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domenica 13 settembre 2026

Trentacinque anni dopo, quel grido sulla Pedemontana è ancora attuale

Un vecchio scatolone in cantina, alcune carte dimenticate e un opuscolo del 1991. Basta sfogliarlo per scoprire che, su un tema come la Pedemontana, il tempo sembra essersi fermato. A volte basta aprire un vecchio scatolone. Questo era riposto in cantina da chissà quanti anni. Dentro, carte, documenti, volantini, pubblicazioni che avevo conservato e poi dimenticato. I primi risalgono all'inizio degli anni Novanta. Li guardo distrattamente, poi ne prendo in mano uno.


È un opuscolo pubblicato come supplemento a «L'Esagono» del 30 marzo 1991. Ha più di trentacinque anni, ma a prima vista sembra appena uscito dalla tipografia. Il titolo è quasi profetico: «Questo potrebbe essere il futuro». Sulla copertina, un disegno mostra una rotonda autostradale invasa dalle automobili che attraversa un centro abitato. Sotto, un logo verde con la scritta «Qualità della vita, sì grazie» e una grande V formata da due braccia, con un tondino nero al posto della testa. Più sotto, inequivocabile, la scritta: «No alla Pedemontana». Sedici pagine. Sedici pagine dedicate a un'infrastruttura che allora era ancora soprattutto un progetto, una minaccia annunciata, qualcosa contro cui mobilitarsi prima che diventasse cemento, asfalto, svincoli e cantieri.


Poi arrivo al paginone centrale. E qui il salto nel tempo diventa ancora più sorprendente. In alto, occupando due pagine, una grande scritta: «La Brianza ha ancora un polmone verde». Sotto, una carta geografica mostra la Brianza colorata di verde. Una grossa linea nera, l'autostrada, la attraversa e la taglia in due. E subito sotto un'altra frase: «Ma un cancro la sta minacciando». Il linguaggio è quello, inevitabilmente più duro, della mobilitazione ambientale di quegli anni. Ma il concetto è chiarissimo: il territorio non è uno spazio vuoto sul quale tracciare liberamente nuove infrastrutture. È un sistema già densamente abitato, fatto di città, campagne, boschi, aree agricole, corsi d'acqua e spazi aperti sempre più preziosi.

Sfoglio le altre pagine. Ci sono le ragioni della contrarietà alla Pedemontana. E soprattutto ci sono i numeri di quella mobilitazione: 20 Comuni e 44 associazioni che sottoscrivono le proprie ragioni contro l'opera.


Trentacinque anni fa. E viene spontaneo chiedersi: quanto è cambiato davvero da allora? La Pedemontana, nel frattempo, ha cambiato percorso. Si è spostata più a sud, diventando, per certi versi, un po' meno «pedemontana» rispetto a quella immaginata e contestata allora. Sono cambiate le carte, i tracciati, i progetti, le denominazioni e le argomentazioni con cui l'opera è stata presentata.

Ma soprattutto è cambiata la realtà. Nel 1991 la Pedemontana era ancora un progetto da contrastare, una trasformazione temuta e rappresentata sulla carta. Oggi non è più soltanto una linea tracciata su una mappa: è un'opera che sta prendendo forma e che sta già trasformando profondamente il territorio brianzolo, consumando suolo, interrompendo continuità agricole e ambientali e modificando paesaggi che per decenni erano stati considerati parte del patrimonio della Brianza.

Quello che allora veniva indicato come il possibile futuro oggi lo possiamo vedere con i nostri occhi. E proprio per questo quelle vecchie pagine fanno ancora più impressione..


E così quel vecchio opuscolo, trovato in uno scatolone, smette di essere un documento del passato. Diventa uno specchio. Non serve essere d'accordo con ogni parola usata allora, né idealizzare una stagione nella quale le infrastrutture venivano raccontate con slogan che oggi possono apparire lontani. Ma è difficile non riconoscere l'attualità di una domanda fondamentale che quelle pagine ponevano: quanto territorio siamo disposti a consumare per realizzare nuove infrastrutture? E quanto vale, invece, ciò che ancora rimane?

La Brianza del 1991 non è più quella di oggi. Nel frattempo sono aumentate le strade, le abitazioni, gli insediamenti produttivi, i centri commerciali e le superfici impermeabilizzate. Gli spazi liberi sono diventati ancora più preziosi. E proprio per questo quelle parole acquistano un significato diverso. Quel «polmone verde» di cui parlava l'opuscolo non è una fotografia immobile di trentacinque anni fa. È ciò che resta oggi di quel territorio e che ancora possiamo decidere di preservare, collegare, rendere accessibile, restituire alla natura e alle persone.


Nel 1991 si denunciava il rischio che una nuova autostrada potesse compromettere quel poco di territorio ancora libero che rimaneva in Brianza. Trentacinque anni dopo, quelle ragioni non sono venute meno. Sono diventate, se possibile, ancora più forti.

Perché nel frattempo la Brianza ha continuato a consumare suolo, a espandersi, a perdere campi, spazi aperti e continuità ambientali. Quello che allora appariva come il rischio di un'ulteriore ferita oggi si inserisce in un territorio già profondamente trasformato e sempre più fragile.

Ed è proprio questo che rende impressionante ritrovare, dopo tanti anni, quel vecchio opuscolo. Le parole sono cambiate, il tracciato è cambiato, il progetto è cambiato. Ma le ragioni per dire no a una nuova autostrada in un territorio già così densamente urbanizzato non solo sono ancora lì: oggi pesano ancora di più.

Nel 1991 quella mobilitazione cercava di impedire che il futuro della Brianza fosse deciso attraverso altro asfalto e altro consumo di suolo. Oggi, mentre la Pedemontana sta concretamente trasformando il territorio, quelle preoccupazioni non appartengono più soltanto al mondo delle ipotesi.

Sono davanti ai nostri occhi.

E forse è proprio questo il significato di quelle vecchie carte ritrovate in uno scatolone: trentacinque anni dopo, il «No alla Pedemontana» non è un pezzo di storia da archiviare. È una posizione che, di fronte al progressivo consumo della Brianza, conserva intatte le sue ragioni e acquista ancora più forza.

mercoledì 9 settembre 2026

Seregno, dal Piano Clima alle scelte del nuovo PGT. La città che ci protegge dal caldo è quella che non distrugge il verde


Un recente articolo di Swissinfo racconta una situazione che potrebbe sembrare lontana dalla Brianza, ma non lo è affatto. Anche in Svizzera le ondate di calore stanno diventando più frequenti e intense e diverse città hanno cominciato a introdurre rifugi climatici, sistemi di allerta e interventi per rendere gli spazi urbani più vivibili durante le giornate più calde. Ma, osserva Swissinfo, manca ancora una strategia complessiva: le iniziative sono spesso frammentarie e non tutte le persone più esposte riescono a beneficiarne.

La domanda che dovremmo porci è allora molto semplice: quanto sono preparate le nostre città?

Prendiamo Seregno. Non è necessario partire da zero. Nel 2024 il Comune ha presentato un Piano Clima, nato anche dalla necessità di rispondere agli eventi estremi che avevano colpito il territorio nell'estate precedente. Il piano contiene indicazioni precise: più alberi, meno superfici impermeabili, maggiore capacità di trattenere l'acqua, spazi ombreggiati e l'individuazione di veri e propri «rifugi climatici». Sono tutte cose ragionevoli. Il problema è un altro: quanto di tutto questo sta realmente cambiando la città?

Negli scorsi giorni è stato annunciato il primo intervento importante collegato al Piano Clima: la depavimentazione del grande piazzale davanti alle scuole Cadorna. Si tratta di un intervento significativo, perché riguarda circa 4.000 metri quadrati oggi impermeabilizzati e prevede di restituire spazio al suolo, alla vegetazione e alla capacità di assorbire l'acqua piovana. È difficile sostenere che sia una cattiva idea. Ma proprio per questo vale la pena porsi una domanda diversa: piazza Cadorna è il luogo dove era più urgente intervenire? Non è una critica al progetto. È una questione di metodo. Seregno ha piazze e spazi pubblici completamente mineralizzati, esposti al sole e con pochissima ombra. In alcune di queste aree, durante una giornata estiva, la possibilità di trovare un luogo dove fermarsi al fresco è praticamente nulla.

Se le risorse per adattare la città al cambiamento climatico sono limitate, non sarebbe allora necessario stabilire prima quali sono i luoghi più caldi e più vulnerabili, e intervenire partendo da quelli? Una vera politica di adattamento dovrebbe partire da una mappa delle isole di calore, individuare le aree maggiormente esposte e costruire una graduatoria degli interventi. Solo dopo dovrebbero arrivare i progetti. Altrimenti si rischia di fare una cosa buona, ma di farla semplicemente dove è più facile intervenire, anziché dove sarebbe più urgente.

Recentemente, in occasione di una passeggiata, abbiamo visto un cartello con una frase che merita di essere ripresa: «La casa della salute c'è già: è il parco!» È uno slogan, certo. Ma contiene una verità molto concreta. Quando parliamo di adattamento climatico, la prima cosa da fare non dovrebbe essere costruire qualcosa di nuovo. Dovrebbe essere tutelare ciò che già abbiamo. Un albero adulto, un'area agricola, un prato, un bosco, un corridoio verde non sono spazi vuoti. Sono già infrastrutture ambientali: assorbono acqua, contribuiscono a mitigare il calore, offrono biodiversità e rendono più vivibile il territorio. Eppure continuiamo troppo spesso a ragionare al contrario: prima si individua un'area verde e poi si cerca una buona ragione per costruirci sopra.

A Seregno questo tema è particolarmente evidente anche nella discussione sulla proposta di realizzare un nuovo polo ospedaliero nella zona del Dosso, su un'area oggi agricola e verde. La domanda dovrebbe essere inevitabile: se stiamo cercando di rendere la città più resiliente al caldo, ha senso consumare nuovo suolo verde per costruire nuove infrastrutture? Prima di trasformare un'area agricola, dovremmo verificare seriamente se esistano alternative attraverso il recupero di aree dismesse, la rigenerazione urbana e l'utilizzo di spazi già urbanizzati. Non perché un ospedale non sia un'opera pubblica importante. Ma proprio perché lo è, dovrebbe essere sottoposto allo stesso principio che vale per qualsiasi altra trasformazione: prima si utilizza ciò che è già costruito, poi, solo se non esistono alternative praticabili, si valuta il consumo di nuovo suolo.

Qui arriviamo a un'altra questione che merita di essere affrontata senza ipocrisie. Siamo ormai abituati a leggere documenti nei quali un intervento che occupa nuovo terreno agricolo viene definito, per ragioni normative, come intervento che «non determina consumo di suolo». La legislazione lombarda prevede effettivamente fattispecie e criteri per stabilire cosa debba essere contabilizzato come consumo di suolo e cosa no. Ma una definizione amministrativa non modifica la realtà fisica. Possiamo anche scrivere per legge che la Terra è piatta. La Terra resterà tonda.

Se oggi abbiamo un prato, un campo agricolo o un'area verde e domani su quella superficie realizziamo un edificio, una strada, un parcheggio o le relative infrastrutture, quella superficie avrà perso la sua funzione naturale, indipendentemente da come la contabilizziamo in una tabella. È proprio questa distinzione che dovrebbe entrare nel dibattito sul nuovo PGT. Il consumo di suolo non dovrebbe essere soltanto quello che una norma decide di conteggiare. Dovrebbe essere valutato anche per quello che realmente produce sul territorio. E in una città che vuole prepararsi alle ondate di calore, perdere verde e suolo permeabile è esattamente la direzione opposta a quella che il Piano Clima indica.

Il problema, quindi, non è la mancanza di parole. Di piani, strategie, linee guida e dichiarazioni sul cambiamento climatico ne abbiamo già molte. Il problema è trasformarle in decisioni. 
Seregno ha già fatto un passo importante elaborando il Piano Clima. Ora ha davanti un'occasione ancora più importante: la revisione generale del Piano di Governo del Territorio. Il nuovo PGT dovrà decidere che cosa potrà essere costruito, dove, con quali criteri e a quale prezzo per il territorio. Il Comune presenta il PGT come lo strumento attraverso il quale orientare lo sviluppo urbano, tenendo insieme crescita, tutela ambientale e qualità della vita. È proprio questo il momento nel quale verificare se quelle parole hanno un significato concreto. 

  • Non soltanto dichiarare che servono più alberi, ma proteggere quelli che già esistono.
  • Non soltanto parlare di riduzione del consumo di suolo, ma evitare di consumare nuovo terreno.
  • Non soltanto progettare nuove aree verdi, ma impedire che quelle esistenti vengano progressivamente frammentate.
  • Non soltanto parlare di «rifugi climatici», ma fare in modo che ogni quartiere abbia davvero luoghi freschi e facilmente raggiungibili.

Il cambiamento climatico obbliga a cambiare il modo in cui pensiamo lo spazio urbano.

  • Un parcheggio completamente asfaltato è una grande superficie che accumula calore.
  • Una piazza senza alberi può diventare inutilizzabile durante un'ondata di calore.
  • Un cortile scolastico impermeabilizzato è un'occasione perduta per creare ombra e suolo permeabile.
  • Un'area agricola trasformata in edificabile è una superficie naturale che non potrà più svolgere le funzioni che svolgeva prima.

Per questo la risposta non può essere soltanto «bere molta acqua e non uscire nelle ore più calde».

La salute delle persone dipende anche dalla città nella quale vivono. E la città più resiliente non è necessariamente quella che costruisce più infrastrutture per adattarsi al cambiamento climatico. È quella che conserva le infrastrutture naturali che già possiede.

Il tema, naturalmente, non riguarda soltanto Seregno. Lissone, Monza, Desio e gli altri Comuni brianzoli hanno problemi molto simili: alta densità urbana, grandi superfici impermeabilizzate, traffico, scarsità di ombra in molte aree e una crescente pressione sulle aree verdi. Il caldo, del resto, non conosce i confini comunali. Sarebbe quindi interessante che i Comuni della Brianza cominciassero a confrontarsi su una strategia comune: mappe delle isole di calore, rete dei luoghi freschi, alberature urbane, depavimentazione, tutela del suolo e recupero delle aree dismesse prima di qualsiasi nuovo consumo di territorio. Non servono necessariamente grandi opere. Servono molte scelte piccole, coerenti tra loro, e soprattutto una gerarchia delle priorità.

Il nuovo PGT di Seregno sarà quindi un banco di prova. Il Piano Clima ha già detto, in buona parte, che cosa bisognerebbe fare. Adesso bisogna capire dove, quando e con quali priorità. E soprattutto se quelle indicazioni entreranno davvero nelle regole con cui nei prossimi anni verrà trasformata la città. Perché alla prossima ondata di calore non servirà l'ennesimo documento. Servirà una città che sia già stata preparata.

E forse la prima scelta da fare è anche la più semplice: non distruggere le infrastrutture verdi che abbiamo già.

Prima di costruire un «nuovo ospedale», chiediamoci allora se non sia il caso di prenderci cura della casa nella quale viviamo già. Perché il parco, il bosco, il campo, l'albero adulto non sono il contrario di un'infrastruttura. Sono infrastrutture. E spesso sono quelle che non abbiamo bisogno di costruire.

lunedì 10 agosto 2026

Brianza Hills 2026: volontari da sette Paesi al lavoro per l'ambiente della Brianza


Si è conclusa la prima settimana del Campo di volontariato europeo «Brianza Hills», organizzato dal Circolo Ambiente «Ilaria Alpi». I 12 volontari, provenienti da alcuni Paesi europei – Serbia, Polonia, Ucraina, Grecia, Francia, Germania e Spagna – sono stati impegnati in lavori di salvaguardia ambientale in alcuni dei Comuni coinvolti nel progetto.

Il primo intervento è stato realizzato presso la Green Station di Brenna, per la sistemazione del pozzo e delle aree vicine alla ferrovia, in collaborazione con Legambiente Cantù, che ha in gestione l'edificio della stazione ferroviaria.

Si è poi proseguito con alcuni interventi nell'area del parco dello «Zoc del Peric», nei pressi del lavatoio di Fabbrica Durini, dove i volontari hanno provveduto a rendere nuovamente fruibili i sentieri ostruiti dalla vegetazione.

Quindi si è passati nel territorio di Brenna, per una serie di interventi realizzati con la preziosa collaborazione di Brenna Pulita. Inizialmente è stata posata una nuova panchina, ricavata da una pianta abbattuta dagli eventi atmosferici, ed è stata sistemata una seconda panchina già esistente. Si è quindi intervenuti nell'area esterna della chiesa di Sant'Adriano, a Olgelasca, per sostituire una panchina in legno con una nuova.


A seguire, i volontari sono intervenuti nel Vallone di Brenna per pulire e liberare dalla vegetazione infestante una piccola zona umida e per costruire una staccionata a delimitazione dell'area. Sempre a Brenna, presso il caratteristico viale dei peri, è stato eseguito un intervento di potatura e ripulitura delle piante da frutto, con l'eliminazione dei rami secchi e pericolanti.

Infine, i volontari sono intervenuti ad Anzano del Parco, sul sentiero che dalla frazione Borego conduce verso il lago di Alserio. Qui si è provveduto alla riapertura del sentiero, mediante lo sfalcio della vegetazione, e al taglio e alla rimozione di alcuni alberi caduti sul percorso.

Il Campo prosegue nel corso di questa settimana e si concluderà il 16 agosto.

Si ricorda che il Campo «Brianza Hills» è organizzato dal Circolo Ambiente «Ilaria Alpi», in collaborazione con i Comuni di Alzate Brianza, Anzano del Parco, Brenna e Lurago d'Erba e con l'associazione Le Contrade di Inverigo.

Volunteers from seven countries working for the environment in Brianza


The first week of the European volunteer camp “Brianza Hills”, organised by Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, has come to an end. The 12 volunteers, coming from Serbia, Poland, Ukraine, Greece, France, Germany and Spain, have been working on environmental conservation projects in several municipalities in the Brianza area.

Their activities included restoring paths and green areas, maintaining a wetland, installing and repairing benches and fences, pruning fruit trees, and removing fallen trees and invasive vegetation. The volunteers worked in Brenna, Alzate Brianza, Anzano del Parco and Fabbrica Durini, in cooperation with local associations and municipalities.

The camp will continue this week and will end on 16 August.

sabato 1 agosto 2026

PTCP della Brianza, Majoli: "Non basta fotografare il territorio, bisogna proteggerlo"

Nei giorni scorsi il nostro blog ha presentato le 11 osservazioni alla variante al PTCP della Provincia di Monza e della Brianza elaborate dal Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP, richiamando l'attenzione in particolare sulla tutela del suolo libero, sulla Rete Verde e sulla necessità di evitare nuovo consumo di territorio.

Abbiamo scelto ora di approfondire quei temi direttamente con Giorgio Majoli, referente del Coordinamento, che da anni segue l'evoluzione degli strumenti di pianificazione territoriale della Provincia. Non si tratta quindi di riprendere semplicemente quanto già illustrato nel precedente post, ma di provare a capire meglio che cosa c'è in gioco nella variante al PTCP, quali sono le criticità individuate dagli ambientalisti e quale idea di territorio viene proposta per il futuro della Brianza. Dal destino degli Ambiti Agricoli Strategici alla funzione della Rete Verde, dagli Ambiti di Interesse Provinciale alla crescita degli insediamenti produttivi e logistici, fino al rapporto tra transizione energetica e tutela del suolo: con Majoli abbiamo affrontato alcuni dei nodi che saranno decisivi per il futuro di una provincia dove gli spazi liberi sono ormai una risorsa sempre più preziosa.

Giorgio Majoli (a dx), durante un sopralluogo sul territorio

La variante al PTCP è arrivata a una fase decisiva. Qual è la valutazione complessiva del Coordinamento?


La nostra valutazione parte da una preoccupazione di fondo: siamo in una delle province più urbanizzate d’Italia e proprio per questo ogni scelta di pianificazione dovrebbe avere come priorità la difesa di ciò che rimane libero. Il Coordinamento segue da anni l'evoluzione del PTCP e, anche in occasione di questa variante, ha cercato di fornire un contributo concreto, non limitandosi a denunciare i problemi ma avanzando proposte e richieste precise. Avevamo già chiesto che la variante fosse sottoposta alla Valutazione Ambientale Strategica, la VAS, ma questa proposta non è stata accolta dalla Provincia. Di conseguenza, gli effetti ambientali di una parte significativa delle modifiche introdotte rimangono non adeguatamente valutati, anche se molti di essi sono facilmente immaginabili. Abbiamo quindi presentato 11 osservazioni, che riguardano diversi aspetti della pianificazione provinciale ma che hanno un filo conduttore comune: rafforzare la tutela del territorio libero e delle connessioni ecologiche.

Partiamo proprio dal suolo libero. Qual è la vostra richiesta principale?

La questione fondamentale riguarda gli Ambiti Agricoli Strategici, gli AAS, e la Rete Verde di ricomposizione paesaggistica. Chiediamo che la variante al PTCP recepisca integralmente gli ampliamenti delle aree agricole e della rete ecologica già approvati dai Comuni nei rispettivi PGT dal 2013 a oggi. È un punto importante. Se un Comune, attraverso il proprio strumento urbanistico, ha riconosciuto e tutelato una nuova area agricola o una connessione ecologica, la pianificazione provinciale dovrebbe valorizzare quella scelta e non ignorarla. In una situazione di crescente frammentazione del territorio non è sufficiente fotografare ciò che esiste oggi. Occorre riconoscere e rafforzare le tutele già deliberate dagli enti locali.

Da qui deriva anche la vostra richiesta di non prevedere nuove edificazioni sul suolo libero?

Esattamente. Chiediamo di escludere nuove previsioni edificatorie su suolo libero, evitando ulteriori incrementi dei carichi urbanistici, del traffico e dell'impermeabilizzazione del territorio. La Brianza ha già conosciuto una trasformazione molto intensa. Continuare ad aggiungere nuove edificazioni senza considerare la quantità di territorio che è già stata consumata significa aggravare una situazione che presenta problemi evidenti dal punto di vista ambientale, paesaggistico e della mobilità.

Un'attenzione particolare nelle vostre osservazioni è dedicata agli Ambiti di Interesse Provinciale, gli AIP. Perché?

Gli AIP erano stati introdotti anche con l'obiettivo di tutelare alcuni spazi rimasti liberi. Il problema è che, nella pratica, questo strumento ha mostrato delle debolezze e può diventare anche un modo per localizzare nuove edificazioni, attraverso intese con la Provincia finalizzate a mitigarne gli impatti. Noi riteniamo invece che negli AIP debba essere garantita una reale prevalenza della tutela ambientale. Per questo proponiamo di portare dall'attuale 51% all'80% la quota minima di territorio libero da mantenere all'interno degli AIP. È una richiesta particolarmente importante perché molti di questi ambiti rappresentano oggi alcune delle ultime connessioni verdi tra i centri abitati, le aree agricole e i sistemi naturalistici.

Un altro tema molto attuale riguarda la crescita degli insediamenti produttivi e logistici. Cosa chiedete alla Provincia?

Chiediamo innanzitutto che il PTCP censisca e rappresenti in maniera completa sia i poli esistenti sia quelli previsti, e che gli effetti complessivi vengano valutati attraverso la VAS, considerando traffico, qualità dell'aria e rumore. Il problema è proprio quello degli effetti cumulativi. Non possiamo continuare a valutare ogni nuovo insediamento come se fosse isolato dagli altri. La Brianza conosce già gli effetti della progressiva trasformazione del territorio in una vera e propria piattaforma infrastrutturale e logistica. Se si costruisce un nuovo polo produttivo o logistico, bisogna considerare cosa accade quando questo si aggiunge a tutti quelli già presenti e a quelli previsti nelle aree vicine. Il traffico aumenta, aumentano le emissioni, il rumore, la pressione sulla viabilità e il consumo di territorio. Sono effetti che non possono essere valutati soltanto guardando il singolo progetto.

Nelle vostre osservazioni affrontate anche il tema dei procedimenti dello Sportello Unico per le Attività Produttive SUAP. Perché ritenete che sia necessario intervenire su questo strumento?

Perché esiste una possibile contraddizione tra gli obiettivi dichiarati dalla variante e ciò che può avvenire concretamente attraverso alcune procedure semplificate. Da una parte si afferma la necessità di rafforzare la tutela del sistema rurale e di ridurre il consumo di suolo; dall'altra, attraverso procedimenti SUAP finalizzati alla realizzazione di nuovi insediamenti produttivi, possono essere introdotte varianti urbanistiche che interessano anche aree agricole strategiche o altre aree libere. Chiediamo quindi criteri più restrittivi, privilegiando il recupero delle aree dismesse e impedendo nuovo consumo di suolo proprio negli ambiti che dovrebbero essere maggiormente tutelati.

Tra le vostre osservazioni ci sono anche quelle relative a boschi, corridoi vallivi ed elementi geomorfologici. Che cosa chiedete in questo caso?

Chiediamo che il PTCP riconosca il valore strategico delle aree forestali che saranno individuate dal futuro Piano di Indirizzo Forestale dell'Alta Pianura e che sostenga il percorso di riconoscimento del Parco Regionale PANE. È necessario cambiare il modo di guardare alle aree verdi. Boschi, aree agricole e corridoi ecologici non sono spazi residuali che rimangono dopo aver deciso dove costruire. Sono vere e proprie infrastrutture ecologiche, fondamentali per la qualità ambientale della Brianza.

Il territorio libero deve quindi essere considerato una vera infrastruttura?

Sì, e credo che questo sia uno dei cambiamenti culturali più importanti che dobbiamo compiere. Quando si parla di infrastrutture si pensa normalmente a strade, ferrovie, reti tecnologiche. Ma anche un corridoio ecologico, un bosco, una zona agricola che mantiene una connessione tra due aree naturali svolge una funzione essenziale per il territorio. Se interrompiamo queste connessioni con nuove edificazioni e infrastrutture, frammentiamo ulteriormente gli habitat e rendiamo più fragile l'intero sistema ambientale. 

Avete affrontato anche il tema degli impianti da fonti energetiche rinnovabili. La vostra posizione potrebbe apparire in contrasto con la necessità della transizione energetica.

Non è affatto così. Il Coordinamento non mette in discussione la necessità della transizione energetica e dello sviluppo delle fonti rinnovabili. Il problema è dove realizzare gli impianti e secondo quali criteri. La variante introduce modifiche relative agli impianti da fonti energetiche rinnovabili e ai nuovi Servizi di Interesse Provinciale, e noi riteniamo necessario evitare il rischio che impianti fotovoltaici a terra o nuovi manufatti con funzioni sovracomunali possano essere collocati anche all'interno degli Ambiti Agricoli Strategici o della Rete Verde senza criteri sufficientemente rigorosi. Chiediamo quindi criteri chiari di compatibilità ambientale e la garanzia della continuità ecologica dei corridoi verdi. La transizione energetica è necessaria, ma non può essere utilizzata come giustificazione per consumare altro suolo di pregio o interrompere connessioni ecologiche.

Dalle vostre 11 osservazioni emerge quindi una visione complessiva del futuro della Brianza. Quali sono, in sintesi, le priorità che proponete?

La prima è molto semplice: non consumare più suolo. Ma questo non significa soltanto bloccare le nuove edificazioni. Significa anche promuovere una vera rigenerazione urbana, che non sia basata esclusivamente su premialità edificatorie, ma che serva a migliorare concretamente la qualità della vita, la viabilità e la qualità dell'urbanizzato esistente. Poi ci sono la preservazione delle aree agricole, la tutela delle connessioni ecologiche, la valorizzazione del paesaggio e una pianificazione più attenta agli effetti cumulativi delle trasformazioni. Dobbiamo smettere di considerare ogni intervento come un episodio isolato. Il territorio è uno solo e gli effetti di tanti piccoli o grandi interventi si sommano.

Che cosa dovrebbe cambiare, allora, nel modo di pianificare il territorio brianzolo?

Dovremmo passare da una logica nella quale si cerca di compensare o mitigare ogni nuova trasformazione a una logica nella quale si stabilisce innanzitutto che cosa non deve essere trasformato. Il punto non è soltanto difendere quello che rimane del territorio libero. È proporre e costruire un modello diverso di sviluppo. La Brianza non ha bisogno di altro consumo di suolo per migliorare la propria qualità della vita. Ha bisogno di rigenerare ciò che è già urbanizzato, recuperare le aree dismesse, migliorare la mobilità, preservare le aree agricole e ricostruire le connessioni ecologiche.

Il PTCP dovrebbe avere proprio questa funzione: non limitarsi a registrare le trasformazioni, ma orientare il futuro del territorio.

Le 11 osservazioni presentate dal Coordinamento Ambientalista Osservatorio PTCP vanno in questa direzione. Sono un contributo al confronto sulla variante, ma soprattutto una proposta per una Brianza capace di riconoscere nel suolo libero, nell'agricoltura, nei boschi, nel paesaggio e nelle reti ecologiche non ciò che resta da edificare, ma una parte essenziale del proprio patrimonio e del proprio futuro.

domenica 8 marzo 2026

Boschi e parchi della Brianza come campi di guerra? Torna l’Italian Raid Commando

Il manifesto pubblicato sulla pagina Instagram UNUCI Lombardia

Dal 22 al 24 maggio 2026 potrebbe tornare in Brianza l’Italian Raid Commando, l’esercitazione organizzata da UNUCI Lombardia (Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia) che nelle ultime edizioni ha già coinvolto territori tra Monza e il Lecchese.

Le date sono state diffuse dagli organizzatori sui propri canali social con immagini di militari davanti alla Villa Reale di Monza e un video promozionale che si conclude con la domanda: “Sei pronto per la sfida?”.

Per leggere l'articolo su MonzaToday cliccare qui.

Secondo quanto riportato dal giornale online MonzaToday, la presenza dell’evento in Brianza nel 2026 viene data per probabile, anche se al momento non sono ancora noti tutti i luoghi interessati.

La notizia è stata segnalata e monitorata anche dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, che negli ultimi anni ha seguito con attenzione le ricadute dell’iniziativa sul territorio.

Le edizioni del 2024 e del 2025 hanno coinvolto diversi luoghi della Brianza e del Lecchese, tra cui il Parco di Monza e il Parco della Valle del Lambro.

Tra gli episodi più contestati, l’utilizzo della palestra del complesso scolastico di Briosco come base logistica per le pattuglie partecipanti. La scelta aveva suscitato proteste da parte di cittadini, associazioni pacifiste e realtà del territorio.

L’evento è inoltre sponsorizzato da aziende legate al settore delle armi, tra cui Fiocchi Munizioni di Lecco, e in passato ha ricevuto il patrocinio di enti pubblici come Regione Lombardia e le Province di Monza e Brianza e Lecco.

Le mobilitazioni dello scorso anno hanno acceso un dibattito più ampio sull’utilizzo di scuole, parchi e aree naturali come scenari di attività militari. In un territorio già fortemente urbanizzato come la Brianza, spazi verdi come il Parco di Monza o il Parco della Valle del Lambro rappresentano risorse ambientali preziose.

Nel frattempo l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università continuerà a seguire la vicenda e a informare il territorio.

domenica 25 gennaio 2026

Raccolta differenziata oltre l’80%: perché in Brianza la vera sfida è produrre meno rifiuti

Andamento della Raccolta Differenziata a Seregno 2015-2024. Fonte Catasto Rifiuti ISPRA

La Brianza viene spesso citata come uno dei territori più efficienti nella gestione dei rifiuti urbani. Percentuali elevate di raccolta differenziata, sistemi porta a porta consolidati e buone performance ambientali sono ormai una costante in molti Comuni dell’area. Ma proprio questi risultati pongono una domanda nuova e più scomoda: che cosa facciamo, oggi, per ridurre davvero la quantità di rifiuti che produciamo?

Per provare a rispondere, abbiamo scelto di focalizzare l’attenzione sui dati di Seregno. Non perché sia un’eccezione, ma proprio perché rappresenta bene l’andamento medio dei Comuni brianzoli: popolazione stabile, raccolta differenziata molto elevata e un sistema di gestione dei rifiuti ormai maturo. Le dinamiche che emergono da questi numeri sono quindi facilmente generalizzabili all’intera area.

I dati raccontano una storia di successo. In poco più di un decennio la percentuale di raccolta differenziata a Seregno è cresciuta in modo molto marcato, passando dal 53,77% del 2010 a valori stabilmente superiori all’80% tra il 2019 e il 2021, con un picco dell’81,45% nel 2019. Anche nel 2024, nonostante una lieve flessione, il dato resta molto elevato, attestandosi al 78,20%. Si tratta di risultati che collocano il Comune – e con esso buona parte della Brianza – tra le realtà più virtuose della Lombardia e del Paese.

Dopo il forte balzo registrato tra il 2015 e il 2017, l’andamento della raccolta differenziata entra però in una fase di maturità. Le oscillazioni degli ultimi anni sono contenute e fisiologiche: quando si raggiungono percentuali così alte, migliorare ulteriormente diventa sempre più complesso. Questo non indica un arretramento, ma segnala che il sistema ha ormai intercettato gran parte del rifiuto differenziabile.

Andamento della Raccolta Urbana a Seregno 2015-2024. Fonte Catasto Rifiuti ISPRA

È proprio in questa fase che i limiti di una lettura basata solo sulle percentuali diventano evidenti. Continuare a concentrarsi quasi esclusivamente sulla raccolta differenziata rischia di nascondere il problema principale: la quantità complessiva di rifiuti prodotti resta elevata.

Il biennio 2020–2021, segnato dalla pandemia, è particolarmente istruttivo. In quel periodo la raccolta differenziata ha mantenuto livelli molto alti, superando l’80% anche in condizioni difficili. Allo stesso tempo, però, la produzione di rifiuti pro capite è aumentata sensibilmente, arrivando nel 2021 a circa 420 chilogrammi per abitante all’anno. Lockdown, smart working e aumento degli acquisti online hanno portato con sé più imballaggi e più rifiuti domestici.

Questo dato è ancora più significativo se messo in relazione con l’andamento della popolazione. A Seregno, come nella maggior parte dei Comuni brianzoli, la popolazione è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi quindici anni. L’aumento dei rifiuti non è quindi legato a più abitanti, ma a cambiamenti nei modelli di consumo e negli stili di vita. È una dinamica che riguarda l’intero territorio.

Andamento della raccolta rifiuti pro-capite a Seregno 2015-2024. Fonte Catasto Rifiuti ISPRA

Negli anni successivi alla pandemia la produzione pro capite è tornata su valori più contenuti, attorno ai 400 chilogrammi per abitante all’anno, ma il messaggio resta chiaro. Anche con sistemi di raccolta molto efficienti, la quantità di rifiuti prodotti può crescere. La raccolta differenziata gestisce i rifiuti, ma non li evita.

Per questo la vera sfida ambientale per la Brianza non è inseguire qualche punto percentuale in più di raccolta differenziata, ma ridurre la produzione complessiva di rifiuti. Significa intervenire a monte, ripensare imballaggi, consumi e abitudini quotidiane, e spostare il dibattito pubblico dal “come smaltiamo” al “perché produciamo così tanto”.

I dati mostrano che siamo arrivati a un punto di svolta. La gestione dei rifiuti ha raggiunto livelli di eccellenza; ora serve un cambio di paradigma. La transizione ecologica, in Brianza, passa sempre più dalla capacità di produrre meno rifiuti, non solo di differenziarli meglio.

sabato 17 gennaio 2026

Quando la tradizione chiede di evolvere: il caso della Giubiana

La Gibiana vista dai bambini di Briosco, classe 4° A, 2024

Il falò della Giubiana, in Brianza e in gran parte della Lombardia, è uno di quei riti che ogni anno riaccendono non solo il fuoco, ma anche il dibattito. È una tradizione radicata, sentita, capace di creare momenti di comunità e di richiamare un passato condiviso. Preservarla appare legittimo, forse persino necessario, in un tempo in cui i legami sociali si fanno sempre più fragili. Ma proprio perché le tradizioni hanno un valore, vale la pena interrogarsi su cosa significhi davvero conservarle: ripeterle sempre allo stesso modo o permettere loro di evolversi insieme alla società che le pratica.

Il primo nodo riguarda l’ambiente e la salute. Accendere grandi falò in un periodo dell’anno in cui la Pianura Padana registra livelli critici di polveri sottili non è un dettaglio secondario. Negli ultimi anni non sono mancati appelli e critiche da parte di associazioni ambientaliste, medici e cittadini, che hanno richiamato l’attenzione sull’impatto, anche se episodico, di questi eventi in un contesto già compromesso. Non si tratta di demonizzare la Giubiana, ma di riconoscere che il contesto ambientale di oggi non è quello di un tempo, e che ignorarlo significa sottrarre la tradizione a un confronto necessario con la realtà.

C’è poi una questione culturale e simbolica, spesso sottovalutata. Il rogo del fantoccio, che nella tradizione rappresenta una strega, spesso raffigurata come una donna vecchia e brutta, porta con sé un immaginario che rischia di perpetuare stereotipi maschilisti. In una società che si interroga sempre più seriamente sulle discriminazioni di genere, questo simbolismo appare quantomeno anacronistico. Anche qui, il problema non è negare il passato, ma chiedersi se sia opportuno riproporlo senza filtri, come se fosse neutro e privo di significati.

Tradizione, ambiente e inclusività non sono però elementi inconciliabili. Esistono margini per una modernizzazione che non svuoti il rito, ma lo renda più consapevole. Alcuni comuni hanno già sperimentato falò simbolici di dimensioni ridotte, con materiali controllati e meno inquinanti; altri hanno scelto di sostituire la combustione reale con installazioni luminose, spettacoli di “fuoco freddo”, proiezioni o performance artistiche. Anche il fantoccio può essere ripensato: una figura astratta che rappresenti l’inverno, le paure collettive o le difficoltà da lasciarsi alle spalle, svincolata da connotazioni di genere e stereotipi superati.

In fondo, è ciò che già accade con le rievocazioni storiche: nessuno le considera una riproposizione letterale dei fatti, ma allegorie, strumenti per raccontare il passato con il linguaggio del presente. Applicare lo stesso principio alla Giubiana non significherebbe tradirla, bensì permetterle di continuare a vivere. Perché una tradizione che non si interroga rischia di diventare un rito vuoto; una tradizione che accetta il confronto, invece, può restare un patrimonio condiviso, capace di parlare anche alle generazioni future.

venerdì 16 gennaio 2026

Mario Attalla nuovo Delegato WWF in Lombardia: una nomina che riguarda anche la Brianza

Per leggere il comunicato ufficiale del WWF cliccare qui.


Il Consiglio Nazionale del WWF Italia ha ufficialmente nominato Mario Attalla nuovo Delegato regionale del WWF in Lombardia. Attalla ricopriva già da alcuni mesi il ruolo di Coordinatore regionale e la nomina formalizza ora un incarico importante in una regione particolarmente esposta a consumo di suolo, grandi infrastrutture e forti pressioni ambientali.

Mario Attalla è da tre anni componente del Consiglio Nazionale del WWF Italia e del Consiglio di Amministrazione della Fondazione WWF. Professionista con una lunga esperienza nel settore del marketing e della comunicazione, ha collaborato con numerose organizzazioni non governative occupandosi di campagne di sensibilizzazione, raccolta fondi e comunicazione strategica, mettendo le proprie competenze al servizio dei temi ambientali e sociali.

Nel comunicato stampa diffuso dal WWF Italia, Attalla ha dichiarato: “Sono molto felice dell’incarico anche perché nei tre mesi passati come Coordinatore ho avuto modo di approfondire di persona sia la conoscenza di tanti volontari molto attivi che quasi tutte le strutture presenti in Lombardia, in particolare le meravigliose Oasi. Ho avuto modo di confrontarmi sui temi prioritari che derivano dalla mission WWF e abbiamo deciso che nel 2026 concentreremo i nostri sforzi su quelli più urgenti e attuali: il consolidamento delle esperienze, il presidio del territorio per contrastare la cementificazione incontrollata, l’attrazione di nuovi volontari con un occhio particolare al mondo giovanile, lo sviluppo della comunicazione multimediale, l’implementazione dell’educazione ambientale nelle scuole, il contrasto al bracconaggio e ultimo, ma forse più importante, la salvaguardia della salute di tutti che dipende dall’ambiente in cui viviamo tutti i giorni”.

Il WWF Italia accompagna la nomina con questa dichiarazione ufficiale: “Il WWF Italia esprime piena fiducia nella capacità del nuovo Delegato di proseguire le attività in corso in Lombardia, già dimostrate in questi mesi da Coordinatore, e consolidare il rapporto tra la dimensione regionale e quella nazionale del WWF, favorendo sinergie e promuovendo attività concrete e partecipate per la salvaguardia dell’ambiente sul territorio lombardo.”

Rivolgiamo a Mario Attalla i nostri auguri di buon lavoro, auspicando che possa contare sul pieno supporto delle Organizzazioni Aggregate del WWF e che, allo stesso tempo, sappia rafforzare il dialogo con le associazioni e i comitati ambientalisti del territorio.

I temi richiamati dal nuovo Delegato – contrasto alla cementificazione, tutela della salute, presidio del territorio – sono centrali anche per la Brianza e richiedono posizioni chiare e un lavoro di rete ampio e inclusivo. Ci auguriamo che questa nuova fase possa favorire maggiore convergenza e collaborazione, nell’interesse dell’ambiente e delle comunità locali.

Le prime parole di Attalla ai media locali: volontari, territorio e salute


A pochi giorni dalla nomina, Mario Attalla è intervenuto ai microfoni di Radio CiaoComo, nella trasmissione Conversescion condotta da Claudia Fasola e Lorenzo Canali, offrendo un primo quadro delle priorità del WWF Lombardia e del metodo di lavoro che intende adottare.

Nel corso dell’intervista, Attalla ha ricordato il proprio percorso all’interno dell’associazione, spiegando di aver fatto parte del Consiglio Nazionale del WWF e di aver chiesto successivamente di poter dare un contributo più diretto sul territorio, da cui è nata la proposta di assumere il ruolo di Delegato regionale.

Parlando delle linee strategiche del WWF in Lombardia, Attalla ha sottolineato come i “piloni” derivino dal WWF Italia, ma vengano poi declinati a livello regionale sulla base delle specificità locali. Dal confronto con le realtà territoriali, ha spiegato, sono emerse alcune esigenze prioritarie: la valorizzazione e il consolidamento delle esperienze decennali delle Organizzazioni Aggregate, il rafforzamento della comunicazione e il riconoscimento del ruolo centrale dei volontari, perché – ha ricordato – “quando parliamo di WWF parliamo prima di tutto dei volontari”.

Tra i temi centrali ribaditi nell’intervista ci sono il presidio del territorio e il contrasto alla cementificazione, l’attrazione di nuovi volontari, con particolare attenzione alla fascia giovanile, e lo sviluppo di modalità più efficaci per coinvolgere ragazzi e ragazze tra i 20 e i 30 anni, che – ha osservato – rispondono positivamente quando vengono proposte attività adatte a loro.

Ampio spazio è stato dedicato anche all’educazione ambientale nelle scuole, ambito in cui il WWF lombardo registra buoni risultati nelle zone dove è più attivo, e al tema della comunicazione, che Attalla considera un canale fondamentale anche per raccontare non solo le emergenze, ma la bellezza della natura, spesso oscurata da un racconto fatto solo di cattive notizie.

Infine, un passaggio significativo è stato dedicato al tema della salute, intesa come strettamente legata alla salute degli ecosistemi: “la natura in cui viviamo, se è in salute, ci fa vivere meglio”, ha spiegato, richiamando il legame diretto tra ambiente e benessere delle persone.

Nel corso dell’intervista Attalla ha anche citato un caso concreto, quello dei ciliegi di corso XX Settembre a Como, inizialmente destinati al taglio. Una vicenda che ha visto una forte mobilitazione dei cittadini, spinta sia da motivazioni emotive – la fioritura come elemento identitario e paesaggistico – sia da valutazioni razionali, dato che le piante effettivamente da sostituire erano poche. Attalla ha ringraziato Susy Rossini per l’impegno profuso e ha espresso soddisfazione per il fatto che cittadini informati abbiano chiesto un tavolo di confronto con l’amministrazione, ribadendo che il WWF mette competenze al servizio dell’interesse collettivo.
 

martedì 13 gennaio 2026

Raccontare il territorio camminando: tornano le passeggiate del Circolo ARCI Macherio

Il Circolo ARCI di Macherio ha svelato il calendario delle passeggiate per il primo semestre del 2026, all’interno della rassegna “Le Brianze raccontate e camminate”: un invito a mettersi in cammino per scoprire, passo dopo passo, il territorio brianzolo nelle sue molteplici sfumature naturali, storiche e sociali.



Ogni uscita non è solo una camminata, ma un vero e proprio racconto collettivo: laghi e colline, antichi sentieri e luoghi della memoria, paesaggi modellati dall’uomo e dalla natura diventano occasione per conoscere meglio la Brianza e per riflettere sull’importanza della tutela e della valorizzazione del territorio. Camminare insieme significa anche prendersene cura, con uno sguardo attento e consapevole.

Il programma del primo semestre 2026 propone itinerari vari per difficoltà, durata e ambienti attraversati, distribuiti tra mattinate, pomeriggi e un’escursione di un’intera giornata.

Il programma delle passeggiate

📅 8 febbraio – mattino
Eupilii, versante sud
Dal lago di Pusiano lungo il Sentiero Pedemonte, da Mojana di Merone a Bosisio Parini, per scoprire un tratto suggestivo tra acqua, natura e piccoli borghi.

📅 1 marzo – mattino
Mulini di Baggero

Un grande anello nella Valle del Lambro, da Nibionno a Merone, alla scoperta dei mulini storici e del rapporto tra uomo, acqua e paesaggio.

📅 29 marzo – mattino
Montorfano

Il lago, il monte, le tracce delle glaciazioni e la preistoria: un itinerario ad anello con partenza da Lipomo, immerso in uno dei contesti naturalistici più affascinanti della Brianza.

📅 26 aprile – pomeriggio
Aprile a Valaperta

Un percorso storico tra i colli briantei, nel ricordo dei Martiri partigiani: una camminata che unisce natura e memoria.

📅 24 maggio – pomeriggio (possibile spostamento alla mattina sulla base delle condizioni meteo preventivamente monitorate)
Ai piedi del Campanone

Salite e discese sul Monte di Brianza, da Santa Maria Hoè a Brianzola, tra panorami aperti e sentieri ricchi di suggestioni.

📅 21 giugno – full day
San Pietro al Monte

Escursione alpestre di un’intera giornata con visita allo straordinario sito romanico, simbolo spirituale e culturale del territorio.

📌 Tenetevi liberi queste date e seguite il nostro blog per tutti gli aggiornamenti, le informazioni pratiche su come partecipare e i racconti delle passeggiate.
Vi aspettiamo per camminare insieme, scoprire nuove storie e vivere la Brianza con passo lento e sguardo curioso. 🌿🥾

martedì 23 settembre 2025

Esondazioni del Seveso, Legambiente rilancia: “Serve un Parco fluviale, non solo aree di laminazione”

Il fiume Seveso, ancora scoperto, a Milano (quartiere Niguarda)

Nella notte tra il 21 e il 22 settembre, la valle del Seveso è stata nuovamente travolta da piogge torrenziali: fino a 200 millimetri di pioggia caduti in poche ore tra Comasco e Canturino, oltre 100 millimetri nei quartieri settentrionali di Milano. Il risultato è stato l’ennesimo allagamento, con esondazioni dalla Brianza fino al centro della metropoli.

Un fenomeno che, secondo Legambiente Lombardia, non può più essere considerato un’emergenza imprevista. “La precipitazione di questi giorni è un avvertimento da non sottovalutare,” spiega l’associazione ambientalista, ricordando che eventi simili saranno sempre più frequenti e intensi con l’avanzare della crisi climatica.

Le vasche di laminazione del Parco Nord Milano hanno contenuto parzialmente l’ondata, guadagnando qualche ora preziosa, e per la prima volta sono entrate in funzione anche quelle di Senago. Tuttavia, l’acqua ha comunque raggiunto il cuore della città. “Se fosse stata realizzata la vasca di Varedo – osserva Legambiente – forse si sarebbe potuto evitare l’allagamento di Milano. Ma pensare di risolvere tutto con opere idrauliche sempre più monumentali significa non fare i conti con la realtà degli eventi catastrofici.”

È qui che entra in gioco la proposta di lungo periodo: il Parco del Seveso.
“La grande opera di prevenzione di cui la metropoli ha bisogno è un paziente ma determinato lavoro di ripristino della valle del Seveso, un lavoro pianificato per restituire al torrente le sue naturali pertinenze territoriali, liberandole dalle urbanizzazioni che le hanno invase,” sottolinea Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia.

Il progetto punta a trasformare l’intera valle del fiume in un grande corridoio ecologico e paesaggistico, capace di garantire sia sicurezza idraulica sia qualità ambientale. Non si tratta solo di fermare il consumo di suolo, ma di un vero disegno di ricostruzione del paesaggio fluviale, in grado di restituire al Seveso il suo corso naturale e ai cittadini la tranquillità necessaria.

“Questo progetto vogliamo chiamarlo Parco del Seveso, ma è molto di più: è una grande opera di rigenerazione territoriale – aggiunge Legambiente – da cui nessuno, a partire dalla città di Milano, deve potersi chiamare fuori.”

Il Seveso, che a Milano scorre per lunghi tratti tombinato nel sottosuolo, rivendica oggi con forza la sua valle. L’associazione ambientalista chiede che il tema entri a pieno titolo nei piani urbanistici dei comuni attraversati, affinché la gestione delle acque non sia ridotta a un problema tecnico ma diventi una scelta di pianificazione territoriale.

sabato 23 agosto 2025

Brianza soffocata dai camion: l’occasione perduta della ferrovia

La prima pagina del settimanale "La Domenica". 22/06/2025

A fine giugno La Domenica, supplemento del Corriere del Ticino, ha denunciato con forza la crisi del trasporto merci ferroviario in Svizzera e i rischi per il Ticino: la chiusura di terminali come Cadenazzo e Lugano-Vedeggio, la fine dell’autostrada viaggiante, la prospettiva di oltre 100.000 camion in più ogni anno lungo l’asse nord-sud.

Ma oggi, ad agosto 2025, il punto è ancora più chiaro: il problema non si ferma ai confini svizzeri. Tocca direttamente la Lombardia, e in particolare Como e la Brianza.

Come ha spiegato Michele Guerra (Pro Gottardo):

«Con AlpTransit il lavoro è stato fatto a metà. Da Lugano a Milano i treni viaggiano su una linea ottocentesca che deve assorbire anche il traffico regionale. Solo il completamento degli accessi potrà davvero favorire il trasferimento dalla gomma alla rotaia».

"Dalla rotaia alla strada". L'amaro titolo del servizio pubblicato su "La Domenica" 

Eppure in Lombardia le risorse vanno altrove: alla costruzione dell’autostrada Pedemontana, ulteriore incentivo al trasporto su gomma. Un investimento che va nella direzione opposta rispetto alla sostenibilità e al corridoio europeo Rotterdam–Genova che AlpTransit dovrebbe garantire.

Il rischio è evidente: senza un potenziamento serio delle connessioni ferroviarie tra Ticino e Nord Milano (linea Lugano–Como–Milano, nodo di Monza, collegamenti con la Brianza), i miliardi investiti in AlpTransit resteranno un’opera incompiuta.
I treni arriveranno veloci al confine svizzero, ma saranno poi costretti a rallentare su linee obsolete e congestionate. Le merci torneranno sulla strada, e i territori di confine pagheranno il prezzo in traffico, rumore e inquinamento.

Quello che a giugno in Svizzera è stato evocato con un “funerale simbolico” per FFS Cargo non è una semplice protesta sindacale: è l’immagine concreta di un futuro in cui il Nord Milano e il Ticino rischiano di essere soffocati dal traffico pesante perché le scelte politiche hanno privilegiato l’asfalto al ferro.

venerdì 1 agosto 2025

Frenetiche ferie: in Brianza l’estate del costruire non va in vacanza


C’è una strana e inquietante coincidenza che si ripete, puntuale come l’esodo verso le spiagge: proprio mentre chiudiamo le valigie e sogniamo mare e montagna, nei palazzi del potere le scrivanie si riempiono di delibere, proposte, progetti. È come se l’estate avesse un effetto energizzante sulla macchina burocratica e politica del Paese.

Mentre noi ci concediamo una pausa dal frastuono quotidiano, altrove si accelera. Cantieri che si aprono, piani approvati, progetti annunciati. Tutto prende forma proprio adesso, quando l’attenzione collettiva è più fragile. Coincidenza? O strategia?

In Brianza, questa estate ne è un esempio lampante. Sono partiti i lavori per le tratte B2 e C della Pedemontana, da Lentate sul Seveso ad Arcore e Usmate, con un investimento da oltre un miliardo di euro. L'obiettivo è aprirle al traffico entro il 2028. Contemporaneamente, è tornata sotto i riflettori – anzi, nel silenzio – la contestatissima “tratta D breve”, quella che dovrebbe collegare Vimercate ad Agrate. Undici Comuni della Brianza Est l’hanno bocciata formalmente, parlando di “impatto ambientale enorme” e “assenza di alternative discusse”, chiedendo un ripensamento complessivo su un’opera che rischia di devastare aree agricole e verdi ancora intatte.

Intanto, si approvano nuovi piani urbanistici, si discutono – più o meno realisticamente – progetti per presidi sanitari, svincoli, bretelle e infrastrutture. Tutto in un clima ovattato, quasi sospeso, in cui i cittadini – giustamente distratti – non vengono realmente coinvolti.

Sembra una corsa contro il tempo, ma il dubbio è che sia una manovra ben studiata: agire quando il dibattito pubblico si spegne, quando i riflettori mediatici si spostano su temperature record e bollini rossi in autostrada. In un Paese dove la partecipazione civica è già fragile, l’estate diventa il momento perfetto per approvare decisioni impopolari o avviare progetti senza opposizione.

Costruire, costruire, costruire. Ma per chi?

Non si tratta di essere contro lo sviluppo o di negare l’importanza delle infrastrutture. Ma la sensazione è che si costruisca spesso più per mostrare che per rispondere a reali bisogni. Sempre con quella fretta tipica di chi vuole far partire le ruspe prima che qualcuno possa dire: “Aspettate un attimo, siamo sicuri che sia la strada giusta?”

E così, mentre i cantieri avanzano, diverse associazioni ambientaliste, comitati e gruppi civici locali lanciano l’allarme: interi habitat naturali sono a rischio, con fauna selvatica (tassi, volpi, anfibi, rapaci) minacciata da lavori invasivi, e compensazioni ambientali ancora troppo vaghe o insufficienti.

In questo scenario, il Consiglio provinciale di Monza e Brianza ha approvato all’unanimità – il 22 luglio 2025 – una mozione promossa da “Brianza Rete Comune”, chiedendo alla Regione Lombardia un fondo straordinario per destinare il 100% degli indennizzi ambientali ai Comuni attraversati da Pedemontana e avviare piani di riforestazione e rigenerazione. Un piccolo segnale di attenzione, in mezzo a tanto rumore ovattato.

E allora, mentre molti partono e si lasciano alle spalle le preoccupazioni quotidiane, c’è chi sceglie di restare vigile. Di leggere tra le righe, di osservare con attenzione. A loro va il nostro grazie.

A tutti gli altri, nessun senso di colpa: godetevi la pausa. Ma magari, ogni tanto, tenete un occhio aperto. Anche piccolo.

Perché la democrazia non va in ferie. Ha bisogno di cure costanti, di attenzione continua, di partecipazione vera.

Buone vacanze a tutte e tutti, lettori e lettrici del blog.
Riprendiamoci fiato, ma non smettiamo di pensare.

martedì 22 luglio 2025

Manti stradali freschi: una strada possibile anche in Brianza

Immagini tratte dalle relazioni pubblicate dal National Centre for Climate Services NCCS

L’aumento delle temperature dovuto al cambiamento climatico e il crescente numero di giornate di canicola pongono le città della Brianza di fronte a sfide sempre più pressanti. L’effetto “isola di calore urbano”, causato dalla presenza estesa di superfici asfaltate scure che assorbono e trattengono il calore, sta diventando un pericolo per la salute pubblica, in particolare per le fasce più vulnerabili della popolazione.

Ma un’alternativa concreta esiste e arriva dalla Svizzera. Nell’ambito del Programma pilota per l’adattamento ai cambiamenti climatici, il progetto «Manti stradali freschi» ha sperimentato diverse tecnologie per ridurre il surriscaldamento delle superfici stradali, con risultati promettenti. Le città di Berna e Sion hanno ospitato due tratti di strada test, con ben 18 varianti di pavimentazioni sviluppate per riflettere maggiormente i raggi solari e favorire il raffreddamento, sia di giorno che di notte.

Immagine del drone con carta bianca e nera per determinare l'albedo

La chiave è l’albedo, ovvero la capacità di una superficie di riflettere la radiazione solare. Le superfici chiare, rispetto a quelle scure, assorbono meno calore e rimangono sensibilmente più fresche. Alcune tecnologie testate prevedono:

  • Sostituzione dell’aggregato con materiali più chiari;
  • Spargimento superficiale di pietrisco chiaro su asfalto appena steso;
  • Verniciatura di manti esistenti con pitture ad alta riflettanza;
  • Pigmentazione diretta del conglomerato bituminoso.

Durante l'estate 2020 e i monitoraggi successivi, le superfici fresche hanno mostrato una riduzione della temperatura fino a 12,6 °C rispetto agli asfalti convenzionali durante i picchi di calore. Anche in profondità, le differenze sono significative: le strutture porose e trattate contribuiscono a un migliore raffreddamento notturno.


Non solo: alcune soluzioni si sono rivelate efficaci anche per la riduzione del rumore da traffico, come i manti semidensi trattati con idrogetto o levigati. Un duplice beneficio, quindi, per le città: meno calore e meno rumore.

La Brianza, con la sua elevata urbanizzazione e i crescenti episodi di caldo estremo, potrebbe trarre grande vantaggio dall'adozione di questi manti stradali innovativi. Pensiamo ai marciapiedi dei centri urbani, alle piste ciclabili, ai parcheggi pubblici o alle aree pedonali: superfici dove il traffico veicolare è moderato e l’efficacia dei manti freschi può essere massimizzata con costi contenuti.

Sebbene da sempre contrari alla Pedemontana Lombarda, non possiamo ignorare l’occasione di chiedere che eventuali nuove infrastrutture prendano almeno in considerazione le evidenze scientifiche in merito all’impatto climatico. Se la Pedemontana dovrà esistere, che sia realizzata con criteri climaticamente responsabili, usando materiali ad alta albedo e a ridotto impatto acustico. Una richiesta di buon senso e responsabilità, quantomeno verso le generazioni future.

giovedì 10 luglio 2025

Uniamo la Brianza (e non solo) per dire NO a Pedemontana!


L’appello dei comitati NO Pedemontana, Difesa del Territorio, Ferma Ecomostro e Suolo Libero ha già raccolto l’adesione di oltre trenta associazioni, comitati e gruppi. E gli organizzatori sono convinti che questo numero crescerà ancora, perché fermare Pedemontana è ormai una battaglia che coinvolge tutta la Brianza e non solo.

La manifestazione è fissata per sabato 4 ottobre 2025, alle ore 15:00 in Piazza Roma a Monza.

La Pedemontana significherebbe:

  • uno sperpero immenso di risorse pubbliche (oltre 5 miliardi di euro, in gran parte a carico del debito pubblico lombardo),
  • pedaggi proibitivi (fino a 20 euro al giorno per il tratto Lentate–Agrate),
  • distruzione di preziosi corridoi verdi e parchi naturali come il Parco GruBria, il Parco dei Colli Briantei, il Parco Agricolo del Nord Est,
  • un modello di sviluppo vecchio, basato sul consumo di suolo, il cemento e l’illusione che nuove autostrade risolvano i problemi di traffico.

Ma un’alternativa è possibile. Con le stesse risorse si potrebbero:

  • prolungare la metropolitana M5 fino a Monza,
  • prolungare la M2 fino a Vimercate,
  • potenziare la linea ferroviaria Carnate-Seregno,
  • migliorare la Milano-Meda e la Tangenziale Est,
  • mettere in sicurezza la rete stradale esistente.

Scelte sostenibili, concrete e utili davvero alle persone.

Oggi più che mai serve unità.

Per questo, il blog Brianza Centrale invita tutte le associazioni, i comitati, i gruppi civici e politici ad aderire alla manifestazione del 4 ottobre.

Ecco chi ha già detto NO a Pedemontana e ha deciso di promuovere la manifestazione:

  • Comitano NO Pedemontana
  • Comitato per la difesa del territorio
  • Comitato Ferma Ecomostro
  • Comitato Suolo Libero 
  • Comitato quartiere Sant’Albino
  • Comitato via Blandoria
  • Comitato Aria Pulita Monza
  • Comitato per il Parco A. Cederna
  • Comitato La Villa reale è anche mia
  • Comitato pro Buon Pastore
  • Comitato a salvaguardia del Buon Pastore
  • Comitato Ospedale Umberto I
  • Presidio ex Macello
  • Comitato Sai cosa vorremmo in Comune
  • Comitato S. Fruttuoso Bene Comune
  • Osservatorio antimafie MB Peppino Impastato
  • Fiab Monza in bici
  • NaturalMente a.p.s. Bergamo
  • Comitato Homate
  • BOA Brianza Oltre l'Arcobaleno aps
  • GUFI - Gruppo Unitario per le Foreste Italiane
  • Comitati No Tangenziale del Parco del Ticino e Parco Sud Milano
  • Associazione Un palcoscenico per i ragazzi
  • Associazione Minerva
  • Arci Scuotivento Monza
  • DESBRI - Distretto di Economia Solidale della Brianza
  • Casa delle Donne Desio
  • Desio Città Aperta
  • ANPI sez. Le donne della resistenza di Bellusco, Burago, Mezzago e Ornago
  • Fridays for future Vimercate
  • Tenda della Pace Bellusco

(Lista in continuo aggiornamento)

👉 Per aderire in qualità di associazione, comitato o gruppo politico basta scrivere a: fermarepedemontana@gmail.com

 

 

Per scaricare il volantino della manifestazione cliccare qui

lunedì 7 luglio 2025

Brianza: alberi abbattuti dai temporali, una proposta per prevenire i danni futuri

Un recente intervento sui sottoservizi in prossimità dell'apparato radicale

I violenti temporali che negli ultimi giorni hanno attraversato la Brianza hanno provocato danni in diversi comuni, con diverse cadute di alberi. Episodi che riaprono il dibattito su come gestire e proteggere in modo più efficace il patrimonio arboreo urbano, sempre più vulnerabile di fronte al cambiamento climatico e agli eventi meteorologici estremi.

A partire da questa emergenza, rilanciamo una proposta concreta: adottare nei comuni brianzoli il test di trazione - o pulling test - come strumento sistematico per valutare la stabilità degli alberi, soprattutto in seguito a lavori stradali o interventi sui sottoservizi, che spesso compromettono le radici delle piante senza che ciò sia visibile a occhio nudo.

L’idea nasce come riflessione a margine di un post pubblicato su Facebook da Enrico Fedrighini, consigliere comunale di Milano e noto attivista ambientale, dal titolo emblematico Danni da incompetenza. In quel testo, Fedrighini racconta come dieci anni fa, proprio a Milano, fu possibile salvare 180 olmi in via Mac Mahon utilizzando per la prima volta il pulling test. La tecnica consiste nel simulare, in modo controllato, l’azione del vento fino a 100 km/h per verificare la tenuta e la stabilità della pianta, offrendo uno strumento affidabile per decidere se un albero debba essere abbattuto o possa invece essere salvato.

Foto tratta dalla pagina Facebook di E. Fedrighini

Durante il suo mandato in Consiglio comunale, Fedrighini ha presentato nel luglio 2023 anche un ordine del giorno chiedendo di adottare il pulling test come procedura standard nella manutenzione del verde pubblico urbano. Tuttavia, come lui stesso sottolinea, la proposta è rimasta inascoltata: «Risposte ricevute ad oggi: zero. E i risultati, poco invidiabili, si vedono…».

L’ordine del giorno evidenziava come molti interventi urbanistici - dal rifacimento delle strade alle opere sotterranee - possano avere impatti gravi, seppur invisibili, sull’apparato radicale degli alberi, compromettendone la stabilità. Fedrighini ricordava anche uno studio del 2022 del Disaster Risk Management Knowledge Centre della Commissione Europea, secondo cui l’Italia è tra i Paesi europei più vulnerabili ai disastri naturali da qui al 2035.

Prendendo spunto da queste osservazioni, sottolineiamo come la situazione attuale nei comuni brianzoli - già segnati da polemiche sui tagli contestati o sugli interventi che danneggiano il verde - renda urgente una riflessione su nuovi strumenti di prevenzione. L’adozione del pulling test potrebbe rappresentare una soluzione concreta, efficace e poco costosa per garantire maggiore sicurezza, tutela ambientale e risparmio per la collettività.

sabato 24 maggio 2025

La Brianza aderisce all’iniziativa “L’Ultimo Giorno di Gaza”


Il blog Brianza Centrale aderisce all'iniziativa "L’Ultimo Giorno di Gaza" pubblicando l’appello di Tomaso Montanari  che invita tutti quelli che credono che sia ancora possibile fare qualcosa, a partecipare ad una mobilitazione per Gaza.

“Da giorni, da troppi giorni, i SUDARI avvolgono a Gaza i corpi dei palestinesi morti.


I SUDARI che vediamo nei reportage da Gaza stretti tra le braccia di madri disperate, allineati macchiati di sangue su un pavimento coperto di macerie, delle macerie di quello che era Gaza, sono il simbolo della strage.


Il SUDARIO ricopre, protegge, sottrae alla vista curiosa, frettolosa, spesse volte indifferente del mondo un corpo di cui è stato fatto scempio.


Gesù fu avvolto in un sudario bianco. Fu avvolto come gesto di amore, di cura, di pietà da chi lo amava. Lo stesso gesto si ripete a Gaza  decine, centinaia di volte al giorno.


SABATO 24 MAGGIO stendiamo a finestre e balconi bianche lenzuola, esponiamo fuori dai negozi un drappo bianco. Invitiamo amici, conoscenti , vicini di casa a farlo.


A farlo perché quelle mamme che stringono forte tra le braccia un piccolo sudario sporco di sangue, perché quelle fila di sudari allineati sul nudo selciato non siano solo un’immagine del telegiornale ma diventino un impegno perché domani non sia l’ULTIMO GIORNO DI GAZA.”

 

 

I Comuni brianzoli aderiscono all’iniziativa “L’Ultimo Giorno di Gaza”
 
Esposto il sudario bianco fuori dai municipi in segno di lutto e solidarietà


Sono tanti i Comuni in Brianza che aderiranno all’iniziativa nazionale “L’Ultimo Giorno di Gaza”, promossa per denunciare il dramma umanitario in corso nella Striscia di Gaza e chiedere con forza un immediato cessate il fuoco e la protezione dei civili.
Gaza è teatro di una delle più gravi emergenze umanitarie del nostro tempo. Due milioni di persone vivono senza accesso ai beni di prima necessità quali l’acqua e il cibo. Il numero delle vittime civili è altissimo (oltre 40.000 di cui 13.000 bambini), mentre il 70% delle infrastrutture essenziali sono state danneggiate o distrutte.

Come gesto simbolico e civile di partecipazione, il 24 maggio verrà esposto un sudario bianco fuori dai municipi dei Comuni di Agrate Brianza, Albiate, Bellusco, Burago di Molgora, Cavenago di Brianza, Cesano Maderno, Ceriano Laghetto, Lesmo, Nova Milanese, Ronco Briantino, Seregno, Triuggio, Usmate Velate, Verano Brianza, Villasanta, Vimercate. A questi si aggiunge Monza che ha già esposto lo striscione "Cessate il fuoco in ogni luogo".
Un telo semplice e silenzioso che richiama le immagini delle vittime innocenti del conflitto. Un gesto sobrio ma potente per esprimere lutto, solidarietà e vicinanza al popolo palestinese.

"Non possiamo restare indifferenti di fronte al massacro in corso. La pace, la giustizia e il rispetto dei diritti umani sono valori fondanti delle nostre comunità e delle nostre istituzioni. Con questo gesto vogliamo unire la nostra voce a quella di migliaia di cittadini italiani che chiedono il rispetto del diritto internazionale e la fine delle ostilità" è il messaggio degli amministratori locali che hanno aderito.