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domenica 4 gennaio 2026

Clima, città e interesse pubblico: una lezione dal passato per l’urbanistica climatica di oggi


Quando oggi parliamo di città spugna, di depavimentazione e di adattamento climatico, pensiamo spesso a politiche nuove, nate dall’urgenza della crisi climatica contemporanea. Eppure, la relazione tra clima, salute pubblica e forma urbana ha radici profonde. Un esempio sorprendentemente attuale ci viene dalla Milano tra Sette e Ottocento, come mostra il saggio "Clima e pubblica utilità. Raccolta delle acque meteoriche e costruzione dello spazio urbano nella Milano napoleonica" di Romain Iliou pubblicato da Edizioni Casagrande.

Tra età asburgica e periodo napoleonico, il clima non era considerato solo un fenomeno naturale, ma un elemento governabile attraverso norme, architettura e infrastrutture. Seguendo la lezione di Montesquieu, si riteneva che le leggi dovessero “uniformarsi al fisico del clima” e, se necessario, correggerne gli effetti nocivi.

Come scrive Antonio Genovesi nel XVIII secolo, citato da Iliou, «il Governo può correggere gli effetti del clima».

La città diventava così uno strumento politico e tecnico per migliorare la salute collettiva, soprattutto attraverso il controllo dell’aria e dell’acqua.

Il cuore della riflessione riguarda la raccolta delle acque meteoriche. Nel 1808 un decreto reale impose ai proprietari l’obbligo di convogliare l’acqua piovana dai tetti verso canali sotterranei, costruiti a spese del Comune. L’obiettivo era chiaro: asciugare l’atmosfera urbana, evitare ristagni, cattivi odori e malattie.

La salubrità dell’aria, allora, era valutata soprattutto in base agli odori: governare la città significava garantire “una buona ventilazione con un’aria deodorizzata o, come si diceva, disinfettata” 

Strade più larghe, pendenze regolari, piazze aperte e fognature efficienti erano strumenti di politica sanitaria prima ancora che di decoro urbano.

Queste trasformazioni non furono indolori. Il principio di pubblica utilità giustificò espropri, riallineamenti e profonde modifiche dello spazio urbano. Le leggi napoleoniche sancirono il diritto dello Stato a sacrificare la proprietà privata in nome dell’interesse collettivo, purché con indennizzo.

La città veniva così ripensata come macchina climatica: un sistema tecnico capace di ventilare, drenare e rendere produttivo l’ambiente urbano.

Ed è qui che emerge un paradosso affascinante. Le politiche attuali del Piano Aria e Clima del Comune di Milano (2021) puntano a obiettivi quasi opposti rispetto a quelli ottocenteschi: ridurre l’afflusso di acqua piovana nelle fognature, aumentare la permeabilità del suolo, favorire l’evapotraspirazione.

Come osserva Iliou, le strategie contemporanee “contravvengono a quelle del decreto reale dell’11 agosto 1808”.

Ieri si voleva asciugare la città; oggi vogliamo restituirle acqua, ombra e umidità per contrastare le isole di calore.

La lezione che possiamo trarre è chiara: il clima è sempre stato una questione politica e urbana. Cambiano le conoscenze scientifiche e le priorità, ma resta centrale il ruolo dello spazio pubblico come strumento di adattamento ambientale.

Rileggere queste esperienze storiche ci aiuta a capire che le scelte urbanistiche non sono mai neutrali. Anche oggi, come due secoli fa, progettare strade, piazze e infrastrutture significa decidere che tipo di clima vogliamo abitare.

Fonte:
Romain Iliou, Clima e pubblica utilità. Raccolta delle acque meteoriche e costruzione dello spazio urbano nella Milano napoleonica, in Costruire, trasformare, controllare. Legal transfer e gestione dello spazio nel primo Ottocento, Edizioni Casagrande, 2022, pp. 122–146 

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