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domenica 19 aprile 2026

Il Parco GruBrìa sotto pressione. Centomila metri quadri di pannelli: il prezzo del “progresso” a Bovisio


Nel territorio di Bovisio Masciago torna al centro del dibattito la tutela del Parco GruBrìa, uno degli ultimi polmoni verdi della Brianza, oggi minacciato da un progetto che rischia di trasformarne radicalmente il volto.

A sollevare con forza la questione è la lista civica Altra Bovisio Masciago, che ha acceso i riflettori sulla scelta dell’amministrazione comunale di esprimere parere favorevole alla realizzazione di un impianto fotovoltaico privato proposto dalla società Open Solar. L’intervento è previsto su un’area a nord di via San Rocco, in zona Cascina Bertacciola, e comporterebbe l’installazione di pannelli a terra su circa 100.000 metri quadrati di suolo oggi libero e di valore ambientale.

In cambio, il Comune otterrebbe alcune opere compensative: la riasfaltatura di un tratto di via Bertacciola, la posa di cavi lungo via Podgora e l’utilizzo di asfalto fonoassorbente su via Desio. Un pacchetto di interventi che appare però modesto rispetto all’impatto previsto sul territorio, sia in termini di consumo di suolo sia di alterazione del paesaggio.

Il nodo, ancora una volta, non è la contrarietà alle energie rinnovabili. Il fotovoltaico è uno strumento fondamentale nella transizione energetica, ma la sua diffusione non può avvenire sacrificando aree verdi tutelate, soprattutto in contesti già fortemente urbanizzati come la Brianza. La questione è piuttosto individuare soluzioni che non mettano in competizione sostenibilità ambientale e produzione energetica.

A rendere ancora più complessa la vicenda è la posizione dello stesso ente gestore del Parco, che ha evidenziato criticità significative: l’intervento risulterebbe in contrasto con gli obiettivi di tutela del territorio e con le norme di pianificazione provinciale, oltre che con disposizioni di legge. Un giudizio che lascia intravedere anche possibili sviluppi sul piano legale.

Ora la decisione passa alla Provincia di Monza e Brianza, chiamata a esprimersi su un progetto che solleva interrogativi non solo tecnici, ma anche politici e culturali. In gioco non c’è soltanto un impianto, ma il modello di sviluppo che si intende perseguire per il territorio.

Cresce intanto l’attenzione sul tema, insieme alla richiesta di un ripensamento che coinvolga istituzioni, forze politiche, associazioni e cittadini. Difendere il Parco GruBrìa significa preservare un bene comune sempre più raro, e ribadire che la transizione ecologica non può tradursi in nuove forme di consumo di suolo.

giovedì 9 aprile 2026

Seregno. Ospedale al Dosso, progetto avanti o ancora fermo? Le versioni non coincidono


Il progetto del nuovo ospedale di riabilitazione al Dosso prende forma oppure è ancora alle fasi iniziali? A leggere le dichiarazioni di Asst Brianza e del sindaco Alberto Rossi apparse su "Il Giornale di Seregno" del 7/04/2026, emergono ricostruzioni non del tutto coincidenti sullo stato dell’iter e sul livello di confronto in corso.

Da un lato, il direttore generale di Asst Brianza, Carlo Alberto Tersalvi, parla di un percorso già avviato. «Con lo studio, qualche mese fa, abbiamo visto una prima ipotesi di layout che è servita a illustrare il progetto a Regione Lombardia», spiega, aggiungendo che si sta lavorando a una «release 2.0» del progetto «in accordo con il sindaco».

Parole che fanno pensare a un livello di elaborazione già concreto, anche alla luce dell’incarico da circa 170mila euro affidato a uno studio di architettura per sviluppare ulteriori approfondimenti progettuali.

Di segno diverso, però, la lettura del Comune. «Non è uno studio di fattibilità» precisa il sindaco Alberto Rossi, sottolineando come «non c’è nessuna procedura tecnica avviata» e che, ad oggi, «non è ancora stato richiesto da Asst un incontro con i tecnici del Comune su questo aspetto».

Una distanza che si riflette anche sul tema del confronto istituzionale. Se da un lato Asst parla di un lavoro che procede «in accordo con il sindaco», dall’altro il primo cittadino afferma che «con Asst non ci sono state interlocuzioni recenti».

Un elemento che solleva interrogativi sul reale livello di coordinamento tra i due enti, soprattutto in una fase che, almeno secondo Asst, avrebbe già prodotto una prima ipotesi progettuale utilizzata anche per interlocuzioni con Regione Lombardia.

Altro punto di possibile divergenza riguarda la localizzazione. Asst fa riferimento esplicito all’area del Dosso, all’interno del Parco Grubria, mentre il Comune mantiene una posizione più aperta: «Siamo disponibili a valutare tutte le ipotesi», spiega Rossi, citando anche possibili alternative, dalle aree dismesse private ad altre soluzioni nel perimetro del parco.

Su questo tema si inseriscono anche le osservazioni del presidente del Parco Grubria, Arturo Lanzani, che ha espresso perplessità sulla collocazione al Dosso. Una posizione che il sindaco richiama indirettamente quando parla della necessità di valutare opzioni diverse, mentre Asst tende a ricondurre il dibattito a un confronto tra opinioni.

Non mancano, tuttavia, elementi di convergenza. Comune e Asst condividono l’obiettivo di non perdere il presidio sanitario sul territorio.
«La soluzione peggiore è perdere il presidio», ribadisce Rossi, evidenziando l’importanza di mantenere un servizio pubblico considerato strategico a livello sovracomunale.

Resta però da chiarire un punto centrale: il progetto è già in una fase avanzata, come lasciano intendere le parole di Asst, oppure è ancora agli inizi, come sostiene l’amministrazione comunale?

mercoledì 8 aprile 2026

Erba (CO): la Soprintendenza salva un'area verde dalla cementificazione!


a cura del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


Il nostro Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" accoglie con soddisfazione la decisione della Soprintendenza di Como, che ha posto un vincolo su parte della frazione di Villincino di Erba, inclusa l'area verde di via Battisti, dove l'Amministrazione comunale di Erba aveva previsto la realizzazione di un ennesimo parcheggio!
Il vincolo posto dalla Soprintendenza salvaguarda un parco - seppure privato - che costituisce un piccolo polmone verde nell'area urbana di Erba, con un orto e un frutteto storici. Una decisione, quella della Soprintendenza, che mette un chiaro 'stop' alle pessime intenzioni del Sindaco e della Giunta di Erba, che al contrario avrebbero voluto cancellare l'area verde di via Battisti per realizzare l'ennesimo parcheggio, l'ennesima cementificazione del territorio erbese. Un territorio ancor più compromesso dalle recenti autorizzazioni concesse dal Comune per nuove edificazioni e per nuovi parcheggi. 
Parliamo dei parcheggi pubblici realizzati di recente o previsti su aree verdi: in via Fiume in centro, in via Marconi e via Brugora ad Arcellasco, in via Foscolo a Crevenna e infine in via Volta. 
Proprio sul parco di via Volta abbiamo il rammarico che non vi sia stato un tempestivo intervento della Soprintendenza a salvaguardia dello storico parco e dei suoi alberi. Avremmo auspicato un'azione più puntuale, che avrebbe scongiurato il taglio di decine di alberi di alto fusto e la cementificazione dello storico parco.

sabato 4 aprile 2026

Pasqua di coscienza: basta sacrificare il Parco


Nel lontano 2009 siamo nati con un obiettivo chiaro: sostenere l’ampliamento del Parco Brianza Centrale. Il nome del nostro blog lo dice senza ambiguità. Da lì siamo partiti, ma nel tempo abbiamo scelto di allargare lo sguardo, raccontando non solo il Parco ma anche le realtà e i territori della Brianza e oltre, per diffondere esperienze positive e segnalare criticità.

Lo abbiamo fatto anche con un’altra ambizione: mettere in contatto persone, gruppi e progetti, contribuendo alla costruzione di un sapere diffuso sulle questioni ambientali della Brianza. Non sappiamo quanto bene ci siamo riusciti, ma una cosa è certa: lo abbiamo fatto, con costanza e convinzione.

In questi anni il Parco Brianza Centrale si è evoluto, arrivando a fondersi con il Parco del Grugnotorto e del Villoresi, anche grazie alla visione del suo Presidente Arturo Lanzani. Un passaggio importante, che sembrava rafforzare la tutela di un territorio già fortemente segnato dalla presenza umana.

Oggi però, a distanza di tanti anni, vediamo profilarsi un pericolo concreto per il Parco. E proprio in questi giorni di Pasqua, che richiamano i temi della rinascita e della responsabilità, sentiamo ancora più forte il bisogno di una presa di coscienza.

In un’area così densamente antropizzata, difendere gli ultimi spazi verdi dovrebbe essere un principio condiviso. E invece c’è sempre qualcuno che pensa che ci sia “qualcosa di meglio”: l’autostrada Pedemontana, il deposito della Metrotranvia, un nuovo ospedale… sempre all’interno del Parco.

Il problema non è solo nelle opere in sé, ma nell’assenza di domande fondamentali: servono davvero? Si possono realizzare altrove? E, se proprio necessarie, come ridurne al minimo l’impatto? Manca una visione responsabile del futuro.

Così accade che si faccia propaganda con piani sulla carta condivisibili, mentre nei fatti si sostengono scelte che vanno in direzione opposta. È in questo scarto tra dichiarazioni e azioni che si consuma il rischio più grande.

La Pasqua dovrebbe essere anche questo: un momento per fermarsi, riflettere e scegliere da che parte stare. Un tempo di verità.

Per questo rivolgiamo un invito chiaro a chi ha responsabilità politiche e amministrative: fermatevi e fatevi un esame di coscienza. Chiedetevi se le scelte che state sostenendo vanno davvero nell’interesse del territorio e delle comunità che lo abitano, oggi e domani. Perché difendere gli ultimi spazi verdi non è un’opzione tra le tante: è una responsabilità.

Senza questa consapevolezza, non c’è alcuna rinascita possibile.

E così, passo dopo passo, si rischia di distruggere la Brianza Centrale e il suo Parco.

Fotovoltaico tra Desio e Bovisio, l’allarme di Lanzani: “Rischio disastro per il Parco GruBrìa”

Bovisio. Terreno agricolo dove è stato proposto uno degli impianti di fotovoltaico

Negli ultimi mesi il Parco Grubria è finito al centro di una crescente pressione: con la Pedemontana già in fase di realizzazione e le relative opere in corso, con i progetti di impianti fotovoltaici a terra tra Desio e Bovisio in fase avanzata di valutazione, e con la proposta di un nuovo ospedale a Seregno in località Dosso che inizia a delinearsi — interventi che, già presi singolarmente, risultano fortemente impattanti e difficilmente compatibili con un’area di così alto valore ambientale; considerati nel loro insieme, rischiano di diventare semplicemente insostenibili, compromettendo uno degli ultimi grandi spazi aperti della Brianza centrale.

A riportare con forza l’attenzione su questo scenario è anche Arturo Lanzani, presidente del Parco GruBrìa, che proprio in questi giorni, intervenendo sui progetti di impianti fotovoltaici a terra, ha lanciato un chiaro allarme, richiamando istituzioni e amministrazioni locali alla responsabilità di non compromettere un patrimonio territoriale di valore strategico.

Bovisio. Terreno agricolo dove è stato proposto uno degli impianti di fotovoltaico

L’area compresa tra Desio e Bovisio Masciago rappresenta infatti uno dei pochissimi corridoi verdi ancora esistenti tra il Parco delle Groane e quello della Valle del Lambro. Un sistema aperto che, già oltre vent’anni fa, era stato individuato come ambito prioritario per interventi di rinaturalizzazione, con la creazione di prati, boschi e percorsi fruibili. Tuttavia, a fronte dell’attività dell’inceneritore, le compensazioni ambientali previste non hanno mai trovato piena attuazione, lasciando incompiuto un progetto fondamentale per il territorio.

Oggi, proprio su queste aree, si concentrano nuove pressioni.

Il caso più evidente riguarda i progetti di impianti fotovoltaici a terra. Le ipotesi in campo coinvolgono superfici molto estese, comprese aree agricole ancora integre e zone interne al Parco. Si tratta di interventi che, per dimensioni e localizzazione, comportano un consumo diretto di suolo e una trasformazione profonda del paesaggio.

Bovisio - Desio: localizzazione di massima degli impianti di fotovoltaico

Il nodo non è la contrarietà alle energie rinnovabili, ma la loro collocazione. In un territorio già segnato da impermeabilizzazione diffusa, isole di calore e scarsità di spazi aperti, coprire ulteriori superfici con impianti a terra significa aggravare criticità ambientali esistenti: aumento delle temperature locali, perdita della capacità drenante del suolo, sottrazione di aree agricole e riduzione degli spazi fruibili dai cittadini.

Per questo, la posizione espressa dal Parco non è un rifiuto ideologico, ma una richiesta precisa: evitare l’utilizzo di suolo agricolo e aree di valore ecologico, privilegiando invece ambiti già compromessi. Una linea che consentirebbe di conciliare produzione energetica e tutela del territorio.

Ma il quadro complessivo è ancora più complesso.

Alla pressione degli impianti fotovoltaici si aggiungono infatti il progetto della Pedemontana, con compensazioni ambientali ancora da definire, e le prospettive legate all’inceneritore, tra ipotesi di ampliamento e aumento delle attività connesse. Elementi che, sommati, contribuiscono a un carico ambientale già oggi molto elevato.

A questo scenario si affianca la proposta di realizzare un nuovo ospedale a Seregno, in località Dosso, anch’essa interna al sistema del Parco: un intervento che comporterebbe un’ulteriore sottrazione di suolo in un’area già sottoposta a forti pressioni.

Il rischio, evidenziato con chiarezza, è quello di continuare a procedere per interventi separati, senza una valutazione complessiva degli effetti. Una modalità che porta inevitabilmente a una progressiva frammentazione ecologica e alla perdita di continuità degli spazi aperti.

Da qui la richiesta di un cambio di passo: serve un piano unitario, condiviso tra Parco GruBrìa, Provincia, Comuni ed enti coinvolti, capace di guardare al lungo periodo. Un piano che recuperi finalmente l’idea originaria di questo territorio: un grande sistema verde fatto di prati, boschi e percorsi ciclopedonali, in grado di restituire qualità ambientale e vivibilità.

La posta in gioco non riguarda solo la tutela del paesaggio, ma la salute e la qualità della vita dei cittadini. In un’area densamente urbanizzata come la Brianza centrale, ogni spazio aperto ha un valore strategico e non sostituibile.

Il Parco GruBrìa non può diventare il punto di accumulo di interventi incompatibili. La scelta è ormai evidente: o si investe davvero nella sua tutela e valorizzazione, oppure si accetta il rischio concreto di perderlo, pezzo dopo pezzo.

martedì 31 marzo 2026

Pedemontana “D breve”: la risposta di Regione Lombardia conferma tutti i dubbi


Nei giorni scorsi è arrivata la risposta dell’assessora alle Infrastrutture Claudia Terzi all’interrogazione presentata dalla consigliera regionale Michela Palestra sulla cosiddetta “D breve” della Pedemontana.

Una risposta attesa, soprattutto dopo le forti prese di posizione dei sindaci del Vimercatese e della Brianza e i ricorsi al TAR contro l’approvazione del progetto.

Ma leggendo il documento emerge con chiarezza un elemento di fondo: la Regione non entra nel merito delle criticità sollevate, limitandosi a difendere la correttezza formale della procedura seguita.

Ed è proprio qui che sta il problema.

Il punto centrale della vicenda resta uno: la “D breve” è davvero una semplice variante del progetto approvato nel 2009? La risposta regionale afferma che: il progetto “è stato inquadrato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (‘MIT’) e da CAL quale variante […] al progetto definitivo […] approvato dal CIPE con delibera n. 97/2009”. Ma non spiega perché. Non entra nel merito delle contestazioni dei Comuni, che sostengono invece che si tratti, di fatto, di una nuova opera:

  • con un tracciato diverso
  • con impatti ambientali aggiornati
  • in un contesto territoriale profondamente cambiato

Questa non è una questione tecnica secondaria: è il nodo che consente di applicare una procedura semplificata. Eppure, nella risposta, viene semplicemente data per acquisita.

La Regione rivendica la correttezza dell’iter seguito, richiamando la normativa che consente al soggetto aggiudicatore di approvare varianti senza passaggio dal CIPESS: “le varianti […] sono approvate esclusivamente dal soggetto aggiudicatore […] qualora non superino del 50 per cento il valore del progetto approvato”. E aggiunge che il MIT ha dato indicazione a CAL di procedere in questo modo.
Tutto formalmente corretto, dunque.
Ma qui emerge il classico schema delle grandi opere: “possiamo farlo” → diventa automaticamente → “è giusto farlo”. È proprio questo salto che manca nella risposta.

Non viene mai spiegato:

  • se questa procedura fosse adeguata per un’opera così impattante
  • se fosse opportuno evitare un passaggio più ampio e trasparente
  • se fosse corretto ridurre il coinvolgimento degli enti locali

La legittimità giuridica viene fatta coincidere con la legittimità politica. E non sono la stessa cosa.

La Regione sottolinea che:

  • nel 2022 ci sono stati incontri con il territorio
  • nel 2023 ulteriori confronti nell’ambito della Conferenza dei Servizi

Ma si tratta di momenti:

  • precedenti alla versione definitiva del progetto
  • orientati a “ottimizzazioni” e mitigazioni
  • non a una discussione sulle scelte di fondo

In altre parole, i territori sono stati coinvolti a valle, non a monte.

Non risulta un reale spazio per discutere:

  • se l’opera fosse necessaria
  • se esistessero alternative meno impattanti
  • quale modello di mobilità si volesse per l’area

Uno dei passaggi più deboli riguarda la comunicazione dell’approvazione. La Regione afferma: “la pubblicità dell’atto approvativo sia stata assicurata” e che la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale “non può intendersi come ‘condotta lesiva’”.

Formalmente, è vero. Ma sostanzialmente?

La pubblicazione è avvenuta:

  • nel Foglio delle Inserzioni
  • senza una reale comunicazione pubblica
  • senza un momento di confronto istituzionale

Questo significa che un atto che:

  • ha effetti urbanistici
  • impone vincoli espropriativi
  • incide pesantemente sul territorio

è stato reso noto in modo tecnicamente corretto ma politicamente minimale. Legalità non è sinonimo di trasparenza.

C’è un elemento che colpisce più di tutti. Nella risposta:

  • non si parla praticamente mai di ambiente
  • nessun riferimento al P.A.N.E.
  • nessuna valutazione sugli impatti
  • nessun cenno alle alternative

Eppure è proprio su questo che si concentrano le preoccupazioni dei territori. La questione viene trattata come un problema amministrativo, non come una scelta che:

  • consuma suolo
  • frammenta ecosistemi
  • compromette aree agricole
  • contraddice gli obiettivi climatici

Nel complesso, la risposta dell’assessora Terzi:

  • chiarisce il quadro normativo, ma evita il confronto politico
  • difende la procedura, ma non giustifica la scelta

Resta quindi intatto il cuore delle criticità sollevate da amministrazioni locali e cittadini. E resta soprattutto quella sensazione già vista in molte altre grandi opere: quando esiste una scorciatoia procedurale, la si utilizza e il fatto che sia possibile diventa automaticamente una giustificazione

La vicenda della “D breve” non riguarda solo un’infrastruttura. Riguarda il modo in cui si prendono decisioni che cambiano il territorio.

  1. Qual è il ruolo dei Comuni?
  2. Quanto pesa la tutela ambientale?
  3. Che spazio ha il confronto pubblico?

Finché a queste domande si risponderà solo con articoli di legge e riferimenti procedurali, il rischio è sempre lo stesso: decisioni già prese, territori chiamati solo a prenderne atto. E la Brianza, ancora una volta, paga il prezzo più alto.

Nuovo ospedale nel Parco GruBrìa: è arrivato il momento di aprire un vero confronto civico pubblico

L'area agricola all'interno del Parco GruBrìa, dove si ipotizza di costruire il nuovo ospedale

Il dibattito sul nuovo ospedale di Seregno continua ad arricchirsi di riflessioni e preoccupazioni legittime. Significa che il tema è sentito e che i cittadini non intendono restare spettatori di una scelta che avrà effetti profondi e duraturi sul territorio.

Come già evidenziato su questo blog, la prospettiva di realizzare il nuovo presidio sanitario all’interno del Parco GruBrìa solleva criticità rilevanti, sia sul piano ambientale sia su quello urbanistico. Parliamo di uno degli ultimi ambiti agricoli continui della Brianza centrale, in un contesto che ha già superato il 54% di suolo consumato. Una trasformazione di questa scala non può essere considerata una scelta come le altre.

Ma proprio perché la posta in gioco è così alta, il punto oggi non è soltanto ribadire le ragioni del “no” a una localizzazione nel Parco. È fare un passo ulteriore: chiedere che il processo decisionale sia all’altezza della complessità del tema.

Ad oggi, il confronto pubblico appare limitato. Le alternative vengono presentate in modo non pienamente equilibrato, mentre l’ipotesi del Dosso sembra già accompagnata da una visione progettuale più avanzata. Allo stesso tempo, restano sullo sfondo questioni fondamentali: il reale fabbisogno sanitario, il rapporto con le strutture esistenti, le possibili soluzioni a scala sovracomunale, gli impatti infrastrutturali e viabilistici.

Non si tratta semplicemente di scegliere “dove” costruire. Si tratta di decidere quale modello di sanità e quale idea di territorio vogliamo per i prossimi decenni.

Per questo riteniamo che sia arrivato il momento di aprire un vero confronto civico pubblico, promosso dall’Amministrazione comunale, capace di coinvolgere tutti i soggetti interessati.

Un percorso trasparente e strutturato che metta intorno allo stesso tavolo:
  • il Comune
  • l’ASST
  • i progettisti
  • il Parco GruBrìa
  • le principali associazioni del territorio (ACLI, Legambiente, Amici del Parco GruBrìa, ecc.)
  • cittadini, operatori sanitari e portatori di interesse
Non un semplice momento informativo, ma un processo di confronto reale, basato su dati, scenari alternativi e valutazioni comparate.

Una proposta di questo tipo non rappresenta un ostacolo alle decisioni, ma un’opportunità.

Le risorse in gioco sono pubbliche. L’impatto sul territorio sarà permanente. Le conseguenze riguarderanno non solo Seregno, ma un’area ben più ampia della Brianza.

Per queste ragioni, riteniamo che una decisione così rilevante non possa essere percepita come già definita, né ridotta a un’alternativa tra accettare una soluzione o rischiare di perdere tutto.

Aprire un confronto civico oggi significa prendersi il tempo per decidere meglio.
Significa evitare divisioni domani.
Significa, soprattutto, rispettare il territorio e la comunità che lo abita.

Su una scelta di questa portata, non restare inattivi non vuol dire solo prendere posizione.
Vuol dire costruire le condizioni perché la decisione sia davvero pubblica, consapevole e condivisa.

domenica 29 marzo 2026

Nuovo ospedale di Seregno: una scelta coerente con il programma elettorale?

Fonte immagine: Wikipedia

Nel dibattito in corso sulla realizzazione del nuovo ospedale di Seregno emerge una questione che finora è rimasta sullo sfondo, ma che merita attenzione: la coerenza di questa scelta con il programma amministrativo presentato agli elettori nel 2023 (per scaricarlo cliccare qui).

Nel documento con cui l’attuale maggioranza si è presentata alle elezioni non compare alcun riferimento alla costruzione di un nuovo presidio ospedaliero. Al contrario, sul piano urbanistico e ambientale vengono indicati alcuni indirizzi molto chiari, più volte ribaditi nel testo.

Tra questi, in particolare, l’obiettivo del “consumo di suolo zero” e la priorità della rigenerazione delle aree dismesse, indicata come modalità privilegiata per rispondere ai bisogni della città senza ulteriore espansione urbana.

Si tratta di principi che non hanno un valore meramente tecnico, ma rappresentano un orientamento politico preciso: contenere l’uso di nuovo suolo, valorizzare il patrimonio esistente e limitare l’impatto delle trasformazioni sul territorio.

Alla luce di questi indirizzi, l’ipotesi di realizzare un nuovo ospedale su un’area agricola, per di più all’interno del Parco GruBrìa, introduce una evidente tensione tra quanto dichiarato nel programma e le scelte che oggi sembrano prendere forma nel dibattito pubblico.

Non si tratta di una questione formale, ma sostanziale. Una decisione di questo tipo non è neutra: implica consumo di suolo, trasformazione permanente di un’area libera e incide su uno degli ambiti più delicati del territorio.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento. Proprio perché il nuovo ospedale non era tra gli interventi esplicitamente indicati nel programma, gli elettori non si sono espressi su questa specifica scelta.

Questo non mette in discussione la legittimità dell’amministrazione, ma pone un tema di metodo. Quando emergono decisioni così rilevanti e non previste nel mandato elettorale, diventa ancora più importante costruire momenti di confronto pubblico ampi e strutturati.

Assemblee, percorsi partecipativi, occasioni di approfondimento: strumenti che permettono di discutere nel merito le alternative, valutare gli impatti e rendere trasparenti le motivazioni delle scelte.

L’ampio consenso elettorale ottenuto dal sindaco rappresenta una base solida per governare, ma non esaurisce la necessità di costruire condivisione su decisioni specifiche che non erano contenute nel programma e che incidono in modo significativo — e non reversibile — sul futuro della città.

Per questo, il tema della coerenza non riguarda solo il passato, ma anche il modo in cui si costruiscono le decisioni nel presente.

Se davvero si ritiene che la realizzazione di un nuovo ospedale — eventualmente anche su suolo agricolo — sia la scelta più corretta, è necessario dirlo con chiarezza e motivarlo pubblicamente, spiegando perché questa opzione sia compatibile, o eventualmente debba prevalere, rispetto agli obiettivi di consumo di suolo zero e rigenerazione urbana indicati nel programma.

Solo così il confronto può diventare reale e le decisioni realmente condivise.

venerdì 27 marzo 2026

Nuovo ospedale di Seregno: affidati gli studi preliminari mentre resta aperto il nodo della localizzazione

Seregno, zona Dosso: la possibile localizzazione del nuovo ospedale

Mentre il dibattito pubblico sulla localizzazione del nuovo ospedale di Seregno è ancora aperto, l’ASST della Brianza compie un primo passo operativo concreto: con la determina n. 227 del 13 marzo 2026 è stato affidato un incarico per la redazione degli studi preliminari dell’opera.


Si tratta di un servizio di supporto tecnico-specialistico finalizzato alla definizione delle basi progettuali del nuovo presidio di riabilitazione specialistica, inserito nella programmazione regionale con un investimento complessivo di 72 milioni di euro per il periodo 2025–2031.

L’incarico è stato aggiudicato alla società Chorus srl, con sede a Torino, per un importo complessivo di 171.288 euro (comprensivo di oneri e IVA). La procedura, svolta tramite piattaforma Sintel, ha visto l’invito di un unico operatore economico, individuato sulla base di esperienze pregresse.


Dal punto di vista formale si tratta di una fase preliminare, che non coincide né con la progettazione definitiva né, tantomeno, con l’avvio dei lavori. Tuttavia, è proprio questo passaggio che segna l’ingresso del progetto in una dimensione operativa.

Ed è qui che emerge un elemento di interesse: mentre restano aperti nodi fondamentali — a partire dalla localizzazione dell’ospedale — il percorso amministrativo procede.

Nei precedenti interventi abbiamo evidenziato come, nel dibattito pubblico, l’ipotesi di realizzare il nuovo presidio nell’area agricola del Dosso, all’interno del Parco GruBrìa, venga presentata in modo sempre più concreto, a fronte di alternative legate alla rigenerazione di aree dismesse descritte invece come difficilmente praticabili.

Per leggere l'articolo pubblicato sul Giornale di Seregno cliccare qui

Le recenti prese di posizione, tra cui quelle del presidente del PLIS GruBrìa Arturo Lanzani, hanno ulteriormente rafforzato le criticità ambientali e territoriali di questa scelta, sottolineando come la tutela degli spazi aperti e la qualità dell’ambiente siano parte integrante della salute pubblica.

In questo contesto, l’avvio degli studi preliminari rappresenta un ulteriore tassello che suggerisce come il progetto stia progressivamente prendendo forma, al di là del confronto pubblico ancora in corso.

Un aspetto che merita attenzione riguarda anche le modalità di affidamento dell’incarico. La procedura ha previsto l’invito di un solo operatore economico, una modalità consentita dalla normativa in determinate condizioni, ma che riduce inevitabilmente il confronto competitivo.

Al di là degli aspetti procedurali, è però il significato complessivo di questo passaggio a risultare rilevante. L’avvio delle attività tecniche produce infatti anche un effetto meno visibile: consolida il percorso progettuale. Con il progredire degli studi, degli incarichi e degli investimenti, la possibilità di rimettere in discussione scelte di fondo — come quella della localizzazione — tende progressivamente a ridursi.

La determina, va sottolineato, non entra nel merito di questo nodo, che resta formalmente aperto. Ed è proprio su questo punto che si concentra il dibattito sviluppatosi negli ultimi mesi: costruire un nuovo ospedale su suolo agricolo, all’interno di un parco locale, oppure privilegiare soluzioni di riuso e rigenerazione urbana.

A ciò si aggiunge una questione più ampia, già emersa nel confronto pubblico: è davvero necessario realizzare una nuova struttura, oppure le criticità del sistema sanitario locale riguardano soprattutto la carenza di personale e il potenziamento dei presidi esistenti?

Proprio per questo, mentre il progetto entra in una fase operativa, diventa ancora più urgente chiarire in modo trasparente alcuni punti essenziali:
  • dove si intende localizzare l’opera;
  • perché eventuali alternative vengono considerate non praticabili;
  • quale sia il bilanciamento tra esigenze sanitarie e tutela del territorio;
  • se la costruzione di un nuovo presidio rappresenti davvero la risposta più efficace ai bisogni di cura. 
Il rischio, altrimenti, è che una scelta complessa e ad alto impatto venga progressivamente consolidata attraverso atti tecnici, senza che si sia sviluppato fino in fondo un confronto pubblico consapevole sulle sue implicazioni.

giovedì 26 marzo 2026

Circolo Ambiente: "A Erba nel recupero delle aree dismesse si rischia di favorire i privati"


di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


Nel recupero delle aree dismesse di Erba (CO) si rischiano di favorire gli interessi dei privati. Tale rischio risulta evidente dopo l'approvazione della delibera di Consiglio Comunale dello scorso 27 febbraio, con la quale viene consentita la possibilità di frammentare gli interventi tra i vari lotti delle aree dismesse da riqualificare, intervenendo appunto per stralci funzionali, con i privati che potranno concordare volta per volta i loro progetti con l’Amministrazione Comunale.

La possibilità di procedere per lotti nella riqualificazione delle aree dismesse del centro, potrebbe portare anzitutto al concreto rischio di perdere la visione d'insieme del disegno urbanistico che riguarda il centro della città. Ovvero si rischia di produrre un caos urbanistico, con edifici adiacenti in stili differenti e con pochi spazi per la collettività. Invece c'è la necessità che gli interventi di recupero e di rigenerazione delle aree dismesse del centro di Erba mantengano un "disegno unitario", come recita la legge. Procedendo per lotti ("stralci funzionali"), c'è il rischio da far 'prevalere' le esigenze immobiliaristiche delle singole proprietà, tenendo anche conto dell'aumento di volumetria concesso dalla legge regionale, premialità che mal si concilia con gli spazi urbani del centro città, già ora fortemente congestionati. 

Precisiamo che la nostra associazione è convintamente a favore della riqualificazione delle aree industriali dismesse di Erba, ma il recupero deve avere l’obiettivo primario di dare respiro agli spazi urbani del centro città. Cioè la riqualificazione deve conciliare gli interessi delle proprietà private con le primarie esigenze pubbliche e collettive tra cui: creazione di aree e percorsi ciclo-pedonali, spazi di socialità e cultura, servizi pubblici e sociali. Tra questi sarebbe bene prevedere una piazza completamente pedonale, che attualmente a Erba non c'è, ma di cui se ne sente il bisogno per rendere la città più a misura di uomo. 

Un altro paradosso derivante dalla delibera approvata dal Consiglio Comunale di Erba (che recita che: "gli interventi possano essere concordati volta per volta con l’Amministrazione Comunale"), è il rischio di sottrarre allo stesso Consiglio e alla collettività (quindi senza il necessario percorso di partecipazione pubblica) la definizione delle modalità di recupero complessivo delle aree dismesse, consegnando alla discrezione del Sindaco e della Giunta comunale l'importante sviluppo del centro cittadino, cioè il futuro urbanistico della città. 

In definitiva, per l'auspicato recupero delle aree dismesse, servirebbe una visione 'alta' e lungimirante, che crei nuovi spazi pubblici per la collettività, evitando quindi la frammentazione dello sviluppo urbanistico delle aree centrali di Erba, che rischia di favorire solo gli 'appetiti' del mercato immobiliare, dimenticandosi delle esigenze della collettività.

giovedì 19 marzo 2026

Seregno. Nuovo ospedale al Dosso: una scelta sbagliata, ora lo conferma anche il Parco

L'area del Parco dove è stato proposto di costruire il nuovo ospedale.

Il dibattito sulla possibile realizzazione del nuovo presidio ospedaliero nell’area del Dosso a Seregno sta facendo emergere un elemento sempre più evidente: la crescente convergenza tra analisi e posizioni che, da tempo, mettono in guardia da una scelta ritenuta sbagliata sotto molteplici punti di vista.

Nel nostro precedente post "Nuovo ospedale di Seregno: una scelta già scritta dentro il Parco GruBrìa?" pubblicato lo scorso 20 febbraio sottolineavamo come l’ipotesi di edificare al Dosso rappresenti un consumo di suolo ingiustificato, in contrasto con i principi di rigenerazione urbana e con la necessità, ormai ampiamente riconosciuta, di preservare gli ultimi spazi aperti.

Il Giornale di Seregno. Richiamo in prima pagina. 17/03/2026

Le recenti dichiarazioni di Arturo Lanzani, presidente del PLIS Grubria, pubblicate sul Giornale di Seregno di martedì 17 marzo scorso (leggi qui), vanno esattamente nella stessa direzione, rafforzando e legittimando ulteriormente queste preoccupazioni. Non si tratta di una semplice coincidenza, ma del segnale di una valutazione condivisa che attraversa competenze e ruoli diversi.

Lanzani parla apertamente di “gravissimo attentato alla salute pubblica”, introducendo un elemento fondamentale: la salute non può essere ridotta alla sola presenza di strutture sanitarie, ma comprende anche la qualità dell’ambiente, la vivibilità urbana e l’equilibrio del territorio. È esattamente il quadro in cui si inseriva anche la nostra analisi: costruire un ospedale sacrificando suolo agricolo e spazi aperti significa indebolire, e non rafforzare, il benessere complessivo della comunità.

Un primo punto di convergenza riguarda il consumo di suolo. L’area del Dosso rappresenta uno degli ultimi ambiti liberi e permeabili, già sottoposto a forti pressioni. La sua trasformazione appare in netta contraddizione con gli obiettivi di contenimento dell’espansione urbana. È lo stesso tema già evidenziato: continuare a costruire su aree libere, anziché intervenire sul patrimonio esistente, significa perpetuare un modello superato.

Un secondo elemento condiviso è quello dell’accessibilità. Lanzani evidenzia come un presidio sanitario debba essere integrato nel tessuto urbano e ben servito dal trasporto pubblico. La localizzazione al Dosso, invece, rischia di accentuare la dipendenza dall’auto privata. Anche in questo caso, la coincidenza con quanto già espresso è evidente: un ospedale deve essere facilmente raggiungibile da tutti, non solo da chi dispone di un mezzo proprio.

Altro punto centrale è la presenza di alternative. Lanzani richiama studi di fattibilità che individuano soluzioni meno impattanti, interne al tessuto urbano. Si tratta di un passaggio decisivo, perché dimostra che la contrarietà all’ipotesi del Dosso non è una posizione “contro”, ma una posizione “per”: per scelte più razionali, più sostenibili e più coerenti con una visione contemporanea della pianificazione.

Questa convergenza tra quanto già emerso nel dibattito pubblico e le parole del presidente del Parco assume oggi un valore particolare. Non siamo di fronte a opinioni isolate, ma a un quadro sempre più solido di valutazioni tecniche e culturali che indicano la stessa direzione.

Per questo, la tutela dell’area del Dosso non può essere liquidata come resistenza al cambiamento. Al contrario, rappresenta una richiesta chiara: orientare le scelte pubbliche verso soluzioni che tengano insieme salute, ambiente e qualità urbana.

In un momento in cui le decisioni sul futuro della sanità territoriale sono cruciali, ignorare questa convergenza sarebbe un errore. Ascoltarla, invece, significa costruire politiche più lungimiranti e realmente orientate all’interesse della collettività.

lunedì 16 marzo 2026

Pedemontana e il parco che scompare


C’è un’immagine che racconta più di molte parole lo stato delle cose.
In primo piano un cartello indica l’ingresso di un’area del Parco GruBrìa. Subito dietro, una recinzione delimita un cantiere. Oltre la rete, il terreno appare scavato, spianato, trasformato. Dove il cartello parla di parco, la realtà mostra un paesaggio di lavori e terra smossa.


È una fotografia scattata domenica durante una delle iniziative organizzate dai comitati NO Pedemontana sul territorio di Desio. I cittadini hanno chiamato l’iniziativa “Operazione Umarell”: una visita collettiva ai cantieri per osservare direttamente lo stato dei lavori e documentare ciò che sta accadendo.


L’immagine è diventata una delle più emblematiche della giornata. Il contrasto tra la segnaletica che indica un’area protetta e la trasformazione fisica del territorio restituisce con immediatezza la preoccupazione che da anni anima i comitati locali: la progressiva erosione di uno dei pochi corridoi verdi rimasti nella Brianza centrale.


La visita ai cantieri arriva a pochi giorni da un’assemblea pubblica molto partecipata, organizzata venerdì 13 marzo 2026 all’oratorio di Santa Margherita (Lissone). L’incontro ha riunito cittadini, attivisti e amministratori locali per fare il punto sulla situazione dell’infrastruttura e sulle iniziative future.

Secondo gli organizzatori, la serata ha rappresentato un momento importante di informazione e confronto. Diversi interventi hanno affrontato le criticità legate al progetto dell’autostrada Pedemontana, con particolare attenzione ai ricorsi amministrativi e agli impatti ambientali.


Tra i temi discussi c’è stato il ricorso al TAR sulla tratta breve e le difficoltà organizzative del progetto, che secondo alcuni interventi potrebbero riaprire spazi di opposizione all’opera. Al centro del dibattito anche la questione dei pedaggi sulla Milano-Meda e la possibilità di iniziative legali con associazioni di consumatori.

Uno dei punti più sentiti riguarda però la qualità dell’aria. Durante l’assemblea sono state raccolte firme per chiedere al Comune di Macherio una maggiore trasparenza sui dati della centralina installata presso la scuola Rodari.

La richiesta avanzata dai cittadini è chiara: pubblicazioni mensili dei dati sugli inquinanti, accessibili attraverso i canali istituzionali del Comune, con confronti rispetto ai limiti di legge, alle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e ai dati delle altre centraline della provincia.


Secondo i promotori, il monitoraggio continuo è fondamentale per comprendere l’evoluzione della qualità dell’aria durante le diverse fasi dei cantieri. Una singola rilevazione, spiegano, non è sufficiente: solo una serie storica di dati può restituire un quadro reale dell’impatto ambientale.

Un altro tema emerso durante l’assemblea riguarda il consumo di suolo. Nei prossimi mesi i comitati intendono promuovere un incontro dedicato alla rigenerazione del terreno e alla cosiddetta “depavimentazione”, cioè la rimozione di superfici asfaltate o cementificate per restituire permeabilità e funzioni ecologiche al suolo.

Parallelamente, resta alta l’attenzione sulle politiche urbanistiche locali. A Lissone l’amministrazione comunale ha dichiarato che il prossimo piano urbanistico non prevederà nuovi insediamenti commerciali, industriali o civili. I comitati intendono vigilare affinché questo impegno venga effettivamente mantenuto.

lunedì 9 marzo 2026

Macherio. Un gioiello medievale in mezzo ai cantieri: la storia dell’oratorio delle Torrette

Una iniziativa in difesa dell'antico Oratorio, 2012

Nei giorni scorsi la comparsa di transenne di cantiere davanti all’oratorio di Santa Margherita alle Torrette, a Bareggia di Macherio, ha suscitato preoccupazione tra molti abitanti della zona.

Il timore era comprensibile. L’area si trova infatti a poca distanza dal cantiere di Pedemontana e dalle zone interessate dai movimenti di terra, e la presenza di un nuovo spazio delimitato proprio di fronte alla chiesetta aveva fatto pensare ad un possibile deposito di terre di scavo.

Foto Andre, 2026

Alcune fotografie diffuse tra i residenti mostravano il retro della chiesa e le transenne nel terreno davanti all’ingresso, accompagnate da commenti preoccupati: “Bareggia davanti alla chiesa delle Torrette. Speravo che quell’area potesse scamparla.”

Le immagini hanno riportato l’attenzione anche sullo stato di conservazione dell’edificio, in particolare su una crepa ben visibile sulla facciata.

Un altro residente ha scritto: “A seguito dell'apertura del nuovo cantiere davanti alla chiesetta alle Torrette di Bareggia, ho fatto qualche foto dello stato in cui è. Temo che con le vibrazioni e le sollecitazioni dei mezzi la situazione possa solo peggiorare.”

Una foto scattata nel 2022 mostra che la crepa era già presente alcuni anni fa. Proprio per questo motivo la prospettiva di nuovi lavori e del passaggio di mezzi pesanti aveva aumentato l’apprensione.

La crepa nella facciata, in questi giorni a sx, e nel 2022 a dx.

Nella giornata di oggi è arrivato però un primo chiarimento: l’area delimitata davanti all’oratorio non sarebbe destinata a deposito di terre, ma diventerebbe un parcheggio a servizio dei residenti di via XXV Aprile. Sempre secondo quanto riferito, sarebbe stata stanziata una cifra significativa per mettere in sicurezza l’oratorio. Una notizia accolta con sollievo anche se resta un tema aperto: la mancanza di informazioni tempestive ai cittadini.

Foto Andre, 2026

Resta tuttavia una riflessione da fare. Se è positivo sapere che l’area non diventerà un deposito di terre di scavo, la realizzazione di un nuovo parcheggio comporta comunque ulteriore consumo di suolo, in un territorio come la Brianza dove gli spazi liberi sono ormai sempre più rari. L’area delle Torrette si trova in un contesto storico di valore, già fortemente segnato dai cantieri della Pedemontana. Per questo motivo sarebbe importante valutare con attenzione soluzioni che limitino l’impermeabilizzazione del suolo, salvaguardando il più possibile il contesto attorno all’antico oratorio e mantenendo viva l’attenzione su un patrimonio storico e ambientale fragile.

Una iniziativa a favore dell'Oratorio delle Torrette, 2012

La preoccupazione per la chiesetta non nasce oggi. Negli anni scorsi l'Associazione Torrette Bini Dosso Boscone di Macherio e il Comitato per l’ampliamento del Parco Brianza Centrale hanno promosso diverse iniziative per difendere e valorizzare questo piccolo ma prezioso edificio storico. Tra le attività organizzate ricordiamo le visite guidate all’oratorio, quando le condizioni di sicurezza lo permettevano, e la partecipazione alla campagna “Luoghi del Cuore” del FAI.

Oggi resta fondamentale monitorare con attenzione l’impatto dei lavori e dei cantieri vicini, affinché questo piccolo gioiello storico non subisca ulteriori danni.

Scheda di approfondimento
L’oratorio di Santa Margherita alle Torrette: un gioiello medievale della Brianza

L'interno dell'antico Oratorio come apppariva nel 2009. Foto Gianni Casiraghi

L’oratorio di Santa Margherita alle Torrette, a Bareggia di Macherio, è considerato l’edificio religioso più antico del territorio. Secondo le ricostruzioni storiche, la sua origine risalirebbe alla metà del XIV secolo.

Per secoli la chiesetta è rimasta legata alla cascina delle Torrette, nata come luogo di culto per gli abitanti della cascina e delle campagne circostanti.

Secondo quanto riportato da monsignor Ennio Bernasconi nel volume Lissonum – Notizie di Lissone del 1926, l’oratorio era stato costruito: “per commodo degli abitanti di quella cascina e vicine”. In origine vi si celebrava la festa patronale e occasionalmente alcune messe nei giorni feriali. Un documento del 1602 ricorda che Giovanni Maria Ortensio di Monza, proprietario della cascina, lasciò un lascito di 100 lire imperiali in perpetuo per la celebrazione della messa nel giorno di Santa Margherita.

Nel 1565 anche Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano e grande riformatore della diocesi, si occupò dell’oratorio.

Durante la visita pastorale ordinò diversi interventi:
  • la chiusura di una porta laterale che collegava la chiesa alla cascina
  • la chiusura di un passaggio verso una cantina sotto l’altare, per evitare usi privati
  • lo spostamento della campana dalle case alla chiesa
Secondo le cronache dell’epoca, però, queste disposizioni non vennero mai completamente attuate.

Nel XVIII secolo l’oratorio conservava numerose immagini sacre. Nel 1754 si ricordavano: una Madonna col Bambino, Santa Margherita, un Crocifisso con la Vergine e San Giovanni, altre figure di santi. Molte di queste opere scomparvero probabilmente durante il restauro del 1770, data che ancora oggi compare sopra il portale.

Foto Gianni Casiraghi, 2009

Secondo Bernasconi, nella chiesa erano comunque presenti affreschi della seconda metà del Settecento raffiguranti: Santa Monica e San Rocco, Santa Lucia e San Sebastiano, Cristo morto tra due sante sull’altare.

Nel 1988 il giornale locale Il Paese riuscì a visitare l’oratorio insieme allo storico dell’arte Ermanno Arslan, allora direttore delle Civiche Raccolte Archeologiche di Milano. L’esperto rimase colpito dalla qualità dell’edificio e individuò tracce di decorazioni molto più antiche sotto l’intonaco. Secondo la sua ipotesi: sotto l’imbiancatura potrebbero esserci pitture del Quattrocento e alcune figure vicino all’altare sarebbero attribuibili a una scuola influenzata da Bernardino Luini, pittore lombardo dei primi anni del Cinquecento.

All’interno della chiesa furono trovate anche scritture lasciate dagli artigiani durante i lavori del 1905, con nomi e firme: Alessandro Casiraghi, capomastro, Carlo Cassanmagnago, falegname, i fratelli Recalcati, imbianchini, Ambrogio Rivolta, tornitore. Accanto a queste firme compariva anche una nota ironica lasciata da un sacrestano: “Meregalli sacrista senza salari, ma con rimproveri sì”.

La cascina vicina all’oratorio ha cambiato nome più volte nei secoli. Tra le denominazioni storiche ricordate nei documenti: Cascina dei Pellizzoni (XVI secolo), Cascina degli Ortensi (XVII secolo), Cascina dei Marcellini, Cascina dei Lazzari (XVIII secolo).

Il nome “Torrette” è invece molto antico e deriva probabilmente da strutture difensive o torri presenti nell’area in epoca medievale.

 
La "Chiesetta del Cuore", 2012

Nonostante le sue dimensioni modeste, l’oratorio di Santa Margherita alle Torrette rappresenta un tassello prezioso della storia della Brianza. Proprio per questo negli anni cittadini, associazioni e comitati si sono mobilitati per far conoscere e salvaguardare questo luogo, organizzando visite, iniziative culturali e campagne di sensibilizzazione. Oggi la speranza è che la proprietà pubblica e gli annunciati interventi di messa in sicurezza possano finalmente avviare un vero percorso di tutela e recupero, restituendo alla comunità uno dei suoi monumenti più antichi.

sabato 7 marzo 2026

Pedemontana, la D breve imposta ai territori: interrogazione in Regione


Nei giorni scorsi la consigliera regionale Michela Palestra (Patto Civico) ha presentato un’interrogazione in Consiglio regionale della Lombardia per chiedere chiarimenti sulle modalità con cui è stato approvato il progetto definitivo della variante della tratta D della Autostrada Pedemontana Lombarda, la cosiddetta “D breve”.

L’interrogazione prende le mosse dal decreto pubblicato l’11 dicembre 2025 sulla Gazzetta Ufficiale con cui Concessioni Autostradali Lombarde (CAL), soggetto aggiudicatore dell’opera, ha approvato il progetto definitivo della variante della tratta D del collegamento autostradale Dalmine–Como–Varese–Valico del Gaggiolo.

L’atto approva il progetto non solo sotto il profilo tecnico, ma anche ai fini della compatibilità ambientale, della localizzazione urbanistica, dell’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio e della dichiarazione di pubblica utilità, determinando di fatto l’intesa tra Stato e Regione sulla localizzazione delle opere. In questo modo l’approvazione sostituisce ogni altra autorizzazione o parere necessario alla realizzazione dell’intervento.


La cosiddetta “D breve” interessa numerosi comuni del Vimercatese e della Brianza: Vimercate, Bellusco, Bernareggio, Burago di Molgora, Carnate, Ornago, Sulbiate, Caponago, Agrate Brianza e Cavenago di Brianza, oltre a Cambiago.

Secondo quanto evidenziato da diversi sindaci del territorio, il progetto rischia di stringere i comuni dell’area tra l’attuale Tangenziale Est e la Pedemontana, destinata a confluire nella Tangenziale Est Esterna dopo l’interconnessione con l’autostrada A4.

Particolarmente rilevante è l’impatto previsto sul Parco Agricolo Nord Est (P.A.N.E.), area agricola e naturale nata da una scelta politica condivisa negli anni da diverse amministrazioni locali. Una parte significativa del tracciato attraverserebbe infatti il territorio del parco, con conseguenze che, secondo i critici del progetto, rischiano di comprometterne la funzione e il valore ambientale.


L’interrogazione punta soprattutto a chiarire la procedura seguita per l’approvazione del progetto.

CAL ha infatti adottato l’atto applicando una norma speciale che consente al soggetto aggiudicatore di approvare varianti al progetto definitivo senza il passaggio al Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile, purché le modifiche non superino una determinata soglia di valore.

Secondo le amministrazioni locali e i ricorrenti, tuttavia, la “D breve” non rappresenterebbe una semplice variante ma di fatto una nuova opera, che avrebbe quindi richiesto procedure diverse e un maggiore coinvolgimento degli enti territoriali.

Proprio per contestare l’iter seguito, diversi sindaci dei comuni interessati hanno presentato ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, chiedendo anche la sospensione dell’atto.

Nel ricorso vengono sollevate numerose questioni: dalla natura del progetto alla competenza del soggetto che lo ha approvato, dalla valutazione ambientale riferita a un tracciato precedente alla mancata valutazione di alternative meno impattanti, fino alle possibili violazioni delle direttive europee.

Attraverso l’interrogazione, la consigliera Palestra chiede al presidente della Regione e all’assessore competente di chiarire diversi aspetti della vicenda.

In particolare, viene chiesto di spiegare:

  • perché si sia fatto ricorso alla procedura speciale che ha consentito al soggetto aggiudicatore di approvare direttamente il progetto;
  • quali siano le motivazioni di una condotta che, secondo gli enti locali, avrebbe generato una percezione non corretta dello stato del procedimento;
  • perché dell’approvazione non sia stata data adeguata informazione pubblica, essendo stata pubblicata solo nel foglio delle inserzioni della Gazzetta Ufficiale e non nella Serie Generale;
  • se la Regione ritenga che il metodo seguito abbia rispettato il ruolo istituzionale dei sindaci e il diritto dei territori a un confronto trasparente.

L’interrogazione riporta così al centro del dibattito regionale la questione della tratta “D breve” della Pedemontana e, più in generale, il rapporto tra grandi opere infrastrutturali, tutela del territorio e partecipazione delle comunità locali alle decisioni che le riguardano.

domenica 1 marzo 2026

Erba. Alberi abbattuti in via Volta: il bilancio ambientale dell’intervento


A cura del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


Sull’area di via Volta a Erba (CO) restano le ferite di uno scempio ambientale che si poteva evitare. Ora non resta che fare la conta degli alberi tagliati.

Sulla base del censimento eseguito dall’agronomo incaricato dai proprietari, erano 59 le alberature presenti nel parco privato; di queste, più della metà, ben 34, sono gli alberi per i quali è stato autorizzato l’abbattimento in base alla concessione rilasciata dal Comune di Erba (vedasi elenco in calce).
Nella stessa autorizzazione al privato è stata richiesta la sostituzione solo per la metà degli alberi abbattuti, ovvero 17 sui 34 (vedasi elenco in calce).


Dei 59 alberi censiti dall’agronomo, alcuni sono valutati dallo stesso in buono stato vegetativo, altri ritenuti secchi, capitozzati o compromessi. In ogni caso non ci risulta che il Comune abbia verificato la perizia agronomica attraverso una specifica validazione pubblica, se non sulla base delle indicazioni della Commissione comunale per il paesaggio, la quale si è limitata a esprimere parere favorevole, classificando il progetto con un “giudizio d’impatto neutro”.
Non sappiamo però su quali basi tale giudizio sia stato formulato, né se si sia tenuto conto della perdita di 34 alberi di alto fusto, sostituiti da 17 alberelli. Occorre infatti considerare che le nuove alberature raggiungeranno dimensioni paragonabili a quelle abbattute solo tra alcuni decenni.


In tal senso non sappiamo se il Comune abbia tenuto conto delle indicazioni della Soprintendenza, che ha auspicato che la stessa Commissione comunale «abbia tenuto in debita considerazione tematiche quali la possibilità di conservare in sito alberature significative e di pregio (piantumate in prevalenza a partire dagli anni Settanta/Ottanta del Novecento) sulla base di un censimento delle stesse – e quella di prevederne un’adeguata compensazione in caso di abbattimento».

Altrettanto chiediamo al Comune se abbia tenuto conto dell’ulteriore indicazione del Soprintendente, che ha auspicato «di mantenere in essere tratti del muro di cinta dell’area, in particolare lungo via Volta, arteria tracciata tra metà e fine Ottocento».


In definitiva, ciò che rileviamo è che sull’area di via Volta si è compiuto uno scempio ambientale: un pesante taglio di alberi che toglierà ossigeno e refrigerio, prima garantiti dalle alberature di alto fusto. Ora rimarranno il cemento della nuova palazzina e l’asfalto dei nuovi parcheggi.
Il risultato è un vantaggio esclusivamente per interessi privati; alla collettività resteranno meno ossigeno, più isole di calore e l’ennesimo parcheggio, che attirerà nuovo traffico nel centro cittadino e, di conseguenza, ulteriore inquinamento.

I nostri strali sono rivolti all’Amministrazione comunale, che non ha voluto modificare le regole del piano urbanistico, votando la convenzione che ha dato il via al taglio degli alberi e all’edificazione da parte del privato.

 

NOTA


Elenco degli alberi autorizzati all’abbattimento, in base all’Autorizzazione concessa dal Comune di Erba per il terreno sito in via Alessandro Volta 28:
  • 2 Picea abies
  • 1 Magnolia grandiflora
  • 2 Fagus sylvatica
  • 3 Cedrus atlantica ‘Glauca’
  • 1 Liquidambar styraciflua
  • 11 Pinus pinea
  • 7 Cedrus deodara
  • 1 Liriodendron tulipifera
  • 2 Ginkgo biloba
  • 4 Cupressus sempervirens
L’Autorizzazione del Comune indica che le alberature abbattute dovranno essere sostituite (nella prima stagione vegetativa utile successiva all’abbattimento) con le seguenti essenze:
  • 1 Ginkgo biloba
  • 3 Fagus sylvatica ‘Purpurea’
  • 2 Acer (specie non specificata)
  • 11 Carpinus betulus ‘Fastigiata’

martedì 24 febbraio 2026

Seregno e il paradosso del vecchio ospedale

L'Ospedale di Seregno in una cartolina d'epoca

Il confronto sul futuro della sanità a Seregno si è finora concentrato quasi esclusivamente sulla possibile localizzazione del nuovo ospedale riabilitativo nell’area agricola del Dosso, all’interno del Parco GruBrìa. Ma i commenti e le osservazioni arrivate in questi giorni mostrano con chiarezza che le questioni centrali sono altre, e restano in gran parte senza risposta.

Dalle dichiarazioni dell’Amministrazione emerge che la ristrutturazione dell’attuale ospedale di via Verdi costerebbe circa 31 milioni di euro, mentre la costruzione di un nuovo presidio arriverebbe a 72 milioni.
Una differenza enorme, soprattutto se si considera che:
  • ristrutturare costa meno della metà,
  • non comporta nuovo consumo di suolo,
  • mantiene una funzione pubblica in un’area già urbanizzata,
  • evita nuovi carichi viabilistici e infrastrutturali.
Eppure questa opzione viene rapidamente accantonata, quasi fosse tecnicamente irrilevante.
La domanda allora è inevitabile: perché una soluzione più economica e meno impattante non viene seriamente discussa?

Il vecchio ospedale, inoltre, non può semplicemente essere “dimenticato”: dovrà comunque essere messo in sicurezza o rifunzionalizzato.
Ma per farne cosa?
Su questo punto il dibattito pubblico è sorprendentemente silenzioso.

Dai commenti di operatori sanitari ed ex lavoratori del presidio di Seregno emerge un’altra riflessione cruciale: un ospedale riabilitativo ha senso se è isolato dai principali servizi ospedalieri?

Dopo la chiusura del presidio seregnese, i servizi riabilitativi sono stati progressivamente integrati negli ospedali di Desio e Vimercate.
L’integrazione ha comportato criticità iniziali, ma anche vantaggi importanti:
  • maggiore accesso a specialisti,
  • migliore gestione delle emergenze,
  • più tutele per i lavoratori,
  • migliore presa in carico complessiva dei pazienti.
Costruire un nuovo polo riabilitativo separato rischia invece di riproporre problemi già noti: isolamento funzionale, difficoltà di gestione delle urgenze, ulteriore pressione su un personale sanitario che oggi è la vera risorsa scarsa, molto più degli edifici.

Un commento ha giustamente richiamato la necessità di superare una logica puramente comunale e pensare i servizi a scala più ampia, evitando duplicazioni e puntando sulla qualità. Un ragionamento condivisibile, che rafforza una considerazione di fondo: non è detto che la risposta migliore consista nel costruire un nuovo edificio, soprattutto se esistono strutture già operative e integrabili.

Tutto questo mentre l’area individuata per il nuovo ospedale ricade all’interno del Parco GruBrìa, uno dei pochi grandi spazi agricoli continui rimasti in Brianza centrale.

Consumare nuovo suolo in un’area protetta appare ancora meno comprensibile se:
  • esiste un ospedale da ristrutturare,
  • esistono presidi vicini già funzionanti,
  • il problema principale segnalato dagli operatori è la carenza di personale, non di metri quadrati.
Alla luce di tutto questo, il dibattito sul “dove costruire” appare incompleto se prima non si risponde a domande molto più semplici:
  • perché la ristrutturazione del vecchio ospedale viene scartata senza un vero confronto?
  • quale futuro si immagina per l’area di via Verdi?
  • un centro riabilitativo isolato migliora davvero la qualità delle cure?
  • ha senso consumare suolo agricolo quando esistono alternative meno costose e più razionali?
Finché queste domande resteranno senza risposta, la costruzione di un nuovo ospedale continuerà ad apparire non come una necessità inevitabile, ma come una scelta politica precisa, ancora tutta da spiegare.