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venerdì 13 febbraio 2026

Seregno e la via che non c’è: ricordando Piero Gobetti a cent’anni dalla morte

Fonte immagine: Wikipedia

A Seregno c’è una via che compare negli stradari comunali, nelle mappe ufficiali e perfino nel calendario della raccolta dei rifiuti. Si chiama via Piero Gobetti. Eppure, nella realtà, quella via non esiste: al suo posto c’è un cortile privato, chiuso da cancelli, senza targhe né passaggi. Una strada che c’è sulla carta, ma non nello spazio urbano.

Pianta classificazione in categorie delle strade, vie e piazze, febbraio 2021. Contornata in rosso via Piero Gobetti.
Pianta Piano Urbano Generale dei Servizi nel Sottosuolo, 2013. Sottolineata in rosso via Piero Gobetti.
Stralcio delle vie riportate nel Calendario raccolta rifiuti di Gelsia

Questa piccola storia locale, già raccontata, assume un significato particolare nel centenario della morte di Piero Gobetti. Perché Gobetti è stato, per molti versi, proprio come quella via: presente nei nomi, meno nei percorsi reali. Un intellettuale difficile da collocare, spesso ricordato più formalmente che davvero attraversato nel suo pensiero.

Nato a Torino nel 1901, Gobetti concentrò in poco più di sette anni, tra il 1918 e il 1926, un’intensità intellettuale straordinaria. Giornalista, editore e animatore culturale, fondò Energie Nove, La Rivoluzione liberale e Il Baretti. Fu tra i primi a comprendere la natura profonda del fascismo, definendolo “l’autobiografia della nazione”: non una parentesi, ma il prodotto delle debolezze storiche e civili dell’Italia.

Per questo la sua voce risultò intollerabile. Gobetti subì aggressioni e violenze squadriste, senza mai rinunciare alla propria indipendenza di giudizio. Costretto a rifugiarsi a Parigi, vi morì il 15 febbraio 1926, a soli 24 anni.

I cancelli indicano gli ipotetici imbocchi di via Gobetti, la via che non c'è

Oggi, come accade con quella via di Seregno che non si riesce a percorrere, anche Gobetti rischia di restare un nome senza cammino. Eppure il suo lascito non è una commemorazione, ma una richiesta esigente: pensare la libertà come responsabilità, accettare il conflitto come condizione della democrazia, rifiutare le scorciatoie.

Forse è per questo che quella via, nella realtà, non c’è. Perché la strada indicata da Gobetti non è comoda né lineare. Va cercata, ogni volta, da chi non si accontenta di una targa.

mercoledì 26 novembre 2025

I martiri di Basovizza chiedono giustizia nella toponomastica di Seregno

Il post che abbiamo pubblicato ieri, 25 novembre 2025, ci ha spinto a tornare su una delle pagine più oscure della nostra storia: le fucilazioni di Trieste del settembre 1930, quattro condanne capitali decise dal Tribunale Speciale di cui Ivo Oliveti faceva parte. Approfondire quei fatti significa capire meglio perché quel nome, ancora oggi sulle targhe di Seregno, non può essere considerato neutrale.

I quattro partigiani fucilati a Basovizza il 6 dicembre 1930. Fonte: Patria indipendente, 19 dicembre 2010.

A volte la memoria si illumina da sola: basta accostare due immagini, due gesti, due momenti di storia che sembrano lontani e invece parlano la stessa lingua.

Da una parte, le pagine nere del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, dove tra il 1928 e il 1935 sedeva anche Ivo Oliveti, non magistrato ma uomo di fede fascista scelto proprio per questo. Le carte, studiate da storici, parlano chiaro: in quegli anni Oliveti partecipò a numerose sentenze di condanna contro dissidenti antifascisti, comprese condanne a morte.

Tra queste, le più note sono quelle del settembre 1930, quando vennero fucilati quattro giovani antifascisti sloveni e croati:

  • Ferdo Bidovec
  • Alojzij Valenčič
  • Fran Marušič
  • Zvonimir Miloš

Erano gli anni bui della repressione al confine orientale: italianizzazione forzata, persecuzioni delle minoranze, violenza di Stato. I quattro – poi ricordati come i Bazoviški junaki, gli Eroi di Bazovica – avevano partecipato a un attentato al giornale fascista “Il Popolo di Trieste”, un gesto estremo nato dentro un contesto di oppressione sistematica. Furono processati dal Tribunale Speciale e giustiziati all’alba al poligono di tiro di Basovizza.

In Slovenia e in tutta l’area del confine, il loro ricordo è diventato da allora simbolo di resistenza antifascista. Un monumento, eretto dalle associazioni locali, ne custodisce la memoria. Ogni anno si celebra una cerimonia: perché quelle morti non furono un incidente della storia, ma un monito.


E quel monumento, nel 2020, ha ospitato una delle immagini più belle della storia repubblicana recente:
Trieste, 13 luglio 2020. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente della Slovenia Borut Pahor si tengono per mano davanti al monumento ai caduti sloveni di Basovizza.

Un gesto semplice, un gesto enorme.
Un gesto che dice: riconosciamo il dolore, condanniamo il fascismo, onoriamo chi ha combattuto per la libertà.

E non è stato un episodio isolato. Già nel 1997, il Presidente Oscar Luigi Scalfaro, primo capo di Stato italiano in visita ufficiale in Etiopia, aveva chiesto scusa – a nome di tutta la Repubblica – per la guerra coloniale fascista, per i bombardamenti con iprite, per le atrocità commesse.

La storia è questa:

  • Scalfaro chiede scusa per l’aggressione coloniale;
  • Napolitano rende omaggio in Africa alle vittime dell’espansione fascista;
  • Mattarella si reca a Basovizza e onora gli antifascisti giustiziati dal Tribunale Speciale a cui partecipò Oliveti.

E allora la domanda è inevitabile:
se tre Presidenti della Repubblica hanno saputo prendere posizione con questa chiarezza, perché non dovrebbe farlo il Comune di Seregno?

Perché mai dovremmo continuare a tenere nelle nostre strade il nome di un uomo che fu protagonista di quella repressione?
Perché mai dovremmo perpetuare un’intitolazione nata negli anni Trenta, nel pieno della propaganda fascista, per esaltare un regime che i nostri Presidenti hanno condannato senza esitazioni?

Non è questione di giudicare persone lontane nel tempo: è questione di scegliere cosa vogliamo ricordare oggi.
È questione di coerenza con i valori costituzionali.
È questione di rispetto verso chi ha subito violenza, coloniale e politica.
È questione di civiltà.

Se i Presidenti della Repubblica, massima espressione dell’unità nazionale, hanno saputo chinare il capo davanti ai caduti di Basovizza e davanti alle vittime dell’Etiopia, Seregno può – anzi deve – fare la sua parte.

Cambiare il nome di quella via non riscriverà la storia, ma dirà una cosa semplice e fondamentale:
noi scegliamo di stare dalla parte delle vittime, non dei persecutori.

Ed è ora che questa scelta venga finalmente compiuta.

martedì 25 novembre 2025

È ora di dire basta: Seregno non può continuare a onorare chi la dignità umana l’ha calpestata

Mussolini appunta la medaglia d'oro al V.M. sul petto della figlia di Ivo Oliveti. L'Illustrazione Italiana, 5 aprile 1936

Ci sono nomi che pesano come pietre. Nomi che non andrebbero pronunciati se non per ricordare ciò che non deve più accadere. Eppure, a Seregno, nel quartiere Lazzaretto, questi nomi continuano a vivere sulle targhe stradali, mimetizzati nell’abitudine quotidiana, quasi innocui. Ma innocui non sono.

Cinque anni fa avevamo già raccontato la storia di via Oliveti, una strada dietro l’Abbazia Olivetana che molti, in buona fede, credono dedicata al complesso monastico. Ma la verità è un’altra, e non è una verità comoda.

Quella via porta il nome di Ivo Oliveti, aviatore fascista morto in Etiopia e decorato da Mussolini con la medaglia d’oro al valor militare. Una biografia che il regime aveva costruito con cura propagandistica, cementando il mito dell’eroe caduto per l’Impero. Ma i miti della dittatura, quando la si guarda negli occhi senza retorica, rivelano spesso un volto oscuro.

Oliveti, prima ancora delle imprese belliche, fu infatti giudice del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, l’organo repressivo che dal 1927 al 1943 stritolò oppositori, antifascisti, semplici sospettati. Un tribunale politico composto da magistrati e militi in camicia nera, molti dei quali provenienti dalle file degli squadristi.

Lo storico Mimmo Franzinelli – uno dei maggiori studiosi della giustizia fascista – lo cita più volte nel suo volume Il tribunale del duce. Non con toni celebrativi, ovviamente, ma negli elenchi dei responsabili di condanne capitali, persecuzioni, esecuzioni. Oliveti era tra i “duri”, tra quelli che sostenevano la pena di morte e che ebbero più volte la “soddisfazione” di decretarla.

Emblematica è la pagina scura delle fucilazioni di Trieste del settembre 1930: quattro condanne capitali, decise anche grazie a Oliveti. E mentre i condannati attendevano l’alba e i moschetti puntati al petto, i giudici trascorrevano la notte come se nulla fosse. L’informativa di polizia riportata da Franzinelli è agghiacciante: Cristini, presidente del Tribunale, passò quelle ore con una prostituta procurata da due colleghi. Uno di questi era proprio Ivo Oliveti.

Ed eccoci a oggi, 25 novembre 2025, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una giornata che Seregno celebra con un programma ricco, necessario, urgente. Una giornata in cui si parla di rispetto, di dignità, di diritti calpestati, di cicatrici sulla pelle e nella vita. Una giornata che invita al coraggio di guardare in faccia tutte le forme di violenza, anche quelle che la Storia ha normalizzato.

E mentre sfogliamo il pieghevole delle iniziative comunali, l’occhio cade su un indirizzo:
Centro Antiviolenza White Mathilda – via Oliveti 17.

Via Oliveti.
Sì, proprio lui.
Proprio quel nome.
La via in cui si offre ascolto e protezione alle donne, porta il nome di un uomo che, secondo le fonti storiche, contribuì a procurarne una per “allietare” un giudice dopo aver firmato condanne a morte.
Un paradosso insopportabile, una dissonanza che ferisce.

Perché una città che condanna la violenza non può continuare a celebrarne – seppur inconsapevolmente – gli artefici.
Perché la toponomastica non è neutrale.
Perché ogni nome sulle nostre strade dice qualcosa di ciò che scegliamo di ricordare.

Oggi, proprio oggi, è evidente più che mai: è arrivato il tempo di cambiare il nome di via Oliveti.
Non per cancellare la storia, ma per smettere di onorare chi di quella storia rappresenta una pagina di brutalità.
Non per creare disagio ai residenti – un disagio minimo, una volta nella vita – ma per ristabilire un principio: nello spazio pubblico non si celebrano carnefici, nostalgie di dittatura, uomini che si fecero strumento di repressione e di violenza.

Cambiare quel nome è un atto di giustizia simbolica, civile, morale.
È un gesto che dice: abbiamo capito, abbiamo imparato, non tolleriamo più.
È un gesto che parla alle donne, agli antifascisti, a chi crede nella libertà, a chi rifiuta ogni violenza – fisica, politica, sociale.

Le targhe delle nostre strade devono raccontare chi vogliamo essere.
E noi vogliamo essere una comunità che la dignità la difende, non la oltraggia.


È tempo che quella via smetta di ricordare Ivo Oliveti.
È tempo che Seregno scelga di ricordare meglio.

domenica 7 settembre 2025

Un giardino per Luigia Pozzoli Formenti: "la voce dei poveri la benedice"

L'inaugurazione del giardino a Luigia Pozzoli Formenti. A sin. il Sindaco Alberto Rossi e a dx. il nipote Roberto Pozzoli

Sabato 6 settembre 2025, nel quartiere Sant’Ambrogio di Seregno, è stata inaugurata un’area verde intitolata a Luigia Pozzoli Formenti, figura di spicco della vita civile e politica seregnese del dopoguerra.

La dedica di un giardino a una donna rappresenta un gesto raro e significativo: come più volte abbiamo sottolineato su questo blog, la toponomastica italiana continua a privilegiare i nomi maschili, relegando in secondo piano il contributo femminile alla storia collettiva (qui un approfondimento, qui un altro e ancora qui). 

Il retro del tabellone

La cerimonia è stata possibile grazie alla richiesta dell’ANPI di Seregno, sostenuta dal Comitato di Quartiere Sant’Ambrogio e dal Circolo Culturale Seregn de la memoria, che insieme hanno promosso l’iniziativa.

Sotto il pannello della dedica campeggia la frase «La voce dei poveri la benedice», che riprende il titolo del volume della collana I Ciculabet curato proprio dal Circolo Culturale in suo onore. Il titolo trae origine da una lettera che don Egidio Mariani, monaco dell’abbazia benedettina di Seregno, inviò a Luigia nel 1970.
Chi volesse ricevere una copia della pubblicazione può contattare l’associazione all’indirizzo e-mail info@seregndelamemoria.it

Chi era Luigia Pozzoli Formenti

Luigia Pozzoli in una foto del 1938

Nata a Desio alla fine della Prima guerra mondiale e cresciuta in una famiglia socialista che le trasmise ideali di libertà e giustizia, Luigia si trasferì a Seregno dopo il matrimonio con Aurelio Formenti, impegnandosi con lui nella Resistenza e nel Comitato di Liberazione Nazionale.

Negli anni della ricostruzione fu consigliera comunale per il PCI e animatrice dell’Unione Donne Italiane, sempre in prima linea nelle battaglie per la pace, i diritti delle donne e della classe lavoratrice. Ma il suo impegno andò oltre la politica istituzionale: molti la ricordano come una benefattrice, pronta ad aiutare chiunque fosse in difficoltà.

La sua iniziativa più amata fu la creazione delle colonie estive per bambini: la prima a Seregno, nella ex Casa del Fascio poi trasformata in Casa del Popolo, e altre in Valtellina. In quelle strutture, che portavano il nome del giovane partigiano seregnese Livio Colzani, ospitò anche bambini siciliani rimasti vittime del terremoto del Belice, accolti nella colonia di Aprica.

Luigia continuò a lottare fino all’ultimo per un mondo più giusto. Alla sua morte, nel 1994, fu salutata con rispetto e riconoscenza, anche da parte di chi non condivideva le sue idee politiche.

La presentazione del "ciculabet" a cura di Carmela Tandurella, autrice del libro su Luigia Pozzoli Formenti

Intitolare un giardino a Luigia Pozzoli Formenti non è soltanto un atto di giustizia verso una protagonista dimenticata della storia locale: è un invito a ricordare che l’impegno civile, la solidarietà e la difesa dei più fragili possono lasciare tracce durature.

Il verde che oggi porta il suo nome restituisce simbolicamente alla città quella generosità che per decenni Luigia ha donato a Seregno e ai suoi abitanti.

giovedì 12 giugno 2025

Dare un nome ai luoghi, far parlare le mappe: Seregno, la toponomastica da rivedere e un bando PNRR per intervenire

Targa stradale con la doppia denominazione: Viale Piave e Piazzale Santuario

Negli ultimi anni, su questo blog abbiamo più volte acceso i riflettori su problemi e incongruenze nella toponomastica locale, con particolare attenzione al caso di Seregno. Le nostre analisi hanno evidenziato:

  • Errori nella denominazione ufficiale di alcune vie;
  • Presenze di doppioni o nomi troppo simili;
  • Intitolazioni poco trasparenti o scarsamente documentate.

Tutte questioni che si riflettono concretamente su indirizzi, servizi di emergenza, recapiti postali, sistemi GIS comunali e perfino sulla memoria collettiva.

Un esempio emblematico è il caso del quartiere Sant’Ambrogio, dove la denominazione di alcune vie risulta ancora oggi confusa o non allineata con l’uso comune e con le indicazioni ufficiali. Altri post hanno messo in luce scelte discutibili nelle intitolazioni più recenti, spesso non accompagnate da un vero coinvolgimento della cittadinanza.

Ora però si apre un'opportunità concreta: è stato pubblicato un nuovo bando PNRR (Misura 1.3.1) rivolto ai Comuni per:

  • Riordinare e verificare l’elenco ufficiale delle strade e dei numeri civici;
  • Georeferenziare correttamente ogni elemento toponomastico;
  • Aggiornare l’ANNCSU, l’Archivio Nazionale dei Numeri Civici e delle Strade Urbane.

Il bando, promosso dal Dipartimento per la Trasformazione Digitale attraverso la piattaforma PA Digitale 2026, mette a disposizione 56 milioni di euro per i Comuni italiani. Le domande possono essere presentate fino al 15 settembre 2025, salvo esaurimento fondi.

Alla luce dei problemi già discussi nel nostro blog, Seregno potrebbe trarre grande beneficio da questo finanziamento:

  • È un’occasione per mettere ordine nel sistema odonomastico locale;
  • Permetterebbe di aggiornare strumenti come cartografie, portali informativi, mappe turistiche e sistemi digitali comunali;
  • Rappresenterebbe un passo importante verso una gestione più trasparente, precisa e partecipata della toponomastica;
  • Infine, valorizzerebbe anche il lavoro di chi, come noi e altri cittadini attenti, ha già svolto un’opera di documentazione e critica.

Invitiamo l’amministrazione comunale di Seregno a cogliere questa opportunità non solo come adempimento tecnico, ma come percorso da condividere con la comunità:

  • Avviando un censimento partecipato dei nomi di vie e civici;
  • Valutando, con l’aiuto di esperti e storici locali, eventuali correzioni o ridenominazioni;
  • Raccogliendo memorie e testimonianze su nomi tradizionali o significativi.

Il riordino toponomastico non è solo una questione di mappe o numeri civici: riguarda l’identità dei luoghi, la storia dei territori e la funzionalità della vita quotidiana. Grazie al PNRR, oggi c’è una possibilità concreta per trasformare criticità in valore pubblico.

Noi di Brianza Centrale continueremo a seguire da vicino il tema. Intanto, ci auguriamo che il Comune di Seregno – e con esso altri Comuni brianzoli – scelgano di partecipare attivamente a questo percorso di riordino e innovazione.

martedì 6 maggio 2025

Thriller toponomastico a Seregno: Smetona, Smetana, Smenata, Smentana... La via senza identità


In un angolo apparentemente tranquillo di Seregno, si nasconde un enigma urbano degno di far impallidire persino Sherlock Holmes. Una strada – o forse no – che compare e scompare tra mappe digitali, cartelli fisici e documenti comunali, cambiando nome ogni volta che qualcuno prova a identificarla. Un vero e proprio thriller toponomastico.

La segnalazione di un nostro lettore

Tutto comincia con una segnalazione di un nostro lettore: esiste una via riportata in alcuni documenti come Smenata, in altri come Smentana, Smetana, e in uno di quelli più ufficiali come Antanas Smetana. Ma c’è un problema: nessuno trova una targa con quel nome, e nessun abitante pare averne mai sentito parlare. 


Google Maps, da parte sua, getta solo altra benzina sul fuoco collocandola dove in realtà c’è... via Solferino.


La ciliegina sulla torta? Un cartello comunale piantato nell'aiuola proclama con fierezza: “Via Crocefisso”, peccato che anche questo, secondo le mappe, dovrebbe essere da tutt’altra parte. Insomma, qui le vie cambiano nome come i testimoni nei gialli.


E chi sarebbe mai questo Antanas Smetana? Si è scoperto che non esiste. Forse si voleva rendere omaggio ad Antanas Smetona, storico presidente della Lituania. Ma l’errore di trascrizione lo ha tramutato in un perfetto sconosciuto. O meglio: un personaggio immaginario degno di una fiction baltica.

Ma non finisce qui. A confondere ulteriormente la vicenda ci si mette anche Bedřich Smetana, celebre compositore ceco dell’Ottocento, noto per i suoi poemi sinfonici. Quindi ora abbiamo almeno tre identità in conflitto per una singola via: un politico lituano, un compositore boemo e un’entità cartografica sfuggente.


Ma la vera perla arriva ora: via Smetana compare ufficialmente nell’elenco comunale della raccolta rifiuti. Il che significa che i bidoni della spazzatura ricevono più certezze di qualunque cittadino o navigatore GPS.

A oggi, quella strada rimane ufficialmente indefinita. Un tratto di asfalto dove il navigatore si perde, i postini esitano, e i cittadini si limitano a dire: “È lì… dietro quel giardinetto… dove la via cambia idea.”

Forse, più che correggere il nome, bisognerebbe celebrarlo: perché in fondo, è l’unica via al mondo che rappresenta l’intera gamma dell’errore umano, dalla digitazione sbagliata alla confusione geografica, passando per il plagio musicale e l’oblio storico.

 




lunedì 14 aprile 2025

Facciamo strada alle donne. Anche a Seregno. Anche altrove

Le donne che hanno fatto strada a Seregno. Da sinistra, partendo dall'alto: Anna Frank, Anna Kuliscioff, Emma Gramatica, Eleonora Duse. Al centro: Grazia Deledda, Ada Negri, Maria Montessori, Maria Gaetana Agnesi. Sotto: Oriana Fallaci, Marie Curie. Fonte immagini: Wikipedia.

Il 24 marzo 2024 avevamo acceso i riflettori su un dato che parla chiaro: solo il 2% delle vie, piazze e spazi pubblici di Seregno è intitolato a figure femminili. Il 58% è dedicato a uomini. E il restante? Nomi generici e topografia neutra.

Delle 564 intitolazioni, solo 10 sono le vie dedicate a donne che si sono distinte in campo letterario, scientifico, artistico o politico. Poche, pochissime. Eppure, la storia - anche quella al femminile - non manca.

La Repubblica, 14 aprile 2025

Concita De Gregorio
, in un recente articolo su la Repubblica, ci invita a giocare: “A quale donna vorreste che fosse intitolata una strada?” Un gioco che è anche un esercizio di memoria e di cittadinanza.

Noi rilanciamo: facciamolo davvero. Scriviamo al nostro Comune. Chiediamo più vie intitolate a donne.

Donne eccellenti, certo. Ma anche donne della nostra terra. Perché non immaginare una via Rosa Cappelletti, pioniera dell’educazione e dell’impegno civile? O una via Luigia Pozzoli Formenti, memoria resistente di Seregno?

Come dice De Gregorio, “se togli le donne dai nomi delle strade, le togli dalla scena pubblica.” E noi non possiamo più permettercelo. Una città che rappresenta solo una parte della sua storia è una città incompleta. Ed è ora di completarla.

Facciamoci sentire:
Mandateci i nomi di donne - famose o sconosciute, nazionali o locali - che meritano un posto nella nostra geografia urbana.
Li raccoglieremo e li porteremo all’amministrazione comunale come proposta collettiva.
Facciamo rete: coinvolgiamo le scuole, le biblioteche, le associazioni.
Costruiamo insieme una nuova geografia. Una che non escluda, non dimentichi, non distorca.

Scrivi la tua proposta scrivendo a brianza.centrale@libero.it

lunedì 5 agosto 2024

Un refuso di Pedemontana che non onora Guido Rossa


Nei prossimi mesi, secondo quanto annunciato, dovrebbero avere inizio i lavori per la costruzione delle tratte B2 e C dell'Autostrada Pedemontana Lombarda. Abbiamo colto l'occasione per visitare il sito di Pedemontana e consultare le tavole di progetto relative alla zona Stadio, situata al confine tra Desio e Seregno. Durante questa analisi, abbiamo notato con dispiacere che Via Guido Rossa è stata erroneamente riportata come Via Guido Zossa.

 


Alcuni potrebbero considerare questo un semplice refuso, e forse lo è davvero. Tuttavia, la tavola è datata febbraio 2009 e il progetto è stato "Redatto", "Visto" e "Approvato" da diverse persone, il che rende l'errore ancora più sorprendente.

Questo errore, che ci auguriamo sia solo un incidente, ci colpisce particolarmente per il profondo significato che il nome di Guido Rossa porta con sé. Guido Rossa è stato un operaio e sindacalista italiano, assassinato il 24 gennaio 1979 dalle Brigate Rosse. La sua memoria è legata ai valori della giustizia, della libertà e della difesa delle istituzioni democratiche. È stato insignito della Medaglia d'oro al valor civile con la seguente motivazione: «Sindacalista componente del consiglio di fabbrica di un importante stabilimento industriale, costante nell'impegno a difesa delle istituzioni democratiche e dei più alti ideali di libertà. Pur consapevole dei pericoli cui andava incontro, non esitava a collaborare a fini di giustizia nella lotta contro il terrorismo e cadeva sotto i colpi d'arma da fuoco in un vile e proditorio agguato tesogli da appartenenti ad organizzazioni eversive. Mirabile esempio di spirito civico e di non comune coraggio spinti fino all'estremo sacrificio.»

 

Francobollo emesso il 1° giugno 2024 in onore di Guido Rossa

Commettere un errore nella toponomastica che dovrebbe onorare una figura come Guido Rossa non è un semplice sbaglio di battitura; è una mancanza di rispetto verso una memoria che merita di essere celebrata con accuratezza e serietà.

Speriamo sinceramente che Pedemontana prenda atto di questo errore, chieda scusa alla cittadinanza e provveda a correggerlo quanto prima.

giovedì 27 giugno 2024

Monza ricorda Aurelia Josz: una Via nel Parco dedicata a una donna straordinaria

Domenica 30 giugno alle ore 11.30, il Parco di Monza sarà teatro di un evento speciale: la cerimonia di intitolazione della via Aurelia Josz. La targa commemorativa verrà scoperta all’incrocio tra viale Cavriga e l’ingresso della Scuola Agraria, con la presenza delle autorità cittadine e del gonfalone della città di Monza.

Successivamente, ci si sposterà nell’Aula Magna della Scuola Agraria, fondata dalla stessa Aurelia Josz. Qui, il Sindaco Paolo Pilotto, il Vicepresidente della Provincia MB Claudio Rebosio e Simonetta Heger, pronipote di Aurelia Josz, terranno dei discorsi commemorativi.

Interverranno anche Giulia Bonetti, consigliera e firmataria della mozione per l’intitolazione della via, Antonetta Carrabs, presidente della Casa della Poesia, e il Direttore della Scuola Agraria, Ciro Zeno, che presenterà immagini storiche della fondazione della scuola.

Chi era Aurelia Josz?

Aurelia Josz, nata a Firenze nel 1869 e scomparsa tragicamente ad Auschwitz nel 1944, è stata un’educatrice e scrittrice di grande rilevanza. Proveniente da una famiglia ebraica, è stata una pioniera nell’insegnamento professionale alle donne. Dopo essersi laureata in lettere, ha fondato a Milano la prima scuola pratica agricola femminile, dove ha lavorato come insegnante e preside gratuitamente. Questa istituzione, unica nel suo genere in Italia, accoglieva le “Stelline”, le giovanissime orfane milanesi, ed è stata poi trasferita a Monza.

Aurelia Josz ha dedicato la sua vita a offrire istruzione e formazione professionale alle ragazze meno abbienti, permettendo loro di trovare un lavoro dignitoso. La sua visione educativa, che univa sapere, saper fare e saper essere, resta un modello per le scuole professionali odierne. La sua passione, il suo impegno e il suo coraggio continuano a ispirare, rendendo questa cerimonia un doveroso tributo a una figura straordinaria, ancora troppo poco conosciuta.

martedì 25 giugno 2024

La battaglia dei nomi: storia di Piazza Martiri della Libertà a Seregno


Se chiedete ai seregnesi quale sia il nome della piazza su cui si affaccia il Palazzo del Comune, otterrete risposte diverse. Alcuni diranno "Piazza della Libertà", altri "Piazza Martiri della Libertà". Fino a poco tempo fa, sul Comune campeggiava una targa stradale con scritto "Piazza della Libertà", ma ora troviamo "Piazza Martiri della Libertà". Questo cambiamento sembra recente, ma risale invece al giugno del 1947, e la storia dietro a questa modifica merita di essere raccontata.


Era il 20 maggio 1947 quando l'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) chiese alla Giunta Comunale di intitolare una via di Seregno ai Martiri della Libertà. La proposta dell'ANPI inizialmente prevedeva la sostituzione del nome di via Umberto I, ma la Giunta non accettò e indicò invece via Magenta per il cambiamento. Di fronte a questa scelta, i partigiani decisero di accettare la via Magenta.

Tuttavia, questa decisione incontrò l'opposizione della Sezione del PRI (Partito Repubblicano Italiano) di Seregno, che decise di organizzare una protesta coinvolgendo gli abitanti di via Magenta. La protesta fu concepita in questi termini:

“Gli abitanti di via Magenta, per mezzo del PRI, si permettono di portare a conoscenza di codesta Giunta la loro avversione al proposito di cambiare la denominazione della loro via. Magenta ricorda una delle pagine della Storia del nostro Risorgimento e precisamente la battaglia nella quale uomini di diversi Stati hanno combattuto per la santa libertà. Per tale motivo intendiamo insistere perché la sostituzione della denominazione non venga messa in pratica”.

La protesta fu firmata da 61 famiglie di via Magenta e fu presentata al Comune dal segretario del PRI. Il Sindaco, pur dichiarandosi personalmente contrario alla delibera, assicurò che la protesta sarebbe stata discussa in consiglio.

Il 6 giugno 1947, il Consiglio Comunale accettò la proposta del PRI di non cambiare la denominazione di via Magenta. Nello stesso tempo, per onorare la richiesta dell'ANPI, il Consiglio decise di intitolare la piazza del Municipio ai Martiri della Libertà. Così, quella che era conosciuta come "Piazza della Libertà" divenne "Piazza Martiri della Libertà", un nome che ricorda il sacrificio e il coraggio di chi ha combattuto per la libertà durante il periodo più buio della nostra storia recente.

domenica 23 giugno 2024

Strade di gioco e arte: Via Ottone Rosai a Seregno


Nel quartiere del Ceredo, a Seregno, il quadrilatero delimitato da via Beato Angelico, piazza Correggio, via Luini e via Cadore rappresenta un esempio di attenta pianificazione urbanistica. Le strade e i percorsi pedonali di questa zona creano un'atmosfera di tranquillità rara da trovare in altre parti della città.


In alcune di queste vie, sembra di entrare in un cortile condominiale, con palazzi e villette che si affacciano su percorsi pedonali. Un esempio è via Ottone Rosai. Questa strada, dedicata al pittore del secolo scorso, è resa speciale da un cartello colorato che invita a guidare piano, ricordando che "qui i bambini giocano ancora per strada". Una sorpresa piacevole, soprattutto considerando che le quattro vie principali del quadrilatero sono tra le più trafficate e pericolose di Seregno.


Via Ottone Rosai è una strada chiusa, poco frequentata dalle auto, il che la rende un luogo sicuro per i bambini. Anche se è un vicolo cieco per i veicoli, i pedoni possono proseguire lungo un percorso pedonale fino a piazza Correggio. Attraversata questa strada, grazie a un altro percorso pedonale, è possibile raggiungere le scuole e il vicino parco. Inoltre, su un lato della via c'è uno spazio verde, ideale per i giochi dei più piccoli. Questo esempio di pianificazione urbanistica dovrebbe essere preso in considerazione durante la prossima revisione del Piano di Governo del Territorio (PGT) del Comune di Seregno.

In rosso "via Ottone Rosai", in verde i percorsi pedonali

Sebbene il quartiere confini con diversi parchi sicuri per i bambini, non sempre il tempo a disposizione delle famiglie consente di sfruttarli. Come sottolinea un genitore: "Il parco è vicino, ma dovrei prendere la bici o la macchina e andarci anch'io, non potrei fare nulla in casa. Avere uno spazio fuori casa dove i bimbi possono giocare ed essere controllati è l'optimum".

Ottone Rosai, Belvedere nel 1923. Fonte immagine: Wikipedia

Un'altra caratteristica distintiva della zona è la scelta dei nomi delle vie, dedicate in gran parte a pittori. Tra questi, via Ottone Rosai merita una menzione particolare. Ottone Rosai è stato un pittore toscano, inizialmente vicino al futurismo e aderente al fascismo. Tuttavia, la sua storia è complessa e segnata da una graduale presa di distanza dal regime, soprattutto dopo il delitto Matteotti. Rosai visse la sua omosessualità in modo travagliato, cercando amori clandestini nonostante fosse sposato. Nel 1938, fu ammonito dalla polizia fascista per la sua frequentazione di prostituti, evitando la deportazione solo grazie al suo passato fascista.

Nonostante la sua adesione iniziale al fascismo, Rosai partecipò attivamente alla Resistenza, nascondendo antifascisti nella sua casa. Tra questi, Bruno Fanciullacci, che progettò l'evasione di Tosca Bucarelli e altre sedici antifasciste dal carcere di Santa Verdiana di Firenze.

domenica 5 maggio 2024

A Seregno il Paradiso si nasconde tra le strade del passato

Via Paradiso

Nel cuore del pittoresco centro di Seregno, le vie raccontano storie di un passato che sfuma tra la leggenda e la realtà. Ci imbattiamo in vie dai nomi suggestivi che evocano immagini di luoghi idilliaci, eppure, con un'ironia crudele, la loro attuale apparenza non corrisponde affatto alle aspettative. Prendiamo ad esempio via Paradiso, che ben poco ha di celestiale, o via dei Fiori, il vicolo delle Rose e il vicolo Orti, che non conducono a giardini rigogliosi come ci si potrebbe aspettare. E poi c'è il sempre ombroso vicolo Sole, che sembra tradire il suo stesso nome.

Mappa attuale

Tuttavia, se torniamo indietro nel tempo, alle mappe del Catasto Teresiano del lontano 1722, scopriamo un'immagine diversa. In quei documenti antichi, via Paradiso e gli altri luoghi erano ricchi di giardini e orti. Ma cosa li rendeva così speciali da meritare tali nomi evocativi?

Copia ottocentesca del Catasto Teresiano

Il significato originario di "paradiso" ci porta indietro nell'etimologia, fino al latino tardo "paradīsu(m)", che a sua volta deriva dal greco "parádeisos", significante "parco", e dall'antica voce iranica "pairidaēza", che significa "luogo recintato". Inizialmente, quindi, il concetto di paradiso era legato a un giardino o a un orto ameno.

Vicolo Fiori

C'è anche un'altra ipotesi affascinante che associa il termine "paradiso" alla dolcezza della frutta, in particolare all'uva. Questo potrebbe spiegare perché la zona fosse rinomata per la sua produzione di vino, tanto è vero che la località poco più a nord viene chiamata ancora oggi Vignoli.

Vicolo Rose (sx) e Vicolo Sole (dx)

Così, passeggiando per le strade di Seregno, possiamo immaginare un tempo in cui il Paradiso non era un concetto astratto, ma una realtà tangibile, riflessa nella bellezza dei suoi giardini e nella dolcezza dei suoi frutti. E sebbene quei luoghi siano cambiati nel corso dei secoli, il loro fascino e il mistero dei lori nomi ci ricordano un paradiso perduto.

mercoledì 1 maggio 2024

La leggenda di viale Piave a Seregno

Immagine tratta da Google Maps

Seregno, una cittadina con un tocco di genialità nell'arte della frugalità amministrativa, dove una targa di marmo ha una doppia funzione indicando sia un viale che un piazzale. Un'efficienza che sfida la logica, o forse la abbraccia con una stretta di risparmio che lascia senza parole.

La targa stradale con la doppia denominazione: Viale Piave e Piazzale Santuario


Ma l'attenzione non dovrebbe essere sull'abilità economica cittadina, bensì sulle vicende del caro fiume Piave. Un fiume così sacro alla patria da meritare una promozione di genere passando dall'antico genere femminile "la Piave" a "il Piave" per rispecchiarne la virilità guerriera. "Come osate chiamare 'la Piave' un fiume che respinge gli invasori?!" devono aver esclamato indignati i nazionalisti. L’esempio ci viene da D’Annunzio: il poeta “vate” nella “Nave” (1908) scrive "la Piave e la Livenza coprono tutti i pascoli". D’Annunzio, dopo la prima Guerra Mondiale, userà solo il maschile, per di più con enfasi. Tanto basta per cambiare la carta d’identità del fiume.

 

Manifesto del film "La Nave", 1921

E che dire dell'inno? Una canzone così patriottica, così virile, che nella sua versione originale ha fatto storcere il naso alle sensibilità delicate, con quel passaggio sulla "onta consumata a Caporetto". Ma niente paura, nel 1928, il buon Ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Belluzzo si affrettò a chiedere una correzione, perché non si sa mai, potrebbe dar fastidio ai teneri orecchi dei nostri giovani patrioti. Il risultato? Un "fosco evento" al posto del "tradimento" e via con un'intonazione più politically correct.

La lettera del Ministro Giovanni Belluzzo a Giovanni Gaeta, 1928. Fonte Wikipedia.

E così, il fiume Piave, con la sua virilità rimodellata e il suo inno corretto, continua a scorrere tra le pagine della storia italiana. Che meraviglia, la nostra patria, dove anche i fiumi e le canzoni hanno le loro piccole storie di genere e politica.

 

Scheda / La seconda strofa de "La leggenda del Piave"

 

Prima versione, 1918:
 

Ma in una notte trista
si parlò di tradimento
e il Piave udiva l'ira e lo sgomento...
Ahi, quanta gente ha vista
venir giù, lasciare il tetto,
per l'onta consumata a Caporetto.
 

Seconda versione, 1928:

Ma in una notte trista
si parlò di un fosco evento,
e il Piave udiva l'ira e lo sgomento...
Ahi, quanta gente ha vista
venir giù, lasciare il tetto,
poi che il nemico irruppe a Caporetto!

sabato 13 aprile 2024

Una strada invisibile a Seregno: Via della Casa Comunale


A Seregno si cela una via insolita che non troverete tracciata in nessuna pianta della città. È una via che, sebbene sia stata deliberatamente istituita dalla Giunta Comunale nel lontano 2011, non esiste fisicamente nel tessuto urbano. È la "Via della Casa Comunale", una strada fittizia con una missione importante: fornire un indirizzo vitale per coloro che non hanno una dimora stabile.

L'idea di creare una via inesistente nasce dalla necessità di gestire l'iscrizione anagrafica delle persone senza fissa dimora. Per coloro che non hanno un vero e proprio domicilio nel Comune, ma necessitano di registrarsi per avere accesso ai servizi pubblici e ai diritti civili, l'assenza di un indirizzo valido può essere un ostacolo significativo. La "Via della Casa Comunale" diventa così un ponte vitale per garantire loro accesso a documenti fondamentali come la carta d'identità, la tessera sanitaria e altri documenti legali.

Oltre a facilitare l'accesso ai servizi e ai diritti civili, l'istituzione di una via fittizia rappresenta un passo fondamentale nel riconoscimento dei diritti delle persone senza dimora. Negare loro un indirizzo equivalente significherebbe violare una serie di principi fondamentali sanciti dalla Costituzione italiana, tra cui il diritto all'uguaglianza, alla salute, al lavoro e alla libertà personale.

Inoltre, la creazione di una via fittizia è in linea con le disposizioni legislative nazionali che riconoscono il diritto di ogni individuo all'iscrizione anagrafica, indipendentemente dal proprio status abitativo. È un passo verso una società più inclusiva e solidale, che riconosce e protegge i diritti di tutti i suoi cittadini, indipendentemente dalla loro situazione abitativa.

mercoledì 10 aprile 2024

Viaggio nella toponomastica seregnese: Radice! Chi era costui?

L'imbocco di via Radice da Corso del Popolo

Radice! Chi era costui? - mi domandavo tra me e me, stando in piedi all'imbocco della via che si distacca dal Corso del Popolo, con una mappa della città tra le mani. Radice! Questo nome mi sembra di averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un erudito dei tempi passati: un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?

In rosso via G. Radice, la prima laterale a sinistra di Corso del Popolo, venendo da piazza Roma

L'unico Radice che mi viene in mente è il pedagogista e filosofo Giuseppe Lombardo Radice, ma la via è dedicata a Giuseppe Radice, senza il Lombardo. Sarà stata forse una dimenticanza? Dopotutto, nella targa non c'era abbastanza spazio per inserire il nome completo e togliere il Lombardo, che male c'è? In fondo è solo un secondo nome! Ma non è così: Lombardo è il cognome. Il doppio cognome con il quale si firmava Giuseppe era dovuto all'usanza, di origine spagnola, dei Lombardo di cambiare il secondo cognome ad ogni generazione, aggiungendo ogni volta il cognome materno.

La targa in marmo


Radice! Chi era costui? Forse un parente di tal Giorgio Radice che nel 1837 acquistava dall'Ospedale Maggiore di Milano una casa nella via, allora chiamata vicolo Stallazzo, oppure lo studente arrestato nel 1849, come riporta il giornale torinese L'Opinione: "nella dimostrazione della sera del 9 [giugno], vi fu un certo sig. Giuseppe Radice, lombardo. Benché persona pacifica, pur essendosi trovato insieme agli altri, non poté sfuggire dalle mani dei pretoriani e fu condotto in carcere."

Il giornale del 1849 dove viene citato lo studente Giuseppe Radice

Radice! Chi era costui? - e finalmente, quasi a dissipare la nebbia che per tanto tempo aveva avvolto questo nome, ecco emergere una figura, non clamorosa né celebre, ma concreta, silenziosa, di quelle che operano senza lasciare gran rumore di sé.

Non un pedagogo, dunque, né un filosofo, né un agitatore arrestato nelle convulsioni del Quarantotto; ma un uomo che, giunto al termine dei suoi giorni, pensò bene di volgere lo sguardo non al passato, ma al futuro degli altri. Un benefattore. Uno di quei nomi che non riempiono i libri di storia, ma che restano incisi - talvolta soltanto su una targa di via - come traccia discreta di un gesto.

Lapide al cimitero di Seregno


Giuseppe Radice morì nel 1879. E lasciò. Lasciò, come si diceva allora con parola solenne, un legato: 16.940 lire nette, somma tutt’altro che trascurabile, fondata per lo più in beni mobili. Non a un parente, non a un erede impaziente, ma all’Ospedale Trabattoni. A un’istituzione, cioè, che viveva - e vive - di cure, di bisogni, di umanità condivisa.

Radice! Chi era costui?
Era, in fondo, uno che aveva capito qualcosa di semplice: che anche senza fama si può lasciare un segno; che una vita, pur senza cronache né onori, può trovare una sua continuità in ciò che dona.

E forse è proprio per questo che il suo nome è rimasto lì, all’imbocco della via, a interrogare i passanti distratti. Non per raccontare chi fosse in vita, ma per suggerire, a chi si ferma a chiederselo, che talvolta la memoria non premia il clamore, bensì la discrezione.

Testo e fotografie di Zeno Celotto.

Post aggiornato il 22/04/2026.