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martedì 27 ottobre 2026

Seveso, diossina e vetiver: che cosa dice la ricerca scientifica

Vetiver, pianta erbacea perenne. Fonte immagine: Wikipedia.

(dc). La possibilità di utilizzare il vetiver per contribuire al risanamento di terreni contaminati è tornata all’attenzione anche in relazione al disastro di Seveso. La proposta è circolata sui social ed è stata ripresa dalla stampa, offrendo l’occasione per approfondire che cosa sia questa pianta, quali caratteristiche la rendano interessante per gli interventi ambientali e quali risultati siano stati effettivamente raggiunti dalla ricerca scientifica. Il vetiver (Chrysopogon zizanioides) è una pianta erbacea perenne originaria dell’Asia, caratterizzata da un apparato radicale particolarmente sviluppato e profondo. È utilizzata soprattutto per contrastare l’erosione del suolo, stabilizzare i terreni e favorire il recupero di aree degradate. La sua capacità di crescere in condizioni ambientali difficili ha portato a studiarne anche l’impiego nel fitorisanamento, cioè nell’utilizzo delle piante per contribuire alla gestione dei contaminanti presenti nel suolo e nell’acqua. Ma quanto può essere utile il vetiver in presenza di contaminanti come quelli che interessano i terreni di Seveso? Per rispondere è necessario partire dagli studi disponibili, distinguendo le ricerche condotte direttamente sulle diossine da quelle che hanno esaminato altri contaminanti.

1. Il primo studio sulle diossine: la sperimentazione a Bien Hoa

The outdoor experiment and the study area at Bien Hoa Airbase (From Google Map 2023). Immagine e didascalia tratte dallo studio citato.

Un contributo importante arriva dal Vietnam, dove la base aerea di Bien Hoa è interessata da una contaminazione storica legata all’impiego dell’Agente Arancio durante la guerra. In quest’area sono stati condotti diversi studi sul fitorisanamento, anche in considerazione della presenza di diossine nei terreni. Nel 2024 è stato pubblicato sulla rivista Vietnam Journal of Science and Technology lo studio Assessing the bioaccumulation and translocation potential of vetiver grass for dioxins phytoremediation in Bien Hoa airbase, Viet Nam. La ricerca ha esaminato direttamente la capacità del vetiver di accumulare diossine, seguendo una sperimentazione condotta tra ottobre 2018 e marzo 2022. I ricercatori hanno utilizzato sei appezzamenti di 100 metri quadrati ciascuno: tre coltivati a vetiver e tre lasciati senza questa vegetazione come aree di controllo. Sono stati analizzati i campioni di terreno, le radici e le parti aeree delle piante. I risultati hanno evidenziato un accumulo di diossine nelle radici, particolarmente marcato durante il primo anno di crescita. In alcune parcelle, le concentrazioni misurate nelle radici sono aumentate sensibilmente nei primi mesi, per poi diminuire o stabilizzarsi. Il trasferimento delle diossine alle parti aeree della pianta è risultato invece molto limitato. Questi risultati indicano che il vetiver è in grado di intercettare e trattenere una parte delle diossine nelle proprie radici. Gli autori interpretano questo comportamento soprattutto in termini di fitostabilizzazione, un processo che può contribuire a limitare la mobilità dei contaminanti. Occorre però distinguere questo risultato dalla dimostrazione di una vera e propria bonifica. L’accumulo nelle radici non comporta automaticamente la rimozione delle diossine dal sito: se le radici rimangono nel terreno, il contaminante può restare nell’area interessata. Inoltre, lo studio non dimostra direttamente che le diossine siano state degradate dalla pianta. Il calo delle concentrazioni osservate nelle radici può avere diverse spiegazioni e richiede ulteriori verifiche. Anche il confronto con le parcelle di controllo deve essere interpretato con cautela, perché i livelli iniziali di contaminazione non erano uguali in tutte le aree sperimentali. La ricerca del 2024 è comunque particolarmente significativa: affronta direttamente il comportamento delle diossine, anziché limitarsi a studiare altri elementi presenti nei terreni contaminati. Costituisce quindi una base concreta per ulteriori sperimentazioni, finalizzate a misurare l’effettiva riduzione della contaminazione e a chiarire quali benefici ambientali possano essere ottenuti.

Riferimento scientifico: Nguyen Thi Thanh Thao et al., Assessing the bioaccumulation and translocation potential of vetiver grass for dioxins phytoremediation in Bien Hoa airbase, Viet Nam, Vietnam Journal of Science and Technology, 2024.
DOI: https://doi.org/10.15625/2525-2518/19478

2. Lo studio del 2025: il vetiver e i metalli in traccia

Nel 2025 è stato pubblicato un altro studio sulla sperimentazione condotta presso la base aerea di Bien Hoa, questa volta dedicato alla capacità del vetiver di interagire con alcuni metalli presenti nel suolo. La ricerca, intitolata Application of vetiver grass phytoremediation for trace element removal in dioxin-contaminated soils at Bien Hoa Airbase, Vietnam, ha esaminato per 40 mesi sette elementi: arsenico, cadmio, cromo, rame, nichel, piombo e zinco. È importante chiarire che, in questo caso, l’oggetto principale delle analisi erano i metalli in traccia presenti nei terreni contaminati da diossine, non la rimozione delle diossine stesse. I risultati hanno mostrato comportamenti diversi a seconda dell’elemento considerato. Il vetiver ha evidenziato potenzialità soprattutto nella fitostabilizzazione di cadmio e zinco, con una presenza significativa di questi elementi nelle radici e un trasferimento relativamente limitato verso i germogli. Per gli altri elementi, i risultati sono stati meno evidenti o meno uniformi. La ricerca suggerisce quindi che il vetiver possa contribuire alla gestione di alcuni contaminanti in determinate condizioni ambientali. Non dimostra, tuttavia, che la pianta sia efficace nello stesso modo per tutte le sostanze presenti in un terreno contaminato. Questo punto è essenziale anche per il caso di Seveso: la capacità di trattenere un metallo nelle radici non può essere automaticamente estesa alle diossine, che hanno caratteristiche chimiche e comportamenti ambientali differenti.

Riferimento scientifico: Application of vetiver grass phytoremediation for trace element removal in dioxin-contaminated soils at Bien Hoa Airbase, Vietnam, 2025.
DOI: https://doi.org/10.1080/15226514.2025.2509024

3. Lo studio del 2026: che cosa succede dopo 55 mesi

Un ulteriore approfondimento è arrivato nell’ottobre 2026 con la pubblicazione dello studio Depth-dependent trace metal speciation, bioavailability and soil–plant transfer across 55 months of vetiver phytoremediation at Bien Hoa Airbase, Vietnam, apparso sulla rivista Environmental Geochemistry and Health. Il lavoro ha seguito la sperimentazione per 55 mesi, analizzando i metalli a diverse profondità del terreno e studiandone la distribuzione tra forme chimiche con differente mobilità e disponibilità biologica. Sono stati inoltre esaminati il loro trasferimento e il loro accumulo nei tessuti vegetali. I risultati hanno confermato che il comportamento del vetiver varia considerevolmente a seconda dell’elemento. Il cadmio è risultato quello con la maggiore capacità di accumulo nella pianta: il fattore di bioaccumulo è rimasto superiore a uno durante il periodo considerato e, nell’intervallo di valutazione di 40 mesi, è aumentato di circa 2,3 volte. Per cromo e nichel, invece, la quota prevalente è risultata associata a forme residuali del terreno, meno disponibili. Lo studio ha anche documentato un episodio accidentale di incendio al cinquantaduesimo mese, che ha distrutto la parte aerea del vetiver senza eliminare le radici. Nei campioni successivi sono stati osservati aumenti di alcuni indici di trasferimento e accumulo, che gli autori collegano anche alla ricrescita della pianta. Si tratta di un risultato interessante, ma che necessita di ulteriori osservazioni per essere interpretato con sicurezza. Anche questo lavoro riguarda i metalli, non la capacità di degradare o rimuovere le diossine. Il suo contributo consiste soprattutto nel mostrare quanto sia importante considerare non soltanto la presenza totale di un contaminante, ma anche la sua forma chimica, la sua mobilità e la possibilità che venga assorbito dalle piante.

Riferimento scientifico: Depth-dependent trace metal speciation, bioavailability and soil–plant transfer across 55 months of vetiver phytoremediation at Bien Hoa Airbase, Vietnam, Environmental Geochemistry and Health, 2026, vol. 48, articolo 640.
DOI: https://doi.org/10.1007/s10653-026-03499-9

4. Che cosa possiamo concludere per Seveso?

Le ricerche condotte a Bien Hoa offrono indicazioni interessanti sulle potenzialità del vetiver negli interventi ambientali. Mostrano, però, anche perché sia necessario valutare ogni contaminante separatamente e distinguere tra processi che possono sembrare simili, ma che producono effetti diversi.

La fitostabilizzazione consiste nel trattenere o immobilizzare i contaminanti, riducendone potenzialmente la mobilità. La fitoestrazione, invece, prevede che le sostanze vengano assorbite dalla pianta e successivamente allontanate dal sito attraverso la raccolta della biomassa. Un terzo processo, la fitodegradazione, presuppone che i contaminanti siano trasformati o degradati attraverso l’attività della pianta o dei processi biologici a essa associati.

Lo studio del 2024 sulle diossine offre evidenze di accumulo nelle radici e di trasferimento molto limitato alle parti aeree. Non dimostra però in modo conclusivo che il vetiver provochi una riduzione significativa della contaminazione del suolo attraverso la rimozione o la degradazione delle diossine. Questo non significa che la strada sia da escludere. Significa che, prima di ipotizzare un’applicazione su larga scala a Seveso, occorrerebbe verificare sperimentalmente quali effetti il vetiver possa produrre nelle specifiche condizioni dei terreni interessati. Sarebbe importante misurare le concentrazioni iniziali e finali dei contaminanti nel suolo, confrontare aree trattate e aree di controllo comparabili, valutare la distribuzione delle sostanze tra terreno e tessuti vegetali e verificare l’eventuale degradazione con metodi analitici adeguati. Andrebbe inoltre affrontata la gestione della biomassa contaminata, soprattutto se l’intervento prevedesse la raccolta di radici o parti aeree. Un aspetto da non trascurare è che i risultati ottenuti in Vietnam non sono automaticamente trasferibili a Seveso. Le caratteristiche del terreno, la distribuzione della contaminazione, le condizioni ambientali e le modalità di gestione dell’area possono influire sull’efficacia di qualsiasi intervento.

domenica 25 ottobre 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 11. Il Bosco delle Querce

Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.


*-*-*
11° puntata
Il Bosco delle Querce



Questa è l'ultima puntata (ma forse anche no, se altro materiale o altri aspetti dovessero risultare interessanti per la divulgazione) della serie curata da Sinistra e Ambiente di Meda per ricostruire gli anni e le drammatiche vicende del disastro della diossina dell'ICMESA, la fabbrica di Meda appartenente al gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.

Questa volta racconteremo con dovizia di particolari la creazione del Bosco delle Querce di Seveso e Meda, luogo simbolo legato indissolubilmente a quei tragici eventi.

Un luogo che diversi gruppi ambientalisti di Seveso e Meda hanno a cuore e monitorano con passione.

LE ORIGINI DI UNA SCELTA

Dopo le partecipate manifestazioni del 1977, durante le quali gli abitanti, i gruppi e i Comitati dei Comuni colpiti dalla diossina TCDD, con Seveso in prima fila, si espressero contro la realizzazione di un forno inceneritore per distruggere il materiale contaminato, Regione Lombardia rinunciò al contestato progetto.

Ne abbiamo scritto in: 1976-2026 – 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA, QUINTA PUNTATA: LE COMMISSIONI ISTITUZIONALI, I LAVORATORI E LA VERTENZA SULLA SALUTE E LA CONOSCENZA, L'OPPOSIZIONE ALL'IPOTESI FORNO INCENERITORE E LE MOBILITAZIONI POPOLARI.

Si scelse allora lo stoccaggio in loco e, tra il 1981 e il 1984, vennero realizzate due vasche impermeabilizzate: una a Meda, di 80.000 m³, e una a Seveso, di 200.000 m³. Al loro interno venne collocato il materiale contaminato, costituito dalle macerie delle case abbattute, dal terreno decorticato, dall'asfalto asportato, dagli animali morti, dalla vegetazione e dal reattore dell'ICMESA, racchiuso in un sarcofago di cemento.

Ne abbiamo scritto in: 1976-2026 – 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA, SESTA PUNTATA: LA BONIFICA E LE SUE CRITICITÀ, LE DUE VASCHE DI CONTENIMENTO.

GLI INTERVENTI PER LA CREAZIONE DEL BOSCO DELLE QUERCE DI SEVESO E MEDA

Sempre sulla spinta dei movimenti cittadini, Regione Lombardia optò anche per un intervento di ingegneria ambientale finalizzato al rimboschimento dei terreni della zona A, quella a più alto livello di contaminazione da TCDD, dove il terreno era stato asportato e le case presenti erano state abbattute. La progettazione iniziò nel 1983 nelle sottozone da A1 ad A5, nelle quali era suddivisa la zona A, e le prime attività cominciarono nel 1984. L'area interessata dagli interventi, estesa per 7,81 ettari nel Comune di Meda e per 34,95 ettari nel Comune di Seveso, per un totale di 42,76 ettari, era spoglia e priva di vegetazione, fatta eccezione per un pioppo che aveva resistito ai composti tossici presenti nella nube e che era stato risparmiato dai tagli. La prima necessità fu quella di ricostruire il terreno di coltura, cioè lo strato fertile che era stato asportato perché contaminato.

L'area del Bosco delle Querce come appariva dopo la decorticazione, con il terreno già conferito nelle due vasche di Seveso e Meda

Per questo si utilizzarono terreni vegetali provenienti da diverse località della Brianza, anche distanti fra loro e caratterizzate da proprietà chimico-fisiche differenti.

La piantumazione negli anni Ottanta

Per accelerare la ricostituzione ambientale del luogo, si impiantarono inizialmente specie arboree di rapido attecchimento. Complessivamente furono messe a dimora querce indigene, aceri, carpini, pini silvestri, tigli, salici, betulle, pioppi neri e bianchi, frassini e ornielli. Tra le specie arbustive si scelsero il biancospino, la ginestra, il viburno, il ginepro, la rosa canina e altri cespugli. L'obiettivo era la creazione di un querco-carpineto tipico della pianura lombarda, obiettivo poi raggiunto. Si cercò di ottenere una distribuzione uniforme della vegetazione. Furono escluse dalla piantumazione le superfici sovrastanti le due vasche, sia per la limitata profondità del terreno di riporto, sia per preservare l'integrità della copertura superiore, evitando di appesantirla.

In quelle aree furono pertanto utilizzate soltanto essenze arbustive, laddove consentito. Nel complesso vennero messe a dimora circa 5.000 piante arboree e 6.000 arbustive. Il terreno di coltivo riportato nelle aree scarificate proveniva da luoghi diversi e presentava valori di pH differenti, fattore che causò una significativa moria di querce.

La situazione del pH del suolo del Bosco delle Querce nel 1991

Si dovette pertanto intervenire con ulteriori riporti di terreno, abbondanti concimazioni letamiche, drenaggi e irrigazioni intensive. 

Censimenti degli alberi e degli arbusti nel Bosco delle Querce nel corso degli anni

Negli anni successivi vennero messi a dimora altri alberi e il monitoraggio del 1998 censiva già quasi 22.000 alberi e 24.000 arbusti, molti dei quali nati per germinazione naturale. Successivamente si passò al consolidamento e alla gestione ordinaria del patrimonio forestale esistente, con la realizzazione, da parte dell'ERSAF, di uno stagno all'interno dell'allora area naturalistica. A partire dal 2002, la flora e la fauna del sottobosco furono potenziate e riqualificate attraverso un intervento specifico, promosso da Regione Lombardia ed eseguito dal Centro Flora Autoctona (CFA). L'intervento mirava alla propagazione di diverse specie nemorali tipiche dei boschi planiziali, seguendo i protocolli e gli standard di qualità previsti per le attività del CFA. Nella pianificazione, l'allora Azienda Regionale delle Foreste (ARF), oggi ERSAF, suddivise il Bosco delle Querce in due aree con differenti indirizzi gestionali: una prettamente naturalistica e una a carattere ricreativo.

La suddivisione gestionale delle aree del Bosco delle Querce

Il 10 luglio 1996 il Bosco delle Querce venne ufficialmente aperto alla popolazione, che poté accedervi, ad eccezione dell'area naturalistica, allora delimitata da una recinzione.

NASCE IL PARCO NATURALE REGIONALE DEL BOSCO DELLE QUERCE


Nel dicembre 2005, con la Legge regionale n. 21 del 28 dicembre 2005, successivamente abrogata e con disposizioni confluite e riordinate nell'articolo 193 della L.R. 16 luglio 2007, n. 16, Regione Lombardia istituì formalmente il Parco Naturale Regionale del Bosco delle Querce, la cui gestione è affidata al Comune di Seveso, in convenzione con il Comune di Meda.

Un apposito Comitato, composto dai rappresentanti delle amministrazioni di Seveso e Meda, di Regione Lombardia, della Fondazione Lombardia per l'Ambiente e dell'ERSAF (Ente Regionale per i Servizi all'Agricoltura e alle Foreste), supervisiona, definisce e pianifica le attività previste, finanziate attraverso una convenzione con Regione Lombardia, solitamente biennale.

La cura e la manutenzione del parco continuarono e continuano a essere affidate all'ERSAF, già ARF (Azienda Regionale delle Foreste), che, a completamento del rimboschimento, aveva attuato anche interventi per favorire lo sviluppo dell'ecosistema.

LA FAUNA NEL BOSCO DELLE QUERCE

Il Bosco delle Querce si presenta come un polmone verde completamente circondato da un tessuto urbano denso, caratterizzato da infrastrutture viabilistiche e insediamenti residenziali e produttivi. Questo comporta un isolamento rispetto ad altre aree verdi dalle quali potrebbero arrivare specie animali in grado di colonizzare il parco. Uno dei principali corridoi ecologici percorribili dalla fauna è l'alveo del torrente Tarò/Certesa, che delimita uno dei lati del Bosco.

Il torrente Tarò/Certesa al confine del Bosco delle Querce, un corridoio per la fauna

Proprio attraverso questo corridoio ecologico sono giunte alcune specie animali. Il Tarò/Certesa, un tempo molto inquinato, ha raggiunto oggi una qualità delle acque sufficiente a consentire anche la presenza di fauna ittica.


Un primo censimento faunistico, effettuato nel 1990, registrò 18 specie di avifauna, 5 specie terrestri e 4 specie di anfibi e rettili. Gli uccelli, grazie alla loro capacità di volare, sono ovviamente avvantaggiati nella colonizzazione di aree verdi isolate.

Il censimento più recente risale al 2016 e ne abbiamo scritto in modo dettagliato in: MEDA-SEVESO: LA FAUNA DEL BOSCO DELLE QUERCE.


Nel censimento risultava la presenza della volpe, diffusa in tutte le aree del parco, del riccio europeo e dello scoiattolo europeo, oltre alla presenza sporadica della faina.

Per gli anfibi e i rettili era stata verificata la presenza di tre specie: due anfibi, il rospo smeraldino (Bufo viridis) e la rana verde (Pelophylax esculentus), e un rettile, la lucertola muraiola (Podarcis muralis). Non era stato rilevato il biacco, specie presente in passato, probabilmente a causa della scarsa consistenza della popolazione, composta da pochissimi individui, e della mancanza di connessioni tra il parco e gli ambienti naturali adiacenti. Non risultava più presente nei rilevamenti la raganella, specie molto esigente dal punto di vista ambientale.

Per quanto riguarda l'avifauna, nel censimento del 2009-2011 le specie osservate nel parco, limitatamente alla porzione situata nel Comune di Seveso, erano 66, di cui 21 nidificanti. Il monitoraggio del 2016 rilevò 83 specie, tra cui lo sparviere, il falco pecchiaiolo, l'astore, la poiana, il gheppio, il gufo, la civetta, il picchio verde, il picchio rosso maggiore e l'airone cenerino.

Questa situazione potrebbe essere già cambiata a causa dell'avvio di alcuni interventi connessi ai cantieri dell'Autostrada Pedemontana Lombarda. Lo sbancamento e il disboscamento di due ettari del Bosco influiranno pesantemente e negativamente sull'ecosistema e sulle specie viventi che lo abitano o lo frequentano. Un altro fattore di disturbo è costituito dall'aumento della frequentazione da parte delle persone che, dopo la rimozione della recinzione, accedono anche alla porzione naturalistica.

IL PONTE DELLA MEMORIA

Sul finire degli anni Novanta, gli ambientalisti di Seveso, fondatori e attivisti del locale circolo di Legambiente intitolato a Laura Conti, vollero ricostruire gli eventi del disastro della diossina attraverso un lavoro di raccolta documentale. Furono raccolti i materiali prodotti dai Comitati e dai soggetti politici presenti all'epoca, gli atti ufficiali delle amministrazioni di Meda e Seveso, di Regione Lombardia e dell'Ufficio Speciale, oltre agli articoli dei giornali che si erano occupati del drammatico evento.

Nel 2001 prese avvio il progetto di ricerca storico-scientifica denominato «Il Ponte della Memoria», promosso dal circolo Laura Conti di Legambiente Seveso, da Legambiente Lombardia, dalla Fondazione Lombardia per l'Ambiente, dall'Agenzia Innova21 e dal Comune di Seveso. In seguito si aggiunse anche la Fondazione Corriere della Sera, che mise a disposizione materiale documentale e giornalistico.

Uno dei pannelli de «Il Percorso della Memoria»

Furono predisposti diversi pannelli didattici e illustrativi, raccolti sotto il titolo «Il Percorso della Memoria», tuttora presenti nel Bosco delle Querce, visibili ai visitatori e utilizzati per attività di educazione ambientale e storica. La loro elaborazione, che coinvolse più soggetti, richiese un lavoro condiviso sui testi dei pannelli.

Sempre nell'ambito del progetto «Il Ponte della Memoria», nel 2006 uscì il libro Seveso. Memorie da sotto il bosco, accompagnato da un DVD e dal film documentario Seveso 10 luglio 1976: una storia da raccontare.

Nel 2016 anche a Meda, su proposta e con una mozione di Sinistra e Ambiente, in continuità con il progetto «Il Ponte della Memoria», venne posizionato sul muro di quella che fu la fabbrica ICMESA un pannello che identifica e ricorda il luogo fisico dal quale fuoriuscì la nube tossica.

Il pannello a Meda, sul muro dell'ICMESA, unico manufatto rimasto della fabbrica

IL BOSCO DELLE QUERCE TRA DISBOSCAMENTO DI DUE ETTARI A CAUSA DELLA PEDEMONTANA E PARZIALE AMPLIAMENTO

Il Bosco delle Querce è oggi minacciato dal disboscamento necessario per consentire il passaggio dell'Autostrada Pedemontana Lombarda, attraverso l'ampliamento dell'attuale sedime della superstrada Milano-Meda-Lentate sul Seveso.

Il progetto definitivo del 2010 prevedeva uno sbancamento di 12 ettari, principalmente nella porzione medese del Bosco. Questa porzione sarebbe stata spazzata via per raddrizzare il raggio di curvatura dell'attuale asse stradale e consentire una velocità massima di 130 km/h ai veicoli in transito.


Contro questo progetto si impegnarono a lungo i gruppi e le associazioni ambientaliste che, riuniti nel coordinamento «INSIEME PER UNO SVILUPPO SOSTENIBILE», organizzarono, in occasione del 10 luglio 2011, un grande evento: L'ABBRACCIO AL BOSCO DELLE QUERCE, che ottenne il patrocinio anche delle amministrazioni di Meda e Seveso.

Momenti della manifestazione «Abbraccio al Bosco delle Querce» del 10 luglio 2011

L'evento registrò una partecipazione significativa, mostrando quanto fossero condivise le preoccupazioni e la protesta dei gruppi di Insieme in Rete.

Successivamente, grazie a una costante pressione su Regione Lombardia, svolta anche in collaborazione con alcuni consiglieri della Provincia di Monza e della Brianza e con rappresentanti in Consiglio regionale, il 27 aprile 2012 il Consiglio di Vigilanza di Regione Lombardia approvò un nuovo progetto definitivo, rinunciando al raddrizzamento del raggio di curvatura e riducendo lo sbancamento previsto a circa due ettari, su aree di confine con l'attuale superstrada. Uno sbancamento che comporterà il taglio di 3.200 alberi adulti. Una ferita profonda per il Bosco.

Da anni gli ambientalisti di Seveso e Meda, insieme a Sinistra e Ambiente-Impulsi, Legambiente Seveso e Seveso Futura, chiedono anche l'ampliamento del Bosco delle Querce, includendo le zone di Seveso a ovest e quelle a est, in prossimità di via della Roggia e via dei Vignee.

La manifestazione del 10 luglio 2021 di Sinistra e Ambiente-Impulsi Meda, Legambiente Seveso e Seveso Futura per chiedere l'ampliamento del Bosco delle Querce

Dopo un lungo e faticoso percorso, fatto di proposte, iniziative pubbliche e incontri con l'amministrazione di Seveso e con la società Autostrada Pedemontana Lombarda (APL), la proposta è stata accolta. Attraverso la concretizzazione e la conversione di due compensazioni ambientali, con i relativi fondi stanziati da APL, è attualmente in corso l'iter per l'ampliamento, con atti amministrativi approvati ed elaborati preliminari presentati a luglio 2026.

Purtroppo, l'ampliamento non comprenderà tutte le aree previste nella proposta iniziale degli ambientalisti, poiché una parte delle superfici di via della Roggia, a Seveso, sarà occupata da manufatti al servizio dell'autostrada, tra cui una vasca di laminazione, rotonde e strade di accesso all'infrastruttura.

La mappa con gli sbancamenti e il parziale ampliamento del Bosco delle Querce

LE ATTIVITÀ NEL BOSCO DELLE QUERCE

Il Parco Naturale Regionale del Bosco delle Querce è un'area verde che subisce la pressione antropica del tessuto urbano circostante.

Negli ultimi anni, oltre alle attività di educazione ambientale svolte da Legambiente Lombardia, i gruppi ambientalisti, diverse associazioni e singoli cittadini hanno lavorato per mantenere alta l'attenzione delle amministrazioni di Meda e Seveso, in particolare di quella di Seveso, in quanto Comune gestore.

Per diversi anni hanno proposto e realizzato iniziative che hanno spaziato dalla memoria e dal significato di questo luogo fino ad attività dedicate al benessere e alla tutela della natura.

Lo hanno fatto attraverso il progetto «INSIEME PER IL BOSCO», approvato anche dal Comitato Tecnico Scientifico del Parco. Il progetto, oltre a organizzare momenti di approfondimento e visite guidate, ha raccontato anche le tragedie di altri disastri ambientali e sanitari, come il Vajont, Bhopal in India, con il coinvolgimento della Union Carbide, la tragedia di Stava, legata alla miniera di Prestavel, e il caso di Casale Monferrato, con l'Eternit.

Più recentemente, con la costituzione del coordinamento «INSIEME PER LA MEMORIA E IL FUTURO DEL BOSCO DELLE QUERCE», è stata data continuità a queste attività, portando la storia e il valore del Bosco anche al di fuori del territorio comunale di Seveso, attraverso serate divulgative e informative sul disastro della diossina dell'ICMESA a Meda e un omaggio a Laura Conti a Cesano Maderno, presso l'Oasi LIPU.

Una serie di iniziative del progetto «Insieme per il Bosco»

IL BOSCO DELLE QUERCE E IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA

In occasione del 50° anniversario del disastro della diossina dell'ICMESA, il Bosco è stato al centro di diverse attività, momenti celebrativi e riconoscimenti. Nel febbraio 2026 ha ottenuto il marchio di «PATRIMONIO EUROPEO» da parte dell'apposita commissione incaricata di valutare le candidature.

Ne abbiamo scritto in: IL BOSCO DELLE QUERCE OTTIENE IL RICONOSCIMENTO DI «PATRIMONIO EUROPEO»: IL COMMENTO DEGLI AMBIENTALISTI DI SEVESO E MEDA.

Il 10 luglio 2026, alle celebrazioni ufficiali era presente il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Purtroppo, come era prevedibile, le istituzioni locali, nella loro narrazione, hanno completamente sorvolato sulle responsabilità di quel dramma e sulla ferita che il Bosco subirà a causa dell'Autostrada Pedemontana Lombarda. Per riportare la ricostruzione storica su un percorso corretto, Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda, il circolo Laura Conti di Legambiente Seveso e Seveso Futura hanno scritto una lettera aperta al Presidente Mattarella, come hanno fatto anche altri cittadini che furono testimoni di quegli eventi. Questa decisione ha provocato la reazione scomposta del sindaco di Seveso e dei suoi estimatori.

Nel luglio 2026 anche il testimone verde, il PIOPPO NERO, sopravvissuto alla diossina e alla successiva bonifica, durante la quale furono abbattuti numerosi alberi, è stato iscritto nell'albo regionale degli Alberi monumentali.

Il pioppo nero all'inizio dei lavori di piantumazione per la creazione del Bosco e ai giorni nostri

Il 26 settembre 2026 sono terminati i lavori di allestimento del Museo multimediale dedicato al dramma della diossina, presso il Centro Visite del Bosco a Seveso. Un museo alla cui realizzazione i gruppi ambientalisti locali hanno contribuito con contenuti e immagini.

Alcuni contenuti del Museo multimediale nel giorno della sua apertura

Rimane alta l'attenzione degli ambientalisti di Meda e Seveso nei confronti del Bosco delle Querce, che ritengono meritevole non solo di essere ampliato, ma anche di essere inserito, pur mantenendo la propria autonomia gestionale, in un nuovo Parco regionale fluviale e territoriale del Seveso.


IL LAVORO DI RICERCA DI SINISTRA E AMBIENTE DI MEDA: LE PUNTATE PUBBLICATE FINORA

11) 1976-2026 – 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA, UNDICESIMA PUNTATA: IL BOSCO DELLE QUERCE

10) 1976-2026 – 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA, DECIMA PUNTATA: IL COMITATO TECNICO SCIENTIFICO POPOLARE

9) 1976-2026 – 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA, NONA PUNTATA: I PROCESSI, LA TRANSIZIONE ECONOMICA, L'ASSASSINIO DI PAOLETTI, LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA

8) 1976-2026 – 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA, OTTAVA PUNTATA: GLI EFFETTI DELLA DIOSSINA SULLA SALUTE, LE INTERRUZIONI DI GRAVIDANZA, L'AZIONE E IL PENSIERO DI LAURA CONTI

7) 1976-2026 – 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA, SETTIMA PUNTATA: IL GIALLO DEI 41 FUSTI CONTENENTI MATERIALE TOSSICO E NOCIVO

6) 1976-2026 – 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA, SESTA PUNTATA: LA BONIFICA E LE SUE CRITICITÀ, LE DUE VASCHE DI CONTENIMENTO

5) 1976-2026 – 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA, QUINTA PUNTATA: LE COMMISSIONI ISTITUZIONALI, I LAVORATORI E LA VERTENZA SULLA SALUTE E LA CONOSCENZA, L'OPPOSIZIONE ALL'IPOTESI FORNO INCENERITORE E LE MOBILITAZIONI POPOLARI

4) 1976-2026 – 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA, QUARTA PUNTATA: L'EVACUAZIONE DEI RESIDENTI, L'ARRIVO DEI MILITARI, LA MAPPATURA DELLE ZONE CONTAMINATE

3) 1976-2026 – 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA, TERZA PUNTATA: 10 LUGLIO 1976, LA DIOSSINA DELL'ICMESA CONTAMINA IL TERRITORIO, POI IL SILENZIO DELLA MULTINAZIONALE, LA MORIA DI ANIMALI, LA CLORACNE

2) 1976-2026 – 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA, SECONDA PUNTATA: L'ICMESA AVVIA LA PRODUZIONE DI TRICLOROFENOLO CON PROCESSO E IMPIANTO INSICURI

1) 1976-2026 – 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA, PRIMA PUNTATA: L'ICMESA DI MEDA INQUINÒ IL TERRITORIO SIN DAL SUO INSEDIAMENTO

PREMESSA) 1976-2026: IL 50° ANNIVERSARIO DEL DISASTRO DIOSSINA NON PUÒ ESSERE SOLO CELEBRATIVO, MA DEVE ESSERE MEMORIA VIVA E VERITIERA

martedì 20 ottobre 2026

Da Seveso a Manfredonia, la memoria dei disastri industriali arriva a Meda

Il 28 ottobre un incontro dedicato alla vicenda del petrolchimico ANIC-ENI e alle conseguenze della contaminazione da arsenico. Un’occasione per riflettere sul rapporto tra industria, salute e ambiente.


A cinquant’anni dal disastro diossina dell’ICMESA, Meda continua a interrogarsi sulle conseguenze delle scelte industriali che hanno segnato territori e comunità. Mercoledì 28 ottobre 2026, alle ore 21, la sala civica Radio ospiterà un nuovo appuntamento promosso dal coordinamento Insieme per la memoria e il futuro del Bosco delle Querce, dedicato a una vicenda meno conosciuta, ma altrettanto significativa: quella del petrolchimico ANIC-ENI di Manfredonia, in provincia di Foggia. Al centro della serata ci sarà la catastrofe industriale iniziata il 26 settembre 1976 con la fuoriuscita di anidride arseniosa dallo stabilimento. Un episodio che ha lasciato conseguenze profonde sul territorio del Sipontino, sui lavoratori e sulla popolazione residente, aprendo interrogativi sulla sicurezza degli impianti, sulla gestione delle sostanze pericolose e sulle responsabilità legate alle scelte industriali.

La vicenda di Manfredonia si inserisce in una stagione in cui, a partire dagli anni Sessanta, la politica industriale italiana puntava sulla realizzazione di grandi poli petrolchimici, spesso senza un’adeguata considerazione degli effetti sull’ambiente e sulla salute. In un Paese che aveva bisogno di lavoro e che stava progressivamente trasformando la propria economia agricola, l’industrializzazione veniva presentata come una promessa di sviluppo e benessere. Ma in diversi territori il prezzo di quella trasformazione è stato elevato: contaminazione ambientale, rischi per la salute, cambiamenti profondi nel tessuto sociale ed economico. Ricostruire queste storie significa interrogarsi su un modello di sviluppo nel quale la produzione e il profitto possono arrivare a prevalere sulla prevenzione, sulla sicurezza e sul diritto delle comunità a conoscere i rischi a cui sono esposte.

L’iniziativa di Meda fa parte di un percorso di approfondimento avviato dal coordinamento in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro diossina del 1976. Dopo gli incontri dedicati al sapere operaio, alla nocività e al diritto alla conoscenza, e alle conseguenze della fuoriuscita di diossina del 10 luglio 1976, il programma si allarga ad altre vicende emblematiche della storia industriale italiana. Nei precedenti appuntamenti organizzati al Centro Visite del Bosco delle Querce, nell’ambito del percorso Storie di riparazione di territori e comunità, sono stati affrontati disastri come quelli del Vajont, di Bhopal, di Stava e di Casale Monferrato. Esperienze diverse, accomunate dalla necessità di comprendere non soltanto le cause degli eventi, ma anche le responsabilità, le conseguenze a lungo termine e i percorsi di riparazione intrapresi dalle comunità colpite. Il confronto con Manfredonia permette così di ampliare lo sguardo oltre i confini della Brianza, senza perdere il legame con la storia di Seveso. La memoria, in questa prospettiva, non è soltanto commemorazione del passato: è uno strumento per riconoscere i rischi, comprendere le scelte che li hanno prodotti e impedire che le stesse logiche si ripetano.

Alla serata interverranno divulgatori e ricercatori che hanno studiato la vicenda, insieme a persone che hanno vissuto direttamente quei fatti e ne hanno seguito gli sviluppi negli anni successivi. Tra le partecipanti è annunciata Giulia Malavasi, autrice del libro Manfredonia. Storia di una catastrofe continuata, una ricostruzione documentata che ripercorre la storia del petrolchimico, dalle decisioni che portarono alla sua realizzazione nell’area di Macchia, nel territorio di Monte Sant’Angelo, fino agli sviluppi più recenti. Il volume raccoglie documenti e testimonianze, restituendo uno spaccato della vicenda dentro e fuori la fabbrica.

L’appuntamento è patrocinato dal Comune di Meda e dalla Fondazione Comunità Monza e Brianza. L’incontro si terrà mercoledì 28 ottobre 2026, alle ore 21, presso la sala civica Radio di Meda. Un’occasione per approfondire una pagina importante della storia industriale italiana e per riflettere su una questione ancora attuale: quale sviluppo è possibile se la tutela dell’ambiente e della salute non viene considerata una priorità?

martedì 6 ottobre 2026

Tra gli alberi, il volto di Laura Conti

Un volto tra gli alberi dell'Oasi LIPU di Cesano Maderno per ricordare una donna che, dopo il disastro dell'ICMESA, contribuì a dare all'ambientalismo italiano un nuovo modo di guardare al rapporto tra ambiente, salute e società.


All'esterno del Centro Visite Alexander Langer dell'Oasi LIPU di Cesano Maderno è stata infatti installata Natura Loci, un'opera site specific dell'artista Enrico Cazzaniga, promossa da Insieme per la Memoria e il Futuro del Bosco delle Querce, dall'associazione FARE e dal Circolo Laura Conti di Legambiente Seveso, grazie anche a una donazione individuale. Il titolo dell'opera non è casuale: Natura Loci è anche un anagramma di Laura Conti. Tra due alberi, utilizzando una rete metallica zincata, bitume all'acqua ed elementi naturali come foglie, cortecce, rami, muschio e sassi, Cazzaniga ha composto il volto della scienziata e ambientalista. Un'immagine che non viene semplicemente collocata nel verde, ma sembra nascere dal luogo stesso. È forse proprio questo il senso più interessante dell'installazione: ricordare Laura Conti attraverso un'opera che entra in relazione con la natura, in un'area dove la tutela ambientale è diventata parte concreta della storia del territorio.


Laura Conti è stata una delle figure più importanti dell'ambientalismo italiano del secondo Novecento. Medico, scienziata, divulgatrice e militante politica, dopo il disastro dell'ICMESA del 10 luglio 1976 contribuì a leggere quella tragedia non soltanto come un incidente industriale, ma come una vicenda nella quale si intrecciavano ambiente, salute pubblica, responsabilità industriali e scelte politiche. La sua forza stava anche nella capacità di rendere comprensibili questioni scientifiche complesse senza semplificarle. Un approccio particolarmente attuale proprio oggi, quando il cinquantesimo anniversario dell'incidente rischia di trasformarsi in una celebrazione rituale, separata dalle domande che quella vicenda continua invece a porre. Durante la presentazione dell'opera, l'attrice Rachele Borzatta ha letto alcuni testi di Laura Conti, riportando quelle riflessioni proprio tra gli alberi dell'Oasi.

Il progetto nasce dal lavoro del coordinamento Insieme per la Memoria e il Futuro del Bosco delle Querce, che negli ultimi anni ha riunito associazioni, realtà ambientaliste e amministrazioni locali attorno alla volontà di mantenere viva la memoria del disastro e, allo stesso tempo, di interrogarsi sul futuro del territorio. Beatrice Oleari e Alberto Colombo hanno ricordato il percorso iniziato con Insieme per il Bosco, nato dalla collaborazione tra gruppi e associazioni di Seveso e Meda e successivamente allargatosi anche a Cesano Maderno. 
Un lavoro che oggi assume un significato particolare: il Bosco delle Querce non è soltanto ciò che resta di un'area contaminata e poi bonificata. È anche la dimostrazione concreta che un luogo segnato da una catastrofe ambientale può diventare uno spazio di tutela, natura e memoria. All'iniziativa è intervenuto anche il sindaco di Cesano Maderno Gianpiero Bocca, che ha sottolineato il valore di ospitare questa memoria all'interno di un luogo dove l'ambiente è stato tutelato, auspicando che l'installazione possa diventare anche occasione di visita e conoscenza.


Il Circolo Laura Conti di Legambiente Seveso ha un legame particolare con questa storia. Maurizio Zilio ha ripercorso la vicenda del circolo e della sua intitolazione, ricordando l'impegno di Laura Conti per l'ambiente e la salute e, soprattutto, la sua capacità di parlare a interlocutori diversi utilizzando un linguaggio diretto e comprensibile. Marco Martorelli, che custodisce l'archivio documentale di Laura Conti, ha invece richiamato l'attenzione sulla difficoltà di conservare e valorizzare quella eredità documentale. L'archivio è oggi conservato presso la Fondazione Micheletti di Brescia. È un tema che va oltre la figura di Laura Conti. Perché conservare la documentazione significa anche impedire che la memoria del disastro di Seveso venga progressivamente ridotta a poche immagini, a una data e a qualche racconto ormai consolidato. Il coordinamento Insieme per la Memoria e il Futuro del Bosco delle Querce dichiara infatti di voler proseguire il proprio lavoro proprio su questo terreno: memoria, storia, ambiente e buone pratiche ambientaliste, con l'intenzione di mantenere una narrazione del disastro della diossina il più possibile genuina e non edulcorata. Un'impostazione che sarebbe probabilmente piaciuta alla stessa Laura Conti, poco incline alle versioni addomesticate della realtà e abituata a mettere insieme rigore scientifico, impegno civile e capacità di comunicare.

Alla presentazione sono intervenuti anche Fabio Lopez Nunes, che ha ricordato il proprio rapporto con Laura Conti e le sue straordinarie capacità comunicative, Enrico Cazzaniga, che ha illustrato le scelte artistiche e il rapporto dell'opera con l'ambiente, e Alessia Cacace, responsabile dell'Oasi LIPU di Cesano Maderno. Non è irrilevante che il volto di Laura Conti sia oggi accanto al Centro Visite intitolato ad Alexander Langer. Sono due figure diverse, ma accomunate da un ambientalismo capace di guardare oltre la semplice tutela della natura, mettendo in discussione il modo in cui la società costruisce il proprio rapporto con l'ambiente. Natura Loci aggiunge così un nuovo segno a questa geografia della memoria.

Un volto tra gli alberi, in un luogo nato da una delle più gravi vicende ambientali della storia italiana. Non un monumento tradizionale, ma un'opera destinata a confrontarsi con il tempo, con la vegetazione e con il luogo. E forse è proprio questo il modo migliore per ricordare Laura Conti: non soltanto guardando indietro, ma continuando a interrogarsi su ciò che quella storia ha ancora da insegnarci.

Foto tratte dal blog Sinistra e Ambiente, Meda

mercoledì 30 settembre 2026

Una passeggiata contro Pedemontana, tra gli alberi e la musica


Sabato 10 ottobre, al Bosco delle Querce di Seveso, la musica accompagnerà una passeggiata tra alberi, sentieri e memoria. A suonare sarà la Banda degli Ottoni, insieme a tutte le musiciste e ai musicisti che vorranno partecipare. Un modo insolito per conoscere il bosco: camminare, ascoltare, fermarsi. E proprio attraverso la musica, secondo i promotori, mettere in evidenza ciò che potrebbe cambiare con la realizzazione di Pedemontana.

Il Bosco delle Querce non è soltanto una superficie verde sulla carta. È un luogo con una storia particolare, nato dalla bonifica dell'area colpita dal disastro Icmesa e diventato negli anni uno spazio di natura, memoria e vita quotidiana. La passeggiata vuole quindi essere anche un modo per guardare con attenzione il territorio e interrogarsi sulle trasformazioni che una grande infrastruttura può comportare: quanto spazio verrà modificato? quali aree saranno interessate? che cosa resterà del paesaggio che oggi attraversiamo a piedi? La musica farà da filo conduttore, ma sarà il bosco il vero protagonista. Una banda che cammina tra gli alberi può sembrare un'immagine curiosa. Forse lo è proprio perché ci invita ad ascoltare un luogo prima di parlare della sua trasformazione.

Appuntamento sabato 10 ottobre alle ore 10.00, all'ingresso del mercato di via Redipuglia (Bocciodromo), a Seveso.

martedì 29 settembre 2026

Il Bosco ricorda. La Pedemontana lo attraversa


Sabato 26 settembre è stato inaugurato il Museo Bosco delle Querce, allestito all'interno dello chalet del Centro Visite. Un luogo dedicato alla memoria del disastro dell'ICMESA e alla storia di Seveso, che vale la pena visitare. È un'iniziativa importante perché il Bosco delle Querce non è soltanto un'area verde. È il risultato di una storia che nasce da una tragedia ambientale e che, nel corso dei decenni, ha trasformato una terra colpita dalla diossina in un luogo di vita, di rinascita e di memoria. Ed è proprio per questo che l'inaugurazione del Museo pone inevitabilmente anche una domanda sul presente.


Alberto Colombo, ambientalista di Meda e da anni impegnato sulle vicende del Bosco, ha sintetizzato così il senso della giornata: «Poco ci interessava la liturgia inaugurativa e il taglio del nastro con autorità regionali e locali e altri presenzialisti. Ci interessava invece vedere i contenuti del Museo sul Disastro Diossina dell'ICMESA integrato nel Centro Visite del Bosco delle Querce». Una posizione che condividiamo almeno in un punto fondamentale: più del rituale inaugurale, interessa ciò che il Museo racconta. E il racconto è interessante anche perché nella ricostruzione della memoria del Bosco trovano spazio le battaglie, le iniziative e i racconti del mondo ambientalista che nel corso degli anni ha contribuito a mantenere viva l'attenzione sulla tragedia di Seveso e sul significato di questo luogo.


Tra i contenuti del percorso espositivo viene ricordata anche la manifestazione ambientalista del 2011, promossa dal coordinamento Insieme in Rete per uno Sviluppo Sostenibile, quando associazioni, gruppi ambientalisti, cittadini e le amministrazioni di Meda e Seveso si mobilitarono contro lo sbancamento previsto per la Pedemontana e per la difesa del Bosco. È una pagina di memoria che acquista oggi un significato particolare. Perché il problema non appartiene soltanto al passato. È qui che il Museo Bosco delle Querce diventa, suo malgrado, qualcosa di più di un museo. Perché la memoria del disastro dell'ICMESA non può essere separata dalla storia successiva del Bosco. La bonifica, la rinaturalizzazione, la nascita del parco e la sua trasformazione in luogo della memoria sono parte della risposta che Seveso ha dato alla tragedia. Ma anche le mobilitazioni ambientaliste fanno parte di questa storia. Nel 2011 il problema era già la Pedemontana. La grande manifestazione promossa da Insieme in Rete per uno Sviluppo Sostenibile portò al Bosco associazioni, cittadini, gruppi ambientalisti e amministratori locali. Il messaggio era quello di difendere il parco e impedirne la riduzione a causa della nuova infrastruttura. Quella protesta oggi è diventata, a sua volta, memoria. Ma è una memoria particolare, perché non riguarda soltanto qualcosa che è accaduto quindici anni fa. Riguarda una questione che è ancora aperta.


Il Bosco delle Querce è nato dalla necessità di trasformare una ferita in un luogo di vita. Oggi Pedemontana interviene su una parte di quel paesaggio. Ed è difficile non vedere, proprio a partire da questa vicinanza tra passato e presente, una contraddizione. Da una parte costruiamo un luogo nel quale ricordare una tragedia ambientale e il lungo percorso che ha portato alla rinascita di un territorio. Dall'altra, nello stesso territorio, un'infrastruttura interviene modificando una parte del bosco e comportando l'abbattimento di migliaia di alberi. Non si tratta soltanto di stabilire quanti alberi verranno abbattuti o quanti ne verranno piantati in compensazione. La questione riguarda anche il significato che attribuiamo a questo luogo.

Perché il Bosco delle Querce non è un bosco come gli altri. È nato dalla memoria di una catastrofe ambientale. È cresciuto anche grazie alla volontà di trasformare quella tragedia in qualcosa di positivo. È diventato un luogo nel quale la natura, la memoria e la vita quotidiana convivono. Per questo la sua trasformazione non può essere considerata soltanto come una questione tecnica o infrastrutturale. La memoria, per essere davvero tale, dovrebbe aiutarci a leggere il presente. E forse anche a porci qualche domanda sulle scelte che stiamo compiendo.

Il Museo ci invita a ricordare ciò che è accaduto a Seveso. Il Bosco ci ricorda che da quella tragedia è potuto nascere qualcosa di nuovo. La Pedemontana ci costringe oggi a chiederci che cosa siamo disposti a cancellare di quel patrimonio. È una domanda che, proprio entrando nel nuovo Museo, diventa ancora più difficile da evitare.

venerdì 11 settembre 2026

Diossina e salute: a Meda una serata per il 50° anniversario del disastro ICMESA


Il 10 luglio è passato. A Seveso, proprio in quella data, si è svolta la cerimonia istituzionale per il 50° anniversario del disastro dell’ICMESA, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Una ricorrenza importante, che ha riportato all’attenzione pubblica una vicenda che, a cinquant’anni di distanza, continua a interrogare il territorio e chi lo abita.

In occasione dell’anniversario, alcuni gruppi ambientalisti di Seveso e Meda – Legambiente Circolo Laura Conti, Sinistra e Ambiente-Impulsi e Seveso Futura – hanno indirizzato una lettera alle istituzioni, chiedendo che possano essere conosciute nella loro completezza, e soprattutto nella loro attualità, sia le drammatiche vicende di quegli anni sia le criticità che ancora oggi riguardano il Bosco delle Querce, luogo simbolo della memoria di quella tragedia.

Ma il 10 luglio non può essere considerato soltanto una data del passato. Il bisogno di conoscere, ricordare e riflettere non si esaurisce con una cerimonia. Per questo a Meda proseguono le iniziative dedicate al 50° anniversario del disastro diossina dell’ICMESA.

Dopo la prima serata, svoltasi il 4 luglio 2026 e dedicata al Sapere Operaio, alla Nocività e al Diritto alla Conoscenza, il prossimo appuntamento sarà mercoledì 23 settembre. La serata sarà dedicata a un tema particolarmente delicato: la salute e le conseguenze della fuoriuscita di diossina del 10 luglio 1976 sulle persone, sugli animali e, più in generale, sui viventi.

È un aspetto centrale della vicenda di Seveso e, allo stesso tempo, uno dei più complessi e controversi. Dietro i numeri degli studi epidemiologici, dei monitoraggi e delle campagne di ricerca ci sono infatti persone che hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze della contaminazione e famiglie che, a distanza di decenni, continuano a confrontarsi con le domande lasciate da quella tragedia.

Nel corso degli anni sono stati prodotti dati, relazioni e risultati di grande importanza. Una parte consistente di questo patrimonio di conoscenze, tuttavia, è rimasta confinata soprattutto agli ambienti scientifici e specialistici, attraverso pubblicazioni su riviste e siti dedicati. Portare questi temi fuori dagli ambiti strettamente accademici significa quindi contribuire a rendere più accessibile una conoscenza che appartiene all’intera comunità.

L’iniziativa del 23 settembre nasce proprio da questa esigenza: non soltanto ricordare ciò che accadde cinquant’anni fa, ma provare a comprenderne meglio le conseguenze e a interrogarsi su ciò che quella storia continua a insegnare.

Come la precedente iniziativa di luglio, anche questa serata è promossa dai gruppi che da tempo lavorano insieme sulla Storia e la Memoria del Bosco delle Querce, nella consapevolezza che quel luogo e la memoria del disastro siano profondamente legati. Il Bosco delle Querce non è soltanto un'area verde nata dalla bonifica dei terreni contaminati: è anche un luogo della memoria, che conserva il ricordo di una ferita profonda per l’intero territorio.


In occasione di questo percorso comune, i gruppi promotori hanno scelto inoltre di dotarsi di un logo che li identifichi come soggetto collegiale. Un piccolo segno, ma significativo: quello di realtà diverse che hanno deciso di condividere un percorso di memoria, conoscenza e attenzione verso il territorio.

Il 50° anniversario, dunque, non si chiude con il 10 luglio. A Meda il ricordo continua, cercando di guardare al passato senza perdere di vista le domande che quella storia pone ancora oggi.

mercoledì 22 luglio 2026

Il ponte verde del Bosco delle Querce: quando vincono le idee (anche se qualcuno se ne prende il merito)

Rendering del ponte verde progettato da APL.

C'è una frase attribuita allo scrittore indo-trinidadiano V. S. Naipaul che, più o meno, dice così: «Hai davvero vinto quando la tua idea viene fatta propria dal tuo avversario.»

È una definizione sorprendentemente efficace della politica quando funziona. Perché il vero obiettivo non dovrebbe essere poter dire "l'avevo detto io", ma vedere realizzata una buona idea, indipendentemente da chi poi la inaugura, la rivendica o ci taglia il nastro.

Naturalmente, tra la teoria e la pratica c'è di mezzo l'orgoglio umano. E così capita che, appena una proposta comincia a prendere forma, inizi anche la gara per stabilire chi l'ha inventata per primo. È quello che sta accadendo in questi giorni attorno al futuro "ponte verde" del Bosco delle Querce.

Il Presidente Sergio Mattarella, la sindaca Alessia Borroni e il plastico del "ponte verde" sulla Pedemontana. Foto tratta dal sito del Quirinale.

Dopo la visita del Presidente Sergio Mattarella alle celebrazioni del cinquantesimo anniversario del disastro Icmesa, il plastico che mostrava il collegamento tra il Bosco delle Querce e le future aree di ampliamento oltre la Pedemontana ha inevitabilmente attirato l'attenzione. La sindaca di Seveso ha rivendicato il progetto come un risultato dell'amministrazione. Seveso Futura e le associazioni ambientaliste del territorio - Legambiente Seveso, Sinistra e Ambiente Meda, Comitato Ambiente di Bovisio Masciago, L'Altra Bovisio Masciago, Passione Civica per Cesano Maderno, Cittadini per Lentate -  hanno però ricordato che proprio una proposta di questo tipo era stata avanzata da loro in Consiglio comunale e inizialmente respinta dalla maggioranza, salvo poi riapparire, con il passare dei mesi, all'interno del percorso progettuale.

La disputa sulla primogenitura è comprensibile. Ma rischia di far passare in secondo piano la domanda davvero importante: che cosa dovrebbe essere un ponte verde?
Perché un ponte verde non è un ponte dipinto di verde.
Non basta nemmeno che sia percorribile a piedi o in bicicletta.

Un autentico ecodotto nasce per ricucire ciò che un'infrastruttura inevitabilmente divide. Strade e autostrade frammentano gli habitat, interrompono i corridoi ecologici, isolano le popolazioni animali e aumentano il rischio di investimenti della fauna. Ogni anno, in Europa, milioni di animali muoiono sulle strade. La biodiversità paga un prezzo altissimo alla nostra mobilità.

Per questo, nei progetti più avanzati, gli ecodotti vengono concepiti come una vera continuazione del paesaggio naturale. Devono essere ampi, ricoperti di terreno vegetale, alberi e arbusti, con un ambiente il più possibile simile a quello circostante. La vegetazione non è un elemento ornamentale: serve a guidare gli animali verso l'attraversamento e a proteggerli dal rumore, dalle luci e dalla presenza del traffico.

C'è poi un aspetto di cui si parla troppo poco. Un ecodotto non tutela soltanto la fauna: protegge anche chi viaggia in automobile. Gli animali, infatti, non smettono di spostarsi perché l'uomo costruisce una strada. Continueranno a cercare di raggiungere i loro territori, i luoghi di alimentazione o di riproduzione. Se non trovano un passaggio sicuro, tenteranno comunque di attraversare la carreggiata, con conseguenze spesso drammatiche sia per loro sia per gli automobilisti. Un ponte verde, insieme alle recinzioni e agli altri sistemi di accompagnamento della fauna, serve proprio a questo: indirizzare gli animali verso un attraversamento protetto, riducendo il rischio di incidenti e rendendo più sicura l'infrastruttura per tutti.

L'obiettivo non è quindi costruire un bel punto panoramico sopra l'autostrada, ma permettere alla natura di attraversarla senza accorgersi quasi della sua presenza. È una differenza sostanziale.

Ed è proprio su questo punto che, negli ultimi due anni, associazioni ambientaliste e gruppi di opposizione hanno insistito con forza. Nei documenti presentati al Comune e negli incontri con le amministrazioni di Seveso e Meda hanno espresso più di una perplessità sull'ipotesi, allora circolata, di una semplice passerella ciclopedonale, giudicata insufficiente sia per compensare la perdita degli attuali collegamenti sia, soprattutto, per garantire un reale passaggio faunistico. La proposta alternativa era chiara: realizzare un vero ponte verde, largo, vegetato, integrato con l'ampliamento del Bosco delle Querce e capace di svolgere una funzione ecologica prima ancora che ricreativa.

Del resto, gli stessi atti del Consiglio comunale raccontano un percorso curioso. Nella mozione approvata dalla maggioranza nel luglio 2024 si parlava di un "ponte pedonale". Seveso Futura presentò un emendamento sostituendo quelle due parole con una definizione molto più impegnativa: "un grande ponte ciclopedonale verde, ampio collegamento, rivestito di terra e vegetazione". L'emendamento fu respinto.

Successivamente, però, il tema del ponte verde è entrato stabilmente nel dibattito pubblico e nella progettazione collegata alla Pedemontana. Nel verbale della commissione territorio dell'ottobre 2025 si parla ormai esplicitamente del futuro "ponte verde", pur rinviandone la progettazione alla fase successiva all'avvio del cantiere autostradale.

È qui che torna utile la frase di Naipaul. Se davvero un'idea valida viene adottata da chi inizialmente l'aveva respinta, forse quella è già una piccola vittoria. Purché, naturalmente, non resti soltanto uno slogan.

Qualche elemento, oggi, lo conosciamo. Durante le celebrazioni del cinquantesimo anniversario del disastro dell'Icmesa è stato presentato un plastico che raffigura il futuro collegamento tra il Bosco delle Querce e le aree di ampliamento oltre la Pedemontana. Il ponte dovrebbe avere una larghezza di circa 25 metri e una lunghezza di 58: dimensioni che, almeno sulla carta, sembrano coerenti con quelle richieste per un vero ecodotto. È molto probabile che quel plastico sia stato elaborato sulla base di un progetto di massima e di una relazione tecnica. Non siamo però ancora di fronte a un progetto esecutivo, ed è proprio questa la fase più delicata. Perché un ecodotto non si misura soltanto con il metro. La sua efficacia dipenderà da molti altri fattori: dalla conformazione del terreno, dalla continuità della vegetazione, dalle specie arboree e arbustive utilizzate, dalle barriere contro rumore e luci, dai sistemi che accompagneranno la fauna verso l'attraversamento e dal collegamento con gli habitat circostanti.

Per questo ci auguriamo che la progettazione definitiva non rimanga confinata negli uffici tecnici, ma coinvolga naturalisti, ecologi, esperti faunistici e anche la cittadinanza. Sarebbe il modo migliore per trasformare un'opera di mitigazione in un vero intervento di ricucitura ecologica, capace di diventare un modello per tutto il territorio. Se accadrà, importerà poco chi potrà rivendicarne la paternità. Sarà una vittoria del Bosco delle Querce, della biodiversità e, in fondo, anche della buona politica. Perché le idee migliori non hanno bisogno di una targa con il nome dell'autore. Hanno bisogno di essere realizzate bene.

Leggi anche: 
Ponte verde per il Bosco delle Querce ampliato: una rincorsa per intestarsi meriti trascurando l'evidenza della realtà (dal blog Sinistra e Ambiente)