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venerdì 17 luglio 2026

Torrenti dell'Oggionese in difficoltà a causa della siccità

Il Gandaloglio a Ello

a cura del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"

La siccità degli ultimi mesi sta mettendo in difficoltà i torrenti dell'Oggionese, anche se la situazione non è, finora, allarmante.
Nello specifico, il torrente Bevera, a monte di Molteno, e il torrente Gandaloglio a monte di Oggiono, sono in una situazione di scarsità di acqua, ma non di totale secca. Il deflusso delle acque nei due torrenti è ad un livello molto basso, sebbene al momento, fortunatamente, non si registra una situazione di secca, anche in conseguenza degli acquazzoni delle ultime settimane.

È il risultato del monitoraggio dei torrenti dell'Oggionese, realizzato nei giorni scorsi - come avviene periodicamente - dai volontari del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi", associazione da sempre attenta alla situazione dei corsi d'acqua del territorio. 

La Bevera zona Moiacchina

Entrando nel dettaglio, il torrente Bevera dalla zona della Moiacchina di Castello Brianza e fino a Molteno, passando per Sirone, vede un deflusso basso. Stessa situazione per il Gandaloglio, da Marconaga di Ello e fino a Molteno, passando per Dolzago e Oggiono. 
Resta invece sempre critica la situazione nelle zone in cui il letto e gli argini dei torrenti sono stati, negli scorsi decenni, cementificati, in particolare per il Bevera nel centro di Molteno e per il Gandaloglio nell'area urbana di Dolzago. 

La Bevera a Molteno

Commenta Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi": "Dalle nostre verifiche abbiamo notato una situazione critica dei torrenti Bevera e Gandaloglio, conseguente alla siccità degli ultimi periodi. La situazione non è, finora, di allarme, come invece era avvenuto nel periodo compreso tra il 2022 e il 2023, quando si era verificata una prolungata siccità che aveva portato i due torrenti in una situazione di secca totale. Ora, abbiamo verificato, vi è comunque un minimo di deflusso delle acque nei due torrenti.
Invece resta purtroppo elevata la criticità nei tratti artificializzati dei due corsi d'acqua: nel tratto urbano di Dolzago - lungo la via Parini di fronte al municipio - il Gandaloglio 'scompare', mentre nell'area abitata di Molteno - dalla zona del supermercato e di via Roma - il Bevera è ridotto ad un rigagnolo nel letto di cemento!".

Il Gandaloglio a Dolzagi, via Parini

L'auspicio del nostro Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" è che la situazione dei torrenti non peggiori ulteriormente, a causa della scarsità delle precipitazioni e in conseguenza degli interventi di artificializzazione. Con questi ultimi che possono e devono essere evitati per il futuro!

mercoledì 22 marzo 2023

È allarme siccità nei torrenti del Canturino!


È allarme siccità nei torrenti del Canturino. Nei giorni scorsi alcuni attivisti del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" hanno avuto modo di monitorare alcuni torrenti nell'area canturina, attestando una situazione di grave siccità, come dimostrano le foto qui pubblicate.


Nel Terrò, nella zona compresa tra Alzate Brianza e Cantù, il letto del torrente è completamente asciutto e sembra di vedere più un sentiero che non un corso d'acqua!  Dichiara Marco Jussen, membro del Circolo: “Il torrente Terrò è secco praticamente dalla scorsa estate, nella zona che va da Orsenigo a Cantù non c’è traccia di acqua. Il letto del torrente e così le aree circostanti, mantengono i colori tipici dell’autunno e ciò è particolarmente grave in una zona umida come la Brughiera. La siccità che interessa i laghi ed i fiumi principali sta colpendo anche i corsi d’acqua secondari con conseguenze negative per flora e fauna. La verde Brianza sta diventando sempre meno verde e le previsioni per l’estate non sono ottimistiche”.


Stessa situazione disastrosa quella verificata al confine tra Brenna, Inverigo e Carugo e in particolare nella sorgente della 'Testa del Nan' situata proprio nella zona confinante tra i tre Comuni. La sorgente, dove normalmente è presente acqua, è invece completamente asciutta, e l’area si presenta come un paesaggio spettrale. Dichiara Antonio Bertelè, sempre del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”: “Arriva la primavera e la natura si sta risvegliando dopo un inverno tutt’altro che rigido. Quello che dobbiamo rilevare è che la siccità colpisce sempre più duro. Ne è un esempio drammatico la situazione alla Testa del Nan, in territorio di Carugo, al confine con Brenna ed Inverigo. Al posto dell’acqua risorgiva, si vede il fondo del fontanile con le erbe e piante palustri, ormai del colore del fieno secco. Di acqua nemmeno l’ombra. Con la Testa del Nan iniziava la Roggia Borromea, che portava l’acqua fino a Cesano Maderno attraverso una canalizzazione che riveste importanza anche dal punto di vista archeologico. Con la siccità che dura ormai da un anno e mezzo, cosa dobbiamo aspettarci ancora?”.

Il Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" torna quindi a lanciare l’allarme per le gravissime conseguenze che corre il nostro territorio a causa della siccità, a partire proprio dalla condizione dei torrenti e delle sorgenti, ormai all’asciutto da troppi e troppi mesi!

Il 22 Marzo è la ‘Giornata mondiale dell'Acqua’, ma quale se c'è la siccità?

Il Lambro a Scarenna

di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”

Il 22 marzo si celebra come ogni anno la ‘Giornata mondiale dell'Acqua’, una ricorrenza importante che celebra il valore di questo elemento fondamentale per la nostra vita e per la vita del nostro Pianeta. Però questo stesso elemento - l'acqua appunto - è messo fortemente a rischio dai comportamenti dell’uomo: le attività umane hanno innescato i cambiamenti del clima e il conseguente riscaldamento globale, che stanno determinando sempre più squilibri a livello di disponibilità delle risorse naturali e dell'acqua in primis. Lo stiamo vedendo con la forte siccità che colpisce alcune regioni, il Nord Italia e le nostre stesse province. Territori in cui da 1 anno e mezzo mancano precipitazioni sufficienti a garantire la giusta quantità di acqua per la natura e per le diverse funzioni. Il rischio è, se si va avanti così senza piogge, che l'acqua diventi sempre più scarsa, anche quella ad uso potabile; in alcuni territori si rischia di dover intervenire con le autobotti per rifornire gli acquedotti, cosa già successa in passato in coincidenza con precedenti periodi di prolungata siccità. Occorre che la politica trovi il modo di tutelare al meglio le risorse idriche, preservandole da usi speculativi o da cattiva gestione. Ma i segnali che arrivano vanno nella direzione peggiore. 


Nonostante il vittorioso Referendum del 2011 contro la privatizzazione dell’acqua, il rischio speculazione è sempre in agguato: lo scorso 16 dicembre 2022 è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il decreto attuativo della legge sulla concorrenza che introduce limitazioni alla gestione pubblica dei servizi idrici da parte dei comuni, favorendo quindi processi di privatizzazione delle gestioni.

Anche nel nostro territorio sta aumentando il consumo di suolo, ovvero l'impermeabilizzazione dei terreni che limita la ricarica delle falde. E poi l'artificializzazione dei corsi d'acqua, con gli effetti che abbiamo visto per il fiume Lambro e per i suoi affluenti. Infine occorre evitare usi impropri come ad esempio utilizzare l’acqua per l’innevamento artificiale in montagna, come nel caso del pessimo progetto che riguarda il Monte San Primo.


Tocca quindi alle Istituzioni e a tutti noi cittadini impegnarsi per difendere l'ambiente, il territorio e l'acqua, da tutelare e rispettare con la massima attenzione.

sabato 4 marzo 2023

Circolo Ambiente: "Siccità in Lombardia. La situazione è gravissima, ma la Regione opera in modo contrario!"

Il Lambrone ad Erba (CO)

di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”


Leggiamo dell’esito del Tavolo regionale siccità coordinato dal presidente di Regione Lombardia (cliccare qui). L'analisi fatta dalla Regione è giusta ("manca circa la metà dell'acqua", a causa delle "scarsissime precipitazioni nevose, unite all’incremento della temperatura ed allo scioglimento nivale"), ma questo si sapeva già, da almeno 1 anno e mezzo (SIC!).

Ma quello che dobbiamo rilevare è che la stessa Regione Lombardia NON è consequenziale nei provvedimenti presi e da prendere: la scorsa estate 2022 ha emanato un bando regionale per nuovi impianti di innevamento artificiale (cliccare qui); ci chiediamo: da far funzionare con quale ACQUA? E la stessa Regione per il Monte SAN PRIMO ha finanziato con 1 milione di euro la realizzazione di nuovi impianti sciistici e cannoni sparaneve, anche qui ci chiediamo: da far funzionare con quale ACQUA?

Compito delle Istituzioni non è (solo) quello di fare le giuste analisi, ma soprattutto quello di adottare i corretti provvedimenti per prevenire o almeno contenere le cause della siccità, problema gravissimo che anche noi come associazione abbiamo denunciato, monitorando fin dalla scorsa estate il livello del fiume Lambro e dei suoi affluenti, nella zona del Triangolo Lariano, Erbese e Oggionese.

giovedì 16 febbraio 2023

Ancora grave la siccità del Lambro e dei suoi affluenti!

Il Lambro a Scarenna

La condizione del fiume Lambro e dei suoi affluenti desta ancora preoccupazione per la scarsità di acqua. A distanza di 6 mesi dal precedente monitoraggio, negli ultimi giorni gli attivisti del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" hanno percorso alcuni tratti del Lambro e dei torrenti Ravella, Bova e Bevera, verificando la situazione dei livelli di portata di acqua.

Il Lambro a Merone

Commenta Roberto Fumagalli presidente del Circolo: “La condizione del Lambro e dei torrenti è ancora preoccupante, poiché le portate sono minime. C'è presenza di acqua, comunque poca, nei tratti 'montani' e naturali dei due torrenti,  mentre nelle parti che hanno subìto artificializzazione l'acqua è ancor più scarsa se non del tutto assente”.

Ecco nello specifico qual è la situazione verificata dai membri del Circolo.

Il Lambro nella zona di Scarenna, tra Asso e Canzo, ha poca acqua, che raggiunge al massimo pochi centimetri, come attestato da Raffaella Rusconi. La quale ha monitorato anche il torrente Ravella nella zona urbana di Canzo: anche il torrente ha ben poca acqua.

Il corso del torrente Bova ad Erba - come riscontrato da Moreno Casotto - ha poca acqua,  praticamente la stessa scarsità verificata nello scorso luglio.
 
Il Lambrone ad Erba

Situazione sempre grave per il Lambrone a Erba che, prima dell'immissione nel lago di Pusiano,  praticamente è asciutto, come succede per molti mesi all'anno poiché il fiume, in questo tratto artificializzato, si ‘interra’. La situazione è stata verificata da Antonio Bertelè. Il quale ha invece notato che a Merone il corso dell'emissario naturale del lago di Pusiano, ha un po’ più acqua rispetto alla scorsa estate, ma comunque sempre scarsa.
Sempre a Merone, dopo l'uscita dal lago tramite il Cavo Diotti, il Lambro riprende un po’ di vigore, in virtù appunto alla regolazione della diga.

Il Ravella a Canzo

La stessa situazione di sofferenza è stata verificata sui torrenti, tra loro connessi, Gandaloglio e Bevera di Molteno, che costituiscono il maggiore affluente del Lambro settentrionale. Nella zona di Dolzago e di Molteno, Roberto Fumagalli e  Lucia Bolotta hanno verificato una scarsa presenza di acqua nei tratti naturali, che addirittura diminuisce fino quasi a scomparire nei tratti artificializzati.

Nel complesso la condizione del Lambro e dei suoi affluenti è solo leggermente migliore rispetto allo scorso luglio, ma resta comunque fortemente critica, vista la scarsità di precipitazioni.
Questa situazione, come  verificato anche l’estate passata, è sicuramente negativa, poiché, laddove l'acqua si perde, di fatto siamo di fronte al collasso ambientale dei fiumi e torrenti.
 
Il Bova a Crevenna di Erba

Conclude Fumagalli: “Da qui reiteriamo la nostra denuncia: i fiumi, nonostante la prolungata siccità - che crea gravi problemi ambientali - riescono a mantenere un minimo di presenza d'acqua, laddove il loro corso è lasciato naturale. Mentre dove l'uomo è intervenuto con la cementificazione degli alvei,  l'acqua praticamente scompare, causando di fatto la morte biologica dei corsi d’acqua. Per questo occorre che non solo non vengano fatte ulteriori opere di artificializzazione delle sponde dei fiumi, ma che si programmino interventi di rinaturalizzazione degli alvei che in passato sono stati cementificati”.

venerdì 27 gennaio 2023

Legambiente Lombardia: "I laghi sono allo stremo. Nel 2023, senza precipitazioni, la crisi idrica sarà durissima"


Il 2023 comincia con i grandi laghi prealpini tutti semivuoti, e questa è una pessima premessa per l’annata agraria che verrà, per gli agricoltori come per tutti gli utilizzatori della risorsa idrica lombarda, a partire dagli energetici.
I cinque grandi laghi che orlano l’arco prealpino lombardo costituiscono, infatti, un immenso serbatoio idrico utilizzato soprattutto per usi irrigui, grazie alle grandi opere di sbarramento degli emissari che ne regolano i deflussi, consentendo di stoccare un volume complessivo di 1,3 miliardi di metri cubi di acqua. L’acqua però scarseggia negli immissari e, per quanto gli enti regolatori si stiano già sforzando di limitare i deflussi, gli invasi sono vuoti per tre quarti: secondo i dati pubblicati dal servizio idrologico di ARPA Lombardia, infatti, il volume di acqua invasata, e quindi effettivamente utilizzabile per far fronte ai fabbisogni, è pari a circa 350 milioni di metri cubi, quando un anno fa, dopo un inizio inverno anche allora avaro di precipitazioni, c’erano comunque circa 200 milioni di mc di acqua in più nei grandi laghi. Purtroppo le prospettive, almeno per il momento, appaiono pessime: non solo il meteo non offre previsioni di precipitazioni importanti, ma anche i serbatoi che sovrastano i grandi laghi sono in pessima salute. In rapporto alle medie degli ultimi 15 anni, nei bacini idroelettrici alpini manca oltre il 25% dell’acqua normalmente presente in questa stagione, e anche la neve scarseggia: secondo i modelli di ARPA, in montagna manca l’equivalente sotto forma di neve di 700 milioni di mc di acqua, ovvero oltre il 40% della neve che si dovrebbe trovare sulle Alpi in questa stagione.


Quest’anno ad essere in sofferenza è anche il Garda, che nella siccità dell’anno scorso poté intervenire a soccorso delle portate del Po per impedire che andasse completamente in asciutta, mentre gli altri affluenti venivano letteralmente ‘tirati a secco’ per alimentare le reti irrigue. La provvista idrica del Garda nel 2023 non sarà disponibile, e quindi in caso di siccità si potrà prelevare molta meno acqua dagli altri fiumi, Ticino, Adda e Oglio in particolare, a meno di scegliere di desertificare il Polesine.

“Diciamo subito che non vogliamo guerre dell’acqua a spese dei fiumi. E questo non soltanto per difendere la biodiversità acquatica, ma anche perché eccessivi prelievi idrici da monte comporterebbero un danno gravissimo per gli utilizzatori di valle, e una espansione smisurata del cuneo salino che comprometterebbe la fertilità di centinaia di migliaia di ettari coltivati lungo il tratto terminale del corso del Po – dichiara Damiano Di Simine, coordinatore scientifico di Legambiente Lombardia – L’agricoltura lombarda deve fare affidamento su risorse idriche sempre più limitate e incerte, perché ormai il cambiamento climatico è tra noi, e non ci abbandonerà per qualche secolo”.


Legambiente è anche molto perplessa sulle soluzioni ingegneristiche che si prospettano e che dovrebbero attingere dalle risorse economiche del PNRR. Si tratterebbe di realizzare una miriade di laghetti per trattenere acque piovane da redistribuire nel momento del bisogno. “Per quanti laghetti si possano fare in Lombardia, si tratterebbe di volumi irrisori in rapporto ai miliardi di mc degli invasi già presenti. In Lombardia non mancano i volumi di invaso, ma l’acqua con cui riempirli! Occorre avere il coraggio di affrontare un cambiamento profondo dell’agricoltura, non solo modificando le tecniche irrigue, ma soprattutto gli ordinamenti colturali. Non si può pensare di affrontare il cambiamento climatico senza cambiare le colture, anche se ciò significherà ridimensionare le produzioni che afferiscono alla filiera zootecnica” conclude Di Simine.

domenica 13 novembre 2022

Crisi idrica 2022: evento eccezionale o futura normalità?


Venerdì 25 novembre 2022 a partire dalle ore 14.30 si terrà il webinar dal titolo Crisi idrica: evento eccezionale o futura normalità?

Per iscriverti all’evento clicca qui:
https://clover.unipv.it/locandina_clover_25novembre2022_link/

venerdì 22 luglio 2022

WWF Lombardia: "Nessuno ha il diritto esclusivo di portare l'acqua al proprio mulino!"



di Gianni Del Pero, Presidente WWF Lombardia


Gli ultimi dati ufficiali pubblicati giovedì 21 luglio 2022 sullo stato delle riserve idriche in Lombardia sono sbalorditivi! Nonostante la situazione drammatica, mentre i grandi Laghi sono al minimo di regolazione e hanno perso in una settimana 50 milioni di metri cubi di acqua e i canali irrigui sono in secca, gli invasi idroelettrici hanno perso solo 10 milioni di metri cubi e ne trattengono ancora (17 luglio) 390 milioni! 

 


Ma quando pensano di farli scendere? Ad agosto dopo i temporali della prossima settimana? Quando probabilmente non serviranno più a salvare l'agricoltura, dopo avere prodotto danni ecobiologici irreversibili a laghi e fiumi e inutili sofferenze ai cittadini e all'intera Lombardia? L'acqua è il Bene Comune per eccellenza! Nessuno ha il diritto esclusivo di portare l'acqua al proprio mulino!

sabato 16 luglio 2022

Acqua: un'emergenza cronica. Perché tutti siamo chiamati a fare la nostra parte subito

Precipitazioni medie in Italia, 1901-2020 (da Wikipedia)
Download Data, su climateknowledgeportal.worldbank.org

di Carlo Borghetti, Vice Presidente del Consiglio Regione Lombardia
e-mail segreteria.borghetti@consiglio.regione.lombardia.it


Lo scorso 15 maggio 2022 l’Italia ha esaurito la sua quota di risorse che il pianeta riesce a rigenerare nel corso di un anno, secondo i calcoli del Global Footprint Network. Stiamo già vivendo a debito con il pianeta Terra, perché il nostro Paese ha bisogno di 2,7 volte quello che gli spetterebbe commisurato alla popolazione e al territorio. Terra, aria, risorse minerali e acqua sono risorse finite, non infinite. Ecco perché è fondamentale agire velocemente secondo un triplice criterio: preservare-utilizzare-recuperare le risorse-beni comuni, a partire dall’acqua.
 
Non c’è altra strada per invertire la rotta di quella che ormai non può più nemmeno essere definita una “emergenza” perché i drammi odierni –una siccità che non ha eguali nella nostra storia, incendi e la tragedia del distacco del seracco della Marmolada– non sono altro che la punta dell’iceberg di un modo di vivere incurante degli appelli e poi degli allarmi degli esperti di cambiamenti climatici che ormai va avanti da molti, troppi decenni. Preservare-utilizzare-recuperare è il senso della “transizione ecologica”, espressione della quale ancora forse non si comprende appieno il significato.
 
Anche di questo ho parlato lo scorso 8 luglio nel convegno “Il sistema dell’acqua circolare” organizzato dalla Commissione Ambiente e Protezione civile del Consiglio regionale, a cui hanno preso parte ARPA Lombardia, esperti e rappresentanti delle istituzioni ospitati dal Centro Ricerche di CAP, il Consorzio Acqua Potabile della Città Metropolitana di Milano all’Idroscalo di Milano. Obiettivo: portare all’attenzione di tutti –responsabili della cosa pubblica, operatori, cittadini– le criticità del sistema idrico e soprattutto individuare gli strumenti per una migliore gestione dell’acqua, cominciando da una maggiore limitazione degli scarichi industriali, civili, commerciali e artigianali e dalla diffusione della conoscenza dei comportamenti responsabili che tutti noi possiamo utilizzare anche nella vita quotidiana, in famiglia e al lavoro.
 
Un giornale ha definito “buchi nell’acqua” le perdite idriche di rete, un problema che non riguarda i Comuni lombardi ma che nell’intero Paese fa sì che su 2,4 miliardi di metri cubi di acqua immessi in rete, l’erogazione finale sia ridotta a 1,5 miliardi di metri cubi: quasi un miliardo di metri cubi d’acqua va persa, oltre il 35% del totale.
 
L’Italia utilizza quasi il 35% delle sue risorse idriche rinnovabili, quando l’obiettivo europeo di efficienza prevede di non estrarre più del 20% delle disponibili ed è prima in Europa per prelievo di acqua potabile, con oltre 9 miliardi di metri cubi. E ancora, mentre in Europa il consumo medio giornaliero per persona è di 120 litri, gli italiani ne consumano 243 litri, più del doppio. A margine, siamo anche tra i primi consumatori di acqua in bottiglia al mondo. I nostri comportamenti sono la prova della mancanza di consapevolezza sul fatto che gli sprechi, prima o poi, si pagano: serve una diversa cultura di utilizzo.
 
Delle proposte e azioni da mettere in atto si è discusso nel convegno e personalmente condivido la posizione di Legambiente, che già l’ottobre scorso aveva auspicato una nuova strategia per gestire l’acqua come risorsa circolare. Come?
Con “interventi strutturali per rendere efficiente il funzionamento del ciclo idrico integrato, separare le reti fognarie, investire sullo sviluppo di sistemi depurativi innovativi e con tecniche alternative”.
Nonché “misure di incentivazione e defiscalizzazione in tema idrico come avviene per gli interventi di efficientamento energetico”, “obbligo di recupero delle acque piovane e installazione di sistemi di risparmio idrico e recupero della permeabilità in ambiente urbano attraverso misure di de-sigillazione del suolo, togliendo asfalto e cemento, per ridargli permeabilità”.
E, ancora, “utilizzo dei Criteri Minimi Ambientali definiti dal Ministero della transizione ecologica nel campo dell’edilizia per ridurre gli sprechi; implementazione di sistemi di recupero e riutilizzo delle acque; riutilizzo dell’acqua nei cicli industriali  con un servizio di depurazione dedicato”.
 
Molte di queste azioni hanno a che fare anche con la sicurezza del territorio lombardo: siccità e fortunali, dissesto idrogeologico, eccessiva impermeabilizzazione del suolo, inadeguatezza degli invasi hanno causato negli ultimi anni un numero mai visto prima di richieste di riconoscimento dello stato di calamità naturale. Che, di nuovo, si traducono in richieste di risorse per risarcimenti danni: emergenze, insomma. Solo una migliore gestione delle acque e del suolo può modificare questa situazione.
 
Ma ha senso parlare di “emergenza” quando le siccità che abbiamo sofferto in Italia sono state nel 1997, 2002, 2012, 2017 e nel 2022, e che la serie si fa sempre più ravvicinata? E aggiungiamo che nel 2021 il Po, secondo l’Autorità Distrettuale del Fiume, ha avuto portate del 30% sotto la media. Quindi non stiamo bene neanche negli anni “dimenticati” dalla siccità.
 
A ogni evento drammatico –alluvioni, esondazioni, bombe d’acqua, ghiacciai che si ritirano, valanghe che si distaccano, crisi agroalimentari– sembra che ci accorgiamo di qualcosa di inaspettato, di nuovo. Parliamo di calamità come di una disgrazia esterna che turba il nostro vivere quotidiano, per la quale non c’è preavviso e non abbiamo alcuna colpa. Eppure le catastrofi sono sempre più connesse al nostro modo di vivere e saranno sempre più frequenti e “normali” se non modifichiamo subito e profondamente il nostro approccio con l’ambiente in cui viviamo. L’attenzione all’acqua di questi mesi impone scelte forti e immediate, ma anche programmi per il medio e il lungo periodo, per evitare crisi nel futuro prossimo venturo.

“La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri padri ma un prestito da restituire ai nostri figli”.

giovedì 7 luglio 2022

Siccità: perché costruire nuovi invasi non può essere la soluzione


A cura CIRF (Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale)


La grave crisi idrica in corso è senza dubbio da inquadrare nella epocale crisi climatica ed ecologica in atto e come tale va approcciata in modo strutturale, affrontando le cause e non correndo dietro ai sintomi. Questa crisi ha una fondamentale causa: aver perseguito per decenni uno sviluppo economico che prescinde dai vincoli ecosistemici. Nella UE ciò ha avuto tragiche conseguenze:

  • più dell’80% degli habitat è in cattivo stato di conservazione
  • dal 1970 le aree umide si sono contratte del 50%
  • negli ultimi 10 anni il 71% dei pesci e il 60% degli anfibi ha mostrato un declino delle popolazioni
  • un terzo tra api e farfalle sono in declino e un decimo sono sull’orlo dell’estinzione.

Questi dati non possono essere guardati con sufficienza. La permanenza umana sulla Terra necessita che la biodiversità sia salvaguardata e che si invertano le dinamiche di declino in atto da decenni.

Per tali ragioni riteniamo che sia inaccettabile —perché insostenibile e quindi causa di ulteriore aggravio delle future crisi e dai benefici non duraturi— ogni risposta alla crisi idrica che si basi sull’ulteriore depredazione delle risorse naturali e su ogni ulteriore aggressione alla biodiversità: è una scelta letteralmente senza futuro. Siamo pertanto fortemente contrari alle attuali sistematiche deroghe al deflusso ecologico e riteniamo fallimentare e dannosa ogni  strategia incardinata sulla costruzione di nuovi invasi lungo i corsi d’acqua.


Per un approccio razionale al problema è necessario mettere in discussione come viene utilizzata questa risorsa limitata che è l’acqua. L’agricoltura è il maggiore utilizzatore mondiale: secondo stime ANBI in Italia ad essa sono imputabili 14,5 miliardi di mc di acqua l’anno, pari al 54% dei consumi totali. In quest’ambito, a nostro avviso, è una distorsione che si continui a parlare dei miliardi di euro di danni causati all’agricoltura dalla siccità, quando il fulcro della questione dovrebbe essere la produzione di cibo, che prima di tutto deve essere sostenibile. La sostenibilità è un prerequisito essenziale affinché i livelli produttivi permangano nel tempo, a fronte non solo delle crisi idriche, ma delle numerose altre crisi sistemiche che stanno rendendo sempre più difficile e costoso l’accesso ai fattori su cui si è basata la produttività agricola dal secondo dopoguerra ad oggi. È quindi prioritario ripensare a quali siano le produzioni agricole meritevoli di essere incentivate e quali invece da disincentivare, in un’ottica di sicurezza alimentare, privilegiando ad esempio le colture meno idroesigenti all’interno del nuovissimo Piano strategico nazionale della PAC (PSP) che, lo ricordiamo, è stato bocciato dalla Commissione Europea in particolare proprio per lo scarso coraggio in tema di sostenibilità ambientale.    

Per incrementare la sostenibilità della produzione agricola è fondamentale poi ridefinire l’organizzazione dei paesaggi agrari e delle pratiche agronomiche. L’agricoltura è la maggiore causa singola di perdita di biodiversità. Nella UE il 70% dei suoli sono degradati. Secondo ISPRA il 28% del territorio italiano presenta segni di desertificazione, che non è banalmente un problema di mancanza d’acqua; infatti, secondo dati del 2008, in Italia “l’80% dei suoli ha un tenore di carbonio organico inferiore al 2%, di cui una grossa percentuale ha valori di CO minore dell’1%”, questo indica suoli disfunzionali, proni alla desertificazione, meno capaci di trattenere acqua e nutrienti, dalla minore capacità produttiva. Va generalizzata quindi l’adozione di misure mirate all’incremento della funzionalità ecologica dei territori agrari e della loro capacità di trattenere e far infiltrare le acque meteoriche e prevenire il degrado dei suoli.

Il secondo livello di ragionamento è quello relativo all’uso più efficiente, e in quest’ambito prioritaria è la riduzione delle perdite di rete. Nel 2018 le perdite nelle reti idriche potabili erano pari al 42% in aumento di 10 punti rispetto al decennio precedente, a causa della crescente obsolescenza. Data la situazione, non possiamo quindi non evidenziare come il PNRR preveda di investire entro il 2026 solo 900 milioni di €, quando l’OCSE nel 2013 stimava che dovremmo spendere 2,2 miliardi €/anno per i prossimi 30 anni per far fronte alle  necessità del Paese e per metterci in pari con il livello di investimenti per il mantenimento delle reti del  resto d’Europa.

Solo avendo a riferimento questa primaria forte riduzione dei fabbisogni ha senso interrogarsi sulle strategie più opportune per assicurarci la necessaria disponibilità idrica durante la sempre più lunga stagione secca. Nel dibattito pubblico attualmente sembra che esista solo un’unica possibilità: costruire nuovi invasi artificiali. Come CIRF siamo totalmente contrari a nuove dighe lungo i corsi d’acqua, mentre siamo possibilisti su piccoli invasi collinari volti alla raccolta dei deflussi superficiali, per quanto pure questi non siano esenti da criticità. Non si possono proporre nuove dighe senza considerare il loro fortissimo impatto sui sistemi idrografici; attualmente gli sbarramenti sono:

  • il fattore di pressione più significativo in almeno il 30% dei corpi idrici europei;
  • causa del mancato raggiungimento del buono stato ecologico in almeno il 20% dei corpi idrici europei.    

Più nello specifico le dighe (insieme alle escavazioni in alveo) hanno determinato un cronico deficit di sedimenti su estese porzioni del reticolo idrografico italiano, con incisione degli alvei ed erosione costiera, che hanno determinato danni a ponti e opere di difesa, con un ingente esborso di risorse per ricostruire o stabilizzare tali infrastrutture e per realizzare opere di difesa dei litorali. Incisione degli alvei ed erosione delle coste sono fattori primari di depauperamento delle falde freatiche e di intrusione del cuneo salino, ovvero proprio quei fenomeni che imputiamo (esclusivamente) alla siccità e che pretendiamo di combattere con nuove dighe. All’accumulo negli invasi si collegano poi altri problemi significativi che non vengono mai messi sul tavolo della discussione:

  • gli invasi perdono molta acqua per evapotraspirazione, come media italiana, ad essere molto cautelativi, non meno di 10.000 mc/anno per ogni ettaro di superficie dello specchio d’acqua, ma questa quantità è sicuramente maggiore nel Mezzogiorno e per gli invasi di minori dimensioni (ad esempio quelli collinari) e non farà che aumentare al crescere delle temperature medie;
  • soprattutto negli invasi più piccoli l’acqua può raggiungere temperature elevate, con formazioni di condizioni anossiche, fioriture algali e sviluppo di cianotossine (uno dei problemi emergenti di maggior rilievo a livello mondiale) tutti fattori che compromettono il successivo utilizzo di queste acque.

Il luogo migliore dove stoccare l’acqua è la falda, ogni qual volta ce n’è una.  I serbatoi artificiali sono sostanzialmente interventi monofunzionali, la multifunzionalità tanto sbandierata è solo una chimera, come mostra la realtà degli invasi esistenti, perché i diversi obiettivi a cui possono teoricamente contribuire sono tra loro conflittuali e nella pratica si possono raggiungere solo molto parzialmente. La ricarica controllata della falda determina un ventaglio ampio di benefici oltre quello dello stoccaggio: falde più alte sono di sostegno a numerosi indispensabili habitat umidi, lentici e lotici; si previene la subsidenza indotta dall’abbassamento della falda; falde più elevate rilasciano lentamente acqua nel reticolo idrografico sostenendo le portate di magra; livelli di falda alti contrastano l’intrusione del cuneo salino. I sistemi di ricarica controllata della falda costano in media 1,5€/m3 di capacità di infiltrazione annua, mentre per gli invasi i costi arrivano a 5-6€/m3 di volume invasabile. I sistemi di ricarica controllata consumano molto meno territorio, per essi è più facile trovare siti idonei.

Nell’immediato, non possiamo controllare l’andamento delle precipitazioni e delle temperature (per quanto esso sia stato condizionato nei decenni dall’attività antropica) ma possiamo certamente agire (con prospettive di risposta a breve termine) per far sì che le sempre minori e più concentrate precipitazioni permangano più a lungo sul territorio invece di scorrere velocemente a valle fino al mare.

Per ottenere ciò bisogna attuare una grande opera di riqualificazione che comprenda: la riqualificazione morfologica ed ecologica dei corsi d’acqua, decanalizzandoli e recuperando le forti incisioni subite nei decenni scorsi, riconnettendo le pianure alluvionali, ripristinando fitte formazioni boscate riparie; la ricostituzione della rete di siepi interpoderali e del reticolo idraulico minuto; l’adozione generalizzata di pratiche colturali che implementino il contenuto di sostanza organica nei suoli e la loro capacità di assorbire le piogge e trattenere umidità e nutrienti (un incremento dell’1% nel contenuto di sostanza organica può garantire fino a 300 m3/ha di accumulo idrico nel suolo, disponibile per la vegetazione); la de-impermeabilizzazione delle aree urbane. Queste sono misure previste dalle strategie per la “biodiversità 2030” e “From farm to fork” nell’ambito del New Green Deal della UE. E riprese dalla recente proposta normativa (il “Pacchetto Natura”) presentata il 22 giugno scorso dalla Commissione Europea. Le proposte attualmente in discussione in Italia vanno esattamente nella direzione opposta.

Sempre più dovremmo imparare a convivere con i due estremi di lunghe siccità e precipitazioni intense, con il loro portato di alluvioni, a cui solo un territorio e un reticolo idrografico maggiormente naturali possono far fronte contemporaneamente. Chiediamo pertanto al Governo di fermare il piano invasi e di mettere in campo una strategia di adattamento davvero integrata, incardinata su un esteso piano di riqualificazione e di incremento della biodiversità, come giustamente suggerito dalle recenti strategie e proposte normative europee.
 

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