Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.
Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.
Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.
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Settima puntata
Il giallo dei 41 fusti contenente materiale tossico e nocivo
Un ulteriore approfondimento di Sinistra e Ambiente di Meda nel ricostruire gli anni e le vicende drammatiche del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Dopo la rimozione delle sostanze chimiche nocive ancora presenti nell'ICMESA si apre l'oscuro capitolo del destino dei 41, poi 42 fusti contenenti materiale altamente contaminato estratto dai reattori A101 e A110 e dalla fabbrica ICMESA.
L'impegno di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda continua analizzando documenti e testi in suo possesso o ritrovati per restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.
L'ORIGINE DEI 41 FUSTI DI MATERIALE CONTAMINATO
Nelle fasi d'intervento per smantellare la fabbrica dell'ICMESA e smontare l'impianto di produzione del Triclorofenolo serviva svuotare il reattore e rimuovere le sostanze tossiche rimaste al suo interno e quelle ancora presenti nello stabilimento medese.
Come abbiamo illustrato nella precedente puntata, nel luglio del 1981, i tecnici asportarono dal reattore A101 la massa chimica ormai solidificata e altamente tossica e dall'A110 i residui liquidi e le morchie ugualmente tossiche.
Il materiale estratto, fluidificato o raschiato dalle pareti interne venne sigillato in 41 fusti metallici speciali, rivestiti internamente per resistere alla corrosione e impedire qualsiasi fuoriuscita.
Nei fusti non finì solo la miscela, ma anche i fanghi di lavaggio del reattore stesso e gli strumenti contaminati usati per raschiarlo.
I CONTORNI AMBIGUI E OSCURI DELLA GESTIONE DEI 41 FUSTI
La multinazionale svizzera Hoffman-La Roche controllante della Givaudan, proprietaria dell' ICMESA, aveva affidato l'operazione di trasporto e stoccaggio dei fusti alla filiale italiana della società tedesca, Mannesmann, che a sua volta aveva subappaltato il trasporto a intermediari francesi.
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| I 41 fusti presso l'ICMESA di Meda |
L'11 settembre 1982, i 41 fusti vennero caricati su un camion per essere portati fuori dall'Italia e smaltiti.
Furono scortati dalla polizia e dal Commissario dell'Ufficio Speciale Luigi Noè fino al confine con la Francia, a Ventimiglia.
I 41 fusti passano la frontiera con il documento di transito europeo “T2“, con un contenuto dichiarato di: "Derivati alogenati degli idrocarburi aromatici, scarti di lavorazione industriale contaminati da TCDD e TCF".
La merce aveva un valore quantificato in un milione di lire ma era assicurata per cinque miliardi.
Sul modulo era specificata la provenienza da Meda ma non la destinazione e dopo aver raggiunto il posto di frontiera, Noè con i poliziotti di scorta rientrò a Milano.
La gestione del trasporto era stata affidata dalla Mannesman Italia ad un terzo soggetto, la francese Spedildec che aveva un solo socio, Bernard Paringaux, un ex parà la cui ditta era in ottimi rapporti e aveva l’esclusiva con l'EDF, equivalente francese dell’Enel per gestire l’olio dei trasformatori, contenente i Policlorobifenili (PCB), sostanze cangerogene simili alle diossine.
Bernard Paringaux aveva un deposito in affitto a Saint-Quentin, a due passi dal Belgio, da cui transitavano rifiuti da mezza Europa.
I fusti dell'ICMESA lì sostarono e ripartirono per poi scomparire nel nulla per oltre sette mesi.
Il 9 marzo 1983, la Mannesmann scriveva a Zurigo: "i residui sono stati loculati in un impianto estero controllato e autorizzato".
DOVE MAI ERANO FINITI I 41 FUSTI?
Allertate da numerosi articoli della stampa svizzera e francese e dei media che si occuparono di questa scomparsa, le autorità di Marsiglia aprirono un’inchiesta e convocarono Paringaux, che però si rifiutò di dire dove fosse finito il carico tossico e per questo venne arrestato.
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| L'arresto di Bernard Paringaux |
Le ipotesi si susseguono: discariche francesi, cave d’argilla dell'allora DDR o Germania Est e della Repubblica Federale Tedesca o Germania Ovest , altri luoghi nei Paesi socialisti o Nato.
Paringaux, in carcere, non parlò rimanendo fedele al contratto e alla cospicua cifra a lui versata (1 miliardo di lire) dalla Mannesman.
La Germania Est smentì di aver ricevuto tale materiale nella cava di Schoenberg definita "non idonea" e la Germania Ovest inoltrò una protesta al nostro ambasciatore, per "aver fatto circolare i rifiuti fuori dalle direttive che impongono di dichiarare la destinazione".
Tuttavia Noè rilasciò una dichiarazione sibillina dando ad intendere quale potesse essere stata la meta dei fusti : "Non potevamo dichiararla – disse – perché questo era l’accordo con chi gestisce la cava dove sono stati sotterrati i barili. Cava che si trova in un Paese europeo, che non vuol dire necessariamente nella Cee".
Anche un' altra fonte proveniente sempre dall'Ufficio Speciale, anni dopo, fece filtrare la Romania come destinazione finale segreta ma che "il clamore fece saltare tutto".
IL RITROVAMENTO IN FRANCIA
I fusti vennero infine ritrovati il 19 maggio del 1983 su segnalazione di un macellaio in pensione, all'interno di un ex mattatoio abbandonato nel villaggio di Anguilcourt-le-Sart, nel nord della Francia.
A portarceli, si saprà poi, fu Jean Michel Quignon, giovane collaboratore di Paringaux, che poi sarà indagato ma che al pari di Paringaux tornerà libero.
Sotto la forte pressione dell'opinione pubblica europea, la Hoffman-La Roche si riprese i fusti che, fotografati, finirono sulle copertine di riviste e giornali.
La multinazionale svizzera e le autorità non misero minimamente in dubbio l’autenticità del carico, seppur privo di segni che lo qualificavano.
Alcuni dettagli non sfuggirono però ad osservatori attenti: quei cilindri di metallo avevano un colore ocra e una grafia di numerazione differente da quella dei fusti blu filmati durante le operazioni di chiusura presso l'ICMESA.
Il loro diametro era passato da 56,5 centimetri a 60 centimetri e con un peso di 20 quintali in più rispetto agli originali.
Vi era stato un infustamento di sicurezza aggiuntivo ? Erano gli stessi fusti partiti dall'ICMESA di Meda ?
Per questo l’Unione dei Progressisti svizzeri chiese al governo cantonale "di verificare se i fusti siano quelli giusti e perché siano stati ridipinti e rinumerati".
Un quesito che non ottenne risposta così come non vi fu spiegazione ufficiale sulle discrepanze.
I fusti vennero infine trasferiti a Basilea (Svizzera) e dopo due anni di test chimici sul contenuto e polemiche, fra il 17 e il 21 giugno 1985 vennero inceneriti in un forno speciale ad alta temperatura (1200 °C) per rifiuti industriali della Ciba-Geigy.
Il 21 giugno 1985 le autorità elvetiche comunicarono ufficialmente di aver concluso l´incenerimento di tutte le scorie, comprese quelle di un 42° e ultimo fusto che era rimasto, dimenticato, a Seveso.
I dubbi non furono però fugati e negli anni successivi, si ipotizzò anche che questi fusti fossero in realtà stati distrutti nel forno inceneritore della Montedison di Mantova.
Questa vicenda, avrebbe meritato totale trasparenza sia da parte dell'Ufficio Speciale per Seveso sia da parte della Givaudan-Hoffman-La Roche e anche dalle autorità Svizzere coinvolte.
Una trasparenza che, a distanza di decenni non c'è ancora stata, una vicenda che all'oggi non ha ancora avuto i necessari elementi per essere definitivamente chiarita.
Continua.
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