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sabato 17 gennaio 2026

Quando la tradizione chiede di evolvere: il caso della Giubiana

La Gibiana vista dai bambini di Briosco, classe 4° A, 2024

Il falò della Giubiana, in Brianza e in gran parte della Lombardia, è uno di quei riti che ogni anno riaccendono non solo il fuoco, ma anche il dibattito. È una tradizione radicata, sentita, capace di creare momenti di comunità e di richiamare un passato condiviso. Preservarla appare legittimo, forse persino necessario, in un tempo in cui i legami sociali si fanno sempre più fragili. Ma proprio perché le tradizioni hanno un valore, vale la pena interrogarsi su cosa significhi davvero conservarle: ripeterle sempre allo stesso modo o permettere loro di evolversi insieme alla società che le pratica.

Il primo nodo riguarda l’ambiente e la salute. Accendere grandi falò in un periodo dell’anno in cui la Pianura Padana registra livelli critici di polveri sottili non è un dettaglio secondario. Negli ultimi anni non sono mancati appelli e critiche da parte di associazioni ambientaliste, medici e cittadini, che hanno richiamato l’attenzione sull’impatto, anche se episodico, di questi eventi in un contesto già compromesso. Non si tratta di demonizzare la Giubiana, ma di riconoscere che il contesto ambientale di oggi non è quello di un tempo, e che ignorarlo significa sottrarre la tradizione a un confronto necessario con la realtà.

C’è poi una questione culturale e simbolica, spesso sottovalutata. Il rogo del fantoccio, che nella tradizione rappresenta una strega, spesso raffigurata come una donna vecchia e brutta, porta con sé un immaginario che rischia di perpetuare stereotipi maschilisti. In una società che si interroga sempre più seriamente sulle discriminazioni di genere, questo simbolismo appare quantomeno anacronistico. Anche qui, il problema non è negare il passato, ma chiedersi se sia opportuno riproporlo senza filtri, come se fosse neutro e privo di significati.

Tradizione, ambiente e inclusività non sono però elementi inconciliabili. Esistono margini per una modernizzazione che non svuoti il rito, ma lo renda più consapevole. Alcuni comuni hanno già sperimentato falò simbolici di dimensioni ridotte, con materiali controllati e meno inquinanti; altri hanno scelto di sostituire la combustione reale con installazioni luminose, spettacoli di “fuoco freddo”, proiezioni o performance artistiche. Anche il fantoccio può essere ripensato: una figura astratta che rappresenti l’inverno, le paure collettive o le difficoltà da lasciarsi alle spalle, svincolata da connotazioni di genere e stereotipi superati.

In fondo, è ciò che già accade con le rievocazioni storiche: nessuno le considera una riproposizione letterale dei fatti, ma allegorie, strumenti per raccontare il passato con il linguaggio del presente. Applicare lo stesso principio alla Giubiana non significherebbe tradirla, bensì permetterle di continuare a vivere. Perché una tradizione che non si interroga rischia di diventare un rito vuoto; una tradizione che accetta il confronto, invece, può restare un patrimonio condiviso, capace di parlare anche alle generazioni future.

martedì 23 gennaio 2024

La festa della Gibiana


Tratto da: Gabriele Tardio, Fantocci nei rituali festivi, Edizioni SMiL, 2008
Inserito nel portale culturale www.mamoiada.org - Sezione "Maschere sarde ed europee"
Immagini: La Gibiana vista dai bambini di Briosco, 2024


La Gibigiana o Giubiana, oppure con tutte le variazioni fonetiche e dialettali, è una festa tradizionale molto popolare nella zona piemontese e lombarda, con una più specifica presenza nella Brianza e nelle terre Comasche, Milanesi e Varesine.

Generalmente alla fine di gennaio, di solito l’ultimo giovedì del mese, nelle piazze si allestisce un grande falò dove viene issato e fatto bruciare un fantoccio di paglia vestito con degli stracci, che alcuni dichiarano che rappresenta i mali dell’anno trascorso e dell’inverno per propiziarsi un nuovo anno. In genere questa antica tradizione prevede un corteo festante che porta il grande fantoccio, destinato ad essere bruciato sulla pubblica piazza.
Gli studiosi generalmente dichiarano che si tratta di una cerimonia antica, ma sulle sue reali origini ci sono varie ipotesi. Per alcuni, il rito avrebbe anche una valenza “politica”, volendo vedere in esso una trasposizione allegorica del conflitto tra il popolo e il potere costituito spesso in forma tirannica; altri ancora vorrebbero riscontrare residui di riti celtici o antichi quando fantocci di vimini intrecciato erano dati alle fiamme dai sacerdoti per propiziarsi il favore degli dei in battaglia o per ottenere benevoli influssi nelle stagioni della semina e dei raccolti. Altri infine, attribuiscono gli attuali roghi di fantocci a quelli dei sacerdoti cristiani che fin dal IV secolo d.C. bruciavano sia simbolicamente che realmente le divinità pagane o simboli superstiziosi.
 


L’etimologia del nome “Giubiana” ha diverse interpretazioni sia per quanto riguarda l’origine che il significato. Inoltre, esso varia a seconda delle località: Gibiana nella bassa Brianza, Giobbia in Piemonte, in molte zone del Varesotto viene chiamata Gioeubia, Zobia, Zobiana, Gioeubia, Giobbia, Gioebia, Giobbiana, Giubbiana, Gibiana.
Giöeubia, nell’alta Brianza e nella provincia di Como Giuliana, Giübiana, Gibiana, in Trentino e nel Bresciano generalmente è chiamata Zobiana.
Molti autori ipotizzano la derivazione di Giubiana da “Joviana”, ossia Giunone, dea della fertilità, oppure da Giove, padre degli dei, in latino “Jupiter-Jovis”, da cui l’aggettivo Giovia, e quindi Giobia. Nel dialetto piemontese "giobbia" significa semplicemente "giovedì".
Secondo Cherubini, autore di un vocabolario Milanese-Italiano pubblicato tra il 1839 e il 1843, “Giubiana” significa “fantasma”, e di qui la nascita di una festa.
Angelico Prati nel suo vocabolario etimologico italiano del 1951, dichiara che “Giubiana”, oltre a “fantasma”, significa anche “donna vile”; in trentino “Zobiana” equivale a “strega”, mentre in bresciano a “sgualdrina”. Per diversi autori c’è una derivazione comune: dal milanese “gioebia” o dal trentino “zobia”, ovvero “giovedì”, giorno utilizzato dalle streghe per i loro riti satanici.


Altri autori ipotizzano che la Giubiana può essere considerato simile alle altre figure antropomorfe arse tra gennaio e la Candelora, e che identificano nell'inverno e nella cattiva stagione, e il contadino inscenava una sorta di rito apotropaico, destinato a terminare con l'allontanamento simbolico del freddo e l'invito all’arrivo della bella stagione (qualcuno lo considera uno dei tanti rituali di roghi legati alle feste del Carnevale). Per qualcuno il rito che prevede la bruciatura del pupazzo della Giubiana potrebbe essere interpretato addirittura come l'eco di antiche pratiche legate ai sacrifici ignei di uomini, ma l'accostamento è sarebbe troppo difficile da dimostrare e troverebbe nei fantocci posti sulla catasta e nel lancio di oggetti tra le fiamme, una sorta di continuazione di quelle cruenti pratiche sacrificali. Alcuni accostano quel fantoccio arso nelle piazze ad una figura leggendarie, ma anche storica: la strega. Un supporto a questa credenza si ha con lo studio sui dialetti. Gian Luigi Beccaria, che nel suo libro "I nomi del mondo", chiarisce che "il nome italiano è Gibigiana, voce di origine lombarda (giubiana = fantasma, significa anche riverbero), dove gianna, strega, viene dal nome della dea Diana che in tanti dialetti sopravvive col senso di fata o strega". In molte tradizioni popolari la Giubiana ha assunto i toni della strega vera e propria, ed è spesso descritta nelle leggende come una vecchia cattiva, malefica che mangia i bambini o li rapisce, gioca a carte con i morti. Tra le sue prerogative, avrebbe una gamba rossa e un naso ricurvo. Spesso è una strega magra, con le gambe molto lunghe e le calze rosse, che vive nei boschi e, proprio grazie alle sue lunghe gambe, non mette mai piede a terra, ma si sposta di albero in albero. Così osserva tutti quelli che entrano nel bosco e li fa spaventare, soprattutto i bambini.
La Gibigiana, Gibiana o Giubiana oppure tutti gli altri termini già ricordati ha, quindi, man mano conquistato un aspetto e una propria storia che varia da località a località.

Ai giorni nostri, la Gibigiana è diventata un’occasione per incontrarsi, fare festa ammirare i fuochi d’artificio e mangiare qualcosa in compagnia, magari il risotto con la luganiga, come prescrive la tradizione.

Il rogo assume valori diversi a seconda della località in cui si attua. Sarebbe troppo lungo citare tutti i centri e le borgate dove si innalzano i roghi e quindi solo per farne alcuni: Albavilla (CO); Barzago (LC); Besana Brianza (MI); Briosco (MI); Busto Arsizio (VA); Cantù (CO); Canzo (CO); Cardano al Campo (VA); Carnago (VA); Carugo (CO); Cassano Magnago (VA); Castellanza (VA); Castiglione Olona; Copreno fraz. di Lentate sul Seveso (MI); Gallarate (VA); Garbagnate Milanese (MI); Gorla Maggiore (VA); Lesmo (MI); Misinto (MI); Montesolaro fraz. di Carimate; Rescaldina (MI); Samarate (VA); Triuggio (MI); Varenna (LC); Veduggio con Colzano (MI); Viganò (LC).


A Cantù con la Giubiana si bruciano “i mali della città e i vizi dei suoi cittadini”, che, insieme alle autorità, assistono al rogo. Qui il fantoccio che viene arso rappresenta la leggenda di una bellissima giovane castellana che, la notte di un giovedì di gennaio di oltre settecento anni fa, bussò a uno degli ingressi del borgo di Canturio facendosi consegnare con l’inganno le chiavi della città, così da poter aprire i pesanti battenti della porta ai Visconti che conquistarono il paese.
A Giussano la Giubiana, allegoricamente moglie di Gennaio, viene simbolicamente bruciata per dimenticare ed allontanare le carestie invernali e al contempo sancire l'inizio di un nuovo periodo di abbondanze. Storicamente la Giubiana veniva accompagnata nel suo cammino da un corteo di ragazzi che scandivano il tempo percuotendo pentole e stoviglie. La stessa sfilata del corteo storico, a cui ogni anno è lasciata libera interpretazione, si ripete anche oggi ed è rappresentata da 5 Giubiane, una per ogni frazione del paese, alle quali verrà dato poi fuoco al termine della manifestazione.
A Canzo la Giubiana è sottoposta ad un processo in dialetto canzese con la sentenza di morte sul rogo da parte dei Regiuu, ovvero gli anziani autorevoli del paese, e altri personaggi simbolici. La festa è arricchita da vesti tradizionali, suggestivi addobbi, tra cui la gamba russa (rossa), paramenti a lutto e suono di tamburi.
In molte zone del Varesotto viene bruciata l’ultimo giovedì (a volte l'ultima domenica) di Gennaio. Si costruiva con paglia e stracci un fantoccio e lo si portava nella piazza del paese a suon di campanacci. All’imbrunire veniva bruciata tra canti e balli. Girare tre volte attorno al falò portava bene. A Solbiate Olona alle ore 21 viene acceso il falò. Grandi e piccini attaccano alle vesti della strega o buttano nel falò bigliettini con scritto le cose brutte capitate durante l’anno perché il fuoco le distrugga.

In provincia di Como ad Albavilla si svolge il rito della Giubiana, che consiste nel bruciare su una pira preparata giorni prima un fantoccio fatto di stracci e bastoni tutto addobbato, è un rito propiziatorio simbolo dell'inverno. Prima di essere messo al rogo il pupazzo, dalle sembianze di donna, viene portato in giro per il paese da un fragoroso corteo. Da alcuni decenni il corteo è composto anche da alcuni carri allegorici, da un gruppo folcloristico e dalla banda. Durante la serata viene servito del risotto e del vin brulè.

I meravigliosi manifesti sono stati realizzati dai bambini e dalle maestre di Briosco. Questa tradizione risale a più di trent'anni fa. Grazie alla collaborazione tra la cooperativa sociale EOS di Carate Brianza e il Museo d'Arte dei Bambini Hamada di Shimane, Giappone, i manifesti delle passate edizioni sono stati esposti durante la mostra internazionale "Indépendants".

La Giobia che si brucia l’ultimo giovedì di gennaio a Busto Arsizio ha una storia anticha. Era una sorta di esorcismo dell'inverno, nel periodo più difficile. Luigi Giovini sostiene che «si brucia un fantoccio di aspetto femminile perché quella ligure antica, pre-celtica, era una società largamente imperniata sul matriarcato, e che adorava divinità femminili come la Madre Terra o la Luna. Nel cuore dell'inverno, per scacciare il freddo e ridare vigore alla fertilità dei suoli, si “fecondava” la terra con il fuoco purificatore. Agli déi antichi si offrivano sacrifici anche di sangue, che un tempo potevano essere umani, in seguito animali». Una duplicità che ritroviamo nel ritratto di Giano bifronte poi rimpiazzato dal Giove greco-romano che dà il nome al giorno della settimana in cui si brucia la Giöbia, aggiunge Giavini. Il fantoccio, simbolo femminile, brucia in un giorno dedicato alla divinità maschile per eccellenza; ma anche nell'ultimo giovedì di gennaio, giorno "femminile" tradizionalmente chiamato ul dì di scenén. In questo giorno di sabba e di... matriarcato erano le donne a comandare, sottolinea Giavini, mentre gli uomini cantavano filastrocche minacciose e facevano trovare macabre sorprese giù per il camino, ricordo forse di una passata “litigata coniugale” di dimensioni tali da sovvertire una cultura da prevalentemente femminile a maschile. Era uso di ogni famiglia, di ogni cortile, preparare la propria Giöbia. E tutti si arrabattavano con quel che si trovava, dalle cassette di legno a vecchie scope, stracci e spago. Così Giovini aggiunge «Per portare fortuna il fantoccio deve cadere in avanti, così vuole la tradizione. E c'era una vera gara a chi faceva durare di più il fuoco, la Giöbia che durava più a lungo dava prestigio a chi l'aveva costruita. Finito il rogo, sulle braci appena raffreddate si facevano passare gli animali, una sorta di benedizione pagana, poi le ceneri andavano sparse sui campi per fecondarli in vista della ripresa primaverile». Oggi la tradizione è leggermente cambiata. Si vedono anche Giöbie di foggia strana «È buon segno che si facciano fantocci di forme diverse, vuol dire che la tradizione è viva e si adatta ai tempi, restando sempre nuova».

venerdì 24 gennaio 2020

A Seregno arriverà la Giubiana del buonsenso?

Il disegno è tratto dalla copertina della pubblicazione di Franca Pirovano "La Gibiana in Brianza. Eredità celtica?", edito da Brianze, 2017 (per maggiori informazioni cliccare qui). A Briosco, dai primi anni Ottanta, i bambini delle Scuole Elementari realizzano dei disegni che poi vengono esposti nelle vetrine dei negozi in occasione della Festa della Gibiana. 

L'intervento di Gianni Del Pero, presidente del WWF Lombardia, che chiedeva all'Amministrazione Comunale di Seregno di tutelare la salute dei propri cittadini vietando i roghi rituali (leggi qui) ha avuto un seguito.

Gianni Del Pero ci ha infatti dichiarato: "Ho ricevuto una lunga e cordiale telefonata dal Sindaco Alberto Rossi. Abbiamo concordato sulla necessità che i provvedimenti per contrastare l'inquinamento dell'aria siano accompagnate da azioni di educazione ambientale con adeguata informazione per evitare che decisioni non condivise e non comprese possano innescare reazioni  controproducenti allo stesso obiettivo che si intende raggiungere. Abbiamo anche valutato opportuno prevedere a breve termine un incontro tra Amministrazione Comunale, Associazioni Ambientaliste e Associazioni Culturali di Seregno per prospettare per gli anni a venire iniziative che consentano di conservare le antiche tradizioni nel limite della sostenibilità delle attività proposte."

Da parte nostra auguriamo che gli impegni presi portino a dei risultati concreti che mettano in primo piano la salute dei cittadini.

Cogliamo l'occasione per segnalare una iniziativa che celebra la Giubiana senza il tradizionale falò.


giovedì 23 gennaio 2020

Falò della Giubiana: una tradizione che non possiamo più permetterci

Seregno. Lavori preparatori per realizzare il rogo della Giubiana
Mentre in varie località della Brianza sono in corso i lavori preparatori per la realizzazione dei falò della Giubiana le centraline dell'Arpa ci mostrano che la qualità dell'aria è in peggioramento e che i valori delle polveri sottili sono in aumento.

Indice della qualità dell'aria a Seregno (Fonte ARPA Lombardia)
Già nei giorni scorsi Antonello Dell'Orto del Circolo Legambiente aveva chiesto all'amministrazione comunale di Seregno di vietare sul territorio comunale i falò rituali: "I falò, in questo periodo, peggiorano solo la situazione. A mio avviso le manifestazioni tradizionali dovrebbero adeguarsi al mondo che stiamo vivendo".

Vista l'aggravarsi della situazione interviene ora Gianni Del Pero, Presidente del WWF Lombardia: "Chiediamo al Sindaco di Seregno di non acconsentire all'ennesima riproposizione di una tradizione insostenibile come quella dei Falò detti della Giubiana. La qualità dell'Aria del nostro territorio è già pessima: con ieri abbiamo raggiunto 19 giorni su 22 nell'anno di superamento dei limiti di legge per le polveri sottili Pm10, per i valori rilevati alla centralina ARPA di Meda. 24° negli ultimi 27. I falò, i roghi e la combustione all'aperto sono tra i massimi produttori di polveri ed il loro contributo sull'inquinamento complessivo è significativo ed è per questo che la Regione Lombardia ha inserito il loro divieto tra le attività per contrastare l'inquinamento atmosferico e migliorare la qualità dell'aria. Che siano di particolare impatto lo testimonia il record stagionale di 113 raggiunto sempre alla centralina di Meda il 17 Gennaio, con i Falò di Sant'Antonio."

"Confidiamo nella sensibilità e nell'attenzione del Sindaco Rossi - prosegue Gianni Del Pero - agli interessi dei suoi concittadini ed a quelli dell'ambiente per impedire una tradizione che non ci possiamo più permettere".

Fonte: Arpa Lombardia 23/1/2020

Aggiornamenti del 24/1/2020:
  1. il Sindaco di Seregno ha telefonato a Gianni Del Pero per concordare un percorso comune che porti al superamento dell'emergenza nel rispetto delle tradizioni. Ne parliamo qui.
  2. riceviamo da un lettore la segnalazione che già nel 2017 a Seregno, l'allora sindaco Mazza, emise un'ordinanza per vietare il falò della Giubiana a causa dell'alto livello di smog.

venerdì 17 gennaio 2020

Brianza, è emergenza smog. Appello di Legambiente per non peggiorare la situazione con i falò rituali

Concentrazione PM2,5 nella giornata del 17/01/2019 (Fonte Arpa)

Concentrazione PM10 nella giornata del 17/01/2019 (Fonte Arpa)

La Brianza è in allarme smog. Ieri i valori del PM10 nei maggiori comuni brianzoli hanno ampiamente superato il valore limite è di 50 µg/m³. Svetta Meda con una percentuale di  93 µg/m³, segue Muggiò con 84 µg/m³, Nova Milanese con 83 µg/m³, Varedo con 82 µg/m³, Bovisio Masciago e Seveso con 80 µg/m³. Seguono Monza, Desio e Seregno con 78 µg/m³ e Lissone con 74 µg/m³.

Nonostante ciò in alcuni comuni sono stati programmati nei prossimi giorni i falò di Sant'Antonio o quelli della Giubiana.

Legambiente Lombardia ha chiesto alla Regione di fermare questa pratica: "I fuochi che bruciano materiali compositi sono una fonte emissiva di CO2 in utile e dannosa – spiega Barbara Meggetto. Siamo consci dell’aspetto folkloristico e di convivialità che questi eventi hanno per le comunità, ma non devono essere un motivo per peggiorare un’aria che già è irrespirabile. Facciamo un appello al buonsenso degli organizzatori e chiediamo di cancellare i falò in programma, propendendo per azioni simboliche di pari portata emozionale".

La stessa Regione, nel suo sito, ammette che:"Anche i falò rituali contribuiscono al peggioramento della qualità dell’aria, producendo effetti che possono persistere per diversi giorni, soprattutto nei periodi invernali di stabilità atmosferica favorevole all’accumulo degli inquinanti.
Bruciare all’aperto una sola catasta di legna di medie dimensioni inquina quanto un Comune di 1.000 abitanti che per 8 anni si riscalda a metano!"


Nel grafico sottostante si riporta, a titolo di esempio, il contributo dei falò di S. Antonio alle concentrazioni di PM10 su due stazioni dell’Agglomerato di Milano rilevato da ARPA Lombardia il 17 gennaio 2011. Si vede come in poche ore la concentrazione di PM10 rilevata dalla centralina sia aumentata di 4 - 5 volte rispetto alle condizioni precedenti all’accensione dei falò, arrivando a valori fino a 400 mg/mc (limite giornaliero 50 mg/mc).


martedì 13 settembre 2011

Sagre di Brianza

Uscita del libro Sagre di Brianza di Simone Milesi.
Da lunedì 12 settembre 2011 in tutte le edicole della Brianza.

La Brianza non è più solo sinonimo di impresa e lavoro. Ma è anche una terra ricca di storia, tradizioni e feste popolari. Momenti in cui la gente può ritrovarsi, assaggiare prodotti e piatti tipici, divertirsi secondo quanto indicato dalle proprie radici. Ce ne sono tanti di questi appuntamenti, durante tutto l'anno: e per non perderne nemmeno uno, ecco un volume di oltre cento pagine, che rappresenta un'utile guida alle “Sagre di Brianza”. Vi si potranno trovare la storia di questi eventi e tutte le notizie essenziali, come luoghi, date e riferimenti telefonici.

Si tratta della seconda edizione, rivista e corretta, del libro di Simone Milesi, brianzolo esperto ed appassionato delle feste popolari della sua terra, che non è solo una guida per sapere sempre cosa fare nel fine-settimana, ma anche un modo per conoscere e custodire un patrimonio.  Il volume è ricco di bellissime fotografie che ben rappresentano i paesaggi e la gente delle feste più caratteristiche della Brianza.

Racconta Milesi: "Ogni nostro paese ha le sue usanze e le sue feste legate al santo patrono o alle tradizioni contadine che accompagnano la vita e il lavoro dell'anno. Nel libro si possono trovare una settantina tra gli appuntamenti più famosi e interessanti, che uniscono cultura, storia, enogastronomia, giochi e divertimento. Alcuni esempi? Già sul finire dell’estate spiccano la 'Sagra della patata' di Oreno, tipica festa rurale che si svolge ogni due anni; oppure la ricorrenza della Madonna di Brivio, con lo straordinario spettacolo pirotecnico sul fiume Adda. Proseguendo con l'autunno, c'è la 'Festa di Sant’Ambrogio' vicino a Carugo (Co), che si tiene dal 1743. In inverno, pensiamo solo alla Giubiana, che saluta il gelo, e che prelude ai carnevali."

Insomma, ce n'è per tutti i gusti e per tutto l'anno.

Il libro è disponibile in edicola in accoppiamento con le seguenti testate a 6,90 euro in più: Giornale di Monza, Giornale di Vimercate, Giornale di Seregno, Giornale di Carate, Giornale di Desio, Giornale di Merate, Giornale di Lecco, Giornale di Erba, Giornale di Cantù, Giornale di Olgiate.

Intervento a cura di Domà Nunch