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lunedì 20 luglio 2026

A cinquant'anni dal disastro ICMESA, le carte del processo escono dagli archivi: una mostra per raccontare la verità storica


A cinquant'anni dal disastro dell'ICMESA, l'Archivio di Stato di Milano dedica una mostra documentaria a uno degli eventi che hanno segnato la storia ambientale, sanitaria e sociale del nostro Paese. L'esposizione, intitolata "Cronaca di una nube. Il disastro dell'ICMESA 50 anni dopo attraverso le carte processuali", è stata inaugurata il 16 luglio a Palazzo del Senato alla presenza di rappresentanti delle istituzioni, studiosi e associazioni del territorio.

La mostra rappresenta un'importante novità sotto il profilo storico e archivistico. Grazie al recente versamento all'Archivio di Stato da parte del Tribunale di Monza, le carte del processo di primo grado – comprendenti il fascicolo istruttorio e quello processuale – vengono esposte al pubblico per la prima volta. Il riordino, l'inventariazione e il ricondizionamento della documentazione, realizzati grazie ai fondi del PNRR, hanno reso consultabile un patrimonio documentale di straordinario valore, offrendo una ricostruzione rigorosa delle vicende giudiziarie seguite al disastro del 10 luglio 1976.

Il percorso espositivo accompagna i visitatori attraverso tre sezioni tematiche. La prima ricostruisce le ore successive alla fuoriuscita della nube di diossina TCDD, le misure di emergenza adottate e gli interventi per contenere la contaminazione. La seconda è dedicata al processo e alla ricerca delle responsabilità penali e civili attraverso gli atti giudiziari originali. L'ultima sezione analizza le conseguenze di lungo periodo del disastro sulla salute, sull'ambiente e sulla legislazione europea, ricordando come proprio da quella tragedia sia nata la Direttiva Seveso, ancora oggi riferimento fondamentale per la prevenzione dei rischi industriali.

Tra i partecipanti all'inaugurazione vi era anche il Circolo Legambiente "Laura Conti" di Seveso, invitato dalla direzione dell'Archivio e dalla curatrice della mostra, la dottoressa Carmela Santoro.

Nel commentare l'iniziativa, il circolo ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto, sottolineando di aver «apprezzato la cura della ricerca, l'attenzione al nostro territorio e alla sua storia». Gli ambientalisti evidenziano inoltre di aver trovato «punti di profondo contatto con il lavoro di ricerca e di narrazione che il nostro Circolo da anni è impegnato a fare», oggi condiviso anche con il gruppo Insieme per il presente e il futuro del Bosco delle Querce di Seveso e Meda.

Uno dei messaggi più significativi rilanciati da Legambiente riguarda il linguaggio utilizzato per raccontare quanto avvenne nel 1976. Per il circolo è fondamentale parlare di "disastro ICMESA" e non di "incidente di Seveso".

«Denominare quanto accaduto "disastro ICMESA" e non "incidente di Seveso" rappresenta una forma di rispetto verso la città di Seveso, che ha subito per anni lo stigma che ha spostato l'attenzione dai veri responsabili del danno», scrivono gli ambientalisti.

Una precisazione che richiama anche le responsabilità industriali accertate nel corso dell'inchiesta.

«Chiamare "disastro" quanto accaduto e non "incidente" rispecchia il fatto che ci fu una incuria colpevole che determinò la fuoriuscita di diossina TCDD», prosegue il circolo.

La mostra documentaria assume così anche il valore di una restituzione pubblica della memoria giudiziaria. Secondo Legambiente, «i documenti in mostra sono preziosi» e rappresentano un'occasione importante per conoscere direttamente le fonti storiche che hanno consentito di ricostruire le responsabilità del disastro.

Immagine tratta dalla pagina FB Legambiente Seveso

Particolare rilievo viene attribuito a uno dei documenti esposti, proveniente dall'Archivio comunale di Seveso.

«Uno dei documenti che fu utile al processo e alle successive condanne, che pur se lievi rispetto alla responsabilità ci furono, viene proprio dall'Amministrazione Comunale di Seveso, dall'allora Sindaco Gianluigi Dho», ricorda il Circolo Legambiente, che ne ha ripubblicato il contenuto come testimonianza storica.

Gli ambientalisti richiamano inoltre l'attenzione su una documentazione ancora più antica, che testimonia come i problemi ambientali legati all'ICMESA fossero noti ben prima del 1976.

«La documentazione precedente a questo atto – una fitta interazione tra il Sindaco Dho e la Prefettura di Milano nel 1953 in merito ai gravi eventi inquinanti causati da ICMESA – è conservata nell'Archivio della Memoria», spiegano. Un patrimonio documentale curato dal Circolo Legambiente "Laura Conti" di Seveso insieme a Legambiente Lombardia che costituisce una fonte preziosa per ricostruire la lunga storia dei rapporti tra l'azienda, le istituzioni e il territorio.

La mostra resterà aperta fino al 26 agosto 2026 presso l'Archivio di Stato di Milano, a Palazzo del Senato (via Senato 10). L'ingresso è gratuito, mentre le visite guidate – organizzate in diverse date tra luglio e agosto per gruppi fino a venti persone – sono prenotabili scrivendo all'indirizzo as-mi.prenotazione@cultura.gov.it.

mercoledì 15 luglio 2026

Comitati No Pedemontana: "La memoria non è una commemorazione"


Sabato 18 luglio 2026, dalle 10.00 alle 12.30, al Mercato di Seveso (davanti al bocciodromo), l'Associazione Seveso Memoria di Parte invita la cittadinanza a partecipare a un'iniziativa dedicata alla ricostruzione della memoria storica del territorio.

Durante la mattinata sarà possibile visitare la mostra "Non si è trattato di un incidente", che ripercorre responsabilità, conseguenze e testimonianze del disastro del 1976, e conoscere "La mappa ritrovata", un documento che contribuisce a ricostruire la storia di quei giorni e il loro impatto sul territorio.


L'iniziativa vuole raccogliere anche le testimonianze di chi ha vissuto direttamente o indirettamente quegli eventi, nella convinzione che la memoria non sia una semplice commemorazione, ma un processo continuo e partecipato, fondamentale per comprendere il passato e affrontare con maggiore consapevolezza le scelte che riguardano il futuro del territorio.

martedì 14 luglio 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 7. Il giallo dei 41 fusti


Quest'anno ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.


*-*-*
Settima puntata
Il giallo dei 41 fusti contenente materiale tossico e nocivo


Un ulteriore approfondimento di Sinistra e Ambiente di Meda nel ricostruire gli anni e le vicende drammatiche del disastro Diossina dell'ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche.
Dopo la rimozione delle sostanze chimiche nocive ancora presenti nell'ICMESA si apre l'oscuro capitolo del destino dei 41, poi 42 fusti contenenti materiale altamente contaminato estratto dai reattori A101 e A110 e dalla fabbrica ICMESA.
L'impegno di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda continua analizzando documenti e testi in suo possesso o ritrovati per restituire una Memoria e una Storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.

L'ORIGINE DEI 41 FUSTI DI MATERIALE CONTAMINATO



Nelle fasi d'intervento per smantellare la fabbrica dell'ICMESA e smontare l'impianto di produzione del Triclorofenolo serviva svuotare il reattore e rimuovere le sostanze tossiche rimaste al suo interno e quelle ancora presenti nello stabilimento medese.
Come abbiamo illustrato nella precedente puntata, nel luglio del 1981, i tecnici asportarono dal reattore A101 la massa chimica ormai solidificata e altamente tossica e dall'A110 i residui liquidi e le morchie ugualmente tossiche.
Il materiale estratto, fluidificato o raschiato dalle pareti interne venne sigillato in 41 fusti metallici speciali, rivestiti internamente per resistere alla corrosione e impedire qualsiasi fuoriuscita.
Nei fusti non finì solo la miscela, ma anche i fanghi di lavaggio del reattore stesso e gli strumenti contaminati usati per raschiarlo.

I CONTORNI AMBIGUI E OSCURI DELLA GESTIONE DEI 41 FUSTI
La multinazionale svizzera Hoffman-La Roche controllante della Givaudan, proprietaria dell' ICMESA, aveva affidato l'operazione di trasporto e stoccaggio dei fusti alla filiale italiana della società tedesca, Mannesmann, che a sua volta aveva subappaltato il trasporto a intermediari francesi.


I 41 fusti presso l'ICMESA di Meda

L'11 settembre 1982, i 41 fusti vennero caricati su un camion per essere portati fuori dall'Italia e smaltiti.
Furono scortati dalla polizia e dal Commissario dell'Ufficio Speciale Luigi Noè fino al confine con la Francia, a Ventimiglia.
I 41 fusti passano la frontiera con il documento di transito europeo “T2“, con un contenuto dichiarato di: "Derivati alogenati degli idrocarburi aromatici, scarti di lavorazione industriale contaminati da TCDD e TCF". 
La merce aveva un valore quantificato in un milione di lire ma era assicurata per cinque miliardi. 
Sul modulo era specificata la provenienza da Meda ma non la destinazione e dopo aver raggiunto il posto di frontiera, Noè con i poliziotti di scorta rientrò a Milano.
La gestione del trasporto era stata affidata dalla Mannesman Italia ad un terzo soggetto, la francese Spedildec che aveva un solo socio, Bernard Paringaux, un ex parà la cui ditta era in ottimi rapporti e aveva l’esclusiva con l'EDF, equivalente francese dell’Enel per gestire l’olio dei trasformatori, contenente i Policlorobifenili (PCB), sostanze cangerogene simili alle diossine. 
Bernard Paringaux aveva un deposito in affitto a Saint-Quentin, a due passi dal Belgio, da cui transitavano rifiuti da mezza Europa.
I fusti dell'ICMESA lì sostarono e ripartirono per poi scomparire nel nulla per oltre sette mesi.
Il 9 marzo 1983, la Mannesmann scriveva a Zurigo: "i residui sono stati loculati in un impianto estero controllato e autorizzato".

DOVE MAI ERANO FINITI I 41 FUSTI?
Allertate da numerosi articoli della stampa svizzera e francese e dei media che si occuparono di questa scomparsa, le autorità di Marsiglia aprirono un’inchiesta e convocarono Paringaux, che però si rifiutò di dire dove fosse finito il carico tossico e per questo venne arrestato.


L'arresto di Bernard Paringaux

Le ipotesi si susseguono: discariche francesi, cave d’argilla dell'allora DDR o Germania Est e della Repubblica Federale Tedesca o Germania Ovest , altri luoghi nei Paesi socialisti o Nato.
Paringaux, in carcere, non parlò rimanendo fedele al contratto e alla cospicua cifra a lui versata (1 miliardo di lire) dalla Mannesman.
La Germania Est smentì di aver ricevuto tale materiale nella cava di Schoenberg definita "non idonea" e la Germania Ovest inoltrò una protesta al nostro ambasciatore, per "aver fatto circolare i rifiuti fuori dalle direttive che impongono di dichiarare la destinazione".
Tuttavia Noè rilasciò una dichiarazione sibillina dando ad intendere quale potesse essere stata la meta dei fusti : "Non potevamo dichiararla – disse  – perché questo era l’accordo con chi gestisce la cava dove sono stati sotterrati i barili. Cava che si trova in un Paese europeo, che non vuol dire necessariamente nella Cee". 
Anche un' altra fonte proveniente sempre dall'Ufficio Speciale, anni dopo, fece filtrare la Romania come destinazione finale segreta ma che "il clamore fece saltare tutto". 

IL RITROVAMENTO IN FRANCIA


I fusti vennero infine ritrovati il 19 maggio del 1983 su segnalazione di un macellaio in pensione, all'interno di un ex mattatoio abbandonato nel villaggio di Anguilcourt-le-Sart, nel nord della Francia.
A portarceli, si saprà poi, fu Jean Michel Quignon, giovane collaboratore di Paringaux, che poi sarà indagato ma che al pari di Paringaux tornerà libero.
Sotto la forte pressione dell'opinione pubblica europea, la Hoffman-La Roche si riprese i fusti che, fotografati, finirono sulle copertine di riviste e giornali.
La multinazionale svizzera e le autorità non misero minimamente in dubbio l’autenticità del carico, seppur privo di segni che lo qualificavano. 
Alcuni dettagli non sfuggirono però ad osservatori attenti: quei cilindri di metallo avevano un colore ocra e una grafia di numerazione differente da quella dei fusti blu filmati durante le operazioni di chiusura presso l'ICMESA.
Il loro diametro era passato da 56,5 centimetri a 60 centimetri e con un peso di 20 quintali in più rispetto agli originali.
Vi era stato un infustamento di sicurezza aggiuntivo ? Erano gli stessi fusti partiti dall'ICMESA di Meda ?
Per questo l’Unione dei Progressisti svizzeri chiese al governo cantonale "di verificare se i fusti siano quelli giusti e perché siano stati ridipinti e rinumerati".
Un quesito che non ottenne risposta così come non vi fu spiegazione ufficiale sulle discrepanze.

I fusti vennero infine trasferiti a Basilea (Svizzera) e dopo due anni di test chimici sul contenuto e polemiche, fra il 17 e il 21 giugno 1985 vennero inceneriti in un forno speciale ad alta temperatura (1200 °C)  per rifiuti industriali della Ciba-Geigy.
Il 21 giugno 1985 le autorità elvetiche comunicarono ufficialmente di aver concluso l´incenerimento di tutte le scorie, comprese quelle di un 42° e ultimo fusto che era rimasto, dimenticato, a Seveso.

I dubbi non furono però fugati e negli anni successivi, si ipotizzò anche che questi fusti fossero in realtà stati distrutti nel forno inceneritore della Montedison di Mantova.
Questa vicenda, avrebbe meritato totale trasparenza sia da parte dell'Ufficio Speciale per Seveso sia da parte della Givaudan-Hoffman-La Roche e anche dalle autorità Svizzere coinvolte. 
Una trasparenza che, a distanza di decenni non c'è ancora stata, una vicenda che all'oggi non ha ancora avuto i necessari elementi per essere definitivamente chiarita.
 
Continua.

 

[Per visualizzare tutte le puntate del dossier "Disastro diossina" cliccare qui] 

venerdì 10 luglio 2026

Cinquant'anni dopo Seveso: il Bosco delle Querce non è un monumento, ma il cuore del futuro Parco del Seveso


Cinquant'anni dopo il disastro dell'Icmesa, il 10 luglio 1976 continua a parlarci. Lo dimostrano anche i due approfondimenti che la Repubblica e L'Espresso hanno dedicato in questi giorni al cinquantesimo anniversario, riportando al centro del dibattito non solo la memoria della contaminazione da diossina, ma anche il futuro del Bosco delle Querce e dell'intera valle del Seveso.

La storia del Bosco è straordinaria: là dove la diossina aveva reso la terra inabitabile è nato uno dei più importanti simboli europei di rinascita ambientale. Ma proprio perché è un simbolo, oggi non può essere considerato un'isola verde separata dal territorio che lo circonda.

la Repubblica. Per leggere l'articolo cliccare qui

È questo il messaggio più interessante che emerge dalle voci delle associazioni ambientaliste raccolte da la Repubblica. Legambiente, Sinistra e Ambiente Meda e Seveso Futura chiedono che il Bosco delle Querce diventi parte integrante del futuro Parco Fluviale e Territoriale del Seveso, trasformandosi nel cuore di una rete ecologica che accompagni il fiume e ricucia un territorio frammentato da urbanizzazione, infrastrutture e consumo di suolo.

È una proposta che Brianza Centrale sostiene da tempo.

Il Bosco non appartiene soltanto ai Comuni di Seveso e Meda. Appartiene alla memoria collettiva della Brianza e rappresenta uno dei luoghi più significativi della storia ambientale italiana. Per questo la sua tutela non può limitarsi ai confini amministrativi, ma deve inserirsi in una visione più ampia di rigenerazione della valle del Seveso.

L'Espresso. Per leggere l'articolo cliccare qui

L'intervista pubblicata da L'Espresso a Gemma Beretta, di Legambiente Seveso, va nella stessa direzione. Beretta ricorda che la memoria del disastro non può essere ridotta a una celebrazione istituzionale. Occorre continuare a interrogarsi sulle conseguenze sanitarie e ambientali di quanto accaduto, ma soprattutto ricostruire un rapporto tra comunità e territorio. In una Brianza sempre più impermeabilizzata e urbanizzata, il Bosco delle Querce non deve restare un'eccezione: deve diventare il modello di una diversa politica del paesaggio.

Le sue osservazioni assumono un significato ancora più attuale se si pensa alle vicende legate ai cantieri della Pedemontana, che hanno riportato all'attenzione aree ancora interessate dalla contaminazione storica. Il disastro dell'Icmesa non appartiene soltanto agli archivi: continua a influenzare le scelte territoriali di oggi.

Anche Alberto Colombo, di Sinistra e Ambiente Meda, richiama questa prospettiva. La storia di Seveso non è soltanto la storia di una tragedia industriale, ma quella di un territorio che per decenni ha sopportato un'enorme pressione ambientale. Per questo il Bosco delle Querce dovrebbe diventare il punto di partenza di una più ampia riqualificazione ecologica dell'intero corridoio del Seveso.

È una riflessione che merita di essere raccolta dalle istituzioni.

Il cinquantesimo anniversario non dovrebbe esaurirsi nelle commemorazioni o nelle visite ufficiali, per quanto importanti. Dovrebbe diventare l'occasione per compiere una scelta politica e culturale: riconoscere il Bosco delle Querce come il cuore del futuro Parco Fluviale e Territoriale del Seveso, dotando finalmente la valle di uno strumento unitario di tutela, valorizzazione e connessione ecologica.

Cinquant'anni fa la diossina mostrò quanto fragile fosse il rapporto tra sviluppo industriale e ambiente. Oggi quella stessa storia ci insegna che la migliore forma di memoria consiste nel costruire un territorio più resiliente, più verde e più capace di affrontare le sfide del cambiamento climatico.

Il Bosco delle Querce è nato da una tragedia. Il Parco del Seveso può essere la risposta che guarda ai prossimi cinquant'anni.

Cinquant'anni dopo Icmesa, il Bosco delle Querce va salvato integralmente

Le associazioni ambientaliste lanciano un appello alle istituzioni in occasione della visita del Presidente della Repubblica: il simbolo della rinascita e della memoria non può essere sacrificato dagli interventi della Pedemontana. 

 


COMUNICATO CONGIUNTO
ALBERI MONUMENTALI BRIANZA – COMITATO CIVICO AMBIENTE – ENPA – FONDO FORESTALE ITALIANO – GREENPEACE Gruppo Locale Milano – LAC – LAV – LEGAMBIENTE Seregno – LIPU Sezione di Milano
 – PRO PARCO NOSTRI AMICI ANIMALI – SUOLO LIBERO

Il Bosco delle Querce è un ecosistema di valore storico, naturalistico e ambientale che merita di essere integralmente preservato.

In vista della visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prevista per la giornata del 10 luglio in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro Icmesa, riteniamo doveroso richiamare l'attenzione delle istituzioni e dell'opinione pubblica sul futuro del Bosco delle Querce, oggi minacciato dai lavori della Pedemontana Lombarda. 
La porzione di bosco interessata dal progetto non è costituita da vegetazione marginale o da semplici arbusti. Si tratta di oltre 3.200 alberi maturi che fanno parte di un ecosistema complesso, sviluppatosi in quasi cinquant'anni di evoluzione naturale e di interventi di rinaturalizzazione successivi al disastro del 1976. A certificare l’eccezionale valore dell'area sono i recenti e prestigiosi riconoscimenti istituzionali: la Commissione Europea ha infatti insignito il parco del Marchio del Patrimonio Europeo (European Heritage Label), celebrandolo come primo sito lombardo simbolo di resilienza, scienza e memoria comune. Al contempo, Regione Lombardia ha inserito nell'elenco ufficiale degli Alberi Monumentali d'Italia il "Grande Pioppo", un pioppo nero (Populus nigra) di circa settant'anni, alto 30 metri e con una circonferenza di 4,5 metri, ultimo testimone vivente sopravvissuto al disastro del 1976 e oggi tutelato da rigidi vincoli di salvaguardia.


Questa fascia boschiva, collocata lungo il margine della Milano-Meda, rappresenta inoltre un'area di particolare importanza faunistica. Essendo meno frequentata dall'uomo, costituisce un habitat favorevole alla nidificazione di numerose specie di rapaci e di altri uccelli forestali. Il volume scientifico Avifauna del Bosco delle Querce conferma la presenza di numerose specie tipiche dei boschi maturi, a testimonianza dell'elevato valore ecologico raggiunto da questo ecosistema. Tali evidenze sono supportate anche dai monitoraggi realizzati dall'ornitologo Mirko Galuppi, che documentano la nidificazione e l'ottimo successo riproduttivo di specie di particolare interesse conservazionistico come lo Sparviere (Accipiter nisus), il Gufo comune (Asio otus) e il Lodolaio (Falco subbuteo), oltre alla presenza di Gheppio e Civetta.

La perdita di questo settore del bosco determinerebbe un'ulteriore frammentazione della rete ecologica brianzola, già fortemente compromessa dall'espansione urbanistica e infrastrutturale.
Secondo il Rapporto ISPRA sul consumo di suolo, la provincia di Monza e Brianza continua a registrare il più elevato livello nazionale di artificializzazione, con circa il 41% del territorio ormai consumato. Negli ultimi anni abbiamo già assistito alla distruzione di importanti aree naturali lungo il tracciato della Pedemontana, dal Parco dei Colli Briantei al Parco Grugnotorto Villoresi e Brianza Centrale (GruBrìa), fino ai boschi di Bernate. Interventi che hanno comportato l'abbattimento di migliaia di alberi, la perdita di habitat e la compromissione di corridoi ecologici fondamentali per la fauna selvatica.


Gli interventi normativi di mitigazione e compensazione non possono sostituire una foresta matura. Un albero appena piantato non equivale a un esemplare adulto e i nuovi impianti non sono in grado di rigenerare la complessa rete biologica — formata da relazioni pluridecennali tra alberi, funghi, insetti impollinatori, microorganismi del suolo e fauna selvatica — che caratterizza un ecosistema consolidato.

Il Bosco delle Querce non rappresenta soltanto un patrimonio ambientale. È il simbolo della rinascita dopo una delle più gravi tragedie ambientali del nostro Paese. Oggi rappresenta anche uno dei più importanti esempi italiani di ricostruzione ecologica e di rinaturalizzazione di un'area contaminata, un patrimonio riconosciuto ben oltre i confini della Brianza. Proprio per questo riteniamo che esso debba essere preservato nella sua integrità.

Il Weizmann Institute of Science ha evidenziato come oggi meno del 6% della biomassa dei mammiferi sia costituita da animali selvatici, mentre la restante parte è rappresentata dagli esseri umani e dagli animali allevati. Questo dato testimonia la drammatica riduzione della biodiversità causata dalle attività umane e richiama tutti, istituzioni comprese, alla responsabilità di arrestare l'ulteriore perdita di habitat naturali.


La conservazione della biodiversità non può essere considerata un elemento accessorio nella pianificazione delle infrastrutture. Essa costituisce un interesse pubblico primario, riconosciuto dall'articolo 9 della Costituzione, che tutela l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi anche nell'interesse delle future generazioni.

Per queste ragioni chiediamo che il Bosco delle Querce venga integralmente preservato e che ogni decisione riguardante quest'area tenga conto non soltanto degli aspetti infrastrutturali, ma anche del suo valore ecologico, storico, paesaggistico e culturale. La tutela del Bosco delle Querce non riguarda soltanto il territorio di Seveso e Meda. Riguarda il modello di sviluppo che vogliamo costruire, il rispetto della memoria del disastro Icmesa e la responsabilità che abbiamo nei confronti delle generazioni future.

Difendere il Bosco delle Querce significa difendere un patrimonio costruito in cinquant'anni di storia, memoria, biodiversità e rinascita.

 




 

giovedì 9 luglio 2026

Seveso, cinquant’anni dopo: la memoria merita rispetto


Nei giorni scorsi sui social è tornata al centro del dibattito la lettera inviata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella da alcune associazioni e gruppi ambientalisti di Seveso e Meda in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro dell’ICMESA.

La lettera richiama il valore della memoria del disastro del 1976, il ruolo del Bosco delle Querce come luogo simbolico di rinascita e le preoccupazioni legate agli interventi previsti per la realizzazione dell’Autostrada Pedemontana Lombarda.

Al di là delle posizioni diverse sull’opera e sulle sue conseguenze ambientali, ciò che merita una riflessione è il modo in cui, nel confronto pubblico, vengono utilizzate alcune parole. Espressioni come “ingenerare inutile allarmismo e disinformazione”, “fanno venire l’orticaria”, “diffondere informazioni ecoterroristiche e ignoranti” o “usurpatori dell’ambientalismo” pongono una questione che va oltre la singola polemica: quella della responsabilità del linguaggio, soprattutto quando proviene da persone che ricoprono o hanno ricoperto ruoli pubblici e di rappresentanza.

Si può essere in disaccordo. Si possono contestare dati, valutazioni, strategie e prospettive. È parte naturale e necessaria della democrazia. Ma quando il confronto riguarda un territorio segnato da una tragedia come quella dell’ICMESA, che cinquant’anni fa ha lasciato ferite profonde nella comunità di Seveso e Meda, e oggi coinvolge una trasformazione infrastrutturale rilevante come quella legata alla Pedemontana, il livello della discussione dovrebbe essere necessariamente più alto.

Che reazioni critiche arrivino dai vertici di un soggetto coinvolto direttamente nella realizzazione dell’opera può essere comprensibile: esistono interessi, responsabilità e visioni differenti. Ma da altri interlocutori, soprattutto da chi ha avuto incarichi di rilievo nel mondo ambientalista, ci si aspetterebbe maggiore attenzione, equilibrio e rispetto verso chi, da anni, si occupa di memoria, tutela del territorio e partecipazione civica.

La questione non è stabilire chi abbia il monopolio dell’ambientalismo. Nessuno dovrebbe arrogarsi questo diritto. La questione è riconoscere che esistono comunità, associazioni e cittadini che portano avanti un impegno basato sulla conoscenza dei luoghi, sulla memoria storica e sulla volontà di tutelare un patrimonio collettivo.

Il Bosco delle Querce non è soltanto uno spazio verde: è il simbolo di una ferita trasformata in consapevolezza, di un territorio che ha cercato di ricostruire un rapporto con la propria storia. Per questo meriterebbe che ogni discussione sul suo futuro fosse affrontata con rigore, rispetto e responsabilità.

Prima ancora delle opinioni diverse, vengono i fatti. Prima ancora delle contrapposizioni, viene il rispetto per una vicenda che ha segnato la storia ambientale italiana e per una comunità che continua a interrogarsi sul proprio futuro.

Le parole hanno un peso. Tanto più quando arrivano da chi, per ruolo o per storia personale, dovrebbe sapere quanto sia importante custodirlo.

Comitati No Pedemontana: "Seveso 10 luglio, la nostra storia. Dobbiamo esserci"


Riceviamo e pubblichiamo il seguente appello.
A cura dei Comitati NO Pedemontana e Suolo Libero


A Seveso, la mattina del 10 luglio sarà presente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, insieme al Presidente della Regione e alle autorità locali, per un evento in occasione del 50º anniversario del disastro ICMESA del 1976.

Un evento esclusivo, blindato, a cui si accede solo tramite invito. Un evento che chiude degnamente un lungo periodo di "commemorazione" istituzionale caratterizzato da ipocrisia e reticenze, in cui il disastro di Seveso (e di altri quattro Comuni) viene narrato come un "incidente chiuso", buono per la retorica del "non accada più".

IL 10 LUGLIO NON È MAI FINITO

Ma la realtà è molto diversa. La bonifica di allora fu gestita cercando di minimizzare i costi delle bonifiche stesse, dei risarcimenti e, soprattutto, l'allarme sociale e le critiche al modello di sviluppo economico e industriale che l'evento di Seveso aveva generato. E così si limitò il più possibile l'area su cui intervenire, mentre le altre zone contaminate (l'allora zona B) furono considerate non pericolose e la diossina venne lasciata dov'era e dove, in buona parte, è rimasta fino a oggi.

Ecco perché ancora oggi, per la realizzazione di Pedemontana, la società realizzatrice (APL) è costretta a effettuare una "bonifica" che, ancora una volta, è ridotta al minimo di legge e comunque non a rischio zero.

PEDEMONTANA: IL NON DETTO DELLA CELEBRAZIONE

Sul territorio incombe la realizzazione di un ecomostro chiamato Pedemontana, che impatterà sui terreni lasciati così com’erano, pieni di diossina, e che, se realizzata, danneggerà lo stesso Bosco delle Querce, costruito su una parte della zona bonificata e del quale verrebbero distrutti 3.200 tra alberi e piante.

Un patrimonio ambientale, ma soprattutto un luogo di memoria collettiva, realizzato dopo le proteste di una popolazione che respinse attivamente scellerati progetti come il forno inceneritore. Un ecomostro che ha già cominciato a devastare molte zone della Brianza.

IL BOSCO FERITO

Proprio il Bosco, sul quale, zitti zitti, sono di fatto già iniziati i primi piccoli interventi, sarà lo sfondo della scenografia in cui Regione e istituzioni locali, cercando la benedizione del Presidente della Repubblica, celebreranno l'ipocrisia della favola rassicurante e falsa di un passato chiuso, nel quale la memoria viva di quei giorni e le preoccupazioni per il presente non avranno spazio.

FACCIAMO IN MODO CHE LA VOCE DEL TERRITORIO SI SENTA

Lanciamo un appello a esserci a Seveso la mattina del 10 luglio, anche con la sola presenza all'esterno del Bosco delle Querce, in contemporanea con la celebrazione ufficiale, a partire dalle 9.30, per testimoniare che c'è una popolazione che ha memoria.

Noi ci saremo per volantinare, incontrarci e parlarci.

Aggiornamenti su: https://www.facebook.com/share/p/1M8q1kTe6E/

 

INFORMAZIONI UTILI

Domattina via Redipuglia (la strada di accesso al Bosco delle Querce, dove il sabato si tiene il mercato) e diverse vie circostanti saranno chiuse al traffico. Sarà quindi necessario lasciare l'auto più lontano e raggiungere il Bosco a piedi: conviene muoversi per tempo. Le limitazioni alla circolazione sono previste per consentire lo svolgimento della cerimonia istituzionale.

Per l'elenco completo delle modifiche alla viabilità predisposte dal Comune di Seveso: Commemorazione ICMESA – tutte le modifiche alla circolazione (Comune di Seveso) 

martedì 7 luglio 2026

Disastro ICMESA, 50 anni dopo: a Meda il racconto delle responsabilità e delle lotte per la salute


a cura di Sinistra e Ambiente, Meda 


È stata una serata partecipata quella del 4 luglio 2026 a Meda, organizzata da INSIEME PER LA MEMORIA E IL FUTURO DEL BOSCO DELLE QUERCE in occasione dell'ormai prossimo 10 luglio, 50° anniversario del disastro della diossina dell'ICMESA.

Sala Civica gremita, con cittadine e cittadini attenti, e una serie di interventi incentrati su uno degli aspetti meno trattati in questi momenti di celebrazioni ufficiali: LE COLPEVOLI SCELTE DELL'ICMESA-GIVAUDAN-HOFFMANN-LA ROCHE e il ruolo dei lavoratori, del sindacato e di chi seppe e volle diffondere un SAPERE e una CONOSCENZA su quel dramma che colpì le popolazioni del territorio contaminato dalla diossina TCDD.

INSIEME PER LA MEMORIA E IL FUTURO DEL BOSCO DELLE QUERCE, sigla che coinvolge gruppi ambientalisti, associazioni e singoli cittadini che avevano già operato unitariamente a Seveso con i programmi di INSIEME PER IL BOSCO, ha deciso di portare anche a Meda, sede della cosiddetta "fabbrica dei profumi", una serie di eventi ai quali l'Amministrazione comunale, guidata da Luca Santambrogio, ha concesso il patrocinio.

L'intervento del sindaco Luca Santambrogio

Dopo l'introduzione alla serata da parte di Beatrice Oleari di FARE, di Gemma Beretta e Maurizio Zilio del Circolo Laura Conti di Legambiente Seveso, il sindaco Luca Santambrogio ha portato i suoi saluti e il proprio apprezzamento per iniziative capaci di ricostruire la storia e la memoria, arricchendole di informazioni che non tutti conoscono.

Alberto Colombo

Alberto Colombo, attivista e ambientalista medese, ha illustrato la situazione del pesante inquinamento in Brianza negli anni della presenza dei grandi impianti chimici della SNIA, dell'ACNA e dell'ICMESA.

Un'ICMESA che, con l'avvio della produzione di triclorofenolo, ignorò, nella progettazione del reattore, l'installazione di dispositivi automatici di sicurezza e di un serbatoio di contenimento per bloccare eventuali fughe di gas e fluidi.

Questa scelta scellerata si sommò alla modifica del processo produttivo ottenuta con la riduzione della quantità di solventi nel ciclo di reazione.

Furono azioni consapevolmente attuate per risparmiare sui costi e sui tempi e aumentare produttività e profitto.

Divennero le concause di ciò che non fu un "incidente", ma un DISASTRO COLPEVOLE che il territorio subì.

Fu proprio grazie al SAPERE OPERAIO e alla ricostruzione del ciclo produttivo realizzata da tecnici e addetti alla produzione del Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale dell'allora Montedison di Castellanza, poi divenuto Centro per la Salute Giulio A. Maccacaro, della rivista Sapere e del Comitato Tecnico Scientifico Popolare, che queste conoscenze e queste informazioni furono diffuse e condivise anche con la cittadinanza, creando le basi della consapevolezza durante i difficili anni e le drammatiche e complesse vicende che seguirono il fatidico 10 luglio 1976.

Cliccando qui potete visualizzare e scaricare le slide che hanno accompagnato questa parte dell'illustrazione.

Marco Caldiroli di Medicina Democratica

Marco Caldiroli, di Medicina Democratica, ha ampliato lo sguardo su altri disastri causati da una chimica irrispettosa dell'uomo e dell'ambiente e ha parlato delle potenzialità di questo "sapere operaio", protagonista e interlocutore delle istituzioni, capace di supportare le comunità locali e di ispirare le attività di Medicina Democratica nel campo della salute nei luoghi di lavoro, del controllo dell'impiantistica e di una sicurezza non più delegata, ma frutto del confronto anche con la conoscenza operaia della filiera produttiva.

Cliccando qui sono disponibili le slide del suo intervento.

Da sinistra: Amedeo Argiuolo, Mattia Lento e Gemma Beretta

Mattia Lento, giornalista della testata AREA, organo d'informazione del sindacato svizzero UNIA, da sempre molto attento alle vicende del nostro territorio e alle criticità indotte dall'Autostrada Pedemontana Lombarda, ha attualizzato la vicenda ICMESA e la lotta operaia per la salute e i diritti, mettendole in rapporto con la vertenza per l'ecologia e l'occupazione dell'acciaieria svizzera Stahl e con quanto è in corso alla GKN di Campi Bisenzio, dove i lavoratori intendono prendersi direttamente in carico il proprio destino.

Ha quindi dialogato con il già delegato del Consiglio di Fabbrica dell'ICMESA, Amedeo Argiuolo.

Amedeo ha raccontato l'azione del Consiglio di Fabbrica dell'ICMESA sia per conquistare il diritto all'informazione sulle sostanze nocive presenti in azienda sia per promuovere l'operatività degli SMAL (Servizi di Medicina degli Ambienti di Lavoro), strutture pubbliche di prevenzione e tutela della salute create all'inizio degli anni Settanta per iniziativa dei sindacati CGIL, CISL e UIL e primi strumenti di una svolta radicale nella medicina del lavoro.

Con gli SMAL si passò da un approccio assistenziale e di indennizzo monetario del rischio a un'analisi attiva e partecipata dei rischi in fabbrica.

Fu il Consiglio di Fabbrica che, dopo la fuoriuscita della nube tossica, constatato l'atteggiamento minimizzante della direzione, proclamò il 16 luglio 1976 l'assemblea permanente, interrompendo tutte le attività produttive dell'ICMESA; seguì, il 18 luglio, l'ordinanza del sindaco di Meda che dispose la chiusura della fabbrica.

La struttura sindacale aziendale dell'ICMESA partecipò a tutte le assemblee territoriali e fu parte attiva del Comitato Tecnico Scientifico Popolare.

Manuel Perrone

Manuel Perrone, autore e regista, ha proposto alcuni contenuti del suo podcast "Cristo si è fermato a Seveso" e ha sviluppato un interessante excursus sul significato e sul valore della memoria, che deve scuotere le coscienze ponendoci di fronte alle ingiustizie di un sistema squilibrato e votato al profitto, anche quando a farne le spese sono le collettività.

Elena Colombo e Rossana Verderio

Importante il contributo di Elena Colombo e Rossana Verderio, due giovani rispettivamente di Meda e Seveso, che hanno deciso di dedicare alcuni loro studi e parte del loro tempo ad approfondire condizioni, aspetti e conseguenze del disastro della diossina dell'ICMESA e della storia del Bosco delle Querce.

Elena Colombo ha già collaborato con Insieme per il Bosco e al suo lavoro sugli animali morti a causa della diossina è stato dedicato un incontro il 10 giugno 2024 al Centro Visite del Bosco delle Querce.

Recentemente ha inoltre realizzato il podcast "Radici di Seveso - Abitare il disastro".

Rossana Verderio ha invece completato la propria tesi di laurea dedicata all'attività svolta dal Comitato Tecnico Scientifico Popolare.

Serata partecipata

Non sono mancati i richiami all'attualità e alla contraddizione di una commemorazione del 50° anniversario che mette al centro, anche come scenografia, il Bosco delle Querce, polmone verde frutto di ingegneria ambientale e simbolo di vita, fortemente voluto dalla popolazione come alternativa al forno inceneritore che Regione Lombardia intendeva realizzare per bruciare i materiali contaminati dalla diossina.

Una commemorazione che, tuttavia, esclude dalla narrazione le mutilazioni che l'Autostrada Pedemontana Lombarda infliggerà al Bosco, privandolo di 2 ettari, di 3.200 alberi e di una porzione dell'area destinata al suo ampliamento.

Relatori e organizzatori

sabato 4 luglio 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 6. La bonifica e le sue criticità, le due vasche di contenimento


Nel 2026 ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.
Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile, ma il punto di arrivo di decenni di inquinamenti, omissioni e controlli insufficienti. Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprenderne il significato.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale, riprendendo il lavoro di Sinistra e Ambiente, avvia un percorso di memoria storica e civile. Le prime tre puntate riprendono il lavoro dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, 2006), mentre dalla quarta la ricostruzione si basa direttamente sulla documentazione d’archivio raccolta da Sinistra e Ambiente di Meda.

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Sesta puntata
La bonifica e le sue criticità,
le due vasche di contenimento


Prosegue il lavoro di Sinistra e Ambiente di Meda che ricostruisce gli anni drammatici del disastro diossina dell’ICMESA di Meda, fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffmann-La Roche.
Dopo la battaglia della popolazione che si è opposta al forno inceneritore, Regione Lombardia rivede la sua posizione e decide di far partire la bonifica, optando per uno stoccaggio in sicurezza e in loco del materiale contaminato.
La bonifica inizia ma con molte criticità, errori e anche approssimazioni.
Anche questa puntata è frutto del lavoro di ricerca di Sinistra e Ambiente–Impulsi di Meda basato su documenti e testi in suo possesso o ritrovati, con l’obiettivo di restituire una memoria e una storia genuina e senza annacquamenti o omissioni.

I PRIMI ESPERIMENTI PER LA BONIFICA

1976: Tecnici Givaudan irrorano con sostanza oleosa manufatti e vegetazione per fissarvi le molecole di diossina lì presenti. Foto tratta dall'archivio de Il Giorno

Alla Givaudan, proprietaria e responsabile del disastro diossina, venne consentito in alcuni lotti della zona A, di svolgere attività sperimentali.
Scopo dell'attività sperimentale era quella di evitare la diffusione e il trasporto del tossico nel territorio fissando le molecole della diossina TCDD presenti sui vegetali e nel suolo con l'utilizzo di un'emulsione a base oleosa e lasciandole esposte alla luce solare diurna verificarne la loro fotodegradazione a mezzo della componente ultravioletta.
Alcune prove in laboratorio avevano dato esiti incoraggianti mostrando come gli ultravioletti riducessero le concentrazioni di diossina.
Sul campo la situazione risultò differente poichè l'emulsione oleosa non avrebbe mai potuto penetrare alle profondità necessarie nel suolo dove nel frattempo era scesa la TCDD.
Si tentò comunque di applicare l'emulsione di fissaggio sulle foglie ma ben presto anche queste furono dilavate dalle piogge e dai temporali e con l'acqua trasportò il tossico nel Seveso tant'è che la TCDD fu trovata nei fanchi del depuratore di Varedo e anche a Niguarda dove il Seveso straripò.

Un'altra ipotesi d'intervento venne avanzata dall'ENI che propose di passare sui suoli contaminati bruciandoli direttamente in loco e utilizzando allo scopo dei dispositivi mobili alimentati ad idrogeno montati su degli automezzi che avrebbero portato ad una combustione di 1200 gradi il terreno.
L'intervento considerava la diossina TCDD concentrata nei primi 10 cm di terreno. 
Il progetto venne fortunatamente abbandonato per le scarse garanzie di successo che offriva nel poter effettivamente distruggere la diossina TCDD e per il pericolo che la combustione secondaria innescata potesse trasformare il Triclorofenolo, anch'esso depositatosi sul terreno, in altra diossina TCDD.
Al termine di queste sommarie sperimentazioni, nel settembre del 1976 Regione Lombardia decise di orientarsi verso un metodo più radicale: la decorticazione del terreno inquinato.
Come raccontato nella puntata precedente, non era più percorribile per le proteste degli abitanti e i rilievi tecnici negativi la combustione dei materiali contaminati in un forno inceneritore da costruire a Seveso.

 


Ci si orientò così per uno stoccaggio in loco in impianti non accessibili e con elevati standard di sicurezza. 
In attesa di quella che sarà la progettazione e la realizzazione delle 2 vasche di contenimento di Meda e Seveso, nel frattempo, il materiale venne temporaneamente raccolto in una serie di SILOS di cui 11 posizionati a Desio, 11 a Cesano Maderno e 13 a Seveso.


Uno dei silos di raccolta e stoccaggio temporaneo

LA BONIFICA NELLA ZONA A

Nell'area a più alta contaminazione, la zona A, fu effettuata una verifica iniziale per comprendere la profondità di penetrazione della diossina caduta sul terreno confrontando tra di loro le analisi chimiche effettuate in periodi temporali differenti dal 1976 al 1980.
Si accertò che il 95% della diossina depositata dalla ricaduta della nube fuoriuscita dall'ICMESA era rimasta nei primi 25-30 cm di terreno.
Nel 1976 non esisteva un  valore di soglia oltre il quale un'area poteva definirsi contaminata con conseguente obbligo di bonifica e Regione Lombardia decise di fissare a 5 µg/m2 il valore di diossina nel suolo da raggiungere per l'avvenuta bonifica.
La zona A venne così suddivisa in fasce a secondo del livello di contaminazione, definendo la modalità d'intervento per ogni fascia.



Nella prima fascia erano comprese le superfici con inquinamento superiore a 200 µg/m2, ove vennero effettuati 3 interventi di asportazione del terreno o scarifiche successive, con profondità di circa 30 cm ciascuno fino ad arrivare a 90 cm. 
La seconda fascia comprendeva le superfici con inquinamento compreso tra 50 e 200 µg/m2 e lì si operò con 2 scarifiche.
Nella terza fascia erano comprese le superfici con inquinamento inferiore a 50 µg/m2 e venne attuata una sola scarifica.



Dopo una serie di interventi di defoliazione e taglio degli alberi, tutti gli edifici presenti nelle subaree da A1 a A5 furono abbattuti mentre per le subaree A6-A7-A8 dove si trovavano 90 edifici, si provvide alla bonifica degli stessi e delle pertinenze con lo scopo di far rientrare i cittadini sfollati. 
Le subzone A6, A7 e A8 furono sottoposte a parziale scarifica solo laddove la concentrazione di diossina era superiore ai 15 µg/m2.
Per queste due subzone c'era l'interesse a completare quanto prima gli interventi di bonifica poichè quì risiedeva circa il 67% della popolazione evacuata e vi era volontà e necessità di garantire il loro rientro.
L'estensione delle subzone A6, A7 era di circa 32 ettari con una distanza minima dall’ICMESA di 1200 metri e con un valore medio della TCDD nel suolo di circa 270 μg/m2.


Abbattimento di un edificio in zona A

Anche qui venne rimosso, anche se in volumi minori la superficie del suolo inquinato da TCDD per raggiungere concentrazioni comprese entro i limiti tollerabili.
Non si trattò dunque di una rimozione totale e completa proprio perchè si scelse il mantenimento degli edifici e delle pertinenze.
Gli interni e gli esterni degli edifici vennero controllati con analisi chimiche sul materiale di scrostatura dei muri e sullo strato superiore di terreno e dovevano rientrare nei limiti stabiliti da Regione Lombardia che erano fissati a 0,01 μg/m2 per i muri interni e 0,75 μg/m2 per i muri esterni.
Le analisi furono circa 700 su 87 edifici e giardini dentro le subzone da restituire all'abitabilità. 
Al termine delle operazioni di recupero delle abitazioni tutti i livelli di TCDD risultarono sotto i limiti tollerabili definiti da Regione Lombardia. 
Sulle aree agricole o negli allevamenti di animali durante e dopo la bonifica furono effettuati prelievi di strati superiori di terreno in 56 siti selezionati. 
In caso di risultati sotto la soglia stabilita da Regione Lombardia, le operazioni di pulizia si ritenevano terminate e le autorità sanitarie autorizzavano il reingresso della popolazione evacuata. 
Tuttavia la distribuzione disomogenea della TCDD nel terreno e sulle superfici interne ed esterne delle costruzioni (da <0,01 fino a qualche μg/m2) rese necessaria l’adozione di uno specifico approccio statistico che valutasse in maniera efficace la validità delle operazioni.
 
TUTTO BENE DUNQUE? NON PROPRIO SE CONSIDERIAMO LA METODOLOGIA DI BONIFICA DEGLI EDIFICI

Gli interventi furono affidati alla Givaudan con proprio personale di coordinamento e supervisione.
Per bonificare o meglio "pulire" le costruzioni vennero usati detersivi biodegradabili, scope, spugne, guanti di gomma, strofinacci, acqua e sapone.
A tali operazioni assistevano sempre più increduli, gli abitanti e i giornalisti.
In un esposto alla magistratura di un lavoratore della POLISH, azienda incaricata dalla Givaudan per gli interventi di bonifica e ripristino degli edifici, corredata da molte immagini fotografiche, di cui riportiamo ampi stralci, appare evidente l'inadeguatezza e il pressapochismo dei metodi utilizzati.
Quanto descritto era stato visto quotidianamente dalla cittadinanza e aveva suscitato enormi perplessità. 
Il lavoro di pulizia delle case contaminate si svolgeva in due turni di lavoro di quattro ore ciascuno: dalle 8 alle 12 e dalle 12 alle 16.
I lavoratori accedevano nella "stazione filtro", dove ricevevano gli indumenti da indossare nella zona contaminata. I dispositivi individuali a protezione dalla diossina consistevano di:
- un paio di stivali di gomma
- una tuta in carta plastificata con cappuccio
- un paio di guanti in gomma morbida di uso casalingo
- un paio di guanti in gomma dura da lavoro
- una maschera in gomma marca Pirelli
- un paio di occhiali in plastica 
Le acque di risulta dei lavaggi degli interni, anzichè essere versate in luoghi di raccolta dello scarico venivano rovesciate direttamente nelle tazze dei W.C. e nelle vasche da bagno delle stesse abitazioni da bonificare.



Quelle dei lavaggi esterni dove le pareti venivano spruzzate con acqua compressa attinta dai rubinetti stessi delle abitazioni da decontaminare venivano invece scaricate nei tombini e quindi nelle fognature. 
La diossina fu poi trovata nei fanghi del depuratore di Varedo sia a causa del trasporto del Certesa, affluente del Seveso sia per gli sversamenti di acque di lavaggio contaminate in fogna.
In seguito, si cambiò metodo. 
L'acqua sporca usata per il lavaggio, veniva raccolta in bidoni di plastica e versata all'esterno in una vasca di cemento con pompa e galleggiante. Quando l'acqua raggiungeva un certo livello, la pompa entrava automaticarnente in funzione e la sospingeva in un tubo il cui percorso terminava in un campo, nei pressi della stazione filtro, dove, per il tramite di una girandola per irrigazioni, veniva spruzzata sul campo medesimo. 
E' opportuno precisare che nel medesimo collettore confluivano gli scarichi delle docce e dei lavandini della stazione filtro, dove gli addetti si lavavano al rientro dal lavoro nella zona contaminata.



Gli aspirapolvere impiegati nella bonifica erano di due tipi: uno piccolo per gli appartamenti e uno grande per solai, cantine e box. 
Il modello piccolo raccoglieva la polvere in un sacchetto di carta che, spesso, durante la sostituzione si rompeva con fuoriuscita di polvere ed evidentemente di diossina. 
Per svuotare il modello più grande, occorreva infilare un sacco di plastica alla sua estremità e capovolgerlo affinchè il contenuto cadesse nel sacco.
Questa operazione comportava normalmente lo sprigionarsi di nubi di polvere che investivano gli addetti ai lavori. 
Mentre il controllo sulla bonifica degli stivali degli addetti era rigoroso, nulla si faceva per i guanti, anch'essi prevedibilmente inquinatit per il contatto con le suppellettili contaminate.
L'ordine era infatti di infilarli negli stivali.
Solo in un secordo tempo vennero installati nei locali di bonifica degli stivali alcuni lavandini che però rimasero inutilizzabili perchè non provvisti d'acqua.
Per i guanti in lana, forniti in un secondo tempo agli operai, per ovviare al freddo dell'inverno, si dispose additittura che gli stessi li portassero a casa per evitare possibili sottrazioni.

I tecnici della Givaudan stabilivano la distruzione di quelle suppellettili che potevano aver assorbito la diossina.
Nessuno controllava che la decisione venisse eseguita e in alcuni è casi è capitato che diverse suppellettilli destinate alla distruzione, siano rimaste nelle case bonificate.



Ai proprietari delle abitazioni da bonificare della zona A che assistevano alle operazioni di pulizia o, come è avvenuto in alcuni casi, vi partecipavano, veniva fornita.la tuta che era normalmente indossata sopra gli abiti civili, lasciandoli così esposti al pericolo di contaminazione da diossina.
La riconsegna dell'equipaggiamento, protettivo, avveniva poi nello stanzone della stazione filtro, dove si spogliavano gli operai per fare la doccia, esponendo pertanto questi ultimi al pericolo di contaminazione.
Anche rispetto all'uso degli autocarri per il trasporto del terreno decorticato venne osservato e fatto notare che per diverso tempo essi viaggiavano senza limite di velocità ed a pieno carico, sia entro la zona A che al suo contorno. 
Questo determinava la perdita di terreno inquinato anche in zone non delimitate dai reticolati e quindi con libero accesso della popolazione e la formazione di polvere inquinata, trasportata dal vento anche in zone estranee alla mappa di inquinamento. 
Solo successivamente venne disposto di istituire un limite di velocità per questi automezzi.

NELLA ZONA B UNA BONIFICA SOFT

La Bonifica nella zona B iniziò nel 1977 ma fu decisamente differente rispetto alla tipologia degli interventi attuati nella zona A.
Solo poche aree, quelle con livello di diossina superiore ai 15 µg/m2, furono scarificate con asporto dello strato superficiale del terreno mentre alcuni edifici sottoposti a bonifica, lavaggio e recupero. 
Sui suoli di pertinenza alle abitazioni venne posizionata terra pulita e nelle zone di interesse agricolo, si intervenne sostanzialmente con un'aratura che riportò in superficie e a contatto con la luce solare la Diossina TCDD, rimettendola però anche in circolo a causa del pulviscolo sollevato. 
Questa azione ridusse, nei primi 7 cm di terreno, la concentrazione di TCDD. 
L'aratura venne affettuata per tutto il 1977 e anche per alcuni anni successivi. 
La diluizione si accompagnò con il lento processo di degradazione della molecola di TCDD per via fotochimica quando le molecole presenti nello strato intermedio venivano riportate in superficie.
L’aratura venne applicata anche al recupero delle superfici ad uso agricolo.
 
SVUOTAMENTO DEL REATTORE E RIMOZIONE DELLE SOSTANZE TOSSICHE ALL'ICMESA

Il problema dello svuotamento del reattore e dello smaltimento delle scorie tossiche presenti in esso e nello stabilimento ICMESA si presentò di difficile soluzione. 
Nell'interno del Reattore dell'ICMESA era rimasta una miscela di sostanzr tossiche pari a circa 2/3 della sua carica originaria, comprensiva di un'alta concentrazione di diossina TCDD.
Sulla metodologia da seguire si intrecciò un dibattito sia a livello scientifico sia giuridico.
Il dibattito ritardò l'intervento sia per l'accesso all'impianto, sottoposto a sequestro giudiziario sia per l'avvio della progettazione per lo smantellamento.
Tra i vari progetti presentati la Commissione Tecnico Scientifica Governativa scelse quello dell'Ente Nazionale Energia Atomica (ENEA). 
 

Il Reattore venne svuotato nel luglio del 1981 attraverso un'operazione ad alto rischio, condotta in condizioni di isolamento totale e massima sicurezza del reparto B.
Il reparto fu mantenuto in costante depressione atmosferica per impedire a qualunque particella di gas o polvere di diossina di sfuggire verso l'esterno qualora si fossero verificate perdite durante i lavori.
Gli operatori indossavano invece tute speciali ermetiche in pressione e scafandri ventilati dotati di respiratori autonomi a circuito chiuso.



Il personale addetto era stato precedentemente formato ed era suddiviso in 6 squadre di due uomini ciascuna.
Ogni squadra era costituita da un operatore chimico con esperienza di produzione e un operatore meccanico con esperienza d'officina.
Il turno era di 2 ore con presenza di altri 2 operatori presenti nella stazione filtro per il pronto intervento in caso di anomalie.
Il compressore e i flltri erano presidiati da altri 2 operatori e v'era la presenza di un/una infermiere/a professionale per gestire eventuali malori e rilevare i parametri sanitari degli addetti in contatto con il Servizio Medicina del Lavoro dell'ospedale di Desio. 
Due tecnici in loco coordinavano poi tutte le operazioni
Gli interventi più difficoltosi furono quelli di frantumazione del contenuto del reattore ormai cristallizzato e quelli di raccolta e sollevamento del materiale.
Per accellerare i lavori si decise di aprire la calotta superiore del reattore, in acciaio inossidabile e di 12 mm di spessore, procedendo poi al completo svuotamento e allo stoccaggio del materiale in appositi fusti in acciaio con prelievo e analisi chimica del contenuto di ogni fusto.
Il Reattore A101, una volta svuotato venne smontato e annegato in un sargofago di cemento tombato nella vasca di Seveso.


Il Reattore A101 del Reparto B dell'ICMESA svuotato, smontato e pronto per essere immerso in un sarcofago di cemento

Poco tempo dopo, tra il 1982 e il 1984, incominciò la demolizione della fabbrica le cui macerie furono confinate nelle vasche.
L'abbattimento dei capannoni, dei reparti e degli edifici dell'ICMESA

Dell'insediamento medese rimase solo il muro perimetrale su cui, nel 2007, è stato posto un Pannello di ricostruzione storica.
Diverso e travagliato destino ebbero le sostanze chimiche rimosse e sigillate in 41 fusti, che diedero origine al "mistero dei 41 fusti" di cui ci occuperemo prossimamente.

LE VASCHE DI CONTENIMENTO DI MEDA E SEVESO

L´ipotesi di conservare sul posto i residui della bonifica portò a individuare due aree di stoccaggio definitivo: la prima nel Comune di Meda, immediatamente a Nord della via Vignazzola, tra il torrente Certosa e lo svincolo della superstrada e la seconda, più grande, nel Comune di Seveso a nord del cimitero.


Si effettuarono verifiche sull´idoneità dei siti attraverso indagini geologiche e geotecniche, idrologiche e idrogeologiche.
Dopo questi studi preliminari, vennero predisposti i progetti esecutivi e le vasche furono realizzate tra il 1982 e il 1984.
Per la messa in sicurezza del materiale contaminato, venne adottato un sistema di quattro barriere successive tra l´inquinante e l´ambiente esterno, simile a quello messo a punto per lo stoccaggio di materiali radioattivi.
La prima barriera era di tipo naturale, e a base di argilla con cui la diossina si legava con un forte legame chimico-fisico. 
La seconda barriera consisteva nel collocare in periferia i terreni a più basso tenore di diossina, in grado quindi di assorbire ulteriori quantità di contaminante provenienti dal nucleo centrale, grazie al suddetto legame chimico-fisico.
La terza e quarta barriera erano costituite dalle vere e proprie strutture fisiche per il confinamento di base, che isola le vasche dal terreno circostante.
Tutta la massa dei rifiuti venne avvolta da un foglio, saldato, di polietilene ad alta densità, con lo spessore di 2,5 mm (terza barriera) con a seguire uno strato intermedio di materiale drenante.
Infine l´ultima barriera è costituita da un conglomerato di inerti compattato avente spessore complessivo di circa 20 cm.
La copertura isolante in polietilene saldato

Per il confinamento superiore, che isola le vasche rispetto agli agenti atmosferici, a riempimento ultimato fu stesa una seconda membrana di polietilene, sulla quale fu riportato uno strato di terra mista di cava e su questo una caldana rigida di calcestruzzo, a protezione dell´intera struttura da danneggiamenti e manomissioni. 

La copertura fu completata con 70 cm di terra di coltura.
Le vasche furono realizzate con pendenze convergenti verso un unico pozzo di drenaggio, costituito da un tubo in calcestruzzo forato, riempito con materiale granulare. 
La cameretta d'ispezione è accessibile dall´argine esterno tramite un cunicolo e in sua prossimità convergono con reti separate sia i percolati provenienti dall´interno della vasca sia le acque eventualmente raccolte dal drenaggio tra i due manti impermeabilizzanti. 
I liquidi drenati inizialmente sarebbero stati accumulati provvisoriamente nel pozzetto di raccolta alla base di ciascuna vasca e successivamente inviati, mediante una pompa e un tubo di mandata, ad un bacino di accumulo a cielo aperto, con la capacità di 500 m3 , in prossimità della vasca di Seveso. 
In adiacenza al bacino di accumulo, venne realizzato un impianto di trattamento.
Il percolato, in presenza di diossina, sarebbe stato ripompato subito nella vasca di Seveso e in caso contrario, dopo il trattamento, immesso nel vicino torrente Certosa.
Questo sistema fu presto abbandonato e si opto per la rimozione fisica periodica del percolato tramite aspirazione e successivo invio agli impianti di trattamento previo classificazione dello stesso a mezzo di analisi chimiche.
Negli anni, sono stati anche adottati complessi sistemi di monitoraggio degli assestamenti degli argini di entrambe le vasche e dell´integrità della geomembrana di polietilene. 
Una speciale rete di controllo topografico consente di verificare eventuali cedimenti differenziali della fondazioni delle vasche.
La rete di controllo geolettrico, istallata nel 1986 sulla sola vasca di Seveso, fu una delle prime applicazioni in Italia di una tecnologia d´avanguardia per la verifica della tenuta delle membrane di polietilene, attraverso la misura delle caratteristiche di isolamento elettrico del materiale circostante.
Successivamente fu realizzata una rete di controllo idraulico, costituita da una serie piezometri e programmato il controllo analitico periodico delle caratteristiche chimiche dei percolati.
Il controllo chimico sul percolato e il suo invio agli impianti era fino al 2021 gestito dal Comune di Seveso e ciò consentiva anche un monitoraggio con accesso agli atti da parte dei gruppi consiliari e degli ambientalisti.
Una scelta incondivisibile dell'allora sindaco Allievi ha passato l'intera gestione delle vasche a Regione Lombardia.
La vasca di Meda ha una capacità totale di 80.000 m3 mentre quella di Seveso di 200.000 m3 .
I depositi nelle vasche sono composti da terreno scarificato, materiale di scasso delle strade, macerie di edifici civili, materiale di demolizione e reattore dell'Icmesa, fanghi, legname, vegetazione e detriti vari.