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domenica 18 aprile 2021

WWF Lecco: le doppiette non risolvono il problema cinghiali, anzi lo aumentano

Immagine tratta da resegoneonline.it

 
a cura dell'Associazione WWF Lecco


Rileviamo sulla stampa locale la dichiarazione del Presidente interprovinciale di Como e Lecco di Coldiretti, Fortunato Trezzi, circa le sue preoccupazioni per la presenza di cinghiali sui territori provinciali. 


Riteniamo certo veritiero affermare che questa specie selvatica abbia esteso l'areale della sua distribuzione anche nel nostro territorio, ciò è innegabile. Ma contestiamo radicalmente l'approccio che la sua Associazione propone come soluzione del problema. Il cinghiale è ormai specie radicata ed è entrato a far parte della nostra fauna anche grazie ad una politica di gestione delle popolazioni di tipo utilitaristico, che comparti quali quelli del mondo venatorio hanno attuato e stanno portando avanti da oltre un decennio, affiancati da decisioni politiche assai discutibili.

Quello che oggi viene definito uno squilibro ambientale è in realtà il risultato di ben precise scelte gestionali che hanno trasformato il cinghiale in una specie selvatica su cui assicurare ed impostare quella continuità di prelievo venatorio necessaria a ridare vigore a un comparto, quello appunto della caccia, che ha mostrato un drastico calo nel numero dei praticanti sin dai primi anni 2000. Gli stessi piani di prelievo approvati dagli uffici deputati alla gestione faunistica non hanno mai avuto come fine quello di portare alla estinzione locale del cinghiale ma, anzi, quello di rendere la sua presenza quanto più redditizia in termini di numero e di tipologia di capi prelevabili. In pratica è stata data una precisa risposta ad una domanda di mercato. Ne sono prova i dati statistici relativi alle classi di età degli esemplari, che ancora oggi vengono preferite dai cacciatori nella scelta del capo da abbattere. Se a questa esplicita strategia aggiungiamo le caratteristiche biologiche della specie in termini di frugalità e di strategia riproduttiva dell'animale, il risultato è quello che possiamo osservare oggi sotto i nostri occhi.

A riprova di questa distorsione nella gestione del cinghiale, in cui si predilige il mantenimento dello stock piuttosto che la sua eliminazione, va letta anche la notizia che una amministrazione comunale locale è dovuta arrivare ad elargire un incentivo economico ai cacciatori pur di condizionarli nelle loro scelte di abbattimento di cinghiali verso capi giovani e piccoli invece che adulti, per ottenere, alla fine, una riduzione più efficace della popolazione presente sul suo territorio.

Il prelievo ormai è diffusamente guidato più dalla ricerca del miglior trofeo o del capo più grosso, piuttosto che verso giovani riproduttori, con il risultato che la popolazione non decresce ma, anzi, si espande.

Sarebbe auspicabile che si cambiasse una volta per tutte la rotta nella gestione di questa specie attraverso serie campagne di contenimento,  basate su dati scientifici certi, là dove la presenza è veramente problematica, finendola di nascondersi dietro inefficaci azioni dettate solo da opportunismo. Ancora più significativo per dimostrare un cambiamento di mentalità e il conseguimento di maturità,  sarebbe poter vedere riconosciuto da categorie, come quelle degli agricoltori ed allevatori, il ruolo che il lupo, animale in grado di dominare anche in ambiti territoriali promiscui, possono avere per regolare la presenza del cinghiale in Italia, piuttosto che lanciare falsi allarmismi.

Riguardo infine al rischio sanitario che il cinghiale rappresenta quale vettore per la diffusione dei malattie infettive, ci preme ricordare che in Italia sono allevati in modo intensivo circa 9.500.000 maiali all'interno di allevamenti in cui il controllo sanitario è assicurato soltanto grazie ad un impiego, altrettanto intensivo, di antibiotici e farmaci ad uso veterinario. Lo abbiamo visto e compreso recentemente che sono proprio le condizioni di allevamento degli animali a costituire il vero problema su cui si incardina il rischio sanitario, e a seguire economico, per le relative categorie produttive.

Con gli attuali sistemi di allevamento sono a rischio la salute degli animali e dell'uomo, la resistenza degli ecosistemi, la capacità di recupero in caso di danni ambientali e, di conseguenza, derivano sempre maggiori ripercussione economiche in caso di epidemie.

Per ridimensionare efficacemente questo rischio, basterebbe ridurre il consumo di carne e tutti, sul nostro pianeta, saremmo molto più in salute.

martedì 12 ottobre 2010

Le grandi opere in Lombardia faranno sparire oltre 50 milioni di metri quadrati di territorio

di Fabio Bonaccorso
di Coldiretti Lombardia

Le grandi opere della Lombardia, dalla Brebemi alla Tem, dalla Pedemontana all’autostrada dei Laghi, dalla statale 38 alla tangenziale di Morbegno si stanno portando via, secondo i calcoli della Coldiretti Lombardia, quasi 53 milioni di metri quadrati di aree agricole, che si aggiungono alla voragine di 400 mila ettari già finiti sotto una coltre d’asfalto e cemento dal 1990 a oggi, l’equivalente di due volte l’estensione delle province di Milano e Monza Brianza o pari al 90 per cento di quella di Brescia oppure come tutto il territorio delle province di Lodi, Como, Lecco e Varese messe insieme.

“Adesso con Brebemi, Tem, Pedemontana si sta creando l’ennesima ferita che inghiotte le aree agricole, la punta di un iceberg di una situazione che non sappiamo ancora come si evolverà in futuro – spiega Nino Andena, Presidente della Coldiretti Lombardia –. In una regione che è locomotiva d’Italia, la viabilità è importante per lo sviluppo, ma il sacrificio sociale ed economico deve essere ripartito equamente e non caricato in maniera sproporzionata sugli agricoltori”.

Secondo le rilevazioni della Coldiretti:
  • la Pedemontana (fra Como, Milano, Bergamo, Varese e la Brianza) si porterà via quasi 24 milioni di metri quadrati di territorio,
  • altri 18 milioni e mezzo se li prenderanno la Brebemi e relative tangenziali di raccordo fra Milano, Bergamo e Brescia.
  • Ci sono poi 8 milioni e mezzo di metri quadrati che serviranno per la nuova tangenziale est esterna di Milano fra Melegnano e Agrate,
  • a cui aggiungere anche il milione e 400 mila metri quadrati della Statale 38 fra Como, Lecco e Sondrio con la tangenziale di Morbegno,
  • per finire con 270mila metri quadrati per la terza corsia dell’autostrada dei Laghi A9.
Un fiume d’asfalto lungo 303 chilometri, quasi la metà della lunghezza del Po, che tocca 214 comuni e “sperona” centinaia di aziende agricole.

Solo sulla Brebemi sono quasi 1.500 quelle danneggiate con terreni presi a morsi dai cantieri, cascine spianate e stalle assediate dall’asfalto.

“Un anno fa, proprio a ottobre, venne firmato l’accordo per la gestione dei rapporti fra Brebemi e agricoltori – spiega Andena - ma quello che doveva essere un modo per velocizzare i tempi di costruzione e ridurre i contenziosi e le crisi si è trasformato in una specie di palude burocratica dove si tenta di prendere le aziende agricole per stanchezza mentre le ruspe sono al lavoro e i risarcimenti restano, per la maggior parte e per adesso, solo promesse neppure adeguate al prezzo sociale ed economico che viene imposto alla nostra gente. Così non va”.

Per questo la Coldiretti chiederà alla Regione Lombardia un piano regionale di salvaguardia dei suoli agricoli. “Perché la politica deve decidere il modello di territorio che vogliamo lasciare alle generazioni future, bisogna saper fare anche le giuste scelte – conclude Andena - Mettiamo in funzione un ciclo virtuoso che faccia crescere tutto il territorio perché le grandi opere siano davvero un’opportunità e non solo una ferita. Il terreno agricolo è la base di partenza di una filiera economica che non serve solo ai coltivatori, ma a diversi settrori come turismo, meccanica agricola e industria agroalimentare. Non è un verde a caso, ma una ricchezza per tutta la Lombardia”.

Inoltre Coldiretti chiede di intervenire direttamente su Cal (il braccio operativo del Pirellone per la costruzione delle nuove arterie) per rispettare gli accordi stipulati con le aziende agricole che stanno vivendo in prima linea l’avanzata dei cantieri, proponendo anche un coinvolgimento degli agricoltori sia nella gestione del verde lungo le autostrade sia nella creazione di punti di offerta dei prodotti a km zero nelle aree di sosta previste.

martedì 21 settembre 2010

Campi e cascine nel tritacarne di Pedemontana, Brebemi e Tem

Le grandi opere della Lombardia faranno a morsi le aziende agricole. Questo l’allarme lanciato nei giorni scorsi da Coldiretti.

Pedemontana, Brebemi, Tem e in più l’alta velocità saccheggeranno terreni e spianeranno cascine – spiega Nino Andena, Presidente della Coldiretti Lombardia - Ci sono famiglie di agricoltori che stanno aspettando da gennaio gli indennizzi per i danni subiti e nelle altre aziende coinvolte cresce la preoccupazione per il futuro”. Mentre resta avvolta nella nebbia tutta la situazione che riguarda la costruzione della nuova linea ad alta velocità che correrà parallela alla Brebemi.

“E’ chiaro – aggiunge Andena – che sono diversi i fronti aperti. Per tale motivo abbiamo sempre un canale aperto con la Regione Lombardia e con gli assessorati all’agricoltura e ai sistemi verdi, ai quali chiediamo che, fra le compensazioni previste ci sia anche la realizzazione e la manutenzione da parte di imprese agricole del territorio delle opere di mitigazione ambientale previste lungo le maxi arterie stradali. Anche perché saranno centinaia le famiglie colpite delle nuove infrastrutture”.

Per la Brebemi, ad esempio, saranno toccate almeno 60 aziende agricole in provincia di Milano, 150 in provincia di Bergamo (con 140 ettari di terreno) e 200 in quella di Brescia dove ai circa due milioni di metri quadrati espropriati se ne devono aggiungerne altrettanti per la viabilità secondaria a supporto e la logistica. Alcune aziende agricole saranno costrette a chiudere l’attività.

Anche il tracciato della Tem, la futura tangenziale est esterna di Milano, rischia di far pagare un prezzo troppo alto all’agricoltura a causa di un tracciato che fa lo slalom per evitare capannoni di ogni tipo, anche dismessi, mentre passa come un rullo compressore su campi e cascine.

Fonte: Coldiretti

Nella foto, tratta dal sito di Pedemontana Lombarda, il cantiere di Turate.