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lunedì 25 agosto 2025

Pino silvestre: dalla Pineta Pedemontana lombarda un progetto che può ispirare anche la Brianza

Pineta di Pino silvestre (Pinus sylvestris). Fonte immagine: Parco Regionale della Pineta di Appiano Gentile e Tradate

Il pino silvestre, specie simbolo della Pineta Pedemontana Lombarda, sarà al centro di un progetto di conservazione che ha ottenuto il sostegno del WWF Italia. L’iniziativa, portata avanti da WWF Insubria insieme al Parco Regionale della Pineta di Appiano Gentile e Tradate, è una delle quattro selezionate a livello nazionale dal Programma Bandi 2025.

Un riconoscimento importante, che porta attenzione su un patrimonio naturale fragile e minacciato, ma che può diventare anche un modello replicabile per aree verdi vicine a noi, compresa la Brianza, dove la pressione del consumo di suolo, delle specie invasive e dei cambiamenti climatici si fa sentire in modo sempre più evidente.

L’obiettivo è duplice: conservare e rinnovare il pino silvestre e allo stesso tempo migliorare la sicurezza idrogeologica di un territorio già colpito da fenomeni di erosione e da eventi meteorologici estremi, come la tempesta del luglio 2023 che ha abbattuto migliaia di alberi.

Il progetto prevede la rimozione delle specie aliene invasive (quercia rossa, robinia, ciliegio tardivo), che stanno soffocando la biodiversità autoctona, e la piantumazione di giovani pini protetti da gabbie, oltre alla manutenzione di sentieri naturalistici frequentati da escursionisti e famiglie.

Pino silvestre. Fonte immagine: Parco Regionale della Pineta di Appiano Gentile e Tradate

«La collaborazione tra ente parco, associazioni e comunità locali è la chiave per una gestione efficace e duratura del territorio»
, ha sottolineato il presidente del Parco della Pineta, Mario Clerici.

Dal canto suo, Matteo Colaone, vicepresidente del WWF Insubria, ha invitato i cittadini a unirsi come volontari: «Preservare il pino silvestre significa mantenere l’equilibrio ecologico e il paesaggio. È un impegno che riguarda tutti».

La Brianza non è lontana dalla Pineta Pedemontana, e pur con le sue differenze ambientali vive problematiche simili: erosione del suolo, frammentazione degli habitat, specie esotiche invasive.

Progetti come questo mostrano che con il lavoro congiunto di enti, associazioni e cittadini è possibile proteggere le specie autoctone e rafforzare la resilienza del territorio. Un segnale positivo che merita attenzione anche qui da noi.

lunedì 8 novembre 2021

WWF Insubria: una passeggiata guidata alla scoperta dei "sentieri recuperati"


 

Domenica 7 novembre 2021 si è svolta, a cura del WWF Insubria, una bella passeggiata sui sentieri che l'associazione ambientalista sta recuperando tra Appiano Gentile (CO) e Tradate (VA), in località Fogoreggio, con il contributo di SAATI (ne abbiamo parlato qui). 

I partecipanti si sono complimentati con Matteo Colaone, referente WWF per la zona di Varese, sia per l'iniziativa di recupero dei sentieri sia per essere stata una "super guida".

 

Di seguito alcune foto della giornata.

 



 


lunedì 4 ottobre 2021

Al via i lavori di ripristino dell'antico sentiero forestale tra Tradate e Appiano Gentile


 

Sono cominciati i lavori di ripristino del sentiero 543 tra Appiano Gentile (CO) e Tradate (VA), in località Fogoreggio. La sua riqualificazione è frutto di una collaborazione tra partnership tra WWF Insubria, il Parco Regionale della Pineta e SAATI S.p.a., un'importante azienda privata locale che ha scelto di supportare il progetto fornendo l'intera copertura economica tramite un consistente piano di erogazioni liberali destinate alla valorizzazione della biodiversità e alla fruizione di percorsi forestali. I protocolli d’intesa tra le parti sono stati siglati nei mesi scorsi, permettendo l'inizio lavori.

Il progetto è già entrato nel vivo con la ricostruzione del fondo del primo lotto del sentiero; ora i volontari del WWF stanno proseguendo occupandosi della gestione delle piante esotiche e invasive in preparazione di piantumare vegetazione autoctona.

L'intervento interessa la zona centrale del Parco, tra antiche strade dette “della fame” e “bosascia”, un territorio di importanza naturalistica ma anche storica a livello locale. La conclusione dei lavori è prevista per la primavera 2022, con il secondo lotto di sentiero.

 



Il progetto permetterà il ripristino di circa un chilometro della strada forestale-rurale esistente, ma compromessa a causa del naturale dilavamento sul tipico substrato geologico del territorio, costituito in parte da terre argillose e impermeabili. L'area di intervento comprende anche un guado sul torrente Bozzente.

La riqualificazione del percorso permetterà la riduzione del rischio idrogeologico sul lungo periodo e di aumentare la biodiversità locale grazie all’eradicazione e alla sostituzione di vegetali esotici con vegetali autoctoni per ripristinare i microhabitat autentici della zona. Il sentiero avrà inoltre la funzione di taglia-fuoco e consentirà un miglior accesso per vigilanza ed emergenza in caso di incendio boschivo.

Ma non solo: il percorso così ripristinato sarà più sicuro per tutti, avrà piccole aree di sosta e potrà essere utilizzato per future iniziative di divulgazione ambientale.

«Si tratta di una felice esperienza di collaborazione tra industria, volontariato e istituzioni, che darà beneficio al territorio e a tutti coloro che amano frequentarlo» afferma Matteo Colaone, referente locale di WWF Insubria. «Ringraziamo SAATI per il coraggio innovativo dimostrato nel credere sin dal primo giorno al progetto, quando ancora era solo un'idea su carta. Fondamentale è stato anche l'esperienza del personale del Parco della Pineta che ha coadiuvato il WWF nel definire le precise linee-guida tecnico-scientifiche per la sua progettazione».

 



WWF Insubria è felice di associare nuovi volontari in zona che si rendano disponibili qualche fine settimana ad effettuare, assieme a quelli già presenti, piccoli lavori di gestione forestale e di manutenzione del percorso.

Associandosi al WWF si avrà garanzia di copertura assicurativa durante i lavori. Se interessati scrivere a wwfvareseinsubria@gmail.com



giovedì 21 aprile 2011

Un libro per (ri)scoprire il Seprio

Approda nelle Groane il nuovo libro di Matteo Colaone dedicato alla (ri)scoperta del Seprio. Tema della pubblicazione, ricca di testi, fotografie e carte storiche, è il problema di questo territorio il cui nome occhieggia fra le pagine dei giornali, nei nomi delle vie, dei paesi, finanche delle attività commerciali. Ma, per l’appunto, se si chiede a qualcuno dove sia, allora diventa un'araba fenice.

Presentazione del libro "Il Seprio"

Giovedì 21 aprile 2011, h. 22
MISINTO (MB), presso l'Antiga Osteria Sant Andrea, via Sant'Andrea 13.

Giovedì 28 aprile 2011, h. 21
BRIOSCO (MB) al Mulino di Peregallo - via dei Mulini, 4

Interverrà l'autore.

Questo contributo vuole svelare il mistero Seprio tramite un'analisi agile, moderna e completa che include storia, ambiente, immagini e simboli di una regione fino ad ora poco inquadrata, a cavallo fra Milano e la Svizzera. Una terra fra monti e pianura, bagnata dall'Olona, dal Ticino e dai suoi laghi, che ha perso il suo riconoscimento istituzionale, ma abitata a tutt'oggi da quasi un milione di persone. Il volume illustra la vera identità del Seprio, raccontando l'evoluzione di un territorio ricco di tesori e quindi da sempre ambito e assediato. Un percorso illustrato,  perché non è solo da leggere, ma si completa di tavole fotografiche, che raccontano - superando le parole – la terra, le acque, gli uomini e i cieli sepriesi. Ma con questa pubblicazione si è voluto anche illustrare il Seprio, ovvero dargli lustro: i lettori più attenti potranno seguire questo filo rosso e dimostrare come ci si possa ricollegare a questa terra e alla sua complessa eredità.

Tutte le informazioni e molte immagini sono disponibili sul sito [www.ilseprio.net]

martedì 22 marzo 2011

Successo per la giornata ecologica "Nettemm i nòst bosch"

La giornata ecologica "Nettemm i nòst bosch" che ha avuto luogo domenica scorsa nei boschi di Sant'Andrea fra Misinto e Cogliate ha avuto un'ottima riuscita. Svariati i quintali di rifiuti che sono stati raccolti e concentrati nelle piazzole ecologiche comunali da un numeroso gruppo di volontari, coordinati dall'associazione Domà Nunch. 

"Un risultato eccezionale per questa giornata - commenta Matteo Colaone, segretario nazionale di Domà  Nunch - che riteniamo abbia lanciato un messaggio concreto e chiaro a tutti coloro che domenica hanno notato il lavoro dei volontari. Dobbiamo avere più cura del nostro territorio, perchè non è più accettabile che il nostro occhio si abitui, anche qui nelle Groane, a cumuli di rifiuti che riempiono sentieri, fossi e bordi delle strade. Troviamo inoltre significativa, come è ormai frequente durante le iniziative di Domà Nunch, la forte presenza di giovani, che possono così educare loro stessi a scelte di vita in linea con le esigenze della terra in cui vivono".

Parecchi i ritrovamenti 'insoliti' che facevano mostra nei boschi di San'Andrea: batterie, siringhe, sanitari, rifiuti dell'edilizia, fino a svariati sacchi pieni di cozze, oltre a dei documenti, consegnati immediatamente alle autorità.

A questo proposito continua Colaone: "A nome di Domà Nunch ringrazio di cuore tutti i partecipanti, gli sponsor e le amministrazioni comunali. Sicuramente sarà un'iniziativa da ripetere, ma ci auguriamo che, d'ora in poi, la nostra azione e la nostra presenza su questo territorio tengano lontano questi incivili nemici del nostro già fragile ecosistema".

domenica 22 agosto 2010

Lambro: il fiume cementificato

di Matteo Colaone
(Associazione Domà Nunch - Moviment econazional de l'Insubria)

I fiumi d'Insubria esondano? Non-notizie che coprono altre realtà.

L'ignoranza e il disinteresse per i meccanismi che regolano l'ecosistema sono la prima causa dei cosidetti 'disastri naturali'. Ma sono veramente disastri, o giuste risposte ad azioni sbagliate perpetuate per decenni? Nella Repubblica Italiana (dove il 30% della popolazione scarica i rifiuti liquidi nelle acque), ogni volta che una piccola o grande catastrofe si abbatte su un territorio, vediamo buttare miliardi nella ricostruzione e in opere-pezza, senza investire nella rimozione delle cause del problema, ovvero alla prevaricazione dell'uomo e dei suoi interessi sugli ambienti.
In Insubria, in modo ancora peggiore, le naturali esondazioni agostane dei fiumi cementificati diventano notizia, mentre il quotidiano attacco dovuto alla pressione antropica (industrie e abitazioni) è considerato ormai un fattore normale. Così come non genera scandalo il fatto che fiumi e torrenti come l'Arno, l'Olona, la Lura, il Seveso, il Lambro, il Molgora siano utilizzati come fogna nella moderna Europa del 2010. E tutto questo, senza neanche beneficiare di interventi economici d'emergenza da parte dello Stato.

Approfondiamo tecnicamente questi temi troppo poco conosciuti con Luciano Erba, brianzolo, studioso degli ecosistemi fluviali e probabilmente il massimo conoscitore del Lambro. E' stato autore nel 2009 del volume "Lambro, l'inquinamento occulto". Lo ringraziamo con amicizia per la disponibilità accordataci.

Caro Luciano, durante la scorsa settimana i giornali e le televisioni hanno dato notizia dell'esondazione del Lambro e della Bevera, suo affluente. Notizie in qualche modo già sentite: sembra che ci si accorga dei nostri corsi d'acqua solo quando 'danno fastidio'. Ma le esondazioni, fenomeni sporadici seppur violenti, non fanno parte della natura del nostro ecosistema?

Certamente ed in modo ineluttabile. I fiumi, per chi li studia sono sistemi ecologici molto complessi ed affascinanti proprio per la dinamicità che li caratterizza. Osserviamo uno qualsiasi dei corsi d'acqua della nostra terra in una stagione asciutta: tutto è ridotto (complice l'inquinamento) ad un rigagnolo maleodorante, opacizzato, con sedimenti nerastri anossici, o all'ossatura marcescente di un alveo afotico, spento tra rifiuti, plastiche, spesso in un corridoio dimenticato, poco invitante.

La piena ci restituisce, senza nostro merito, un fiume vivo e una risorsa sottostimata. La portata, il tirante idraulico, è come la compressione, la forza di un motore, attraverso cui avviene la rigenerazione dinamica del paesaggio fluviale, in un dimensionamento estetico rapido quanto inimitabile per bellezza, ma soprattutto funzionalità. Il rimpinguamento delle acque sotterranee, la sedimentazione nelle piane alluvionali superstiti, la laminazione con deposito dei limi e delle granulometrie via via decrescenti del percorso longitudinale, l'autodepurazione meccanica e biologica, la creazione di ambienti umidi transitori, la pulizia del materasso ciottoloso, la diversificazione degli habitat e delle nicchie ecologiche, fattori imprescindibili di biodiversità, l’ossigenazione, la regolazione micro-climatica, i processi biogeochimici che avvengono sotto il paesaggio, in ambito iporreico o interstiziale, l'incredibile mosaico di micro-ambienti dell'interfaccia riparia, le occasioni di rifugio, di completamento o propagazione del ciclo vitale acquatico (le golene sono come nursery per gli avannotti ), il richiamo e la trasmigrazione faunistica ciclica ed occasionale, il ripascimento edafico (suoli e formazioni arboree), l'interscambio falda/fiume con infiniti altri coinvolgimenti che stanno alla base del sistema di auto-mantenimento della risorsa, tutto questo... (se non basta!) rappresenta una piena: in una parola il rinnovo gratuito di una risorsa resa esausta da abusi e disusi consumistici. I fiumi con una percentuale di gran lunga inferiore all'1% delle acque terrestri, costituiscono, nel loro ciclo, un trait d’union insostituibile tra le masse oceaniche e l'atmosfera. Ignorare tutto questo o pensare di contenere, trasformare questa imperfettibile complessità in un canale o in un argine è fonte di continua sorpresa per un governo lungimirante delle acque, destabilizzante e assurdo nei risvolti ambientali.

L'impermeabilizzazione del suolo e l'arginatura delle sponde sono fra i primi nemici del regime naturale di un corso d'acqua. Secondo la tua esperienza, qual'è la condizione media dei fiumi della nostra Insubria pedemontana?

Il processo di artificializzazione non è uno dei nemici, ma il fattore destabilizzante per antonomasia. Il dissesto idrogeologico è aumentato e non diminuito a causa di queste opere, non paragonabili per intensità distruttiva ad alcun tipo di inquinamento per i tempi di assorbimento lunghissimi, quando non irreversibili e per l’impatto devastante sugli aspetti biologici ecologici e strutturali dell’ecosistema. Si distrugge in breve un lavoro della Natura, costruito in tempi geologici e frutto di un processo selettivo. I migliori corsi d'acqua territoriali, da un punto di vista della diversità ambientale e della funzionalità del corridoio fluviale, sono Ticino e Adda, pur non senza problemi: l'Adda Valtellinese è stata distrutta non dagli eventi alluvionali, che hanno cancellato gli insediamenti in aree sensibili, ma dall’alluvione di cemento che ne è seguita. Il comprensorio Lambro-Seveso-Olona è il più sofferente. Gli ultimi due si “sfaldano” (cancellazione fisica) all'altezza metropolitana, riconfluendo in gran parte a Lambro per vie traverse, tombinature, colatori. Mi incuriosiscono, non oltre, le notizie di esondazione in questi ambiti. Prima si seppellisce un fiume vivo, poi ci si meraviglia che voglia riemergere. Il bacino del Seveso negli ambiti non antropizzati sta raggiungendo livelli di disinquinamento del Lambro brianzolo con angoli naturali di pari bellezza, ma in estesi tratti anche molto prima di Milano è fisicamente distrutto dal cemento. Interventi di rinaturazione ripropongono, anche se con qualche miglioramento del corridoio, incoerenze e banalizzazioni che ritenevo definitivamente superate (scogliere, spondali tanto per cambiare). Se i "Contratti di fiume" si ridurranno a questo o al mero ampliamento dei depuratori senza valutarne l’impatto biologico, sarà l'ennesimo tracollo.

Il Lambro non è messo malissimo da questo punto di vista in quanto l'area metropolitana, Monza – Milano è in parte stemperata dai Parchi, c'è una notevole aggressione alla fascia di mobilità funzionale (solite scogliere e tracciati viari insostenibili) e all’alveo, ma il corridoio ha ancora spazi di respiro e certi interventi di consolidamento sono amovibili, con opportuna riconversione ad ambito fluviale.

A questo si deve aggiungere la presenza industriale, la chimica in agricoltura e l'uso anormale di detergenti, fenomeni che hanno grande responsabilità dell'inquinamento occulto che hai descritto nelle tue pubblicazioni. Convieni che, in buona parte del nostro territorio, solo una immediata e radicale politica di de-urbanizzazione e rimodellamento del paesaggio potrebbe ripristinare gli ambienti fluviali?

Come minimo e non solo a vantaggio dei fiumi. Il rimodellamento del paesaggio (fluviale) avviene autonomamente, proprio con le piene, come illustrato. Un processo di riqualificazione credibile si basa su alcuni concetti fondamentali: riaprire le piane alluvionali (superstiti), demolendo gli argini e ripiantumando. Il resto è relativamente veloce e gratuito, nei tempi della dinamica fluviale. I consolidamenti dove indispensabili vanno collocati esternamente ed in modo compatibile alle aree golenali e ai termini paesaggistici (ex legge Galasso). Sicurezza univoca e prioritaria è quella di rispettare una doverosa distanza non dall'alveo bagnato, ma dall'alveo di piena (normalmente asciutto anche per lunghissimi anni). Con ciò garantiremo non solo l'incolumità rivierasca, ma anche la conservazione di un sistema fluviale. Per quanto già esistente e, ragionevolmente, non delocalizzabile, occorre sì una governance idraulica, ma non dell'impatto improponibile finora osservato, quanto più di quello incastonato, invisibilo o apparentemente in secondo piano nel contesto paesaggistico-funzionale prima descritto. Questo è un indirizzo stimolante e qualificante: il mercato cementificatorio di un fiume è un binario morto, non appartiene ad un paese civile, a nessun indirizzo scientifico e tantomeno alla nostra cultura e alle nostre tradizioni.

Parallelamente va aggiunto il dimensionamento dei consumi idrici nei termini di sostenibilità ecosistemica. Le portate sono in progressivo scompenso. I nostri fiumi, infine, quali sistemi auto-depuranti, funzionano come un grande rene atrofizzato di un territorio superaffollato, ricolmo di veleni potenzialmente veicolabili, ad alto rischio di crisi ambientale. Lo diceva Ruffolo, Ministro dell'Ambiente fine anni '80, ma non vedo miglioramenti definitivi, semmai diversificazione dei veicoli o dei contenuti di trasmissione del degrado che risultano nella banalizzazione o perdita degli ecosistemi. Sulla de-urbanizzazione (ed estesamente de-industrializzazione dei processi incompatibili con la conservazione delle nostre risorse), è sufficiente una politica del territorio assennata, o consapevole: industrie, strade, case, solo quanto basta. E lo sviluppo sostenibile per ora è concetto vuoto, puramente strumentale. Per il consumo dei suoli basta aprire Google Earth , non serva altro per rendicontarsi. Se puntiamo al consumismo becero, ci sono interi continenti che ci sovrastano nella diffusione della quantità al posto della qualità, anche in senso economico: questa linea è perdente.

Ormai molti preferiscono entrare in contatto con i fenomeni della natura tramite la banalizzazione notiziaria piuttosto che tentando una quotidiana comprensione del mondo in cui vivono. Perchè le notizie di disastri ambientali (nazionali e globali) sono spesso fornite in modo a-scientifico, demagogico e sensazionalistico?

I nostri vecchi avevano un rapporto molto più familiare con l'acqua e l'ambiente, più conviviale, traendo direttamente fonti vitali. Un bracconiere aveva più conoscenze di ordine pratico, se vogliamo, di certi laureati d'oggigiorno. Si temeva l'ambiente e lo si rispettava per questo e come risorsa. L'avvento tecnologico ha comportato il dominio dell'uomo sulla natura, ma anche la piena responsabilità di questa conduzione, di cui non si è ancora presa adeguata coscienza. Il sensazionale, anche se di bassissimo spessore, attira l'audience. Il messaggio scientifico è impegnativo, di difficile rappresentazione e necessita di una diffusa base culturale per la comprensione. In tempi grassi dilaga il futile, il superfluo, in tempi magri sono ben altre le attenzioni primarie. Il modello di sviluppo e di costume ci ha peraltro allontanato da una Natura, prima avvelenata e poi interpretata come un nemico, un pericolo, portatrice di flagelli o simbolo di degrado, un facile capro-espiatorio su cui far convergere l'attenzione deviandola dai reali problemi.

Da ultimo, ti chiediamo una riflessione sullo sversamento di idrocarburi nel tuo Lambro avvenuto in febbraio. Quanto è cambiata la salute del fiume e delle sue sponde dopo il disastro?

I fattori biotici rispondono alla complessità dei fattori di degrado e il quadro diagnostico è sistematizzato su livelli elevati di compromissione, prima e dopo l’evento. La componente cronica di contaminazione supera quella acuta, anche se di eccezionale portata come nella fattispecie. Credo che le aree più provate siano quelle lentiche o di sedimentazione, con tempi di recupero piuttosto lunghi. I tratti dinamici hanno sopportato di peggio. Non ho peraltro seguito direttamente il caso per alcune considerazioni. Il Lambro a sud di Monza è per noi un Lambro morto, sebbene la realtà non sia sempre così radicale e l'eccezionale capacità biogena di queste acque si manifesta anche nell’area metropolitana: merita attenzioni e interventi, ma la frequentazione è ovviamente poco invitante ed a rischio. In secondo luogo non amo rincorrere le manifestazioni patologiche eclatanti, specie quelle annunciate. Ne rilevo invece le dinamiche preconfezionate, puntualmente verificabili. Non mi chiedo in parole semplici perché muoiono i pesci in certi tratti di Lambro, ma piuttosto mi interessa come fanno a vivere, e qui si manifesta la vera sensazionalità delle strategie naturali.

In conclusione non capisco (in realtà lo capisco benissimo) perché si insiste in una visione settoriale e perdente del fiume (l'ottica esclusivamente idraulica) cercando un modello finora impattante di controllo matematico delle piene e non si converga invece in un modello matematico di salvaguardia del fiume come ecosistema, che ricomprende anche la sicurezza idraulica, ma soprattutto l'interezza della risorsa. Non dobbiamo inventarci un fiume nuovo artificiale, ma creare una barriera fisica e culturale intorno al degrado: la tecnologia , se proprio, a supporto e non a condizionamento della risorsa. Quell'opificio o deposito, emblema di certo peso industriale, non aveva esigenza o motivazione alcuna, di facile commistione con le acque del Lambro. Se fabbrichiamo un cavallo di Troia, aspettiamoci le conseguenze. Andiamo a realizzare collettori, depuratori e scolmatori che al primo acquazzone spalancano porte perverse al fiume. Cosa vogliamo attenderci? Un'acqua balneabile? Tra migliaia d’industrie e milioni di persone? Ecco perché si esalta un'esondazione da quattro soldi per nascondere le vere mancanze e magari per fare di questo l’ennesimo business improduttivo e a carico della collettività. Sperare in quanto di positivo è già stato fatto non costa nulla, ma conduce a poco e garantisce nulla. Il risanamento di un fiume a questo punto ( e non per colpa del fiume ) costa e, senza ingenerare un pessimismo già diffuso, deve avvalersi solo di gestori cogenti e affidabili sotto ogni rigore. Qualcosa si può ancora salvare, se alle buone intenzioni seguiranno buoni progetti, non con una correzione, ma con un'inversione di rotta, diversamente tutto procederà in una sorta di aut-aut, con verticalizzazione dei fenomeni come risposta a fattori indotti dagli eccessi antropici.

Leggi anche:
Disastro del Lambro: sei mesi di domande, nessun colpevole

mercoledì 3 febbraio 2010

Bosco della Moronera: il mistero della cascina sepolta

Nella pubblicazione "Il Bosco della Moronera", edita nel 2009 dall'associazione "Domà Nunch", viene indicata la possibile presenza, in epoche passate, di una costruzione all'interno del bosco.
Finora non si erano avuti riscontri oggettivi e datazioni certe: l'edificio scompare dalle carte a inizio novecento.

Lo scorso mese di gennaio in seguito ad un evento fortuito - la caduta di un cane all'interno di una fenditura del terreno - sono state individuate le fondamenta di un insediamento piuttosto esteso.

Matteo Colaone, di Domà Nunch, ha dichiarato: «Inizialmente si è pensato che si potesse trattare dell'originario nucleo di Manera, abbandonato, si dice, in seguito a una pestilenza. Sembrerebbe avere, tuttavia, maggiore fondamento l'ipotesi secondo la quale i laterizi ritrovati risalirebbero ad una cascina, isolata e immersa nel bosco, specializzata nell'allevamento dei tori, frettolosamente abbandonata all'inizio del '900 in seguito ad un non meglio precisato "incidente". Effettivamente i mattoni ritrovati sono costituiti da una pasta diversa da quella utilizzata nell'edilizia moderna. Il mistero è stato fino ad ora gelosamente custodito dal bosco: la vegetazione è cresciuta sopra la costruzione ricoprendola interamente. Il segreto della casa nel bosco rischia ora di rimanere seppellito dalle ruspe: il 6 febbraio apre il cantiere di Pedemontana e l'area in questione, sebbene non interessata direttamente dal passaggio della strada, sarà probabilmente occupata dalle opere di cantierizzazione e, successivamente, dai manufatti dedicati alla viabilità accessoria».

Per leggere la pubblicazione "Il bosco della Moronera: vicende storiche ed ecologiche di una foresta che scompare" cliccare qui.

Nelle foto: alcune fasi del ritrovamento dell'edificio all'interno del bosco della Moronera.