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mercoledì 15 gennaio 2020

WWF: liberiamo i fiumi, rigeneriamo le città e i territori

Lo stato degli ecosistemi di acqua dolce, tra i più minacciati sul pianeta, è estremamente critico: in Europa ben il 60% delle acque non è in un buono “stato di salute”. In Italia solo il 43% dei 7494 fiumi monitorati è in un “buono stato ecologico”, come richiesto nella Direttiva Quadro Acque (2000/60/CE), mentre il 41% è ben al di sotto dell’obiettivo di qualità e un 16% non è nemmeno stato classificato. Ancor più grave la situazione dei 347 laghi, di cui solo il 20% è “in regola” con la normativa europea.

Inoltre, nel nostro Paese si è irresponsabilmente costruito in aree pericolose e la percentuale di suolo consumato all’interno delle aree lungo i fiumi a pericolosità idraulica elevata è del 7,3%, mentre è del 10,5% nelle aree a pericolosità media, lasciando così oltre 7,7 milioni di italiani a rischio idrogeologico. (ISPRA).

Il WWF approfondisce nel documento alcuni prioritari aspetti del governo delle acque soprattutto in ambito urbano e fornisce alcune proposte concrete per recuperare le funzioni ecologiche del territorio partendo da alcuni casi di città europee che potrebbero essere riproposte nelle nostre città, dove orami vive più di un terzo della popolazione italiana.

Torrente Lura: mappa degli interventi di riqualificazione fluviale
Tra gli esempi, assieme ai “sistemi di drenaggio urbano sostenibile” (Ruscello di Gohard, Nantes, Fiume Sprea, Berlino), tra quelli di “riqualificazione fluviale in città” troviamo il Torrente Lura (Fiume Marden, Calne, Fiume Isar, Monaco, Fiume Ravensbourne, Londra, Rio Mareta, Vipiteno, Fiume Great Ouse, Milton Keynes, Fiume Vidå, Tønder, Fiume Mayesbrook , Fiume Gallego, Zuera, il progetto europeo Horizon2020 “clever cities”).

Per scaricare il rapporto "Liberiamo i fiumi" del WWF cliccare qui.

giovedì 4 novembre 2010

WWF: 5 azioni urgenti per difenderci dalle alluvioni. Il dissesto nasce da malagestione.

La causa principale del diffuso dissesto idrogeologico è la quotidiana “malagestione” dei fiumi e dei versanti, non tanto il fatto che in poche ore in molte parti d’Italia è caduta l’acqua che sarebbe dovuta cadere in un mese. Le intense piogge di questi giorni non bastano infatti a giustificare il continuo stato di calamità naturale in cui si trova il nostro territorio.

Per risolvere il problema è necessario superare la logica emergenziale d’intervento e per questo il WWF ritiene fondamentale e urgente:
  1. Istituire le Autorità di distretto, come previsto dalle direttive europee (dir 2000/60/CE “Acque”, 2007/60/CE “Rischio alluvionale”), conferendo loro un ruolo vincolante per il coordinamento delle misure e degli interventi di difesa del suolo e di qualità delle acque a livello di bacino idrografico;
  2. Riferirsi al bacino idrografico – e non ai confini amministrativi delle Regioni – per qualsiasi programma di difesa del suolo, manutenzione del territorio e di tutela e gestione delle acque;
  3. Ripristinare i finanziamenti ordinari per la difesa del suolo drasticamente tagliati anche nell’ultima finanziaria;
  4. Garantire l’interdisciplinarietà nella progettazione delle misure e degli interventi di difesa del suolo: la solo ingegneria idraulica, infatti, è totalmente insufficiente ed è necessario progettare anche con competenze di idrogeologia, ecologia, scienze forestali, pianificazione….
  5. Avviare un’azione diffusa di rinaturazione del territorio –come sta avvenendo nei più grandi bacini europei come la Loira, il Reno, il Danubio, la Drava… - basata sul recupero della capacità di ritenzione delle acque in montagna (rimboschimenti, governo delle foreste sostenibile) e sul recupero delle aree di esondazione naturale in pianura (ampliamento delle aree golenali, ripristino e ricostruzione zone umide….)
Queste cinque azioni se portate avanti in modo serio possono contribuire ridurre drasticamente il rischio idraulico in Italia.
Qui i Comuni infatti continuano a costruire o a prevedere urbanizzazioni nelle naturali aree di esondazione dei fiumi togliendo lo spazio vitale alle acque. S’impermeabilizza il territorio e l’alveo dei corsi d’acqua viene ristretto e canalizzato, spesso, fin dalle sorgenti; la vegetazione ripariale, che difende le sponde dall’erosione e rallenta la furia delle acque, viene regolarmente tagliata; i boschi in montagna non sono governati, ma sono abbandonati o sfruttati all’eccesso perdendo l’importante capacità di trattenere le acque nel terreno.

Il WWF Italia quest’anno ha avviato una campagna “Liberafiumi” dalla quale è purtroppo emerso un quadro allarmante: vi sono tratti di fiumi in gran parte canalizzati e tra questi il Lambro e il Seveso che ancora una volta hanno messo in ginocchio interi quartieri di Milano (la città dell’EXPO), piuttosto che l’Oreto in Sicilia, o il Sangro in Abruzzo.

Molti corsi d’acqua sono sbarrati o interrotti come l’Agri in Basilicata nel quale in pochi chilometri sono presenti 74 tra briglie e sbarramenti. Ma anche l’Adda, il Tevere e il Po stesso presentano tratti canalizzati anche in zone non urbanizzate, dove il fiume potrebbe espandersi e distribuire la propria energia, evitando di farlo all’interno dei centri abitati.

Il Chiese, in Lombardia, ha allagato vari centri abitati, costringendo la popolazione a lasciare le case; ma una delle poche valvole di sfogo di quel fiume è un’Oasi del WWF, la riserva naturale Le Bine (MN) , dove una zona umida posta in un’ampia zona golenale dell’Oglio – poche centinaia di metri a valle dell’entrata del Chiese in Oglio - consente al fiume di espandersi naturalmente e riducendo la forza.

Lo stesso avviene in altre due zone gestite dal WWF tra S.Giuliano Milanese e Melegnano, dove il Lambro può trovare un po’ di naturale sfogo e, quindi, a ridurre eventuali danni nei centri abitati che attraversa.

Purtroppo stiamo anche pagando il conflitto tra Stato e Regioni sulle competenze sulla difesa del suolo che paralizza l’applicazione corretta delle direttive europee che dovrebbero garantire sicurezza e tutela delle acque (dir 2000/60/CE “Acque”, 2007/60/CE “Rischio alluvionale”).

martedì 1 giugno 2010

Liberafiumi 2010 - Indice della relazione

A cura di Andrea Agapito Ludovici, WWF Italia

Liberafiumi 2010 - Parte 12° - Qualche speranza

Parte 12 di 12
A cura di Andrea Agapito Ludovici, WWF Italia

Durante il censimento sono stati osservati molti tratti di fiume che ancora conservano caratteristiche di pregevole naturalità e che dovrebbero essere tutelati o dai quali bisognerebbe trarre spunto per riqualificare laddove si è molto distrutto.

Adda

Tagliamento

Magra

Sangro

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Liberafiumi 2010 - Parte 11° - Lontra

Parte 11 di 12
A cura di Andrea Agapito Ludovici, WWF Italia

La popolazione di lontra (Lutra lutra) in Italia ammonta intorno ai 220-260 esemplari (piano d’azione lontra 2010). Si tratta di un animale simbolo per i fiumi, la cui situazione continua a destare una crescente preoccupazione: nel bacino del SELE (Alto Sele, Alento, Capo di fiume, Calore Salernitano), nei primi mesi di quest’anno sono stati rinvenute morti ben 5 esemplari (Vincenzo Armenante in verbis). Anche sul CRATI, in Calabria la situazione è critica. In particolare, gli eventi alluvionali dell'inverno 2008/2009, hanno fornito la scusa per attuare "massicci" (se non assurdi e distruttivi in molti casi) interventi di ripristino o di messa in sicurezza lungo il fiume calabrese e vari tributari, cavalcando le paure e i mal di pancia delle popolazioni locali. Tra questi interventi il più assurdo è il taglio raso della vegetazione ripariale in alveo e sulle sponde, associata, in alcuni casi, a rimodellazione dell’alveo. Il Crati ha un’enorme rilevanza per la conservazione della lontra ed in particolare per la piccola e isolata popolazione della Sila scoperta lo scorso anno (fonte Romina Fusillo e Manlio Marcelli).

Impronta di lontra sul Bradano (Basilicata), 1989

Lungo l’AGRI (Basilicata), durante una specifica ricerca speditiva in parallelo al censimento delle fasce fluviali, sono state rinvenute tracce della lontra (Lutra lutra), sottoforma di resti di pesci. Ma anche altri fiumi centro meridionali conservano popolazioni di questo raro mustelide. Sul Biferno (Molise) la qualità delle fasce fluviali è discreta e la presenza della Lontra è stata confermata da recenti ricerche e dai numerosi avvistamenti di pescatori. Anche su altri fiumi, come ad esempio il SAGITTARIO (Abruzzo), resistono ottime condizioni per la sopravvivenza della lontra, ma è indubbio che è necessario dare attuazione al “Piano d’azione nazionale per la conservazione della lontra (Lutra lutra)” (Manuela Panzacchi, Piero Genovesi, Anna Loy, Dicembre 2009 - ministero dell’ambiente e della tutela Del territorio e del mare Direzione per la Protezione della Natura2010) ed avviare progetti di riqualificazione fluviale che ne garantiscano la possibile diffusione.

Parte 12° - Qualche speranza

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Liberafiumi 2010 - Parte 10° - Biodiversità

Parte 10 di 12
A cura di Andrea Agapito Ludovici, WWF Italia

I pesci rappresentano senza dubbio una delle componenti biologiche più significative e a rischio degli ecosistemi di acque dolci. E’ solo da pochi anni che è maturata la consapevolezza che l’ittiofauna del nostro Paese è in grave pericolo e che è necessaria un’attiva azione per la sua conservazione (Zerunian 1996, 2002; WWF Italia, 1998).
La “lista rossa” delle specie di pesci italiane (Zerunian, 2007) mostra una situazione allarmante per un po’ tutte le specie e tragica per alcune di loro, come lo Storione, lo Storione ladano e la Lampreda di fiume, che in Italia sono considerate praticamente estinte. Dal 1998, quando fui compilata la prima red list, la situazione è peggiorata e sembra seguire un trend irrimediabilmente negativo. Il WWF ha promosso, in concomitanza del censimento lungo i fiumi, la redazione di una scheda per ogni tratto fluviale censito sullo stato della comunità ittica (allegato 1) per avere un ulteriore contributo sulla situazione della biodiversità in questi corsi d’acqua; non si tratta, quindi, di uno studio esaustivo, ma di uno spunto di riflessione e di una chiave di lettura anche in riferimento alla red list.
Oltre alle specie considerate estinte, vi sono pesci apparentemente comuni come l’Anguilla, il Triotto, la Tinca, il Luccio, la Scardola e il Latterino, precedentemente considerati “non a rischio”, che sono stati inseriti nella categoria “quasi a rischio” e che sembrano proseguire il loro trend negativo anche dai primi dati aggiornati al 2 maggio.

La tinca è specie autoctona in forte regresso, mentre il Siluro è una specie alloctona invasiva in forte e preoccupante espansione

Di contro aumentano le specie aliene che, grazie alla vulnerabilità crescente degli ecosistemi fluviali e alle infelici immissioni, continuano a diffondersi: è il caso dell’Abramide, del Siluro,
della Pseudorasbora, del Cobite di stagno orientale, che si sono aggiunte alle numerose già presenti e “naturalizzate”, come il Persico sole, il Persico trota, il Pesce gatto, la Gambusia, il Lucioperca, il Carassio, la Trota iridea e tanti altri. Vi sono danni anche alle popolazioni indigene a causa delle non infrequenti ibridazioni tra taxa immessi e quelli presenti, come per le trote dove si registra spesso questo problema. Ma i danni non derivano solo da queste specie chiaramente alloctone, ma anche da specie “italiane”, altrettanto alloctone, inopinatamente spostate da un bacino idrografico all’altro. Un singolare caso è quello del Ghiozzo padano (Padogobius martensii), introdotto con ripopolamenti per la pesca sportiva in alcuni corsi d’acqua dell’Italia centrale, che è direttamente entrato in competizione con l’autoctono Ghiozzo di ruscello (Gobius nigricans), causandone la sua riduzione e parziale scomparsa da vari fiumi (Zerunian e Taddei, 1996; Zerunian, 2002).
Purtroppo nonostante il divieto di reintroduzione, introduzione e ripopolamento con specie e popolazioni non autoctone (comma3, art.12 DPR 12.3.2003, n.120), continuano ad essere oggetto di immissioni più o meno incontrollate molte specie alloctone peraltro fortemente impattanti con la fauna autoctona.
Qualche anno fa è stato proposto anche un “Piano d’azione generale per la conservazione dei Pesci d’acqua dolce italiani” (Zerunian, 2003), che rappresenta un prima organica proposta per la tutela delle comunità ittiche in Italia. Il Piano, inoltre, evidenzia la necessità di avviare urgenti azioni specifiche per 8 taxa considerati di particolare interesse conservazionistico: la Lampreda padana, la Trota macrostigma, il Carpione del Fibreno, il Carpione del Garda, il Panzarolo, il Ghiozzo di ruscello, lo Storione cobice e la Trota marmorata.

Storione cobice (foto S.Rossi). Considerato “gravemente minacciato” e ancora presente sull’Adda ma in continuo regresso

Parte 11° - Lontra

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Liberafiumi 2010 - Parte 9° - Captazioni e derivazioni

Parte 9 di 12
A cura di Andrea Agapito Ludovici, WWF Italia

E’ ancora il regio decreto 11 dicembre 1933 n.1775 che disciplina l'utilizzo delle acque pubbliche relative alle derivazioni d'acqua suddividendole i : a) grandi e piccole; b) superficiali e sotterranee e che prevede le modalità di concessione. Successivamente il trasferimento delle competenze alle Regioni ha determinato l'emanazione di leggi regionali specifiche che però hanno diversificato anche parecchio le modalità di concessione. Durante il censimento del 2 maggio, sono stati osservate numerosissime captazioni e derivazioni, come era ovvio; ciò che era meno ovvio è la riscontrata mancanza di deflusso minimo vitale a valle di molte restituzioni d’acqua o di sbarramenti o anche la mancanza di scale di risalita per pesci.
Nel tratto di ARNO censito sono state osservate alcune captazioni come quella dell'impianto idropotabile di Castelluccio-Buon Riposo (la concessione annua dovrebbe essere – secondo alcuni dati del 1993 - di circa 8 Mmc) e della captazione da parte di un impianto idroelettrico che sfrutta le opere di presa della ex-cartiera di Giovi (per il quale la concessione del 2007 indicava un massimo di derivazione pari a 10,8 mc/sec, con prescrizione di rilasciare in corrispondenza della briglia un Deflusso Minimo vitale di almeno 0,57 mc/sec e scala di risalita per i pesci prevista). In corrispondenza di queste captazione i volontari hanno notato il letto del fiume in magra piuttosto marcata che, considerando anche le piogge di quei giorni (pioveva anche il giorno del censimento!), era piuttosto strano; inoltre, non sono state rilevate opere per la risalita dei pesci.

A sx: Arno derivazione A dx: Savio captazioni

Anche in corrispondenza di un altro impianto idroelettrico poco più a monte, (loc. S. Martino), la portata era scarsissima e (come testimoniano anche i punti di campionamento della carta ittica di Arezzo) in secca anche nel periodo estivo, con quasi totale assenza della fauna ittica per isolamento dal resto dell'asta fluviale (anche qui non c'è scala di risalita pesci). A tal proposito le guardie volontarie del WWF Arezzo stanno facendo accertamenti; si tratta comunque di un problema ben noto per tutto il tratto alto del fiume e già segnalato lo scorso anno alla Provincia. Inoltre la scarsa portata del fiume contribuisce fortemente ad aumentare le conseguenze degli inquinamenti da scarichi civili e zootecnici.
Tra le captazioni le derivazioni per scopi idroelettrici destano una particolare preoccupazione perché sono ovunque in aumento. Ne sono state rinvenute diverse sul Biferno, almeno 5 alcune delle quali in costruzione.

A sx: Biferno (Molise) A dx: Sbarramento per centrale idroelettrica e derivazioni

Biferno: centralina in costruzione Biferno canale derivatore

Parte 10° - Biodiversità

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Liberafiumi 2010 - Parte 8° - Discariche e depositi

Parte 8 di 12
A cura di Andrea Agapito Ludovici, WWF Italia

Una costante lungo tutti i tratti censiti è stato il rilevamento di numerosi depositi di rifiuti di ogni genere: da quelli di cantiere, a raccolte di gomme d’auto ai più pericolosi e purtroppo diffusi depositi di eternit.

Savio (Emilia Romagna) e Sangro (Abruzzo) depositi di eternit

Questi ultimi sono stati trovati lungo “la” Piave (veneto) , il Savio (Emilia Romagna), il Aterno (Abruzzo) e il Volturno (Campania). In quest’ultimo caso la Procura della Repubblica di Caserta ha avviato un’indagine per disastro ambientale. L’eternit, composto prevalentemente di amianto, dovrebbe essere denunciato e recuperato in modo specifico; purtroppo il costo del recupero è a carico dei privati che spesso e volentieri si disfano molto più facilmente del rifiuto pericoloso abbandonandolo in campagna o lungo i fiumi. Forse sarebbe il caso di ripensare alla legislazione in materia con l’obiettivo di recuperare effettivamente questi pericolosi materiali che purtroppo sono già abbondantemente stati distribuiti sul territorio. Comunque solo sull’Agri (Basilicata) sono stati rilevati 26 depositi di rifiuti, mentre 24 sul Sangro (Abruzzo) o 17 sull’Ofanto (Puglia).

A sx: Savio A dx: Tagliamento

Ofanto. Auto e contenitori abbandonati per “fluidi per circuiti di raffreddamento”!!!

Parte 9° - Captazioni e derivazioni

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Liberafiumi 2010 - Parte 7° - Inquinamento e impianti a rischio

Parte 7 di 12
A cura di Andrea Agapito Ludovici, WWF Italia

Il disastro della Lombarda Petroli del 23 febbraio 2010, dolosamente provocato da mani ancora ignote, e che ha interessato il Lambro ed il PO, ha riportato alla luce il problema degli “insediamenti a rischio” in “aree a rischio”, quali sono le fasce di esondazione fluviale. Il problema si era posto anche durante le piene del Po del 1994 e del 2000 che avevano interessato numerosi depositi di sostanze pericolose, come il comprensorio nucleare di Saluggia (Vercelli) a meno di 200 metri dalla Dora Baltea, dove sono stoccati i due terzi dei rifiuti radioattivi di tutta l'Italia.
Anche durante il censimento del 2 maggio sono stati fotografati diversi insediamenti industriali vicini ai fiumi e che destano non poca preoccupazione, come lungo l’Adda, l’Arno, il Magra.

A sx: Lungo l’Adda (Lombardia) A dx: Magra, impianti a gas
Arno, Ponte Buriano

Magra, scarico Arcola Petrolifera

Parte 8° - Discariche e deposititi

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Liberafiumi 2010 - Parte 6° - Occupazione di sponde e fasce fluviali

Parte 6 di 12
A cura di Andrea Agapito Ludovici, WWF Italia

“Il diritto dei proprietari frontisti di munire le loro sponde nei casi previsti dall’art. 58 è subordinato alla condizione che le opere o le piantagioni non arrechino né alterazione al corso ordinario delle acque, né impedimento alla sua libertà….”,così recita l’art. 95 del Regio Decreto 523 del 25 luglio 1904 che in articoli successivi vietava anche le piantagioni sulle sponde e scarpate dei fiumi; mentre in altri casi è stato richiesto esplicitamente la tutela di una fascia di 10 metri di vegetazione spontanea lungo i fiumi (es. Piano Fasce Fluviali del Po). Purtroppo ciò che avviene ed è stato osservato il 2 maggio in molti fiumi è ben diverso. Lungo il Piave il 30% circa delle fasce fluviali rilevate è occupato da agricoltura, mentre ancora ampie sono le aree naturali boscate e il fiume ha ampi tratti su cui divagare, però c’è anche un oltre 5% di queste zone riparie occupate da attività antropiche a forte impatto ambientale: quasi 70 ha occupati da cantieri di lavorazione ghiaia (12 x 33 ha), impianti sportivi (circa 2 x 10 ha), impianti industriali (7 x circa 20 ha), impianti zootecnici (3 x oltre 6 ha). Anche su altri fiumi si è rilevato un proliferare di abitazioni, fabbricati o altro nuovi sulle fasce fluviali, come sull’Adda (10 abitazioni, 3 impianti industriali) o sul Biferno (32). In molti casi le fasce riparie sono state tagliate completamente per fare posto fin sul colmo delle scarpate spondale all’agricoltura intensiva.

A sx: Ofanto. Recinzioni arrugginite sulla sponda A dx: Adda depuratore

Parte 7° - Inquinamento e impianti a rischio

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Liberafiumi 2010 - Parte 5° - Attività estrattive

Lungo l’Aniene (Lazio)

Parte 5 di 12
A cura di Andrea Agapito Ludovici, WWF Italia

Nonostante l’escavazione selvaggia nei nostri fiumi sia stata una prerogativa fino agli anni ’70, quando sono entrate in vigore opportuni divieti e regolamentazioni, si assiste ancor oggi a una diffusa presenza di attività di estrazione e/o lavorazione di inerti (sabbie e ghiaie) vicino ai corsi d’acqua; per quanto vi siano divieti di escavazione nel “letto” non sempre sono rispettati.
Inoltre, i mezzi di informazione sottolineano spesso i danni delle alluvioni come connessi alla mancanza di manutenzione e di escavazioni in alveo. Sovente tali informazioni, che fanno leva su equivoci e luoghi comuni, sono del tutto false ed infondate. Occorre innanzitutto chiarire che esiste una enorme differenza tra manutenzione in alveo e attività estrattiva; le escavazioni in alveo, infatti, sono ormai vietate da anni nel senso commerciale del termine, sebbene la legge consenta spostamenti di materiale litoide per garantire la funzionalità idraulica fluviale. Il problema rimane, quindi, prettamente tecnico e riguarda il reale ruolo che i depositi derivanti dal trasporto solido giocano nell'aumentare il rischio alluvioni; in realtà, a meno di situazioni particolari, non si può quasi mai parlare di fenomeni di sovralluvionamento nel bacino del Po: l’affioramento di ghiaioni è in generale connesso con lo sprofondamento dell’alveo di magra o di morbida, e pertanto l'eliminazione di questi depositi comporta in generale effetti negativi di notevole importanza, in particolare per quanto riguarda l’aumento di profondità e pendenza del fiume, che determinano un aumento della velocità di corrente e delle capacità erosive, e l’abbassamento dell'alveo rispetto alle golene o alle fasce fluviali; questi effetti concorrono ad incrementare il rischio alluvioni poiché fanno sì che l'acqua, invece di occupare le golene e laminare le piene, scorra più velocemente aumentando i rischi nei tratti di valle. L'abbassamento degli alvei è una realtà nota e quantificata in numerosi corsi d'acqua (4-5 metri nel tratto di pianura del Po); in generale, occorreranno periodi lunghi per invertire questa tendenza. Nella maggior parte dei casi, i sovralluvionamenti degli alvei non sono da eliminare dovrebbero comunque essere motivati da accertati aumenti del rischio nei tratti interessati.
Purtroppo anche il 2 maggio dal censimento WWF sono emerse numerose attività che interessano le aree di esondazioni e spesso si spingono fin dentro l’alveo. Lungo l’ADDA ben 15 tra cave e attività di lavorazione di inerti sono state rilevate; il fiume tra l’altro stato è interessato, nonostante la presenza dei parchi regionali “naturali”, da escavazioni nell’alveo per consentire la navigazione fluviale per scopi turistici! Le Associazioni di pescatori, Spinning Club e Centro Adda, insieme al WWF, si stanno adoperando per imporre il ripristino dell’ambiente.

A sx: Adda attività di lavorazione inerti
A dx: Parco Adda Sud movimentazione materiale inerte in alveo per favorire la navigazione (30.1.2007)
Ma la situazione è critica e piuttosto diffusa come testimoniato dai rilievi su altri fiumi censiti come sul Piave (Veneto) dove sono stati rilevati ben 12 cantieri di lavorazione ghiaia per 33 ettari occupati di area fluviale! Ma anche sull’Aniene (Lazio), sul Sangro (Abruzzo), sul Biferno (Molise), sul Taro (Emilia Romagna) sono state rilevate numerose e vaste attività di escavazione e/o lavorazione inerti a ridosso dei corsi d’acqua.

Parte 6° - Occupazione di sponde e fasce fluviali

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domenica 30 maggio 2010

Liberafiumi 2010 - Parte 4° - Primi risultati

Parte 4 di 12
A cura di Andrea Agapito Ludovici, WWF Italia

“fiumi canalizzati e sbarrati”

Da anni il WWF denuncia l’inadeguatezza della gestione dei nostri corsi d’acqua che risente di un approccio tecnico riduttivo che porta a considerare i fiumi simili a canali, dove l’unica “disciplina ufficiale”, quando ce ne è una, è l’ingegneria idraulica. Ci si è, così, adoperati a “canalizzare” i fiumi con l’idea di poter contenere le acque in alvei sempre più stretti e regolati e consentire un rapido deflusso delle acque verso valle nei periodi di piena. La sempre più spinta “impermeabilizzazione” dei terreni e la perdita di capacità di ritenzione del territorio, determina a seguito di violente precipitazioni un vertiginoso aumento della velocità di corrivazione e la formazione di pericolosi colmi di piena nei corsi d’acqua che mettono a repentaglio i centri abitati di valle, manufatti, difese e sempre più spesso vite umane.

Fiume “canalizzato” e fiume naturale a confronto durante le fasi di magra, morbida e piena e grafici di riferimento di un’eventuale onda di piena
(Tratto da WWF Nederland 1999)

Il 2 maggio i volontari del WWF hanno rilevato come ancor oggi la canalizzazione selvaggia, che nonostante favorisca la distruzione degli habitat fluviali e l’aumento del rischio idrologico complessivo, è l’intervento di gestione fluviale più diffuso.

A sx: Adda, vecchia difesa spondale
A dx: Biferno, osceno muro in costruzione!


Fiumi un tempo stupendi, dove sopravvive ancora la lontra, come l’AGRI in Basilicata, sono in gran parte stati canalizzati e costretti in sponde rigide, costose, inutili, realizzate con soldi pubblici per tutelare qualche campo agricolo e favorire lo sfruttamento dei terreni fino alle sommità delle sponde. Lungo i chilometri di AGRI (Basilicata) censiti sono anche state osservate 74 briglie o sbarramenti che interrompono la continuità fluviale; il tratto censito del fiume lucano attraversa prevalentemente terreni aperti, boschi e zone agricole con pochi centri abitati e lontani dal fiume, sfruttato dalla diga di Marsico Nuovo, che sbarra il corso del fiume a pochi chilometri dalle sorgenti e dalla diga del Pertusillo.Un corso d’acqua che dovrebbe essere prevalentemente lasciato divagare liberamente, senza opere spondali che, oltretutto, necessitano di continue manutenzioni. Ma anche fiumi come il SAVIO (Emilia Romagna), seppur attraversando campagne aperte e mantenendo anche delle discrete fasce di vegetazione arborea riparia, appare in gran parte inutilmente canalizzato e con diverse briglie.

A sx: Agri canalizzato
A dx: Ofanto. Difesa con prismate.


In Sicilia l’ORETO appare in gran parte canalizzato con sponde difese realizzate in modo spesso obsoleto e con una gran necessità anche di manutenzioni; in molti punti si potrebbero ripristinare le sponde naturali asportando le vecchie opere, lasciando più spazio al corso d’acqua e alla vegetazione spontanea.

A sx: Sbarramento sul Savio (Emilia Romagna)
A dx: Oreto (Sicilia) verso la foce


Oreto (Sicilia) tra case e campagna cemento anche nell’alveo!

Difese spondali con gabbionate sul Sangro in Abruzzo e sull’Oreto in Sicilia

L’ADDA sub lacuale è interessato da due parchi regionali, ma è anche caratterizzato da ampi tratti canalizzati e soprattutto “sbarrati”. Sono stati censiti almeno 14 sbarramenti oltre a quelli storici che interrompono la continuità fluviale, rendendo il fiume per lunghi tratti praticamente “bacinizzato”: uno dei punti, peraltro molto suggestivo, è il lago formato a Trezzo dalla storica centrale idroelettrica “Saccani”. Sull’alto TEVERE (Umbria) per lunghi tratti la sponda è difesa da interventi anche con opere rigide e pendenze del 100%, la vegetazione riparia spontanea è in gran parte stata danneggiata o tagliata anche all’interno di aree SIC.

Adda “canalizzato” anche se con sponde rinverdite e sbarramento

Parte 5° - Attività estrattive

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Liberafiumi 2010 - Parte 3° - Il censimento

Parte 3 di 12
A cura di Andrea Agapito Ludovici, WWF Italia

Il censimento WWF dei fiumi ha previsto il rilevamento dello stato delle fasce fluviali e ripariali, delle zone di esondazione del corso d’acqua per valutarne lo stato e avanzare proposte per la sua tutela, rinaturazione e valorizzazione. Sono state censite le zone umide perifluviali, le aree boscate, le zone agricole, i manufatti e le abitazioni, le cave, i depositi e le discariche, l’artificializzazione delle sponde e altri aspetti per avere una visione completa delle aree indagate. Tutto corredato e documentato da foto di dettaglio. I dati, raccolti su mappe a scala 1:10.000, sono attualmente in corso di elaborazione, anche attraverso un sistema GIS (Geographic Information System), dal WWF Italia per meglio definire le proposte operative.

I FIUMI CENSITI

Domenica 2 maggio si è svolto il censimento contemporaneamente lungo 30 tratti fluviali , grazie al coinvolgimento di oltre 600 volontari del WWF e di altre associazioni, che hanno ispezionato circa 600 chilometri di: Adda, (Lombardia), Piave (Veneto), Arzino e Tagliamento (Friuli Venezia Giulia), Savio, Taro e Po di Primaro (Emilia Romagna), Magra (Liguria), Arno (Toscana), Chiascio e alto Tevere (Umbria) e Tevere laziale, Aniene, Melfa (Lazio), Sangro, Sagittario, Aterno e Pescara (Abruzzo), Biferno (Molise), Volturno (Campania), Ofanto (Puglia), Agri (Basilicata), Angitola (Calabria), Oreto e Simeto, Ciane - Anapo, Irminio, Ippari (Sicilia) e Rio Mannu (Sardegna).

Parte 4° - Primi risultati

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venerdì 28 maggio 2010

Liberafiumi 2010 - Parte 2° - Difesa del suolo e distretti idrografici inesistenti

Parte 2 di 12
A cura di Andrea Agapito Ludovici, WWF Italia

La fine delle Autorità di bacino?


La famosa legge sulla difesa del suolo, l.183/89, sostituita dal Dlgs.152/06, fa parte ormai di un pregevole tentativo, quanto fallito e passato, di gestire i nostri corsi d’acqua con un approccio a livello di bacino idrografico e una pianificazione promossa e coordinata da autorevoli autorità di bacino. Negli anni ’90 le autorità di bacino nazionali hanno certamente avuto un ruolo tecnico e culturale notevole approvando, sebbene spesso a valle di calamità o eventi catastrofici, a piani per le fasce fluviali e piani di assetto idrogeologico innovativi soprattutto se paragonati al quadro istituzionale italiano. Il nuovo millennio, invece, ha determinato un repentino cambio di rotta e le Autorità di bacino si sono trovate schiacciate nel confronto – scontro tra Governo centrale e Regioni in merito alle presunte richieste d’autonomia e all’incapacità di mantenere una visione e un interesse per la gestione del territorio basata sulla prevenzione, sulla manutenzione, sul recupero della funzionalità ecologica e sulla tutela delle risorse naturali.
Il Dlgs.152/99 ha consentito una prima delegittimazione delle Autorità di bacino praticamente escludendole dal processo di definizione dei Piani di tutela delle acque affidati in toto alle Regioni che hanno provveduto ognuna per conto proprio, alla faccia dell’ottica di bacino. Poi la legge 179 del 2002 ha pesantemente modificato il sistema di programmazione delle risorse destinate agli interventi e alle opere sul territorio, di fatto esautorando l’attività dei Comitati istituzionali delle Autorità di bacino, i quali, da allora, non effettuano più la ripartizione su base triennale delle risorse, secondo gli interventi individuati dai piani di bacino (o loro stralci). Inoltre, dal 2004, proprio a seguito della novella legislativa, non sono più stati trasferiti fondi per le attività istituzionali (fondi studi) e ciò ha comportato un lento ma inevitabile rallentamento delle attività, che sta conducendo alla perdita di una competenza cosi importante come quella delle autorità di bacino. Vi è anche una grave mancanza di risorse per le spese di parte corrente, che ha generato una articolata situazione debitoria nelle Autorità che, oltre a sviluppare ulteriori spese (interessi e oneri legali), ha reso troppo difficoltoso lo svolgimento dei compiti istituzionali.

Cabine di regia e Protezione civile

Con la crisi idrica del 2003 sono state inaugurate le cosiddette “cabine di regia”. Si tratta di tavoli di confronto promossi a seguito di dichiarazioni di stato di emergenza che hanno coinvolto, con la regia del Dipartimento di Protezione Civile, le Regioni, le autorità di bacino con i grandi utenti, i gestori dei serbatoi per l’idroelettrico, i consorzi di bonifica e i consorzi di regolazione dei laghi. Tutti insieme hanno convenuto una serie di misure per superare l’emergenza. Un meccanismo che ha fatto scuola e che ha incoronato definitivamente la Protezione civile come l’unico ente in grado di coordinare tutti i soggetti presenti sul territorio anche se solo durante lo “stato di emergenza”. Un alibi eccezionale che consente alle Regioni di candidarsi a coordinare e/o realizzare le opere nel proprio territorio a seguito dell’emergenza e con procedure agevolate e più veloci e al di fuori della pianificazione ordinaria e aspettare la successiva crisi idrica o alluvione eccezionale per incontrarsi con gli altri enti e a “rispartirsi la nuova torta”.

Mentre tutta Europa sta rilanciando una pianificazione a livello di bacino idrografico, grazie anche all’applicazione delle direttive comunitarie, l’Italia ha collezionato in questi ultimi anni solo richiami e condanne dalla Commissione europea per non aver preso seriamente in considerazione la legislazione comunitaria in materia di acque. Lo scorso anno, nel disperato tentativo di scongiurare le sanzioni europee per inadempienza, con la l.13/09, è stato affidato il coordinamento della redazione dei Piani di distretto idrografico alle Autorità di bacino. I Piani sono stati fatti, in poco più di sei mesi a fronte dei 3 anni richiesti dalla normativa; il processo partecipato previsto all’art.14 della dir.2000/60/CE, si è esplicitato in una serie di incontri tutti concentrati in un mese e mezzo: in questo modo non sono state garantite né l’adeguata informazione né tantomeno il necessario coinvolgimento degli stakeholders o attori sociali qualsivoglia. Non essendo a tutt’oggi stati istituiti i distretti idrografici indicati dal Dlgs.152/06 – e criticati come non adeguati dalla Commissione europea - le Autorità di bacino hanno dovuto redigere piani per territori spesso ben più estesi di quello a loro destinato dalla ex legge 183/89. E’ stata fatta, quindi, un’azione di “sistematizzazione” di ciò che esisteva senza poter variare molto da quanto già definito dalle Regioni nei propri Piani di tutela delle acque e, sostanzialmente, limitandosi a definire alcuni indirizzi ed orientamenti come misure che avrebbero dovuto essere molto più specifiche e di dettaglio.

Purtroppo si è ancora in attesa di un qualche riscontro alle numerose richieste e sollecitazioni inviate al Ministero dell’Ambiente e del Territorio e della Tutela del Mare che sembra totalmente disinteressato a una gestione fluviale efficace e volta alla tutela degli ecosistemi d’acqua dolce, ma che ha abdicato le sue funzioni di pianificazione e controllo a favore della Protezione Civile sempre più presente ed incidente sul territorio.

Nella foto sotto il titolo: Adda. Punto di ritrovo


Parte 3° - Il censimento

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giovedì 27 maggio 2010

Liberafiumi 2010 - Parte 1° - Introduzione

Parte 1 di 12
A cura di Andrea Agapito Ludovici, WWF Italia

Nell’anno della biodiversità il WWF Italia ha avviato una campagna Liberafiumi su tutto il territorio nazionale per sensibilizzare alla tutela, rinaturazione e valorizzazione dei nostri corsi d’acqua.
La situazione dei fiumi italiani è, infatti, critica a causa del diffuso dissesto idrogeologico, dei continui interventi di canalizzazione degli alvei, dell’urbanizzazione delle aree di naturale esondazione, della non buona qualità delle acque e della progressiva e drammatica perdita di biodiversità, testimoniata dall’elevato numero di pesci delle nostre acque interne in pericolo di estinzione.

L’Adda

Da decenni il WWF si batte per la tutela dei fiumi con campagne di sensibilizzazione nazionali (1980 la discesa del Po, 1990 campagna fiumi, 2001 Liberafiumi…), con attività di educazione ambientale specifiche (“fiumi controcorrente” 2002), denunce puntuali di abusi sul territorio, proposte di aree protette e gestione diretta di Oasi lungo i fiumi, accordi con altri soggetti per promuovere la riqualificazione fluviale (patto sui fiumi con Giovani Imprenditori di Confindustria e Coldiretti, 2001) e la gestione naturalistica del reticolo idrografico (accordo con Associazione Produttori di Energia da Fonti Rinnovabili, 2005; accordo con Associazione Nazionale Bonifiche ed Irrigazioni, 2006).
Il WWF, con questa campagna, vuole ribadire e rilanciare la richiesta di un impegno forte e diretto a tutte le istituzioni per garantire il mantenimento o il raggiungimento del “buono stato ecologico” degli ecosistemi d’acqua dolce entro il 2015, come previsto dalla Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE. Un impegno che dovrebbe passare innanzitutto dall’applicazione del principio di “non deterioramento”, sancito all’art.4 della Direttiva Quadro Acque, che costituirebbe già un notevole passo avanti in un Paese, come l’Italia, dove impera tutt’ora la cultura della “res nullius”.


Parte 2° - Difesa del suolo e distretti idrografici esistenti

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lunedì 3 maggio 2010

Adda: scoperti scarichi irregolari

Oltre 600 volontari hanno setacciato il 2 maggio in tutte le regioni italiane le sponde di 29 fiumi italiani alla ricerca della biodiversità perduta: Adda, Piave Tagliamento, Arno, Tevere, Volturno, Ofanto, Agri, Ippari, Rio Mannu solo per citarne alcuni, in tutto oltre 600 chilometri di corsi d’acqua monitorati per segnalare in speciali cartografie lo stato delle fasce fluviali e ripariali, delle zone di esondazione.
L’obiettivo è la realizzazione di una prima Mappa aggiornata sullo stato dei principali corsi d’acqua italiani da presentare alla vigilia della Conferenza Nazionale della Biodiversità e avanzare in autunno proposte per la loro tutela, rinaturazione e valorizzazione.

I volontari, insieme ad esperti e tecnici del WWF, associazioni di pescatori, Guardie volontarie, sono andati alla ricerca delle zone umide circostanti, le aree boscate ancora presenti, le zone agricole, costruzioni e manufatti, le cave, i depositi e le discariche. Una vera e propria fotografia grazie all’elaborazione con sistema GIS (Geographic Information System) per capire quanto c’è ancora di naturale nei nostri fiumi o di come l’artificializzazione li abbia resi incapaci di restituire tutti quei ‘servizi naturali’ fondamentali alle comunità che vivono lungo il loro corso.
L’iniziativa fa parte degli eventi promossi dal WWF nell’Anno Internazionale della Biodiversità dato che i fiumi italiani sono uno degli habitat più delicati e a rischio.

I dati verranno elaborati nei prossimi giorni ma da una prima analisi emerge già un quadro desolante: scarichi a cielo aperto soprattutto civili, terreni agricoli che rubano spazio alla poca vegetazione residua, discariche di sostanze inquinanti.

Tra i primi rilevamenti il WWF ha infatti scoperto lungo l’Adda la presenza di scarichi non funzionanti che sversano liquami direttamente nell’acqua del fiume in località Spino d’Adda e Zelo Bompersico. Al posto di salici e canneti le coltivazioni, soprattutto di mais, si spingono fino alle sponde. Segnalate, rispetto alle vecchie mappature, anche nuove centraline idroelettriche in costruzione ed escavazioni nell’alveo all’altezza di Cassano d’Adda.

Fonte: WWF Italia
Foto di M. Borghi - WWF Groane

mercoledì 28 aprile 2010

LIBERAFIUMI 2010 con il WWF di Trezzo

Il 2 Maggio, con l'aiuto di volontari, verrà rilevato lo stato dei fiumi italiani. Per valutarne lo stato e avanzare proposte per la loro tutela, rinaturazione e valorizzazione.
Il 2010 è l’anno della biodiversità e il WWF Italia, tra le numerose attività, ha avviato una campagna fiumi su tutto il territorio nazionale per sensibilizzare alla loro tutela, rinaturazione e valorizzazione.
La situazione dei nostri corsi d’acqua è infatti critica a causa del diffuso dissesto idrogeologico, della non buona qualità delle acque e della progressiva perdita di biodiversità, evidenziata dall’elevato numero di pesci delle nostre acque interne in pericolo di estinzione.

Il WWF Italia, che già negli anni passati ha realizzato campagne sui fiumi con grande mobilitazione di volontari (1980,1990, 2001 “WWF Liberafiumi”) e il coinvolgimento di molti soggetti (Parchi, Associazioni di categoria, ANBI, UPI, ANCI, ecc.), vuole con forza richiamare l’attenzione di tutte le istituzioni affinché si possa garantire il mantenimento o il raggiungimento del “buono stato ecologico” degli ecosistemi d’acqua dolce entro il 2015, come previsto dalla Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE.
A tal fine il 2 maggio verrà rilevato lo stato delle fasce fluviali e ripariali, delle zone di esondazione dei corsi d’acqua per valutarne lo stato e avanzare proposte per la loro tutela, rinaturazione e valorizzazione.
Saranno così censite le zone umide perifluviali, le aree boscate, le zone agricole, i manufatti e le abitazioni, le cave, i depositi e le discariche, l’artificializzazione delle sponde e altri aspetti che
consentiranno una visione completa delle aree indagate. Tutti i tratti di fiume saranno inoltre dettagliatamente fotografati e i dati raccolti verranno elaborati con sistema GIS (Geographic Information System).

Tra i fiumi sotto la lente del WWF ci sarà anche l'Adda.

Fabio Cologni, responsabile locale del WWF, nel presentare l'iniziativa, ha ricordato che: "Uno speciale focus sarà riservato ai pesci, quale componente rappresentativa della biodiversità degli ecosistemi d’acqua dolce e, per ogni tratto censito, verrà identificata la comunità ittica presente per evidenziare le specie più a rischio e le azioni che si dovrebbero mettere in campo per la loro tutela. Per questo abbiamo avuto l’adesione dei pescatori locali dell’associazione centro Adda che ci aiuteranno a censire alcuni tratti del Fiume Adda tra Lecco e Trucazzano."

Il WWF Trezzo che coordina il censimento chek up per il tratto del Fiume Adda, cerca volontari che abbiano un minimo di conoscenza della tematica fluviale e naturalistica disponibili a fare un tratto di un KM di fiume con scheda di rilevamento e carte GPS del tratto interessato.
Per informazioni: info@oasilefoppe.it
Riferimento per il censimento: Alessia 333-2156558