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domenica 2 agosto 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 8. Gli effetti della diossina sulla salute, le interruzioni di gravidanza, l'azione e il pensiero di Laura Conti


Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.

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Ottava puntata
Gli effetti della diossina sulla salute, le interruzioni di gravidanza, l'azione e il pensiero di Laura Conti


Uno degli aspetti più controversi del disastro Diossina dell'ICMESA fu quello relativo agli effetti sulla salute della popolazione venuta a contatto con il potente tossico.
Nonostante i monitoraggi, le campagne epidemiologiche e gli studi fatti a partire dalla fase acuta nell'immediatezza della ricaduta della nube tossica e nel corso degli anni successivi, la divulgazione delle conoscenze è stata per lo più limitata agli ambienti scientifici e/o specialistici con pubblicazioni solo sulle riviste o sui siti dedicati.

I PIANI DI MONITORAGGIO SANITARIO
In una sua ricostruzione, l'Istituto Superiore di Sanità (ISS) - vedi testo sotto- ha scritto che per valutare la mortalità a lungo termine legata alla diossina sono stati realizzati vari studi.
 

Momenti del monitoraggio sanitario

Il primo copre gli anni fino al 1986, il secondo fino al 1991, il terzo arriva fino al 1996 e il quarto, che al momento è il più aggiornato, fino al 2001: copre quindi un periodo di 25 anni, ed è stato condotto sulla popolazione esposta alla diossina (divisa in zona A, zona B e zona R a seconda del grado di contaminazione della zona di abitazione) e su una popolazione di riferimento non esposta.
Il programma di monitoraggio ha coinvolto circa 280.000 persone nell’area brianzola, di cui quasi 6.000 residenti nelle aree più colpite.
La ricerca ha preso in esame il 99% di tutti i soggetti coinvolti.

Nota: Il "rate ratio" di cui si scrive successivamente,  è il coefficiente ottenuto dividendo il tasso di un gruppo esposto per il tasso di un gruppo non esposto, se il risultato è pari a 1,  l'esposizione non ha alcun effetto sul rischio o sul tasso dell'evento, se è Maggiore di 1 (> 1): l'esposizione aumenta il tasso dell'evento, agendo come fattore di rischio se Minore di 1 (< 1):  l'esposizione riduce il tasso dell'evento, agendo come fattore protettivo.

In base ai dati più recenti, il risultato più significativo riguarda l’incremento nelle zone più inquinate di neoplasie del tessuto linfatico ed emopoietico, in particolare per le donne: nella zona A (quella immediatamente intorno al luogo dell’incidente) il rate ratio è di 3,17, e nella zona B (quella più vasta intorno alla zona A) di 1,94. 
Il dato più alto riguarda i linfomi non-Hodgkin nella zona A (rate ratio di 4,45), mentre nella zona B il rate ratio per tutti i linfomi è di 2,14 e per i mielomi di 3,07. 
Fra gli uomini, l’unico dato in eccesso significativo riguarda la mortalità per leucemie, con un rate ratio di 2,07 nella zona B.
Gli effetti della fuoriuscita di Diossina però non si limitano ai tumori.
Nelle zone A e B sono stati osservati anche incrementi della mortalità per malattie circolatorie nei primi anni dopo l’incidente, di malattie croniche ostruttive dei polmoni e di diabete mellito fra le donne.

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A completamento informativo proponiamo sotto uno scritto recente, uscito in occasione del 50° anniversario del disastro diossina curato dal dott. Luigi Bisanti della Direzione associata Epidemiologia & Prevenzione e dal dott. Dario Consonni della Medicina del Lavoro, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano.

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GLI EFFETTI SULLA SALUTE
Per valutare le conseguenze sanitarie dell’incidente fu nominata una commissione di esperti italiani e stranieri.
Ne facevano parte scienziati di grande valore: Nathan Mantel, biostatistico, Irving J. Selikoff e Raymond Suskind, medici ed epidemiologi occupazionali, Jiří Kučera, teratologo, e molti altri. Nell’immediato, fu predisposto un piano di controlli della popolazione maggiormente esposta necessariamente aspecifico, data la scarsa informazione all’epoca sugli effetti dell’esposizione non professionale a diossina. 


Monitoraggio sanitario a Seveso presso la scuola De Gasperi

Furono indagate con test ematochimici le funzioni epatica, ematopoietica, renale e immunologica; furono esaminate la conduzione nervosa periferica e le aberrazioni cromosomiche; monitorati gli aborti spontanei, la mortalità perinatale, il basso peso alla nascita e le malformazioni congenite.
In base a una convenzione tra Regione Lombardia e la Clinica del Lavoro dell’Università degli Studi di Milano, dagli anni Ottanta furono avviati studi per accertare effetti a lungo termine dell’esposizione a TCDD.

LA CLORACNE
L’unico effetto inequivocabilmente accertato nei primi periodi dopo l’incidente fu la cloracne, che colpì soprattutto i bambini, facilmente in contatto in quei giorni estivi con matrici ambientali contaminate: in zona A, su 214 bambini di 3-14 anni, 42 (19,6%) presentarono cloracne; nella parte più contaminata della stessa zona risiedevano 54 di quei bambini e quasi la metà di essi presentò cloracne (26 bimbi pari a 48,1%).5

LA DIOSSINA TCDD NEL PLASMA
Sebbene l’esposizione a TCDD non sia un effetto in senso stretto, la includiamo in questa sezione, perché convinti che la condizione di esposto si manifesti con la compromissione del precedente equilibrio psichico e fisico. «L’esposizione al rischio è un danno» è un principio che Giulio Maccacaro espresse già nel 1973 e che Pier Alberto Bertazzi ha ribadito – «l’esposizione è componente “nociva” dell’evento in sé» – nel suo contributo in occasione dei 40 anni dal dramma di Seveso.
Ai tempi dell’incidente, la TCDD era difficilmente dosabile. 
Anni dopo, sono state sviluppate tecniche analitiche di sensibilità tale da permettere di dosare la TCDD anche nelle piccole quantità di plasma rimaste dai prelievi effettuati dopo l’incidente e congelate.


Il Prof Paolo Mocarelli all'epoca dei fatti

Nota: La conservazione del plasma dei prelievi di sangue, in attesa che si potesse misurarne la concentrazione di TCDD, si deve all'intuizione del prof Mocarelli dell'ospedale di Desio.
La misurazione della TCDD nel sangue fu possibile a partire dal 1988 con la messa a punto di un sistema da parte del CDC - Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta negli Stati Uniti, che mise a punto una tecnica basata sulla gascromatografia accoppiata alla spettrometria di massa ad alta risoluzione (GC-HRMS).

 
I livelli mediani di TCDD in picogrammi per grammo di lipidi (pg/g, o parti per trilione, ppt), misurati presso il CDC furono i seguenti:
zona A: 447 ppt; zona B: 94 ppt; zona R: 48 ppt; (vedi tabella 1) con i livelli in soggetti residenti in aree non contaminate erano inferiori a 5-10 ppt.

Quindi, i livelli plasmatici mediamente confermavano la suddivisione in zone A, B, R basata sui livelli di TCCD nel suolo. 
Data la lunga emivita della diossina (molti anni), livelli sensibili erano ancora dosabili sui campioni prelevati tra il 1992 e il 1996 dalla Clinica del Lavoro di Milano, in collaborazione con US National Cancer Institute e CDC, per studi sugli effetti molecolari della TCDD (tabella 1):in zona A furono dosati livelli mediani pari a 73,3 ppt, in zona B pari a 12,4 ppt.



Nella zona circostante non inquinata il livello mediano misurato in un campione di popolazione era di 5,5 ppt. 
Questi dosaggi hanno anche confermato che l’unica diossina presente in eccesso nel plasma dei soggetti delle zone inquinate era la TCDD: i livelli di altre sostanze diossina-simili, cioè altre diossine, furani e policlorobifenili, erano paragonabili a quelli misurati nei soggetti non coinvolti nell’incidente.

RAPPORTO MASCHI-FEMMINA ALLA NASCITA
L’Ospedale di Desio negli anni Novanta documentò un’alterazione del rapporto maschi-femmine alla nascita in 674 nati nell’area tra il 1977 e il 1996. 
La proporzione di neonati maschi, che fisiologicamente è circa 0,514, diminuiva (quindi nascevano più femmine) al crescere della concentrazione plasmatica di TCDD. In particolare, nei figli dei padri esposti a TCDD quando avevano un’età inferiore a 19 anni, la proporzione risultò pari a 0,38.

TSH NEONATALE
La Clinica del Lavoro di Milano, sfruttando la banca dati dello screening neonatale di TSH (thyroid stimulating hormone) di tutti i nati in Regione Lombardia, riscontrò, nel periodo 1994-2005, livelli di TSH pari a 1,66 µU/ml tra i 56 figli di madri residenti in zona A all’epoca dell’incidente e 1,35 µU/ml tra i 425 figli di madri di zona B, mentre nei 533 figli di madri residenti nell’area non inquinata il TSH era pari a 0,98 µU/ml.
La proporzione di bambini con TSH >5 µU/ml era di 16,1% nei neonati da madri di zona A, 4,9% in zona B e 2,8% nell’area non inquinata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) all’epoca considerava fisiologica, in aree con sufficiente apporto di iodio, una proporzione inferiore al 3% di neonati con TSH >5 µU/ml.
Inoltre, in un sottogruppo di 51 donne di cui era disponibile la concentrazione di TCDD plasmatica, fu dimostrata una correlazione positiva tra TSH neonatale e TCDD plasmatica delle madri.
Le alterazioni osservate erano solo a livello biochimico, non clinico: l’interesse dello studio era di verificare l’accordo con studi sperimentali nell’animale e la possibile persistenza di effetti sulla progenie a molti anni di distanza dall’incidente.
L’interesse per il TSH era motivato dalla conoscenza consolidata in epidemiologia ambientale che valori alti di TSH sono associati a un rischio più alto di difetti fisici e mentali durante lo sviluppo.

MORTALITÀ E INCIDENZA DEI TUMORI MALIGNI


Date la tossicità elevata, la temuta cancerogenicità e la lunga emivita della TCDD, negli anni Ottanta la Clinica del Lavoro impostò uno studio di coorte per monitorare mortalità e incidenza di tumori maligni negli abitanti dell’area.
La coorte ha incluso i 218.682 residenti all’epoca dell’incidente (tabella 1); la popolazione residente nell’area non inquinata (cosiddetta zona non-ABR) fu scelta come riferimento per il confronto dei tassi di mortalità e di incidenza dei tumori.
L’ultimo aggiornamento ha coperto gli anni dal 1976 al 2013, un tempo sufficientemente lungo per la manifestazione degli effetti dell’esposizione a diossina.
Lo studio di mortalità ha comportato l’accertamento su tutto il territorio nazionale dello stato in vita e della causa di morte (codificata secondo le regole internazionali), attraverso vari sistemi: aggiornamenti periodici dalle anagrafi degli 11 Comuni, record linkage con basi di dati dell’Istat, della Regione Lombardia e delle ASL lombarde; follow-up postale per i soggetti non rintracciati in Lombardia e per i soggetti emigrati fuori regione.
I primi risultati furono pubblicati nel 1989 e documentarono un aumento nei primi anni dopo l’incidente di decessi per malattie cardiovascolari nella zona più inquinata.
Sebbene fosse difficile attribuire con sicurezza questo aumento all’incidente, il risultato era plausibile sia per gli effetti documentati della TCDD sull’apparato cardiovascolare sia per le gravissime condizioni di stress che hanno caratterizzato la vita di quella popolazione per un lungo periodo di tempo dopo l’incidente.
Nelle ultime analisi è stata confermata una mortalità elevata per malattie cardiovascolari in zona A nel primo decennio dopo l’incidente (rapporto fra tassi 2,00, 17 decessi) e un’aumentata mortalità per diabete nelle donne, con gradiente decrescente dalla zona più inquinata a quella meno inquinata.
Per lo studio di incidenza dei tumori fu costruito un sistema complesso basato sulla ricerca dei casi con codici di tumore negli archivi informatici delle schede (anonime) di dimissione ospedaliera (SDO) e la successiva conferma della diagnosi con ricerca manuale delle cartelle cliniche negli ospedali lombardi. Solo dal 2007 l’istituzione di un Registro tumori presso la ASL (ora ATS) Brianza ha consentito di rilevare dati di incidenza già codificati in modo rapido.
Il risultato più convincente dei vari studi condotti dagli anni Novanta (nonostante la bassa potenza statistica per le zone più inquinate) riguarda l’aumento dei tumori del sistema linfoematopoietico (linfomi, leucemie, mielomi). 
L’ultimo aggiornamento ha confermato un eccesso di rischio anche a distanze di tempo crescenti dall’incidente (tabella 2).


Parallelamente, l’Ospedale di Desio, in collaborazione con il CDC, ha impostato il Seveso Women’s Health Study (SWHS), che ha incluso 981 donne di cui erano disponibili campioni di sangue prelevati tra il 1976 e il 1981.
Lo studio ha stimato un raddoppio del rischio di tumori della mammella per ogni aumento di 10 volte dei livelli di TCDD plasmatica. 
Un aggiornamento su 833 donne ha stimato un aumento dell’80% di tutti i tumori per ogni aumento di 10 volte dei livelli di TCDD plasmatica.
Con lo studio SWHS sono stati indagati anche numerosi effetti non neoplastici sull’organismo femminile delle 981 donne reclutate e della loro progenie.
Nel 1997 e nel 2012, la International Agency for Research on Cancer (IARC) ha classificato la TCDD in gruppo 1 (cancerogeno per l’uomo) per l’insieme di tutti i tumori (“evidenza sufficiente”); le evidenze riguardanti i sarcomi dei tessuti molli, il linfoma non Hodgkin (NHL) e il tumore del polmone sono state giudicate “limitate”.

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Le due pubblicazioni sulla salute riportate evidenziano l'aumento del "Rate Rations" o Rapporto tra i Tassi d'incidenza per una serie di patologie dopo la contaminazione da diossina TCDD, tuttavia una delle più grosse difficoltà nel determinare quanto il disastro diossina pesò sulla salute della popolazione fu ed è la mancanza del fattore di correlazione tra alcune patologie, i decessi e la diossina stessa.
Per questo, contrariamente ad altre situazioni drammatiche quali le morti di Casale Monferrato che sono riconosciute quali conseguenza di un'esposizione alle fibre dell'Amianto, non v'è a tutt'oggi una quantificazione ufficiale di decessi correlati alla diossina.
Certamente questo fatto non deve ne può autorizzare narrazioni minimaliste o assolutorie.

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L'INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA

La vicenda della richiesta di poter interrompere la gravidanza per le donne residenti nelle aree contaminate originò molti contrasti politici e sociali sia in loco sia in ambito nazionale.
Da ricordare ed evidenziare che nei comuni contaminati, tra la fine di luglio e l'agosto del 1976, parallelamente alle prime ordinanze di sgombero della "Zona A", i medici dei consultori e le autorità sanitarie, diffusero la raccomandazione precauzionale di astenersi dalla procreazione per l'evidente rischio che la diossina poteva influire sulla salute del feto.


Si scontrarono due concezioni: quella cattolica e dei movimenti ecclesiali contraria all'interruzione di gravidanza in toto e quella laica e di sinistra che all'opposto chiedeva l'introduzione in Italia di una legge che consentisse alle donne di poter scegliere secondo il concetto dell'autodeterminazione.

Sulla vicenda ne ha scritto la ricercatrice e componente del senato Accademico dell'università degli Studi di Milano Carlotta Cossutta, di cui riportiamo sotto il testo nella parte dedicata all'argomento.

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Il 29 luglio 1976, Emma Bonino e Susanna Agnelli chiedono in Parlamento che alle donne delle aree colpite venga consentito di abortire. 
Siamo nel ’76, nel pieno del dibattito che porterà alla legge 194 e che ha già ottenuto un primo, piccolo, successo. 
Nel 1975, infatti, la Corte Costituzionale, con la sentenza 27 del 18 febbraio, per permettere l’aborto terapeutico in caso di rischio per la vita della gestante.
A questo fanno appello Bonino e Agnelli, ma anche l’assessore alla sanità in Lombardia, Vittorio Rivolta (DC), che il 30 luglio dichiara: “Per quanto riguarda il problema delle gestanti, le donne verranno esaminate presso la clinica Mangiagalli [e] verranno svolti tutti gli esami e i controlli possibili […]. In base ai risultati di questi esami ogni decisione verrà lasciata alla libera determinazione delle interessate. Per libera determinazione intendo anche la possibilità di interrompere la gravidanza, in base ai risultati emersi e nel rispetto dei singoli problemi di coscienza” Da qui inizierà quella che verrà chiamata “la guerra dell’aborto”, in cui i corpi delle donne nelle zone intossicate diventeranno luoghi pubblici a tutti gli effetti.
Il 2 agosto, infatti, la commissione medico-epidemiologica consiglia alla popolazione di astenersi dalla procreazione per almeno sei mesi (ricordando che la legge che permette la contraccezione è del 1975) e una settimana dopo pubblica una valutazione sugli effetti della diossina che ammetteva la possibilità di un aumento delle malformazioni entro i primi tre mesi di gravidanza. 
A seguito di questa relazione aumentano le parlamentari che chiedono che sia concesso l’aborto terapeutico, mentre Comunione e Liberazione vi si oppone strenuamente e il Vescovo di Milano chiede alle famiglie della diocesi di impegnarsi ad adottare eventuali bambini/e che dovessero nascere con malformazioni.
In quei giorni, sul Giornale di Indro Montanelli si leggeva: “Il rischio è per i bambini, non per la madre: si tratta di aborto eugenetico, e non terapeutico”, mentre Nicola Adelfi su La Stampa proponeva addirittura di rendere l’aborto coatto, così “si cancellerebbe ogni resistenza affettiva, ogni scrupolo morale o di natura religiosa nelle persone interessate”.
Nel silenzio, l’11 agosto il Ministero di Grazia e Giustizia riconosce che le donne contaminate da diossina rientrano nei casi di aborto terapeutico e Andreotti dichiara che “si trovano nella esigenza terapeutica chiaramente riconosciuta dalla Corte costituzionale”.

Immagine da fotogramma di un colloquio con una donna richiedente l'interruzione di gravidanza

Vengono scelti come ospedali a cui indirizzare le donne che volessero abortire la Mangiagalli a Milano e l’ospedale di Desio. 
Proprio in quest’ultimo, però, i medici non solo rifiutano di praticare aborti, ma operano vere e proprie violenze psicologiche: in particolare, uno psichiatra avrebbe domandato a due genitori se davvero volessero “ammazzare il loro bambino”.

Avrebbe detto loro che la diossina non era dannosa, che il bambino sarebbe nato sano (rifiutandosi però di metterlo per iscritto) ad ascoltare il battito cardiaco del feto, per vincere le residue resistenze.
La conferenza episcopale si schiera coi medici di Desio sostenendo che: “Di fronte ai gravi episodi verificatesi all’ospedale di Desio riaffermiamo la nostra posizione: ogni attentato alla vita della piccola creatura che la madre porta in grembo è una grave violazione della legge naturale e della volontà di Dio, che nessuna legge umana potrà mai legittimare. Non intendiamo fare crociate ma nemmeno ammettiamo che altri le facciano. Noi pure, come cittadini e come cristiani, rivendichiamo il diritto di difendere ed esporre il nostro pensiero”.

Le donne esposte alla diossina si trovano esposte tra notizie e informazioni contraddittorie, private della possibilità di autodeterminazione perché con gli occhi puntati addosso.


Alla fine le donne che scelsero di abortire in Italia (molte altre scelsero di andare all’estero per sfuggire alla pressione) furono 35 e i feti e il materiale embrionale furono inviati all’Istituto di Patologia dell’Università di Lubecca, affinché fossero sottoposti ad analisi embriologiche e morfologiche. 
I risultati delle indagini, pur non segnalando malformazioni visibili, non escludevano la possibilità di mutazioni fetali come effetto del contatto con la diossina, anche se segnalavano che per conoscere i danni al cervello fosse troppo presto. 
Altre donne scelsero invece di portare avanti la gravidanza dando alla luce 76 bambini/e sani/e.
Uno dei risultati di questa pressione fu che molte famiglie di origine veneta o meridionale, che avevano dovuto ricorrere all’aborto terapeutico, ritornarono a vivere nelle regioni di provenienza, proprio per sfuggire allo stigma che le aveva colpite per aver scelto di abortire, stigma aggravato anche dalla sovraesposizione mediatica.
Anche le sorelline Alice e Stefania Senno, il cui volto deturpato dalla cloracne fu immortalato da decine di fotografie e divenne il simbolo della tragedia di Seveso, lasciarono la Brianza insieme alla loro famiglia, per tornare in Veneto.
In questo scenario sono utilissime le riflessioni di Laura Conti (a cui non a caso è intitolata la sede di Legambiente di Seveso).

Laura Conti

Partigiana, comunista, medico, ambientalista, all’epoca Conti è consigliera regionale per il PCI e si batte in prima fila per ottenere giustizia per gli e le abitanti delle zone contaminate.
Proprio lei osserva come la relazione della commissione medica non consideri “l’attentato della diossina al fegato e ai reni della madre, come se una donna gravida fosse soltanto un’incubatrice, e non una persona che ha lei stessa una salute da salvaguardare; implicitamente imponeva l’immagine di una fattrice che impazzisce se il prodotto del concepimento non riesce bene, ma che ai rischi suoi propri rimane completamente indifferente. Era la conferma – da parte di scienziati! – del vecchio modello tradizionale che obbliga la donna in un ruolo di strumento, privo delle caratteristiche di ‘persona’” . 
Un sapere medico non neutro ma che impone una propria visione al dibattito pubblico e agli stessi soggetti coinvolti. 
Conti critica l’impianto stesso della possibilità di abortire concessa a queste donne, che le autorizza all’aborto terapeutico solo se contestualmente dichiarano che un ‘parto mostruoso’ può mettere in pericolo la loro salute psichica: “il dibattito ignora l’autodeterminazione, ma svela anche la contraddittorietà bioetica di questa stessa legge che, mentre non consente alla donna di abortire se il bambino che genererà è malato, lo permette invece se il pensiero di “generare un mostro” rischia di far impazzire la madre”.
La salute delle donne, quindi, non è rilevante di per sé, come soggetti esposti alla diossina, ma lo diventa solo in relazione al feto: per poter abortire bisogna dichiarare di essere a rischio della follia, spostando sulle gestanti il tarlo e allontanando l’immagine della diossina. 
Sono le donne a non essere in grado di farsi carico della malformazione, quindi, a essere oggetto di stigma, e non l’Icmesa che ha prodotto la contaminazione.

Conti lo sottolinea in maniera molto chiara analizzando il diverso trattamento ricevuto dagli aborti spontanei causati dalla diossina: “non il minimo di collera si sollevava negli ambienti clericali contro l’Icmesa per l’eventualità che l’inquinamento avesse provocato […] aborti ‘spontanei’, mentre il furore arrivava a un vero e proprio linciaggio morale nei confronti di [chi] […] aveva proposto che alle donne fosse riconosciuto il diritto di ‘libera determinazione’ […]. Quanto dire che provocare aborti per produrre e vendere triclorofenolo veniva considerato legittimo, provocare aborti per andare incontro al desiderio delle donne di non generare bambini infelici veniva considerato orridamente peccaminoso”.

Il rischio dell’autodeterminazione delle donne viene ritenuto più grave dello stesso inquinamento e delle modalità di produzione che lo hanno reso possibile e, inoltre, concentrarsi solo sull’aborto mette in ombra ogni altro tentativo di interrogarsi sulla salute e sulle possibilità di sostenere le persone colpite. 
Non solo, la paura di legittimare gli aborti, spinse una parte della comunità a una negazione generalizzata: “negò tutto. Negò che ci fosse diossina. Negò che la diossina fosse uscita dal reattore Icmesa. Negò che la diossina fosse tossica. Spinse la negazione (aiutata in questo dai comportamenti incoerenti e contraddittori della Regione, oltre che dall’irresponsabile campagna minimizzatrice svolta dagli scienziati democristiani) fino a contestare la necessità della bonifica o delle misure di salvaguardia”, ancora una volta facendo ricadere sulle sole donne la colpa dell’aborto.

La stessa Conti osserva, a questo punto, che “forse è un paradosso, ma il solo fatto di aver affrontato il problema dell’aborto per le donne delle zone inquinate, il solo fatto di aver ottenuto a Seveso l’aborto terapeutico, si è risolto in un danno, perché tutta la questione diossina si è ridotta al quesito: le donne, le facciamo abortire o no? È diventato un problema delle donne, quello della diossina, che invece riguarda tutta la popolazione”.

I corpi delle donne sono diventati, letteralmente, l’unico terreno di bonifica e il luogo dello scontro: un’attenzione morbosa verso i feti e i/le futuri/e neonati/e, mentre poco o nulla veniva fatto per i corpi vivi presenti.

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Laura Conti non si occupò solo della sofferta vicenda delle interruzioni di gravidanza ma fu, fin dall'inizio, in prima linea cercando il rapporto diretto con chi stava vivendo il dramma delle aree contaminate.
Chiedeva una Scienza seria ed esigente ma aperta alla partecipazione delle vittime del disastro e fu precorritrice del pensiero critico sullo sviluppo industriale ed economico illimitato.
Raccontò quegli anni del disastro diossina dell'ICMESA in due scritti: il reportage Visto da Seveso e il romanzo Una lepre con la faccia di bambina.
 
Continua.

mercoledì 22 luglio 2026

Il ponte verde del Bosco delle Querce: quando vincono le idee (anche se qualcuno se ne prende il merito)

Rendering del ponte verde progettato da APL.

C'è una frase attribuita allo scrittore indo-trinidadiano V. S. Naipaul che, più o meno, dice così: «Hai davvero vinto quando la tua idea viene fatta propria dal tuo avversario.»

È una definizione sorprendentemente efficace della politica quando funziona. Perché il vero obiettivo non dovrebbe essere poter dire "l'avevo detto io", ma vedere realizzata una buona idea, indipendentemente da chi poi la inaugura, la rivendica o ci taglia il nastro.

Naturalmente, tra la teoria e la pratica c'è di mezzo l'orgoglio umano. E così capita che, appena una proposta comincia a prendere forma, inizi anche la gara per stabilire chi l'ha inventata per primo. È quello che sta accadendo in questi giorni attorno al futuro "ponte verde" del Bosco delle Querce.

Il Presidente Sergio Mattarella, la sindaca Alessia Borroni e il plastico del "ponte verde" sulla Pedemontana. Foto tratta dal sito del Quirinale.

Dopo la visita del Presidente Sergio Mattarella alle celebrazioni del cinquantesimo anniversario del disastro Icmesa, il plastico che mostrava il collegamento tra il Bosco delle Querce e le future aree di ampliamento oltre la Pedemontana ha inevitabilmente attirato l'attenzione. La sindaca di Seveso ha rivendicato il progetto come un risultato dell'amministrazione. Seveso Futura e le associazioni ambientaliste del territorio - Legambiente Seveso, Sinistra e Ambiente Meda, Comitato Ambiente di Bovisio Masciago, L'Altra Bovisio Masciago, Passione Civica per Cesano Maderno, Cittadini per Lentate -  hanno però ricordato che proprio una proposta di questo tipo era stata avanzata da loro in Consiglio comunale e inizialmente respinta dalla maggioranza, salvo poi riapparire, con il passare dei mesi, all'interno del percorso progettuale.

La disputa sulla primogenitura è comprensibile. Ma rischia di far passare in secondo piano la domanda davvero importante: che cosa dovrebbe essere un ponte verde?
Perché un ponte verde non è un ponte dipinto di verde.
Non basta nemmeno che sia percorribile a piedi o in bicicletta.

Un autentico ecodotto nasce per ricucire ciò che un'infrastruttura inevitabilmente divide. Strade e autostrade frammentano gli habitat, interrompono i corridoi ecologici, isolano le popolazioni animali e aumentano il rischio di investimenti della fauna. Ogni anno, in Europa, milioni di animali muoiono sulle strade. La biodiversità paga un prezzo altissimo alla nostra mobilità.

Per questo, nei progetti più avanzati, gli ecodotti vengono concepiti come una vera continuazione del paesaggio naturale. Devono essere ampi, ricoperti di terreno vegetale, alberi e arbusti, con un ambiente il più possibile simile a quello circostante. La vegetazione non è un elemento ornamentale: serve a guidare gli animali verso l'attraversamento e a proteggerli dal rumore, dalle luci e dalla presenza del traffico.

C'è poi un aspetto di cui si parla troppo poco. Un ecodotto non tutela soltanto la fauna: protegge anche chi viaggia in automobile. Gli animali, infatti, non smettono di spostarsi perché l'uomo costruisce una strada. Continueranno a cercare di raggiungere i loro territori, i luoghi di alimentazione o di riproduzione. Se non trovano un passaggio sicuro, tenteranno comunque di attraversare la carreggiata, con conseguenze spesso drammatiche sia per loro sia per gli automobilisti. Un ponte verde, insieme alle recinzioni e agli altri sistemi di accompagnamento della fauna, serve proprio a questo: indirizzare gli animali verso un attraversamento protetto, riducendo il rischio di incidenti e rendendo più sicura l'infrastruttura per tutti.

L'obiettivo non è quindi costruire un bel punto panoramico sopra l'autostrada, ma permettere alla natura di attraversarla senza accorgersi quasi della sua presenza. È una differenza sostanziale.

Ed è proprio su questo punto che, negli ultimi due anni, associazioni ambientaliste e gruppi di opposizione hanno insistito con forza. Nei documenti presentati al Comune e negli incontri con le amministrazioni di Seveso e Meda hanno espresso più di una perplessità sull'ipotesi, allora circolata, di una semplice passerella ciclopedonale, giudicata insufficiente sia per compensare la perdita degli attuali collegamenti sia, soprattutto, per garantire un reale passaggio faunistico. La proposta alternativa era chiara: realizzare un vero ponte verde, largo, vegetato, integrato con l'ampliamento del Bosco delle Querce e capace di svolgere una funzione ecologica prima ancora che ricreativa.

Del resto, gli stessi atti del Consiglio comunale raccontano un percorso curioso. Nella mozione approvata dalla maggioranza nel luglio 2024 si parlava di un "ponte pedonale". Seveso Futura presentò un emendamento sostituendo quelle due parole con una definizione molto più impegnativa: "un grande ponte ciclopedonale verde, ampio collegamento, rivestito di terra e vegetazione". L'emendamento fu respinto.

Successivamente, però, il tema del ponte verde è entrato stabilmente nel dibattito pubblico e nella progettazione collegata alla Pedemontana. Nel verbale della commissione territorio dell'ottobre 2025 si parla ormai esplicitamente del futuro "ponte verde", pur rinviandone la progettazione alla fase successiva all'avvio del cantiere autostradale.

È qui che torna utile la frase di Naipaul. Se davvero un'idea valida viene adottata da chi inizialmente l'aveva respinta, forse quella è già una piccola vittoria. Purché, naturalmente, non resti soltanto uno slogan.

Qualche elemento, oggi, lo conosciamo. Durante le celebrazioni del cinquantesimo anniversario del disastro dell'Icmesa è stato presentato un plastico che raffigura il futuro collegamento tra il Bosco delle Querce e le aree di ampliamento oltre la Pedemontana. Il ponte dovrebbe avere una larghezza di circa 25 metri e una lunghezza di 58: dimensioni che, almeno sulla carta, sembrano coerenti con quelle richieste per un vero ecodotto. È molto probabile che quel plastico sia stato elaborato sulla base di un progetto di massima e di una relazione tecnica. Non siamo però ancora di fronte a un progetto esecutivo, ed è proprio questa la fase più delicata. Perché un ecodotto non si misura soltanto con il metro. La sua efficacia dipenderà da molti altri fattori: dalla conformazione del terreno, dalla continuità della vegetazione, dalle specie arboree e arbustive utilizzate, dalle barriere contro rumore e luci, dai sistemi che accompagneranno la fauna verso l'attraversamento e dal collegamento con gli habitat circostanti.

Per questo ci auguriamo che la progettazione definitiva non rimanga confinata negli uffici tecnici, ma coinvolga naturalisti, ecologi, esperti faunistici e anche la cittadinanza. Sarebbe il modo migliore per trasformare un'opera di mitigazione in un vero intervento di ricucitura ecologica, capace di diventare un modello per tutto il territorio. Se accadrà, importerà poco chi potrà rivendicarne la paternità. Sarà una vittoria del Bosco delle Querce, della biodiversità e, in fondo, anche della buona politica. Perché le idee migliori non hanno bisogno di una targa con il nome dell'autore. Hanno bisogno di essere realizzate bene.

Leggi anche: 
Ponte verde per il Bosco delle Querce ampliato: una rincorsa per intestarsi meriti trascurando l'evidenza della realtà (dal blog Sinistra e Ambiente)

lunedì 20 luglio 2026

A cinquant'anni dal disastro ICMESA, le carte del processo escono dagli archivi: una mostra per raccontare la verità storica


A cinquant'anni dal disastro dell'ICMESA, l'Archivio di Stato di Milano dedica una mostra documentaria a uno degli eventi che hanno segnato la storia ambientale, sanitaria e sociale del nostro Paese. L'esposizione, intitolata "Cronaca di una nube. Il disastro dell'ICMESA 50 anni dopo attraverso le carte processuali", è stata inaugurata il 16 luglio a Palazzo del Senato alla presenza di rappresentanti delle istituzioni, studiosi e associazioni del territorio.

La mostra rappresenta un'importante novità sotto il profilo storico e archivistico. Grazie al recente versamento all'Archivio di Stato da parte del Tribunale di Monza, le carte del processo di primo grado – comprendenti il fascicolo istruttorio e quello processuale – vengono esposte al pubblico per la prima volta. Il riordino, l'inventariazione e il ricondizionamento della documentazione, realizzati grazie ai fondi del PNRR, hanno reso consultabile un patrimonio documentale di straordinario valore, offrendo una ricostruzione rigorosa delle vicende giudiziarie seguite al disastro del 10 luglio 1976.

Il percorso espositivo accompagna i visitatori attraverso tre sezioni tematiche. La prima ricostruisce le ore successive alla fuoriuscita della nube di diossina TCDD, le misure di emergenza adottate e gli interventi per contenere la contaminazione. La seconda è dedicata al processo e alla ricerca delle responsabilità penali e civili attraverso gli atti giudiziari originali. L'ultima sezione analizza le conseguenze di lungo periodo del disastro sulla salute, sull'ambiente e sulla legislazione europea, ricordando come proprio da quella tragedia sia nata la Direttiva Seveso, ancora oggi riferimento fondamentale per la prevenzione dei rischi industriali.

Tra i partecipanti all'inaugurazione vi era anche il Circolo Legambiente "Laura Conti" di Seveso, invitato dalla direzione dell'Archivio e dalla curatrice della mostra, la dottoressa Carmela Santoro.

Nel commentare l'iniziativa, il circolo ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto, sottolineando di aver «apprezzato la cura della ricerca, l'attenzione al nostro territorio e alla sua storia». Gli ambientalisti evidenziano inoltre di aver trovato «punti di profondo contatto con il lavoro di ricerca e di narrazione che il nostro Circolo da anni è impegnato a fare», oggi condiviso anche con il gruppo Insieme per il presente e il futuro del Bosco delle Querce di Seveso e Meda.

Uno dei messaggi più significativi rilanciati da Legambiente riguarda il linguaggio utilizzato per raccontare quanto avvenne nel 1976. Per il circolo è fondamentale parlare di "disastro ICMESA" e non di "incidente di Seveso".

«Denominare quanto accaduto "disastro ICMESA" e non "incidente di Seveso" rappresenta una forma di rispetto verso la città di Seveso, che ha subito per anni lo stigma che ha spostato l'attenzione dai veri responsabili del danno», scrivono gli ambientalisti.

Una precisazione che richiama anche le responsabilità industriali accertate nel corso dell'inchiesta.

«Chiamare "disastro" quanto accaduto e non "incidente" rispecchia il fatto che ci fu una incuria colpevole che determinò la fuoriuscita di diossina TCDD», prosegue il circolo.

La mostra documentaria assume così anche il valore di una restituzione pubblica della memoria giudiziaria. Secondo Legambiente, «i documenti in mostra sono preziosi» e rappresentano un'occasione importante per conoscere direttamente le fonti storiche che hanno consentito di ricostruire le responsabilità del disastro.

Immagine tratta dalla pagina FB Legambiente Seveso

Particolare rilievo viene attribuito a uno dei documenti esposti, proveniente dall'Archivio comunale di Seveso.

«Uno dei documenti che fu utile al processo e alle successive condanne, che pur se lievi rispetto alla responsabilità ci furono, viene proprio dall'Amministrazione Comunale di Seveso, dall'allora Sindaco Gianluigi Dho», ricorda il Circolo Legambiente, che ne ha ripubblicato il contenuto come testimonianza storica.

Gli ambientalisti richiamano inoltre l'attenzione su una documentazione ancora più antica, che testimonia come i problemi ambientali legati all'ICMESA fossero noti ben prima del 1976.

«La documentazione precedente a questo atto – una fitta interazione tra il Sindaco Dho e la Prefettura di Milano nel 1953 in merito ai gravi eventi inquinanti causati da ICMESA – è conservata nell'Archivio della Memoria», spiegano. Un patrimonio documentale curato dal Circolo Legambiente "Laura Conti" di Seveso insieme a Legambiente Lombardia che costituisce una fonte preziosa per ricostruire la lunga storia dei rapporti tra l'azienda, le istituzioni e il territorio.

La mostra resterà aperta fino al 26 agosto 2026 presso l'Archivio di Stato di Milano, a Palazzo del Senato (via Senato 10). L'ingresso è gratuito, mentre le visite guidate – organizzate in diverse date tra luglio e agosto per gruppi fino a venti persone – sono prenotabili scrivendo all'indirizzo as-mi.prenotazione@cultura.gov.it.

mercoledì 15 luglio 2026

Bosco delle Querce, verso l'ampliamento e il Ponte Verde. Gli ambientalisti: "Un passo importante, ma non basta a compensare il consumo di suolo"

Bosco delle Querce. Progetto del 1993 della Regione Lombardia (Mario Di Fidio)

L'ampliamento del Bosco delle Querce e la realizzazione del Ponte Verde compiono un nuovo passo avanti. Nelle scorse settimane il Comune di Seveso ha approvato gli indirizzi strategici per la progettazione delle nuove aree del Parco e le linee guida che dovranno orientare il successivo Piano di Fattibilità Tecnico-Economica.

Si tratta di un intervento atteso da tempo, che prevede l'estensione del Bosco sul versante est, insieme alla realizzazione di un collegamento ecologico tra la parte storica del Parco e quella di futura espansione, oggi separate dalla viabilità che sarà interessata dal tracciato dell'autostrada Pedemontana.

Sulla vicenda è intervenuto il gruppo Sinistra e Ambiente-Impulsi, insieme a Legambiente Circolo Laura Conti di Seveso e Seveso Futura, che ricordano come la proposta di ampliare il Bosco delle Querce sia stata avanzata e sostenuta da anni attraverso incontri con le istituzioni, iniziative pubbliche e attività di sensibilizzazione. 

 

 

Secondo le associazioni ambientaliste, il progetto rappresenta un risultato importante perché consentirà di acquisire al patrimonio pubblico nuove aree oggi libere da edificazioni, preservandole da possibili future trasformazioni urbanistiche. Le risorse stanziate ammontano complessivamente a oltre 2,7 milioni di euro, provenienti dal budget ambientale di Autostrada Pedemontana Lombarda e dalle compensazioni forestali.

Rendering del Ponte Verde elaborato da APL

Accanto all'ampliamento è prevista anche la realizzazione del cosiddetto Ponte Verde, un'infrastruttura del valore stimato di circa 1,9 milioni di euro, destinata a collegare le due porzioni del Bosco. Per gli ambientalisti il collegamento rappresenta un elemento essenziale, non solo per consentire il passaggio delle persone, ma soprattutto per garantire la continuità ecologica e il movimento della fauna tra le due aree.

Planimetrie del Ponte Verde elaborate da APL

Pur esprimendo soddisfazione per questi sviluppi, le associazioni invitano però a non confondere l'ampliamento con una compensazione completa degli effetti prodotti dalla Pedemontana.

Ricordano infatti che la realizzazione dell'infrastruttura comporterà comunque la perdita di circa due ettari di bosco, l'abbattimento di migliaia di alberi, la costruzione della vasca di laminazione e della nuova viabilità di accesso, con un conseguente consumo di suolo. Per questo, a loro giudizio, il nuovo bosco non potrà essere considerato un vero risarcimento del danno ambientale, pur rappresentando un'opportunità per tutelare aree che altrimenti rischierebbero di essere compromesse.

Allegato alla delibera n. 118/GC del 3/7/2026

Le osservazioni riguardano anche alcune delle ipotesi contenute nelle linee guida progettuali. Gli ambientalisti ritengono infatti che l'eventuale realizzazione di nuove aree gioco, spazi fitness o di un punto ristoro debba essere valutata con particolare attenzione. A loro avviso, il Bosco delle Querce dovrebbe continuare a privilegiare la naturalità, la biodiversità e una fruizione rispettosa dell'ambiente, evitando di assumere caratteristiche proprie di un tradizionale parco urbano.

Anche sul progetto del Ponte Verde vengono espresse alcune perplessità, in particolare riguardo alla presenza di un cancello a chiusura temporizzata che potrebbe costituire un ostacolo al passaggio della fauna. Si tratta di un aspetto che, secondo le associazioni, dovrà essere approfondito nelle prossime fasi progettuali.

L'iter dell'ampliamento entra ora nella fase della progettazione vera e propria. Proprio per questo, Sinistra e Ambiente-Impulsi, Legambiente Circolo Laura Conti e Seveso Futura annunciano che continueranno a seguire con attenzione l'evoluzione del progetto, formulando osservazioni e proposte affinché il Bosco delle Querce possa rafforzare la propria funzione di area naturale e di memoria di uno dei capitoli più significativi della storia ambientale della Brianza.

Questo articolo riprende e sintetizza le valutazioni diffuse da Sinistra e Ambiente-Impulsi, Legambiente Circolo Laura Conti di Seveso e Seveso Futura. Per approfondire cliccare qui.

Comitati No Pedemontana: "La memoria non è una commemorazione"


Sabato 18 luglio 2026, dalle 10.00 alle 12.30, al Mercato di Seveso (davanti al bocciodromo), l'Associazione Seveso Memoria di Parte invita la cittadinanza a partecipare a un'iniziativa dedicata alla ricostruzione della memoria storica del territorio.

Durante la mattinata sarà possibile visitare la mostra "Non si è trattato di un incidente", che ripercorre responsabilità, conseguenze e testimonianze del disastro del 1976, e conoscere "La mappa ritrovata", un documento che contribuisce a ricostruire la storia di quei giorni e il loro impatto sul territorio.


L'iniziativa vuole raccogliere anche le testimonianze di chi ha vissuto direttamente o indirettamente quegli eventi, nella convinzione che la memoria non sia una semplice commemorazione, ma un processo continuo e partecipato, fondamentale per comprendere il passato e affrontare con maggiore consapevolezza le scelte che riguardano il futuro del territorio.

sabato 11 luglio 2026

Seveso, cinquant'anni dopo. La memoria ha bisogno di un futuro

Il Presidente Sergio Mattarella, la sindaca Alessia Borroni e il plastico del "ponte verde" sulla Pedemontana. Foto tratta dal sito del Quirinale.

Le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del disastro Icmesa si sono concluse ieri con una partecipazione importante e con interventi che hanno giustamente ripercorso una delle pagine più drammatiche della storia della Brianza.

Si è parlato delle responsabilità, della gestione colpevole dell'emergenza, della bonifica e della straordinaria rinascita rappresentata dal Bosco delle Querce. Un luogo unico in Europa, nato sopra le ferite del più grave incidente industriale della storia italiana, diventato nel tempo un memoriale naturale e civile.

Durante la cerimonia è stato presentato il nuovo ponte verde che collegherà il Bosco delle Querce con le aree di ampliamento poste a est. Un'opera che abbiamo apprezzato e che è stata valorizzata anche dal Presidente della Repubblica. Ogni intervento capace di ricucire un territorio frammentato rappresenta un passo nella giusta direzione.

Ma proprio mentre si parlava di connessioni ecologiche e di futuro, è rimasta sullo sfondo una questione fondamentale: per realizzare la Pedemontana saranno sbancati circa due ettari del parco e verranno abbattuti oltre 3.200 alberi e arbusti.

Lo ha ricordato con forza anche Legambiente Lombardia nel comunicato diffuso in occasione del cinquantenario, definendo il Bosco delle Querce "una vera e propria isola verde" che rischia di essere "sfregiata per fare posto ad un'autostrada". Un giudizio netto che richiama tutti a una riflessione: la memoria non può fermarsi alle celebrazioni, deve orientare le scelte del presente.

Ancora più significativa è la riflessione del presidente del circolo Legambiente "Laura Conti" di Seveso, Maurizio Zillio: «Abbiamo impegnato cinquant'anni ad elaborare e riparare il danno dell'industria chimica nel nostro territorio. Quello che chiediamo ai politici è che i prossimi cinquant'anni siano impiegati nella cura del territorio.»

È difficile immaginare parole più appropriate. Se i primi cinquant'anni sono stati quelli della bonifica e della rinascita, i prossimi dovranno essere quelli della tutela.

Nel suo intervento, la sindaca ha affermato con orgoglio che Seveso è diventata un "contaminatore di vita". Un'immagine bella e potente. Dopo essere stata associata, suo malgrado, alla contaminazione da diossina, oggi Seveso può davvero diffondere biodiversità, cultura ambientale e attenzione per il territorio.

Di questo non possiamo che essere felici. Ma proprio quella vita va difesa, anche all'interno del Bosco delle Querce. Il Bosco non è semplicemente un parco urbano. È un monumento civile, un memoriale ambientale conosciuto ben oltre i confini della Brianza. Ogni intervento che lo riguarda assume inevitabilmente un valore simbolico oltre che ambientale. Per questo il nuovo ponte verde può rappresentare molto più di un'opera di compensazione. Può diventare il primo tassello di una visione più ampia: quella di una rete ecologica capace di collegare il Bosco delle Querce con il futuro Parco Regionale del Seveso, del Villoresi e della Brianza Centrale, la proposta promossa dal GruBrìa per costruire una continuità ambientale lungo il corso del fiume, ricucendo territori oggi frammentati e rafforzando il sistema delle aree protette.

Perché il vero ponte verde non è semplicemente quello che permette alla fauna di attraversare un'autostrada. È quello che unisce i parchi, collega gli ecosistemi, restituisce spazio al fiume e costruisce un territorio più resiliente ai cambiamenti climatici. È quello che trasforma un'opera di compensazione in una scelta di pianificazione ambientale.

Cinquant'anni fa, dal disastro dell'Icmesa nacque una nuova consapevolezza ambientale che contribuì a cambiare l'Italia e l'Europa. Oggi quella stessa consapevolezza ci chiede un passo ulteriore: passare dalla memoria alla progettazione del futuro.

A noi interessa questo. Non ci interessa inaugurare opere o rivendicare meriti. Ci interessa che i ponti siano davvero ponti: strumenti per unire i territori, non soltanto per superare gli ostacoli. Perché il modo migliore per onorare la memoria dell'Icmesa non è limitarsi a ricordare ciò che è accaduto nel 1976, ma fare in modo che il Bosco delle Querce diventi il cuore di una rete ecologica sempre più ampia.

Solo allora il ponte verde sarà davvero un ponte verso il futuro.

venerdì 10 luglio 2026

Cinquant'anni dopo Seveso: il Bosco delle Querce non è un monumento, ma il cuore del futuro Parco del Seveso


Cinquant'anni dopo il disastro dell'Icmesa, il 10 luglio 1976 continua a parlarci. Lo dimostrano anche i due approfondimenti che la Repubblica e L'Espresso hanno dedicato in questi giorni al cinquantesimo anniversario, riportando al centro del dibattito non solo la memoria della contaminazione da diossina, ma anche il futuro del Bosco delle Querce e dell'intera valle del Seveso.

La storia del Bosco è straordinaria: là dove la diossina aveva reso la terra inabitabile è nato uno dei più importanti simboli europei di rinascita ambientale. Ma proprio perché è un simbolo, oggi non può essere considerato un'isola verde separata dal territorio che lo circonda.

la Repubblica. Per leggere l'articolo cliccare qui

È questo il messaggio più interessante che emerge dalle voci delle associazioni ambientaliste raccolte da la Repubblica. Legambiente, Sinistra e Ambiente Meda e Seveso Futura chiedono che il Bosco delle Querce diventi parte integrante del futuro Parco Fluviale e Territoriale del Seveso, trasformandosi nel cuore di una rete ecologica che accompagni il fiume e ricucia un territorio frammentato da urbanizzazione, infrastrutture e consumo di suolo.

È una proposta che Brianza Centrale sostiene da tempo.

Il Bosco non appartiene soltanto ai Comuni di Seveso e Meda. Appartiene alla memoria collettiva della Brianza e rappresenta uno dei luoghi più significativi della storia ambientale italiana. Per questo la sua tutela non può limitarsi ai confini amministrativi, ma deve inserirsi in una visione più ampia di rigenerazione della valle del Seveso.

L'Espresso. Per leggere l'articolo cliccare qui

L'intervista pubblicata da L'Espresso a Gemma Beretta, di Legambiente Seveso, va nella stessa direzione. Beretta ricorda che la memoria del disastro non può essere ridotta a una celebrazione istituzionale. Occorre continuare a interrogarsi sulle conseguenze sanitarie e ambientali di quanto accaduto, ma soprattutto ricostruire un rapporto tra comunità e territorio. In una Brianza sempre più impermeabilizzata e urbanizzata, il Bosco delle Querce non deve restare un'eccezione: deve diventare il modello di una diversa politica del paesaggio.

Le sue osservazioni assumono un significato ancora più attuale se si pensa alle vicende legate ai cantieri della Pedemontana, che hanno riportato all'attenzione aree ancora interessate dalla contaminazione storica. Il disastro dell'Icmesa non appartiene soltanto agli archivi: continua a influenzare le scelte territoriali di oggi.

Anche Alberto Colombo, di Sinistra e Ambiente Meda, richiama questa prospettiva. La storia di Seveso non è soltanto la storia di una tragedia industriale, ma quella di un territorio che per decenni ha sopportato un'enorme pressione ambientale. Per questo il Bosco delle Querce dovrebbe diventare il punto di partenza di una più ampia riqualificazione ecologica dell'intero corridoio del Seveso.

È una riflessione che merita di essere raccolta dalle istituzioni.

Il cinquantesimo anniversario non dovrebbe esaurirsi nelle commemorazioni o nelle visite ufficiali, per quanto importanti. Dovrebbe diventare l'occasione per compiere una scelta politica e culturale: riconoscere il Bosco delle Querce come il cuore del futuro Parco Fluviale e Territoriale del Seveso, dotando finalmente la valle di uno strumento unitario di tutela, valorizzazione e connessione ecologica.

Cinquant'anni fa la diossina mostrò quanto fragile fosse il rapporto tra sviluppo industriale e ambiente. Oggi quella stessa storia ci insegna che la migliore forma di memoria consiste nel costruire un territorio più resiliente, più verde e più capace di affrontare le sfide del cambiamento climatico.

Il Bosco delle Querce è nato da una tragedia. Il Parco del Seveso può essere la risposta che guarda ai prossimi cinquant'anni.

Cinquant'anni dopo Icmesa, il Bosco delle Querce va salvato integralmente

Le associazioni ambientaliste lanciano un appello alle istituzioni in occasione della visita del Presidente della Repubblica: il simbolo della rinascita e della memoria non può essere sacrificato dagli interventi della Pedemontana. 

 


COMUNICATO CONGIUNTO
ALBERI MONUMENTALI BRIANZA – COMITATO CIVICO AMBIENTE – ENPA – FONDO FORESTALE ITALIANO – GREENPEACE Gruppo Locale Milano – LAC – LAV – LEGAMBIENTE Seregno – LIPU Sezione di Milano
 – PRO PARCO NOSTRI AMICI ANIMALI – SUOLO LIBERO

Il Bosco delle Querce è un ecosistema di valore storico, naturalistico e ambientale che merita di essere integralmente preservato.

In vista della visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prevista per la giornata del 10 luglio in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro Icmesa, riteniamo doveroso richiamare l'attenzione delle istituzioni e dell'opinione pubblica sul futuro del Bosco delle Querce, oggi minacciato dai lavori della Pedemontana Lombarda. 
La porzione di bosco interessata dal progetto non è costituita da vegetazione marginale o da semplici arbusti. Si tratta di oltre 3.200 alberi maturi che fanno parte di un ecosistema complesso, sviluppatosi in quasi cinquant'anni di evoluzione naturale e di interventi di rinaturalizzazione successivi al disastro del 1976. A certificare l’eccezionale valore dell'area sono i recenti e prestigiosi riconoscimenti istituzionali: la Commissione Europea ha infatti insignito il parco del Marchio del Patrimonio Europeo (European Heritage Label), celebrandolo come primo sito lombardo simbolo di resilienza, scienza e memoria comune. Al contempo, Regione Lombardia ha inserito nell'elenco ufficiale degli Alberi Monumentali d'Italia il "Grande Pioppo", un pioppo nero (Populus nigra) di circa settant'anni, alto 30 metri e con una circonferenza di 4,5 metri, ultimo testimone vivente sopravvissuto al disastro del 1976 e oggi tutelato da rigidi vincoli di salvaguardia.


Questa fascia boschiva, collocata lungo il margine della Milano-Meda, rappresenta inoltre un'area di particolare importanza faunistica. Essendo meno frequentata dall'uomo, costituisce un habitat favorevole alla nidificazione di numerose specie di rapaci e di altri uccelli forestali. Il volume scientifico Avifauna del Bosco delle Querce conferma la presenza di numerose specie tipiche dei boschi maturi, a testimonianza dell'elevato valore ecologico raggiunto da questo ecosistema. Tali evidenze sono supportate anche dai monitoraggi realizzati dall'ornitologo Mirko Galuppi, che documentano la nidificazione e l'ottimo successo riproduttivo di specie di particolare interesse conservazionistico come lo Sparviere (Accipiter nisus), il Gufo comune (Asio otus) e il Lodolaio (Falco subbuteo), oltre alla presenza di Gheppio e Civetta.

La perdita di questo settore del bosco determinerebbe un'ulteriore frammentazione della rete ecologica brianzola, già fortemente compromessa dall'espansione urbanistica e infrastrutturale.
Secondo il Rapporto ISPRA sul consumo di suolo, la provincia di Monza e Brianza continua a registrare il più elevato livello nazionale di artificializzazione, con circa il 41% del territorio ormai consumato. Negli ultimi anni abbiamo già assistito alla distruzione di importanti aree naturali lungo il tracciato della Pedemontana, dal Parco dei Colli Briantei al Parco Grugnotorto Villoresi e Brianza Centrale (GruBrìa), fino ai boschi di Bernate. Interventi che hanno comportato l'abbattimento di migliaia di alberi, la perdita di habitat e la compromissione di corridoi ecologici fondamentali per la fauna selvatica.


Gli interventi normativi di mitigazione e compensazione non possono sostituire una foresta matura. Un albero appena piantato non equivale a un esemplare adulto e i nuovi impianti non sono in grado di rigenerare la complessa rete biologica — formata da relazioni pluridecennali tra alberi, funghi, insetti impollinatori, microorganismi del suolo e fauna selvatica — che caratterizza un ecosistema consolidato.

Il Bosco delle Querce non rappresenta soltanto un patrimonio ambientale. È il simbolo della rinascita dopo una delle più gravi tragedie ambientali del nostro Paese. Oggi rappresenta anche uno dei più importanti esempi italiani di ricostruzione ecologica e di rinaturalizzazione di un'area contaminata, un patrimonio riconosciuto ben oltre i confini della Brianza. Proprio per questo riteniamo che esso debba essere preservato nella sua integrità.

Il Weizmann Institute of Science ha evidenziato come oggi meno del 6% della biomassa dei mammiferi sia costituita da animali selvatici, mentre la restante parte è rappresentata dagli esseri umani e dagli animali allevati. Questo dato testimonia la drammatica riduzione della biodiversità causata dalle attività umane e richiama tutti, istituzioni comprese, alla responsabilità di arrestare l'ulteriore perdita di habitat naturali.


La conservazione della biodiversità non può essere considerata un elemento accessorio nella pianificazione delle infrastrutture. Essa costituisce un interesse pubblico primario, riconosciuto dall'articolo 9 della Costituzione, che tutela l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi anche nell'interesse delle future generazioni.

Per queste ragioni chiediamo che il Bosco delle Querce venga integralmente preservato e che ogni decisione riguardante quest'area tenga conto non soltanto degli aspetti infrastrutturali, ma anche del suo valore ecologico, storico, paesaggistico e culturale. La tutela del Bosco delle Querce non riguarda soltanto il territorio di Seveso e Meda. Riguarda il modello di sviluppo che vogliamo costruire, il rispetto della memoria del disastro Icmesa e la responsabilità che abbiamo nei confronti delle generazioni future.

Difendere il Bosco delle Querce significa difendere un patrimonio costruito in cinquant'anni di storia, memoria, biodiversità e rinascita.

 




 

giovedì 9 luglio 2026

Seveso, cinquant’anni dopo: la memoria merita rispetto


Nei giorni scorsi sui social è tornata al centro del dibattito la lettera inviata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella da alcune associazioni e gruppi ambientalisti di Seveso e Meda in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro dell’ICMESA.

La lettera richiama il valore della memoria del disastro del 1976, il ruolo del Bosco delle Querce come luogo simbolico di rinascita e le preoccupazioni legate agli interventi previsti per la realizzazione dell’Autostrada Pedemontana Lombarda.

Al di là delle posizioni diverse sull’opera e sulle sue conseguenze ambientali, ciò che merita una riflessione è il modo in cui, nel confronto pubblico, vengono utilizzate alcune parole. Espressioni come “ingenerare inutile allarmismo e disinformazione”, “fanno venire l’orticaria”, “diffondere informazioni ecoterroristiche e ignoranti” o “usurpatori dell’ambientalismo” pongono una questione che va oltre la singola polemica: quella della responsabilità del linguaggio, soprattutto quando proviene da persone che ricoprono o hanno ricoperto ruoli pubblici e di rappresentanza.

Si può essere in disaccordo. Si possono contestare dati, valutazioni, strategie e prospettive. È parte naturale e necessaria della democrazia. Ma quando il confronto riguarda un territorio segnato da una tragedia come quella dell’ICMESA, che cinquant’anni fa ha lasciato ferite profonde nella comunità di Seveso e Meda, e oggi coinvolge una trasformazione infrastrutturale rilevante come quella legata alla Pedemontana, il livello della discussione dovrebbe essere necessariamente più alto.

Che reazioni critiche arrivino dai vertici di un soggetto coinvolto direttamente nella realizzazione dell’opera può essere comprensibile: esistono interessi, responsabilità e visioni differenti. Ma da altri interlocutori, soprattutto da chi ha avuto incarichi di rilievo nel mondo ambientalista, ci si aspetterebbe maggiore attenzione, equilibrio e rispetto verso chi, da anni, si occupa di memoria, tutela del territorio e partecipazione civica.

La questione non è stabilire chi abbia il monopolio dell’ambientalismo. Nessuno dovrebbe arrogarsi questo diritto. La questione è riconoscere che esistono comunità, associazioni e cittadini che portano avanti un impegno basato sulla conoscenza dei luoghi, sulla memoria storica e sulla volontà di tutelare un patrimonio collettivo.

Il Bosco delle Querce non è soltanto uno spazio verde: è il simbolo di una ferita trasformata in consapevolezza, di un territorio che ha cercato di ricostruire un rapporto con la propria storia. Per questo meriterebbe che ogni discussione sul suo futuro fosse affrontata con rigore, rispetto e responsabilità.

Prima ancora delle opinioni diverse, vengono i fatti. Prima ancora delle contrapposizioni, viene il rispetto per una vicenda che ha segnato la storia ambientale italiana e per una comunità che continua a interrogarsi sul proprio futuro.

Le parole hanno un peso. Tanto più quando arrivano da chi, per ruolo o per storia personale, dovrebbe sapere quanto sia importante custodirlo.

Comitati No Pedemontana: "Seveso 10 luglio, la nostra storia. Dobbiamo esserci"


Riceviamo e pubblichiamo il seguente appello.
A cura dei Comitati NO Pedemontana e Suolo Libero


A Seveso, la mattina del 10 luglio sarà presente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, insieme al Presidente della Regione e alle autorità locali, per un evento in occasione del 50º anniversario del disastro ICMESA del 1976.

Un evento esclusivo, blindato, a cui si accede solo tramite invito. Un evento che chiude degnamente un lungo periodo di "commemorazione" istituzionale caratterizzato da ipocrisia e reticenze, in cui il disastro di Seveso (e di altri quattro Comuni) viene narrato come un "incidente chiuso", buono per la retorica del "non accada più".

IL 10 LUGLIO NON È MAI FINITO

Ma la realtà è molto diversa. La bonifica di allora fu gestita cercando di minimizzare i costi delle bonifiche stesse, dei risarcimenti e, soprattutto, l'allarme sociale e le critiche al modello di sviluppo economico e industriale che l'evento di Seveso aveva generato. E così si limitò il più possibile l'area su cui intervenire, mentre le altre zone contaminate (l'allora zona B) furono considerate non pericolose e la diossina venne lasciata dov'era e dove, in buona parte, è rimasta fino a oggi.

Ecco perché ancora oggi, per la realizzazione di Pedemontana, la società realizzatrice (APL) è costretta a effettuare una "bonifica" che, ancora una volta, è ridotta al minimo di legge e comunque non a rischio zero.

PEDEMONTANA: IL NON DETTO DELLA CELEBRAZIONE

Sul territorio incombe la realizzazione di un ecomostro chiamato Pedemontana, che impatterà sui terreni lasciati così com’erano, pieni di diossina, e che, se realizzata, danneggerà lo stesso Bosco delle Querce, costruito su una parte della zona bonificata e del quale verrebbero distrutti 3.200 tra alberi e piante.

Un patrimonio ambientale, ma soprattutto un luogo di memoria collettiva, realizzato dopo le proteste di una popolazione che respinse attivamente scellerati progetti come il forno inceneritore. Un ecomostro che ha già cominciato a devastare molte zone della Brianza.

IL BOSCO FERITO

Proprio il Bosco, sul quale, zitti zitti, sono di fatto già iniziati i primi piccoli interventi, sarà lo sfondo della scenografia in cui Regione e istituzioni locali, cercando la benedizione del Presidente della Repubblica, celebreranno l'ipocrisia della favola rassicurante e falsa di un passato chiuso, nel quale la memoria viva di quei giorni e le preoccupazioni per il presente non avranno spazio.

FACCIAMO IN MODO CHE LA VOCE DEL TERRITORIO SI SENTA

Lanciamo un appello a esserci a Seveso la mattina del 10 luglio, anche con la sola presenza all'esterno del Bosco delle Querce, in contemporanea con la celebrazione ufficiale, a partire dalle 9.30, per testimoniare che c'è una popolazione che ha memoria.

Noi ci saremo per volantinare, incontrarci e parlarci.

Aggiornamenti su: https://www.facebook.com/share/p/1M8q1kTe6E/

 

INFORMAZIONI UTILI

Domattina via Redipuglia (la strada di accesso al Bosco delle Querce, dove il sabato si tiene il mercato) e diverse vie circostanti saranno chiuse al traffico. Sarà quindi necessario lasciare l'auto più lontano e raggiungere il Bosco a piedi: conviene muoversi per tempo. Le limitazioni alla circolazione sono previste per consentire lo svolgimento della cerimonia istituzionale.

Per l'elenco completo delle modifiche alla viabilità predisposte dal Comune di Seveso: Commemorazione ICMESA – tutte le modifiche alla circolazione (Comune di Seveso) 

martedì 7 luglio 2026

Disastro ICMESA, 50 anni dopo: a Meda il racconto delle responsabilità e delle lotte per la salute


a cura di Sinistra e Ambiente, Meda 


È stata una serata partecipata quella del 4 luglio 2026 a Meda, organizzata da INSIEME PER LA MEMORIA E IL FUTURO DEL BOSCO DELLE QUERCE in occasione dell'ormai prossimo 10 luglio, 50° anniversario del disastro della diossina dell'ICMESA.

Sala Civica gremita, con cittadine e cittadini attenti, e una serie di interventi incentrati su uno degli aspetti meno trattati in questi momenti di celebrazioni ufficiali: LE COLPEVOLI SCELTE DELL'ICMESA-GIVAUDAN-HOFFMANN-LA ROCHE e il ruolo dei lavoratori, del sindacato e di chi seppe e volle diffondere un SAPERE e una CONOSCENZA su quel dramma che colpì le popolazioni del territorio contaminato dalla diossina TCDD.

INSIEME PER LA MEMORIA E IL FUTURO DEL BOSCO DELLE QUERCE, sigla che coinvolge gruppi ambientalisti, associazioni e singoli cittadini che avevano già operato unitariamente a Seveso con i programmi di INSIEME PER IL BOSCO, ha deciso di portare anche a Meda, sede della cosiddetta "fabbrica dei profumi", una serie di eventi ai quali l'Amministrazione comunale, guidata da Luca Santambrogio, ha concesso il patrocinio.

L'intervento del sindaco Luca Santambrogio

Dopo l'introduzione alla serata da parte di Beatrice Oleari di FARE, di Gemma Beretta e Maurizio Zilio del Circolo Laura Conti di Legambiente Seveso, il sindaco Luca Santambrogio ha portato i suoi saluti e il proprio apprezzamento per iniziative capaci di ricostruire la storia e la memoria, arricchendole di informazioni che non tutti conoscono.

Alberto Colombo

Alberto Colombo, attivista e ambientalista medese, ha illustrato la situazione del pesante inquinamento in Brianza negli anni della presenza dei grandi impianti chimici della SNIA, dell'ACNA e dell'ICMESA.

Un'ICMESA che, con l'avvio della produzione di triclorofenolo, ignorò, nella progettazione del reattore, l'installazione di dispositivi automatici di sicurezza e di un serbatoio di contenimento per bloccare eventuali fughe di gas e fluidi.

Questa scelta scellerata si sommò alla modifica del processo produttivo ottenuta con la riduzione della quantità di solventi nel ciclo di reazione.

Furono azioni consapevolmente attuate per risparmiare sui costi e sui tempi e aumentare produttività e profitto.

Divennero le concause di ciò che non fu un "incidente", ma un DISASTRO COLPEVOLE che il territorio subì.

Fu proprio grazie al SAPERE OPERAIO e alla ricostruzione del ciclo produttivo realizzata da tecnici e addetti alla produzione del Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale dell'allora Montedison di Castellanza, poi divenuto Centro per la Salute Giulio A. Maccacaro, della rivista Sapere e del Comitato Tecnico Scientifico Popolare, che queste conoscenze e queste informazioni furono diffuse e condivise anche con la cittadinanza, creando le basi della consapevolezza durante i difficili anni e le drammatiche e complesse vicende che seguirono il fatidico 10 luglio 1976.

Cliccando qui potete visualizzare e scaricare le slide che hanno accompagnato questa parte dell'illustrazione.

Marco Caldiroli di Medicina Democratica

Marco Caldiroli, di Medicina Democratica, ha ampliato lo sguardo su altri disastri causati da una chimica irrispettosa dell'uomo e dell'ambiente e ha parlato delle potenzialità di questo "sapere operaio", protagonista e interlocutore delle istituzioni, capace di supportare le comunità locali e di ispirare le attività di Medicina Democratica nel campo della salute nei luoghi di lavoro, del controllo dell'impiantistica e di una sicurezza non più delegata, ma frutto del confronto anche con la conoscenza operaia della filiera produttiva.

Cliccando qui sono disponibili le slide del suo intervento.

Da sinistra: Amedeo Argiuolo, Mattia Lento e Gemma Beretta

Mattia Lento, giornalista della testata AREA, organo d'informazione del sindacato svizzero UNIA, da sempre molto attento alle vicende del nostro territorio e alle criticità indotte dall'Autostrada Pedemontana Lombarda, ha attualizzato la vicenda ICMESA e la lotta operaia per la salute e i diritti, mettendole in rapporto con la vertenza per l'ecologia e l'occupazione dell'acciaieria svizzera Stahl e con quanto è in corso alla GKN di Campi Bisenzio, dove i lavoratori intendono prendersi direttamente in carico il proprio destino.

Ha quindi dialogato con il già delegato del Consiglio di Fabbrica dell'ICMESA, Amedeo Argiuolo.

Amedeo ha raccontato l'azione del Consiglio di Fabbrica dell'ICMESA sia per conquistare il diritto all'informazione sulle sostanze nocive presenti in azienda sia per promuovere l'operatività degli SMAL (Servizi di Medicina degli Ambienti di Lavoro), strutture pubbliche di prevenzione e tutela della salute create all'inizio degli anni Settanta per iniziativa dei sindacati CGIL, CISL e UIL e primi strumenti di una svolta radicale nella medicina del lavoro.

Con gli SMAL si passò da un approccio assistenziale e di indennizzo monetario del rischio a un'analisi attiva e partecipata dei rischi in fabbrica.

Fu il Consiglio di Fabbrica che, dopo la fuoriuscita della nube tossica, constatato l'atteggiamento minimizzante della direzione, proclamò il 16 luglio 1976 l'assemblea permanente, interrompendo tutte le attività produttive dell'ICMESA; seguì, il 18 luglio, l'ordinanza del sindaco di Meda che dispose la chiusura della fabbrica.

La struttura sindacale aziendale dell'ICMESA partecipò a tutte le assemblee territoriali e fu parte attiva del Comitato Tecnico Scientifico Popolare.

Manuel Perrone

Manuel Perrone, autore e regista, ha proposto alcuni contenuti del suo podcast "Cristo si è fermato a Seveso" e ha sviluppato un interessante excursus sul significato e sul valore della memoria, che deve scuotere le coscienze ponendoci di fronte alle ingiustizie di un sistema squilibrato e votato al profitto, anche quando a farne le spese sono le collettività.

Elena Colombo e Rossana Verderio

Importante il contributo di Elena Colombo e Rossana Verderio, due giovani rispettivamente di Meda e Seveso, che hanno deciso di dedicare alcuni loro studi e parte del loro tempo ad approfondire condizioni, aspetti e conseguenze del disastro della diossina dell'ICMESA e della storia del Bosco delle Querce.

Elena Colombo ha già collaborato con Insieme per il Bosco e al suo lavoro sugli animali morti a causa della diossina è stato dedicato un incontro il 10 giugno 2024 al Centro Visite del Bosco delle Querce.

Recentemente ha inoltre realizzato il podcast "Radici di Seveso - Abitare il disastro".

Rossana Verderio ha invece completato la propria tesi di laurea dedicata all'attività svolta dal Comitato Tecnico Scientifico Popolare.

Serata partecipata

Non sono mancati i richiami all'attualità e alla contraddizione di una commemorazione del 50° anniversario che mette al centro, anche come scenografia, il Bosco delle Querce, polmone verde frutto di ingegneria ambientale e simbolo di vita, fortemente voluto dalla popolazione come alternativa al forno inceneritore che Regione Lombardia intendeva realizzare per bruciare i materiali contaminati dalla diossina.

Una commemorazione che, tuttavia, esclude dalla narrazione le mutilazioni che l'Autostrada Pedemontana Lombarda infliggerà al Bosco, privandolo di 2 ettari, di 3.200 alberi e di una porzione dell'area destinata al suo ampliamento.

Relatori e organizzatori