Cinquant'anni dopo il disastro dell'Icmesa, il 10 luglio 1976 continua a parlarci. Lo dimostrano anche i due approfondimenti che la Repubblica e L'Espresso hanno dedicato in questi giorni al cinquantesimo anniversario, riportando al centro del dibattito non solo la memoria della contaminazione da diossina, ma anche il futuro del Bosco delle Querce e dell'intera valle del Seveso.
La storia del Bosco è straordinaria: là dove la diossina aveva reso la terra inabitabile è nato uno dei più importanti simboli europei di rinascita ambientale. Ma proprio perché è un simbolo, oggi non può essere considerato un'isola verde separata dal territorio che lo circonda.
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È questo il messaggio più interessante che emerge dalle voci delle associazioni ambientaliste raccolte da la Repubblica. Legambiente, Sinistra e Ambiente Meda e Seveso Futura chiedono che il Bosco delle Querce diventi parte integrante del futuro Parco Fluviale e Territoriale del Seveso, trasformandosi nel cuore di una rete ecologica che accompagni il fiume e ricucia un territorio frammentato da urbanizzazione, infrastrutture e consumo di suolo.
È una proposta che Brianza Centrale sostiene da tempo.
Il Bosco non appartiene soltanto ai Comuni di Seveso e Meda. Appartiene alla memoria collettiva della Brianza e rappresenta uno dei luoghi più significativi della storia ambientale italiana. Per questo la sua tutela non può limitarsi ai confini amministrativi, ma deve inserirsi in una visione più ampia di rigenerazione della valle del Seveso.
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L'intervista pubblicata da L'Espresso a Gemma Beretta, di Legambiente Seveso, va nella stessa direzione. Beretta ricorda che la memoria del disastro non può essere ridotta a una celebrazione istituzionale. Occorre continuare a interrogarsi sulle conseguenze sanitarie e ambientali di quanto accaduto, ma soprattutto ricostruire un rapporto tra comunità e territorio. In una Brianza sempre più impermeabilizzata e urbanizzata, il Bosco delle Querce non deve restare un'eccezione: deve diventare il modello di una diversa politica del paesaggio.
Le sue osservazioni assumono un significato ancora più attuale se si pensa alle vicende legate ai cantieri della Pedemontana, che hanno riportato all'attenzione aree ancora interessate dalla contaminazione storica. Il disastro dell'Icmesa non appartiene soltanto agli archivi: continua a influenzare le scelte territoriali di oggi.
Anche Alberto Colombo, di Sinistra e Ambiente Meda, richiama questa prospettiva. La storia di Seveso non è soltanto la storia di una tragedia industriale, ma quella di un territorio che per decenni ha sopportato un'enorme pressione ambientale. Per questo il Bosco delle Querce dovrebbe diventare il punto di partenza di una più ampia riqualificazione ecologica dell'intero corridoio del Seveso.
È una riflessione che merita di essere raccolta dalle istituzioni.
Il cinquantesimo anniversario non dovrebbe esaurirsi nelle commemorazioni o nelle visite ufficiali, per quanto importanti. Dovrebbe diventare l'occasione per compiere una scelta politica e culturale: riconoscere il Bosco delle Querce come il cuore del futuro Parco Fluviale e Territoriale del Seveso, dotando finalmente la valle di uno strumento unitario di tutela, valorizzazione e connessione ecologica.
Cinquant'anni fa la diossina mostrò quanto fragile fosse il rapporto tra sviluppo industriale e ambiente. Oggi quella stessa storia ci insegna che la migliore forma di memoria consiste nel costruire un territorio più resiliente, più verde e più capace di affrontare le sfide del cambiamento climatico.
Il Bosco delle Querce è nato da una tragedia. Il Parco del Seveso può essere la risposta che guarda ai prossimi cinquant'anni.


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