamo appena piantato alberi, può addirittura farli seccare.
E poi ci sono progetti concreti che già esistono: Legambiente Seregno, ad esempio, in pieno centro, in piazza Donatori di Sangue, ha realizzato e sta curando il Giardino delle farfalle. È una piccola oasi con fiori ed essenze scelte apposta per avere fioriture tutto l’anno. Anche se pochi lo sanno, quel giardino contribuisce a mantenere la biodiversità e a mitigare il clima in centro. E questa è una cosa importantissima, se pensiamo che tra il centro e il Parco del Meredo ci possono essere, in questo periodo, anche 7 gradi di differenza. Eppure c’è ancora chi pensa di costruire su terreni vergini… quando invece servirebbe più verde, non più cemento.

D: E chi ha solo un balcone o un giardino? Vale lo stesso discorso?
R: Certo! Ogni spazio verde conta. Anche un vaso può fare la differenza. Piantiamo fiori per api e farfalle, lasciamo crescere qualche cespuglio spontaneo, mettiamo una siepe. Ogni angolo può diventare un piccolo rifugio per la natura. È una rete fatta di tanti piccoli gesti, e ognuno può contribuire.

Esempio taglio a sfalcio ridotto. Fonte immagine: Comune di Milano

D: Una provocazione per chi storce il naso davanti all’erba alta?

R: Chi ha paura dell’erba? (ride) Davvero, perché ci dà tanto fastidio un prato verde e fiorito? Siamo diventati allergici al naturale, lo trattiamo come fosse disordine. Ma il selvatico è bellezza, è vita, è resistenza. Un prato lasciato libero non è incuria: è conoscenza, è rispetto. Magari dobbiamo solo imparare a guardarlo con occhi nuovi.

D: Da dove si comincia, allora?
R: Si comincia col guardarsi intorno. Osservare il proprio quartiere, il proprio giardino, i parchi della città. Capire che il cambiamento climatico non è solo una questione globale, ma anche molto locale. E le soluzioni, guarda caso, iniziano proprio qui. A Seregno.

D: C’è qualche esempio positivo a Seregno o nei dintorni da cui prendere spunto?
R: Certo! Ci sono scuole che hanno piantato alberi nel cortile, condomìni che stanno lasciando crescere le siepi, cittadini che hanno trasformato terrazzi in piccoli boschetti urbani. Non servono grandi risorse, serve voglia. E un po’ di fiducia nel fatto che ogni gesto ha un impatto.

D: E il Comune? Sta facendo la sua parte?
R: Ci sono segnali positivi, ma c’è ancora tanta strada da fare. Spesso mancano coraggio e visione. La transizione ecologica non può basarsi solo sulle buone intenzioni: servono piani concreti, investimenti, ma anche l’ascolto di chi vive la città ogni giorno. Noi di Legambiente ci siamo, e vogliamo continuare a dare il nostro contributo.

sabato 1 febbraio 2025

Il Coordinamento "Salviamo il Monte San Primo" contro la politica dell’assurdo


C’è chi sogna di sciare tra le nuvole, chi immagina distese di neve immacolata e chi, più pragmaticamente, decide di costruire un comprensorio sciistico dove la neve non cade più. Benvenuti sul Monte San Primo, a pochi chilometri da Milano, dove alcuni amministratori locali hanno deciso di sfidare non solo la natura, ma anche il senso comune.

Come riporta Vanity Fair in un articolo che definisce il progetto “assurdo”, l’idea è quella di realizzare un piccolo comprensorio sciistico tra i 1.120 e i 1.650 metri di quota, su una montagna dove di neve naturale, negli ultimi anni, ne è caduta ben poca. Del resto, perché farsi scoraggiare da dettagli irrilevanti come il cambiamento climatico, le temperature sempre più alte o la semplice realtà dei fatti? Basta crederci, no?

L'articolo pubblicato su Vanity Fair

Il Monte San Primo, situato nel cuore del Triangolo Lariano, aveva già ospitato impianti sciistici negli anni ’60 e ’70. All’epoca, c’era ancora abbastanza neve per giustificare tre skilift e altrettante piste, chiuse nel 2000, poi riaperte, poi richiuse definitivamente nel 2013. Se già allora la situazione non era delle migliori, oggi la prospettiva è ancora meno rosea: temperature più alte, meno neve e il progetto di riportare lo sci su una montagna che sembra aver già detto chiaramente di preferire il verde al bianco.

Eppure, gli amministratori locali non demordono. Forse, nella loro fervida immaginazione, vedono il Monte San Primo come una nuova Cortina, una piccola St. Moritz in riva al Lago di Como, un’attrazione turistica che attira folle di sciatori... Magari in canottiera e occhiali da sole.

Fortunatamente, non tutti hanno deciso di spegnere il cervello davanti a questo piano surreale. Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente e portavoce delle 35 associazioni che compongono il Coordinamento "Salviamo il Monte San Primo", ha dichiarato senza mezzi termini: “Ormai a credere che sia un progetto 'sano' resta solo chi amministra (male) la Comunità Montana Triangolo Lariano e il Comune di Bellagio, bontà loro...”

Un modo elegante per dire che siamo di fronte all’ennesimo esempio di amministratori che si ostinano a non vedere quello che è sotto gli occhi di tutti: la neve non c’è più, e se anche tornasse, non durerebbe abbastanza per rendere sostenibile un comprensorio sciistico.

Ma a quanto pare, nella politica locale, c’è chi preferisce ignorare la realtà pur di difendere scelte discutibili. Forse pensano che, con qualche bacchetta magica (o meglio, qualche cannone sparaneve a pieno regime), si possa trasformare una montagna ormai primaverile in una pista da sci perenne.

Come sottolinea Vanity Fair, negli anni ’60 l’idea poteva anche avere un senso. Ma nel 2025, scommettere su un comprensorio sciistico a così bassa quota è come investire in carrozze trainate da cavalli sperando di battere le auto elettriche. E mentre la natura continua a dimostrare che il Monte San Primo non è più un luogo per sciare, la politica locale continua a volerlo imbiancare a tutti i costi, anche solo con una mano di vernice bianca.

Forse, più che un progetto sciistico, servirebbe un corso accelerato di geografia e climatologia per chi amministra. Perché se c’è una cosa che questo piano dimostra, è che la realtà può anche scivolare via… peccato che qui non ci sia più neve per farlo.

martedì 17 dicembre 2024

Raffrescare la Brianza: il futuro delle nostre città passa dal verde e dall’azzurro


Parlare di come raffrescare le città della Brianza a dicembre, quando le temperature sono rigide e l’inverno è nel pieno, potrebbe sembrare fuori luogo. Tuttavia, è proprio ora, lontano dalle emergenze estive, che dobbiamo ragionare in prospettiva e pianificare interventi per affrontare le sfide del riscaldamento globale. A Seregno, lo scorso giugno, è stata presentata la bozza del Piano del Clima, un passo importante per il futuro del territorio. Ma, nonostante le buone intenzioni, la pianificazione urbanistica è rimasta invariata, ignorando il potenziale delle infrastrutture verdi e blu (GBI, Green and Blue Infrastructure), ovvero parchi, alberi, aree d’acqua e superfici permeabili che possono mitigare il calore urbano.

È chiaro che non possiamo più rimandare: è tempo di agire subito. Seregno ha tutte le carte in regola per diventare un modello per l’intera Brianza, mostrando come l’integrazione di GBI possa trasformare le città, rendendole più vivibili, fresche e sostenibili. Raffreddare le città attraverso interventi strutturali di questo tipo non è solo una risposta al cambiamento climatico, ma una scelta strategica per migliorare la qualità della vita dei cittadini e preservare l’ambiente per le generazioni future.

Un modello sviluppato da ricercatori australiani, TARGET (The Air-temperature Response to Green/blue-infrastructure Evaluation Tool), sta rivoluzionando il modo di affrontare la progettazione urbana. TARGET è uno strumento semplice ed efficiente che permette di simulare e prevedere come le temperature urbane potrebbero cambiare implementando diverse proporzioni di GBI. Utilizzando dati di base come altezza degli edifici, materiali di copertura e larghezza delle strade, TARGET genera previsioni affidabili delle temperature superficiali e atmosferiche.


Schema del canyon urbano nel modello TARGET. Tac è la temperatura dell'aria vicino al suolo, tra gli edifici, mentre Tb è la temperatura dell'aria sopra i tetti, uguale per tutta l'area. Wroof è la larghezza del tetto, Wtree la larghezza degli alberi, e W la larghezza complessiva del canyon (spazio tra gli edifici). Si considera che il terreno sotto gli alberi rappresenti il suolo del canyon.

L’efficacia del modello è stata recentemente testata in Svizzera dall’Istituto per la ricerca sulle acque (Eawag), parte dei Politecnici Federali. I ricercatori hanno applicato TARGET a un’area di 29 km² a Zurigo, includendo il centro città e zone boscose limitrofe, durante un’ondata di calore nell’estate del 2023. I risultati hanno dimostrato una corrispondenza notevole tra le previsioni e le temperature reali, confermando che TARGET è uno strumento affidabile per stimare l’impatto delle GBI sulle temperature urbane.

Lo studio svizzero ha evidenziato che un aumento delle aree verdi e blu può ridurre significativamente la temperatura dell’aria e della superficie. Secondo il modello, passando da uno scenario urbano privo di spazi verdi a una città con il 60-80% di GBI, la temperatura dell’aria può scendere di circa 1,2°C. Una foresta urbana, invece, porterebbe a una riduzione ulteriore di 4°C.

Nonostante un calo di 1,2°C possa sembrare modesto, gli esperti sottolineano che i benefici delle GBI vanno oltre il raffreddamento. Questi spazi migliorano la gestione delle acque piovane, aumentano la biodiversità e contribuiscono al benessere generale dei cittadini.

Le nostre città, con la loro elevata urbanizzazione e la scarsità di spazi verdi nei centri urbani, sono perfette candidate per l’adozione di TARGET come strumento di pianificazione. I benefici di questa strategia sono già visibili in contesti come Zurigo, dove interventi mirati su parchi, aree alberate e zone d’acqua hanno mostrato un notevole impatto sulla qualità della vita urbana.

Adottare TARGET significa poter simulare scenari di trasformazione urbana e prendere decisioni informate su dove e come implementare spazi verdi e blu. Dai piccoli comuni alle aree più densamente popolate, pianificare ora significa mitigare gli effetti delle ondate di calore future e garantire città più vivibili.

I ricercatori di Zurigo concludono che TARGET è uno strumento utile per pianificare interventi su scala globale. È ora che anche le nostre città italiane sfruttino questi strumenti innovativi per migliorare il proprio territorio. Con un approccio proattivo, possiamo rendere le città più fresche, sostenibili e resilienti ai cambiamenti climatici.

mercoledì 30 ottobre 2024

Partecipazione e passione per l’ambiente: il Comitato per la Difesa del Territorio di Lissone incontra Luca Mercalli


di Roberto Tagliabue


È stata una serata interessante quella che si è svolta nella piccola ma gremita sala convegni della biblioteca di Lissone. Il direttivo del Comitato per la Difesa del Territorio ha inaugurato la prima di tre serate dedicate alla conservazione dell'ambiente e, ieri sera alle ore 21, in videoconferenza da Verona, era presente il noto climatologo e scienziato Luca Mercalli.

Per quasi due ore, Mercalli ha catturato l'attenzione del pubblico - interessato e molto partecipe - rispondendo alle domande con la competenza di un esperto divulgatore e spaziare su vari temi interconnessi. Ha affrontato argomenti come il consumo di CO₂, i modelli economici alternativi e la differenza tra crescita, sviluppo e progresso, senza sottrarsi a decine di domande, mirabilmente selezionate e presentate dal conduttore della serata, Giacomo Mosca, anima del direttivo lissonese e abile moderatore.


La serata si è aperta con la lettura di una poesia a tema ambientale di Caprotti, interpretata da Silvana, la "pasionaria" del Comitato, e introdotta da Marco Donadel. Donadel ha ben illustrato le iniziative del Comitato, sottolineando la rilevanza del problema ambientale e le connessioni con il progetto Pedemontana.

Un punto di forza della serata è stato il coinvolgimento di numerose persone già attive nel Comitato, una partecipazione che ha dato energia e spessore all’incontro. Ora l’obiettivo è ampliare questo entusiasmo, puntando a un maggiore coinvolgimento dei tanti simpatizzanti del comitato, ormai arrivati a centinaia, per favorire una partecipazione sempre più attiva alle iniziative del gruppo di lavoro. Come ha sottolineato lo stesso Mercalli, nonostante l’insensibilità della classe politica verso l'urgenza e la gravità della questione, è fondamentale che il problema ambientale diventi un valore culturale condiviso da tutta la comunità, per coinvolgere sempre più persone nel percorso di cambiamento.

mercoledì 14 agosto 2024

Esperienze virtuose per la Brianza / 2: il ruolo dei materiali e dei colori per contrastare il caldo urbano

Una via di Seregno asfaltata recentemente. L'utilizzo di un bitume chiaro avrebbe potuto ridurre il calore rilasciato nelle ore notturne

Il caldo estivo, soprattutto in città, può trasformarsi in un vero incubo, con temperature che superano di diversi gradi quelle delle aree verdi circostanti. Questo fenomeno, noto come "isola di calore urbana", è particolarmente evidente nelle nostre città, dove asfalto e calcestruzzo dominano il paesaggio. Ma esistono buone pratiche che possiamo adottare per ridurre l’impatto di queste isole di calore, rendendo le nostre città più vivibili anche durante le ondate di calore.

Gli edifici e le strade nelle aree urbane tradizionalmente utilizzano materiali come l'asfalto e il calcestruzzo, che trattengono il calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente durante la notte. Questo provoca un aumento delle temperature notturne, che possono essere fino a 7°C più alte rispetto alle zone rurali. Per contrastare questo effetto, una delle soluzioni più promettenti è l'uso di pavimentazioni porose e permeabili. Questi materiali permettono all'acqua piovana di infiltrarsi nel sottosuolo, favorendo l’evaporazione e riducendo così la temperatura circostante. Sono particolarmente adatti per zone pedonali e parcheggi, anche se meno efficaci per le strade con traffico elevato.

In alternativa al calcestruzzo, la vegetazione su facciate e tetti può migliorare significativamente il microclima urbano, contribuendo anche alla biodiversità. Tetti verdi o coperti con vegetazione aiutano a isolare gli edifici dal calore, ma anche i tetti dipinti di bianco o rivestiti con materiali riflettenti possono avere un grande impatto. Questi riflettono una parte significativa della radiazione solare, riducendo la necessità di raffreddare gli interni e contribuendo a mantenere più fresche le aree urbane.

Oia, isola di Santorini. Fonte immagine: Wikipedia

Pitturare di bianco i tetti degli edifici può essere una soluzione efficace per ridurre il riscaldamento urbano. Un esempio pratico e tradizionale dell'efficacia del bianco è visibile in Grecia, dove molti paesi hanno gli edifici, compresi i tetti, dipinti completamente di bianco. Questo caratteristico paesaggio non è solo estetico, ma ha una funzione rinfrescante fondamentale. Anche nel nostro meridione, questa usanza, frutto del sapere dei nostri antenati, è praticata e dimostra la saggezza delle tecniche tradizionali di costruzione nel mitigare il caldo estremo.


Alberobello, Puglia

Per le nostre città, l'adozione di queste buone pratiche potrebbe fare la differenza nella qualità della vita durante i mesi estivi. È cruciale che gli amministratori locali e i progettisti urbani considerino attentamente l'uso dei materiali e dei colori, oltre alla pianificazione del verde urbano. Non esiste una soluzione unica per tutti, ma con una combinazione di pavimentazioni permeabili, tetti bianchi e vegetazione strategicamente posizionata, le nostre città possono ridurre l’impatto delle isole di calore urbane, rendendole più resilienti ai cambiamenti climatici.

lunedì 12 agosto 2024

Dove c'era un albero, ci sarà una casa: l'incredibile contraddizione di Seregno

Una pagina del "Piano Clima" di Seregno


Negli ultimi giorni, abbiamo affrontato due temi centrali per la Brianza attraverso altrettanti post: il primo, intitolato "Case inutilizzate e speculazione immobiliare in Brianza: un’analisi critica" (cliccare qui), metteva in luce la problematica delle abitazioni non occupate nei comuni della Provincia di Monza e Brianza. Il secondo post, "Esperienze virtuose per la Brianza / 1: contrastare le isole di calore nelle nostre città" (cliccare qui), offriva un'analisi delle buone pratiche necessarie per contrastare il consumo di suolo, proponendo azioni come la depavimentazione, la piantumazione di nuovi alberi e la protezione degli alberi esistenti, specialmente quelli di grandi dimensioni.

 

A seguito della pubblicazione di questi articoli, abbiamo ricevuto un commento da parte di una socia del Circolo Legambiente di Seregno, che ci ha inviato delle immagini tratte da Google Maps. Le foto mostrano un giardino in via Ariosto, dove fino a poco tempo fa sorgevano alcuni maestosi cedri, ora abbattuti per far posto a un nuovo edificio. La socia ha commentato con amarezza: "Depressione di ferragosto... questi alberi sono stati abbattuti... e anche quelli dietro il condominio... per costruire nuovo edificio."

Seregno, via Ariosto. Prima e dopo (vista da sud)

Via Ariosto, prima e dopo (vista da nord)

Questo episodio rappresenta un’occasione per riflettere su alcune questioni cruciali. In un comune come Seregno, dove quasi il 17% delle abitazioni risulta non occupato, in un contesto globale in cui il riscaldamento climatico è una minaccia sempre più pressante, la scelta di abbattere alberi per costruire nuove strutture appare come una grave contraddizione. Questa contraddizione è ancora più evidente se consideriamo che l'amministrazione locale, che da sei anni è al governo della città, si presenta come promotrice di un "piano clima", un documento che, almeno sulla carta, dovrebbe guidare le politiche locali verso una maggiore sostenibilità ambientale.

Il caso dei cedri abbattuti in via Ariosto è emblematico di una gestione del territorio che appare disconnessa dalle reali esigenze ambientali del nostro tempo. Pur riconoscendo che l'area in questione è privata e che il Piano di Governo del Territorio (PGT) vigente consentiva l'edificazione, resta il fatto che si continua a consumare suolo in un contesto dove la domanda di nuove abitazioni dovrebbe essere ridimensionata, data l'alta percentuale di case inutilizzate.

È legittimo domandarsi quale sia il vero valore attribuito al verde urbano e alla tutela dell'ambiente, quando le azioni concrete sembrano andare nella direzione opposta a quella auspicata nei piani e nei proclami. La speranza è che il nuovo PGT, che dovrebbe essere elaborato sulla base delle indicazioni del piano clima, tenga realmente conto delle esigenze ambientali e ponga fine al consumo indiscriminato di suolo. Ciò non significa bloccare completamente l'edificazione, ma piuttosto impedire che ogni metro quadro di suolo vergine venga impermeabilizzato senza una reale necessità.

Il nostro invito è quindi rivolto all'amministrazione e a tutti i cittadini: non ci sono più scuse per rimandare le decisioni e le azioni necessarie. È tempo di passare dalle parole ai fatti, per tutelare il nostro territorio e garantire un futuro sostenibile alla Brianza.

lunedì 1 luglio 2024

Abbattimento di alberi a Seregno: l'indignazione dei volontari di Legambiente


Il taglio degli alberi in via Parini

La stessa area... a fine lavori

La scorsa settimana a Seregno, lungo via Parini, sono stati abbattuti diversi olmi. L'azione, che ha colto di sorpresa diversi cittadini, non è stata preceduta da una adeguata informazione preventiva da parte dell'amministrazione comunale, suscitando indignazione.

I cittadini hanno subito espresso il loro disappunto, rivolgendosi al locale circolo di Legambiente, che da tempo critica le modalità di potatura e abbattimento degli alberi adottate dall'amministrazione comunale. Una cittadina ha condiviso la sua esperienza: "Mi hanno detto che sono alberi vetusti e che con le radici hanno avuto questioni con i condomini adiacenti. I tecnici rispondono che loro fanno il loro lavoro e che bisogna rivolgersi agli amministratori comunali."

La questione ha sollevato interrogativi anche legali: "Vi chiedo se ci siano strade anche legali per fermare questo scempio. Il nostro Sindaco ci toglie il verde, i nostri polmoni naturali per cui ogni amministrazione minimamente oculata invece si batte per la salvaguardia."

Antonello Dell'Orto, storico volontario del circolo ambientalista, ha espresso il suo parere: "Credo che tutte le persone che hanno capito dove sta andando il cambiamento climatico non possono che essere d'accordo con voi. Sarebbe importante che l'amministrazione ricevesse altre sollecitazioni oltre a quelle di Legambiente che non manca di puntualizzare ad ogni necessità."

Un'altra cittadina ha sollevato un problema riguardante l'urgenza dell'intervento: "Alberi bellissimi e chissà che fine avranno fatto i nidi. Magari a settembre i nidi erano già stati lasciati e i pulcini svezzati. Se proprio era necessario.... potevano abbatterli in inverno."

Amaro il commento di una cittadina proveniente da Sesto San Giovanni: "Sono cresciuta in mezzo al cemento, decenni di barbarie senza un briciolo di attenzione verso questo tema, ma i tempi sono cambiati, una cosa del genere è inammissibile. Non può continuare a passare sotto silenzio."

L'indignazione espressa dai cittadini potrebbe essere considerata eccessiva da alcuni, ma secondo il sito "Fondo Forestale Italiano", tutti sono consapevoli che un albero che cresce in città necessita di manutenzione e non può essere lasciato cadere a terra. Tuttavia, si riconosce che il rischio considerato non è solo quello legato alla sicurezza dei cittadini, ma anche alla responsabilità degli amministratori e dei dirigenti nell'affrontare decisioni complesse riguardanti il verde urbano. Questa politica di rimuovere gli alberi per gestire meglio le responsabilità può sollevare preoccupazioni sulla gestione complessiva del verde urbano.

Il problema delle potature e abbattimenti nel periodo riproduttivo degli uccelli è stato affrontato anche dalla Lipu-BirdLife Italia, che ha inviato un appello al presidente dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) chiedendo il divieto di effettuare abbattimenti e potature tra il 1° di marzo e il 30 agosto, ossia durante il periodo di riproduzione degli uccelli. "Tali interventi - si legge nella lettera - oltre a causare il danneggiamento e la destabilizzazione delle piante, distruggono direttamente i nidi dell’avifauna."

L'Ispra ha ribadito la necessità di evitare tagli durante il periodo riproduttivo degli uccelli in un parere espresso nell’ottobre 2021. Inoltre, il Decreto del ministero della Transizione ecologica del 10 marzo 2020 sui criteri ambientali minimi per il servizio di gestione del verde pubblico impone il rispetto della fauna e una manutenzione del patrimonio arboreo garantita da personale competente e in periodi che non arrechino danni alla pianta e disturbo alla fauna.