giovedì 9 luglio 2026

Seveso, cinquant’anni dopo: la memoria merita rispetto


Nei giorni scorsi sui social è tornata al centro del dibattito la lettera inviata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella da alcune associazioni e gruppi ambientalisti di Seveso e Meda in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro dell’ICMESA.

La lettera richiama il valore della memoria del disastro del 1976, il ruolo del Bosco delle Querce come luogo simbolico di rinascita e le preoccupazioni legate agli interventi previsti per la realizzazione dell’Autostrada Pedemontana Lombarda.

Al di là delle posizioni diverse sull’opera e sulle sue conseguenze ambientali, ciò che merita una riflessione è il modo in cui, nel confronto pubblico, vengono utilizzate alcune parole. Espressioni come “ingenerare inutile allarmismo e disinformazione”, “fanno venire l’orticaria”, “diffondere informazioni ecoterroristiche e ignoranti” o “usurpatori dell’ambientalismo” pongono una questione che va oltre la singola polemica: quella della responsabilità del linguaggio, soprattutto quando proviene da persone che ricoprono o hanno ricoperto ruoli pubblici e di rappresentanza.

Si può essere in disaccordo. Si possono contestare dati, valutazioni, strategie e prospettive. È parte naturale e necessaria della democrazia. Ma quando il confronto riguarda un territorio segnato da una tragedia come quella dell’ICMESA, che cinquant’anni fa ha lasciato ferite profonde nella comunità di Seveso e Meda, e oggi coinvolge una trasformazione infrastrutturale rilevante come quella legata alla Pedemontana, il livello della discussione dovrebbe essere necessariamente più alto.

Che reazioni critiche arrivino dai vertici di un soggetto coinvolto direttamente nella realizzazione dell’opera può essere comprensibile: esistono interessi, responsabilità e visioni differenti. Ma da altri interlocutori, soprattutto da chi ha avuto incarichi di rilievo nel mondo ambientalista, ci si aspetterebbe maggiore attenzione, equilibrio e rispetto verso chi, da anni, si occupa di memoria, tutela del territorio e partecipazione civica.

La questione non è stabilire chi abbia il monopolio dell’ambientalismo. Nessuno dovrebbe arrogarsi questo diritto. La questione è riconoscere che esistono comunità, associazioni e cittadini che portano avanti un impegno basato sulla conoscenza dei luoghi, sulla memoria storica e sulla volontà di tutelare un patrimonio collettivo.

Il Bosco delle Querce non è soltanto uno spazio verde: è il simbolo di una ferita trasformata in consapevolezza, di un territorio che ha cercato di ricostruire un rapporto con la propria storia. Per questo meriterebbe che ogni discussione sul suo futuro fosse affrontata con rigore, rispetto e responsabilità.

Prima ancora delle opinioni diverse, vengono i fatti. Prima ancora delle contrapposizioni, viene il rispetto per una vicenda che ha segnato la storia ambientale italiana e per una comunità che continua a interrogarsi sul proprio futuro.

Le parole hanno un peso. Tanto più quando arrivano da chi, per ruolo o per storia personale, dovrebbe sapere quanto sia importante custodirlo.

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