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| Fonte immagine: Wikipedia |
A Seregno c’è una via che compare negli stradari comunali, nelle mappe ufficiali e perfino nel calendario della raccolta dei rifiuti. Si chiama via Piero Gobetti. Eppure, nella realtà, quella via non esiste: al suo posto c’è un cortile privato, chiuso da cancelli, senza targhe né passaggi. Una strada che c’è sulla carta, ma non nello spazio urbano.
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| Pianta classificazione in categorie delle strade, vie e piazze, febbraio 2021. Contornata in rosso via Piero Gobetti. |
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| Pianta Piano Urbano Generale dei Servizi nel Sottosuolo, 2013. Sottolineata in rosso via Piero Gobetti. |
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| Stralcio delle vie riportate nel Calendario raccolta rifiuti di Gelsia |
Questa piccola storia locale, già raccontata, assume un significato particolare nel centenario della morte di Piero Gobetti. Perché Gobetti è stato, per molti versi, proprio come quella via: presente nei nomi, meno nei percorsi reali. Un intellettuale difficile da collocare, spesso ricordato più formalmente che davvero attraversato nel suo pensiero.
Nato a Torino nel 1901, Gobetti concentrò in poco più di sette anni, tra il 1918 e il 1926, un’intensità intellettuale straordinaria. Giornalista, editore e animatore culturale, fondò Energie Nove, La Rivoluzione liberale e Il Baretti. Fu tra i primi a comprendere la natura profonda del fascismo, definendolo “l’autobiografia della nazione”: non una parentesi, ma il prodotto delle debolezze storiche e civili dell’Italia.
Per questo la sua voce risultò intollerabile. Gobetti subì aggressioni e violenze squadriste, senza mai rinunciare alla propria indipendenza di giudizio. Costretto a rifugiarsi a Parigi, vi morì il 15 febbraio 1926, a soli 24 anni.
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| I cancelli indicano gli ipotetici imbocchi di via Gobetti, la via che non c'è |
Oggi, come accade con quella via di Seregno che non si riesce a percorrere, anche Gobetti rischia di restare un nome senza cammino. Eppure il suo lascito non è una commemorazione, ma una richiesta esigente: pensare la libertà come responsabilità, accettare il conflitto come condizione della democrazia, rifiutare le scorciatoie.
Forse è per questo che quella via, nella realtà, non c’è. Perché la strada indicata da Gobetti non è comoda né lineare. Va cercata, ogni volta, da chi non si accontenta di una targa.





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