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mercoledì 16 settembre 2026

Pedemontana: più cemento per risolvere i problemi del cemento?


Abbiamo ricevuto un interessante commento da Sì Pedemontana al nostro post "Trentacinque anni dopo, quel grido sulla Pedemontana è ancora attuale". [Qui il link al commento]

Le differenze di vedute sono evidenti, ma il commento pone alcune questioni che meritano una risposta articolata. Perché, al di là delle rispettive posizioni sulla Pedemontana, ci troviamo davanti a una domanda più ampia: come dovrebbe cambiare il nostro modo di pensare la mobilità e il territorio di fronte a una Brianza che negli ultimi decenni è stata profondamente trasformata?

Prima di entrare nel merito, però, vale la pena soffermarsi su un'altra cosa.

Un video che racconta la trasformazione del territorio


Il Blog Brianza Centrale è sempre stato contrario alla realizzazione dell'autostrada Pedemontana. Non per partito preso, ma perché da anni documentiamo ciò che questa grande infrastruttura sta significando per il territorio: consumo di suolo, trasformazione irreversibile dei paesaggi, cantieri, demolizioni, nuovi svincoli, viabilità di servizio e una Brianza sempre più frammentata.

Fin dall'inizio abbiamo cercato di raccontare anche le iniziative dei comitati e delle associazioni che si battono per difendere la qualità della vita e la naturalità del territorio. Lo abbiamo fatto attraverso fotografie, documenti, sopralluoghi e testimonianze, cercando di lasciare una traccia di quello che sta accadendo mentre i lavori procedono.

Per questo dobbiamo essere sinceramente grati a un blog che, per quanto riguarda la Pedemontana, si trova decisamente agli antipodi rispetto alle nostre posizioni.


Immagine tratta dal video condiviso da Sì Pedemontana

Parliamo di Sì Pedemontana. Perché? Perché qualche giorno fa ha condiviso un video realizzato dalla pagina YouTube my.drone.journey, con una serie di riprese dal drone dei cantieri di Desio. E, come spesso accade quando si guarda un territorio dall'alto, le immagini raccontano parecchio. Il video, pubblicato su YouTube il 21 agosto, permette infatti di seguire dall'alto il tracciato dell'autostrada in costruzione, dalla futura Galleria Desio fino al futuro svincolo sulla SS36, oggi indicato come Desio Nord. Insomma, un documento interessante. Soprattutto per chi vuole capire che cosa sta succedendo concretamente al territorio.

E qui arriva la parte curiosa.

Quelle immagini sono state condivise da un blog favorevole alla Pedemontana, ma mostrano con grande evidenza proprio quella trasformazione del territorio che noi contestiamo. Naturalmente le immagini possono essere interpretate in modi diversi. Per chi sostiene l'opera possono rappresentare la concretezza di un'infrastruttura attesa da anni; per chi la contesta mostrano invece la dimensione della trasformazione territoriale in corso. Ma una cosa è difficile da negare: oggi la Pedemontana non è più soltanto una linea su una carta. È un cantiere che modifica concretamente il territorio. Ed è proprio da qui che vogliamo partire per rispondere al commento ricevuto.

«La Brianza è cresciuta e servono nuove soluzioni»

Nel commento si ricorda come, già negli anni Novanta, la Brianza fosse interessata da una forte espansione urbanistica e come il trasporto delle merci su gomma rappresentasse, e rappresenti tuttora, una componente molto importante della mobilità. È un dato di realtà che non contestiamo. La Brianza è cresciuta. Sono aumentati gli abitanti, le abitazioni, le attività produttive, gli spostamenti e il traffico. Sono cresciute anche le aree industriali e, più recentemente, quelle logistiche. Ma proprio qui, a nostro avviso, sta il problema. Dal fatto che la Brianza sia cresciuta non deriva automaticamente che dobbiamo continuare a costruire nuove strade per inseguire quella crescita. Anzi, è necessario porsi una domanda più scomoda: non è forse proprio questo modello di sviluppo ad aver contribuito a creare il problema che oggi siamo chiamati a risolvere?

Più urbanizzazione significa più spostamenti. Più spostamenti significano più traffico. Il traffico viene utilizzato per giustificare nuove infrastrutture. Le nuove infrastrutture rendono più accessibili nuove aree e possono favorire ulteriori trasformazioni. E così il meccanismo rischia di diventare una sorta di serpente che si morde la coda:

più cemento → più traffico → nuove strade → nuova accessibilità → altro cemento → altro traffico.

Dove interrompiamo questo ciclo?

Il problema non è solo «chi ha cementificato la Brianza»

Nel commento ci viene detto, in sostanza, che forse sarebbe stato più utile prendersela con chi ha stravolto la Brianza con cemento e mattoni piuttosto che con chi voleva costruire l'autostrada. Ma noi non riteniamo che le due cose debbano essere messe in contrapposizione. Contestiamo il consumo di suolo e contestiamo anche una nuova grande infrastruttura che contribuisce a trasformare ulteriormente un territorio già fortemente urbanizzato. La Pedemontana non è un elemento estraneo alla trasformazione della Brianza. È essa stessa una grande trasformazione territoriale, accompagnata da svincoli, viabilità complementari, cantieri e opere connesse. Per questo non possiamo limitarci a dire: «La Brianza è già stata cementificata, quindi ormai servono altre strade». Potremmo invece chiederci: proprio perché abbiamo già consumato così tanto territorio, non dovremmo finalmente fermarci e cambiare direzione?

Trentacinque anni non sono passati invano


Ed è qui che torniamo al vecchio opuscolo trovato nello scatolone. Nel 1991 la Pedemontana era un progetto. Oggi è un'opera in costruzione. Ma nel frattempo non è cambiato soltanto il territorio. È cambiato anche il modo in cui comprendiamo l'ambiente. Trentacinque anni fa il cambiamento climatico non aveva ancora assunto la dimensione e l'evidenza che conosciamo oggi. La perdita di biodiversità, la frammentazione degli habitat, l'impermeabilizzazione del suolo e gli effetti delle isole di calore erano temi molto meno presenti nel dibattito pubblico.

Oggi sappiamo che il suolo non è una superficie vuota sulla quale possiamo semplicemente costruire e che il suo consumo comporta conseguenze che, in molti casi, sono permanenti o difficilmente reversibili. E sappiamo anche che la crisi climatica impone di ripensare profondamente i nostri modelli di produzione, di consumo e di mobilità. Per questo non possiamo semplicemente prendere un progetto concepito decenni fa e considerarlo ancora attuale perché nel frattempo il problema del traffico è aumentato. Il tempo trascorso dovrebbe imporre una verifica, non essere utilizzato come una giustificazione.

La domanda non dovrebbe essere soltanto: «Quante automobili e quanti camion abbiamo oggi?».

Dovremmo chiederci anche: «Che tipo di mobilità vogliamo avere tra venti o trent'anni?»

L'87% delle merci su gomma: un dato da cui partire, non un punto d'arrivo

Nel commento viene ricordato che una quota molto elevata delle merci in Italia viaggia su strada. Anche questo è un dato importante. Ma quel dato non dimostra automaticamente che la soluzione sia costruire una nuova autostrada. Dimostra innanzitutto che il nostro sistema logistico e produttivo dipende fortemente dal trasporto su gomma. E allora la domanda dovrebbe essere: vogliamo considerare questa situazione immutabile oppure provare a modificarla?

Se la risposta è che l'87% delle merci viaggia su gomma, possiamo concludere che servono altre autostrade. Oppure possiamo chiederci perché, dopo decenni di politiche infrastrutturali, il sistema sia ancora così dipendente dalla gomma.

Non sono la stessa cosa.

Ma Pedemontana è ancora il progetto di cui si parlava nel 1991?

C'è poi un'altra questione che ci sembra importante. La Pedemontana di oggi non è semplicemente quella di cui si discuteva trentacinque anni fa. Il tracciato è cambiato e si è spostato più a sud. Tanto che chiamarla ancora «Pedemontana», rispetto al significato letterale del termine, può apparire quasi paradossale. Ma soprattutto è cambiato il contesto nel quale l'opera viene realizzata. Nel frattempo la Brianza ha continuato a costruire, consumare suolo, frammentare gli spazi aperti e aumentare la propria densità infrastrutturale. Un progetto che ha alle spalle una storia di decenni può essere ancora considerato automaticamente valido soltanto perché finalmente è arrivato il momento di realizzarlo? Oppure dovrebbe essere sottoposto a una verifica alla luce delle condizioni attuali? Per noi la seconda domanda è quella inevitabile.

Non è una questione di essere «contro il progresso»

Essere contrari alla Pedemontana non significa pensare che la Brianza debba tornare al passato o che le persone debbano rinunciare a spostarsi. Significa sostenere che non tutte le esigenze di mobilità devono essere necessariamente risolte attraverso nuovo asfalto e nuovo consumo di suolo. Significa anche riconoscere che un territorio come quello brianzolo non può essere considerato infinito.
  • Abbiamo già costruito moltissimo.
  • Abbiamo già frammentato moltissimo.
  • Abbiamo già perso moltissimo suolo.
E proprio per questo ciò che rimane dovrebbe avere un valore ancora maggiore.

Il vero confronto è sul futuro

Il nostro «No» alla Pedemontana, quindi, non nasce dalla nostalgia per una Brianza che non esiste più. Nasce esattamente dal contrario. Nasce dalla consapevolezza che la Brianza di oggi è già profondamente trasformata e che proprio per questo non possiamo continuare a rispondere ai problemi generati da questo modello costruendo nuove infrastrutture che ne prolungano la logica. Le ragioni che nel 1991 portarono 20 Comuni e 44 associazioni a esprimere la propria contrarietà alla Pedemontana non sono scomparse. Il territorio che allora si voleva difendere è diventato ancora più fragile. E oggi abbiamo anche strumenti scientifici e una consapevolezza ambientale che allora non avevamo. Per questo il vecchio opuscolo ritrovato in cantina non ci sembra affatto un documento del passato. Ci sembra, piuttosto, un avvertimento che abbiamo avuto trentacinque anni per ascoltare. E che oggi, mentre osserviamo dall'alto i cantieri di Desio, dovremmo forse rileggere con ancora maggiore attenzione. Perché il punto, alla fine, non è soltanto decidere se una nuova autostrada può rendere più scorrevole il traffico. Il punto è decidere quanta Brianza siamo ancora disposti a consumare per mantenere in vita un modello di mobilità e di sviluppo che proprio quel consumo di suolo ha contribuito a creare.

Per noi, la risposta è chiara: la Brianza ha già dato abbastanza.

mercoledì 9 settembre 2026

Seregno, dal Piano Clima alle scelte del nuovo PGT. La città che ci protegge dal caldo è quella che non distrugge il verde


Un recente articolo di Swissinfo racconta una situazione che potrebbe sembrare lontana dalla Brianza, ma non lo è affatto. Anche in Svizzera le ondate di calore stanno diventando più frequenti e intense e diverse città hanno cominciato a introdurre rifugi climatici, sistemi di allerta e interventi per rendere gli spazi urbani più vivibili durante le giornate più calde. Ma, osserva Swissinfo, manca ancora una strategia complessiva: le iniziative sono spesso frammentarie e non tutte le persone più esposte riescono a beneficiarne.

La domanda che dovremmo porci è allora molto semplice: quanto sono preparate le nostre città?

Prendiamo Seregno. Non è necessario partire da zero. Nel 2024 il Comune ha presentato un Piano Clima, nato anche dalla necessità di rispondere agli eventi estremi che avevano colpito il territorio nell'estate precedente. Il piano contiene indicazioni precise: più alberi, meno superfici impermeabili, maggiore capacità di trattenere l'acqua, spazi ombreggiati e l'individuazione di veri e propri «rifugi climatici». Sono tutte cose ragionevoli. Il problema è un altro: quanto di tutto questo sta realmente cambiando la città?

Negli scorsi giorni è stato annunciato il primo intervento importante collegato al Piano Clima: la depavimentazione del grande piazzale davanti alle scuole Cadorna. Si tratta di un intervento significativo, perché riguarda circa 4.000 metri quadrati oggi impermeabilizzati e prevede di restituire spazio al suolo, alla vegetazione e alla capacità di assorbire l'acqua piovana. È difficile sostenere che sia una cattiva idea. Ma proprio per questo vale la pena porsi una domanda diversa: piazza Cadorna è il luogo dove era più urgente intervenire? Non è una critica al progetto. È una questione di metodo. Seregno ha piazze e spazi pubblici completamente mineralizzati, esposti al sole e con pochissima ombra. In alcune di queste aree, durante una giornata estiva, la possibilità di trovare un luogo dove fermarsi al fresco è praticamente nulla.

Se le risorse per adattare la città al cambiamento climatico sono limitate, non sarebbe allora necessario stabilire prima quali sono i luoghi più caldi e più vulnerabili, e intervenire partendo da quelli? Una vera politica di adattamento dovrebbe partire da una mappa delle isole di calore, individuare le aree maggiormente esposte e costruire una graduatoria degli interventi. Solo dopo dovrebbero arrivare i progetti. Altrimenti si rischia di fare una cosa buona, ma di farla semplicemente dove è più facile intervenire, anziché dove sarebbe più urgente.

Recentemente, in occasione di una passeggiata, abbiamo visto un cartello con una frase che merita di essere ripresa: «La casa della salute c'è già: è il parco!» È uno slogan, certo. Ma contiene una verità molto concreta. Quando parliamo di adattamento climatico, la prima cosa da fare non dovrebbe essere costruire qualcosa di nuovo. Dovrebbe essere tutelare ciò che già abbiamo. Un albero adulto, un'area agricola, un prato, un bosco, un corridoio verde non sono spazi vuoti. Sono già infrastrutture ambientali: assorbono acqua, contribuiscono a mitigare il calore, offrono biodiversità e rendono più vivibile il territorio. Eppure continuiamo troppo spesso a ragionare al contrario: prima si individua un'area verde e poi si cerca una buona ragione per costruirci sopra.

A Seregno questo tema è particolarmente evidente anche nella discussione sulla proposta di realizzare un nuovo polo ospedaliero nella zona del Dosso, su un'area oggi agricola e verde. La domanda dovrebbe essere inevitabile: se stiamo cercando di rendere la città più resiliente al caldo, ha senso consumare nuovo suolo verde per costruire nuove infrastrutture? Prima di trasformare un'area agricola, dovremmo verificare seriamente se esistano alternative attraverso il recupero di aree dismesse, la rigenerazione urbana e l'utilizzo di spazi già urbanizzati. Non perché un ospedale non sia un'opera pubblica importante. Ma proprio perché lo è, dovrebbe essere sottoposto allo stesso principio che vale per qualsiasi altra trasformazione: prima si utilizza ciò che è già costruito, poi, solo se non esistono alternative praticabili, si valuta il consumo di nuovo suolo.

Qui arriviamo a un'altra questione che merita di essere affrontata senza ipocrisie. Siamo ormai abituati a leggere documenti nei quali un intervento che occupa nuovo terreno agricolo viene definito, per ragioni normative, come intervento che «non determina consumo di suolo». La legislazione lombarda prevede effettivamente fattispecie e criteri per stabilire cosa debba essere contabilizzato come consumo di suolo e cosa no. Ma una definizione amministrativa non modifica la realtà fisica. Possiamo anche scrivere per legge che la Terra è piatta. La Terra resterà tonda.

Se oggi abbiamo un prato, un campo agricolo o un'area verde e domani su quella superficie realizziamo un edificio, una strada, un parcheggio o le relative infrastrutture, quella superficie avrà perso la sua funzione naturale, indipendentemente da come la contabilizziamo in una tabella. È proprio questa distinzione che dovrebbe entrare nel dibattito sul nuovo PGT. Il consumo di suolo non dovrebbe essere soltanto quello che una norma decide di conteggiare. Dovrebbe essere valutato anche per quello che realmente produce sul territorio. E in una città che vuole prepararsi alle ondate di calore, perdere verde e suolo permeabile è esattamente la direzione opposta a quella che il Piano Clima indica.

Il problema, quindi, non è la mancanza di parole. Di piani, strategie, linee guida e dichiarazioni sul cambiamento climatico ne abbiamo già molte. Il problema è trasformarle in decisioni. 
Seregno ha già fatto un passo importante elaborando il Piano Clima. Ora ha davanti un'occasione ancora più importante: la revisione generale del Piano di Governo del Territorio. Il nuovo PGT dovrà decidere che cosa potrà essere costruito, dove, con quali criteri e a quale prezzo per il territorio. Il Comune presenta il PGT come lo strumento attraverso il quale orientare lo sviluppo urbano, tenendo insieme crescita, tutela ambientale e qualità della vita. È proprio questo il momento nel quale verificare se quelle parole hanno un significato concreto. 

  • Non soltanto dichiarare che servono più alberi, ma proteggere quelli che già esistono.
  • Non soltanto parlare di riduzione del consumo di suolo, ma evitare di consumare nuovo terreno.
  • Non soltanto progettare nuove aree verdi, ma impedire che quelle esistenti vengano progressivamente frammentate.
  • Non soltanto parlare di «rifugi climatici», ma fare in modo che ogni quartiere abbia davvero luoghi freschi e facilmente raggiungibili.

Il cambiamento climatico obbliga a cambiare il modo in cui pensiamo lo spazio urbano.

  • Un parcheggio completamente asfaltato è una grande superficie che accumula calore.
  • Una piazza senza alberi può diventare inutilizzabile durante un'ondata di calore.
  • Un cortile scolastico impermeabilizzato è un'occasione perduta per creare ombra e suolo permeabile.
  • Un'area agricola trasformata in edificabile è una superficie naturale che non potrà più svolgere le funzioni che svolgeva prima.

Per questo la risposta non può essere soltanto «bere molta acqua e non uscire nelle ore più calde».

La salute delle persone dipende anche dalla città nella quale vivono. E la città più resiliente non è necessariamente quella che costruisce più infrastrutture per adattarsi al cambiamento climatico. È quella che conserva le infrastrutture naturali che già possiede.

Il tema, naturalmente, non riguarda soltanto Seregno. Lissone, Monza, Desio e gli altri Comuni brianzoli hanno problemi molto simili: alta densità urbana, grandi superfici impermeabilizzate, traffico, scarsità di ombra in molte aree e una crescente pressione sulle aree verdi. Il caldo, del resto, non conosce i confini comunali. Sarebbe quindi interessante che i Comuni della Brianza cominciassero a confrontarsi su una strategia comune: mappe delle isole di calore, rete dei luoghi freschi, alberature urbane, depavimentazione, tutela del suolo e recupero delle aree dismesse prima di qualsiasi nuovo consumo di territorio. Non servono necessariamente grandi opere. Servono molte scelte piccole, coerenti tra loro, e soprattutto una gerarchia delle priorità.

Il nuovo PGT di Seregno sarà quindi un banco di prova. Il Piano Clima ha già detto, in buona parte, che cosa bisognerebbe fare. Adesso bisogna capire dove, quando e con quali priorità. E soprattutto se quelle indicazioni entreranno davvero nelle regole con cui nei prossimi anni verrà trasformata la città. Perché alla prossima ondata di calore non servirà l'ennesimo documento. Servirà una città che sia già stata preparata.

E forse la prima scelta da fare è anche la più semplice: non distruggere le infrastrutture verdi che abbiamo già.

Prima di costruire un «nuovo ospedale», chiediamoci allora se non sia il caso di prenderci cura della casa nella quale viviamo già. Perché il parco, il bosco, il campo, l'albero adulto non sono il contrario di un'infrastruttura. Sono infrastrutture. E spesso sono quelle che non abbiamo bisogno di costruire.

sabato 5 settembre 2026

Deposito terre Pedemontana tra Cesano Maderno e Desio: un anno dopo, ecco come è cambiata l’area


Un nuovo sopralluogo nel deposito di terre di scavo al confine con Seregno. Dove un anno fa c’erano campi agricoli oggi ci sono cumuli di terreno e piste per i mezzi. Un’area che fa parte del sistema del Parco GruBrìa e nella quale è previsto anche il passaggio della ciclovia Milano-Meda.


Nel luglio del 2025 avevamo percorso l’area agricola tra Cesano Maderno e Desio destinata a ospitare il deposito temporaneo delle terre di scavo della Pedemontana. Avevamo documentato allora una situazione ancora in fase iniziale: transennamenti, prime opere preparatorie e bonifica bellica. Ma soprattutto avevamo cercato di richiamare l’attenzione sul valore di questo territorio, costituito da aree agricole e spazi verdi inseriti in un sistema ambientale più ampio, a ridosso del quartiere San Carlo di Seregno. A distanza di poco più di un anno siamo tornati sul posto. Le fotografie che pubblichiamo documentano una situazione profondamente diversa.


L’area è oggi caratterizzata dalla presenza di cumuli di terre e materiali e da una rete di piste utilizzate dagli autoveicoli e dai mezzi di cantiere. Quello che sulla carta era definito un deposito temporaneo ha quindi assunto una consistenza ben visibile sul territorio, modificandone il paesaggio e la fruizione. Non è nostra intenzione sostituirci agli enti preposti ai controlli né formulare valutazioni tecniche che spettano agli organismi competenti. Vogliamo però continuare a fare quello che abbiamo fatto fin dall’inizio: osservare, documentare e porre domande sul futuro di un territorio che appartiene alla collettività.

L'area fotografata nel luglio 2025
La stessa area fotografata in questi giorni

Come avevamo già evidenziato nel nostro precedente post, la zona interessata dal deposito non è un luogo qualsiasi. L'area è inserita nel Parco GruBrìa, mentre l’intero ambito costituisce un importante sistema di aree verdi e agricole al confine tra Cesano Maderno, Desio e Seregno. Nella stessa area è inoltre previsto il passaggio della ciclovia MIME (Milano-Meda), inserita nel progetto di riqualificazione territoriale che prevede la realizzazione di una pista ciclopedonale, filari alberati e interventi di carattere ambientale. È proprio questa sovrapposizione a rendere particolarmente importante la questione. Da una parte abbiamo un territorio che dovrebbe essere progressivamente valorizzato come componente della rete ecologica e fruitiva del GruBrìa; dall'altra abbiamo un deposito destinato ad accogliere per un periodo significativo grandi quantità di terre provenienti dai cantieri di Pedemontana. Il punto, quindi, non è soltanto che cosa sta accadendo oggi, ma soprattutto che cosa resterà domani.


La definizione di "temporaneo" non dovrebbe far dimenticare che un deposito di questo tipo comporta una trasformazione concreta del suolo. Cumuli di terreno, piste di servizio e continuo passaggio di mezzi pesanti possono incidere sulla struttura del terreno, sulla sua permeabilità e sulle sue caratteristiche agronomiche. E quando il deposito verrà finalmente rimosso, non sarà sufficiente spostare altrove le terre accumulate.


Sarà necessario verificare in modo serio e documentabile come verrà restituito il terreno.

  • Quale sarà allora lo stato del suolo?
  • Saranno state rimosse tutte le piste e le opere provvisorie?
  • Il terreno sarà stato realmente decompattato?
  • La sua capacità di drenaggio e la sua fertilità saranno state ripristinate?
  • E soprattutto: chi controllerà che il ripristino venga effettivamente realizzato?

Sono le stesse domande che avevamo posto anche dopo il sopralluogo di Macherio e che riteniamo debbano accompagnare l'intera vicenda dei depositi di terre della Pedemontana.


Il nostro sopralluogo non vuole quindi limitarsi alla denuncia di ciò che oggi vediamo. Vogliamo ribadire le richieste già avanzate nel luglio 2025:

  • trasparenza sulle modalità di gestione e sulla durata effettiva del deposito;
  • informazioni pubbliche e puntuali da parte degli enti competenti;
  • controlli ambientali rigorosi e documentabili durante tutto il periodo di utilizzo dell'area;
  • verifiche sulla qualità e sulle caratteristiche dei terreni prima e dopo l'utilizzo come deposito;
  • garanzie concrete sul ripristino integrale dell'area una volta terminato il deposito;
  • eliminazione delle piste, delle pavimentazioni e di tutte le opere provvisorie realizzate per il cantiere;
  • restituzione dell'area alla sua funzione agricola e ambientale;
  • reinserimento e valorizzazione dell'area all'interno del Parco GruBrìa;
  • salvaguardia e realizzazione del progetto della ciclovia MIME Milano-Meda;
  • apertura di un confronto trasparente con i Comuni interessati, il Parco, le associazioni e i cittadini.

sabato 29 agosto 2026

Monza, l’allarme per il bosco di via Grigna: oltre 32.700 firme contro il taglio di 25.000 metri quadrati


Un bosco cresciuto spontaneamente alle spalle della sede della Provincia di Monza e Brianza, nell’area del Polo istituzionale di via Grigna, rischia di essere sacrificato per lasciare spazio a nuove costruzioni. È questa la preoccupazione al centro di una petizione online che ha superato le 32.700 firme e che chiede di fermare il progetto e di tutelare l’area verde.

La vicenda nasce dalla delibera n. 5 del 6 febbraio 2025, con la quale il Consiglio comunale di Monza ha adottato una variante al Piano di Governo del Territorio (PGT). Secondo quanto denunciato dal Coordinamento di comitati e associazioni che ha promosso la petizione, gli azzonamenti previsti dalla variante comporterebbero il taglio di un bosco di circa 25.000 metri quadrati.

L'area si trova nella parte nord-occidentale della città, alle spalle del Polo istituzionale di via Grigna. Il progetto prevede la realizzazione di uno studentato, con una volumetria indicata nella petizione in circa 57.000 metri cubi, insieme alle relative strutture e opere connesse.

Il timore dei promotori è che l’intervento contribuisca a un ulteriore processo di consumo di suolo e trasformazione di un’area che, nel tempo, è stata riconquistata spontaneamente dalla vegetazione.

La questione non riguarda soltanto la perdita del bosco. La petizione richiama infatti il quadro complessivo delle trasformazioni previste nella zona, indicando una volumetria complessiva di circa 168.000 metri cubi, a cui si aggiungerebbero ulteriori volumetrie a uso privato.

Per i comitati e le associazioni promotrici, lo studentato potrebbe essere realizzato in altre aree della città, senza sacrificare il bosco di via Grigna. In particolare vengono indicate alcune aree dismesse di proprietà pubblica, come quelle della ex Fossati e Lamperti e del vecchio ospedale Umberto I, considerate anche strategiche per la vicinanza alla stazione ferroviaria di Monza.

La richiesta, dunque, non è quella di rinunciare necessariamente alla realizzazione dello studentato, ma di individuare una collocazione alternativa, utilizzando aree già urbanizzate o dismesse e preservando invece il patrimonio verde esistente.

Il secondo punto della petizione riguarda direttamente la tutela dell’area boschiva.

I promotori chiedono innanzitutto di non procedere al taglio. Nel caso in cui l’intervento dovesse comunque essere realizzato, chiedono che siano previste ampie compensazioni, indicando una superficie da due a cinque volte quella del bosco interessato, da individuare possibilmente nelle aree adiacenti.

Si tratta di una posizione che mette al centro non soltanto il numero di alberi da sostituire, ma il valore complessivo di un'area verde che nel tempo si è sviluppata all'interno di un contesto urbano fortemente edificato.

La petizione pone anche una questione relativa alla partecipazione dei cittadini alle scelte urbanistiche.

I comitati riferiscono di avere chiesto al Comune un'assemblea pubblica sulla variante urbanistica, richiesta avanzata anche dalla Consulta dei quartieri di San Biagio-Cazzaniga.

Per i promotori, un intervento di queste dimensioni dovrebbe essere accompagnato da un confronto trasparente con gli abitanti dei quartieri interessati e con la cittadinanza, soprattutto quando comporta la trasformazione di un'area verde esistente.

A sostegno della petizione si sono riuniti numerosi comitati e associazioni del territorio monzese, tra cui Legambiente Alexander Langer Monza, il Gruppo Ambiente e territorio del CCR, il Comitato Aria Pulita Monza, il Comitato per il Parco A. Cederna, il Comitato Ospedale Umberto I°, il Comitato Bastacemento, il Presidio ex Macello, il Comitato San Fruttuoso Bene Comune e l’Osservatorio antimafie di MB Peppino Impastato.

L’appello ricevuto da Brianza Centrale invita ora a far conoscere la vicenda e a rafforzare la mobilitazione attraverso la raccolta firme.

Chi non avesse ancora sottoscritto la petizione e condividesse le richieste dei promotori può quindi partecipare alla raccolta di firme online:

NO AL TAGLIO DEL BOSCO DI 25.000 MQ AL POLO ISTITUZIONALE DI MONZA – Petizione su Change.org

L'obiettivo è dare maggiore forza alla richiesta di evitare il taglio del bosco, valutare localizzazioni alternative per lo studentato e aprire un confronto pubblico sulle scelte urbanistiche che riguardano quell'area di Monza.

martedì 25 agosto 2026

Pedemontana e la tangenziale delle rovine


Qualche giorno fa siamo tornati al Parco del Meredo di Seregno. Una passeggiata, ma anche l’occasione per dare un’occhiata a come procedono i lavori della tangenziale Meda-Seregno di Pedemontana.

Eravamo rimasti alle ottimistiche dichiarazioni che indicavano settembre come il momento della conclusione dell’opera. Nel frattempo, però, pare che il calendario abbia subito una piccola correzione. Nell’incontro di fine giugno tra la Giunta comunale di Meda e i rappresentanti di Pedemontana, alla precisa domanda sulla conclusione dei lavori della tangenzialina, sarebbe stato indicato febbraio 2027 come termine ultimo. Una data che, vista la situazione del cantiere, sembra quantomeno prudente.


E qui nasce una considerazione un po’ meno ironica.

Perché, se è vero che una volta terminata la tangenziale almeno il senso di precarietà e di desolazione del cantiere verrà meno, è altrettanto vero che la devastazione del territorio è già avvenuta. Gli sbancamenti, gli scavi, le strade di servizio, i terreni trasformati, la vegetazione sacrificata: tutto questo non è un’ipotesi futura. È già sotto i nostri occhi. Anzi, osservando il paesaggio dal Meredo, viene quasi da pensare a una nuova forma di architettura delle rovine. Solo che qui non abbiamo antichi ruderi che il tempo ha consegnato alla storia. Abbiamo rovine nuove di zecca, costruite prima ancora che l’opera sia terminata. 


Il monumento simbolo di questa particolare archeologia del cemento è naturalmente il famoso ponte sulla ferrovia. Una grande struttura di calcestruzzo, fatta di pilastri e travature in cemento armato, che domina il paesaggio con una presenza difficile da ignorare. A decorarlo sono comparsi anche i graffiti, che qualcuno definisce street art. Forse è il modo contemporaneo di abbellire le rovine contemporanee.


Ma al di là dell’ironia, quello che colpisce è il contrasto fra la dimensione dell’intervento e il territorio nel quale è stato inserito. Un territorio già fortemente urbanizzato e frammentato, nel quale ogni spazio libero, ogni area verde, ogni lembo di campagna rimasto assume un valore che non può essere misurato soltanto in metri quadrati.

E mentre osserviamo ciò che è stato fatto, c’è anche chi guarda con preoccupazione a ciò che ancora deve essere fatto.


È il caso degli abitanti di via Forlì e via Po a Meda e del quartiere Ceredo a Seregno, che attendono la prevista realizzazione della tangenziale. Per loro il problema non appartiene a un paesaggio visto da lontano: riguarda direttamente il luogo nel quale vivono, il rapporto con le abitazioni, la qualità dell’ambiente e la trasformazione di una parte del quartiere che rischia di pagare un prezzo molto alto per un’opera della quale non tutti condividono la necessità e i benefici. E allora viene spontanea una domanda: quanto dovremo ancora aspettare per vedere conclusa un’opera che il territorio ha già pagato a caro prezzo?

Febbraio 2027, dunque. Prendiamo nota della data.

Nel frattempo, continueremo a guardare il cantiere. Magari prima o poi qualcuno tornerà a lavorarci..


Noi, lo diciamo senza troppi giri di parole, saremmo anche felici se questa tangenziale non venisse mai completata. Non perché ci piaccia vedere un cantiere incompiuto, ma perché riteniamo che la vera domanda dovrebbe essere posta prima di costruire, non quando ormai gran parte del territorio è stata trasformata: era davvero necessario arrivare fin qui? Il problema è che anche se domani arrivasse la decisione di fermare tutto, non avremmo recuperato il paesaggio di prima. E se invece l'opera sarà completata, potremo forse finalmente smettere di vedere cantieri, recinzioni, cumuli di terra e grandi manufatti di cemento. La devastazione apparirà allora più ordinata, più definitiva, forse persino più accettabile alla vista. Una strada al posto di un cantiere. Un’infrastruttura al posto di un paesaggio. Ma sarà comunque un paesaggio diverso. Per questo continuiamo a guardare i lavori. Non soltanto per sapere quando finiranno, ma per documentare ciò che nel frattempo è stato perso.


E così, mentre aspettiamo febbraio 2027, ci resta una curiosa certezza: la tangenziale potrebbe anche non essere ancora arrivata, ma il suo arrivo sul territorio è già avvenuto da tempo. E quello, purtroppo, non si può più rimandare.

Aggiornamento – 25 agosto 2026, ore 10:40


Poco dopo la pubblicazione di questo post, una cittadina del quartiere Ceredo ci ha contattato per segnalarci che proprio oggi, dopo circa un mese e mezzo di sostanziale sosta, qualcuno si è fatto vivo in cantiere, con l’arrivo di mezzi e materiale.

Prendiamo naturalmente atto della novità. Vedremo nei prossimi giorni se si tratta dell’effettiva ripresa dei lavori o soltanto di una presenza occasionale.

Intanto, il cantiere torna a dare qualche segno di vita. E noi continueremo a seguirne l’evoluzione, anche perché febbraio 2027, indicato come termine ultimo dei lavori, non è poi così lontano.

venerdì 7 agosto 2026

Pedemontana a Macherio, dopo il deposito terre la vera sfida sarà restituire il suolo. Chi controllerà?

Sullo sfondo la chiesetta di Santa Margherita. Foto G.C.

Nel tardo pomeriggio di mercoledì 5 agosto 2026, abbiamo percorso le strade che costeggiano la chiesetta di Santa Margherita alle Torrette di Macherio e il grande deposito di terre di scavo e inerti realizzato per il cantiere della Pedemontana.

Lo scenario che ci siamo trovati davanti è difficile da descrivere. 


Dove fino a poco tempo fa si estendevano campi agricoli  fertilissimi delimitati da maestosi filari e da fasce boscate, oggi si osservano enormi cumuli di terre, materiali di scavo e macerie, piste di cantiere, mezzi in movimento, recinzioni e perfino un'ampia area asfaltata destinata ai controlli dei camion. 
Un paesaggio quasi lunare, che rappresenta una trasformazione radicale di uno dei suoli agricoli di pregio della Brianza.


Fino all'ultimo abbiamo cercato di evitare che questo patrimonio andasse perduto, proponendo che venisse mantenuta la Compensazione Ambientale denominata Progetto Locale 24 (PL24) che prevedeva la realizzazione di un grande parco sovracomunale capace di collegare aree verdi oggi frammentate e di restituire alla fruizione dei cittadini un importante polmone ecologico.
Le scelte compiute dalle amministrazioni comunali sono state però diverse e poco lungimiranti. Lissone ha scelto di sfilarsi, ripiegando su interventi frazionati e dispersivi di dubbia utilità. Macherio, e in particolare la sua attuale amministrazione, non ha invece voluto confermare la parte più significativa delle Compensazioni Ambientali che la riguardava, optando per cinque interventi frammentati, complessivamente ben lontani dall'obiettivo di costruire una nuova naturalità di sistema.
 

Oggi una parte consistente di quest'area che era parte del PL24  è occupata dal deposito delle terre di scavo e degli inerti provenienti dai cantieri della nuova autostrada. 
Inoltre, con l'avanzare dei lavori, il deposito è destinato ad ampliarsi interessando anche la ben più vasta area agricola a nord dell’oratorio medievale di Santa Margherita alle Torrette.
Oggi, tuttavia, vogliamo guardare soprattutto al futuro.


I depositi terre sono teoricamente temporanei e funzionali agli interventi per costruire l’Autostrada Pedemontana Lombarda e al termine del loro uso, le aree dovranno essere ripristinate nella loro condizione precedente.
Ma questi terreni torneranno davvero come erano prima?
Non sarà sufficiente rimuovere i cumuli di terra e di inerti.
Occorrerà eliminare tutte le superfici impermeabilizzate realizzate per il cantiere, rimuovere i riporti di materiale utilizzati per costruire le piste di servizio, decompattare e arieggiare i terreni schiacciati dal continuo passaggio dei mezzi pesanti e ricostruire un suolo agricolo con caratteristiche analoghe a quelle originarie.


Il suolo non è un semplice supporto sul quale si deposita della terra. 
È un ecosistema complesso, formatosi nel corso di  migliaia di anni, ricco di sostanza organica, microrganismi e biodiversità, capace di trattenere l'acqua, immagazzinare CO2 (anidride carbonica) e sostenere la produzione agricola. 
Una volta compromesso, non può essere ricreato semplicemente stendendo uno strato di terreno vegetale.


Per questo riteniamo indispensabile che vengano rese pubbliche alcune informazioni fondamentali.

  • Quali interventi di ripristino sono previsti al termine dei lavori?
  • Con quali modalità verrà verificata la qualità agronomica dei terreni restituiti?
  • Chi controllerà che vengano eliminate tutte le opere provvisorie del cantiere?
  • Sono previste verifiche indipendenti sulla permeabilità del suolo, sul grado di compattazione e sulla fertilità dei terreni?
  • Quali garanzie economiche sono state richieste a Pedemontana affinché il ripristino venga realmente eseguito anche qualora emergessero criticità?

Sono domande tutt'altro che secondarie. Riguardano il futuro di un patrimonio comune e la credibilità degli interventi di ripristino ambientale.
 


I cantieri sono, per definizione, temporanei. Gli effetti e i danni per il territorio rischiano invece di essere permanenti se non vengono programmati controlli rigorosi e interventi eseguiti secondo criteri scientifici e verificabili.
Per questo chiediamo fin d'ora che il ripristino finale non venga considerato un semplice adempimento amministrativo, ma un processo trasparente e condiviso, sottoposto a controlli pubblici, trasparenti e documentabili.
Il suolo è una risorsa non rinnovabile. 
Proteggerlo significa tutelare il territorio che lasceremo alle future generazioni.

Macherio, 7 agosto 2026

  • Comitato per l'ampliamento del Parco Brianza Centrale, Macherio e Seregno 
  • Legambiente Circolo Laura Conti di Seveso
  • Sinistra e Ambiente - Impulsi Meda 
  • Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP Monza e Brianza 

Rassegna stampa

mercoledì 5 agosto 2026

L’ago e il pagliaio. Via Colzani a Seregno: le domande ancora aperte su viabilità, percorsi pedonali e verde


Nel quartiere Sant'Ambrogio si torna a parlare dell'intervento nell'edificio abbandonato da anni all'angolo tra via Edison e via Colzani, destinato ad accogliere un'attività di ristorazione con servizio drive-through. Del progetto avevamo già parlato qualche giorno fa (leggi qui), osservando soprattutto il rapporto tra il nuovo insediamento e la viabilità della zona e richiamando l'immagine dell'ago e del pagliaio: concentrarsi sul singolo intervento rischia di far perdere di vista le trasformazioni complessive che stanno interessando il quartiere.

A partire da quel post, un abitante del quartiere ci ha segnalato alcune questioni che, a suo avviso, meritano un approfondimento, dopo aver esaminato gli elaborati relativi al progetto. Abbiamo ritenuto utile rendere pubbliche queste osservazioni perché riguardano non tanto l'intervento edilizio in sé, quanto il suo inserimento nel contesto esistente.


Va chiarito innanzitutto che le osservazioni non riguardano la proprietà dell'immobile né mettono in discussione il progetto presentato. Le questioni sollevate riguardano piuttosto l'inserimento della nuova attività nel contesto esistente e le possibili conseguenze sulla viabilità, sui percorsi pedonali, sul verde e, più in generale, sulla convivenza tra il nuovo insediamento e gli altri usi dello spazio pubblico. È del tutto possibile che questi aspetti siano già stati valutati dagli uffici comunali e dagli altri soggetti competenti nell'ambito dell'iter del progetto. In questo caso, saremmo ben lieti di pubblicare le risposte e i chiarimenti che consentano di capire come tali questioni siano state valutate e affrontate. L'obiettivo, quindi, non è mettere in discussione il progetto presentato e autorizzato, ma contribuire a una discussione pubblica su come un nuovo insediamento possa inserirsi nel modo migliore in questa parte del quartiere. Le osservazioni che seguono sono quindi da intendersi come domande aperte di un cittadino attento alle trasformazioni della sua città.

Pedoni: dove passa davvero il percorso?

Una delle questioni più evidenti riguarda la continuità dei percorsi pedonali. Negli elaborati sono individuati diversi passaggi, ma il loro collegamento non appare sempre chiaro. In particolare, viene evidenziato il percorso pedonale sul lato dell'area e ci si domanda perché non venga prolungato in modo da collegare più direttamente la scala di accesso al parcheggio e l'attraversamento pedonale previsto. Il problema potrebbe sembrare marginale guardando la singola planimetria. Ma non lo è se si considera che l'area sarà interessata da un movimento significativo di persone e automobili. Una domanda molto semplice, dunque, sarebbe: qual è il percorso pedonale effettivamente previsto per chi arriva a piedi e come viene garantita la continuità del percorso? E soprattutto: quello che appare nei rendering corrisponde esattamente a ciò che è rappresentato nelle planimetrie?


Un parcheggio interrato e il traffico di via Edison.


Un secondo elemento riguarda l'uscita dal parcheggio interrato. Gli elaborati mostrano l'accesso e l'uscita dei veicoli sulla viabilità esistente. Le osservazioni richiamano la situazione di via Edison, dove in determinati momenti si verificano rallentamenti e code. Da qui nasce una domanda sulla sicurezza: come si inserirà il traffico proveniente dal parcheggio nella circolazione esistente? E ancora: quali effetti potrà avere l'uscita dei veicoli in prossimità di un'intersezione già trafficata? Non è una questione secondaria, soprattutto perché il progetto prevede anche il servizio drive-through, che comporta una movimentazione aggiuntiva di automobili all'interno dell'area.

Il percorso pedonale e lo scarico merci.

Un'altra osservazione riguarda un percorso indicato negli elaborati come destinato allo scarico merci. La rappresentazione grafica, però, secondo le osservazioni ricevute, non sembra rendere immediatamente evidente la distinzione tra percorso pedonale e percorso carrabile. Da qui una domanda che meriterebbe una risposta progettuale precisa: come avviene concretamente lo scarico delle merci e quale sarà il percorso utilizzato dai mezzi? La questione è particolarmente importante quando percorsi pedonali, accessi carrabili, parcheggi e aree di servizio vengono a trovarsi molto vicini.

Il verde: quali alberature sono previste?

C'è poi il tema del verde. Negli elaborati viene evidenziato il mantenimento del platano esistente lungo il margine stradale. È certamente positivo. Ma proprio questo elemento fa nascere una domanda più generale: quale sarà il bilancio complessivo del verde nell'area? Nelle osservazioni vengono richiesti nuovi alberi e il ripristino di alberature, anche in considerazione della trasformazione di un'area che sarà sottoposta a un maggiore traffico automobilistico. Non è soltanto una questione estetica. Alberature e superfici verdi hanno un ruolo nella qualità dello spazio pubblico, nella mitigazione dell'impatto degli insediamenti e nella vivibilità del quartiere. Per questo sarebbe interessante conoscere con precisione quante nuove alberature siano previste, dove verranno collocate e quale sarà il bilancio tra quelle esistenti, quelle conservate e quelle eventualmente eliminate.

E poi c'è la metrotranvia.

C'è infine un elemento che rende il progetto particolarmente delicato: la futura metrotranvia. Nella documentazione esaminata, alcune rappresentazioni sembrano non coincidere perfettamente tra loro e, soprattutto, non sempre è immediato comprendere come le diverse infrastrutture - strada, percorso pedonale, parcheggio, accessi e metrotranvia - dovranno integrarsi. È un tema tutt'altro che marginale. Un nuovo esercizio commerciale con drive-through viene infatti collocato in un'area destinata a essere interessata da una trasformazione importante della mobilità urbana. Per questo sarebbe opportuno comprendere se e come, nella progettazione, sia stato considerato il futuro assetto della viabilità e dei percorsi pedonali e ciclabili.

Piccoli dettagli o problemi più grandi?

Presi singolarmente, alcuni dei rilievi possono apparire come dettagli. È proprio questo, però, il punto. Un attraversamento pedonale che non sembra collegato perfettamente al percorso successivo. Un accesso carrabile vicino a una strada trafficata. Un percorso la cui funzione non è immediatamente comprensibile. Il rapporto fra parcheggio, drive-through e viabilità. Un numero limitato di alberature. Il coordinamento con la futura metrotranvia. Nessuno di questi elementi, da solo, necessariamente determina un problema. Ma è la loro somma che merita attenzione.

Ed è qui che torniamo all'immagine dell'ago e del pagliaio.

Nel nostro precedente post ci eravamo chiesti se, concentrandosi sul singolo intervento, non si rischiasse di perdere di vista la trasformazione complessiva del quartiere. Oggi la questione può essere posta in termini ancora più concreti: non basta sapere se il singolo progetto è formalmente autorizzabile. Occorre anche interrogarsi su come funzionerà lo spazio urbano una volta che il progetto sarà realizzato. Perché un quartiere non è la somma delle singole planimetrie. È l'insieme delle strade, dei marciapiedi, degli attraversamenti, degli alberi, dei parcheggi, del traffico e delle persone che ogni giorno li utilizzano. E allora forse vale la pena guardare non soltanto l'ago, ma anche quanto è già cresciuto il pagliaio intorno ad esso.

martedì 4 agosto 2026

Tutelare il suolo, ma solo fino a un certo punto: le osservazioni del Comune di Monza al PTCP

Il consumo di suolo a Monza. Immagine tratta dal web.

Il Comune di Monza dichiara di voler ridurre il consumo di suolo e tutelare il suolo libero. Ma nelle osservazioni alla variante del PTCP provinciale chiede di modificare alcune delle tutele che potrebbero ostacolare nuove trasformazioni. Dalla Cascinazza alla Rete Verde, passando per via Sant’Anastasia: ecco cosa emerge dai documenti.

C'è una questione che merita di essere discussa con attenzione nel dibattito sulla nuova pianificazione urbanistica di Monza: quanto è realmente vincolante l'obiettivo di ridurre il consumo di suolo quando, contemporaneamente, si chiede di rendere più flessibili alcune delle tutele che proteggono il suolo libero?

La domanda nasce dalla lettura delle osservazioni che il Comune di Monza ha presentato alla variante del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) della Provincia di Monza e della Brianza.

Il documento comunale parte da una premessa che, almeno nelle intenzioni, va nella direzione auspicata da chi da anni si batte contro il consumo di suolo. Il Comune ricorda infatti che la variante al proprio PGT, avviata nel 2023 e attualmente all'esame del Consiglio comunale, è finalizzata all'adeguamento alla legge regionale sul consumo di suolo e al perseguimento di una «consistente riduzione del consumo di suolo» rispetto al PGT vigente. Tra gli obiettivi dichiarati vengono indicati anche la tutela del suolo libero e la valorizzazione delle componenti ambientali e paesaggistiche. Fin qui, nulla da eccepire. Il problema nasce quando si passa dalle dichiarazioni generali alle richieste specifiche formulate alla Provincia.

Cascinazza: tutelare il suolo, ma non tutto


Uno dei casi più significativi riguarda la Cascinazza, attraverso l'ambito di trasformazione AT18. Il Comune chiede alla Provincia di stralciare dall'individuazione come Ambito destinato all'attività agricola di interesse strategico (AAS) una porzione di territorio compresa nel perimetro dell'AT18, così da poter garantire l'attuazione dell'ambito di trasformazione per l'intera superficie del complesso cascinale. La richiesta viene motivata anche con un'altra operazione che, nelle intenzioni dell'amministrazione, dovrebbe produrre un importante beneficio ambientale: per l'attuazione dell'AT18 il Comune prevede la cessione di oltre 240.000 metri quadrati di aree esterne all'ambito, situate tra il Lambro e via Rosmini, da destinare alla creazione di un parco agricolo attrezzato con percorsi ciclopedonali e alla realizzazione della vasca di espansione del Lambro prevista dal Piano Territoriale Regionale.

Via Adda

Viale Sicilia

È una scelta che pone però una domanda inevitabile. La tutela di oltre 24 ettari di territorio può essere considerata una compensazione sufficiente per rendere possibile la trasformazione urbanistica di un'altra area oggi sottoposta a tutela agricola? Non è una domanda retorica e non significa mettere in discussione il valore del parco agricolo proposto o della vasca di espansione. Significa chiedersi se la tutela del territorio debba essere valutata soltanto in termini quantitativi, sommando metri quadrati protetti da una parte e metri quadrati trasformati dall'altra. Per chi si batte contro il consumo di suolo, il tema è centrale: un'area agricola o libera non è necessariamente intercambiabile con un'altra area libera situata altrove. Il valore ambientale, paesaggistico, ecologico e territoriale di un luogo dipende anche dalla sua posizione e dalle relazioni che intrattiene con il territorio circostante.

La Rete Verde: meno vincoli dove possono diventare scomodi

Ancora più significativa è la parte delle osservazioni dedicata alla Rete Verde di Ricomposizione Paesaggistica (RVRP) del PTCP. La Rete Verde è uno degli strumenti attraverso i quali il PTCP individua una struttura territoriale destinata alla tutela e alla valorizzazione del paesaggio, con una funzione anche di rete ecologica. Il Comune di Monza chiede però di rivederne il disegno, escludendo le aree che costituiscono pertinenze di insediamenti esistenti e quelle che risultavano già impermeabilizzate alla data di adozione del PTCP, il 22 dicembre 2011. 

La richiesta non si ferma qui. In alternativa allo stralcio delle aree dalla Rete Verde, il Comune propone di modificare l'articolo 31 delle Norme di Piano, in modo da rendere possibile anche l'attuazione di opere di impermeabilizzazione già previste dagli strumenti urbanistici comunali alla data di adozione del PTCP, anche indipendentemente dalla specifica destinazione urbanistica successivamente attribuita alle aree. Ed è proprio questo passaggio a meritare particolare attenzione. Perché cosa succede se un'area che un tempo era destinata alla trasformazione urbanistica viene successivamente destinata a verde e, anni dopo, torna ad essere considerata urbanizzabile? La proposta del Comune sembra voler evitare che la successiva modifica della destinazione urbanistica cancelli definitivamente il peso delle precedenti previsioni edificatorie. In altre parole, una vecchia previsione urbanistica potrebbe continuare a produrre effetti anche quando quella previsione non è più vigente? È un principio che merita un confronto pubblico, soprattutto in un territorio come la Brianza, dove la disponibilità di suolo libero è sempre più ridotta.

Via Sant'Anastasia: il caso che spiega tutto


Il Comune porta nelle proprie osservazioni un esempio concreto: l'area di via Sant'Anastasia/viale Libertà. L'area è oggi compresa nella Rete Verde ed è di proprietà comunale. Nel PGT vigente alla data di adozione del PTCP, nel 2011, era inserita in un ambito di trasformazione destinato prevalentemente a servizi SAP. Successivamente, con il PGT del 2017, una parte dell'area è stata ridestinata a verde. Ora, nella variante al PGT attualmente in corso, il Comune propone nuovamente una destinazione a servizi che comporterebbe l'impermeabilizzazione del suolo oggi libero. L'area è infatti stata inserita tra quelle considerate «urbanizzabili» nella Carta del Consumo di Suolo. È un esempio particolarmente significativo perché rende concreto il problema.

Un'area che oggi è libera e in parte destinata a verde potrebbe essere nuovamente impermeabilizzata sulla base di una previsione urbanistica che risale a quindici anni fa. La proposta avanzata dal Comune alla Provincia consentirebbe infatti di considerare sufficiente il fatto che il PGT vigente nel 2011 prevedesse già un intervento comportante impermeabilizzazione, anche se quella destinazione è stata successivamente modificata. È questo il modo in cui vogliamo affrontare la riduzione del consumo di suolo? Oppure dovremmo considerare un'area per quello che è oggi, chiedendoci se sia davvero necessario trasformarla, anziché considerare come una sorta di diritto acquisito una vecchia previsione urbanistica?

Via Baradello e via Tagliamento


Le osservazioni riguardano anche altre aree. Per via Baradello, il Comune chiede lo stralcio dalla Rete Verde di un'area verde di proprietà comunale prospiciente edifici residenziali ALER. La motivazione è legata a un progetto di rigenerazione urbana e sociale del quartiere, con la previsione di nuove destinazioni a servizi e parcheggi. In questo caso è necessario evitare semplificazioni: rigenerare un quartiere e migliorare la qualità degli spazi pubblici non equivale automaticamente a consumare nuovo suolo. Ma proprio per questo sarebbe importante capire nel dettaglio quale sarà il rapporto tra la nuova destinazione dell'area e la sua attuale funzione di spazio verde.


Analoga richiesta riguarda un'area comunale tra via Tagliamento e via Generoso, interessata dalla presenza di uno svincolo di accesso alla SS36. Anche in questo caso il Comune chiede lo stralcio dalla Rete Verde. Si tratta di casi diversi tra loro e non è corretto metterli tutti sullo stesso piano. Ma nel loro insieme mostrano un problema generale: quando la tutela ambientale entra in conflitto con una scelta urbanistica, la direzione che il Comune propone alla Provincia è quella di rendere più flessibile la tutela.

Il doppio binario del consumo di suolo

Ed è proprio qui che si trova, a nostro avviso, la questione politica più interessante. Da una parte Monza dichiara di voler ridurre il consumo di suolo e tutelare quello libero. 
Dall'altra, nelle osservazioni al PTCP, chiede:

  • di stralciare una porzione dell'AT18 Cascinazza dagli ambiti agricoli strategici;
  • di rivedere il perimetro della Rete Verde;
  • di escludere alcune aree dalle sue tutele;
  • oppure, in alternativa, di modificare le norme provinciali per consentire nuove impermeabilizzazioni sulla base di previsioni urbanistiche già esistenti nel 2011;
  • di rendere quindi più facilmente attuabili alcune trasformazioni che oggi incontrano maggiori ostacoli per effetto delle tutele ambientali e paesaggistiche.

Questo non significa che la variante al PGT di Monza sia complessivamente una variante "cementificatoria". Il documento comunale sostiene esplicitamente il contrario e sarebbe scorretto ignorarlo. Ma proprio per questo le singole scelte contenute nelle osservazioni meritano di essere discusse. Perché la vera questione non è soltanto quanti metri quadrati di suolo verranno formalmente sottratti alle trasformazioni rispetto al passato. La domanda è anche quali aree vengono considerate sacrificabili e quali strumenti di tutela siamo disposti a indebolire per poterle trasformare.

Il suolo libero non è una riserva da utilizzare quando serve

Da anni, in Brianza, assistiamo a un fenomeno che conosciamo bene: ogni singola trasformazione viene spesso presentata come eccezionale, necessaria, compensata o legata a un interesse pubblico. Il risultato, però, si misura alla fine sul territorio reale. Un pezzo alla volta, un'area dopo l'altra, la superficie libera diminuisce e quella impermeabilizzata aumenta. Per questo riteniamo che la discussione sul nuovo PTCP e sulla variante al PGT di Monza debba partire da un principio semplice: il suolo libero non dovrebbe essere considerato una riserva da utilizzare quando emerge una nuova esigenza urbanistica. E soprattutto una vecchia previsione edificatoria non dovrebbe trasformarsi automaticamente in un lasciapassare per una nuova impermeabilizzazione. Se una previsione non è stata realizzata per quindici anni, e nel frattempo quell'area è stata destinata a verde, forse la domanda da porsi non dovrebbe essere come recuperare il vecchio diritto a trasformarla. Dovrebbe essere: abbiamo ancora davvero bisogno di trasformarla?

La Provincia dovrà scegliere quale idea di territorio sostenere

Ora la parola passa anche alla Provincia di Monza e Brianza, che dovrà valutare le osservazioni presentate dai Comuni nell'ambito della variante al PTCP. È un passaggio importante perché non si tratta soltanto di decidere il destino di alcune aree monzesi. Si tratta di stabilire quanto deve essere forte e coerente una politica provinciale di tutela del suolo e della Rete Verde. Come blog Brianza Centrale abbiamo sempre sostenuto che la Brianza non abbia bisogno di altro consumo di suolo, ma di recuperare e riqualificare ciò che è già stato urbanizzato. Per questo non ci interessa attribuire etichette o fare processi alle intenzioni. Ci interessa porre una domanda molto semplice, alla quale sarebbe utile che amministratori e pianificatori rispondessero con altrettanta chiarezza:

  • se davvero vogliamo ridurre il consumo di suolo, perché dovremmo rendere più facile trasformare proprio quelle aree che gli strumenti urbanistici sovracomunali hanno individuato per essere protette?

La sfida della nuova pianificazione urbanistica dovrebbe essere quella di consumare meno suolo, non quella di trovare nuove eccezioni per poterlo consumare.

sabato 1 agosto 2026

PTCP della Brianza, Majoli: "Non basta fotografare il territorio, bisogna proteggerlo"

Nei giorni scorsi il nostro blog ha presentato le 11 osservazioni alla variante al PTCP della Provincia di Monza e della Brianza elaborate dal Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP, richiamando l'attenzione in particolare sulla tutela del suolo libero, sulla Rete Verde e sulla necessità di evitare nuovo consumo di territorio.

Abbiamo scelto ora di approfondire quei temi direttamente con Giorgio Majoli, referente del Coordinamento, che da anni segue l'evoluzione degli strumenti di pianificazione territoriale della Provincia. Non si tratta quindi di riprendere semplicemente quanto già illustrato nel precedente post, ma di provare a capire meglio che cosa c'è in gioco nella variante al PTCP, quali sono le criticità individuate dagli ambientalisti e quale idea di territorio viene proposta per il futuro della Brianza. Dal destino degli Ambiti Agricoli Strategici alla funzione della Rete Verde, dagli Ambiti di Interesse Provinciale alla crescita degli insediamenti produttivi e logistici, fino al rapporto tra transizione energetica e tutela del suolo: con Majoli abbiamo affrontato alcuni dei nodi che saranno decisivi per il futuro di una provincia dove gli spazi liberi sono ormai una risorsa sempre più preziosa.

Giorgio Majoli (a dx), durante un sopralluogo sul territorio

La variante al PTCP è arrivata a una fase decisiva. Qual è la valutazione complessiva del Coordinamento?


La nostra valutazione parte da una preoccupazione di fondo: siamo in una delle province più urbanizzate d’Italia e proprio per questo ogni scelta di pianificazione dovrebbe avere come priorità la difesa di ciò che rimane libero. Il Coordinamento segue da anni l'evoluzione del PTCP e, anche in occasione di questa variante, ha cercato di fornire un contributo concreto, non limitandosi a denunciare i problemi ma avanzando proposte e richieste precise. Avevamo già chiesto che la variante fosse sottoposta alla Valutazione Ambientale Strategica, la VAS, ma questa proposta non è stata accolta dalla Provincia. Di conseguenza, gli effetti ambientali di una parte significativa delle modifiche introdotte rimangono non adeguatamente valutati, anche se molti di essi sono facilmente immaginabili. Abbiamo quindi presentato 11 osservazioni, che riguardano diversi aspetti della pianificazione provinciale ma che hanno un filo conduttore comune: rafforzare la tutela del territorio libero e delle connessioni ecologiche.

Partiamo proprio dal suolo libero. Qual è la vostra richiesta principale?

La questione fondamentale riguarda gli Ambiti Agricoli Strategici, gli AAS, e la Rete Verde di ricomposizione paesaggistica. Chiediamo che la variante al PTCP recepisca integralmente gli ampliamenti delle aree agricole e della rete ecologica già approvati dai Comuni nei rispettivi PGT dal 2013 a oggi. È un punto importante. Se un Comune, attraverso il proprio strumento urbanistico, ha riconosciuto e tutelato una nuova area agricola o una connessione ecologica, la pianificazione provinciale dovrebbe valorizzare quella scelta e non ignorarla. In una situazione di crescente frammentazione del territorio non è sufficiente fotografare ciò che esiste oggi. Occorre riconoscere e rafforzare le tutele già deliberate dagli enti locali.

Da qui deriva anche la vostra richiesta di non prevedere nuove edificazioni sul suolo libero?

Esattamente. Chiediamo di escludere nuove previsioni edificatorie su suolo libero, evitando ulteriori incrementi dei carichi urbanistici, del traffico e dell'impermeabilizzazione del territorio. La Brianza ha già conosciuto una trasformazione molto intensa. Continuare ad aggiungere nuove edificazioni senza considerare la quantità di territorio che è già stata consumata significa aggravare una situazione che presenta problemi evidenti dal punto di vista ambientale, paesaggistico e della mobilità.

Un'attenzione particolare nelle vostre osservazioni è dedicata agli Ambiti di Interesse Provinciale, gli AIP. Perché?

Gli AIP erano stati introdotti anche con l'obiettivo di tutelare alcuni spazi rimasti liberi. Il problema è che, nella pratica, questo strumento ha mostrato delle debolezze e può diventare anche un modo per localizzare nuove edificazioni, attraverso intese con la Provincia finalizzate a mitigarne gli impatti. Noi riteniamo invece che negli AIP debba essere garantita una reale prevalenza della tutela ambientale. Per questo proponiamo di portare dall'attuale 51% all'80% la quota minima di territorio libero da mantenere all'interno degli AIP. È una richiesta particolarmente importante perché molti di questi ambiti rappresentano oggi alcune delle ultime connessioni verdi tra i centri abitati, le aree agricole e i sistemi naturalistici.

Un altro tema molto attuale riguarda la crescita degli insediamenti produttivi e logistici. Cosa chiedete alla Provincia?

Chiediamo innanzitutto che il PTCP censisca e rappresenti in maniera completa sia i poli esistenti sia quelli previsti, e che gli effetti complessivi vengano valutati attraverso la VAS, considerando traffico, qualità dell'aria e rumore. Il problema è proprio quello degli effetti cumulativi. Non possiamo continuare a valutare ogni nuovo insediamento come se fosse isolato dagli altri. La Brianza conosce già gli effetti della progressiva trasformazione del territorio in una vera e propria piattaforma infrastrutturale e logistica. Se si costruisce un nuovo polo produttivo o logistico, bisogna considerare cosa accade quando questo si aggiunge a tutti quelli già presenti e a quelli previsti nelle aree vicine. Il traffico aumenta, aumentano le emissioni, il rumore, la pressione sulla viabilità e il consumo di territorio. Sono effetti che non possono essere valutati soltanto guardando il singolo progetto.

Nelle vostre osservazioni affrontate anche il tema dei procedimenti dello Sportello Unico per le Attività Produttive SUAP. Perché ritenete che sia necessario intervenire su questo strumento?

Perché esiste una possibile contraddizione tra gli obiettivi dichiarati dalla variante e ciò che può avvenire concretamente attraverso alcune procedure semplificate. Da una parte si afferma la necessità di rafforzare la tutela del sistema rurale e di ridurre il consumo di suolo; dall'altra, attraverso procedimenti SUAP finalizzati alla realizzazione di nuovi insediamenti produttivi, possono essere introdotte varianti urbanistiche che interessano anche aree agricole strategiche o altre aree libere. Chiediamo quindi criteri più restrittivi, privilegiando il recupero delle aree dismesse e impedendo nuovo consumo di suolo proprio negli ambiti che dovrebbero essere maggiormente tutelati.

Tra le vostre osservazioni ci sono anche quelle relative a boschi, corridoi vallivi ed elementi geomorfologici. Che cosa chiedete in questo caso?

Chiediamo che il PTCP riconosca il valore strategico delle aree forestali che saranno individuate dal futuro Piano di Indirizzo Forestale dell'Alta Pianura e che sostenga il percorso di riconoscimento del Parco Regionale PANE. È necessario cambiare il modo di guardare alle aree verdi. Boschi, aree agricole e corridoi ecologici non sono spazi residuali che rimangono dopo aver deciso dove costruire. Sono vere e proprie infrastrutture ecologiche, fondamentali per la qualità ambientale della Brianza.

Il territorio libero deve quindi essere considerato una vera infrastruttura?

Sì, e credo che questo sia uno dei cambiamenti culturali più importanti che dobbiamo compiere. Quando si parla di infrastrutture si pensa normalmente a strade, ferrovie, reti tecnologiche. Ma anche un corridoio ecologico, un bosco, una zona agricola che mantiene una connessione tra due aree naturali svolge una funzione essenziale per il territorio. Se interrompiamo queste connessioni con nuove edificazioni e infrastrutture, frammentiamo ulteriormente gli habitat e rendiamo più fragile l'intero sistema ambientale. 

Avete affrontato anche il tema degli impianti da fonti energetiche rinnovabili. La vostra posizione potrebbe apparire in contrasto con la necessità della transizione energetica.

Non è affatto così. Il Coordinamento non mette in discussione la necessità della transizione energetica e dello sviluppo delle fonti rinnovabili. Il problema è dove realizzare gli impianti e secondo quali criteri. La variante introduce modifiche relative agli impianti da fonti energetiche rinnovabili e ai nuovi Servizi di Interesse Provinciale, e noi riteniamo necessario evitare il rischio che impianti fotovoltaici a terra o nuovi manufatti con funzioni sovracomunali possano essere collocati anche all'interno degli Ambiti Agricoli Strategici o della Rete Verde senza criteri sufficientemente rigorosi. Chiediamo quindi criteri chiari di compatibilità ambientale e la garanzia della continuità ecologica dei corridoi verdi. La transizione energetica è necessaria, ma non può essere utilizzata come giustificazione per consumare altro suolo di pregio o interrompere connessioni ecologiche.

Dalle vostre 11 osservazioni emerge quindi una visione complessiva del futuro della Brianza. Quali sono, in sintesi, le priorità che proponete?

La prima è molto semplice: non consumare più suolo. Ma questo non significa soltanto bloccare le nuove edificazioni. Significa anche promuovere una vera rigenerazione urbana, che non sia basata esclusivamente su premialità edificatorie, ma che serva a migliorare concretamente la qualità della vita, la viabilità e la qualità dell'urbanizzato esistente. Poi ci sono la preservazione delle aree agricole, la tutela delle connessioni ecologiche, la valorizzazione del paesaggio e una pianificazione più attenta agli effetti cumulativi delle trasformazioni. Dobbiamo smettere di considerare ogni intervento come un episodio isolato. Il territorio è uno solo e gli effetti di tanti piccoli o grandi interventi si sommano.

Che cosa dovrebbe cambiare, allora, nel modo di pianificare il territorio brianzolo?

Dovremmo passare da una logica nella quale si cerca di compensare o mitigare ogni nuova trasformazione a una logica nella quale si stabilisce innanzitutto che cosa non deve essere trasformato. Il punto non è soltanto difendere quello che rimane del territorio libero. È proporre e costruire un modello diverso di sviluppo. La Brianza non ha bisogno di altro consumo di suolo per migliorare la propria qualità della vita. Ha bisogno di rigenerare ciò che è già urbanizzato, recuperare le aree dismesse, migliorare la mobilità, preservare le aree agricole e ricostruire le connessioni ecologiche.

Il PTCP dovrebbe avere proprio questa funzione: non limitarsi a registrare le trasformazioni, ma orientare il futuro del territorio.

Le 11 osservazioni presentate dal Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP vanno in questa direzione. Sono un contributo al confronto sulla variante, ma soprattutto una proposta per una Brianza capace di riconoscere nel suolo libero, nell'agricoltura, nei boschi, nel paesaggio e nelle reti ecologiche non ciò che resta da edificare, ma una parte essenziale del proprio patrimonio e del proprio futuro.