sabato 1 agosto 2026

PTCP della Brianza, Majoli: "Non basta fotografare il territorio, bisogna proteggerlo"

Nei giorni scorsi il nostro blog ha presentato le 11 osservazioni alla variante al PTCP della Provincia di Monza e della Brianza elaborate dal Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP, richiamando l'attenzione in particolare sulla tutela del suolo libero, sulla Rete Verde e sulla necessità di evitare nuovo consumo di territorio.

Abbiamo scelto ora di approfondire quei temi direttamente con Giorgio Majoli, referente del Coordinamento, che da anni segue l'evoluzione degli strumenti di pianificazione territoriale della Provincia. Non si tratta quindi di riprendere semplicemente quanto già illustrato nel precedente post, ma di provare a capire meglio che cosa c'è in gioco nella variante al PTCP, quali sono le criticità individuate dagli ambientalisti e quale idea di territorio viene proposta per il futuro della Brianza. Dal destino degli Ambiti Agricoli Strategici alla funzione della Rete Verde, dagli Ambiti di Interesse Provinciale alla crescita degli insediamenti produttivi e logistici, fino al rapporto tra transizione energetica e tutela del suolo: con Majoli abbiamo affrontato alcuni dei nodi che saranno decisivi per il futuro di una provincia dove gli spazi liberi sono ormai una risorsa sempre più preziosa.

Giorgio Majoli (a dx), durante un sopralluogo sul territorio

La variante al PTCP è arrivata a una fase decisiva. Qual è la valutazione complessiva del Coordinamento?


La nostra valutazione parte da una preoccupazione di fondo: siamo in una delle province più urbanizzate d’Italia e proprio per questo ogni scelta di pianificazione dovrebbe avere come priorità la difesa di ciò che rimane libero. Il Coordinamento segue da anni l'evoluzione del PTCP e, anche in occasione di questa variante, ha cercato di fornire un contributo concreto, non limitandosi a denunciare i problemi ma avanzando proposte e richieste precise. Avevamo già chiesto che la variante fosse sottoposta alla Valutazione Ambientale Strategica, la VAS, ma questa proposta non è stata accolta dalla Provincia. Di conseguenza, gli effetti ambientali di una parte significativa delle modifiche introdotte rimangono non adeguatamente valutati, anche se molti di essi sono facilmente immaginabili. Abbiamo quindi presentato 11 osservazioni, che riguardano diversi aspetti della pianificazione provinciale ma che hanno un filo conduttore comune: rafforzare la tutela del territorio libero e delle connessioni ecologiche.

Partiamo proprio dal suolo libero. Qual è la vostra richiesta principale?

La questione fondamentale riguarda gli Ambiti Agricoli Strategici, gli AAS, e la Rete Verde di ricomposizione paesaggistica. Chiediamo che la variante al PTCP recepisca integralmente gli ampliamenti delle aree agricole e della rete ecologica già approvati dai Comuni nei rispettivi PGT dal 2013 a oggi. È un punto importante. Se un Comune, attraverso il proprio strumento urbanistico, ha riconosciuto e tutelato una nuova area agricola o una connessione ecologica, la pianificazione provinciale dovrebbe valorizzare quella scelta e non ignorarla. In una situazione di crescente frammentazione del territorio non è sufficiente fotografare ciò che esiste oggi. Occorre riconoscere e rafforzare le tutele già deliberate dagli enti locali.

Da qui deriva anche la vostra richiesta di non prevedere nuove edificazioni sul suolo libero?

Esattamente. Chiediamo di escludere nuove previsioni edificatorie su suolo libero, evitando ulteriori incrementi dei carichi urbanistici, del traffico e dell'impermeabilizzazione del territorio. La Brianza ha già conosciuto una trasformazione molto intensa. Continuare ad aggiungere nuove edificazioni senza considerare la quantità di territorio che è già stata consumata significa aggravare una situazione che presenta problemi evidenti dal punto di vista ambientale, paesaggistico e della mobilità.

Un'attenzione particolare nelle vostre osservazioni è dedicata agli Ambiti di Interesse Provinciale, gli AIP. Perché?

Gli AIP erano stati introdotti anche con l'obiettivo di tutelare alcuni spazi rimasti liberi. Il problema è che, nella pratica, questo strumento ha mostrato delle debolezze e può diventare anche un modo per localizzare nuove edificazioni, attraverso intese con la Provincia finalizzate a mitigarne gli impatti. Noi riteniamo invece che negli AIP debba essere garantita una reale prevalenza della tutela ambientale. Per questo proponiamo di portare dall'attuale 51% all'80% la quota minima di territorio libero da mantenere all'interno degli AIP. È una richiesta particolarmente importante perché molti di questi ambiti rappresentano oggi alcune delle ultime connessioni verdi tra i centri abitati, le aree agricole e i sistemi naturalistici.

Un altro tema molto attuale riguarda la crescita degli insediamenti produttivi e logistici. Cosa chiedete alla Provincia?

Chiediamo innanzitutto che il PTCP censisca e rappresenti in maniera completa sia i poli esistenti sia quelli previsti, e che gli effetti complessivi vengano valutati attraverso la VAS, considerando traffico, qualità dell'aria e rumore. Il problema è proprio quello degli effetti cumulativi. Non possiamo continuare a valutare ogni nuovo insediamento come se fosse isolato dagli altri. La Brianza conosce già gli effetti della progressiva trasformazione del territorio in una vera e propria piattaforma infrastrutturale e logistica. Se si costruisce un nuovo polo produttivo o logistico, bisogna considerare cosa accade quando questo si aggiunge a tutti quelli già presenti e a quelli previsti nelle aree vicine. Il traffico aumenta, aumentano le emissioni, il rumore, la pressione sulla viabilità e il consumo di territorio. Sono effetti che non possono essere valutati soltanto guardando il singolo progetto.

Nelle vostre osservazioni affrontate anche il tema dei procedimenti dello Sportello Unico per le Attività Produttive SUAP. Perché ritenete che sia necessario intervenire su questo strumento?

Perché esiste una possibile contraddizione tra gli obiettivi dichiarati dalla variante e ciò che può avvenire concretamente attraverso alcune procedure semplificate. Da una parte si afferma la necessità di rafforzare la tutela del sistema rurale e di ridurre il consumo di suolo; dall'altra, attraverso procedimenti SUAP finalizzati alla realizzazione di nuovi insediamenti produttivi, possono essere introdotte varianti urbanistiche che interessano anche aree agricole strategiche o altre aree libere. Chiediamo quindi criteri più restrittivi, privilegiando il recupero delle aree dismesse e impedendo nuovo consumo di suolo proprio negli ambiti che dovrebbero essere maggiormente tutelati.

Tra le vostre osservazioni ci sono anche quelle relative a boschi, corridoi vallivi ed elementi geomorfologici. Che cosa chiedete in questo caso?

Chiediamo che il PTCP riconosca il valore strategico delle aree forestali che saranno individuate dal futuro Piano di Indirizzo Forestale dell'Alta Pianura e che sostenga il percorso di riconoscimento del Parco Regionale PANE. È necessario cambiare il modo di guardare alle aree verdi. Boschi, aree agricole e corridoi ecologici non sono spazi residuali che rimangono dopo aver deciso dove costruire. Sono vere e proprie infrastrutture ecologiche, fondamentali per la qualità ambientale della Brianza.

Il territorio libero deve quindi essere considerato una vera infrastruttura?

Sì, e credo che questo sia uno dei cambiamenti culturali più importanti che dobbiamo compiere. Quando si parla di infrastrutture si pensa normalmente a strade, ferrovie, reti tecnologiche. Ma anche un corridoio ecologico, un bosco, una zona agricola che mantiene una connessione tra due aree naturali svolge una funzione essenziale per il territorio. Se interrompiamo queste connessioni con nuove edificazioni e infrastrutture, frammentiamo ulteriormente gli habitat e rendiamo più fragile l'intero sistema ambientale. 

Avete affrontato anche il tema degli impianti da fonti energetiche rinnovabili. La vostra posizione potrebbe apparire in contrasto con la necessità della transizione energetica.

Non è affatto così. Il Coordinamento non mette in discussione la necessità della transizione energetica e dello sviluppo delle fonti rinnovabili. Il problema è dove realizzare gli impianti e secondo quali criteri. La variante introduce modifiche relative agli impianti da fonti energetiche rinnovabili e ai nuovi Servizi di Interesse Provinciale, e noi riteniamo necessario evitare il rischio che impianti fotovoltaici a terra o nuovi manufatti con funzioni sovracomunali possano essere collocati anche all'interno degli Ambiti Agricoli Strategici o della Rete Verde senza criteri sufficientemente rigorosi. Chiediamo quindi criteri chiari di compatibilità ambientale e la garanzia della continuità ecologica dei corridoi verdi. La transizione energetica è necessaria, ma non può essere utilizzata come giustificazione per consumare altro suolo di pregio o interrompere connessioni ecologiche.

Dalle vostre 11 osservazioni emerge quindi una visione complessiva del futuro della Brianza. Quali sono, in sintesi, le priorità che proponete?

La prima è molto semplice: non consumare più suolo. Ma questo non significa soltanto bloccare le nuove edificazioni. Significa anche promuovere una vera rigenerazione urbana, che non sia basata esclusivamente su premialità edificatorie, ma che serva a migliorare concretamente la qualità della vita, la viabilità e la qualità dell'urbanizzato esistente. Poi ci sono la preservazione delle aree agricole, la tutela delle connessioni ecologiche, la valorizzazione del paesaggio e una pianificazione più attenta agli effetti cumulativi delle trasformazioni. Dobbiamo smettere di considerare ogni intervento come un episodio isolato. Il territorio è uno solo e gli effetti di tanti piccoli o grandi interventi si sommano.

Che cosa dovrebbe cambiare, allora, nel modo di pianificare il territorio brianzolo?

Dovremmo passare da una logica nella quale si cerca di compensare o mitigare ogni nuova trasformazione a una logica nella quale si stabilisce innanzitutto che cosa non deve essere trasformato. Il punto non è soltanto difendere quello che rimane del territorio libero. È proporre e costruire un modello diverso di sviluppo. La Brianza non ha bisogno di altro consumo di suolo per migliorare la propria qualità della vita. Ha bisogno di rigenerare ciò che è già urbanizzato, recuperare le aree dismesse, migliorare la mobilità, preservare le aree agricole e ricostruire le connessioni ecologiche.

Il PTCP dovrebbe avere proprio questa funzione: non limitarsi a registrare le trasformazioni, ma orientare il futuro del territorio.

Le 11 osservazioni presentate dal Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP vanno in questa direzione. Sono un contributo al confronto sulla variante, ma soprattutto una proposta per una Brianza capace di riconoscere nel suolo libero, nell'agricoltura, nei boschi, nel paesaggio e nelle reti ecologiche non ciò che resta da edificare, ma una parte essenziale del proprio patrimonio e del proprio futuro.

Ozono alle stelle, aria tossica: anche Monza oltre la soglia di allarme

241 microgrammi di ozono per metro cubo a Monza Parco e 226 a Monza Centro. Sono tra i valori più preoccupanti registrati in Lombardia nella giornata di ieri, quando l’ondata di caldo si è accompagnata a concentrazioni di ozono atmosferico molto elevate. Legambiente Lombardia: “Aria insalubre in tutta la regione”.

Le elevatissime concentrazioni di ozono in atmosfera rilevate giovedì 30 luglio da ARPA Lombardia

Non c’è soltanto il caldo a rendere particolarmente difficile l’aria che si respira in questi giorni in Lombardia. A preoccupare è anche l’ozono, le cui concentrazioni hanno raggiunto livelli molto elevati in gran parte della regione. A segnalarlo è Legambiente Lombardia, sulla base dei dati rilevati dalle stazioni di monitoraggio di ARPA Lombardia.

Il quadro riguarda direttamente la Brianza. Nei giorni scorsi, a Monza Parco sono stati registrati 241 microgrammi di ozono per metro cubo, superando così il livello di allarme di 240 microgrammi/m³ come valore orario. Un dato particolarmente significativo perché colloca Monza, insieme a Valmadrera e Calusco d’Adda, tra le località lombarde dove è stata oltrepassata la soglia di allarme.

Anche Monza Centro ha registrato un valore molto elevato, pari a 226 microgrammi/m³, ben al di sopra del livello di attenzione. Numeri che, secondo Legambiente, hanno esposto centinaia di migliaia di persone a concentrazioni di ozono potenzialmente dannose per le mucose respiratorie e oculari.

Il valore guida per la tutela della salute umana è infatti di 120 microgrammi/m³ come media misurata su otto ore. Nella giornata considerata, sottolinea Legambiente, questo valore è stato superato da tutte le stazioni di misura, comprese quelle situate in area alpina.

La situazione più critica si è concentrata nella Lombardia occidentale e lungo la fascia prealpina. Oltre a Monza Parco, dove si è arrivati a 241 microgrammi/m³, sono stati rilevati 243 microgrammi/m³ a Valmadrera, nel Lecchese, e 246 a Calusco d’Adda, nella Bergamasca. Ma valori molto elevati sono stati registrati anche a Bergamo (233), Lecco (229), Varese (204), Como (200) e, come detto, Monza Centro (226). Il dato brianzolo assume quindi particolare rilievo: Monza Parco è stata una delle tre stazioni lombarde nelle quali è stato superato il livello di allarme di 240 microgrammi/m³. Il fenomeno, inoltre, non riguarda esclusivamente le aree urbane. A Perledo, sul lago di Como, sono stati misurati 228 microgrammi/m³, mentre a Moggio, in Valsassina, il valore si è attestato a 215. È un elemento importante per comprendere la natura dell’inquinamento da ozono.

L’ozono è infatti un inquinante secondario: non viene emesso direttamente da una singola fonte, ma si forma nell’atmosfera attraverso reazioni chimiche che coinvolgono diversi precursori in presenza di forte radiazione ultravioletta. Tra questi ci sono gli ossidi di azoto prodotti soprattutto dal traffico, i solventi utilizzati nelle attività industriali e il metano proveniente, tra l’altro, dagli allevamenti e dalle risaie. Questo spiega anche perché gli effetti dell’inquinamento possano manifestarsi a decine di chilometri di distanza dalle sorgenti emissive. Gli inquinanti precursori vengono trasportati dall’atmosfera e l’ozono può raggiungere concentrazioni elevate anche in località lontane dai grandi centri urbani.

A spiegare la gravità del fenomeno è Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia, che sottolinea come l’ozono non debba essere considerato soltanto un problema legato alla qualità dell’aria.

“L’ozono è classificato tra gli inquinanti climatici. Si tratta di un gas allo stesso tempo ad effetto serra, quindi in grado di contribuire all’aumento delle temperature, sia un potente inquinante in grado di determinare azioni tossiche su tutti gli organismi viventi, infliggendo danni ai tessuti animali e vegetali.”

Per Legambiente, dunque, caldo e ozono rappresentano due aspetti strettamente collegati di una stessa crisi ambientale. Di Simine parla infatti di “ennesima spia chimica e climatica dell’insostenibilità ambientale del sistema insediativo, produttivo ed agricolo della Lombardia”, ricordando che la regione è quella europea maggiormente colpita da questo inquinante estivo. E aggiunge:

“I livelli altissimi di concentrazione nell’aria che respiriamo sono un indicatore molto preciso della distanza, enorme, che separa le misure ambientali attuate dalla nostra regione dagli obiettivi di transizione ecologica ed energetica.”

Un passaggio che riguarda da vicino anche la Brianza, territorio caratterizzato da un’elevata densità abitativa, da una forte presenza di infrastrutture e traffico e dalla vicinanza con l’area metropolitana milanese. I dati registrati a Monza mostrano infatti come il problema dell’inquinamento atmosferico non possa essere ricondotto soltanto alle concentrazioni di polveri sottili nei mesi invernali: anche durante l’estate, quando il cielo è limpido e le giornate sono caratterizzate da forte insolazione, l’aria può raggiungere livelli di insalubrità preoccupanti.

La formazione dell’ozono è favorita proprio dalle condizioni che caratterizzano le giornate più calde e stabili: forte insolazione e scarsa ventilazione. Per questo i picchi si verificano generalmente nelle ore più calde della giornata e possono proseguire fino al pomeriggio e alla sera. In queste condizioni, la prima forma di tutela consiste nel ridurre l’esposizione. Legambiente invita a evitare le attività fisiche intense, soprattutto nelle ore pomeridiane e serali, quando le concentrazioni possono raggiungere i valori più elevati, e suggerisce di trascorrere queste ore in ambienti chiusi e, per quanto possibile, freschi. Sul piano della prevenzione, invece, l’associazione richiama la necessità di intervenire sui precursori dell’ozono: ridurre l’uso dell’automobile, limitare l’impiego di solventi e prestare attenzione alle pratiche agricole, compreso lo spandimento di liquami e digestati. Sono misure che possono incidere sulle emissioni, ma che mostrano anche quanto il problema sia complesso: l’ozono non si forma necessariamente dove vengono emessi i suoi precursori e la sua presenza è il risultato dell’interazione tra emissioni, condizioni meteorologiche e radiazione solare.