venerdì 31 luglio 2026

Parco GruBrìa: una notte al Meredo tra animali notturni e stelle


Giovedì 6 agosto il Meredo di Seregno sarà lo scenario di una serata dedicata alla scoperta della natura e del cielo notturno. Un’occasione per allontanarsi, almeno per qualche ora, dalle luci della città e osservare ciò che normalmente rimane nascosto durante le ore diurne.

Il ritrovo è fissato alle 21.30 presso il parcheggio della Strada vicinale Merè Nord, all’altezza del civico 32 (per chi usa il navigatore: scrivere "Strada vicinale Mer Nord"). Da qui i partecipanti si inoltreranno lungo le strade vicinali del parco accompagnati da un biologo e da un astronomo, che guideranno la serata attraverso due prospettive complementari: quella della vita animale e quella del cielo.

La passeggiata permetterà di conoscere più da vicino le abitudini degli animali notturni e di scoprire come l’illuminazione artificiale delle città possa alterare i loro comportamenti e gli equilibri degli ecosistemi. L’attenzione si sposterà poi verso l’alto, per osservare le meraviglie del cielo sopra il parco del Meredo e riscoprire, lontano dalle fonti di luce, la volta celeste e i suoi protagonisti.

L’iniziativa invita quindi a vivere il territorio in un momento insolito della giornata, quando il buio non rappresenta soltanto l’assenza di luce, ma diventa una condizione necessaria per conoscere una parte della natura che spesso passa inosservata.

Per partecipare è consigliato portare con sé un plaid, indossare scarpe comode e avere una giacca per proteggersi dall’eventuale abbassamento della temperatura durante la serata.

Per maggiori informazioni è possibile scrivere a infogrubria@comunitabrianza.it.

In caso di pioggia o di cielo particolarmente nuvoloso, l’evento sarà rinviato a data da destinarsi.

martedì 28 luglio 2026

Brianza Hills, torna il campo internazionale di volontariato ambientale

I volontari proverranno da Serbia, Polonia, Ucraina, Grecia, Francia, Germania e Spagna


Si terrà dall'1 al 16 agosto l'ottava edizione del Campo di volontariato internazionale "Brianza Hills", organizzato dal Circolo Ambiente "Ilaria Alpi". Il campo vedrà la partecipazione di 12 volontari provenienti da vari Paesi europei, che nelle prime due settimane di agosto saranno impegnati in lavori di sistemazione ambientale di alcuni sentieri e aree naturali in cinque comuni del territorio: Anzano del Parco, Alzate Brianza, Brenna, Lurago d'Erba e Inverigo.

I giovani volontari – coinvolti tramite l'associazione Lunaria, che si occupa di volontariato internazionale – arriveranno dai seguenti Paesi: Serbia, Polonia, Ucraina, Grecia, Francia, Germania e Spagna. Tutti saranno ospitati presso l'Oratorio di Fabbrica Durini, gentilmente messo a disposizione dalla Parrocchia di Alzate Brianza. Il campo è realizzato grazie all'adesione di quattro Comuni del territorio – Anzano del Parco, Alzate Brianza, Brenna e Lurago d'Erba – a cui si aggiunge quest'anno l'associazione "Le Contrade" per il territorio di Inverigo. Ci sarà inoltre la collaborazione di altre associazioni della zona, tra cui Brenna Pulita e Legambiente Cantù.

Così Antonio Bertelè, che si occupa dell'organizzazione del Campo per il Circolo Ambiente "Ilaria Alpi", presenta l'iniziativa:

«Durante le due settimane di Campo, i 12 volontari europei eseguiranno alcuni lavori di miglioramento ambientale nelle aree naturali dei cinque comuni interessati. Si va dal parco dello "Zoc del Peric", che comprende i territori comunali di Alzate Brianza, Lurago d'Erba e Inverigo, al Vallone di Brenna, fino alle aree naturali di Anzano del Parco. Gli interventi prevedono lavori di pulizia e sistemazione dei sentieri, l'installazione e la manutenzione della segnaletica, il ripristino di aree degradate e altri interventi. Oltre al lavoro svolto durante la giornata, i giovani volontari stranieri potranno vivere un'esperienza culturale e sociale e visitare i luoghi di interesse del nostro territorio.»

Brianza Hills: International Environmental Volunteer Camp Returns

Volunteers will come from Serbia, Poland, Ukraine, Greece, France, Germany and Spain


The eighth edition of the Brianza Hills International Volunteer Camp, organized by the Circolo Ambiente "Ilaria Alpi", will take place from 1 to 16 August. The camp will bring together 12 volunteers from several European countries, who will spend the first two weeks of August carrying out environmental restoration and maintenance work on hiking trails and natural areas across five municipalities: Anzano del Parco, Alzate Brianza, Brenna, Lurago d'Erba and Inverigo.

The young volunteers – participating through Lunaria, an Italian association promoting international volunteering – will come from Serbia, Poland, Ukraine, Greece, France, Germany and Spain. They will be accommodated at the Fabbrica Durini Parish Centre, kindly made available by the Parish of Alzate Brianza. The camp is made possible thanks to the participation of four municipalities – Anzano del Parco, Alzate Brianza, Brenna and Lurago d'Erba – together with the Le Contrade Association, which joins the initiative this year on behalf of the municipality of Inverigo. The project also benefits from the collaboration of several local organizations, including Brenna Pulita and Legambiente Cantù.

Antonio Bertelè, who coordinates the camp on behalf of the Circolo Ambiente "Ilaria Alpi", describes the initiative:

"During the two weeks of the camp, the 12 European volunteers will carry out environmental improvement projects in the natural areas of the five participating municipalities. The work will take place in several locations, including the Zoc del Peric Nature Park, which extends across the municipalities of Alzate Brianza, Lurago d'Erba and Inverigo, the Vallone di Brenna, and the natural areas of Anzano del Parco. Activities will include clearing and maintaining hiking trails, installing and repairing trail signs, restoring degraded areas, and carrying out other conservation work. Beyond their daily volunteer activities, the young international participants will also have the opportunity to enjoy a valuable cultural and social experience while discovering the places of interest in our local area."

lunedì 27 luglio 2026

PTCP della Brianza: gli ambientalisti chiedono più tutele per il suolo libero e la Rete Verde


La variante al Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) della Provincia di Monza e della Brianza entra nella fase conclusiva delle osservazioni e il mondo ambientalista torna a richiamare l’attenzione su una questione fondamentale: il futuro di un territorio tra i più urbanizzati d’Italia. 

Il Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP di Monza e Brianza, realtà che da anni segue con attenzione l’evoluzione della pianificazione provinciale, ha presentato nei termini previsti dalla legge un articolato documento con 11 osservazioni alla variante adottata dal Consiglio Provinciale con deliberazione n. 13 del 28 aprile 2026. Un lavoro approfondito che conferma il ruolo svolto negli anni dal Coordinamento e dal suo referente Giorgio Majoli, la cui competenza e continuità nell’analisi degli strumenti urbanistici provinciali hanno rappresentato un punto di riferimento per molte associazioni ambientaliste brianzole. Il blog Brianza Centrale ha sempre seguito e sostenuto questa attività, ritenendo fondamentale che anche nella nostra provincia, dove il consumo di suolo ha raggiunto livelli critici, vi sia una presenza attenta e competente capace di analizzare gli strumenti urbanistici e proporre alternative concrete.

Il primo tema posto dal Coordinamento riguarda gli Ambiti Agricoli Strategici (AAS) e la Rete Verde di ricomposizione paesaggistica. La richiesta è chiara: la variante del PTCP deve recepire integralmente gli ampliamenti delle aree agricole e della rete ecologica già approvati dai Comuni nei rispettivi PGT dal 2013 ad oggi. In un territorio dove gli spazi liberi sono sempre più frammentati, non è sufficiente fotografare la situazione esistente: occorre riconoscere e rafforzare le tutele già deliberate dagli enti locali. Da qui anche la richiesta di escludere nuove previsioni edificatorie su suolo libero, evitando ulteriori incrementi dei carichi urbanistici, del traffico e dell’impermeabilizzazione del territorio.

Particolare attenzione viene dedicata agli Ambiti di Interesse Provinciale (AIP), introdotti proprio per tutelare alcune aree strategiche rimaste libere. Secondo il Coordinamento, la quota minima di territorio libero da mantenere all’interno degli AIP dovrebbe essere portata almeno all’80%, superando l’attuale criterio del 51%, ritenuto insufficiente per garantire una reale prevalenza della tutela ambientale. Un tema particolarmente importante perché molti AIP rappresentano oggi alcune delle ultime connessioni verdi tra centri abitati, aree agricole e sistemi naturalistici.

Un altro capitolo riguarda la crescita degli insediamenti produttivi e logistici. Gli ambientalisti chiedono che il PTCP censisca e rappresenti in modo completo i poli esistenti e quelli previsti, valutando nella VAS (Valutazione Ambientale Strategica) gli effetti complessivi su traffico, qualità dell’aria e rumore. La Brianza conosce già gli effetti della progressiva trasformazione del territorio in una piattaforma infrastrutturale e logistica: nuove strutture non possono essere valutate singolarmente senza considerare l’impatto cumulativo.

Una delle osservazioni più rilevanti riguarda i procedimenti SUAP (Sportello Unico Attività Produttive), spesso utilizzati per introdurre varianti urbanistiche finalizzate alla realizzazione di nuovi insediamenti produttivi. Il Coordinamento evidenzia una possibile contraddizione: da un lato la variante al PTCP dichiara di voler rafforzare la tutela del sistema rurale e ridurre il consumo di suolo; dall’altro alcune procedure semplificate potrebbero consentire trasformazioni proprio nelle aree agricole strategiche o nelle aree libere. La proposta è quindi quella di introdurre criteri più restrittivi, privilegiando il recupero delle aree dismesse e impedendo nuovo consumo di suolo negli ambiti maggiormente tutelati.

Le osservazioni affrontano anche il tema della tutela dei boschi, dei corridoi vallivi e degli elementi geomorfologici. Il Coordinamento chiede che il PTCP riconosca il valore strategico delle aree forestali individuate dal futuro Piano di Indirizzo Forestale dell’Alta Pianura e sostenga il percorso di riconoscimento del Parco Regionale PANE. La richiesta è di considerare boschi e aree verdi non come spazi residuali, ma come vere infrastrutture ecologiche fondamentali per la qualità ambientale della Brianza.

Due osservazioni riguardano infine le modifiche introdotte dalla variante sugli impianti da fonti energetiche rinnovabili e sui nuovi Servizi di Interesse Provinciale (SIP). Il Coordinamento non mette in discussione la necessità della transizione energetica, ma evidenzia il rischio che formule generiche possano permettere la collocazione di impianti a terra o nuove funzioni anche all’interno di aree agricole strategiche e della Rete Verde. Per questo viene chiesto che siano definiti criteri chiari di compatibilità ambientale e che venga sempre garantita la continuità ecologica dei corridoi verdi.

Le osservazioni presentate dal Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP rappresentano quindi un contributo articolato al dibattito sul futuro territoriale della provincia. Non si tratta soltanto di difendere ciò che resta del territorio libero, ma di proporre un diverso modello di sviluppo: meno consumo di suolo, più rigenerazione urbana, tutela delle aree agricole, valorizzazione del paesaggio e maggiore attenzione agli effetti cumulativi delle trasformazioni. La Brianza è ormai un territorio densamente urbanizzato e infrastrutturato. Proprio per questo il nuovo PTCP dovrebbe avere il coraggio di assumere fino in fondo una priorità: non consumare altro suolo libero e proteggere le ultime connessioni ecologiche rimaste.

La stazione della fantasia sbarca a Lissone: quando un hub ferroviario diventa una semplice banchina

C'è una nuova frontiera della comunicazione politica: costruire le opere pubbliche prima nella grafica e poi, eventualmente, nella realtà. A Lissone è stata annunciata con grande enfasi una nuova fermata ferroviaria sulla linea Seregno-Carnate, nel territorio di Santa Margherita. La proposta è stata presentata dalla Lega come frutto del lavoro del centrodestra unito e approvata all'unanimità dal Consiglio comunale. Fin qui nulla da eccepire: chiedere più trasporto pubblico e più collegamenti ferroviari è una cosa positiva. Anzi, in un territorio soffocato dal traffico e dal consumo di suolo, investire sulla mobilità collettiva dovrebbe essere una priorità. Il problema nasce quando dalla politica dei trasporti si passa alla politica delle immagini.


Per accompagnare l'annuncio è stata pubblicata una grafica che mostra una moderna stazione ferroviaria, con edifici, sistemazioni esterne, parcheggi e servizi. Un'immagine che trasmette immediatamente l'idea di un'opera pronta, definita, quasi già costruita. 

 


Poi, di fronte alle osservazioni sul consumo di suolo, arriva la precisazione: tranquilli, si tratta solo di una "semplice banchina per la fermata". E qui qualcosa non torna. Perché il testo della stessa comunicazione parla di "un nuovo hub ferroviario" e indica tra gli obiettivi la "riqualificazione dell'area con servizi e parcheggi". Ora, un hub ferroviario non è esattamente una banchina con due lampioni e una panchina. Un nodo di interscambio, se vuole funzionare davvero, richiede spazi e infrastrutture: accessi pedonali, collegamenti ciclabili, fermate degli autobus, aree di sosta, parcheggi, sistemi di sicurezza e servizi per i viaggiatori.

I pendolari, infatti, hanno un piccolo difetto: non si materializzano direttamente sul marciapiede ferroviario. Devono pur arrivarci.

Per questo viene spontanea una domanda: l'immagine è "solo illustrativa" oppure illustra davvero l'idea progettuale? Perché se rappresenta ciò che si vuole realizzare, allora non stiamo parlando di una semplice banchina. Se invece non rappresenta nulla di concreto, allora diventa difficile capire quale sia il suo scopo: forse quello di far immaginare ai cittadini una stazione che oggi non esiste. Una sorta di rendering a geometria variabile: grande abbastanza per convincere, piccolo abbastanza per non sollevare obiezioni.

Il punto non è contestare una proposta di miglioramento del trasporto ferroviario. Il punto è la distanza tra il messaggio comunicato e la complessità reale dell'opera. Una mozione è un indirizzo politico, non un progetto esecutivo. Per trasformare una richiesta in una vera infrastruttura servono valutazioni tecniche, finanziamenti, accordi con RFI e Regione Lombardia, tempi e risorse. E soprattutto serve discutere apertamente di tutte le conseguenze, compreso l'eventuale consumo di suolo. Perché una stazione, o un hub che dir si voglia, non arriva dal nulla. Occupa spazio.

Forse la dicitura più corretta non era "immagine a scopo illustrativo". Forse bisognava scrivere: "comunicazione a scopo illustrativo". Perché, per ora, più che una nuova stazione ferroviaria sembra una fermata provvisoria della prossima campagna elettorale.

Circolo Ambiente: "Discarica di Mariano, preoccupano le inadempienze sul monitoraggio di biogas e percolato"


di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


Come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" siamo preoccupati per la situazione che si è venuta a creare nella discarica di Mariano Comense, impianto giunto alla chiusura definitiva dopo anni di attesa.

Apprendiamo dai recenti atti del Comune (Delibera di Giunta e Determina del Responsabile del Servizio) della rescissione del contratto con la società Ambiente Futuro srl, alla quale era affidata anche la gestione della fase di post-discarica.

Le inadempienze accertate dal Comune e dalla Provincia – si legge negli atti – riguarderebbero la mancata esecuzione di lavori inerenti al monitoraggio del biogas e del percolato. Si tratta, di fatto, dei due elementi più preoccupanti dal punto di vista ambientale, connessi al presente e al futuro del sito che ha ospitato la discarica: il biogas, inquinante atmosferico, e il percolato, potenzialmente pericoloso per le falde sotterranee.

Nello specifico, le contestazioni mosse al gestore della discarica (società Ambiente Futuro srl) riguarderebbero:

  • il mancato ammodernamento della "torcia" a corredo della rete di captazione del biogas;
  • il mancato completamento dei lavori di adeguamento del sistema di allontanamento delle acque meteoriche confluenti a monte del tombotto;
  • il mancato rispetto della periodicità mensile del monitoraggio del biogas nei mesi di ottobre, novembre e dicembre 2025, nonché il mancato monitoraggio degli scarichi.

Le contestazioni riguarderebbero pertanto proprio il controllo dei due fattori di maggiore rilevanza ambientale correlati alla gestione della fase di post-discarica: biogas e percolato.


Per tutti questi motivi, come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" chiediamo all'Amministrazione comunale di Mariano Comense e alla Provincia di Como (che ha il compito di vigilare sugli impianti di smaltimento dei rifiuti) di fornire ogni rassicurazione in merito alle possibili ricadute ambientali conseguenti alle inadempienze accertate a carico del gestore della discarica. Attendiamo pertanto un riscontro rispetto alle nostre preoccupazioni, che riteniamo siano condivise anche dalla popolazione di Mariano Comense e degli altri comuni confinanti con la discarica.

sabato 25 luglio 2026

Difendere gli alberi si può: da Cadorago una storia che riguarda tutti

I cedri di Cadorago. Immagini tratte dal web

La vicenda dei sei cedri secolari abbattuti davanti alla scuola primaria di Cadorago non riguarda soltanto quel Comune del comasco. È una storia che merita di essere raccontata perché dimostra come cittadini informati e determinati possano trasformare una vicenda locale in una questione di interesse nazionale. Purtroppo gli alberi non ci sono più. L'abbattimento è stato eseguito nei giorni scorsi, nonostante le richieste di sospendere i lavori per approfondire possibili alternative. Ma sarebbe un errore considerare questa una sconfitta totale. Da questa esperienza emerge infatti un insegnamento prezioso per tutte le comunità che si trovano a difendere il proprio patrimonio arboreo.

Tutto è nato quando un gruppo di cittadini ha deciso di non limitarsi all'indignazione. È nato così il Comitato Cedri Sonori, che ha scelto di studiare la documentazione tecnica, coinvolgere esperti e chiedere trasparenza all'amministrazione comunale. Il punto centrale della loro iniziativa è stato proprio questo: basarsi sui documenti. Secondo quanto sostenuto dal Comitato, la stessa perizia fitostatica commissionata dal Comune non avrebbe indicato come necessaria l'eliminazione degli alberi. Per gli esemplari classificati in classe C sarebbero stati previsti monitoraggi periodici e interventi arboricolturali per ridurne la pericolosità, mentre l'abbattimento sarebbe stato riservato ai casi di classe D, caratterizzati da una situazione di rischio estremo. Per questo i cittadini hanno chiesto non di impedire qualsiasi intervento, ma di sospendere l'abbattimento e aprire un confronto pubblico e trasparente con tecnici e amministrazione. Le loro richieste non sono però state accolte. L'ordinanza comunale è stata eseguita e i sei grandi cedri sono stati abbattuti.

Le immagini dei tronchi a terra hanno suscitato un'ondata di emozione. Molti abitanti hanno ricordato quei cedri come parte della propria infanzia: gli intervalli trascorsi all'ombra delle loro chiome, il profumo della resina, il vento tra i rami, la frescura che proteggeva la scuola durante l'estate. Sono testimonianze che ricordano una verità spesso dimenticata: gli alberi monumentali non sono semplicemente elementi del verde urbano. Sono luoghi della memoria collettiva, parte integrante del paesaggio e dell'identità di una comunità.

Ma la storia non si è fermata con il taglio degli alberi. Il Comitato ha deciso di proseguire il proprio lavoro coinvolgendo l'Associazione ONDA – Organismo Nazionale Difesa Alberi, che ha trasmesso al Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste una segnalazione corredata da una perizia agronomica indipendente redatta dal dottor Daniele Regondi. Ed è qui che arriva la notizia più importante. 

La lettera del Ministero

Con una comunicazione ufficiale, il Ministero ha preso formalmente in carico la vicenda, chiedendo al Comune di Cadorago di trasmettere tutti gli elementi utili per chiarire quanto accaduto. Gli atti sono stati inviati anche alla Regione Lombardia e ai Carabinieri Forestali per gli accertamenti di rispettiva competenza. Non significa che gli alberi torneranno. Purtroppo questo non è possibile. Significa però che il lavoro dei cittadini ha ottenuto un risultato fondamentale: portare una vicenda locale all'attenzione delle istituzioni nazionali e chiedere che venga verificato se tutte le decisioni siano state assunte nel modo corretto. È forse questo l'aspetto più interessante dell'intera vicenda. Troppo spesso, quando un'amministrazione decide di abbattere alberi, si dà per scontato che non esistano alternative o che ormai sia inutile intervenire. L'esperienza di Cadorago dimostra invece che i cittadini possono svolgere un ruolo importante se scelgono la strada dell'approfondimento, della documentazione e del confronto tecnico. Studiare le perizie, farle valutare da professionisti indipendenti, rendere pubblici i documenti, informare la cittadinanza, coinvolgere le associazioni e gli organi competenti: sono strumenti democratici che possono fare la differenza. Non sempre riusciranno a salvare gli alberi. A Cadorago non è stato possibile. Ma possono contribuire a creare una maggiore consapevolezza, a migliorare la qualità delle decisioni pubbliche e, soprattutto, a fare in modo che in futuro situazioni analoghe vengano affrontate con più trasparenza e con una reale valutazione di tutte le possibili alternative all'abbattimento. Per questo la storia dei Cedri Sonori va oltre i confini di Cadorago. È un'esperienza che può essere utile ovunque. Anche da noi in Brianza, dove troppo spesso il patrimonio arboreo viene considerato un ostacolo anziché una ricchezza da tutelare.

giovedì 23 luglio 2026

Erba: sul taglio degli alberi in via Turati, la Soprintendenza mette un primo stop

Erba, via Turati

di Roberto Fumagalli, Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


La Soprintendenza ha messo un primo stop sul progetto che prevede il taglio di 21 alberi in via Turati e in via San Rocco a Erba!   
Gli uffici del Ministero della Cultura - da noi interpellati - sono intervenuti ieri, ponendo uno primo stop al Comune di Erba sul previsto taglio degli alberi. In particolare la Soprintendenza intende tutelare i tigli davanti al sagrato dell'antica chiesa di Sant'Eufemia: ci scrive la funzionaria arch. Monica Aresi di aver "chiesto chiarimenti al Comune di Erba e l'invio del progetto - in merito alla tutela 'monumentale' per la porzione urbana antistante la Chiesa di Sant'Eufemia - per preventiva autorizzazione da parte del nostro Ufficio".
Anche per i 15 tigli di via San Rocco, gli uffici del Ministero della Cultura avrebbero chiesto di considerare il mantenimento, anziché procedere con l'abbattimento come invece previsto dal progetto approvato dalla Giunta erbese.
 

Erba, via San Rocco

Inoltre come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" abbiamo inviato una diffida al Sindaco e al Comune dal procedere col taglio dei 21 alberi. Fintantoché non verrà fatta una perizia agronomica sullo stato di salute dei tigli e valutate tutte le soluzioni alternative per la sistemazione dei marciapiedi, che salvaguardino i tigli.

Nel frattempo prosegue la protesta su vari fronti: anzitutto il nostro invito (già seguito da decine di persone) a mandare un messaggio di dissenso all'email del Sindaco e del Comune di Erba, scrivendo semplicemente: 

«Il sottoscritto/a CHIEDE al Comune di Erba di NON tagliare i tigli di via Turati e via San Rocco!», indicando il proprio nome e cognome. 

Infine è previsto un presidio di protesta davanti al Municipio di Erba per domani, venerdì 24 luglio, dalle ore 20, in cui si invitano tutti i cittadini a presenziare con fogli o cartelli con scritto "W GLI ALBERI" o simile.


Come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" intendiamo opporci in tutti i modi all'ennesima, pessima scelta del Sindaco e della Giunta di Erba, le cui decisioni stanno cancellando il verde e gli alberi dal centro città!

Comitato Ferma Ecomostro: "Una prima importante vittoria per i nostri territori"


Riceviamo e pubblichiamo
di Comitato Ferma Ecomostro D Breve


Il TAR Lombardia ha riconosciuto l'illegittimità del comportamento di CAL nel negare l'accesso completo alla documentazione richiesta dalle Amministrazioni. Una decisione che conferma l'importanza della trasparenza, del rispetto delle regole e del diritto delle comunità a conoscere gli atti che riguardano il loro futuro.
Un sentito grazie a tutti i Sindaci e agli Amministratori che, con determinazione, competenza e senso delle istituzioni, stanno portando avanti una battaglia per una difesa concreta, trasparente e leale dei nostri territori. Il loro impegno dimostra che amministrare significa tutelare gli interessi delle comunità, chiedendo chiarezza e pretendendo il rispetto della legalità.
Questo è un primo passo, ma è un segnale importante: quando si agisce con serietà e nell'interesse pubblico, i risultati arrivano. Continuiamo insieme questo percorso a difesa del nostro territorio.

mercoledì 22 luglio 2026

Seregno, Quartiere Sant'Ambrogio. Una trasformazione silenziosa: il rischio di una cementificazione senza una visione d'insieme


Mentre il dibattito pubblico si concentra spesso sui problemi quotidiani dei quartieri – manutenzioni, parcheggi, arredo urbano o iniziative locali – nel quartiere Sant'Ambrogio di Seregno è in corso una trasformazione urbanistica molto più profonda, destinata a modificare in modo permanente l'assetto dell'intera zona.

Una serie di progetti, alcuni già realizzati, altri approvati o in fase di definizione, stanno infatti interessando contemporaneamente via Colzani, via Edison, via Platone, via Toselli e l'area della futura metrotranvia. Considerati singolarmente possono apparire come normali interventi edilizi; osservati nel loro insieme delineano invece un processo di progressiva densificazione urbana che meriterebbe una riflessione più ampia.


Abbiamo ricevuto una planimetria elaborata sulla base di documenti pubblici e di sopralluoghi sul territorio che mette in evidenza come il quartiere sia interessato contemporaneamente da numerosi interventi. Tra questi figurano nuovi condomini già autorizzati, altri in costruzione e ulteriori progetti in fase di definizione, oltre alla nuova rotatoria di via Nazioni Unite, alla futura fermata della metrotranvia e alla riqualificazione di piazza Fari. A questi si aggiungono cambi di destinazione d'uso di aree private e la progressiva sostituzione di spazi verdi con nuove edificazioni. Tra gli elementi segnalati vi è anche la prevista scomparsa di un'area boscata privata sul lato sud di via Colzani, destinata a lasciare posto a una nuova palazzina. Il risultato è un progressivo aumento delle superfici costruite, degli abitanti e del traffico potenziale in un quartiere che già oggi rappresenta uno dei principali punti di accesso alla città.


Il problema, secondo le osservazioni contenute nella documentazione che abbiamo ricevuto, non è tanto il singolo edificio quanto l'effetto cumulativo di tutti gli interventi. Ogni nuovo insediamento comporta infatti nuove automobili, maggiori necessità di parcheggio, incremento della domanda di servizi e un inevitabile consumo di suolo. Se questi cambiamenti vengono valutati separatamente, si rischia di perdere la percezione della trasformazione complessiva. È proprio questa mancanza di una lettura unitaria che viene indicata come una delle principali criticità: il quartiere starebbe cambiando rapidamente senza che vi sia un confronto pubblico proporzionato alla portata delle modifiche.

Tra i progetti più discussi compare quello relativo a piazza Fari, presentato come un intervento di riqualificazione da circa 300 mila euro con l'obiettivo di restituire ai cittadini uno spazio più verde e accessibile. Emergono però diversi interrogativi sul progetto, riguardanti in particolare la nuova organizzazione della viabilità, l'accessibilità ai parcheggi e il funzionamento complessivo dell'area. Secondo chi ci ha scritto, alcune soluzioni progettuali sembrerebbero creare percorsi meno funzionali rispetto alla situazione attuale, con possibili ripercussioni sulla circolazione locale. Vengono inoltre evidenziati dubbi sulla riduzione di alcuni posti auto, sull'utilizzo degli spazi e sulla reale efficacia delle modifiche previste. L'amministrazione comunale in un suo intervento pubblico ha spiegato che il progetto nasce da un percorso partecipativo avviato nel 2023, con l'obiettivo di migliorare la qualità urbana della piazza, incrementare il verde, favorire nuovi spazi di aggregazione e migliorare l'accessibilità. L'amministrazione precisa inoltre che l'area sarà monitorata per verificarne il funzionamento una volta conclusi i lavori.


Il futuro del quartiere Sant'Ambrogio non dipende soltanto dai nuovi edifici. Nei prossimi anni entreranno infatti in funzione anche la metrotranvia Milano-Seregno e le opere connesse, mentre l'intero territorio brianzolo sarà interessato dagli effetti della Pedemontana Lombarda, con inevitabili ripercussioni sui flussi di traffico. L'interazione tra questi grandi interventi infrastrutturali e la crescente urbanizzazione del quartiere rischia di produrre effetti che andrebbero valutati nel loro insieme, considerando non solo gli aspetti edilizi ma anche quelli ambientali, viabilistici e della qualità della vita.


La vicenda del quartiere Sant'Ambrogio pone una questione che riguarda molte realtà urbane: le trasformazioni non avvengono attraverso un unico grande progetto, ma tramite una successione di interventi apparentemente indipendenti. Proprio per questo diventa fondamentale che cittadini, comitati e amministrazione riescano a leggere il territorio nella sua complessità. Il rischio, altrimenti, è quello di accorgersi della portata dei cambiamenti soltanto quando saranno ormai irreversibili. Più che discutere del singolo cantiere, sarebbe quindi opportuno aprire un confronto pubblico sul futuro complessivo del quartiere: sul consumo di suolo residuo, sul mantenimento delle aree verdi, sulla mobilità, sui servizi e sulla capacità del territorio di assorbire nuove edificazioni senza perdere qualità urbana. Perché la vera domanda non è se ogni singolo progetto sia legittimo, ma se la somma di tutti questi interventi stia costruendo il quartiere che i cittadini desiderano per i prossimi decenni.

Aggiornamento 23/07/2026

L'ago e il pagliaio

Dopo la pubblicazione di questo post sono giunte alcune osservazioni che contribuiscono ad allargare ulteriormente la riflessione.

È stato ricordato che già nell'ottobre 2023 il Comitato di quartiere Sant'Ambrogio aveva presentato numerose osservazioni e proposte nell'ambito della Variante Generale al Piano di Governo del Territorio. A quasi tre anni di distanza, tuttavia, su quelle proposte non risulta essersi aperto un vero confronto pubblico con l'Amministrazione comunale.

La questione assume particolare rilievo anche perché gli attuali Comitati di quartiere si avvicinano alla conclusione del loro mandato. Se il confronto dovesse essere rinviato ancora, esiste il rischio che le istanze elaborate da chi conosce approfonditamente il territorio vengano discusse quando gli interlocutori saranno ormai cambiati, disperdendo il patrimonio di conoscenze e di lavoro accumulato in questi anni.

Un'altra osservazione coglie efficacemente il senso dell'intera vicenda: il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sul singolo intervento – oggi, ad esempio, piazza Fari – mentre passa quasi inosservata la somma di tutte le trasformazioni urbanistiche che stanno interessando il quartiere. Eppure è proprio l'effetto cumulativo di questi interventi che rischia di modificarne profondamente l'identità.

In altre parole, si discute dell'ago, mentre il pagliaio continua a crescere.

Comitato Ferma Ecomostro D Breve: "Pedemontana, un vero e proprio cappio finanziario per la Lombardia"


Riceviamo e pubblichiamo.
di Comitato Ferma Ecomostro D Breve


Mentre si continuano a tagliare risorse alla sanità pubblica e ai servizi essenziali, la Corte dei Conti traccia un quadro drammatico e inequivocabile sulla sostenibilità economica dell'Autostrada Pedemontana Lombarda (APL):

I numeri del disastro:

  • 1,18 MILIARDI di euro di debiti accumulati (di cui 837 milioni contratti direttamente con le banche).
  • 1,8 MILIARDI di euro di perdite o voragini contabili segnalate dai report contabili.
  • 101 MILIONI di euro di perdite registrate nell'ultimo esercizio.
  • Oltre 700 MILIONI di euro in garanzie concesse dalla Regione.

Chi sta pagando il conto?

Nonostante i rischi d'impresa dovrebbero teoricamente gravare sui privati, l'opera è nei fatti sostenuta quasi interamente dal settore pubblico (la Regione controlla oltre il 90% del capitale sociale).
Come sottolineato nei report, si stanno prosciugando le casse pubbliche per coprire un’opera fallimentare basata su "previsioni di traffico fantasiose", azzerando la ripartizione del rischio con i privati e scaricando interamente il costo sulle tasche di tutti i cittadini lombardi.
Invece di concentrare le risorse su sanità, trasporti pubblici e opere davvero utili per il benessere della comunità, la politica continua a iniettare denaro pubblico per sostenere una voragine senza fondo.
È ora di fermarsi e ripensare radicalmente le priorità della nostra regione.

A questo link il documento originale 
https://www.corteconti.it/.../Docum.../DettaglioDocumenti...
Per approfondimenti circa Pedemontana vi rimandiamo alla pagina de La Rondine Concorezzo che ringraziamo per l'importantissimo e puntuale lavoro di indagine 
https://www.larondineconcorezzo.com/pedemontana.html

Il ponte verde del Bosco delle Querce: quando vincono le idee (anche se qualcuno se ne prende il merito)

Rendering del ponte verde progettato da APL.

C'è una frase attribuita allo scrittore indo-trinidadiano V. S. Naipaul che, più o meno, dice così: «Hai davvero vinto quando la tua idea viene fatta propria dal tuo avversario.»

È una definizione sorprendentemente efficace della politica quando funziona. Perché il vero obiettivo non dovrebbe essere poter dire "l'avevo detto io", ma vedere realizzata una buona idea, indipendentemente da chi poi la inaugura, la rivendica o ci taglia il nastro.

Naturalmente, tra la teoria e la pratica c'è di mezzo l'orgoglio umano. E così capita che, appena una proposta comincia a prendere forma, inizi anche la gara per stabilire chi l'ha inventata per primo. È quello che sta accadendo in questi giorni attorno al futuro "ponte verde" del Bosco delle Querce.

Il Presidente Sergio Mattarella, la sindaca Alessia Borroni e il plastico del "ponte verde" sulla Pedemontana. Foto tratta dal sito del Quirinale.

Dopo la visita del Presidente Sergio Mattarella alle celebrazioni del cinquantesimo anniversario del disastro Icmesa, il plastico che mostrava il collegamento tra il Bosco delle Querce e le future aree di ampliamento oltre la Pedemontana ha inevitabilmente attirato l'attenzione. La sindaca di Seveso ha rivendicato il progetto come un risultato dell'amministrazione. Seveso Futura e le associazioni ambientaliste del territorio - Legambiente Seveso, Sinistra e Ambiente Meda, Comitato Ambiente di Bovisio Masciago, L'Altra Bovisio Masciago, Passione Civica per Cesano Maderno, Cittadini per Lentate -  hanno però ricordato che proprio una proposta di questo tipo era stata avanzata da loro in Consiglio comunale e inizialmente respinta dalla maggioranza, salvo poi riapparire, con il passare dei mesi, all'interno del percorso progettuale.

La disputa sulla primogenitura è comprensibile. Ma rischia di far passare in secondo piano la domanda davvero importante: che cosa dovrebbe essere un ponte verde?
Perché un ponte verde non è un ponte dipinto di verde.
Non basta nemmeno che sia percorribile a piedi o in bicicletta.

Un autentico ecodotto nasce per ricucire ciò che un'infrastruttura inevitabilmente divide. Strade e autostrade frammentano gli habitat, interrompono i corridoi ecologici, isolano le popolazioni animali e aumentano il rischio di investimenti della fauna. Ogni anno, in Europa, milioni di animali muoiono sulle strade. La biodiversità paga un prezzo altissimo alla nostra mobilità.

Per questo, nei progetti più avanzati, gli ecodotti vengono concepiti come una vera continuazione del paesaggio naturale. Devono essere ampi, ricoperti di terreno vegetale, alberi e arbusti, con un ambiente il più possibile simile a quello circostante. La vegetazione non è un elemento ornamentale: serve a guidare gli animali verso l'attraversamento e a proteggerli dal rumore, dalle luci e dalla presenza del traffico.

C'è poi un aspetto di cui si parla troppo poco. Un ecodotto non tutela soltanto la fauna: protegge anche chi viaggia in automobile. Gli animali, infatti, non smettono di spostarsi perché l'uomo costruisce una strada. Continueranno a cercare di raggiungere i loro territori, i luoghi di alimentazione o di riproduzione. Se non trovano un passaggio sicuro, tenteranno comunque di attraversare la carreggiata, con conseguenze spesso drammatiche sia per loro sia per gli automobilisti. Un ponte verde, insieme alle recinzioni e agli altri sistemi di accompagnamento della fauna, serve proprio a questo: indirizzare gli animali verso un attraversamento protetto, riducendo il rischio di incidenti e rendendo più sicura l'infrastruttura per tutti.

L'obiettivo non è quindi costruire un bel punto panoramico sopra l'autostrada, ma permettere alla natura di attraversarla senza accorgersi quasi della sua presenza. È una differenza sostanziale.

Ed è proprio su questo punto che, negli ultimi due anni, associazioni ambientaliste e gruppi di opposizione hanno insistito con forza. Nei documenti presentati al Comune e negli incontri con le amministrazioni di Seveso e Meda hanno espresso più di una perplessità sull'ipotesi, allora circolata, di una semplice passerella ciclopedonale, giudicata insufficiente sia per compensare la perdita degli attuali collegamenti sia, soprattutto, per garantire un reale passaggio faunistico. La proposta alternativa era chiara: realizzare un vero ponte verde, largo, vegetato, integrato con l'ampliamento del Bosco delle Querce e capace di svolgere una funzione ecologica prima ancora che ricreativa.

Del resto, gli stessi atti del Consiglio comunale raccontano un percorso curioso. Nella mozione approvata dalla maggioranza nel luglio 2024 si parlava di un "ponte pedonale". Seveso Futura presentò un emendamento sostituendo quelle due parole con una definizione molto più impegnativa: "un grande ponte ciclopedonale verde, ampio collegamento, rivestito di terra e vegetazione". L'emendamento fu respinto.

Successivamente, però, il tema del ponte verde è entrato stabilmente nel dibattito pubblico e nella progettazione collegata alla Pedemontana. Nel verbale della commissione territorio dell'ottobre 2025 si parla ormai esplicitamente del futuro "ponte verde", pur rinviandone la progettazione alla fase successiva all'avvio del cantiere autostradale.

È qui che torna utile la frase di Naipaul. Se davvero un'idea valida viene adottata da chi inizialmente l'aveva respinta, forse quella è già una piccola vittoria. Purché, naturalmente, non resti soltanto uno slogan.

Qualche elemento, oggi, lo conosciamo. Durante le celebrazioni del cinquantesimo anniversario del disastro dell'Icmesa è stato presentato un plastico che raffigura il futuro collegamento tra il Bosco delle Querce e le aree di ampliamento oltre la Pedemontana. Il ponte dovrebbe avere una larghezza di circa 25 metri e una lunghezza di 58: dimensioni che, almeno sulla carta, sembrano coerenti con quelle richieste per un vero ecodotto. È molto probabile che quel plastico sia stato elaborato sulla base di un progetto di massima e di una relazione tecnica. Non siamo però ancora di fronte a un progetto esecutivo, ed è proprio questa la fase più delicata. Perché un ecodotto non si misura soltanto con il metro. La sua efficacia dipenderà da molti altri fattori: dalla conformazione del terreno, dalla continuità della vegetazione, dalle specie arboree e arbustive utilizzate, dalle barriere contro rumore e luci, dai sistemi che accompagneranno la fauna verso l'attraversamento e dal collegamento con gli habitat circostanti.

Per questo ci auguriamo che la progettazione definitiva non rimanga confinata negli uffici tecnici, ma coinvolga naturalisti, ecologi, esperti faunistici e anche la cittadinanza. Sarebbe il modo migliore per trasformare un'opera di mitigazione in un vero intervento di ricucitura ecologica, capace di diventare un modello per tutto il territorio. Se accadrà, importerà poco chi potrà rivendicarne la paternità. Sarà una vittoria del Bosco delle Querce, della biodiversità e, in fondo, anche della buona politica. Perché le idee migliori non hanno bisogno di una targa con il nome dell'autore. Hanno bisogno di essere realizzate bene.

Leggi anche: 
Ponte verde per il Bosco delle Querce ampliato: una rincorsa per intestarsi meriti trascurando l'evidenza della realtà (dal blog Sinistra e Ambiente)

martedì 21 luglio 2026

Pedemontana, dagli scavi di Desio riaffiora la Brianza contadina

L'area di ritrovamento. Sullo sfondo si nota l'ospedale di Desio. Le immagini sono tratte dalla Relazione di scavo archeologico redatta da "Cooperativa archeologia".

Sul sito di Pedemontana Lombarda è stata pubblicata recentemente la relazione specialistica sul paesaggio che documenta gli scavi archeologici, eseguiti a Desio nel febbraio 2025, durante i lavori della Tratta C. Una pubblicazione che permette di conoscere un aspetto poco noto dei cantieri: quello delle indagini archeologiche preventive, che accompagnano le grandi opere infrastrutturali.

Quando si parla della Pedemontana Lombarda, l'attenzione si concentra quasi sempre sull'opera, sul traffico o sulle polemiche. Eppure, ogni grande scavo offre anche un'occasione unica: guardare sotto la superficie del territorio e scoprire tracce della sua storia. È proprio quanto emerge dalla documentazione resa disponibile, nella quale gli archeologi descrivono il rinvenimento di alcune piccole strutture rurali rimaste sepolte per secoli nel territorio di Desio.

Le strutture B e C.

Non sono emerse ville romane, mosaici o monete preziose. Al contrario, gli archeologi hanno trovato tre semplici strutture rettangolari costruite con ciottoli e mattoni, conservate appena cinquanta centimetri sotto l'attuale piano di campagna. Proprio questa apparente semplicità rende il ritrovamento interessante. Le strutture raccontano infatti la vita quotidiana della Brianza agricola, molto più di quanto potrebbe fare un oggetto di valore. Secondo gli studiosi, si tratta probabilmente di piccoli depositi destinati allo stoccaggio di prodotti agricoli, forse utilizzati da una singola famiglia o da un piccolo podere. Le dimensioni sono ridotte, comprese tra uno e due metri, e alcune modifiche interne fanno pensare che siano state adattate nel tempo per facilitarne l'utilizzo.

La struttura A.

L'area del ritrovamento non è casuale. Le strutture sorgono infatti vicino a quella che ancora oggi è ricordata come la Strada consorziale del Molinello, poi detta dei Boschi, un antico percorso che collegava Desio con Cesano Maderno. Oggi la zona è interessata dal cantiere della Pedemontana, ma per secoli è stata un paesaggio agricolo attraversato da sentieri, campi e piccoli insediamenti rurali. Le strutture rinvenute sembrano inserirsi perfettamente in questo contesto.

Uno degli aspetti più curiosi della relazione riguarda proprio ciò che manca. Gli archeologi non hanno trovato ceramiche, monete o altri reperti capaci di fornire una data precisa. Le lavorazioni agricole succedutesi nei secoli hanno infatti cancellato buona parte degli strati superficiali, lasciando soltanto le strutture interrate. Anche la tecnica costruttiva, basata su ciottoli e laterizi posati a secco, è stata utilizzata per molti secoli. Per questo gli studiosi propongono una datazione prudente, collocando il complesso in età postmedievale ed escludendo, invece, un'origine romana.

Questo ritrovamento ricorda anche il ruolo dell'archeologia preventiva, spesso poco conosciuta. Prima che un'opera infrastrutturale modifichi definitivamente il territorio, gli archeologi verificano la presenza di testimonianze del passato, documentandole e studiandole. Nella maggior parte dei casi non emergono reperti spettacolari, ma informazioni preziose per ricostruire l'evoluzione del paesaggio. Ogni muro, ogni pavimentazione, ogni piccolo deposito contribuisce ad arricchire la conoscenza della Brianza di un tempo.

Circolo Ambiente: "Quei 21 tigli di Erba vanno assolutamente salvati!"


di Roberto Fumagalli, Presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


Parliamo dei 21 alberi che l'Amministrazione Comunale di Erba vorrebbe abbattere tra via Turati e via San Rocco. La motivazione addotta per il taglio delle piante è il progetto di sistemazione dei marciapiedi della zona. È giusto, secondo noi, prevedere la messa in sicurezza dei marciapiedi, poiché la mobilità pedonale deve essere migliorata, soprattutto in una zona frequentata anche dagli utenti del mercato settimanale.

Ma è del tutto sbagliato pensare di abbattere gli alberi esistenti: 15 in via San Rocco, 4 in via Turati (di cui 3 all'angolo con piazza Mercato) e, infine, i 2 tigli davanti al sagrato della storica chiesa di Sant'Eufemia. Per quanto riguarda questi ultimi, si tratta di un'area sottoposta a vincolo storico proprio per la presenza della chiesa romanica, una delle più antiche del nostro territorio; per questo, nelle scorse ore, abbiamo chiesto un parere alla Soprintendenza.

Ricordiamo al Comune che esistono molte alternative al taglio degli alberi.

È possibile, infatti, intervenire con tecniche specifiche per conciliare la salvaguardia degli alberi con il ripristino della pavimentazione dei marciapiedi.

Le soluzioni tecniche adottabili includono, ad esempio:

  • per i marciapiedi, prevedere nuove pavimentazioni drenanti ed elastiche, utilizzando materiali speciali o griglie che consentano alle radici delle piante di respirare e siano in grado di assorbire le dilatazioni senza fessurarsi;
  • solo laddove necessario, effettuare una potatura selettiva delle radici superficiali: un agronomo deve valutare, tramite apposita perizia, quali radici possano essere rimosse senza compromettere la stabilità dell'albero.

In ogni caso, la normativa richiede una perizia agronomica. L'abbattimento delle piante può essere disposto solo qualora uno specifico albero risulti malato o instabile.

Pertanto, come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi", chiediamo al Comune se sia stata effettuata una perizia agronomica sui tigli oppure se il progetto sia stato sviluppato esclusivamente da un ingegnere, senza la necessaria consulenza di un agronomo, come sembra emergere dalla documentazione.

Diffidiamo fin d'ora il Comune di Erba dal procedere al taglio degli alberi e chiediamo pertanto di rivedere il progetto di sistemazione dei marciapiedi, salvaguardando i 21 tigli di via Turati e via San Rocco.

lunedì 20 luglio 2026

A cinquant'anni dal disastro ICMESA, le carte del processo escono dagli archivi: una mostra per raccontare la verità storica


A cinquant'anni dal disastro dell'ICMESA, l'Archivio di Stato di Milano dedica una mostra documentaria a uno degli eventi che hanno segnato la storia ambientale, sanitaria e sociale del nostro Paese. L'esposizione, intitolata "Cronaca di una nube. Il disastro dell'ICMESA 50 anni dopo attraverso le carte processuali", è stata inaugurata il 16 luglio a Palazzo del Senato alla presenza di rappresentanti delle istituzioni, studiosi e associazioni del territorio.

La mostra rappresenta un'importante novità sotto il profilo storico e archivistico. Grazie al recente versamento all'Archivio di Stato da parte del Tribunale di Monza, le carte del processo di primo grado – comprendenti il fascicolo istruttorio e quello processuale – vengono esposte al pubblico per la prima volta. Il riordino, l'inventariazione e il ricondizionamento della documentazione, realizzati grazie ai fondi del PNRR, hanno reso consultabile un patrimonio documentale di straordinario valore, offrendo una ricostruzione rigorosa delle vicende giudiziarie seguite al disastro del 10 luglio 1976.

Il percorso espositivo accompagna i visitatori attraverso tre sezioni tematiche. La prima ricostruisce le ore successive alla fuoriuscita della nube di diossina TCDD, le misure di emergenza adottate e gli interventi per contenere la contaminazione. La seconda è dedicata al processo e alla ricerca delle responsabilità penali e civili attraverso gli atti giudiziari originali. L'ultima sezione analizza le conseguenze di lungo periodo del disastro sulla salute, sull'ambiente e sulla legislazione europea, ricordando come proprio da quella tragedia sia nata la Direttiva Seveso, ancora oggi riferimento fondamentale per la prevenzione dei rischi industriali.

Tra i partecipanti all'inaugurazione vi era anche il Circolo Legambiente "Laura Conti" di Seveso, invitato dalla direzione dell'Archivio e dalla curatrice della mostra, la dottoressa Carmela Santoro.

Nel commentare l'iniziativa, il circolo ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto, sottolineando di aver «apprezzato la cura della ricerca, l'attenzione al nostro territorio e alla sua storia». Gli ambientalisti evidenziano inoltre di aver trovato «punti di profondo contatto con il lavoro di ricerca e di narrazione che il nostro Circolo da anni è impegnato a fare», oggi condiviso anche con il gruppo Insieme per il presente e il futuro del Bosco delle Querce di Seveso e Meda.

Uno dei messaggi più significativi rilanciati da Legambiente riguarda il linguaggio utilizzato per raccontare quanto avvenne nel 1976. Per il circolo è fondamentale parlare di "disastro ICMESA" e non di "incidente di Seveso".

«Denominare quanto accaduto "disastro ICMESA" e non "incidente di Seveso" rappresenta una forma di rispetto verso la città di Seveso, che ha subito per anni lo stigma che ha spostato l'attenzione dai veri responsabili del danno», scrivono gli ambientalisti.

Una precisazione che richiama anche le responsabilità industriali accertate nel corso dell'inchiesta.

«Chiamare "disastro" quanto accaduto e non "incidente" rispecchia il fatto che ci fu una incuria colpevole che determinò la fuoriuscita di diossina TCDD», prosegue il circolo.

La mostra documentaria assume così anche il valore di una restituzione pubblica della memoria giudiziaria. Secondo Legambiente, «i documenti in mostra sono preziosi» e rappresentano un'occasione importante per conoscere direttamente le fonti storiche che hanno consentito di ricostruire le responsabilità del disastro.

Immagine tratta dalla pagina FB Legambiente Seveso

Particolare rilievo viene attribuito a uno dei documenti esposti, proveniente dall'Archivio comunale di Seveso.

«Uno dei documenti che fu utile al processo e alle successive condanne, che pur se lievi rispetto alla responsabilità ci furono, viene proprio dall'Amministrazione Comunale di Seveso, dall'allora Sindaco Gianluigi Dho», ricorda il Circolo Legambiente, che ne ha ripubblicato il contenuto come testimonianza storica.

Gli ambientalisti richiamano inoltre l'attenzione su una documentazione ancora più antica, che testimonia come i problemi ambientali legati all'ICMESA fossero noti ben prima del 1976.

«La documentazione precedente a questo atto – una fitta interazione tra il Sindaco Dho e la Prefettura di Milano nel 1953 in merito ai gravi eventi inquinanti causati da ICMESA – è conservata nell'Archivio della Memoria», spiegano. Un patrimonio documentale curato dal Circolo Legambiente "Laura Conti" di Seveso insieme a Legambiente Lombardia che costituisce una fonte preziosa per ricostruire la lunga storia dei rapporti tra l'azienda, le istituzioni e il territorio.

La mostra resterà aperta fino al 26 agosto 2026 presso l'Archivio di Stato di Milano, a Palazzo del Senato (via Senato 10). L'ingresso è gratuito, mentre le visite guidate – organizzate in diverse date tra luglio e agosto per gruppi fino a venti persone – sono prenotabili scrivendo all'indirizzo as-mi.prenotazione@cultura.gov.it.

venerdì 17 luglio 2026

Pedemontana, il Bosco delle Querce e la nuova frontiera della matematica ambientale


C'è una nuova frontiera della matematica ambientale: non si aggiunge un ettaro, si cambia il suo indirizzo.
Succede al Bosco delle Querce, dove nel dibattito sulla tratta B2 della Pedemontana è comparso un numero destinato a far discutere: tre ettari di bosco in più. La concessionaria della nuova autostrada spiega che il bilancio finale sarà positivo: una parte del bosco verrà interessata dai lavori, ma il territorio riceverà una superficie maggiore destinata al parco. Il conto è semplice: meno 1,7 ettari, più 4,7 ettari, risultato finale più 3 ettari.

C'è però un piccolo dettaglio: quei 4,7 ettari non sembrano essere comparsi dal nulla. Non sono spuntati grazie a una magia forestale, né sono stati strappati al cemento per diventare verde. Sono aree che il verde lo hanno già. La vera novità, quindi, non sarebbe la nascita di nuovo territorio naturale, ma la sua inclusione in un sistema di tutela pubblica. Ed è una differenza non proprio marginale. Perché acquisire aree verdi al patrimonio del parco è un fatto positivo: significa proteggerle, sottrarle a possibili future trasformazioni urbanistiche e garantire una gestione pubblica. Ma dire che il verde aumenta di tre ettari è un'altra cosa. È un po' come dire che una persona è aumentata di peso perché ha cambiato l'abito: forse cambia qualcosa nella sua estetica, ma il corpo resta quello.

Il punto contestato dagli ambientalisti è proprio questo: il confine tra più tutela e più superficie verde. Nel linguaggio amministrativo le due cose possono finire nello stesso bilancio. Nel territorio, però, sono elementi diversi. Il terreno non cresce perché viene disegnato con un nuovo perimetro. Un prato non nasce nuovamente perché entra in una mappa del parco. Una zona boscata non raddoppia perché cambia categoria. Anzi, se si guarda alla trasformazione fisica del territorio, il saldo racconta anche un'altra storia: per realizzare l'infrastruttura saranno occupate aree, realizzate opere accessorie, costruite vasche, rotatorie e collegamenti. Per Pedemontana quei tre ettari rappresentano un guadagno ambientale. Per i comitati e le associazioni ambientaliste rappresentano soprattutto una maggiore tutela di aree già verdi, mentre il territorio perde comunque superfici naturali per fare spazio all'infrastruttura.

Forse il punto sarebbe più semplice se si usassero parole altrettanto semplici: non nasce un nuovo bosco di tre ettari, ma vengono protetti tre ettari di verde già esistente. Ed è una differenza piccola nei comunicati stampa, ma enorme quando si parla del futuro del territorio.

Torrenti dell'Oggionese in difficoltà a causa della siccità

Il Gandaloglio a Ello

a cura del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"

La siccità degli ultimi mesi sta mettendo in difficoltà i torrenti dell'Oggionese, anche se la situazione non è, finora, allarmante.
Nello specifico, il torrente Bevera, a monte di Molteno, e il torrente Gandaloglio a monte di Oggiono, sono in una situazione di scarsità di acqua, ma non di totale secca. Il deflusso delle acque nei due torrenti è ad un livello molto basso, sebbene al momento, fortunatamente, non si registra una situazione di secca, anche in conseguenza degli acquazzoni delle ultime settimane.

È il risultato del monitoraggio dei torrenti dell'Oggionese, realizzato nei giorni scorsi - come avviene periodicamente - dai volontari del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi", associazione da sempre attenta alla situazione dei corsi d'acqua del territorio. 

La Bevera zona Moiacchina

Entrando nel dettaglio, il torrente Bevera dalla zona della Moiacchina di Castello Brianza e fino a Molteno, passando per Sirone, vede un deflusso basso. Stessa situazione per il Gandaloglio, da Marconaga di Ello e fino a Molteno, passando per Dolzago e Oggiono. 
Resta invece sempre critica la situazione nelle zone in cui il letto e gli argini dei torrenti sono stati, negli scorsi decenni, cementificati, in particolare per il Bevera nel centro di Molteno e per il Gandaloglio nell'area urbana di Dolzago. 

La Bevera a Molteno

Commenta Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi": "Dalle nostre verifiche abbiamo notato una situazione critica dei torrenti Bevera e Gandaloglio, conseguente alla siccità degli ultimi periodi. La situazione non è, finora, di allarme, come invece era avvenuto nel periodo compreso tra il 2022 e il 2023, quando si era verificata una prolungata siccità che aveva portato i due torrenti in una situazione di secca totale. Ora, abbiamo verificato, vi è comunque un minimo di deflusso delle acque nei due torrenti.
Invece resta purtroppo elevata la criticità nei tratti artificializzati dei due corsi d'acqua: nel tratto urbano di Dolzago - lungo la via Parini di fronte al municipio - il Gandaloglio 'scompare', mentre nell'area abitata di Molteno - dalla zona del supermercato e di via Roma - il Bevera è ridotto ad un rigagnolo nel letto di cemento!".

Il Gandaloglio a Dolzagi, via Parini

L'auspicio del nostro Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" è che la situazione dei torrenti non peggiori ulteriormente, a causa della scarsità delle precipitazioni e in conseguenza degli interventi di artificializzazione. Con questi ultimi che possono e devono essere evitati per il futuro!

Meda, una visione oltre i sottopassi: il sovrappasso che unisce persone, parchi e territori


Dopo lo stop al progetto del sottopasso di via Trieste e il finanziamento del tratto della ciclovia Milano–Meda che attraverserà Meda, il dibattito sul superamento della linea ferroviaria torna al centro della discussione cittadina.

Con un comunicato diffuso il 16 luglio, il Comitato Cittadino Superamento Ferrovia propone di «andare oltre i sottopassi» e di concentrare gli sforzi sulla realizzazione del sovrappasso di via Busnelli, ritenuto la soluzione più efficace sia per la mobilità automobilistica sia per quella ciclabile e pedonale.


Secondo il Comitato, «il sovrappasso in Via Busnelli è la vera alternativa praticabile, sostenibile, economica e di rapida realizzazione che consentirà anche di completare il disegno della "tangenziale per Lentate" sfruttando la viabilità già esistente».


Il comunicato prende le mosse da due recenti sviluppi che, secondo i promotori, cambiano il quadro della mobilità medese.

Da un lato, «il sottopasso di Via Trieste è stato archiviato (per il momento?)»; dall'altro, «è stato interamente finanziato il tratto della ciclovia Milano-Meda che percorrerà via Trieste e via Einaudi per collegare il Parco Groane-Brughiera con il Parco GruBria a Seregno».


Per il Comitato questa rappresenta anche «l'occasione per approfondire il necessario superamento della linea FNM in quell'area», inserendo il tema ferroviario all'interno di una visione più ampia della mobilità sostenibile.

Il passaggio più netto del documento riguarda il futuro degli altri progetti di attraversamento della ferrovia.


Secondo il Comitato è infatti «il momento di andare "oltre", abbandonando anche l'insensato sottopasso di Via Seveso Cadorna e puntare decisamente sul sovrappasso il cui progetto, pronto da anni, può essere realizzato in breve tempo abbinandolo agli interventi dell'AT1 e sulle ferrovie in via Busnelli».

Una presa di posizione che rilancia un progetto già noto nel dibattito locale e che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe diventare il fulcro della futura rete viaria.

Nel comunicato il sovrappasso viene inserito in un disegno infrastrutturale più ampio.

Il Comitato sostiene infatti che «il sovrappasso diverrà elemento fondamentale della "tangenziale per Lentate" che verrà realizzata sulla viabilità esistente, collegando lo svincolo di Meda della Milano-Meda con la rotatoria di via Manzoni–via Angeli Custodi, via XXIV Maggio e via Brianza di Lentate fino al sottopasso di Camnago, anche a servizio delle attività produttive presenti».


Grande attenzione viene dedicata anche alla mobilità dolce. Secondo il Comitato, «la pista ciclopedonale che affiancherà il sovrappasso, finanziata da Pedemontana insieme ad altri interventi "verdi" previsti e in parte già realizzati in Valle Mulini a Meda, collegherà il Parco Groane-Brughiera e la Meda-Montorfano con il Bosco delle Querce di Seveso e Meda».


Il percorso proseguirebbe poi verso il Bosco delle Querce e via Vignazzola, fino a raggiungere la ciclovia Milano-Meda nel Parco GruBria, «completando la circonvallazione ciclopedonale di Meda».

Se realizzato, il progetto consentirebbe quindi di creare una connessione continua tra alcuni dei principali sistemi verdi della Brianza occidentale, rafforzando la rete della mobilità ciclabile e le connessioni ecologiche tra i parchi.

Conferenza stampa il 20 luglio

Per illustrare nel dettaglio la proposta, il Comitato Cittadino Superamento Ferrovia, insieme al WWF Insubria, ha convocato una conferenza stampa che si terrà lunedì 20 luglio 2026 alle ore 18, presso il Polo Design Lab di via Grado 12 a Meda.

L'incontro sarà l'occasione per presentare il progetto del sovrappasso di via Busnelli e la proposta di una rete ciclopedonale che, nelle intenzioni dei promotori, rappresenta un'alternativa ai tradizionali interventi basati sui sottopassi ferroviari.