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mercoledì 9 settembre 2026

Seregno, dal Piano Clima alle scelte del nuovo PGT. La città che ci protegge dal caldo è quella che non distrugge il verde


Un recente articolo di Swissinfo racconta una situazione che potrebbe sembrare lontana dalla Brianza, ma non lo è affatto. Anche in Svizzera le ondate di calore stanno diventando più frequenti e intense e diverse città hanno cominciato a introdurre rifugi climatici, sistemi di allerta e interventi per rendere gli spazi urbani più vivibili durante le giornate più calde. Ma, osserva Swissinfo, manca ancora una strategia complessiva: le iniziative sono spesso frammentarie e non tutte le persone più esposte riescono a beneficiarne.

La domanda che dovremmo porci è allora molto semplice: quanto sono preparate le nostre città?

Prendiamo Seregno. Non è necessario partire da zero. Nel 2024 il Comune ha presentato un Piano Clima, nato anche dalla necessità di rispondere agli eventi estremi che avevano colpito il territorio nell'estate precedente. Il piano contiene indicazioni precise: più alberi, meno superfici impermeabili, maggiore capacità di trattenere l'acqua, spazi ombreggiati e l'individuazione di veri e propri «rifugi climatici». Sono tutte cose ragionevoli. Il problema è un altro: quanto di tutto questo sta realmente cambiando la città?

Negli scorsi giorni è stato annunciato il primo intervento importante collegato al Piano Clima: la depavimentazione del grande piazzale davanti alle scuole Cadorna. Si tratta di un intervento significativo, perché riguarda circa 4.000 metri quadrati oggi impermeabilizzati e prevede di restituire spazio al suolo, alla vegetazione e alla capacità di assorbire l'acqua piovana. È difficile sostenere che sia una cattiva idea. Ma proprio per questo vale la pena porsi una domanda diversa: piazza Cadorna è il luogo dove era più urgente intervenire? Non è una critica al progetto. È una questione di metodo. Seregno ha piazze e spazi pubblici completamente mineralizzati, esposti al sole e con pochissima ombra. In alcune di queste aree, durante una giornata estiva, la possibilità di trovare un luogo dove fermarsi al fresco è praticamente nulla.

Se le risorse per adattare la città al cambiamento climatico sono limitate, non sarebbe allora necessario stabilire prima quali sono i luoghi più caldi e più vulnerabili, e intervenire partendo da quelli? Una vera politica di adattamento dovrebbe partire da una mappa delle isole di calore, individuare le aree maggiormente esposte e costruire una graduatoria degli interventi. Solo dopo dovrebbero arrivare i progetti. Altrimenti si rischia di fare una cosa buona, ma di farla semplicemente dove è più facile intervenire, anziché dove sarebbe più urgente.

Recentemente, in occasione di una passeggiata, abbiamo visto un cartello con una frase che merita di essere ripresa: «La casa della salute c'è già: è il parco!» È uno slogan, certo. Ma contiene una verità molto concreta. Quando parliamo di adattamento climatico, la prima cosa da fare non dovrebbe essere costruire qualcosa di nuovo. Dovrebbe essere tutelare ciò che già abbiamo. Un albero adulto, un'area agricola, un prato, un bosco, un corridoio verde non sono spazi vuoti. Sono già infrastrutture ambientali: assorbono acqua, contribuiscono a mitigare il calore, offrono biodiversità e rendono più vivibile il territorio. Eppure continuiamo troppo spesso a ragionare al contrario: prima si individua un'area verde e poi si cerca una buona ragione per costruirci sopra.

A Seregno questo tema è particolarmente evidente anche nella discussione sulla proposta di realizzare un nuovo polo ospedaliero nella zona del Dosso, su un'area oggi agricola e verde. La domanda dovrebbe essere inevitabile: se stiamo cercando di rendere la città più resiliente al caldo, ha senso consumare nuovo suolo verde per costruire nuove infrastrutture? Prima di trasformare un'area agricola, dovremmo verificare seriamente se esistano alternative attraverso il recupero di aree dismesse, la rigenerazione urbana e l'utilizzo di spazi già urbanizzati. Non perché un ospedale non sia un'opera pubblica importante. Ma proprio perché lo è, dovrebbe essere sottoposto allo stesso principio che vale per qualsiasi altra trasformazione: prima si utilizza ciò che è già costruito, poi, solo se non esistono alternative praticabili, si valuta il consumo di nuovo suolo.

Qui arriviamo a un'altra questione che merita di essere affrontata senza ipocrisie. Siamo ormai abituati a leggere documenti nei quali un intervento che occupa nuovo terreno agricolo viene definito, per ragioni normative, come intervento che «non determina consumo di suolo». La legislazione lombarda prevede effettivamente fattispecie e criteri per stabilire cosa debba essere contabilizzato come consumo di suolo e cosa no. Ma una definizione amministrativa non modifica la realtà fisica. Possiamo anche scrivere per legge che la Terra è piatta. La Terra resterà tonda.

Se oggi abbiamo un prato, un campo agricolo o un'area verde e domani su quella superficie realizziamo un edificio, una strada, un parcheggio o le relative infrastrutture, quella superficie avrà perso la sua funzione naturale, indipendentemente da come la contabilizziamo in una tabella. È proprio questa distinzione che dovrebbe entrare nel dibattito sul nuovo PGT. Il consumo di suolo non dovrebbe essere soltanto quello che una norma decide di conteggiare. Dovrebbe essere valutato anche per quello che realmente produce sul territorio. E in una città che vuole prepararsi alle ondate di calore, perdere verde e suolo permeabile è esattamente la direzione opposta a quella che il Piano Clima indica.

Il problema, quindi, non è la mancanza di parole. Di piani, strategie, linee guida e dichiarazioni sul cambiamento climatico ne abbiamo già molte. Il problema è trasformarle in decisioni. 
Seregno ha già fatto un passo importante elaborando il Piano Clima. Ora ha davanti un'occasione ancora più importante: la revisione generale del Piano di Governo del Territorio. Il nuovo PGT dovrà decidere che cosa potrà essere costruito, dove, con quali criteri e a quale prezzo per il territorio. Il Comune presenta il PGT come lo strumento attraverso il quale orientare lo sviluppo urbano, tenendo insieme crescita, tutela ambientale e qualità della vita. È proprio questo il momento nel quale verificare se quelle parole hanno un significato concreto. 

  • Non soltanto dichiarare che servono più alberi, ma proteggere quelli che già esistono.
  • Non soltanto parlare di riduzione del consumo di suolo, ma evitare di consumare nuovo terreno.
  • Non soltanto progettare nuove aree verdi, ma impedire che quelle esistenti vengano progressivamente frammentate.
  • Non soltanto parlare di «rifugi climatici», ma fare in modo che ogni quartiere abbia davvero luoghi freschi e facilmente raggiungibili.

Il cambiamento climatico obbliga a cambiare il modo in cui pensiamo lo spazio urbano.

  • Un parcheggio completamente asfaltato è una grande superficie che accumula calore.
  • Una piazza senza alberi può diventare inutilizzabile durante un'ondata di calore.
  • Un cortile scolastico impermeabilizzato è un'occasione perduta per creare ombra e suolo permeabile.
  • Un'area agricola trasformata in edificabile è una superficie naturale che non potrà più svolgere le funzioni che svolgeva prima.

Per questo la risposta non può essere soltanto «bere molta acqua e non uscire nelle ore più calde».

La salute delle persone dipende anche dalla città nella quale vivono. E la città più resiliente non è necessariamente quella che costruisce più infrastrutture per adattarsi al cambiamento climatico. È quella che conserva le infrastrutture naturali che già possiede.

Il tema, naturalmente, non riguarda soltanto Seregno. Lissone, Monza, Desio e gli altri Comuni brianzoli hanno problemi molto simili: alta densità urbana, grandi superfici impermeabilizzate, traffico, scarsità di ombra in molte aree e una crescente pressione sulle aree verdi. Il caldo, del resto, non conosce i confini comunali. Sarebbe quindi interessante che i Comuni della Brianza cominciassero a confrontarsi su una strategia comune: mappe delle isole di calore, rete dei luoghi freschi, alberature urbane, depavimentazione, tutela del suolo e recupero delle aree dismesse prima di qualsiasi nuovo consumo di territorio. Non servono necessariamente grandi opere. Servono molte scelte piccole, coerenti tra loro, e soprattutto una gerarchia delle priorità.

Il nuovo PGT di Seregno sarà quindi un banco di prova. Il Piano Clima ha già detto, in buona parte, che cosa bisognerebbe fare. Adesso bisogna capire dove, quando e con quali priorità. E soprattutto se quelle indicazioni entreranno davvero nelle regole con cui nei prossimi anni verrà trasformata la città. Perché alla prossima ondata di calore non servirà l'ennesimo documento. Servirà una città che sia già stata preparata.

E forse la prima scelta da fare è anche la più semplice: non distruggere le infrastrutture verdi che abbiamo già.

Prima di costruire un «nuovo ospedale», chiediamoci allora se non sia il caso di prenderci cura della casa nella quale viviamo già. Perché il parco, il bosco, il campo, l'albero adulto non sono il contrario di un'infrastruttura. Sono infrastrutture. E spesso sono quelle che non abbiamo bisogno di costruire.

sabato 29 agosto 2026

Monza, l’allarme per il bosco di via Grigna: oltre 32.700 firme contro il taglio di 25.000 metri quadrati


Un bosco cresciuto spontaneamente alle spalle della sede della Provincia di Monza e Brianza, nell’area del Polo istituzionale di via Grigna, rischia di essere sacrificato per lasciare spazio a nuove costruzioni. È questa la preoccupazione al centro di una petizione online che ha superato le 32.700 firme e che chiede di fermare il progetto e di tutelare l’area verde.

La vicenda nasce dalla delibera n. 5 del 6 febbraio 2025, con la quale il Consiglio comunale di Monza ha adottato una variante al Piano di Governo del Territorio (PGT). Secondo quanto denunciato dal Coordinamento di comitati e associazioni che ha promosso la petizione, gli azzonamenti previsti dalla variante comporterebbero il taglio di un bosco di circa 25.000 metri quadrati.

L'area si trova nella parte nord-occidentale della città, alle spalle del Polo istituzionale di via Grigna. Il progetto prevede la realizzazione di uno studentato, con una volumetria indicata nella petizione in circa 57.000 metri cubi, insieme alle relative strutture e opere connesse.

Il timore dei promotori è che l’intervento contribuisca a un ulteriore processo di consumo di suolo e trasformazione di un’area che, nel tempo, è stata riconquistata spontaneamente dalla vegetazione.

La questione non riguarda soltanto la perdita del bosco. La petizione richiama infatti il quadro complessivo delle trasformazioni previste nella zona, indicando una volumetria complessiva di circa 168.000 metri cubi, a cui si aggiungerebbero ulteriori volumetrie a uso privato.

Per i comitati e le associazioni promotrici, lo studentato potrebbe essere realizzato in altre aree della città, senza sacrificare il bosco di via Grigna. In particolare vengono indicate alcune aree dismesse di proprietà pubblica, come quelle della ex Fossati e Lamperti e del vecchio ospedale Umberto I, considerate anche strategiche per la vicinanza alla stazione ferroviaria di Monza.

La richiesta, dunque, non è quella di rinunciare necessariamente alla realizzazione dello studentato, ma di individuare una collocazione alternativa, utilizzando aree già urbanizzate o dismesse e preservando invece il patrimonio verde esistente.

Il secondo punto della petizione riguarda direttamente la tutela dell’area boschiva.

I promotori chiedono innanzitutto di non procedere al taglio. Nel caso in cui l’intervento dovesse comunque essere realizzato, chiedono che siano previste ampie compensazioni, indicando una superficie da due a cinque volte quella del bosco interessato, da individuare possibilmente nelle aree adiacenti.

Si tratta di una posizione che mette al centro non soltanto il numero di alberi da sostituire, ma il valore complessivo di un'area verde che nel tempo si è sviluppata all'interno di un contesto urbano fortemente edificato.

La petizione pone anche una questione relativa alla partecipazione dei cittadini alle scelte urbanistiche.

I comitati riferiscono di avere chiesto al Comune un'assemblea pubblica sulla variante urbanistica, richiesta avanzata anche dalla Consulta dei quartieri di San Biagio-Cazzaniga.

Per i promotori, un intervento di queste dimensioni dovrebbe essere accompagnato da un confronto trasparente con gli abitanti dei quartieri interessati e con la cittadinanza, soprattutto quando comporta la trasformazione di un'area verde esistente.

A sostegno della petizione si sono riuniti numerosi comitati e associazioni del territorio monzese, tra cui Legambiente Alexander Langer Monza, il Gruppo Ambiente e territorio del CCR, il Comitato Aria Pulita Monza, il Comitato per il Parco A. Cederna, il Comitato Ospedale Umberto I°, il Comitato Bastacemento, il Presidio ex Macello, il Comitato San Fruttuoso Bene Comune e l’Osservatorio antimafie di MB Peppino Impastato.

L’appello ricevuto da Brianza Centrale invita ora a far conoscere la vicenda e a rafforzare la mobilitazione attraverso la raccolta firme.

Chi non avesse ancora sottoscritto la petizione e condividesse le richieste dei promotori può quindi partecipare alla raccolta di firme online:

NO AL TAGLIO DEL BOSCO DI 25.000 MQ AL POLO ISTITUZIONALE DI MONZA – Petizione su Change.org

L'obiettivo è dare maggiore forza alla richiesta di evitare il taglio del bosco, valutare localizzazioni alternative per lo studentato e aprire un confronto pubblico sulle scelte urbanistiche che riguardano quell'area di Monza.

martedì 4 agosto 2026

Tutelare il suolo, ma solo fino a un certo punto: le osservazioni del Comune di Monza al PTCP

Il consumo di suolo a Monza. Immagine tratta dal web.

Il Comune di Monza dichiara di voler ridurre il consumo di suolo e tutelare il suolo libero. Ma nelle osservazioni alla variante del PTCP provinciale chiede di modificare alcune delle tutele che potrebbero ostacolare nuove trasformazioni. Dalla Cascinazza alla Rete Verde, passando per via Sant’Anastasia: ecco cosa emerge dai documenti.

C'è una questione che merita di essere discussa con attenzione nel dibattito sulla nuova pianificazione urbanistica di Monza: quanto è realmente vincolante l'obiettivo di ridurre il consumo di suolo quando, contemporaneamente, si chiede di rendere più flessibili alcune delle tutele che proteggono il suolo libero?

La domanda nasce dalla lettura delle osservazioni che il Comune di Monza ha presentato alla variante del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) della Provincia di Monza e della Brianza.

Il documento comunale parte da una premessa che, almeno nelle intenzioni, va nella direzione auspicata da chi da anni si batte contro il consumo di suolo. Il Comune ricorda infatti che la variante al proprio PGT, avviata nel 2023 e attualmente all'esame del Consiglio comunale, è finalizzata all'adeguamento alla legge regionale sul consumo di suolo e al perseguimento di una «consistente riduzione del consumo di suolo» rispetto al PGT vigente. Tra gli obiettivi dichiarati vengono indicati anche la tutela del suolo libero e la valorizzazione delle componenti ambientali e paesaggistiche. Fin qui, nulla da eccepire. Il problema nasce quando si passa dalle dichiarazioni generali alle richieste specifiche formulate alla Provincia.

Cascinazza: tutelare il suolo, ma non tutto


Uno dei casi più significativi riguarda la Cascinazza, attraverso l'ambito di trasformazione AT18. Il Comune chiede alla Provincia di stralciare dall'individuazione come Ambito destinato all'attività agricola di interesse strategico (AAS) una porzione di territorio compresa nel perimetro dell'AT18, così da poter garantire l'attuazione dell'ambito di trasformazione per l'intera superficie del complesso cascinale. La richiesta viene motivata anche con un'altra operazione che, nelle intenzioni dell'amministrazione, dovrebbe produrre un importante beneficio ambientale: per l'attuazione dell'AT18 il Comune prevede la cessione di oltre 240.000 metri quadrati di aree esterne all'ambito, situate tra il Lambro e via Rosmini, da destinare alla creazione di un parco agricolo attrezzato con percorsi ciclopedonali e alla realizzazione della vasca di espansione del Lambro prevista dal Piano Territoriale Regionale.

Via Adda

Viale Sicilia

È una scelta che pone però una domanda inevitabile. La tutela di oltre 24 ettari di territorio può essere considerata una compensazione sufficiente per rendere possibile la trasformazione urbanistica di un'altra area oggi sottoposta a tutela agricola? Non è una domanda retorica e non significa mettere in discussione il valore del parco agricolo proposto o della vasca di espansione. Significa chiedersi se la tutela del territorio debba essere valutata soltanto in termini quantitativi, sommando metri quadrati protetti da una parte e metri quadrati trasformati dall'altra. Per chi si batte contro il consumo di suolo, il tema è centrale: un'area agricola o libera non è necessariamente intercambiabile con un'altra area libera situata altrove. Il valore ambientale, paesaggistico, ecologico e territoriale di un luogo dipende anche dalla sua posizione e dalle relazioni che intrattiene con il territorio circostante.

La Rete Verde: meno vincoli dove possono diventare scomodi

Ancora più significativa è la parte delle osservazioni dedicata alla Rete Verde di Ricomposizione Paesaggistica (RVRP) del PTCP. La Rete Verde è uno degli strumenti attraverso i quali il PTCP individua una struttura territoriale destinata alla tutela e alla valorizzazione del paesaggio, con una funzione anche di rete ecologica. Il Comune di Monza chiede però di rivederne il disegno, escludendo le aree che costituiscono pertinenze di insediamenti esistenti e quelle che risultavano già impermeabilizzate alla data di adozione del PTCP, il 22 dicembre 2011. 

La richiesta non si ferma qui. In alternativa allo stralcio delle aree dalla Rete Verde, il Comune propone di modificare l'articolo 31 delle Norme di Piano, in modo da rendere possibile anche l'attuazione di opere di impermeabilizzazione già previste dagli strumenti urbanistici comunali alla data di adozione del PTCP, anche indipendentemente dalla specifica destinazione urbanistica successivamente attribuita alle aree. Ed è proprio questo passaggio a meritare particolare attenzione. Perché cosa succede se un'area che un tempo era destinata alla trasformazione urbanistica viene successivamente destinata a verde e, anni dopo, torna ad essere considerata urbanizzabile? La proposta del Comune sembra voler evitare che la successiva modifica della destinazione urbanistica cancelli definitivamente il peso delle precedenti previsioni edificatorie. In altre parole, una vecchia previsione urbanistica potrebbe continuare a produrre effetti anche quando quella previsione non è più vigente? È un principio che merita un confronto pubblico, soprattutto in un territorio come la Brianza, dove la disponibilità di suolo libero è sempre più ridotta.

Via Sant'Anastasia: il caso che spiega tutto


Il Comune porta nelle proprie osservazioni un esempio concreto: l'area di via Sant'Anastasia/viale Libertà. L'area è oggi compresa nella Rete Verde ed è di proprietà comunale. Nel PGT vigente alla data di adozione del PTCP, nel 2011, era inserita in un ambito di trasformazione destinato prevalentemente a servizi SAP. Successivamente, con il PGT del 2017, una parte dell'area è stata ridestinata a verde. Ora, nella variante al PGT attualmente in corso, il Comune propone nuovamente una destinazione a servizi che comporterebbe l'impermeabilizzazione del suolo oggi libero. L'area è infatti stata inserita tra quelle considerate «urbanizzabili» nella Carta del Consumo di Suolo. È un esempio particolarmente significativo perché rende concreto il problema.

Un'area che oggi è libera e in parte destinata a verde potrebbe essere nuovamente impermeabilizzata sulla base di una previsione urbanistica che risale a quindici anni fa. La proposta avanzata dal Comune alla Provincia consentirebbe infatti di considerare sufficiente il fatto che il PGT vigente nel 2011 prevedesse già un intervento comportante impermeabilizzazione, anche se quella destinazione è stata successivamente modificata. È questo il modo in cui vogliamo affrontare la riduzione del consumo di suolo? Oppure dovremmo considerare un'area per quello che è oggi, chiedendoci se sia davvero necessario trasformarla, anziché considerare come una sorta di diritto acquisito una vecchia previsione urbanistica?

Via Baradello e via Tagliamento


Le osservazioni riguardano anche altre aree. Per via Baradello, il Comune chiede lo stralcio dalla Rete Verde di un'area verde di proprietà comunale prospiciente edifici residenziali ALER. La motivazione è legata a un progetto di rigenerazione urbana e sociale del quartiere, con la previsione di nuove destinazioni a servizi e parcheggi. In questo caso è necessario evitare semplificazioni: rigenerare un quartiere e migliorare la qualità degli spazi pubblici non equivale automaticamente a consumare nuovo suolo. Ma proprio per questo sarebbe importante capire nel dettaglio quale sarà il rapporto tra la nuova destinazione dell'area e la sua attuale funzione di spazio verde.


Analoga richiesta riguarda un'area comunale tra via Tagliamento e via Generoso, interessata dalla presenza di uno svincolo di accesso alla SS36. Anche in questo caso il Comune chiede lo stralcio dalla Rete Verde. Si tratta di casi diversi tra loro e non è corretto metterli tutti sullo stesso piano. Ma nel loro insieme mostrano un problema generale: quando la tutela ambientale entra in conflitto con una scelta urbanistica, la direzione che il Comune propone alla Provincia è quella di rendere più flessibile la tutela.

Il doppio binario del consumo di suolo

Ed è proprio qui che si trova, a nostro avviso, la questione politica più interessante. Da una parte Monza dichiara di voler ridurre il consumo di suolo e tutelare quello libero. 
Dall'altra, nelle osservazioni al PTCP, chiede:

  • di stralciare una porzione dell'AT18 Cascinazza dagli ambiti agricoli strategici;
  • di rivedere il perimetro della Rete Verde;
  • di escludere alcune aree dalle sue tutele;
  • oppure, in alternativa, di modificare le norme provinciali per consentire nuove impermeabilizzazioni sulla base di previsioni urbanistiche già esistenti nel 2011;
  • di rendere quindi più facilmente attuabili alcune trasformazioni che oggi incontrano maggiori ostacoli per effetto delle tutele ambientali e paesaggistiche.

Questo non significa che la variante al PGT di Monza sia complessivamente una variante "cementificatoria". Il documento comunale sostiene esplicitamente il contrario e sarebbe scorretto ignorarlo. Ma proprio per questo le singole scelte contenute nelle osservazioni meritano di essere discusse. Perché la vera questione non è soltanto quanti metri quadrati di suolo verranno formalmente sottratti alle trasformazioni rispetto al passato. La domanda è anche quali aree vengono considerate sacrificabili e quali strumenti di tutela siamo disposti a indebolire per poterle trasformare.

Il suolo libero non è una riserva da utilizzare quando serve

Da anni, in Brianza, assistiamo a un fenomeno che conosciamo bene: ogni singola trasformazione viene spesso presentata come eccezionale, necessaria, compensata o legata a un interesse pubblico. Il risultato, però, si misura alla fine sul territorio reale. Un pezzo alla volta, un'area dopo l'altra, la superficie libera diminuisce e quella impermeabilizzata aumenta. Per questo riteniamo che la discussione sul nuovo PTCP e sulla variante al PGT di Monza debba partire da un principio semplice: il suolo libero non dovrebbe essere considerato una riserva da utilizzare quando emerge una nuova esigenza urbanistica. E soprattutto una vecchia previsione edificatoria non dovrebbe trasformarsi automaticamente in un lasciapassare per una nuova impermeabilizzazione. Se una previsione non è stata realizzata per quindici anni, e nel frattempo quell'area è stata destinata a verde, forse la domanda da porsi non dovrebbe essere come recuperare il vecchio diritto a trasformarla. Dovrebbe essere: abbiamo ancora davvero bisogno di trasformarla?

La Provincia dovrà scegliere quale idea di territorio sostenere

Ora la parola passa anche alla Provincia di Monza e Brianza, che dovrà valutare le osservazioni presentate dai Comuni nell'ambito della variante al PTCP. È un passaggio importante perché non si tratta soltanto di decidere il destino di alcune aree monzesi. Si tratta di stabilire quanto deve essere forte e coerente una politica provinciale di tutela del suolo e della Rete Verde. Come blog Brianza Centrale abbiamo sempre sostenuto che la Brianza non abbia bisogno di altro consumo di suolo, ma di recuperare e riqualificare ciò che è già stato urbanizzato. Per questo non ci interessa attribuire etichette o fare processi alle intenzioni. Ci interessa porre una domanda molto semplice, alla quale sarebbe utile che amministratori e pianificatori rispondessero con altrettanta chiarezza:

  • se davvero vogliamo ridurre il consumo di suolo, perché dovremmo rendere più facile trasformare proprio quelle aree che gli strumenti urbanistici sovracomunali hanno individuato per essere protette?

La sfida della nuova pianificazione urbanistica dovrebbe essere quella di consumare meno suolo, non quella di trovare nuove eccezioni per poterlo consumare.

sabato 1 agosto 2026

Ozono alle stelle, aria tossica: anche Monza oltre la soglia di allarme

241 microgrammi di ozono per metro cubo a Monza Parco e 226 a Monza Centro. Sono tra i valori più preoccupanti registrati in Lombardia nella giornata di ieri, quando l’ondata di caldo si è accompagnata a concentrazioni di ozono atmosferico molto elevate. Legambiente Lombardia: “Aria insalubre in tutta la regione”.

Le elevatissime concentrazioni di ozono in atmosfera rilevate giovedì 30 luglio da ARPA Lombardia

Non c’è soltanto il caldo a rendere particolarmente difficile l’aria che si respira in questi giorni in Lombardia. A preoccupare è anche l’ozono, le cui concentrazioni hanno raggiunto livelli molto elevati in gran parte della regione. A segnalarlo è Legambiente Lombardia, sulla base dei dati rilevati dalle stazioni di monitoraggio di ARPA Lombardia.

Il quadro riguarda direttamente la Brianza. Nei giorni scorsi, a Monza Parco sono stati registrati 241 microgrammi di ozono per metro cubo, superando così il livello di allarme di 240 microgrammi/m³ come valore orario. Un dato particolarmente significativo perché colloca Monza, insieme a Valmadrera e Calusco d’Adda, tra le località lombarde dove è stata oltrepassata la soglia di allarme.

Anche Monza Centro ha registrato un valore molto elevato, pari a 226 microgrammi/m³, ben al di sopra del livello di attenzione. Numeri che, secondo Legambiente, hanno esposto centinaia di migliaia di persone a concentrazioni di ozono potenzialmente dannose per le mucose respiratorie e oculari.

Il valore guida per la tutela della salute umana è infatti di 120 microgrammi/m³ come media misurata su otto ore. Nella giornata considerata, sottolinea Legambiente, questo valore è stato superato da tutte le stazioni di misura, comprese quelle situate in area alpina.

La situazione più critica si è concentrata nella Lombardia occidentale e lungo la fascia prealpina. Oltre a Monza Parco, dove si è arrivati a 241 microgrammi/m³, sono stati rilevati 243 microgrammi/m³ a Valmadrera, nel Lecchese, e 246 a Calusco d’Adda, nella Bergamasca. Ma valori molto elevati sono stati registrati anche a Bergamo (233), Lecco (229), Varese (204), Como (200) e, come detto, Monza Centro (226). Il dato brianzolo assume quindi particolare rilievo: Monza Parco è stata una delle tre stazioni lombarde nelle quali è stato superato il livello di allarme di 240 microgrammi/m³. Il fenomeno, inoltre, non riguarda esclusivamente le aree urbane. A Perledo, sul lago di Como, sono stati misurati 228 microgrammi/m³, mentre a Moggio, in Valsassina, il valore si è attestato a 215. È un elemento importante per comprendere la natura dell’inquinamento da ozono.

L’ozono è infatti un inquinante secondario: non viene emesso direttamente da una singola fonte, ma si forma nell’atmosfera attraverso reazioni chimiche che coinvolgono diversi precursori in presenza di forte radiazione ultravioletta. Tra questi ci sono gli ossidi di azoto prodotti soprattutto dal traffico, i solventi utilizzati nelle attività industriali e il metano proveniente, tra l’altro, dagli allevamenti e dalle risaie. Questo spiega anche perché gli effetti dell’inquinamento possano manifestarsi a decine di chilometri di distanza dalle sorgenti emissive. Gli inquinanti precursori vengono trasportati dall’atmosfera e l’ozono può raggiungere concentrazioni elevate anche in località lontane dai grandi centri urbani.

A spiegare la gravità del fenomeno è Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia, che sottolinea come l’ozono non debba essere considerato soltanto un problema legato alla qualità dell’aria.

“L’ozono è classificato tra gli inquinanti climatici. Si tratta di un gas allo stesso tempo ad effetto serra, quindi in grado di contribuire all’aumento delle temperature, sia un potente inquinante in grado di determinare azioni tossiche su tutti gli organismi viventi, infliggendo danni ai tessuti animali e vegetali.”

Per Legambiente, dunque, caldo e ozono rappresentano due aspetti strettamente collegati di una stessa crisi ambientale. Di Simine parla infatti di “ennesima spia chimica e climatica dell’insostenibilità ambientale del sistema insediativo, produttivo ed agricolo della Lombardia”, ricordando che la regione è quella europea maggiormente colpita da questo inquinante estivo. E aggiunge:

“I livelli altissimi di concentrazione nell’aria che respiriamo sono un indicatore molto preciso della distanza, enorme, che separa le misure ambientali attuate dalla nostra regione dagli obiettivi di transizione ecologica ed energetica.”

Un passaggio che riguarda da vicino anche la Brianza, territorio caratterizzato da un’elevata densità abitativa, da una forte presenza di infrastrutture e traffico e dalla vicinanza con l’area metropolitana milanese. I dati registrati a Monza mostrano infatti come il problema dell’inquinamento atmosferico non possa essere ricondotto soltanto alle concentrazioni di polveri sottili nei mesi invernali: anche durante l’estate, quando il cielo è limpido e le giornate sono caratterizzate da forte insolazione, l’aria può raggiungere livelli di insalubrità preoccupanti.

La formazione dell’ozono è favorita proprio dalle condizioni che caratterizzano le giornate più calde e stabili: forte insolazione e scarsa ventilazione. Per questo i picchi si verificano generalmente nelle ore più calde della giornata e possono proseguire fino al pomeriggio e alla sera. In queste condizioni, la prima forma di tutela consiste nel ridurre l’esposizione. Legambiente invita a evitare le attività fisiche intense, soprattutto nelle ore pomeridiane e serali, quando le concentrazioni possono raggiungere i valori più elevati, e suggerisce di trascorrere queste ore in ambienti chiusi e, per quanto possibile, freschi. Sul piano della prevenzione, invece, l’associazione richiama la necessità di intervenire sui precursori dell’ozono: ridurre l’uso dell’automobile, limitare l’impiego di solventi e prestare attenzione alle pratiche agricole, compreso lo spandimento di liquami e digestati. Sono misure che possono incidere sulle emissioni, ma che mostrano anche quanto il problema sia complesso: l’ozono non si forma necessariamente dove vengono emessi i suoi precursori e la sua presenza è il risultato dell’interazione tra emissioni, condizioni meteorologiche e radiazione solare.

lunedì 13 aprile 2026

Parco di Monza: dalla tutela negata al business della Formula 1

Il dibattito sul futuro del Parco di Monza torna al centro dell’attenzione pubblica dopo le recenti decisioni del Consiglio comunale. Il comunicato che pubblichiamo solleva questioni cruciali: tutela del patrimonio storico, impatto ambientale e uso delle risorse pubbliche. Al di là delle posizioni, il testo offre una ricostruzione dettagliata e critica che merita di essere conosciuta e discussa. Lo proponiamo ai lettori come contributo al confronto sul destino di uno dei parchi storici più importanti d’Europa.

Rendering di parte degli interventi in deroga illustrati nella seduta del Consiglio Comunale del 26 marzo 2026

IN UN PARCO NON SI COSTRUISCE ANCHE SE CI OBBLIGA LIBERTY MEDIA!

a cura del Comitato per il Parco “A. Cederna” e del Comitato “La Villa Reale è anche mia”

La sera di giovedì 9 aprile 2026 sono stati approvati dal Consiglio comunale di Monza i lavori per nuove edificazioni all’autodromo nell’ottocentesco Parco di Monza, con un solo voto contrario. Garantita la rovina, da precaria a stabile, per il futuro del nostro Parco.
Pare di essere tornati al 1908, quasi 120 anni fa, quando Marinetti, nel suo Manifesto del futurismo, scriveva, tra l’altro: "Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo... un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia."
Sappiamo che, dopo più di un secolo, le cose non sono andate proprio così: di auto e di congestioni da traffico non se ne può proprio più; di inquinamento dell’aria si muore prematuramente e consentire rumori assordanti in un Parco che dovrebbe essere, anche per legge, un’oasi di quiete, non è tollerabile. Ma per denaro, consenso e voti si può fare questo e altro.

Si può ignorare, per mancata conoscenza o per disattenzione intenzionale, cosa ha rappresentato e potrebbe continuare a rappresentare in futuro la presenza e il consolidamento dell’autodromo nel Parco storico.

Ci corre l’obbligo di ricordare, soprattutto ai giovani e a quelli che lo ignorano, che già nel 1922, quando il Senatore Silvio Crespi (liberale di destra) decise di far edificare l’autodromo nel Parco di Monza, ebbe le forti opposizioni del Ministero della pubblica istruzione, di esponenti del mondo della cultura e dell’arte che vedevano una profanazione dello storico Parco voluto da Napoleone nel 1805, con forti perplessità legate alla tutela del paesaggio e all'abbattimento massiccio di alberi nel Bosco Bello. Non mancavano i primi ambientalisti che cercavano di tutelare quel luogo. Anche molta parte della stampa locale si opponeva fortemente (ad esempio “Il Cittadino”).

Il Cittadino, 22 giugno 1922

Poi, con l’avvento del ventennio fascista, fu tutta un’altra storia, anche peggiore. Oltre all’autodromo (1922) venne realizzato nel 1924 un ippodromo collocato tra Villa Mirabello e Mirabellino (impianto chiuso nel 1976 e poi eliminato negli anni ‘90) e infine venne realizzato anche un Golf nel 1928. Il tutto perché l’Associazione combattenti e reduci, che aveva avuto in concessione il Parco dalla Casa reale, volle mettere a reddito quelle aree. Così ci ritroviamo ancora oggi con quelle deturpazioni e quelle logiche distruttive.

Il Corriere di Monza e della Brianza, 14 marzo 1922

Solo nei primi anni ’80, si cominciò anche in Comune a Monza a vedere in modo critico l’ingombrante presenza dell’autodromo per tentare di renderlo meno incompatibile. I tecnici che iniziarono a studiare a fondo lo scempio del Parco di Monza cercarono anch’essi di limitarne i danni che, soprattutto con il GP di Formula 1, venivano arrecati ogni anno al Parco da migliaia di tifosi e vandali.

Tra questi Studi e Piani, meritevoli di citazione sono: Il PRG del 1971 di Piccinato (vigente fino al 2007) che nella Norme tecniche di attuazione, all’art. 21, zona Verde pubblico, diceva tra l’altro: “per il Parco di Monza nessuna nuova costruzione”. Poi lo Studio realizzato dalla Prof. Annalisa Maniglio Calcagno della Facoltà di Architettura del Paesaggio dell’Università di Genova, passato in Consiglio comunale nel 1991, che proponeva tra l’altro “la demolizione della pista sopraelevata dell’anello di alta velocità dell’autodromo, circuito ormai in disuso da molti anni, che taglia in due un’ampia porzione del parco e buona parte del famosissimo bosco bello”.

Un vero Piano regolatore generale (PRG) venne presentato in Consiglio comunale nel ’95 e adottato nel 1997, redatto da Leonardo Benevolo (come noto, uno dei maggiori storici europei di architettura e urbanistica) comprensivo anche di quell’area, alla quale era dedicato uno specifico elaborato di dettaglio che indicava come obiettivo da perseguire nel tempo, il restauro filologico dell’antico disegno del Canonica del Parco stesso.

Il PRG di Benevolo diceva tra l’altro: “Oggi il restauro del parco richiede tre modifiche principali: la rimozione dei resti abbandonati dell’ippodromo, la rimozione della pista d’alta velocità dell’autodromo, anch’essa fuori uso e non recuperabile, e le modifiche del percorso attuale necessarie al ripristino della continuità fisica e paesaggistica del viale Mirabello”. E poi proseguiva: “Si deve anche intervenire sull’area del Golf, con un ampliamento della zona boschiva e una parziale apertura al pubblico, in particolare per la ricostruzione del cannocchiale visivo dell’ex viale delle noci” (n.d.r.- tra autodromo e golf)”.

Nel 1996, in occasione di quel PRG, la Soprintendente di Milano Lucia Gremmo, scriveva in modo molto chiaro: “Gli usi impropri che maggiormente incidono sull’area del complesso (del Parco, ndr) anche in relazione alla considerevole superficie occupata, e che, come tali, risultano altamente incompatibili con il carattere storico-artistico dello stesso sono: l’autodromo, con le relative attrezzature (campeggio, piscina, etc.) e gli abnormi afflussi di folla ed il golf, in quanto, come giustamente affermato dagli stessi progettisti, hanno rotto la sua (del Parco) unità spaziale e hanno condotto anche a un assetto frammentato delle masse arboree, in cui va perduta la grande dimensione che è il suo pregio principale. A ciò bisogna aggiungere, per quanto concerne il golf, la modifica morfologica del terreno”.
La Regione Lombardia, con la sua Legge 40 del ’95, aveva promosso e approvato nella seconda metà degli anni ’90 “il Piano 1997-98 per la rinascita del Parco di Monza” che prevedeva ben 35 progetti d’intervento e 20 miliardi di finanziamenti insieme ad altri Enti locali e organismi pubblici, finalizzati al “recupero ecologico - monumentale del Parco recintato più grande d’Europa” e per rimediare quindi a quella pesante situazione creatasi a causa degli impianti impropri.



Non va dimenticato, nei primi anni del 2000, il Piano di Settore per il Parco di Monza, redatto dal Centro Studi PIM su incarico del Parco regionale della Valle Lambro, dotato di Piano territoriale approvato dalla Regione nel 2000, che riaffermava tra l’altro, nel proprio elaborato progettuale: “conseguente demolizione dell’anello di alta velocità del circuito, almeno per la parte interferente con la prospettiva dal Mirabello (curva nord e curva sud)” e, per il Golf: “Ritocco del perimetro del golf nell’estremità settentrionale (spostamento di una buca), per favorire la continuità del percorso periferico nord-sud e nel confine meridionale per la ricostituzione di un ambiente di rispetto attorno alla testa del fontanile Pelucca”.

Poi quasi più nulla, se non esattamente il contrario di quello che emergeva da quegli studi di dettaglio. Solo nel maggio del 2023, dopo anni dall’incarico, è stato presentato e approvato un costoso Masterplan della Villa Reale e del Parco di Monza, strumento che, come noto, non ha alcuna valenza legale o urbanistica e non impegna gli amministratori né a seguirlo né a realizzarlo, non essendo vincolante.


Così ci troviamo oggi che il Consiglio comunale trionfante ha approvato praticamente all’unanimità (centro destra e centro sinistra uniti), salvo il voto contrario di una lista civica indipendente (Piffer), una serie di deturpanti e costosi lavori in Autodromo (circa 75 milioni di euro a carico del contribuente, che si sommano ai 27 milioni annui pretesi da Liberty Media, il nuovo padrone della F.1 per mantenere la titolarità del GP al circuito monzese); a questo proposito, non si comprende perché con tutte le centinaia di migliaia di biglietti venduti dall’Autodromo (più di 300.000), quei lavori debbano essere pagati dai contribuenti, anche di quelli che proprio non si interessano di Formula 1 se non anche contrari.

Come noto, si tratta della soprelevazione dei box (definito a suo tempo: “il Pirellone rovesciato” amovibile), di un edificio per la direzione di gara e di una nuova sala stampa, oltre che, con due delibere di Giunta, rendere definitive alcune tribune che, in precedenza venivano rimosse dopo il GP di F1. Decine di migliaia di nuovi metri cubi complessivi in un parco storico (circa 30 mila, dato peraltro non reso noto).


Tutto questo per poter avere la titolarità del GP, piegandosi vergognosamente all’imposizione ricattatoria di Liberty Media, incuranti del fatto che per Liberty Media l’unico interesse è fare soldi a palate, sfruttando il business miliardario della F1 anche ampliando a dismisura il numero dei GP: si parla addirittura di arrivare a 30 appuntamenti annui Il rischio per il circuito di Monza è quello di rimanere stritolato nell’inevitabile competitività del mercato globale della Formula 1. Cosa ci chiederà la prossima volta? Di incoronare il vincitore del GP con la Corona Ferrea come Napoleone?

I lavori imposti dalla società di mass media statunitense, diventata patron della F1 dal 2017, rispondono alla pretesa di fare dei 200 ettari in concessione ad ACI uno dei tanti circuiti “Luna Park” (vedi fan zone su Roccolo e Gerascia) da sfruttare al massimo, del tutto indifferenti al fatto che l’autodromo sia dentro un Parco che ha 220 anni di storia.

Che senso ha ancorare il presente e il futuro della città a un GP quasi fosse l’ultima spiaggia, l’unica risorsa?

Ripensare al Parco (al quale non arriva alcun finanziamento se non una tantum), alla storia, anche industriale, alla vocazione culturale, ai bisogni reali dei cittadini è la vera strada che amministratori di buon senso dovrebbero perseguire.

Il caso poi vuole che la concessione delle aree dell'Autodromo di Monza da parte del Consorzio Villa Reale e Parco di Monza all'Automobile Club d'Italia (ACI) scadrà il 31 dicembre 2028. Nonostante la concessione delle aree scada prima, il contratto per l'organizzazione del Gran Premio di Formula 1 è stato rinnovato fino al 2031. Non solo: il Consorzio, ente concedente, scadrà nel 2029. Un vero pasticcio e un incastro che parrebbe più pensato che subìto. Il solito ricatto: “Forse non volete far correre il GP di F1 a Monza?”.

Bianca Montrasio, Giorgio Majoli, Roberto D’Achille

domenica 8 marzo 2026

Boschi e parchi della Brianza come campi di guerra? Torna l’Italian Raid Commando

Il manifesto pubblicato sulla pagina Instagram UNUCI Lombardia

Dal 22 al 24 maggio 2026 potrebbe tornare in Brianza l’Italian Raid Commando, l’esercitazione organizzata da UNUCI Lombardia (Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia) che nelle ultime edizioni ha già coinvolto territori tra Monza e il Lecchese.

Le date sono state diffuse dagli organizzatori sui propri canali social con immagini di militari davanti alla Villa Reale di Monza e un video promozionale che si conclude con la domanda: “Sei pronto per la sfida?”.

Per leggere l'articolo su MonzaToday cliccare qui.

Secondo quanto riportato dal giornale online MonzaToday, la presenza dell’evento in Brianza nel 2026 viene data per probabile, anche se al momento non sono ancora noti tutti i luoghi interessati.

La notizia è stata segnalata e monitorata anche dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, che negli ultimi anni ha seguito con attenzione le ricadute dell’iniziativa sul territorio.

Le edizioni del 2024 e del 2025 hanno coinvolto diversi luoghi della Brianza e del Lecchese, tra cui il Parco di Monza e il Parco della Valle del Lambro.

Tra gli episodi più contestati, l’utilizzo della palestra del complesso scolastico di Briosco come base logistica per le pattuglie partecipanti. La scelta aveva suscitato proteste da parte di cittadini, associazioni pacifiste e realtà del territorio.

L’evento è inoltre sponsorizzato da aziende legate al settore delle armi, tra cui Fiocchi Munizioni di Lecco, e in passato ha ricevuto il patrocinio di enti pubblici come Regione Lombardia e le Province di Monza e Brianza e Lecco.

Le mobilitazioni dello scorso anno hanno acceso un dibattito più ampio sull’utilizzo di scuole, parchi e aree naturali come scenari di attività militari. In un territorio già fortemente urbanizzato come la Brianza, spazi verdi come il Parco di Monza o il Parco della Valle del Lambro rappresentano risorse ambientali preziose.

Nel frattempo l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università continuerà a seguire la vicenda e a informare il territorio.

giovedì 12 febbraio 2026

Solo sì è sì: a Monza la mobilitazione di CADOM contro il DDL Bongiorno


Rilanciamo l’iniziativa “Scendiamo in piazza per dire NO al DDL Bongiorno”, organizzata da CADOM Monza, un appuntamento pubblico per ribadire un principio fondamentale: senza consenso non c’è libertà.

Domenica 15 febbraio alle ore 10.00, in Largo Mazzini a Monza, cittadine e cittadini sono chiamati a scendere in piazza per difendere il significato profondo del consenso, così come sancito dalla Convenzione di Istanbul, all’articolo 36: “Ogni atto sessuale deve essere basato sul consenso volontario della persona, valutato tenendo conto delle circostanze.”


Il consenso non è accondiscendenza, non è adattamento, non è una “concessione” all’interno di un rapporto diseguale. È una scelta libera, il confine netto tra libertà e violenza. Metterlo in discussione significa indebolire una conquista fondamentale per il riconoscimento della dignità e dell’autodeterminazione delle persone.

La riforma proposta dal DDL Bongiorno, secondo CADOM Monza e le realtà che hanno aderito all’iniziativa, rischia di cancellare proprio questo confine, rendendo il consenso meno centrale e meno tutelato. Per questo la piazza diventa uno spazio necessario di presa di parola collettiva, per affermare con chiarezza che “solo sì è sì”.

All’iniziativa, promossa da CADOM Monza, partecipano anche numerose associazioni del territorio: Casa delle Donne di Desio, CISDA Onlus, ANPI Monza, BOA Brianza, ARCI Scuotivento, LabMonza, APS QDonna, Futura Casa delle Donne Villasanta.

mercoledì 11 febbraio 2026

Il Libro Bianco 4.0: un appuntamento pubblico per discutere il futuro ambientale di Monza


Dopo la pubblicazione del Libro Bianco sulla città di Monza 4.0, il lavoro dei comitati e delle associazioni cittadine entra ora in una nuova fase: quella del confronto pubblico. Giovedì 19 febbraio 2026, ore 20.25, alla Casa del Volontariato di Monza, via Correggio 59, il documento verrà presentato ufficialmente alla cittadinanza in un incontro aperto, pensato come spazio di ascolto, riflessione e partecipazione.

L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che i temi affrontati dal Libro Bianco – consumo di suolo, tutela del verde, qualità dell’aria, mobilità, diritto alla salute e all’abitare – non sono questioni astratte o riservate agli addetti ai lavori, ma riguardano direttamente la vita quotidiana di chi abita Monza. Quartieri sempre più congestionati, aree verdi sotto pressione, cantieri che avanzano e servizi che faticano a tenere il passo raccontano una città attraversata da trasformazioni profonde, spesso decise senza un reale coinvolgimento dei cittadini.

Il Libro Bianco 4.0 è il frutto di un lavoro collettivo durato mesi, costruito dal basso grazie all’impegno di comitati di quartiere, associazioni ambientaliste, realtà sociali e osservatori civici. Un lavoro che parte dai territori, dalle segnalazioni, dalle vertenze locali, e che prova a restituire una visione complessiva di ciò che sta accadendo a Monza, andando oltre la retorica della “città green” e della sostenibilità annunciata.

La presentazione pubblica non sarà una semplice illustrazione del documento, ma un momento per rimettere al centro una domanda cruciale: quale modello di sviluppo sta seguendo Monza? E soprattutto, è compatibile con la tutela dell’ambiente, del suolo e della salute delle persone?

In un contesto segnato dalla crisi climatica e dall’aumento delle disuguaglianze urbane, il Libro Bianco pone con forza il tema dei limiti: limiti al consumo di territorio, alla cementificazione, a una crescita che continua a sacrificare spazi verdi e qualità della vita. Al tempo stesso, rilancia la necessità di politiche pubbliche orientate alla cura della città esistente, alla rigenerazione vera, ai servizi di prossimità, alla mobilità sostenibile e alla partecipazione democratica.

L’incontro del 19 febbraio rappresenta quindi un’occasione preziosa per cittadini, amministratori, studenti e associazioni per confrontarsi su dati, analisi e proposte, e per riaffermare il diritto di partecipare alle scelte che disegnano il futuro urbano. Un futuro che, come emerge chiaramente dal Libro Bianco 4.0, non può continuare a essere costruito a colpi di cemento, ma ha bisogno di più verde, più giustizia ambientale e più ascolto delle comunità locali.

Il Libro Bianco 4.0 è disponibile gratuitamente online. La sua presentazione pubblica vuole essere un invito aperto: informarsi, discutere e prendere parola per una Monza più vivibile, più equa e davvero sostenibile.

sabato 31 gennaio 2026

Monza oggi: una fotografia critica della città, tra cemento, diritti e futuro


È uscito il Libro Bianco sulla città di Monza 4.0, un documento collettivo, denso e articolato, curato da comitati e associazioni cittadine, che prova a rispondere a una domanda semplice ma decisiva: come sta davvero cambiando Monza?

A poca distanza da una nuova tornata elettorale, il Libro Bianco 4.0 rappresenta molto più di un’analisi tecnica. È una presa di parola della società civile, che mette insieme dati, osservazioni, esperienze di quartiere e valutazioni critiche sull’operato delle amministrazioni che si sono succedute negli ultimi anni, con particolare attenzione all’attuale.

Il Libro Bianco nasce dal lavoro sul campo di comitati, associazioni ambientaliste, realtà sociali e osservatori civici. Ne emerge una fotografia della città reale, spesso distante dalla narrazione ufficiale fatta di slogan su “transizione ecologica”, “consumo di suolo zero” e “Monza green”.

Attraverso capitoli tematici, il documento affronta nodi centrali per la qualità della vita urbana:

  • urbanistica e consumo di suolo
  • tutela dell’ambiente e crisi climatica
  • mobilità e trasporti
  • diritto alla salute
  • diritto all’abitare
  • legalità e trasparenza amministrativa
  • partecipazione dei cittadini
  • vivibilità dei quartieri, dal centro alle periferie

Il filo conduttore è chiaro: più cemento, meno verde, più traffico, meno servizi, mentre le disuguaglianze crescono e gli spazi pubblici si riducono.

Per chi si occupa di ambiente e territorio, il Libro Bianco 4.0 è un atto d’accusa documentato contro un modello di sviluppo che continua a privilegiare la rendita immobiliare rispetto alla tutela del suolo, del verde e della salute.

Vengono analizzati i piani attuativi approvati, le varianti urbanistiche, i ritardi sul nuovo PGT e le contraddizioni tra dichiarazioni politiche e scelte concrete. I quartieri raccontano cosa significa, nella vita quotidiana, vivere in una città dove si costruisce ancora troppo e si pianifica troppo poco.

Il Libro Bianco non è pensato solo per gli addetti ai lavori. È rivolto a tutte e tutti: cittadini, amministratori, candidate e candidati, associazioni, studenti.
L’obiettivo è lasciare una traccia, costruire memoria e offrire strumenti critici per partecipare consapevolmente al dibattito pubblico sul futuro di Monza e della Brianza.

👉 Il Libro Bianco 4.0 può essere scaricato gratuitamente cliccando qui.

Associazioni e Comitati che aderiscono al Coordinamento: Circolo Legambiente Alexander Langer Monza - CCR: Gruppo Ambiente e territorio - Desbri di MB - Connetti Monza e Brianza - Comitato Aria Pulita Monza - Comitato via Blandoria - Comitato per il Parco A. Cederna - Comitato La Villa Reale è anche mia - Comitato Sant'Albino - Gallarana - Comitato Saicosavorremmoincomune (Q. Regina Pacis-San Donato) - Comitato via Boito Monteverdi - Comitato Ospedale Umberto 1° - Comitato Triante - Comitato Pro Buon Pastore - Comitato salvaguardia Buon Pastore - Comitato Bastacemento - Presidio ex Macello - Comitato San Fruttuoso Bene Comune - Osservatorio antimafie di MB Peppino Impastato.

domenica 25 gennaio 2026

Monza, quartiere Cazzaniga: verde sotto pressione. Le associazioni contestano il Piano Attuativo di via Boito


Un’area verde di circa 11.500 metri quadrati, con 37 alberi, situata tra via Boito e via Carissimi, nel quartiere Cazzaniga di Monza, è al centro di un acceso confronto urbano. Si tratta del Piano Attuativo adottato dalla Giunta comunale l’11 dicembre 2025, che prevede la realizzazione di due edifici residenziali di cinque piani (più pilotis) per un totale di 10.880 metri cubi edificati.

Contro questo intervento, un ampio coordinamento di associazioni e comitati cittadini ha presentato formali osservazioni al Comune di Monza, sollevando numerose criticità di carattere urbanistico, ambientale, normativo e sociale.

Il quartiere Cazzaniga rappresenta una delle zone più densamente edificate della città, con oltre 8.000 abitanti per chilometro quadrato. È un’area racchiusa tra infrastrutture di grande impatto – il Parco di Monza, la ferrovia per Como, i vialoni Brianza e Cesare Battisti – e fortemente segnata dalla presenza del polo sanitario del San Gerardo, che genera flussi di traffico quotidiani molto elevati.

Negli ultimi anni il quartiere è stato interessato da una lunga sequenza di piani attuativi e interventi edilizi, che hanno progressivamente ridotto gli spazi liberi e aumentato il carico urbanistico. In questo quadro, le poche aree verdi residue assumono un valore strategico per la qualità della vita, la salute e il paesaggio urbano.

L’area interessata dal Piano Attuativo è oggi completamente permeabile e alberata. Su di essa si prevede di costruire due edifici residenziali, nonostante il lotto sia interessato anche dal futuro passaggio sotterraneo della metropolitana M5, a circa 15 metri di profondità.

Proprio questo aspetto è al centro della prima osservazione presentata dalle associazioni. Secondo il DPR 753/1980, che disciplina le fasce di rispetto ferroviarie, lungo le infrastrutture su rotaia dovrebbe essere garantita una distanza di almeno 30 metri entro la quale è vietato costruire, salvo deroghe esplicite. Nel progetto, invece, la distanza considerata è di 25 metri, senza che nella documentazione pubblicata risulti allegata alcuna autorizzazione in deroga. Una scelta che solleva interrogativi anche in relazione a vibrazioni, rumore e sicurezza.


Un secondo nodo critico riguarda il rapporto tra altezze edilizie e dotazione di verde. Il Piano delle Regole del PGT consente edifici fino a cinque piani solo in presenza di un miglioramento delle aree libere piantumate. Tuttavia, il progetto prevede l’abbattimento di 15 alberi, a fronte di nuove piantumazioni che richiederanno decenni per raggiungere un’effettiva funzione ecologica.

La stessa relazione tecnica del Piano descrive l’area come una “macchia di verde di notevole estensione e valore paesaggistico”, riconoscendone implicitamente l’importanza. Inoltre, il futuro passaggio della M5 potrebbe compromettere ulteriormente le alberature esistenti. Per questo le associazioni chiedono una valutazione agronomica specifica e una verifica puntuale del rispetto del Regolamento del Verde comunale, approvato nel 2025.

Un altro punto centrale riguarda la cessione delle aree pubbliche, prevista nella misura di due terzi della superficie del comparto. Nel caso in esame, tali aree verrebbero cedute in via Correggio, a circa 3,5 chilometri di distanza, privando di fatto il quartiere Cazzaniga di nuovi spazi verdi fruibili.

Secondo i firmatari delle osservazioni, questa scelta contraddice lo spirito della norma e le esperienze già realizzate nello stesso quartiere, dove altri piani attuativi hanno garantito cessioni “in loco”, migliorando concretamente la dotazione di spazi pubblici.

Le osservazioni affrontano anche una questione sociale rilevante: il costo delle abitazioni. Cazzaniga è oggi uno dei quartieri più cari di Monza, sia per la vendita sia per gli affitti. In un’area così prossima all’Università di Milano-Bicocca, le associazioni ritengono necessario prevedere alloggi a prezzi calmierati, destinati in parte a studenti e giovani.

La richiesta è che almeno il 50% degli alloggi venga realizzato con prezzi di vendita o canoni di locazione concordati con l’Amministrazione comunale.

Infine, viene segnalata una carenza di trasparenza amministrativa. Nella relazione tecnica del Piano Attuativo vengono citati numerosi allegati economici e documentali che non risultano pubblicati sul sito comunale. L’assenza di questi documenti, secondo le associazioni, impedisce una valutazione completa dell’operazione, anche sotto il profilo economico e della correttezza formale.

Le osservazioni presentate non si limitano a contestare un singolo intervento edilizio, ma pongono una questione più ampia di governo del territorio: la necessità di fermare il consumo di suolo residuo, tutelare il verde urbano, garantire sicurezza, trasparenza e diritto alla casa.

La decisione finale sul Piano Attuativo di via Boito–Carissimi rappresenterà quindi un passaggio significativo per comprendere quale direzione intenda prendere Monza nella gestione del proprio sviluppo urbano.

Le associazioni e i comitati firmatari delle osservazioni

  • Circolo Legambiente “Alexander Langer” Monza
  • CCR – Gruppo Ambiente e Territorio
  • Desbri di MB
  • Connetti Brianza
  • Comitato Aria Pulita Monza
  • Comitato via Blandoria
  • Comitato per il Parco A. Cederna
  • Comitato La Villa Reale è anche mia
  • Comitato Sant’Albino
  • Comitato Gallarana
  • Comitato saicosavorremmoincomune (Q.re Regina Pacis – San Donato)
  • Comitato via Boito Monteverdi
  • Comitato Ospedale Umberto I°
  • Comitato Triante
  • Comitato Pro Buon Pastore
  • Comitato Salvaguardia Buon Pastore
  • Comitato Basta Cemento
  • Presidio ex Macello
  • Comitato San Fruttuoso Bene Comune
  • Osservatorio antimafie di MB “Peppino Impastato”

lunedì 12 gennaio 2026

L’appello di Legambiente Seregno: iniziare ora contro i botti


Nelle scorse settimane su Brianza Centrale abbiamo pubblicato diversi post per invitare i lettori a non utilizzare i botti a Capodanno. Qualcuno potrebbe pensare che, per un blog ambientalista con un pubblico già sensibile a questi temi, si tratti di un messaggio superfluo. Noi crediamo invece il contrario: sul nostro sito arrivano anche lettrici e lettori interessati a temi diversi, che non sempre conoscono a fondo le implicazioni ambientali, sanitarie e sociali legate all’uso dei fuochi d’artificio.

Tra le realtà che da anni si battono contro questo fenomeno, dannoso per la fauna domestica e selvatica e fonte di rischi per le persone, c’è Legambiente Seregno. Ne abbiamo parlato con Antonello Dell’Orto, storico attivista dell’associazione, prendendo spunto anche da una lettera pubblicata sul Corriere della Sera del 10 gennaio 2026, che racconta la scelta dei Paesi Bassi di vietare per legge utilizzo e vendita dei botti. Una decisione forte, che apre interrogativi anche a livello locale.

 
Corriere della Sera, 10 gennaio 2026

Intervista ad Antonello Dell’Orto (Legambiente Seregno)


Brianza Centrale:
Antonello, partiamo dalla lettera pubblicata sul Corriere della Sera che racconta la scelta dell’Olanda di vietare i botti. Perché l’hai ritenuta significativa?

Antonello Dell’Orto:
Perché dimostra che, di fronte a un problema reale di sicurezza e di tutela degli animali, si può prendere una decisione chiara. I Paesi Bassi hanno scelto di vietare utilizzo e vendita dei botti dopo anni di incidenti. È una scelta di responsabilità che dovrebbe far riflettere anche noi, almeno come direzione verso cui muoversi.

Brianza Centrale: Spesso il tema dei botti emerge solo in prossimità del Capodanno. È corretto considerarlo un problema limitato a quella notte?

Antonello Dell’Orto: Assolutamente no. A Seregno, ma non solo, da qualche anno capita che quasi ogni notte a mezzanotte qualcuno spari botti. Questo significa stress continuo per animali domestici e selvatici, disturbo per le persone e una percezione diffusa di mancanza di risposte. È pazzesco che una pratica del genere venga ormai considerata quasi normale.

Brianza Centrale: Secondo te si può intervenire anche a livello locale, oltre che nazionale o regionale?

Antonello Dell’Orto: Sì, e direi che è proprio a livello locale che si può fare molto. Se vogliamo proseguire un discorso serio, bisogna iniziare per tempo e lavorarci sopra anche un anno prima. I Comuni hanno strumenti per intervenire, a partire dai regolamenti, senza aspettare sempre soluzioni dall’alto.

Brianza Centrale: Spesso vengono citati Monza e Desio come esempi di Comuni che hanno introdotto limiti all’uso dei botti. Ma qualcuno obietta che, nonostante questo, i botti ci sono stati comunque. Come rispondi?

Antonello Dell’Orto: È vero: botti ce ne sono stati anche a Monza e a Desio. Ma non possiamo sapere come sarebbero andate le cose senza alcun divieto. In particolare a Monza il limite all’uso dei botti è inserito nel Regolamento di Polizia Urbana, riguarda alcune zone sensibili della città ed è valido tutto l’anno. Questo dimostra che non si tratta di provvedimenti “di facciata”, ma di un lavoro strutturato.

Brianza Centrale: Il sindaco di Seregno ha spiegato che ordinanze di divieto generalizzato sarebbero difficili da applicare e da far rispettare. È un’obiezione fondata?

Antonello Dell’Orto:
Capisco l’obiezione, ma credo che rischi di diventare un freno. Ogni percorso inizia con un primo passo: se non si inizia, non si va da nessuna parte. A volte sembra ci sia una sorta di ansia da prestazione, l’idea che se non si ottiene tutto subito allora non vale la pena fare nulla. In realtà i cambiamenti veri sono faticosi e richiedono tempo e costanza.

Brianza Centrale: Quindi, anche se non risolvono tutto, regolamenti e ordinanze hanno comunque un valore?

Antonello Dell’Orto: Certo. Nessuno pensa che basti un’ordinanza per eliminare il problema. Ma le regole servono a dare un indirizzo chiaro, a dire che una comunità considera certi comportamenti incompatibili con il benessere collettivo. Senza regole, anche il richiamo al buon senso rischia di restare vuoto.

Brianza Centrale: Che ruolo ha allora la sensibilizzazione?

Antonello Dell’Orto:
Un ruolo fondamentale. Proprio per questo diciamo che eventuali regolamenti o ordinanze dovrebbero essere accompagnati da un lavoro continuo di informazione ed educazione. Spiegare perché i botti sono dannosi per gli animali, per l’ambiente e per le persone. Le regole da sole non bastano, ma senza regole anche la sensibilizzazione rischia di restare astratta.

Brianza Centrale: In conclusione, quale percorso ti sembra più realistico per Seregno e per i Comuni brianzoli?

Antonello Dell’Orto: Iniziare ora. Studiare le esperienze già avviate altrove, costruire strumenti ben fatti e accompagnarli a un lavoro costante sul territorio. Capodanno senza botti non si improvvisa: si costruisce mese dopo mese, con pazienza e continuità.

Come Brianza Centrale concordiamo con Antonello Dell’Orto: le difficoltà applicative non possono diventare un alibi per non fare nulla. Se Monza e Desio hanno trovato strumenti normativi adeguati, anche Seregno e gli altri Comuni possono farlo. Accanto alle regole, però, serve un lavoro continuo di educazione e informazione, perché la tutela dell’ambiente e degli animali passa anche – e soprattutto – dalla responsabilità collettiva.

domenica 11 gennaio 2026

Difendere i boschi: il Comitato NO Pedemontana proietta "Pompoko"


Il Comitato NO Pedemontana organizza un evento dedicato alla difesa della natura, con la proiezione del film Pompoko di Isao Takahata. La pellicola racconta la storia dei Tanuki, creature della foresta che lottano per proteggere il loro ambiente, in un parallelo simbolico con le battaglie per la salvaguardia dei boschi e delle valli in tutta Italia.

«Come a Gallarate la difesa del bosco, in Val di Susa la difesa della valle, e in molti altri territori, anche qui in Brianza diciamo: siamo la vita che avete tolto ai boschi!», affermano gli organizzatori.

L’iniziativa si terrà in collaborazione con F.O.A. Boccaccio a Monza, in viale Libertà 33, giovedì 15 gennaio 2026, con inizio alle ore 20.30. È previsto un aperitivo benefit a partire dalle 20.00.

mercoledì 31 dicembre 2025

Botti di Capodanno: la Brianza che sceglie (o evita) di scegliere

Immagine della campagna contro i botti dell’ENPA di Monza e Brianza

Come Brianza Centrale abbiamo già invitato lettrici e lettori a non utilizzare botti e fuochi d’artificio, chiedendo di diffondere questo appello. Non è solo una questione di sensibilità ambientalista o animalista: è un tema di sicurezza, di salute pubblica, di rispetto degli spazi comuni.
Le prese di posizione dei Comuni della Brianza, però, raccontano approcci molto diversi – e non tutti convincenti.

Monza rappresenta un esempio chiaro: il divieto esiste ed è strutturale. Dal 2019 il Regolamento di Polizia Urbana vieta in modo permanente l’utilizzo di materiali pirotecnici esplodenti. L’articolo 27 proibisce esplicitamente mortaretti, petardi e artifici “anche se di libera vendita” in aree monumentali, centro storico, parchi, ospedali e in tutte le zone in cui valgono i principi di fruibilità degli spazi pubblici e del decoro urbano.

Non solo: per la notte di Capodanno il Comune prevede il potenziamento dei controlli, ribadendo un messaggio politico e amministrativo chiaro. Come ricordano il Sindaco Pilotto e l’Assessore Moccia, i botti sono pericolosi per le persone e rappresentano una grave fonte di sofferenza per gli animali.


Anche Desio sceglie una strada netta: un’ordinanza che vieta l’uso di botti, petardi e fuochi d’artificio su tutto il territorio comunale dal 24 dicembre al 6 gennaio. Un provvedimento temporaneo ma esplicito, che punta sulla responsabilità individuale e collettiva, pur ammettendo alcune deroghe per articoli pirotecnici di piccole dimensioni e senza effetti dirompenti.

Sono due esempi che dimostrano un fatto semplice ma spesso rimosso dal dibattito: i Comuni possono intervenire, se lo vogliono, utilizzando regolamenti, ordinanze motivate e un minimo di presidio del territorio.

Immagine della campagna contro i botti dell’ENPA di Monza e Brianza

Diversa la scelta di Seregno. Il Sindaco Rossi affida tutto a un appello: “No ai botti, sì ai biscotti”. Le motivazioni addotte sono anche condivisibili: i dati sui feriti (inermi e spesso minori), la sofferenza degli animali, i controlli effettuati (come il sequestro di 500 kg di fuochi detenuti irregolarmente).

Ma il nodo è un altro. Secondo l’Amministrazione, un’ordinanza di divieto generalizzato sarebbe giuridicamente debole e soprattutto inapplicabile, perché non ci sarebbero le forze per farla rispettare. Da qui la rinuncia preventiva: niente divieto, solo buon senso.

Questa posizione appare francamente debole. Non tanto perché invita alla responsabilità individuale – invito sempre utile – ma perché si ferma lì. Se davvero il problema è culturale e non solo repressivo, allora dov’è il percorso informativo ed educativo? Dov’è il lavoro costante, durante tutto l’anno, nelle scuole, negli spazi pubblici, nelle iniziative comunali, per spiegare perché i botti sono un problema ambientale, sanitario e sociale?

Dire che una regola non va fatta perché non si riuscirà a farla rispettare significa accettare implicitamente che lo spazio pubblico sia governato dall’abitudine più rumorosa e dannosa, non dall’interesse collettivo.

La campagna contro i botti della città di Roma

Come ricorda anche ENPA Monza, ordinanze e regolamenti spesso risultano poco efficaci. Ma la causa non è la loro esistenza: è la contraddizione di fondo tra il divieto e la libera vendita, tra la norma scritta e la scarsa volontà di farla vivere.
Eppure il “conto” arriva puntuale ogni anno: feriti, morti, animali domestici che scappano terrorizzati, fauna selvatica che muore disorientata, uccelli che si schiantano nel panico.

Davanti a questo bilancio, limitarsi a dire “non si riesce a controllare tutto” non basta più.

Come Brianza Centrale continuiamo a invitare a non usare botti e a diffondere questo messaggio. Ma chiediamo anche alle amministrazioni locali un salto di qualità: meno alibi, più coerenza; meno inviti dell’ultimo minuto, più educazione continua; meno paura di “fare una regola”, più coraggio nel costruire una cultura diversa del festeggiare.