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giovedì 8 ottobre 2026

Il deposito tranviario tra Desio e Seregno: un monumento al consumo di suolo

Abbiamo sacrificato territorio del Parco GruBrìa per costruire un'opera che ora qualcuno ipotizza persino di non completare.

 

 

Riceviamo e pubblichiamo.

Ho letto su MBNews la notizia relativa alla possibilità di non completare il deposito della metrotranvia previsto tra Desio e Seregno.

Una notizia che, francamente, mi ha colpito e sulla quale mi sarei aspettato di trovare qualche informazione anche su Brianza Centrale, visto l'interesse che il blog ha sempre dimostrato per le questioni ambientali e, in particolare, per il consumo di suolo nel nostro territorio.

Da quanto riportato dalla stampa, si tratterebbe ancora soltanto di un'ipotesi emersa nell'ambito delle trattative sulla metrotranvia. Ma se davvero si sta valutando la possibilità di non completare il deposito, credo che sarebbe importante capire perché, quali conseguenze avrebbe questa eventuale decisione e soprattutto che fine farebbe l'area che è stata sacrificata per realizzarlo.

Stiamo parlando infatti di un'opera che ha comportato il consumo di una significativa area di territorio agricolo e, per la parte di Seregno, di un intervento realizzato all'interno del Parco GruBrìa.

Mi sarei aspettato, di fronte a una notizia di questa portata, anche una presa di posizione da parte del Sindaco di Seregno, o almeno una richiesta pubblica di chiarimenti. Finora, però, non mi risulta che ci sia stata.

Per questo vorrei chiedervi di occuparvi della questione, cercando di capire che cosa c'è realmente dietro questa ipotesi, quali sono le posizioni dei Comuni interessati e, soprattutto, quale potrebbe essere il destino dell'area del deposito se l'opera non venisse completata.

Credo che sia una vicenda che meriti di essere seguita e spiegata, anche perché quando si consuma territorio per realizzare un'infrastruttura, non si può semplicemente far finta che nulla sia successo se poi quell'infrastruttura viene rimessa in discussione.

Grazie e buon lavoro.

D.C.


Un possibile monumento al consumo di suolo


Ringraziamo D.C. per la lettera e per averci sollecitato a tornare sulla vicenda del deposito della metrotranvia tra Desio e Seregno. La notizia l'avevamo letta, ma abbiamo preferito non intervenire subito perché si parlava, almeno nelle prime ricostruzioni, soltanto di un'ipotesi emersa nelle trattative e non di una decisione. Prima di commentarla volevamo quindi capire meglio che cosa ci fosse realmente sul tavolo. La vicenda, comunque, non è nuova per Brianza Centrale. Ne abbiamo parlato più volte, anche recentemente, e la nostra posizione sul consumo di suolo necessario alla realizzazione del deposito è sempre stata chiara. Un'area agricola, peraltro compresa nel Parco GruBrìa per la parte seregnesе, è stata sacrificata per un'opera presentata come necessaria, moderna e sostenibile. Oggi, però, emerge un paradosso difficile da ignorare: quel deposito potrebbe diventare un monumento al consumo di suolo. Si è consumato territorio per realizzare un'infrastruttura che ora si ipotizza di non completare.

Naturalmente non attribuiamo all'attuale amministrazione di Seregno la decisione originaria di realizzare la metrotranvia: quando si è insediata, l'opera era già stata decisa e progettata. Al Comune va però chiesto come abbia seguito e governato, per quanto di sua competenza, la realizzazione dell'opera sul proprio territorio. Non è necessariamente sbagliato aver aperto più cantieri contemporaneamente: può essere stata una scelta pensata per accelerare i lavori. Ma quali garanzie sono state date sui tempi e sul completamento? E chi, per conto di Seregno, ha verificato che quelle garanzie fossero sufficienti? Oggi abbiamo cantieri disseminati sul territorio, disagi che si protraggono da anni e, stando alle notizie più recenti, persino l'eventualità che una parte dell'opera non venga completata. L'impressione è che la gestione sia stata in larga misura demandata a Città Metropolitana, senza che da Seregno si sia vista una particolare iniziativa politica. E qui una domanda viene spontanea: perché questo silenzio? È soltanto prudenza, in attesa dell'esito delle trattative, oppure c'è qualche difficoltà a prendere pubblicamente posizione nei confronti di Città Metropolitana, che fa riferimento alla stessa area politica dell'attuale amministrazione seregnesе? Non abbiamo elementi per sostenerlo, ma sarebbe proprio il Comune a dover chiarire quale sia la propria posizione.

Soprattutto, è arrivato il momento di pensare anche a una soluzione B. Se non esistono garanzie concrete per un completamento in tempi ragionevoli, non possiamo limitarci ad aspettare che i lavori proseguano chissà per quanto tempo, lasciando sul territorio cantieri, aree provvisorie e inevitabili situazioni di degrado. Un'opera pubblica può essere rallentata, modificata o persino ripensata. Quello che non può diventare normale è il cantiere infinito. Per questo chiediamo al Comune di Seregno di uscire dal silenzio: chieda garanzie sui tempi e sul completamento dell'opera e, se queste garanzie non ci sono, cominci a valutare alternative.

Il territorio è già stato consumato. Ora almeno si eviti che, oltre al suolo, si consumino anche anni nell'attesa di un'opera che potrebbe non arrivare mai.

mercoledì 7 ottobre 2026

Nel Meredo, dove le strade hanno ancora un nome


Ci sono luoghi di Seregno dove molti di noi sono passati chissà quante volte, senza però fermarsi davvero a guardarli. Sabato 3 ottobre, invece, durante la camminata narrante lungo le strade vicinali del Meredo, nel quartiere di Sant’Ambrogio, ci siamo fermati. Abbiamo osservato, ascoltato e scoperto. Le guide hanno accompagnato i partecipanti in un percorso fatto di storia, odonomastica, vita vissuta, ambiente e natura. E così quelle che potevano sembrare semplicemente strade di campagna sono diventate un racconto fatto di persone, cascine, nomi, ricordi e trasformazioni del paesaggio.

Una passeggiata che ha permesso di guardare con occhi diversi un territorio che conosciamo forse più per abitudine che per vera conoscenza. E non è mancato il presente, con le trasformazioni che incombono su questi luoghi. La Pedemontana e la nuova tangenziale sono infatti interventi destinati a modificare profondamente un paesaggio che conserva ancora tracce importanti della sua storia. Anche le operatrici del Parco GruBrìa hanno portato il loro contributo, raccontando le attività del parco, raccogliendo appunti e proponendo laboratori. Un modo per conoscere meglio il territorio e, nello stesso tempo, per capire quanto sia importante prendersene cura.


Poi, a Cascina Monti Brivio, è arrivato uno dei momenti più belli della giornata. Gli abitanti della cascina hanno offerto ai partecipanti un piccolo ristoro e ci hanno regalato l’emozione della scoperta e dell'inaugurazione della lapide con il nome della cascina. Un gesto semplice, ma significativo. Perché mettere un nome su una lapide significa rendere visibile una storia, riconoscere un luogo e contribuire a conservarne la memoria.


E forse proprio da quella lapide può nascere una proposta. Le strade vicinali del Meredo hanno ancora i loro antichi nomi. E questo è un fatto tutt’altro che scontato: sono infatti tra i pochi nomi della più antica toponomastica di Seregno che siano sopravvissuti fino a oggi e siano rimasti nomi ufficiali. Eppure, lungo quelle strade, quei nomi non sono indicati da alcun cartello. Perché allora non fare per le strade quello che è stato fatto per Cascina Monti Brivio?

Mettere dei cartelli con i loro nomi.

Non si tratterebbe di recuperare o ricostruire una toponomastica del passato, né di affiancare nomi storici a quelli ufficiali. Quei nomi sono già ufficiali. Sono una parte ancora viva della toponomastica seregnese. Si tratterebbe semplicemente di renderli visibili. Sabato li abbiamo ascoltati, ne abbiamo scoperto le storie e abbiamo imparato a riconoscerli. Sarebbe bello che, d'ora in poi, potessero essere riconosciuti anche da chi attraversa il Meredo senza partecipare a una camminata.

La lapide di Cascina Monti Brivio dimostra quanto possa essere importante un nome scritto e restituito alla vista di tutti. Perché non fare la stessa cosa con i nomi delle nostre antiche strade? Sono ancora lì. Sono ancora ufficiali. Basterebbe soltanto scriverli.

martedì 29 settembre 2026

A piedi nel Meredo, tra strade vicinali, cascine e memoria

Sabato 3 ottobre una nuova camminata narrante alla scoperta del Parco Agricolo del Meredo


Ci sono luoghi che si possono attraversare tante volte senza riuscire davvero a vederli. E poi ci sono le strade vicinali del Meredo: basta percorrerle a piedi, con qualcuno che sappia raccontarle, per scoprire che dietro un nome, una cascina, un boschetto o una vecchia crocetta si nasconde una parte importante della storia di Seregno. È questo l'obiettivo della camminata narrante “Per le strade vicinali del Parco Agricolo del Meredo”, in programma sabato 3 ottobre 2026, con ritrovo alle ore 10 presso il parcheggio della Strada Vicinale del Merè Nord. L'iniziativa riprende l'esperienza dello scorso anno, quando la passeggiata alla scoperta delle vie vicinali del quartiere Sant'Ambrogio registrò il tutto esaurito e accompagnò i partecipanti attraverso le strade rurali, le cascine, i boschi e i luoghi della memoria del Meredo.

Anche questa volta il cammino sarà un'occasione per guardare con occhi diversi un territorio che conserva ancora importanti tracce del suo passato agricolo. Le vecchie strade vicinali, nate per collegare campi e cascine, sono oggi percorsi preziosi per conoscere e vivere il paesaggio del Parco Agricolo del Meredo. Un patrimonio tanto più significativo in una città dove gli spazi agricoli e naturali sono sottoposti da decenni a una forte pressione urbanistica.  La passeggiata sarà accompagnata da Alberto Isnenghi del WWF Insubria, per gli aspetti naturalistici, da Zeno Celotto del Circolo culturale Seregn de la memoria, che accompagnerà i partecipanti tra storia, toponomastica e curiosità del territorio, e da Massimiliano Morelli, che racconterà la storia delle cascine e del paesaggio agricolo del Meredo. Il percorso permetterà così di intrecciare natura, storia e memoria, seguendo quelle strade che ancora oggi attraversano campi e aree boscate e che costituiscono una delle caratteristiche più interessanti del paesaggio del Meredo. La rete delle strade vicinali non è infatti soltanto una rete di percorsi: è una testimonianza concreta della lunga storia agricola di questa parte di Seregno.

E alla fine della camminata ci sarà anche un momento conviviale. Presso Cascina Monti Brivio saranno allestiti alcuni gazebo informativi del Parco GruBrìa e del Circolo culturale Seregn de la memoria, prima del rinfresco finale offerto dagli abitanti della cascina. Un modo semplice per stare insieme e, soprattutto, per ricordare che il paesaggio non è qualcosa di separato dalla nostra storia: è la storia che ancora possiamo attraversare a piedi.

Informazioni

  • Sabato 3 ottobre 2026
  • Ritrovo: ore 10
  • Luogo: parcheggio della Strada Vicinale del Merè Nord, Seregno
  • Partecipazione: gratuita
  • Iscrizione obbligatoria entro il 1° ottobre 2026 scrivendo a comitato.santambrogio@seregno.info

lunedì 28 settembre 2026

La città è di tutti. E a Seregno?


Mercoledì 30 settembre alle 18, alla Fondazione Ambrosianeum di Milano, Elena Granata presenterà il suo nuovo libro La città è di tutti. Con lei dialogheranno Fabio Pizzul, presidente della Fondazione Ambrosianeum, e Alberto Rossi, sindaco di Seregno.

Ed è proprio quest'ultima presenza che ci sembra particolarmente interessante.

Non è infatti un incontro casuale. Elena Granata ha lavorato anche sul Piano Clima di Seregno, uno strumento che avrebbe dovuto tradurre in indirizzi e azioni concrete alcuni dei temi che ritroviamo al centro della sua riflessione: la qualità dello spazio urbano, il verde, il contrasto alle isole di calore, la mobilità, il consumo di suolo, la capacità della città di adattarsi ai cambiamenti climatici.

Il Piano Clima di Seregno ha ormai circa due anni. La domanda, a questo punto, non può essere soltanto quella relativa alla sua impostazione, ma deve riguardare la sua attuazione concreta. 
Quanto di quello che è stato scritto nel Piano è diventato realtà? Quali interventi sono stati effettivamente realizzati? Quali sono ancora da fare? E soprattutto: le trasformazioni che nel frattempo interessano la città sono coerenti con gli obiettivi indicati dal Piano? Sono domande tutt'altro che teoriche. Nel corso degli ultimi anni Brianza Centrale ha seguito e documentato diversi interventi sul territorio di Seregno, evidenziando in più occasioni come alcune scelte urbanistiche e alcune trasformazioni del territorio sembrino difficilmente conciliabili con gli obiettivi dichiarati in materia di adattamento climatico, tutela del verde e contrasto al consumo di suolo. 

È proprio qui che il titolo del libro di Elena Granata acquista, almeno per noi, un significato particolare. “La città è di tutti” non dovrebbe essere soltanto una bella affermazione di principio. Significa chiedersi chi decide come cambia una città, quali interessi vengono considerati, quanto spazio viene lasciato al verde e agli spazi pubblici e se le politiche dichiarate dalle amministrazioni trovano poi una corrispondenza nelle trasformazioni concrete.

Anche la recensione di Pier Carlo Palermo, pubblicata dalla Casa della Cultura, invita a non fermarsi alle affermazioni di principio. Palermo riconosce nel libro una forte spinta pedagogica e civile, ma sottolinea anche la necessità di confrontarsi con la complessità dei processi urbani, con i conflitti e con i rapporti di forza che determinano concretamente la trasformazione delle città. È una questione che riguarda Milano, ma riguarda ancora di più le città di provincia, dove le trasformazioni possono essere osservate quasi alla scala della strada, del quartiere, del parco che scompare o della nuova costruzione che prende il posto di uno spazio libero. Per questo la presenza del sindaco di Seregno rende l'appuntamento del 30 settembre particolarmente interessante anche per chi osserva le trasformazioni della nostra città.

Dal Piano Clima alla città reale: che cosa significa, concretamente, dire che la città è di tutti?
Sarà un'occasione per ascoltare Elena Granata, ma anche per riportare quella riflessione dentro la realtà quotidiana di Seregno.

  • 📅 Mercoledì 30 settembre 2026
  • 🕕 Ore 18.00
  • 📍 Fondazione Ambrosianeum – Sala Falck – Via delle Ore 3, Milano
  • 🎟️ Ingresso libero e gratuito.

La recensione di Pier Carlo Palermo sul libro di Elena Granata è disponibile sul sito della Casa della Cultura (cliccare qui). 

martedì 22 settembre 2026

Sacco e Vanzetti: a Seregno la memoria ha scelto la strada più corta

Fonte immagine: Wikipedia

Ci sono strade che, per arrivarci, bisogna quasi andare a cercare.

È il caso di via N. Sacco e B. Vanz.. Sì, proprio così: N. Sacco e B. Vanz.. Non è un refuso di questo articolo, ma la denominazione che si legge sul cartello stradale.


La strada si trova a Seregno, ma per arrivarci in automobile bisogna passare dal territorio di Cesano Maderno. È una laterale della Strada Vicinale Cassina Savina e oggi ha quasi l'aria di essere una piccola enclave seregnese oltre confine.


Non è sempre stato così. Un tempo la strada era collegata direttamente a via Saronno attraverso un passaggio a livello. Poi il passaggio a livello è stato chiuso, qualche decennio fa, e con la sua soppressione è venuto meno anche il collegamento diretto con quella parte di Seregno. Da allora, per arrivare in auto, bisogna fare un piccolo giro passando da Cesano Maderno.

Ma chi erano quei due nomi?

Bartolomeo Vanzetti a sx e Nicola Sacco a dx. Fonte: Wikipedia

Nicola Sacco
e Bartolomeo Vanzetti, due italiani emigrati negli Stati Uniti, anarchici, che all'inizio del Novecento si trovarono coinvolti in una delle vicende giudiziarie più controverse della storia americana. Sacco era un calzolaio, Vanzetti un pescivendolo. Vivevano e lavoravano nel Massachusetts quando, nel 1920, furono arrestati e accusati di aver partecipato a una rapina durante la quale erano stati uccisi due uomini. Il processo si trasformò presto in qualcosa che andava ben oltre le accuse contestate ai due immigrati italiani. Il clima politico dell'epoca era fortemente segnato dalla paura del radicalismo e dell'anarchismo. Sacco e Vanzetti erano anarchici e questo elemento finì per pesare enormemente sulla loro vicenda.

Furono condannati a morte.

Per anni, dentro e fuori dagli Stati Uniti, si moltiplicarono le proteste e le iniziative per ottenere un nuovo processo. La loro storia diventò un simbolo delle battaglie contro l'ingiustizia e contro la persecuzione politica. Ma non bastò. Il 23 agosto 1927 Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono giustiziati sulla sedia elettrica nel carcere di Charlestown, nel Massachusetts.

La loro vicenda entrò poi nella memoria collettiva anche attraverso la musica. Nel 1971 Joan Baez dedicò loro Here's to You, con parole destinate a diventare una sorta di omaggio universale:

Here's to you Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph!

Vi rendo omaggio Nicola e Bart
Per sempre riposate qui nei nostri cuori
Il momento estremo e finale è vostro
Quell'agonia è il vostro trionfo!


Nel 1977, cinquant'anni dopo la loro esecuzione, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis riconobbe ufficialmente che il processo aveva prodotto una grave ingiustizia.


Peccato che a Seregno la memoria abbia scelto la strada più corta: N. Sacco e B. Vanz.

Dopo una vicenda che per decenni ha rappresentato una delle più note battaglie contro un'ingiustizia giudiziaria, forse Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti avrebbero meritato almeno il privilegio di vedere il proprio nome scritto per intero.

domenica 20 settembre 2026

Dalla Resistenza alla Costituzione: l’ANPI Seregno racconta le 21 madri costituenti


La storia della Repubblica non comincia soltanto nelle aule dell’Assemblea Costituente. Comincia anche nella lotta contro il fascismo, nella Resistenza e nella conquista di diritti che fino ad allora erano stati negati a una parte fondamentale della società. È questo uno dei significati della mostra “Le 21 Madri Costituenti. 2 giugno 1946”, inaugurata sabato 19 settembre alla Biblioteca Civica “E. Pozzoli” di Seregno.


Promossa dalla sezione ANPI di Seregno, intitolata al partigiano seregese Livio Colzani, e realizzata con il patrocinio del Comune, la mostra arriva in occasione dell’ottantesimo anniversario del suffragio universale e del primo voto delle donne italiane. All’inaugurazione sono intervenute l’assessora alla Cultura Federica Perelli e la presidente dell’ANPI Seregno Mariadele Frigerio. Una performance teatrale ha poi dato voce alle storie delle ventuno protagoniste. Al termine è intervenuto il sindaco per l’inaugurazione ufficiale.


Il dato di partenza è noto, ma vale la pena ricordarlo: il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta in una consultazione politica nazionale e poterono essere elette. Nell’Assemblea Costituente entrarono 21 donne su 556 componenti. Quelle ventuno non furono però semplicemente le prime parlamentari della storia italiana. Molte di loro arrivavano da esperienze maturate durante gli anni della dittatura e della guerra, dalla clandestinità alla Resistenza, dall’organizzazione politica alla lotta contro l’occupazione nazista e il fascismo. La conquista della democrazia e quella dei diritti non furono quindi due percorsi separati. La Repubblica nacque dalla sconfitta del fascismo e dalla volontà di costruire un ordinamento fondato su principi radicalmente diversi da quelli della dittatura. E tra questi principi c’era anche l’uguaglianza tra donne e uomini.


Nel suo intervento, la presidente dell’ANPI Mariadele Frigerio ha ricordato proprio questo percorso, sottolineando come le ventuno costituenti, pur appartenendo a culture politiche e religiose diverse, riuscirono a confrontarsi e a sostenere le battaglie delle altre, andando oltre le divisioni di partito quando erano in gioco i diritti delle donne e i principi della nuova Repubblica. Non fu un percorso semplice. Il fascismo aveva costruito anche attraverso la legislazione e la propaganda una precisa idea del ruolo femminile nella società. E quella cultura non scomparve automaticamente con la fine della dittatura. Le donne che entrarono nella Costituente si trovarono così a dover conquistare uno spazio politico che sulla carta era stato appena aperto, ma che nella realtà continuava a essere condizionato da una società profondamente segnata da una cultura patriarcale.


Diritti conquistati, non concessi. È forse questo uno degli aspetti della mostra che parlano più direttamente al presente. L’articolo 3 della Costituzione afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso. L’articolo 37 riconosce alla donna lavoratrice gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni spettanti al lavoratore. Sono principi che oggi possono apparire acquisiti, ma che ottant’anni fa rappresentavano una rottura profonda con il passato. E soprattutto non sono diritti arrivati spontaneamente né concessi dall’alto. Sono il risultato di conflitti, battaglie politiche, partecipazione e scelte compiute da persone che, in un momento decisivo della storia italiana, hanno contribuito a cambiare il Paese. Per questo la memoria della Costituente non riguarda soltanto il passato.


Quando Mariadele Frigerio ha ricordato che «i diritti di cui godiamo oggi non sono piovuti dal cielo e non sono per sempre», ha toccato un punto essenziale: la Costituzione non è soltanto il documento che racconta come è nata la Repubblica, ma è anche il riferimento con cui misurare la qualità della democrazia nel presente. Ricordare come sono stati conquistati quei diritti significa anche ricordare che la democrazia ha bisogno di essere praticata, difesa e continuamente attuata.


Anche la scelta dell’allestimento va nella stessa direzione. I 45 pannelli della mostra non sono raccolti in una sala separata, ma attraversano gli spazi della biblioteca, dall’ingresso alle aree di lettura. I ritratti e le parti pittoriche sono opera dello street artist Carlo Gori, mentre la grafica è curata da Alice Ciangottini. La rosa, elemento ricorrente nelle schede, diventa il filo visivo che accompagna le storie delle ventuno donne. La mostra diventa così parte della vita quotidiana della biblioteca. Non bisogna necessariamente andare a cercarla: è la storia che viene incontro a chi entra, studia, legge o prende un libro in prestito. È una scelta particolarmente significativa quando si parla di Resistenza, antifascismo e Costituzione. Perché la memoria non dovrebbe essere qualcosa da confinare nelle celebrazioni o nelle ricorrenze, ma uno strumento per comprendere il presente. Accanto alla mostra è stata infatti allestita anche una bibliografia dedicata, per permettere a chi vuole approfondire di andare oltre i pannelli e conoscere meglio le biografie, le idee e le battaglie delle ventuno costituenti.


Ottant’anni dopo quel 2 giugno, le fotografie e i nomi delle ventuno donne della Costituente possono apparire come una pagina ormai lontana. Ma basta guardare la Costituzione per accorgersi che molte delle questioni sulle quali si confrontarono sono ancora al centro della vita democratica: uguaglianza, lavoro, dignità, diritti, partecipazione, parità tra donne e uomini. Ed è proprio questo che rende utile una mostra come questa. Non soltanto ricordare chi furono le ventuno madri costituenti, ma capire da dove arrivano i diritti che oggi consideriamo normali e quanto sia stato necessario lottare per conquistarli.

La mostra “Le 21 Madri Costituenti. 2 giugno 1946” rimarrà aperta fino a sabato 3 ottobre 2026 negli spazi della Biblioteca Civica “E. Pozzoli” di via Cavour. Un invito, quindi, a entrare in biblioteca e incontrare quelle ventuno donne. Non come figure lontane consegnate alla storia, ma come protagoniste di una vicenda che riguarda ancora il nostro modo di vivere la democrazia.

giovedì 17 settembre 2026

Ev. Torricelli: Evangelista o… evangelista?

Immagine tratta da Wikipedia

A Seregno c'è una via dedicata a Evangelista Torricelli, il celebre fisico e matematico italiano. Nulla da eccepire, se non fosse per quella piccola abbreviazione sulla targa: “Ev. Torricelli”.
Una semplice abbreviazione? Non proprio.
Perché, nella lingua italiana, quando si abbrevia un nome proprio, la forma consueta è quella con la lettera iniziale e il punto: E. Torricelli.


“Ev.” invece ha un'altra storia. È infatti un'abbreviazione comunemente usata per evangelista, come in “gli Ev. Matteo, Marco, Luca e Giovanni”. Insomma, leggendo “Ev. Torricelli” per un attimo si potrebbe quasi pensare che Seregno abbia dedicato una strada a un misterioso Evangelista Torricelli in versione evangelista.

E le abbreviazioni, si sa, possono essere un piccolo campo minato.

E.V., per esempio, può indicare era volgare nelle indicazioni cronologiche; ev. può significare eventualmente; evang. può abbreviare evangelista o evangelico. E basta spostare una maiuscola o aggiungere un punto per ritrovarsi con un significato completamente diverso.

Naturalmente nessuno rischia di perdersi per una “v” di troppo. Ma l'odonomastica è anche questo: nomi, parole, abbreviazioni e segni che finiscono nello spazio pubblico e diventano parte della memoria della città. Per questo anche una targa merita attenzione: non è soltanto un'indicazione stradale, ma una piccola pagina di storia e di lingua esposta ogni giorno sotto gli occhi di tutti. E allora, forse, Ev. Torricelli potrebbe diventare un curioso caso di… omonimia abbreviata.

Chissà cosa avrebbe pensato il vero Evangelista Torricelli di questa piccola complicazione linguistica.

sabato 12 settembre 2026

Bimbimbici 2026: in bicicletta alla scoperta del Parco GruBrìa


Domenica 20 settembre 2026 cinque percorsi partiranno da Seregno, Paderno Dugnano, Desio, Varedo e Muggiò per convergere al Parco Superga. Un pomeriggio per vivere il territorio in bicicletta, grandi e piccoli insieme.

Una bicicletta, qualche ora all’aria aperta e un territorio da riscoprire pedalando. È questa l’idea alla base di “Bimbimbici 2026 nel Parco GruBrìa”, l’iniziativa in programma domenica 20 settembre, nell’ambito della Settimana europea della mobilità sostenibile.

L’appuntamento propone un modo semplice e piacevole per attraversare il territorio del Parco GruBrìa, utilizzando la bicicletta non soltanto come mezzo di trasporto, ma anche come strumento per conoscere meglio i luoghi che ci circondano.

I partecipanti potranno scegliere tra cinque punti di partenza, distribuiti nei comuni del territorio:

  • ore 14.00 – Seregno, Centro Ambientale, via Alessandria;
  • ore 14.30 – Paderno Dugnano, stazione di Palazzolo;
  • ore 14.45 – Desio, piazza Conciliazione;
  • ore 14.50 – Varedo, viale Bagatti, presso il canale Villoresi;
  • ore 15.00 – Muggiò, Parco Superga, davanti allo stadio.

I diversi gruppi percorreranno i rispettivi itinerari per poi convergere al Parco Superga di Muggiò, dove l'arrivo è previsto intorno alle 16.00.

Non è una gara e non conta arrivare primi: l'obiettivo è pedalare insieme, attraversando strade e percorsi verdi con un ritmo diverso da quello imposto dal traffico quotidiano. Un'occasione, soprattutto, per accorgersi di quanto territorio e spazi verdi esistano anche nelle nostre città e di quanto possano essere vissuti in modo diverso.

All'arrivo il pomeriggio continuerà con una serie di attività dedicate ai partecipanti. Sono previste merenda, pulizia delle biciclette, ciclofficina e una gimkana per bambini, per trasformare l'arrivo in un momento di incontro e convivialità.


L'iniziativa è realizzata in collaborazione con FIAB Monza in Bici – Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta e con le associazioni del territorio.

È anche un messaggio che va oltre la singola giornata: promuovere la mobilità ciclistica significa chiedere città più vivibili, percorsi sicuri e continui e una maggiore attenzione agli spostamenti quotidiani senza automobile. Ma significa anche riappropriarsi del territorio, scoprendolo a una velocità che permette di guardarlo, ascoltarlo e conoscerlo.

E in un territorio fortemente urbanizzato come quello della Brianza, anche una pedalata può diventare un modo per ricordare che i collegamenti verdi e gli spazi aperti sono una risorsa da tutelare e valorizzare.

  • La partecipazione prevede una quota ai fini assicurativi di 2 euro per i soci FIAB e 3 euro per i non soci. Le iscrizioni vengono raccolte direttamente alla partenza.
  • In caso di pioggia l'evento sarà annullato.
  • Per informazioni: mailto:info@abcdesio.it

mercoledì 9 settembre 2026

Seregno, dal Piano Clima alle scelte del nuovo PGT. La città che ci protegge dal caldo è quella che non distrugge il verde


Un recente articolo di Swissinfo racconta una situazione che potrebbe sembrare lontana dalla Brianza, ma non lo è affatto. Anche in Svizzera le ondate di calore stanno diventando più frequenti e intense e diverse città hanno cominciato a introdurre rifugi climatici, sistemi di allerta e interventi per rendere gli spazi urbani più vivibili durante le giornate più calde. Ma, osserva Swissinfo, manca ancora una strategia complessiva: le iniziative sono spesso frammentarie e non tutte le persone più esposte riescono a beneficiarne.

La domanda che dovremmo porci è allora molto semplice: quanto sono preparate le nostre città?

Prendiamo Seregno. Non è necessario partire da zero. Nel 2024 il Comune ha presentato un Piano Clima, nato anche dalla necessità di rispondere agli eventi estremi che avevano colpito il territorio nell'estate precedente. Il piano contiene indicazioni precise: più alberi, meno superfici impermeabili, maggiore capacità di trattenere l'acqua, spazi ombreggiati e l'individuazione di veri e propri «rifugi climatici». Sono tutte cose ragionevoli. Il problema è un altro: quanto di tutto questo sta realmente cambiando la città?

Negli scorsi giorni è stato annunciato il primo intervento importante collegato al Piano Clima: la depavimentazione del grande piazzale davanti alle scuole Cadorna. Si tratta di un intervento significativo, perché riguarda circa 4.000 metri quadrati oggi impermeabilizzati e prevede di restituire spazio al suolo, alla vegetazione e alla capacità di assorbire l'acqua piovana. È difficile sostenere che sia una cattiva idea. Ma proprio per questo vale la pena porsi una domanda diversa: piazza Cadorna è il luogo dove era più urgente intervenire? Non è una critica al progetto. È una questione di metodo. Seregno ha piazze e spazi pubblici completamente mineralizzati, esposti al sole e con pochissima ombra. In alcune di queste aree, durante una giornata estiva, la possibilità di trovare un luogo dove fermarsi al fresco è praticamente nulla.

Se le risorse per adattare la città al cambiamento climatico sono limitate, non sarebbe allora necessario stabilire prima quali sono i luoghi più caldi e più vulnerabili, e intervenire partendo da quelli? Una vera politica di adattamento dovrebbe partire da una mappa delle isole di calore, individuare le aree maggiormente esposte e costruire una graduatoria degli interventi. Solo dopo dovrebbero arrivare i progetti. Altrimenti si rischia di fare una cosa buona, ma di farla semplicemente dove è più facile intervenire, anziché dove sarebbe più urgente.

Recentemente, in occasione di una passeggiata, abbiamo visto un cartello con una frase che merita di essere ripresa: «La casa della salute c'è già: è il parco!» È uno slogan, certo. Ma contiene una verità molto concreta. Quando parliamo di adattamento climatico, la prima cosa da fare non dovrebbe essere costruire qualcosa di nuovo. Dovrebbe essere tutelare ciò che già abbiamo. Un albero adulto, un'area agricola, un prato, un bosco, un corridoio verde non sono spazi vuoti. Sono già infrastrutture ambientali: assorbono acqua, contribuiscono a mitigare il calore, offrono biodiversità e rendono più vivibile il territorio. Eppure continuiamo troppo spesso a ragionare al contrario: prima si individua un'area verde e poi si cerca una buona ragione per costruirci sopra.

A Seregno questo tema è particolarmente evidente anche nella discussione sulla proposta di realizzare un nuovo polo ospedaliero nella zona del Dosso, su un'area oggi agricola e verde. La domanda dovrebbe essere inevitabile: se stiamo cercando di rendere la città più resiliente al caldo, ha senso consumare nuovo suolo verde per costruire nuove infrastrutture? Prima di trasformare un'area agricola, dovremmo verificare seriamente se esistano alternative attraverso il recupero di aree dismesse, la rigenerazione urbana e l'utilizzo di spazi già urbanizzati. Non perché un ospedale non sia un'opera pubblica importante. Ma proprio perché lo è, dovrebbe essere sottoposto allo stesso principio che vale per qualsiasi altra trasformazione: prima si utilizza ciò che è già costruito, poi, solo se non esistono alternative praticabili, si valuta il consumo di nuovo suolo.

Qui arriviamo a un'altra questione che merita di essere affrontata senza ipocrisie. Siamo ormai abituati a leggere documenti nei quali un intervento che occupa nuovo terreno agricolo viene definito, per ragioni normative, come intervento che «non determina consumo di suolo». La legislazione lombarda prevede effettivamente fattispecie e criteri per stabilire cosa debba essere contabilizzato come consumo di suolo e cosa no. Ma una definizione amministrativa non modifica la realtà fisica. Possiamo anche scrivere per legge che la Terra è piatta. La Terra resterà tonda.

Se oggi abbiamo un prato, un campo agricolo o un'area verde e domani su quella superficie realizziamo un edificio, una strada, un parcheggio o le relative infrastrutture, quella superficie avrà perso la sua funzione naturale, indipendentemente da come la contabilizziamo in una tabella. È proprio questa distinzione che dovrebbe entrare nel dibattito sul nuovo PGT. Il consumo di suolo non dovrebbe essere soltanto quello che una norma decide di conteggiare. Dovrebbe essere valutato anche per quello che realmente produce sul territorio. E in una città che vuole prepararsi alle ondate di calore, perdere verde e suolo permeabile è esattamente la direzione opposta a quella che il Piano Clima indica.

Il problema, quindi, non è la mancanza di parole. Di piani, strategie, linee guida e dichiarazioni sul cambiamento climatico ne abbiamo già molte. Il problema è trasformarle in decisioni. 
Seregno ha già fatto un passo importante elaborando il Piano Clima. Ora ha davanti un'occasione ancora più importante: la revisione generale del Piano di Governo del Territorio. Il nuovo PGT dovrà decidere che cosa potrà essere costruito, dove, con quali criteri e a quale prezzo per il territorio. Il Comune presenta il PGT come lo strumento attraverso il quale orientare lo sviluppo urbano, tenendo insieme crescita, tutela ambientale e qualità della vita. È proprio questo il momento nel quale verificare se quelle parole hanno un significato concreto. 

  • Non soltanto dichiarare che servono più alberi, ma proteggere quelli che già esistono.
  • Non soltanto parlare di riduzione del consumo di suolo, ma evitare di consumare nuovo terreno.
  • Non soltanto progettare nuove aree verdi, ma impedire che quelle esistenti vengano progressivamente frammentate.
  • Non soltanto parlare di «rifugi climatici», ma fare in modo che ogni quartiere abbia davvero luoghi freschi e facilmente raggiungibili.

Il cambiamento climatico obbliga a cambiare il modo in cui pensiamo lo spazio urbano.

  • Un parcheggio completamente asfaltato è una grande superficie che accumula calore.
  • Una piazza senza alberi può diventare inutilizzabile durante un'ondata di calore.
  • Un cortile scolastico impermeabilizzato è un'occasione perduta per creare ombra e suolo permeabile.
  • Un'area agricola trasformata in edificabile è una superficie naturale che non potrà più svolgere le funzioni che svolgeva prima.

Per questo la risposta non può essere soltanto «bere molta acqua e non uscire nelle ore più calde».

La salute delle persone dipende anche dalla città nella quale vivono. E la città più resiliente non è necessariamente quella che costruisce più infrastrutture per adattarsi al cambiamento climatico. È quella che conserva le infrastrutture naturali che già possiede.

Il tema, naturalmente, non riguarda soltanto Seregno. Lissone, Monza, Desio e gli altri Comuni brianzoli hanno problemi molto simili: alta densità urbana, grandi superfici impermeabilizzate, traffico, scarsità di ombra in molte aree e una crescente pressione sulle aree verdi. Il caldo, del resto, non conosce i confini comunali. Sarebbe quindi interessante che i Comuni della Brianza cominciassero a confrontarsi su una strategia comune: mappe delle isole di calore, rete dei luoghi freschi, alberature urbane, depavimentazione, tutela del suolo e recupero delle aree dismesse prima di qualsiasi nuovo consumo di territorio. Non servono necessariamente grandi opere. Servono molte scelte piccole, coerenti tra loro, e soprattutto una gerarchia delle priorità.

Il nuovo PGT di Seregno sarà quindi un banco di prova. Il Piano Clima ha già detto, in buona parte, che cosa bisognerebbe fare. Adesso bisogna capire dove, quando e con quali priorità. E soprattutto se quelle indicazioni entreranno davvero nelle regole con cui nei prossimi anni verrà trasformata la città. Perché alla prossima ondata di calore non servirà l'ennesimo documento. Servirà una città che sia già stata preparata.

E forse la prima scelta da fare è anche la più semplice: non distruggere le infrastrutture verdi che abbiamo già.

Prima di costruire un «nuovo ospedale», chiediamoci allora se non sia il caso di prenderci cura della casa nella quale viviamo già. Perché il parco, il bosco, il campo, l'albero adulto non sono il contrario di un'infrastruttura. Sono infrastrutture. E spesso sono quelle che non abbiamo bisogno di costruire.

sabato 5 settembre 2026

Deposito terre Pedemontana tra Cesano Maderno e Desio: un anno dopo, ecco come è cambiata l’area


Un nuovo sopralluogo nel deposito di terre di scavo al confine con Seregno. Dove un anno fa c’erano campi agricoli oggi ci sono cumuli di terreno e piste per i mezzi. Un’area che fa parte del sistema del Parco GruBrìa e nella quale è previsto anche il passaggio della ciclovia Milano-Meda.


Nel luglio del 2025 avevamo percorso l’area agricola tra Cesano Maderno e Desio destinata a ospitare il deposito temporaneo delle terre di scavo della Pedemontana. Avevamo documentato allora una situazione ancora in fase iniziale: transennamenti, prime opere preparatorie e bonifica bellica. Ma soprattutto avevamo cercato di richiamare l’attenzione sul valore di questo territorio, costituito da aree agricole e spazi verdi inseriti in un sistema ambientale più ampio, a ridosso del quartiere San Carlo di Seregno. A distanza di poco più di un anno siamo tornati sul posto. Le fotografie che pubblichiamo documentano una situazione profondamente diversa.


L’area è oggi caratterizzata dalla presenza di cumuli di terre e materiali e da una rete di piste utilizzate dagli autoveicoli e dai mezzi di cantiere. Quello che sulla carta era definito un deposito temporaneo ha quindi assunto una consistenza ben visibile sul territorio, modificandone il paesaggio e la fruizione. Non è nostra intenzione sostituirci agli enti preposti ai controlli né formulare valutazioni tecniche che spettano agli organismi competenti. Vogliamo però continuare a fare quello che abbiamo fatto fin dall’inizio: osservare, documentare e porre domande sul futuro di un territorio che appartiene alla collettività.

L'area fotografata nel luglio 2025
La stessa area fotografata in questi giorni

Come avevamo già evidenziato nel nostro precedente post, la zona interessata dal deposito non è un luogo qualsiasi. L'area è inserita nel Parco GruBrìa, mentre l’intero ambito costituisce un importante sistema di aree verdi e agricole al confine tra Cesano Maderno, Desio e Seregno. Nella stessa area è inoltre previsto il passaggio della ciclovia MIME (Milano-Meda), inserita nel progetto di riqualificazione territoriale che prevede la realizzazione di una pista ciclopedonale, filari alberati e interventi di carattere ambientale. È proprio questa sovrapposizione a rendere particolarmente importante la questione. Da una parte abbiamo un territorio che dovrebbe essere progressivamente valorizzato come componente della rete ecologica e fruitiva del GruBrìa; dall'altra abbiamo un deposito destinato ad accogliere per un periodo significativo grandi quantità di terre provenienti dai cantieri di Pedemontana. Il punto, quindi, non è soltanto che cosa sta accadendo oggi, ma soprattutto che cosa resterà domani.


La definizione di "temporaneo" non dovrebbe far dimenticare che un deposito di questo tipo comporta una trasformazione concreta del suolo. Cumuli di terreno, piste di servizio e continuo passaggio di mezzi pesanti possono incidere sulla struttura del terreno, sulla sua permeabilità e sulle sue caratteristiche agronomiche. E quando il deposito verrà finalmente rimosso, non sarà sufficiente spostare altrove le terre accumulate.


Sarà necessario verificare in modo serio e documentabile come verrà restituito il terreno.

  • Quale sarà allora lo stato del suolo?
  • Saranno state rimosse tutte le piste e le opere provvisorie?
  • Il terreno sarà stato realmente decompattato?
  • La sua capacità di drenaggio e la sua fertilità saranno state ripristinate?
  • E soprattutto: chi controllerà che il ripristino venga effettivamente realizzato?

Sono le stesse domande che avevamo posto anche dopo il sopralluogo di Macherio e che riteniamo debbano accompagnare l'intera vicenda dei depositi di terre della Pedemontana.


Il nostro sopralluogo non vuole quindi limitarsi alla denuncia di ciò che oggi vediamo. Vogliamo ribadire le richieste già avanzate nel luglio 2025:

  • trasparenza sulle modalità di gestione e sulla durata effettiva del deposito;
  • informazioni pubbliche e puntuali da parte degli enti competenti;
  • controlli ambientali rigorosi e documentabili durante tutto il periodo di utilizzo dell'area;
  • verifiche sulla qualità e sulle caratteristiche dei terreni prima e dopo l'utilizzo come deposito;
  • garanzie concrete sul ripristino integrale dell'area una volta terminato il deposito;
  • eliminazione delle piste, delle pavimentazioni e di tutte le opere provvisorie realizzate per il cantiere;
  • restituzione dell'area alla sua funzione agricola e ambientale;
  • reinserimento e valorizzazione dell'area all'interno del Parco GruBrìa;
  • salvaguardia e realizzazione del progetto della ciclovia MIME Milano-Meda;
  • apertura di un confronto trasparente con i Comuni interessati, il Parco, le associazioni e i cittadini.

sabato 29 agosto 2026

Le 21 Madri Costituenti in mostra alla Biblioteca di Seregno


Dal 19 settembre al 3 ottobre 2026, la Biblioteca Civica “Ettore Pozzoli” di Seregno ospiterà la mostra “Le 21 Madri Costituenti. 2 giugno 1946”, organizzata dall’ANPI – sezione “Livio Colzani” di Seregno, con il patrocinio del Comune di Seregno.

Si tratta di una mostra storico-documentaria e artistica itinerante dedicata alle 21 donne elette all’Assemblea Costituente nel 1946, protagoniste di un passaggio decisivo nella storia della Repubblica italiana e nella costruzione della Costituzione. La mostra nasce nell’ambito delle iniziative legate all’80° anniversario del suffragio universale e del primo voto delle donne in Italia, avvenuto il 2 giugno 1946. Un anniversario che offre l’occasione per tornare a conoscere le figure delle Costituenti e il contributo, spesso ancora poco conosciuto, che seppero dare ai lavori dell’Assemblea e alla nascita della Repubblica.

Le 21 donne elette alla Costituente appartenevano a esperienze politiche, sociali e culturali differenti. Alcune avevano partecipato alla Resistenza, altre provenivano dall'impegno sindacale, dal mondo cattolico o da quello politico e associativo. Insieme rappresentarono una presenza femminile nuova nelle istituzioni italiane, dopo decenni nei quali alle donne era stata sostanzialmente negata la partecipazione alla vita politica. I pannelli della mostra ne ricostruiscono le biografie e l'impegno politico e civile, mettendo in evidenza il loro ruolo nella discussione e nella stesura della Carta costituzionale. La parte storica e documentaria è stata curata da una commissione di storiche del Coordinamento Nazionale Donne ANPI, che ha elaborato i testi biografici e i contenuti dedicati alle 21 Costituenti. Accanto ai contenuti storici, la mostra propone una forte componente artistica. I ritratti delle Costituenti sono infatti tratti dalle opere realizzate nel 2020 a Novara dallo street artist Carlo Gori, mentre il progetto grafico dei pannelli è stato curato da Alice Ciangottini, attivista dell’ANPI provinciale di Roma. La rosa, elemento ricorrente nelle opere, costituisce il filo conduttore visivo dell'intera esposizione.

A Seregno la mostra sarà proposta in una particolare modalità “diffusa”. I 45 pannelli che la compongono – 44 delle dimensioni di 45×45 centimetri e un pannello principale di 100×100 centimetri – saranno collocati negli spazi interni della Biblioteca “Ettore Pozzoli”, integrandosi nei normali percorsi di lettura e di fruizione della struttura. L'obiettivo è fare in modo che la mostra non sia soltanto un'esposizione da visitare, ma diventi parte della quotidiana esperienza della biblioteca, incontrando anche chi vi si reca per studiare, leggere o consultare i servizi bibliotecari. L'iniziativa è rivolta a tutta la cittadinanza, con una particolare attenzione alle scuole secondarie di primo e secondo grado. Per gli organizzatori, infatti, l'esposizione può rappresentare uno strumento didattico per avvicinare ragazze e ragazzi alla storia della Repubblica, alla Costituzione e alle vicende personali e politiche delle donne che contribuirono alla sua nascita.


L'inaugurazione della mostra è prevista per sabato 19 settembre alle ore 15. Nell'occasione è prevista una performance teatrale dedicata al tema della mostra e alle biografie delle Madri Costituenti. La chiusura, prevista per sabato 3 ottobre, dovrebbe essere accompagnata da un momento dedicato a letture pubbliche di testi significativi e brani storici tratti dai dibattiti dell'Assemblea Costituente. È inoltre in fase di definizione un eventuale incontro con un'autrice per la presentazione di un testo collegato ai temi dell'esposizione.

La mostra sarà visitabile gratuitamente negli spazi interni della Biblioteca Civica “Ettore Pozzoli” di piazza Monsignor Gandini, dal 19 settembre al 3 ottobre, negli abituali orari di apertura al pubblico della biblioteca.

venerdì 28 agosto 2026

Un'ora in silenzio per Gaza: i prossimi presidi tra Desio e Seregno

L'iniziativa dei presidi silenziosi per la pace e per richiamare l'attenzione su quanto sta avvenendo a Gaza continua.


Dopo l'appuntamento di ieri sera in piazza Concordia a Seregno sono già fissati i prossimi appuntamenti.

SABATO 29 AGOSTO – DESIO
Dalle 20 alle 21
Davanti al Parco di Villa Tittoni, via Lampugnani
Si tratta di un appuntamento speciale, che si svolgerà a margine del concerto di Cisco dei Modena City Ramblers.

DOMENICA 30 AGOSTO – DESIO
Dalle 20 alle 21
Davanti al Parco di Villa Tittoni, via Lampugnani
Anche questo sarà un appuntamento speciale, organizzato in occasione del concerto dei 99 Posse.

L'iniziativa proseguirà poi secondo il calendario abituale, alternando Seregno e Desio:

GIOVEDÌ 3 SETTEMBRE – DESIO
Dalle 18 alle 19
Piazza Conciliazione

GIOVEDÌ 10 SETTEMBRE – SEREGNO
Dalle 18 alle 19
Piazza Concordia

E così, nelle settimane successive, continuerà l'alternanza tra le due città. L'invito è rivolto a tutti i cittadini, alle associazioni e a chiunque senta il bisogno di manifestare pacificamente la propria preoccupazione per quanto sta accadendo. Basta anche un'ora. Un'ora di presenza, di silenzio, di testimonianza.

Alcune parole dopo il presidio di Seregno

Nel precedente post abbiamo raccontato il presidio di giovedì 27 agosto e la partecipazione di tante persone che, per un'ora, hanno scelto di stare in piazza in silenzio, con cartelli e bandiere, per richiamare l'attenzione sulla situazione di Gaza.

Dopo la pubblicazione, abbiamo ricevuto un contributo da parte di alcune persone che hanno partecipato all'iniziativa. Sono parole che aiutano a comprendere meglio perché questi presidi continuino e quale significato abbiano per chi vi prende parte.



PER NON ESSERE INDIFFERENTI


Ieri sera, giovedì 27 agosto, Piazza Concordia a Seregno ha raccolto una quarantina di partecipanti in silenzio, allineati e distanti, ciascuno con un cartello di sensibilizzazione per un'ora di testimonianza civile. L'appuntamento segue lo schema previsto, alternando i presidi del giovedì, tra Seregno e Desio.

Le motivazioni di fondo purtroppo non cambiano e l’obiettivo resta sempre lo stesso: continuare a sensibilizzare l'opinione pubblica sulla crudeltà delle aggressioni in corso da parte di Israele contro Gaza, il Libano, la Cisgiordania e gli altri territori coinvolti.

Negli ultimi giorni piuttosto le condizioni si sono aggravate, i continui attacchi dei coloni israeliani nei confronti di villaggi o singole abitazioni in Cisgiordania, sono intollerabili. Accerchiare le case, privarle di corrente, acqua e servizi, in sostanza affamare delle persone è un atto di terrorismo. Tutto ciò succede nel più assoluto silenzio della comunità occidentale. Come è possibile rimanere indifferenti?

In piazza ieri sera alcuni cartelli riportavano il pensiero del cardinale presidente della CEI italiana Matteo Zuppi:

"SE GAZA MUORE, MUORE LA DEMOCRAZIA OCCIDENTALE"
 
una riflessione terribilmente vera. Come riusciamo a parlare di diritti, democrazia, giustizia per noi stessi e allo stesso tempo giustificare il fatto che questi principi vengono calpestati ogni giorno in Cisgiordania?

Con l’aggravante che tutto ciò avviene sempre con la complicità dell’IDF (l’esercito israeliano) che, invece di intervenire a difesa dei civili, solidarizza con i provocatori.

Un altro messaggio forte presente in piazza è stato quello del cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme:

"DIGNITÀ PER I CIVILI BASTA DISASTRO UMANO"

Un appello che punta al cuore dello stesso dramma.

Siamo consapevoli che questo possa sembrare un impegno velleitario o privo di risultati immediati. Tuttavia, il silenzio e l’indifferenza ricalcano pagine di storia che abbiamo già vissuto e che non vogliamo in alcun modo ripetere.

Continueremo a mantenere alta l'attenzione e a esprimere solidarietà a una popolazione stremata, ricordando che la pace non è un'astrazione, ma il frutto di una pressione costante sulle istituzioni e sui rappresentanti politici. È con questo spirito e con questa motivazione che andiamo avanti.

Seregno, in piazza per Gaza: quando il silenzio chiede attenzione


Ieri sera, giovedì 25 agosto, piazza Concordia a Seregno si è riempita di persone. Non erano moltissime, ma erano più di quanto gli stessi organizzatori si aspettassero: circa quaranta, con momenti in cui si sono raggiunte le cinquanta presenze. Non c'erano comizi, né band musicali, né slogan scanditi al megafono. C'era il silenzio. E c'erano i cartelli. Frasi, citazioni, parole. Messaggi semplici, affidati alla lettura di chi passava, per richiamare l'attenzione su ciò che sta accadendo a Gaza e sulla sofferenza della popolazione civile. Alcuni partecipanti tenevano in mano le bandiere della Palestina, come richiamo al diritto all'esistenza, alla libertà e alla pace di un popolo.


Un'ora apparentemente semplice, quasi minimale, e proprio per questo capace di lasciare spazio a chiunque passasse di lì. E ieri sera qualcosa si è mosso anche intorno al presidio. Le persone che attraversavano la piazza osservavano con curiosità. Qualcuno si è fermato a leggere i cartelli, qualcuno ha chiesto informazioni, qualcuno si è unito per qualche minuto. Non tutti avevano necessariamente la stessa idea, ma il presidio ha attirato l'attenzione. È un particolare che merita di essere sottolineato.


Nelle settimane precedenti non erano mancati momenti di dissenso e reazioni differenti. Ieri sera, invece, oltre a una partecipazione più numerosa, si è percepita anche una maggiore attenzione da parte della città. Forse è proprio questo uno degli obiettivi più importanti di un'iniziativa come questa: non pretendere di convincere tutti, ma impedire che una tragedia venga semplicemente rimossa dal nostro sguardo.

C'è poi una caratteristica di questi presidi che li rende particolari. Non ci sono, alle loro spalle, partiti o associazioni. Non c'è una struttura organizzativa che imponga una linea. Sono cittadini che decidono spontaneamente di ritrovarsi, a settimane alterne a Seregno e a Desio, per esprimere il proprio disagio e la propria contrarietà di fronte a ciò che sta accadendo. Una scelta che può essere condivisa o non condivisa, naturalmente. Ma che merita almeno di essere ascoltata. 


Perché il tema che viene portato in piazza è, prima ancora di ogni appartenenza politica, quello di alcuni diritti fondamentali.

  • Il diritto alla pace.
  • Il diritto alla vita.
  • Il diritto dei bambini a crescere senza la paura delle bombe.
  • Il diritto dei bambini a giocare, andare a scuola, avere una casa, immaginare il proprio futuro.
  • Il diritto di ogni popolo a vivere senza essere sottoposto alla guerra e alla distruzione.

Sono diritti che dovrebbero appartenere a tutti, senza distinzione di nazionalità, religione o appartenenza. E proprio per questo il presidio non ha bisogno di molto altro. Non ha bisogno di rumore. Ha bisogno di presenza.


In un tempo nel quale le immagini delle guerre scorrono continuamente sugli schermi e rischiano di trasformarsi rapidamente in qualcosa di lontano, ripetitivo, quasi normale, scegliere di fermarsi un'ora in una piazza significa sottrarsi, almeno per un momento, all'indifferenza. Significa dire: questa cosa ci riguarda. Non perché si possa avere la presunzione di risolvere da Seregno o Desio un conflitto che dura da anni, ma perché esiste una responsabilità più semplice e più immediata: quella di non smettere di guardare. Di non considerare normale ciò che normale non è. Di non abituarsi alla morte dei bambini. Di non accettare che la sofferenza degli altri diventi soltanto una notizia fra tante. Ed è forse questo il senso più profondo di un presidio silenzioso.

Il silenzio non è assenza. Il silenzio può essere una forma di protesta. Può essere una scelta. Può essere un modo per dire che non si vuole aggiungere altro rumore, ma nemmeno voltarsi dall'altra parte.


Come blog, Brianza Centrale continuerà a dare spazio a queste iniziative. Non perché ogni lettore debba necessariamente condividere le posizioni di chi vi partecipa. E nemmeno perché un blog debba trasformarsi in un luogo di propaganda. Ma perché riteniamo che raccontare ciò che accade nella nostra comunità significhi anche dare voce a chi sceglie di manifestare pacificamente il proprio dissenso e la propria preoccupazione. E perché c'è una parola che, più di altre, dovrebbe preoccuparci: indifferenza.

L'indifferenza è il peggior nemico della ragione.

Perché quando si smette di guardare, di interrogarsi, di chiedere, di discutere, anche ciò che dovrebbe scandalizzarci può finire per apparire normale.

Ieri sera, a Seregno, quaranta, forse cinquanta persone hanno scelto semplicemente di esserci. In silenzio. Con un cartello in mano. Con una bandiera. Con una parola. E con la convinzione che, di fronte alla sofferenza degli altri, anche non voltarsi dall'altra parte sia già una forma di responsabilità.

giovedì 27 agosto 2026

Quando anche un aquilone diventa divisivo


Una piccola premessa. Ieri, dopo la pubblicazione del nostro post che informava del presidio silenzioso per la Palestina in programma questa sera, giovedì 27 agosto, dalle 18 alle 19, in piazza Conciliazione a Seregno, qualcuno, su una chat, ci ha fatto notare che l'iniziativa non era pertinente con le tematiche legate all'ambiente e ha definito l'argomento «potenzialmente divisivo» in quanto persone che possono condividere le lotte per la difesa del territorio magari sulla questione palestinese hanno idee diverse. Se la prima parte dell'osservazione può essere certamente comprensibile, quella parola - «divisivo» - merita una riflessione.

A prima vista, il presidio per la Palestina può sembrare una questione lontana dalla vita quotidiana di una comunità come quella della Brianza. Eppure, che cosa significa davvero considerare divisiva una manifestazione silenziosa per la pace, per i diritti umani e contro la sofferenza della popolazione civile?

È inevitabile che una presa di posizione possa dividere. Ma questo non significa necessariamente che sia sbagliata. Ci sono momenti nei quali il dissenso non è un problema da evitare, ma un diritto da esercitare. Il diritto di non adeguarsi all'andazzo comune. Il diritto di dire che qualcosa non va. Il diritto di non voltarsi dall'altra parte. È lo stesso principio che porta tante persone a mobilitarsi per difendere un territorio, un ambiente, un paesaggio, uno spazio pubblico. Non perché ogni battaglia sia uguale alle altre, ma perché alla base può esserci la stessa idea: che esistano valori che meritano di essere difesi anche quando farlo significa assumere una posizione scomoda.

Il bene comune non si ferma ai confini della propria strada, del proprio quartiere o della propria città.

Avere a cuore l'ambiente nel quale si vive significa riconoscere che ciò che ci circonda non appartiene soltanto a noi, ma anche a chi verrà dopo di noi. Avere a cuore la vita e i diritti degli altri significa riconoscere che anche una persona che vive lontano, e che non conosceremo mai, non perde per questo la propria dignità e il proprio diritto alla vita.

Sono davvero così distanti queste due sensibilità? Naturalmente non si tratta di mettere sullo stesso piano la difesa di un territorio e una guerra. Sarebbe assurdo farlo. Si tratta piuttosto di riconoscere che dietro entrambe può esserci una stessa domanda: quanto siamo disposti a preoccuparci di ciò che non riguarda direttamente noi? E quanto siamo disposti a dissentire quando riteniamo che un limite sia stato oltrepassato? Di fronte a ciò che sta accadendo a Gaza, e in particolare alla sofferenza dei bambini e della popolazione civile, è difficile pensare che l'unica risposta possibile debba essere il silenzio dettato dalla paura di dividere.

Si può discutere sulle responsabilità, sulle cause, sulle soluzioni politiche. Si possono avere opinioni diverse. Ma esprimere solidarietà alle vittime e chiedere la fine della violenza non dovrebbe richiedere il permesso di nessuno.

  • Essere per la pace è una scelta.
  • Essere dalla parte dei diritti umani è una scelta.
  • Avere a cuore la vita dei civili è una scelta.
  • Rifiutare l'indifferenza davanti alla sofferenza di un popolo è una scelta.

E sì, può essere una scelta divisiva. Ma se «divisivo» significa non accettare che di fronte alla morte di bambini si debba restare neutrali per non disturbare, allora forse è una divisione che vale la pena assumersi. Non tutto ciò che divide è necessariamente negativo. A volte il dissenso serve proprio a ricordare che non tutto ciò che viene considerato normale deve essere accettato come inevitabile.


E questa sera a Seregno, in piazza Conciliazione, ci sarà un presidio silenzioso.
Sarà un gesto semplice: un'ora in piazza per dire no alla guerra, alla violenza e all'indifferenza. Chi vorrà partecipare potrà portare con sé un aquilone, possibilmente con i colori della Palestina. Un oggetto fragile, leggero, fatto per volare. E forse proprio per questo un simbolo potente. Perché in questi giorni, a Gaza, persino un aquilone può essere guardato come una minaccia.

Ma per un bambino un aquilone è soltanto un gioco.

  • È fantasia.
  • È libertà.
  • È la possibilità di guardare il cielo senza avere paura.

E forse non c'è modo migliore per dire da che parte si vuole stare.