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martedì 3 novembre 2026

Una nuova stazione ferroviaria a Seregno, ma decidono a Lissone. E il consumo di suolo?

La linea ferroviaria (azzurro) insiste completamente sul territorio di Seregno. La linea verde indica il confine nord del quartiere santa Margherita di Lissone.

Una nuova fermata ferroviaria a Santa Margherita di Lissone, destinata a servire anche i quartieri Lazzaretto e San Salvatore di Seregno. Una buona notizia per la mobilità locale? Potenzialmente sì. Ma, prima di festeggiare, ci sarebbero alcune questioni da chiarire. A cominciare da una piuttosto curiosa: la nuova stazione dovrebbe sorgere sul territorio comunale di Seregno, ma a promuoverla e a portarla nelle sedi istituzionali è stato finora il Comune di Lissone.

La vicenda ha compiuto un passo avanti con l'approvazione, da parte del Consiglio regionale della Lombardia, di un emendamento al Programma della mobilità che prevede l'avvio di uno studio di fattibilità per una nuova fermata ferroviaria nella zona di Santa Margherita.

La nuova fermata ferroviaria in una immagine "illustrativa" postata, a suo tempo, sulla pagina Facebook della Lega di Lissone

L'iniziativa nasce da una mozione presentata dalla maggioranza in Consiglio comunale a Lissone e approvata all'unanimità. Un consenso trasversale che ha permesso di portare la proposta all'attenzione della Regione.

Fin qui tutto bene. Il problema, o meglio le curiosità, emergono guardando alla città che dovrebbe ospitare l'infrastruttura.

La nuova fermata, infatti, dovrebbe servire il quartiere lissonese di Santa Margherita ma sorgere sul territorio di Seregno. E a Seregno? Nessuna discussione in Consiglio comunale, nessuna iniziativa pubblica conosciuta, nessun confronto istituzionale che abbia coinvolto direttamente la città.

Insomma, a Lissone si presenta la mozione, a Lissone si discute, a Lissone si ottiene il voto unanime e a Lissone si festeggia il risultato regionale. Seregno, invece, sembra essere stata chiamata in causa soprattutto perché dovrebbe mettere a disposizione il territorio sul quale realizzare la stazione. Una sorta di collaborazione istituzionale a senso unico.

A dire il vero, Il Giornale di Seregno dello scorso 29 ottobre riferisce che la proposta sarebbe stata condivisa dal sindaco Alberto Rossi, con una precisa raccomandazione: prestare la massima attenzione affinché la nuova fermata non comporti la chiusura prolungata dei passaggi a livello nella zona del Lazzaretto.

Un'osservazione tutt'altro che secondaria. Una nuova infrastruttura ferroviaria può certamente migliorare i collegamenti, ma non dovrebbe finire per aggravare ulteriormente i problemi di circolazione di un quartiere che già deve fare i conti con i passaggi a livello e con le conseguenti interruzioni del traffico.

Ma c'è un altro aspetto, forse ancora più rilevante, che sembra essere rimasto sullo sfondo: il consumo di suolo.

Se la fermata dovesse essere realizzata in un'area attualmente libera, come appare probabile, si tratterebbe di un'ulteriore trasformazione del territorio di Seregno. E viene spontaneo chiedersi se l'intervento possa interessare aree comprese nel Parco GruBrìa, considerato che non è ancora stata resa pubblica una localizzazione precisa.

In verde le aree del parco GruBrìa tra Seregno, Desio e Lissone

Già, perché finora non sono state mostrate planimetrie né elaborati cartografici che consentano di capire esattamente dove dovrebbe sorgere la nuova stazione. La collocazione è stata indicata a parole, ma senza una documentazione che permetta ai cittadini di verificare quale area verrebbe interessata, quali trasformazioni sarebbero necessarie e quali conseguenze potrebbero esserci sul territorio.

Non è un dettaglio tecnico da rimandare a quando i giochi saranno fatti. La localizzazione è uno degli elementi fondamentali per valutare la proposta, soprattutto quando si parla di nuove infrastrutture, consumo di suolo e possibili interferenze con aree di valore ambientale.

C'è poi la questione della comunicazione politica. Sulla pagina Facebook della Lega di Lissone l'approvazione dell'emendamento è stata presentata con un entusiastico «Ci siamo! Via libera da Regione Lombardia per la nuova stazione di Lissone-Santa Margherita!».

Una formulazione decisamente ottimistica, tanto da suscitare le obiezioni di Luca De Vincentis, esponente di Vivi Lissone, che ha ricordato come l'approvazione riguardi in realtà soltanto l'avvio di uno studio di fattibilità. Non un progetto definitivo, non uno stanziamento per la realizzazione, tantomeno la certezza che la stazione si farà.

Una distinzione importante, perché tra uno studio di fattibilità e un'opera realizzata possono passare anni, possono emergere problemi tecnici ed economici e possono anche cambiare le priorità politiche.

La nuova fermata ferroviaria potrebbe rappresentare un'opportunità per entrambi i quartieri. Ma proprio per questo sarebbe auspicabile che anche Seregno si occupasse concretamente della questione, aprendo un confronto pubblico e istituzionale prima che la proposta venga ulteriormente sviluppata.

Servono innanzitutto una localizzazione precisa, planimetrie consultabili e una valutazione delle conseguenze sulla viabilità, sul consumo di suolo e sulle eventuali aree del Parco GruBrìa interessate. E sarebbe opportuno che i cittadini seregnesi fossero messi nelle condizioni di conoscere e discutere l'intervento.

Perché una stazione ferroviaria non è un'infrastruttura che si può pensare e progettare ignorando il Comune sul cui territorio dovrebbe sorgere. E neppure il miglioramento del trasporto pubblico può diventare un argomento sufficiente per considerare irrilevante il consumo di altro suolo libero.

Per ora, dunque, abbiamo una stazione annunciata a Lissone, da costruire a Seregno, una localizzazione che resta da chiarire e uno studio di fattibilità ancora da avviare.

A Lissone si festeggia. A Seregno, forse, sarebbe il caso di cominciare a chiedere dove intendono costruirla.

lunedì 2 novembre 2026

Seregno, un incontro su pace, disarmo e difesa non violenta delle comunità


Martedì 10 novembre, alle ore 21, la Sala Monsignor Gandini di Seregno ospiterà l'incontro pubblico «Disarmare i conflitti: dalla corsa alle armi, alla protezione non violenta delle comunità».

La serata sarà dedicata ad alcuni temi di grande attualità: il commercio delle armi, la corsa al riarmo, l'economia di guerra, il concetto di sicurezza, la difesa e il disarmo.

L'iniziativa intende approfondire anche il significato del dovere costituzionale di difesa della Patria, interrogandosi sulla possibilità di assolverlo attraverso mezzi non armati e sul ruolo che possono svolgere le comunità nella protezione non violenta delle persone e dei territori.

Interverranno Gianni Alioti, dell'Osservatorio Weapon Watch Italia, e Martina Pignatti, della Fondazione Finanza Etica.

L'incontro è promosso dalle ACLI, in collaborazione con ANPI Seregno, Comitato 25 Aprile e Dare un'anima alla città, con il patrocinio del Comune di Seregno.

Pedemontana, metrotranvia e consumo di suolo: le contraddizioni delle infrastrutture in Brianza


Venerdì 13 novembre, alle ore 21, nella Sala civica Santa Margherita di Lissone, si terrà un'assemblea pubblica, organizzata dal Comitato per la difesa del territorio di Lissone, dedicata a due grandi interventi infrastrutturali che interessano il nostro territorio: Pedemontana e metrotranvia Milano-Seregno.

Due opere diverse, due vicende che sollevano questioni importanti sul futuro della Brianza e sulle scelte che riguardano la mobilità, l'ambiente e il consumo di suolo.

L'assemblea propone un confronto a partire da due domande: perché finire la metrotranvia e perché fermare Pedemontana?

Interverranno:

  • Jennifer Moro – Metrotranvia: perché finirla?
  • Francesco Facciuto – Pedemontana: perché fermarla?
  • Luca De Vincentis – Testimonianza dal territorio.
  • Marco Donadel – Il cambiamento climatico in città.

Sono temi che hanno trovato e continuano a trovare ampio spazio su Brianza Centrale, anche se le due infrastrutture richiedono considerazioni differenti.

Per quanto riguarda Pedemontana, la posizione del blog è di netta contrarietà. La realizzazione dell'autostrada sta comportando una profonda trasformazione del territorio, con sottrazione di aree agricole, frammentazione degli spazi naturali e consumo di suolo. A questi effetti si aggiungono costi economici, ambientali e sociali che ricadono sulla collettività. Una grande opera che solleva interrogativi sulla sua effettiva utilità e sulla sostenibilità delle scelte infrastrutturali che stanno ridisegnando la Brianza.

Diverso è il discorso per la metrotranvia Milano-Seregno. Brianza Centrale sostiene l'importanza del trasporto pubblico. Questo non significa, tuttavia, condividere tutte le scelte progettuali e realizzative. Una delle criticità più rilevanti riguarda la realizzazione del deposito della metrotranvia nell'area verde compresa tra Desio e Seregno. Un intervento che comporta la trasformazione di una porzione di territorio ancora libero, con perdita di superfici verdi e consumo di suolo. Altre criticità riguardano il tracciato. A Desio, in via Milano, il progetto ha suscitato la protesta di cittadini che, con una raccolta di circa 350 firme, hanno chiesto di evitare l'abbattimento di un gruppo di alberi di pregio, individuando soluzioni alternative. Sono questioni che meritano di essere affrontate apertamente. Investire nel trasporto pubblico non dovrebbe significare rinunciare alla tutela del territorio e del patrimonio verde.

domenica 1 novembre 2026

Ex Dell’Orto, quando la rigenerazione non rigenera la città

Le riflessioni di Elena Granata e il caso di Seregno: costruire nuovi edifici non significa necessariamente costruire una città migliore.


Che cosa significa davvero rigenerare una città? È una domanda tutt'altro che retorica, soprattutto in un momento in cui la parola «rigenerazione urbana» viene utilizzata per descrivere interventi molto diversi tra loro, talvolta ridotti alla semplice sostituzione di vecchi edifici con nuove costruzioni.

Nel suo libro La città è di tutti, Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, affronta direttamente questa contraddizione. Nel settimo capitolo, il paragrafo intitolato significativamente «Rigenerazione senza rigenerazione», mette in guardia da una concezione della trasformazione urbana che considera sufficiente demolire un fabbricato industriale dismesso per costruire al suo posto nuovi appartamenti. Ma demolire un vecchio edificio produttivo e costruire abitazioni non significa necessariamente rigenerare. Si può anche non consumare nuovo suolo e, contemporaneamente, consumare aria, verde, spazi liberi, natura e servizi. È un ragionamento che trova una concreta corrispondenza nella vicenda dell'area ex Dell'Orto a Seregno.

L'ex Dell'Orto: un'occasione di rigenerazione o un'operazione immobiliare?

Il Programma Integrato di Intervento relativo all'area ex Dell'Orto aveva suscitato un confronto pubblico anche grazie al dossier elaborato dal Circolo ACLI Leone XIII di Seregno, che aveva avanzato osservazioni e proposte alternative rispetto alla trasformazione prevista. Il progetto presentato prevedeva una trasformazione prevalentemente residenziale, con circa 160 appartamenti, oltre 41.000 metri cubi di edificazione e una torre di 14 piani affacciata su via San Rocco. Le criticità evidenziate dalle ACLI riguardavano diversi aspetti: l'eccessiva concentrazione delle volumetrie, la scarsità delle dotazioni pubbliche, il verde frammentato e prevalentemente condominiale, la mancanza di una significativa componente di edilizia sociale e accessibile, le ricadute sulla mobilità e, soprattutto, l'insufficiente coinvolgimento della cittadinanza.


Il giudizio sintetico contenuto nel dossier era particolarmente efficace: «Non si costruisce città, si occupa spazio». Rileggendo oggi le considerazioni di Granata, emerge proprio questo problema. Un intervento può essere formalmente qualificato come rigenerazione urbana, ma se si limita a sostituire edifici produttivi con abitazioni, senza migliorare la qualità degli spazi pubblici, senza introdurre servizi, senza creare nuove occasioni di incontro e senza rispondere ai bisogni sociali del quartiere, quale rigenerazione viene realmente realizzata?

Il verde non è una decorazione

Un altro passaggio del libro riguarda il verde. Granata critica quella concezione che lo riduce a qualche aiuola ordinata, a spazi ornamentali destinati a completare l'immagine degli edifici. È una distinzione importante. Il verde urbano non dovrebbe essere considerato un elemento accessorio del progetto immobiliare, ma una componente fondamentale della città: deve essere accessibile, fruibile, possibilmente connesso con altri spazi verdi e capace di svolgere funzioni ambientali e sociali. Anche nell'area ex Dell'Orto la questione non riguarda semplicemente quanti metri quadrati di verde siano previsti, ma quale funzione possano effettivamente svolgere. Un giardino condominiale non equivale a uno spazio pubblico. Un'aiuola non sostituisce un parco. E una superficie verde frammentata non garantisce necessariamente continuità ecologica. In una città già densamente urbanizzata come Seregno, queste differenze non sono dettagli progettuali.

Una città non può essere soltanto un insieme di appartamenti

C'è poi la questione sociale, sulla quale Granata insiste particolarmente. Una vera rigenerazione dovrebbe garantire l'accesso alla casa anche a chi non dispone di redditi elevati, evitando che le trasformazioni urbane diventino occasioni di ulteriore esclusione. Anche questo aspetto era emerso con chiarezza nel dossier delle ACLI. L'offerta prevista nell'ex Dell'Orto appariva orientata prevalentemente verso le fasce medio-alte, senza una risposta significativa alle esigenze abitative delle giovani coppie, delle famiglie con redditi ordinari e delle persone più fragili. Ma il ragionamento può essere allargato. Una città non è fatta soltanto di edifici e appartamenti. È fatta di negozi, attività economiche, servizi, luoghi di incontro, spazi pubblici, percorsi pedonali e ciclabili. È fatta di relazioni che si costruiscono nella quotidianità. Quando una trasformazione urbanistica privilegia quasi esclusivamente la componente immobiliare residenziale, senza preoccuparsi di ciò che accade intorno agli edifici, rischia di produrre nuovi insediamenti che non contribuiscono realmente alla vita della città. Granata descrive efficacemente questa mentalità attraverso le parole di un imprenditore che considera gli spazi commerciali, il mix funzionale e i luoghi di relazione soltanto complicazioni per il proprio investimento. La sua aspirazione è costruire e vendere appartamenti, riducendo al minimo tutto ciò che non concorre direttamente alla redditività dell'operazione. È una rappresentazione volutamente provocatoria, ma pone una domanda tutt'altro che secondaria: l'obiettivo di una trasformazione urbana deve essere soltanto quello di rendere conveniente un investimento immobiliare oppure deve contribuire a costruire una città migliore?

La responsabilità della politica

Il punto centrale del ragionamento di Granata, e anche della riflessione sul caso ex Dell'Orto, riguarda il ruolo dell'amministrazione pubblica. Non si può accettare che le trasformazioni della città siano ridotte a trattative tra proprietari, investitori e uffici tecnici, nelle quali l'interesse pubblico finisce per diventare una variabile da conciliare, possibilmente senza compromettere l'operazione economica. L'iniziativa privata ha naturalmente un ruolo nelle trasformazioni urbane. Ma spetta all'amministrazione stabilire le condizioni, definire gli obiettivi e garantire che i benefici non siano riservati soltanto a chi realizza e vende gli immobili. Questo significa pretendere dotazioni pubbliche adeguate, accessibilità abitativa, qualità ambientale, mobilità sostenibile, tutela della memoria dei luoghi e partecipazione effettiva dei cittadini. Significa anche avere una visione complessiva della città, evitando che ogni intervento venga valutato come un episodio isolato, senza considerare le sue conseguenze sul quartiere e sul sistema urbano. È una questione particolarmente attuale per Seregno, anche in vista del nuovo Piano di Governo del Territorio. Se il PGT vuole essere davvero uno strumento per costruire una città più sostenibile e inclusiva, occorre che i principi dichiarati trovino applicazione concreta nelle scelte urbanistiche.

Se tutto è rigenerazione, niente lo è

La riflessione di Elena Granata riporta dunque a una questione che non riguarda soltanto l'ex Dell'Orto, ma il modello di sviluppo urbano che si vuole per Seregno e per le nostre città.
Non si tratta di essere contrari alla trasformazione delle aree dismesse. Al contrario, il loro recupero può rappresentare un'importante occasione per migliorare il tessuto urbano, restituire funzioni a spazi abbandonati, creare servizi, ampliare il verde e rispondere a esigenze sociali. Ma proprio perché queste occasioni sono preziose, non ci si può accontentare di chiamare rigenerazione qualsiasi operazione edilizia. Occorre chiedersi che cosa rimane alla città dopo la trasformazione. Quali spazi vengono restituiti alla collettività? Quali servizi vengono realizzati? Quali opportunità abitative vengono offerte? Quanto migliora la qualità ambientale e sociale del quartiere? E soprattutto, chi ha potuto partecipare alle decisioni?

L'ex Dell'Orto avrebbe potuto e potrebbe ancora rappresentare un'occasione importante per Seregno. Non soltanto per recuperare un'area produttiva dismessa, ma per contribuire a costruire un pezzo di città più vivibile, accessibile e inclusivo. È questo il significato che dovrebbe essere attribuito alla parola rigenerazione. Perché, come scrive Elena Granata, «Se tutto è rigenerazione, niente lo è».

sabato 31 ottobre 2026

Metrotranvia Milano-Seregno: gli errori di programmazione li paghiamo tutti


La vicenda della metrotranvia Milano-Seregno dovrebbe essere una lezione per chiunque abbia responsabilità nella programmazione e nella realizzazione delle opere pubbliche.

Il commento di un lettore al nostro precedente post pone una questione condivisibile: abbandonare un'opera già parzialmente realizzata comporta costi economici e ambientali. Ci sono gli investimenti già sostenuti, le eventuali spese di demolizione, lo smaltimento dei materiali e il ripristino delle aree. C'è inoltre il problema di individuare soluzioni alternative, qualora l'infrastruttura venisse comunque completata senza il deposito previsto. Tutto vero. Ma questo non può diventare un alibi per accettare una situazione di stallo destinata a protrarsi per anni. Le opere pubbliche dovrebbero essere avviate quando esistono ragionevoli certezze sulle risorse necessarie per completarle, con una programmazione realistica dei tempi e delle diverse fasi di intervento. Aprire i cantieri è relativamente facile; portarli a termine è la vera responsabilità di chi li promuove e li gestisce.

Ci diranno che la pandemia, l'aumento dei prezzi e successivamente le guerre hanno modificato il quadro economico e reso tutto più difficile. È vero, ma c'è un particolare che non va dimenticato: la metrotranvia avrebbe dovuto essere completata ben prima che queste emergenze si manifestassero. Non si può attribuire a eventi sopravvenuti l'intera responsabilità di una vicenda che ha radici precedenti. Anche la scelta di realizzare il cosiddetto cantiere «spezzatino», aprendo contemporaneamente diversi fronti di lavoro e presentandola come una soluzione per accelerare i tempi, merita una riflessione. Un'organizzazione che ha moltiplicato i cantieri e i disagi avrebbe dovuto essere accompagnata dalla certezza di poter finanziare e completare tutti gli interventi. È mancata, evidentemente, una programmazione capace di garantire questo risultato.


Ora non possiamo permetterci di rimanere per anni in questa situazione. I cantieri fermi o abbandonati producono degrado, disagi per i residenti, difficoltà alla viabilità e un progressivo deterioramento delle opere già realizzate. E più passa il tempo, più aumentano i problemi e i costi per rimettere tutto in ordine. Le responsabilità politiche e amministrative di questa situazione dovranno essere chiarite. Chi ha assunto le decisioni, chi ha programmato gli interventi e chi ne ha seguito l'attuazione deve rispondere delle scelte compiute. Non basta invocare le difficoltà economiche: occorre spiegare perché si sia arrivati a questo punto e soprattutto indicare una soluzione concreta, con tempi certi.

È vero, demolire ciò che è già stato costruito costa. Ma anche lasciare per anni strutture inutilizzate, cantieri abbandonati e territorio compromesso ha un costo, economico, ambientale e sociale. Il confronto tra le diverse possibilità deve essere fatto seriamente, senza trasformare gli investimenti già effettuati in una giustificazione per qualsiasi scelta futura.

C'è poi un'ultima considerazione che riguarda direttamente il Parco GruBrìa e il futuro del nostro territorio. Se dobbiamo prendere atto del suolo già consumato e delle strutture in cemento già realizzate, evitiamo almeno di continuare a sottrarre terreno agricolo fertile per nuovi interventi. Pensiamo, per esempio, all'ipotesi del nuovo ospedale nell'area del Dosso, ancora una volta all'interno del Parco GruBrìa. Sulla necessità, sulle dimensioni e sulla localizzazione di questo nuovo ospedale crediamo sia necessario aprire una discussione seria. Ma se si riterrà che la struttura sia effettivamente necessaria, perché non valutare prioritariamente il recupero e il riutilizzo di aree già compromesse e di edifici in cemento esistenti, invece di consumare altro suolo agricolo?


Prima di occupare nuovo territorio, utilizziamo quello che abbiamo già compromesso.

La vicenda della metrotranvia dovrebbe insegnarci proprio questo: le opere pubbliche non si misurano soltanto dagli annunci, dai progetti e dai cantieri aperti, ma dalla capacità di portarle a termine, rispettando il territorio e le risorse della collettività. Perché il conto della cattiva programmazione, alla fine, lo paghiamo tutti. E il territorio, una volta compromesso, non si può più recuperare.

giovedì 29 ottobre 2026

Metrotranvia Milano-Seregno: non lasciateci una cattedrale di cemento

STOP: l'emblematico e profetico cartello all'ingresso del cantiere del deposito della metrotranvia tra Desio e Seregno

La notizia pubblicata oggi da Il Giorno sul possibile ridimensionamento della metrotranvia Milano-Seregno conferma le incertezze su un'opera che rischia di non essere completata, mentre gli extracosti aumentano e le risorse necessarie restano da reperire.

La nostra posizione a favore del trasporto pubblico è nota. Altrettanto nota è la nostra contrarietà al deposito costruito nelle aree verdi del Parco GruBrìa, all'interno della rete ecologica, tanto più che un vecchio deposito di dimensioni analoghe si trova a poche centinaia di metri.

Oggi, con il futuro dell'opera incerto, rischiamo di ritrovarci con una struttura parzialmente costruita e inutilizzata: una cattedrale nel deserto, un monumento al consumo di suolo.

Se il deposito non verrà completato e utilizzato, non lasciamo in eredità al territorio altro cemento e un'area verde compromessa.

L'area del deposito prima dell'intervento cementificatorio

Chiediamo ai Comuni di Desio e Seregno di affrontare fin da ora questa eventualità e di impegnarsi a valutare un progetto concreto che preveda la rimozione delle opere realizzate, il ripristino ambientale dell'area e la creazione di un vero parco pubblico, collegato alla città e ai quartieri attraverso percorsi ciclopedonali.

Non si tratta di rinunciare al trasporto pubblico, ma di evitare che un'opera in difficoltà lasci dietro di sé un danno ambientale permanente. Il ripristino richiederà verifiche tecniche e risorse, ma è necessario cominciare a discuterne adesso.

Il Parco GruBrìa non è un'area da sacrificare e poi dimenticare. Se il deposito non serve, si rimuova il cemento e si restituisca l'area ai cittadini.

mercoledì 28 ottobre 2026

Seregno, 25 metri quadrati di suolo consumati ogni giorno: il PGT deve invertire la rotta

I dati presentati ieri da ISPRA ed elaborati da SuoloData fotografano per Seregno una situazione critica: il 52,91% del territorio comunale è già artificializzato. Nel 2024 il saldo del consumo di suolo è stato di circa 25 metri quadrati al giorno. La revisione del Piano di Governo del Territorio deve puntare sulla rigenerazione urbana, sulla tutela delle aree verdi e sul recupero del suolo impermeabilizzato.

Le aree rosse mostrano tutto il suolo già consumato rilevato da ISPRA al 2024.

Quanto spazio resta alla natura a Seregno? E quali scelte urbanistiche servono per conservare le aree verdi ancora presenti, contrastare il riscaldamento urbano e ridurre le conseguenze delle piogge intense? Sono domande che meritano di essere poste in occasione della revisione del Piano di Governo del Territorio (PGT), lo strumento con cui il Comune stabilisce le regole e gli indirizzi per le trasformazioni urbanistiche della città.

I dati disponibili sul consumo di suolo restituiscono un quadro che non può essere ignorato. Il dossier dedicato a Seregno pubblicato da SuoloData, sulla base dei dati ISPRA/SNPA e ISTAT, riporta per il 2024 alcuni indicatori particolarmente significativi.

  • 52,91% del territorio comunale risulta coperto da superfici artificiali: edifici, strade, parcheggi e altre superfici trasformate dall'uomo.
  • 25,2 metri quadrati al giorno è il saldo netto giornaliero del consumo di suolo riportato dal dossier, corrispondente a circa 0,9 ettari all'anno.
  • 3,8 ettari è l'incremento netto della superficie artificiale registrato dal 2016 al 2024.
  • 45.010 abitanti è la popolazione riportata per il 2024, sostanzialmente stabile rispetto all'anno precedente.

Trasformazioni del suolo 2024. 1) Trasformazione non definitiva del suolo 1,49 ha. 2) Nuova copertuta artificiale del suolo 0,67 ha. Fonte Suolodata

Il dato più impressionante è quello relativo alla superficie già artificializzata: a Seregno oltre un metro quadrato su due del territorio comunale è stato trasformato. Il confronto territoriale proposto da SuoloData colloca Seregno al 13° posto su 55 comuni della provincia di Monza e della Brianza per quota di copertura artificiale e al terzo posto per velocità del saldo netto giornaliero di consumo di suolo. Il confronto con la media lombarda è altrettanto significativo: il dossier indica una quota regionale del 12,2%, contro il 52,91% di Seregno. Si tratta di valori che descrivono realtà territoriali differenti, ma che aiutano a comprendere quanto sia elevata la pressione urbanistica sul territorio comunale. È importante distinguere tra il suolo già consumato e quello trasformato nel corso dell'ultimo anno: il primo descrive una condizione accumulata nel tempo, il secondo misura una dinamica recente. Entrambi sono indispensabili per valutare le scelte urbanistiche.

Il consumo di suolo non si misura esclusivamente in ettari sottratti ai campi o agli spazi verdi. La trasformazione di un terreno naturale in una superficie edificata o impermeabilizzata comporta anche la perdita di funzioni ambientali essenziali. Un terreno permeabile assorbe l'acqua piovana, contribuisce alla ricarica delle falde, ospita organismi viventi e partecipa alla regolazione del microclima. Una superficie asfaltata o cementificata, invece, ostacola l'infiltrazione dell'acqua e favorisce il deflusso superficiale.

Le conseguenze sono particolarmente importanti in un territorio densamente urbanizzato come quello di Seregno e della Brianza. Più superfici impermeabili significano meno spazio per l'acqua, maggiori pressioni sui sistemi di drenaggio e possibili aggravamenti dei problemi di allagamento, soprattutto quando le trasformazioni interessano aree già vulnerabili dal punto di vista idraulico. C'è poi la questione delle temperature estive. Edifici, asfalto e parcheggi contribuiscono a creare isole di calore urbane, mentre alberi, vegetazione e suoli non impermeabilizzati possono migliorare il comfort termico e la vivibilità degli spazi pubblici. Conservare il suolo naturale non significa quindi soltanto salvaguardare il paesaggio: significa tutelare la sicurezza, la salute e la qualità della vita dei cittadini.

La revisione generale del PGT rappresenta un'occasione importante per ripensare le priorità dello sviluppo urbano di Seregno. L'obiettivo dovrebbe essere quello di soddisfare le esigenze della città utilizzando meglio gli spazi già urbanizzati, anziché continuare a sottrarre terreno alle aree naturali e agricole. Non basta richiamare genericamente la sostenibilità nei documenti di pianificazione. Servono scelte verificabili, obiettivi misurabili e una valutazione trasparente degli effetti ambientali delle trasformazioni previste.

domenica 25 ottobre 2026

Lombardia Si Muove: raccolta firme alla stazione di Seregno per migliorare il servizio ferroviario


Mercoledì 28 ottobre, doppio appuntamento in piazza XXV Aprile, davanti alla stazione di Seregno, per sostenere la proposta di legge regionale sul servizio ferroviario e i disservizi di Trenord.

Ritardi, soppressioni, treni affollati e informazioni non sempre sufficienti: sono problemi che tanti pendolari conoscono bene e che continuano a incidere sulla vita quotidiana di chi utilizza il trasporto ferroviario per andare al lavoro, a scuola o all'università. Per chiedere interventi concreti è stata lanciata Lombardia Si Muove, una campagna promossa da +Europa con l'obiettivo di raccogliere 5.000 firme per portare in Consiglio regionale una proposta di legge finalizzata a migliorare il servizio ferroviario lombardo.

La raccolta firme farà tappa anche a Seregno, mercoledì 28 ottobre, con due appuntamenti davanti alla stazione ferroviaria, in piazza XXV Aprile:

  • dalle 7 alle 9, al mattino, per intercettare i pendolari in partenza.
  • dalle 18 alle 20, nel tardo pomeriggio, per chi rientra.

La campagna Lombardia Si Muove individua cinque ambiti di intervento:

  • Trasparenza sui dati: rendere pubbliche e facilmente consultabili le informazioni su ritardi, soppressioni, affollamento e qualità del servizio.
  • Controlli indipendenti: affidare la verifica dei dati e della qualità del servizio a un soggetto terzo, distinto da chi gestisce il trasporto.
  • Rimborsi automatici: prevedere meccanismi di rimborso per gli abbonati in caso di disservizi.
  • Partecipazione dei pendolari: istituire un tavolo permanente con rappresentanti dei viaggiatori e delle associazioni dei consumatori.
  • Apertura alla concorrenza: avviare gare pilota su una quota limitata del servizio ferroviario, con l'obiettivo di migliorare qualità, efficienza e copertura.

sabato 24 ottobre 2026

«Perché da noi è tutto cemento?». La domanda dei bambini che Seregno e la Brianza non possono ignorare


Dopo il nostro recente post sul nuovo Piano di governo del territorio di Seregno, ci è arrivato un messaggio. A scriverci è stato un nostro affezionato lettore che ci ha riportato le parole dei suoi figli adolescenti: «Mi chiedono, visitando altri posti d'Italia, come mai da noi è tutto cemento». Una domanda semplice, spontanea, che ci ha colpito. E che pensiamo meriti di essere condivisa con tutti, perché non riguarda soltanto il paesaggio di Seregno né, più in generale, quello della Brianza: tocca il modo in cui abbiamo scelto di abitare questo territorio.

I nostri lettori sono generalmente persone attente ai temi ambientali e consapevoli dei danni provocati da un consumo di suolo che, nella nostra zona, ha raggiunto livelli insostenibili. Non abbiamo quindi la pretesa di scoprire oggi un problema che molti conoscono e denunciano da tempo. Ma quella domanda ci costringe a guardare la situazione da un'altra prospettiva. Non quella delle statistiche, delle percentuali di territorio urbanizzato, delle previsioni edificatorie o delle giustificazioni con cui ogni nuova trasformazione viene presentata come un'opportunità di sviluppo. Ci invita a guardare Seregno - e con essa la Brianza - con gli occhi dei bambini.

Vorremmo che questa domanda arrivasse innanzitutto a chi amministra le nostre città, ai politici che prendono le decisioni urbanistiche e ai tecnici incaricati di redigere il nuovo PGT. Ma vorremmo rivolgerla anche a tutti i cittadini di Seregno, perché il futuro della città non può essere considerato una questione riservata agli addetti ai lavori.

Perché da noi è tutto cemento? E soprattutto: vogliamo davvero che continui a essere così?

Quella dei bambini è una domanda che nasce a Seregno, ma che vale per l'intera Brianza. Seregno non è che un esempio - seppur particolarmente significativo - di come gran parte della nostra regione sia cresciuta attraverso una progressiva occupazione del territorio. Campi, spazi aperti e aree verdi sono stati sacrificati per fare posto a edifici, strade, parcheggi e capannoni. Oggi il territorio urbanizzato rappresenta, secondo le stime richiamate nel dibattito locale, circa il 54% della superficie comunale: una cifra che, pur riferita a Seregno, racconta una condizione condivisa da molti comuni brianzoli.

Non è soltanto una questione estetica. Il suolo libero assorbe l'acqua piovana, contribuisce a contenere il caldo estivo, sostiene la biodiversità e mantiene un rapporto con la natura che diventa sempre più difficile ritrovare nei nostri centri abitati. Eppure, troppo spesso, ciò che rimane libero viene ancora considerato una possibile riserva per nuove edificazioni. Ma se continuiamo a consumare il territorio, quale paesaggio lasceremo ai nostri figli e ai nostri nipoti? E quale idea di progresso stiamo trasmettendo loro?

Per troppo tempo abbiamo identificato lo sviluppo con la crescita edilizia. Costruire significava progredire, mentre fermarsi sembrava sinonimo di immobilismo. Oggi dovremmo avere il coraggio di mettere in discussione questa convinzione. In una città che deve fare i conti con il calo delle nascite, con una popolazione che invecchia e con scuole che in alcuni casi perdono iscritti o chiudono - dinamiche che accomunano Seregno a molti altri comuni della Brianza - è ragionevole continuare a pianificare come se la crescita fosse un processo inevitabile e senza limiti? Non significa negare il bisogno di abitazioni, servizi e spazi pubblici. Significa chiedersi come soddisfare queste esigenze utilizzando meglio ciò che già possediamo: edifici vuoti, strutture sottoutilizzate, aree industriali dismesse, spazi urbani che possono essere recuperati e restituiti alla collettività. E significa riconoscere che anche la rigenerazione urbana deve essere valutata per ciò che produce realmente. Non basta chiamare un intervento «rigenerazione» se il risultato è aggiungere nuove costruzioni e impermeabilizzare altro terreno. Il nuovo PGT dovrebbe servire anche a stabilire dei limiti, individuare le aree da preservare e decidere dove sia davvero necessario intervenire. Perché non tutto ciò che può essere costruito deve necessariamente esserlo.

Il progresso, oggi, deve significare anche restituire suolo alla natura, rimuovere cemento dove possibile e recuperare gli spazi che abbiamo sottratto alla vita.


Guardare Seregno con gli occhi dei bambini. Forse è proprio questo il punto da cui dovremmo ripartire. I bambini che visitano altri luoghi d'Italia vedono paesaggi diversi dal nostro e si chiedono perché la loro città non possa essere altrettanto verde, aperta e vivibile. Non conoscono le procedure urbanistiche, non devono mediare tra interessi economici e decisioni amministrative, non sono chiamati a giustificare scelte compiute decenni fa. Vedono ciò che hanno davanti e immaginano ciò che potrebbe esserci. I loro occhi sono ancora capaci di guardare al futuro senza considerare inevitabile tutto ciò che esiste nel presente. È una capacità che noi adulti rischiamo di perdere quando ci abituiamo al degrado del paesaggio, quando consideriamo normale che ogni spazio libero possa essere edificato e quando finiamo per accettare come inevitabile un modello di sviluppo che consuma progressivamente le risorse da cui dipende la nostra stessa qualità della vita. Per questo crediamo che la domanda di quei bambini debba entrare nel dibattito sul nuovo PGT di Seregno. Non come una semplice testimonianza, ma come un interrogativo al quale chi governa la città deve provare a rispondere. E dovrebbe interrogarsi anche ciascuno di noi: quale città vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? Una città nella quale sarà sempre più difficile trovare uno spazio verde, oppure una comunità capace di riconoscere il valore del territorio che ancora possiede e di impegnarsi per conservarlo?

Non possiamo chiedere alle nuove generazioni di affrontare la crisi climatica, proteggere la biodiversità e costruire un futuro sostenibile, se nel frattempo continuiamo a sottrarre loro le risorse necessarie per farlo. Non togliamo ai bambini la possibilità di immaginare un futuro diverso. Se vogliamo davvero bene a Seregno - e alla Brianza - proviamo a guardarla con i loro occhi. Forse ci accorgeremo che il progresso non consiste nel costruire ancora, ma nel conservare, recuperare e restituire alla comunità ciò che abbiamo troppo a lungo considerato sacrificabile.

venerdì 23 ottobre 2026

Seregno e il nuovo PGT: la crescita non può essere infinita

Le aree del Parco Grubrìa a Seregno

Con l'avvio del percorso partecipato per il nuovo Piano di governo del territorio (PGT), Seregno è chiamata a interrogarsi sul proprio futuro urbanistico. Una riflessione che dovrebbe partire da una domanda fondamentale: in una città che ha già consumato circa il 54% del proprio territorio, quanto spazio possiamo ancora sottrarre al suolo libero?

Uno spunto interessante arriva da Arturo Lanzani, attuale presidente del Parco GruBrìa e docente universitario, che ha recentemente pubblicato sulla Rivista Dissonanze un articolo dal titolo «È forse il caso di finirla con la retorica della città densa e compatta, ecologicamente virtuosa».

Lanzani non è soltanto uno studioso di urbanistica: è stato assessore all'Urbanistica nella giunta Perego a Seregno, dal 1995 al 2005. La sua riflessione assume quindi un interesse particolare anche per la nostra città, impegnata oggi a definire le scelte che ne condizioneranno lo sviluppo futuro. Nel suo articolo, Lanzani mette in discussione l'idea che la città compatta sia necessariamente più sostenibile di quella diffusa. Il problema, sostiene, non può essere affrontato contrapponendo rigidamente due modelli urbanistici: occorre piuttosto partire dai territori esistenti, riutilizzare il patrimonio edilizio e infrastrutturale e individuare soluzioni adatte ai diversi contesti. È una prospettiva utile anche per il dibattito sul PGT di Seregno. Recuperare edifici dismessi, riqualificare le aree già urbanizzate e valorizzare il patrimonio esistente dovrebbero essere priorità rispetto all'occupazione di nuovi terreni.

Ma c'è un punto sul quale vale la pena soffermarsi: la rigenerazione urbana, da sola, non garantisce che il consumo di suolo si arresti. Anche un progetto di rigenerazione può prevedere nuove costruzioni e comportare l'occupazione di superfici prima libere, per esempio per realizzare strade, parcheggi o altri servizi. Interventi che possono rispondere a esigenze reali, ma che non sono automaticamente sostenibili soltanto perché inseriti in un progetto di riqualificazione. La questione, dunque, non è limitarsi a stabilire dove costruire, ma decidere quali trasformazioni siano davvero necessarie, quali alternative esistano e quanto territorio siamo disposti a sacrificare per realizzarle.

Seregno è inserita in un territorio brianzolo densamente urbanizzato, nel quale gli spazi liberi sono diventati una risorsa sempre più rara. Quel 46% di territorio che, secondo il dato indicato, non risulta urbanizzato non può essere considerato automaticamente tutto disponibile: comprende suoli con caratteristiche e funzioni diverse, la cui importanza ambientale deve essere valutata e tutelata. Il suolo libero non è uno spazio vuoto in attesa di una destinazione edilizia. È una risorsa che permette all'acqua di infiltrarsi, contribuisce a mitigare le temperature estive, sostiene la biodiversità e conserva una relazione con il paesaggio che l'urbanizzazione tende progressivamente a cancellare. Per questo il dibattito sul nuovo PGT non può fermarsi alla contrapposizione tra città compatta e città diffusa, né esaurirsi nell'obiettivo della rigenerazione urbana. Deve affrontare una questione più scomoda: fino a dove vogliamo spingerci nella trasformazione del territorio? Ogni nuova esigenza viene spesso presentata come una necessità alla quale il piano urbanistico deve dare risposta. Ma le esigenze possono essere diverse e anche entrare in conflitto: nuove abitazioni, attività economiche, infrastrutture, servizi e spazi pubblici possono competere per le stesse risorse territoriali.

Non tutto può essere realizzato ovunque, e non tutto ciò che è tecnicamente possibile è per questo indispensabile. Occorre stabilire delle priorità, valutare le alternative e riconoscere che alcune scelte comportano necessariamente delle rinunce. La crescita, del resto, non può essere considerata un obiettivo illimitato. In un territorio già fortemente urbanizzato, continuare ad aggiungere edificazioni e infrastrutture senza interrogarsi sul limite da raggiungere significa rinviare una decisione che prima o poi diventerà inevitabile.

Il percorso partecipato avviato a Seregno dovrebbe servire proprio a questo: non soltanto a discutere come trasformare la città, ma anche a decidere che cosa non deve essere trasformato. 
L'invito di Lanzani a partire dal patrimonio esistente è un contributo utile. Ma per tradurlo in una politica urbanistica coerente occorre andare oltre la generica promessa di rigenerazione: bisogna verificare quali bisogni possano essere soddisfatti recuperando gli spazi già urbanizzati, quali nuovi interventi siano effettivamente necessari e quali aree libere debbano essere preservate. La tutela del suolo non può dipendere soltanto dalla possibilità di trovare soluzioni tecniche meno impattanti. Richiede una scelta politica: riconoscere che il territorio ha un valore anche quando non produce nuove edificazioni e che conservare uno spazio libero può essere più importante di realizzare un nuovo servizio.

Desio - Seregno, venticinque giovedì in piazza per la Palestina: «Non possiamo essere indifferenti»

Il presidio alla manifestazione di Milano dello scorso 10 ottobre

Venticinque giovedì consecutivi di presenza e testimonianza civile per la Palestina. È il traguardo raggiunto il 22 ottobre dal presidio che riunisce cittadini tra Seregno e Desio. In piazza Concordia, a Seregno, si sono ritrovate più di trenta persone per richiamare l'attenzione sulla situazione a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e nel resto del Medio Oriente.

Nel comunicato diffuso dopo l'iniziativa, gli organizzatori ribadiscono la necessità di continuare a mobilitarsi, anche nella consapevolezza che una singola iniziativa difficilmente può incidere su uno scenario internazionale così complesso. Tra le testimonianze raccolte durante il presidio, gli organizzatori riportano la riflessione di un partecipante che richiama le tragedie della Seconda guerra mondiale e la possibilità, per le popolazioni di allora, di invocare la mancata conoscenza degli stermini in corso. Oggi, sostiene il partecipante, la disponibilità di informazioni e testimonianze non consente di giustificare l'indifferenza. Nel suo intervento denuncia le condizioni di vita della popolazione palestinese a Gaza, tra distruzioni, carenza di servizi e difficoltà di accesso agli aiuti umanitari, definendo genocidio quanto sta accadendo.

Dopo venticinque appuntamenti, i promotori tracciano anche un primo bilancio del rapporto con la cittadinanza. Se all'inizio, raccontano, non erano mancati sguardi ostili e commenti sprezzanti, con il tempo le reazioni sarebbero cambiate. Alla fase iniziale di fastidio sarebbe subentrata una diffusa indifferenza, accompagnata, più recentemente, da un lento aumento dei gesti di solidarietà. Per gli organizzatori, la continuità del presidio ha un valore che va oltre la singola questione palestinese. In un periodo segnato da guerre, rincari, violenze e disagio sociale, la partecipazione civile rappresenta, nelle loro parole, una «fiammella di luce» da tenere accesa.

L'invito a partecipare è rivolto a tutti i cittadini, alle associazioni e a chiunque non voglia rimanere indifferente di fronte alla tragedia palestinese. «Basta anche solo un'ora del proprio tempo», scrivono i promotori, per testimoniare solidarietà e dimostrare che Seregno, Desio e l'intera Brianza non sono indifferenti. Un appuntamento settimanale che continua, dunque, con l'obiettivo di mantenere viva l'attenzione pubblica e offrire uno spazio di partecipazione e testimonianza civile.

Prossimi appuntamenti (dalle 18 alle 19):

  • Giovedì 29 ottobre: Desio – Piazza Conciliazione
  • Giovedì 5 novembre: Seregno - Piazza Concordia

lunedì 19 ottobre 2026

Rinnovare non significa impoverire: quale futuro vogliamo per le nostre città?

Il complesso natatorio di Seregno in una immagine d'epoca.

Ci sono edifici che, con il passare degli anni, diventano parte del paesaggio quotidiano al punto da sembrare scontati. Eppure, dietro le loro forme, possono esserci una storia, una qualità architettonica e un significato collettivo che meritano di essere riconosciuti prima di decidere come intervenire. È una riflessione che nasce dalla lettera aperta indirizzata al sindaco di Seregno dall'architetto Alessandro Zoppini, figlio di Pino Zoppini, progettista della piscina cittadina. La lettera esprime amarezza per le recenti trasformazioni dell'impianto, ma solleva una questione che va ben oltre il destino di un singolo edificio. «La piscina di Seregno era un’opera che dava lustro alla città e che, pur avendo ormai una certa età, conservava una propria dignità e una forte identità architettonica. Certamente era necessario adeguarla alle esigenze contemporanee, ma rinnovare non significa snaturare, né tantomeno deturpare», scrive Zoppini. È questo il punto da cui partire. Non si tratta di contrapporre il vecchio al nuovo o di sostenere che gli edifici debbano rimanere immutati. Le città cambiano e le strutture pubbliche devono rispondere a nuove esigenze. Il problema non è trasformare, ma capire che cosa trasformiamo, perché lo facciamo e quale valore rischiamo di perdere.

Nella sua lettera, Zoppini ricorda che la piscina non era soltanto un impianto sportivo da aggiornare, ma un'opera dotata di una propria riconoscibilità architettonica. «Avevate a disposizione un edificio di valore, conosciuto anche a livello internazionale: un patrimonio da curare, non un ostacolo da rimuovere», scrive rivolgendosi all'amministrazione comunale. Un edificio pubblico, infatti, non è soltanto la somma delle funzioni che ospita. Conta anche il modo in cui queste prendono forma nello spazio, il rapporto con il contesto e la qualità architettonica che contribuisce a definire l'identità di un luogo. Una piscina può essere funzionale e, allo stesso tempo, possedere caratteristiche architettoniche da conservare. Lo stesso vale per una scuola, una piazza o un edificio storico: adeguarli alle esigenze contemporanee non dovrebbe significare rinunciare automaticamente alle qualità che li rendono riconoscibili. Zoppini sostiene che, nel caso della piscina, sarebbe stato possibile conciliare le nuove esigenze con la conservazione dell'opera: «Sono convinto che si sarebbe potuto raggiungere lo stesso risultato funzionale senza distruggere il valore dell’opera». È una valutazione riferita a uno specifico intervento, che meriterebbe di essere approfondita attraverso la conoscenza del progetto e delle scelte effettuate. Ma la domanda che solleva è importante: prima di modificare radicalmente un edificio, sono state davvero esplorate le alternative capaci di coniugare funzionalità e qualità architettonica?

La frase più significativa della lettera è forse questa: «Ritengo che un’amministrazione pubblica abbia la responsabilità di riconoscere il valore del patrimonio che eredita e di consegnarlo al futuro possibilmente migliorato, non impoverito». È un principio che dovrebbe guidare ogni scelta pubblica. Amministrare una città significa ricevere un patrimonio costruito nel tempo: edifici, spazi pubblici, giardini, alberature, paesaggi e luoghi della vita collettiva. Non si tratta di beni che appartengono soltanto a chi governa oggi, ma di risorse da trasmettere alle generazioni future. Naturalmente, questo non significa conservare tutto indiscriminatamente. Significa valutare con attenzione ciò su cui si interviene, riconoscerne i valori e confrontare le alternative prima di scegliere. Un'opera pubblica, quindi, non dovrebbe essere giudicata soltanto in base alla sua funzionalità, ai costi o ai tempi di realizzazione. Occorre chiedersi se migliori davvero il luogo in cui si inserisce e se il risultato ottenuto sia preferibile alle possibili alternative. Perché realizzare un'opera e migliorare una città non sono necessariamente la stessa cosa.

Il ragionamento vale ben oltre l'architettura e investe il modo in cui trasformiamo il territorio brianzolo. In un'area densamente urbanizzata, dove il suolo libero è una risorsa limitata, ogni intervento ha conseguenze che vanno valutate nel loro insieme. Recuperare un'area dismessa può essere un'opportunità, ma la qualità del risultato dipende anche dal verde previsto, dagli spazi pubblici, dai servizi e dal rapporto con il quartiere. Riqualificare una piazza può migliorarne l'accessibilità, ma se si eliminano alberi maturi e ombra senza una ragione convincente, lo spazio potrebbe diventare meno vivibile proprio durante le estati più calde. Costruire nuove infrastrutture può rispondere a esigenze di mobilità, ma occorre considerarne anche gli effetti sul paesaggio, sugli ecosistemi e sulla qualità della vita. Lo stesso vale per le compensazioni ambientali: non basta prevedere nuovi interventi verdi sulla carta, se non producono benefici ecologici concreti e duraturi. In tutti questi casi, la domanda non dovrebbe essere soltanto se un intervento sia possibile o conveniente, ma quale valore aggiunga alla comunità e quali risorse rischi di compromettere.

Questa riflessione è particolarmente attuale a Seregno, dove è stato avviato il percorso partecipativo per la formazione del nuovo Piano di governo del territorio (PGT). La pianificazione urbanistica è il momento in cui una comunità può discutere non soltanto quali trasformazioni consentire, ma quale città desideri costruire: come recuperare le aree dismesse, tutelare gli spazi verdi, migliorare i quartieri e garantire servizi adeguati. La partecipazione, per essere realmente utile, non dovrebbe limitarsi a raccogliere osservazioni su decisioni già definite. Dovrebbe consentire ai cittadini di contribuire alla scelta delle priorità e di confrontare soluzioni alternative quando le decisioni sono ancora aperte. Nella sua lettera, Zoppini si domanda «se sia stato adeguatamente valutato il valore architettonico della piscina e se vi sia stato un confronto con chi ne conosce la storia e le ragioni progettuali». È un interrogativo che richiama un principio valido anche per la pianificazione: per decidere bene, bisogna prima conoscere ciò su cui si interviene. Il PGT può svolgere un ruolo importante, stabilendo obiettivi e criteri capaci di orientare le trasformazioni future verso una maggiore qualità urbana e ambientale. È dunque fondamentale che il percorso partecipativo offra l'occasione per discutere non soltanto quanto e dove costruire, ma anche quali valori riconoscere, quali risorse tutelare e quali miglioramenti perseguire.

Esiste un'idea di progresso che tende a identificare il cambiamento con il miglioramento: un edificio rinnovato, una piazza rifatta, una nuova costruzione sembrano rappresentare automaticamente un passo avanti. Ma non è sempre così. Il progresso può consistere nel costruire qualcosa di nuovo, ma anche nel recuperare intelligentemente ciò che esiste, conservare un'area verde o scegliere una soluzione meno invasiva. Non tutto ciò che è vecchio è necessariamente di valore, così come non tutto ciò che è nuovo è necessariamente migliore. Servono competenza, sensibilità e capacità di valutare le alternative. Zoppini denuncia il rischio che l'architettura del Novecento venga considerata «vecchia e superata, come se il trascorrere del tempo autorizzasse a trasformarla senza attenzione per la sua identità». Il suo richiamo ci invita a non confondere la necessità di cambiare con il diritto di cancellare. Vale per gli edifici, ma anche per il paesaggio e gli spazi aperti: riconoscere il valore di ciò che abbiamo ereditato non significa bloccare ogni trasformazione, bensì evitare perdite che potrebbero essere scongiurate con scelte migliori.

Che cosa vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? La lettera di Alessandro Zoppini nasce dall'amarezza per un intervento che, a suo giudizio, ha compromesso l'identità architettonica della piscina progettata dal padre. Ma il suo significato più ampio sta nella responsabilità che attribuisce alle amministrazioni pubbliche: consegnare al futuro un patrimonio «possibilmente migliorato, non impoverito». È un criterio che dovrebbe accompagnare le decisioni urbanistiche di Seregno e di tutti i comuni della Brianza. Non per impedire le trasformazioni, ma per renderle consapevoli; non per conservare tutto indiscriminatamente, ma per evitare che ciò che ha valore venga perduto senza un'adeguata valutazione. In fondo, davanti a una piscina, a una piazza, a un'area verde o a un progetto urbanistico, la domanda è sempre la stessa: alla fine dell'intervento, la città avrà davvero guadagnato qualcosa oppure avrà semplicemente cambiato aspetto? La qualità di una città non si misura soltanto da quanto costruisce, da quanto investe o da quante opere inaugura. Si misura anche dalla capacità di riconoscere ciò che conta, scegliere con lungimiranza e migliorare i luoghi senza impoverirli. Il futuro di una città, infatti, dipende non soltanto da ciò che saprà realizzare, ma anche da ciò che saprà rispettare e consegnare a chi verrà dopo di noi.

sabato 10 ottobre 2026

Seregno, la città secondo Alberto Rossi: «L’urbanistica ha a che fare con la felicità delle persone»

Lo scorso 30 settembre il sindaco di Seregno, Alberto Rossi, è intervenuto alla Fondazione Ambrosianeum, alla presentazione del libro “La città di tutti” di Elena Granata. Riprendiamo i suoi interventi  che offrono diversi spunti di riflessione sul futuro urbano di Seregno, proprio mentre si avvia il percorso partecipativo per il nuovo Piano di governo del territorio.

Da sx a dx: Fabio Pizzul, Elena Granata e Alberto Rossi. Immagine tratta dal web.

(zc) Che cosa significa progettare una città? E, soprattutto, a chi appartiene la città? Sono domande che attraversano La città di tutti, il libro di Elena Granata presentato lo scorso 30 settembre all’Ambrosianeum di Milano, al quale è intervenuto anche il sindaco di Seregno, Alberto Rossi.
Non si è trattato soltanto di una conversazione intorno a un libro. Gli interventi del sindaco hanno offerto l’occasione per raccontare una visione dell'amministrazione urbana maturata attraverso l'esperienza di questi anni, ma anche per mettere a fuoco dubbi, contraddizioni e difficoltà che accompagnano chi è chiamato a trasformare idee e progetti in scelte concrete.
Le parole di Rossi arrivano in un momento particolarmente significativo per Seregno: in questi giorni si è infatti avviato il percorso partecipativo per il nuovo Piano di governo del territorio (PGT), lo strumento attraverso il quale la città dovrà definire le proprie prospettive di sviluppo e le scelte che incideranno sul suo assetto urbano, sul consumo di suolo, sul verde, sulla mobilità e sulla qualità degli spazi pubblici.
Proprio per questo, le riflessioni del sindaco meritano di essere rilette non soltanto come considerazioni generali sull'urbanistica, ma anche come una possibile chiave di lettura delle questioni che Seregno si troverà ad affrontare.

L'urbanistica non è soltanto una questione di numeri

Uno dei passaggi più significativi dell'intervento di Rossi riguarda il modo stesso di intendere l'urbanistica. Rossi ha ricordato come, nella sua esperienza amministrativa, l’urbanistica gli sia apparsa inizialmente soprattutto come una questione di numeri, leggi e codici, per poi maturare la convinzione che debba misurarsi prima di tutto con la felicità delle persone. 
Una osservazione che sposta il punto di osservazione. L'urbanistica non può esaurirsi nella disciplina delle edificazioni, nel rispetto delle norme, nella distribuzione delle volumetrie o nella gestione degli interessi che si confrontano intorno alle trasformazioni immobiliari. Deve interrogarsi sugli effetti che le decisioni producono nella vita quotidiana delle persone.
Come si vive una piazza? Quanto è facile attraversare un quartiere a piedi o in bicicletta? Dove possono incontrarsi i ragazzi? Quali spazi sono accessibili a chi ha difficoltà economiche, a chi è anziano, a chi vive da solo? Quanto verde rimane a disposizione della collettività? Sono domande che appartengono alla qualità urbana almeno quanto gli indici edilizi e le prescrizioni tecniche.
Per Rossi, la collaborazione con Elena Granata è stata importante proprio perché ha contribuito a introdurre questa prospettiva nel lavoro amministrativo. Il sindaco ha raccontato che il rapporto con la docente del Politecnico è nato quasi per caso, dopo aver letto un suo libro e averle scritto privatamente per proporle una chiacchierata. Da quel primo contatto è nata una collaborazione che ha portato anche al "Piano clima" della città.
Il libro, ha spiegato, gli ha offerto l'occasione per riconoscere alcune esperienze già avviate a Seregno, ma anche per interrogarsi su quanto ancora resti da fare e sulle occasioni nelle quali, per prudenza o per convenienza politica, si finisce per rinunciare a una parte delle proprie ambizioni.
Il punto, dunque, non è soltanto amministrare la città esistente, ma domandarsi quale idea di vita urbana debba orientare le decisioni.

Il cambiamento climatico come punto di partenza del PGT

Nel suo primo intervento Rossi ha dedicato ampio spazio al "Piano clima" di Seregno, indicandolo come esempio di un approccio che parte dai dati e dai problemi reali anziché da una visione astratta del territorio.
Il riferimento è agli eventi meteorologici estremi del luglio 2023. Il sindaco ha ricordato la violenta grandinata del 21 luglio, seguita due giorni dopo da una tromba d'aria, che misero in evidenza la vulnerabilità della città.
«Il succo di tutto questo è che noi abbiamo avuto paura, noi ci siamo ritrovati impreparati».
Un'esperienza concreta, dunque, che ha reso impossibile continuare a considerare il cambiamento climatico come un tema da convegno o una questione lontana dalla vita amministrativa quotidiana.
«Nel momento in cui dovevamo ipotizzare un nuovo Piano di governo del territorio, o da lì partivamo o ci raccontavamo storie».
È uno dei passaggi più rilevanti in vista del nuovo PGT. Per il sindaco, il clima non costituisce un capitolo settoriale da aggiungere a un piano già impostato, ma una condizione dalla quale partire per comprendere i problemi e orientare le scelte.
Rossi ha spiegato che il lavoro preparatorio ha permesso di mettere insieme dati che esistevano già, ma che spesso rimanevano separati e poco utilizzati. Da questa ricognizione emergono, nelle sue parole, scenari impegnativi: l'aumento delle temperature, la concentrazione delle precipitazioni in un numero inferiore di giorni e i rischi idraulici legati alle caratteristiche del territorio e alla capacità delle infrastrutture esistenti.
«Seregno tra pochi decenni avrà le temperature medie che oggi ci sono a Tunisi e a Marrakech», ha detto il sindaco. E ancora: «La quantità di piogge è la stessa di cinquant'anni fa, ma i giorni di pioggia sono più che dimezzati».
Il suo intervento ha fatto inoltre riferimento a problemi di invarianza idraulica, alla rete fognaria e alle trasformazioni intervenute in aree nelle quali le infrastrutture erano state concepite per una popolazione e un carico urbano molto diversi da quelli attuali.
Il ragionamento è chiaro: non basta domandarsi dove e quanto si possa costruire. Occorre valutare come il territorio reagirà alle piogge intense, quali aree siano maggiormente esposte agli allagamenti, quanto spazio sia necessario lasciare all'acqua e quale ruolo possano svolgere il suolo permeabile e la vegetazione.
Il "Piano clima", ha precisato Rossi, non è stato un obbligo normativo per il Comune, ma una scelta amministrativa. E il suo valore non sta soltanto nel documento prodotto, bensì nel tentativo di costruire una visione condivisa e di tradurla progressivamente in azioni.
«O ne usciamo collettivamente tutti insieme o individualmente siamo tutti spazzati via da questa cosa», ha affermato, richiamando la necessità di una risposta che coinvolga l'intera comunità.
Per il PGT si pone allora una questione concreta: se il cambiamento climatico deve davvero rappresentare il punto di partenza, quanto peserà nelle decisioni sulle trasformazioni urbanistiche, sulle aree verdi, sulla permeabilità dei suoli e sulla localizzazione delle nuove edificazioni?

A Seregno quasi l'80% del verde è privato

Fra le osservazioni più interessanti del sindaco c'è quella relativa alla distribuzione della proprietà del verde urbano.
«Seregno è una città dove quasi l'80% del verde è privato. Per cui, se noi non ingaggiamo i cittadini sul proprio verde privato, io posso fare il miglior regolamento del verde pubblico, la migliore politica sui parchi, o non sui parchi intesi come riserva indiana, poi lì ci torno magari, ma sull'avere una visione che mette assieme tutto. Ma se è il pubblico da solo non andiamo da nessuna parte».
Il dato, così come riferito da Rossi, richiama un problema centrale per una città densamente urbanizzata: la qualità ambientale non dipende soltanto dai parchi pubblici, ma anche dall'insieme degli spazi verdi distribuiti nei giardini privati, nei cortili e nelle aree non edificate.
Il sindaco invita a superare l'idea che la tutela della natura sia una responsabilità esclusiva dell'amministrazione e che il verde pubblico possa essere trattato come una sorta di enclave separata dal resto della città.
È una considerazione che apre una prospettiva interessante per il PGT. La pianificazione può certamente tutelare le aree verdi pubbliche, individuare connessioni ecologiche e stabilire regole per gli interventi privati. Ma deve anche interrogarsi sulla continuità degli spazi aperti, sulla frammentazione del tessuto urbano e sul ruolo che le aree private possono svolgere nel mantenimento di un ambiente vivibile.
Se il verde è una componente essenziale della resilienza climatica, la sua tutela non può essere valutata esclusivamente in termini quantitativi. Contano anche la distribuzione, la qualità, la possibilità di collegare gli spazi naturali e la conservazione di terreni permeabili.
Rossi ha riconosciuto, d'altra parte, che i risultati non possono essere immediati. Il "Piano clima" contiene una serie di azioni e di obiettivi che richiedono investimenti, continuità amministrativa e il coinvolgimento di cittadini, associazioni e forze politiche.
«Finirò il secondo mandato che di tutte quelle azioni sarò orgoglioso di dire sono riuscito a farne due», ha detto, con una battuta che restituisce il divario tra l'ampiezza di una visione e i tempi necessari per realizzarla.
Ma proprio qui si misura il rapporto tra programmazione e scelte urbanistiche: quali obiettivi si vogliono rendere vincolanti? Quali risorse si intendono destinare? E quali trasformazioni è necessario evitare per non compromettere oggi le possibilità di intervento di domani?

Le politiche ambientali non dovrebbero cambiare con il colore delle amministrazioni

Il sindaco ha insistito anche sulla necessità che alcuni obiettivi superino le divisioni politiche e la durata dei singoli mandati.
«Possiamo dire che l'amministrazione a Seregno, come in ogni città, fra venti mesi magari cambierà anche colore, certamente cambierà, magari cambierà anche colore politico, ma quel percorso lì, cioè possiamo su questo non dire che i primi sei mesi li passo a distruggere quello che ha fatto quello prima, ma a dire: questo è un tema».
E ha aggiunto, riferendosi agli eventi meteorologici estremi: «Quella tromba d'aria non era di destra o di sinistra».
Il ragionamento è applicabile a molte questioni urbanistiche. Un piano che richiede anni per essere attuato non può dipendere esclusivamente dalla volontà di chi si trova temporaneamente alla guida del Comune. La riduzione del rischio idraulico, l'adattamento climatico, la tutela del verde e la qualità degli spazi pubblici sono temi che richiedono coerenza nel tempo.
Da qui l'importanza del percorso partecipativo appena avviato per il PGT. La partecipazione può contribuire a costruire una visione condivisa, ma la sua efficacia dipende anche dalla capacità di tradurre le indicazioni emerse in scelte verificabili e in obiettivi che resistano ai cambiamenti politici.
Non è sufficiente dichiarare che una questione riguarda tutti: occorre stabilire quali decisioni ne conseguano, quali risorse siano necessarie e quali interessi debbano essere messi a confronto.

Una città di tutti non è una città divisa in recinti

In un secondo intervento, sollecitato da Fabio Pizzul a raccontare che cosa il libro avesse suscitato in lui, Rossi ha spostato l'attenzione sul modo in cui vengono concepiti gli spazi urbani e sul loro rapporto con le diverse componenti della società.
Ha citato alcune esperienze realizzate a Seregno: gli spazi per i ragazzi, le scuole aperte nel pomeriggio, un museo diventato scuola, il giardino della biblioteca dedicato a Giulio Regeni e alcuni progetti legati all'abitare e all'innovazione.
Sono esempi diversi, ma accomunati da un'idea: i luoghi della città possono avere funzioni molteplici e mettere in relazione persone che altrimenti rischierebbero di restare separate.
A proposito del giardino della biblioteca, inaugurato nel maggio 2025, Rossi ha raccontato un'esperienza che considera significativa: «È un giardino che non ha per ora in quasi diciotto mesi avuto bisogno di un cestino». Il riferimento è alla responsabilità dei ragazzi che frequentano lo spazio, abituati a consumare il proprio cibo e a portare via i rifiuti.
Al di là del singolo esempio, il messaggio è che la qualità degli spazi pubblici non dipende soltanto dalle attrezzature e dalle regole, ma anche dai comportamenti e dalle relazioni che quei luoghi riescono a favorire.
Il sindaco ha richiamato anche il ruolo della biblioteca, descrivendola come un luogo nel quale le persone senza dimora possono trovare accoglienza e stare insieme agli studenti.
«La biblioteca per noi c'è, la biblioteca è l'unico luogo dove i senzatetto sono accettati», ha detto, riferendosi alla possibilità per queste persone di trovare un ambiente nel quale sostare e ricaricare i propri dispositivi.
È una riflessione che riguarda la natura stessa dei servizi e degli spazi pubblici: non soltanto strutture destinate a chi possiede già le risorse per usufruirne, ma luoghi capaci di accogliere bisogni diversi e di favorire la convivenza.
Il sindaco ha contrapposto questa visione a un precedente approccio amministrativo che rivendicava le panchine senza schienale, sul presupposto che una seduta scomoda avrebbe indotto le persone a fermarsi meno a lungo. Il richiamo non è secondario. Anche un elemento apparentemente banale dell'arredo urbano esprime una determinata idea di città: uno spazio progettato per trattenere le persone, favorire la permanenza e l'incontro è diverso da uno concepito per scoraggiarli.
La domanda posta da La città di tutti torna così in primo piano: chi può utilizzare gli spazi urbani, per quanto tempo e a quali condizioni?

La strada può essere anche un luogo di incontro

Un altro passaggio significativo riguarda la mobilità e il rapporto tra pedoni, ciclisti e automobilisti.
Rossi ha raccontato di essersi rivolto a Elena Granata durante una discussione sulle possibili collocazioni di una pista ciclabile. La questione era se realizzarla lungo una strada oppure lungo un'altra.
La risposta della docente, secondo il racconto del sindaco, lo ha spiazzato: «Non fate la ciclabile perché non c'è da fare la ghettizzazione dei ciclisti lì in uno spazio che può essere scomodo per i ciclisti, per gli automobilisti, magari anche per i pedoni. Facciamo che qui ci educhiamo ad andare tutti insieme in un certo modo».
Rossi ha collegato questa riflessione al tema delle zone 30 e, più in generale, alla possibilità di ripensare lo spazio stradale senza considerare necessariamente ogni categoria di utenti come una presenza da separare dalle altre.
Per spiegare il concetto, ha raccontato un episodio vissuto nel paese siciliano nel quale abita la nonna di sua moglie. Una sera, gli abitanti avevano portato i tavoli delle proprie case sulla strada per cenare insieme. Quando arrivava un'automobile, la situazione si risolveva attraverso un accordo informale fra le persone presenti.
«Ma chi vive meglio la città?», si è chiesto Rossi, contrapponendo la propria prima reazione, legata all'idea di un'occupazione impropria dello spazio pubblico, a una diversa concezione della strada come luogo condiviso.
L'episodio non costituisce una ricetta da applicare automaticamente a una città come Seregno, con le sue caratteristiche e le sue esigenze di mobilità. Suggerisce però un cambio di prospettiva: la strada non è necessariamente soltanto un corridoio per spostarsi, ma può diventare anche uno spazio di relazione.
La questione è particolarmente pertinente per la pianificazione urbana. Le scelte sulla mobilità non riguardano esclusivamente la circolazione dei veicoli: incidono sull'accessibilità dei quartieri, sulla sicurezza, sulla possibilità per i bambini di muoversi autonomamente e sulla presenza di attività e occasioni di incontro nello spazio pubblico.
La domanda da porsi non è soltanto dove collocare una pista ciclabile, ma quale assetto dello spazio consenta a tutti di muoversi in sicurezza e quale equilibrio si voglia costruire tra le diverse funzioni della strada.

La solitudine come problema urbano

Tra le riflessioni più nette del sindaco c'è quella sulle forme di povertà che un'amministrazione si trova ad affrontare.
«Io dico spesso che ci sono tre tipi di povertà che ho avuto a che fare da amministratore. Quella più semplice da affrontare è la povertà economica».
Rossi ha precisato che si tratta di una provocazione: anche un sostegno economico molto consistente non sarebbe sufficiente se non si intervenisse contemporaneamente sulla povertà educativa e formativa e su quella relazionale.
«Se non creiamo qualcosa che sostenga una povertà educativa, formativa e una povertà relazionale, sei mesi dopo siamo nella stessa situazione, se non peggio».
Il passaggio centrale è quello successivo: «Più grande nemico di un sindaco è la solitudine delle persone e io di questo faccio esperienza tutti i giorni».
La solitudine non è soltanto una condizione individuale. Può essere favorita o contrastata anche dal modo in cui sono organizzati i quartieri, dalla presenza di luoghi accessibili, dalla possibilità di incontrarsi senza dover necessariamente consumare qualcosa e dalla disponibilità di servizi che non si limitino a rispondere a emergenze specifiche.
Una città nella quale gli spazi pubblici sono pochi, difficilmente raggiungibili o progettati soprattutto per il transito rischia di offrire meno occasioni di relazione. Al contrario, una rete di luoghi di incontro, servizi e spazi aperti può contribuire a ridurre l'isolamento.
È qui che l'urbanistica incontra le politiche sociali. La qualità della città non si misura soltanto attraverso il numero dei servizi disponibili o la quantità di verde presente, ma anche attraverso la possibilità concreta per persone diverse di partecipare alla vita collettiva.
Rossi ha descritto una difficoltà che conosce direttamente: la necessità di conciliare il diritto alla quiete con il diritto alla gioia, la tranquillità dei residenti con le esigenze dei ragazzi che cercano luoghi nei quali incontrarsi.
«Ci sentiamo più sicuri, chiusi dentro», ha osservato, invitando a interrogarsi sulla tendenza a ridurre il rischio e il conflitto attraverso la limitazione delle occasioni di vita all'aperto.
Ha raccontato di essersi confrontato con gruppi di ragazzi per individuare luoghi alternativi a quelli nei quali la loro presenza provocava tensioni con i residenti. In alcuni casi, ha riferito, sono nate possibilità di dialogo e percorsi per immaginare spazi diversi in altre parti della città.
Il sindaco ha però aggiunto una precisazione importante: la percezione di sicurezza non può essere liquidata, perché riguarda in modo particolare le persone più fragili.
La sfida, quindi, non consiste nel contrapporre indiscriminatamente libertà e sicurezza, ma nel trovare soluzioni capaci di far convivere esigenze diverse. È un tema che riguarda la progettazione delle piazze, dei parchi, dei percorsi pedonali e degli spazi di aggregazione, ma anche la capacità dell'amministrazione di ascoltare e mediare.

Il verde non è una riserva indiana

Rossi ha riconosciuto che alcune delle idee proposte dal libro richiedono un lavoro di revisione culturale prima ancora che amministrativa.
«Io sono cresciuto così», ha detto, riferendosi alla concezione del parco come luogo separato, quasi una riserva destinata allo svago, e all'idea che le risorse naturali fossero sostanzialmente infinite.
Il sindaco ha collegato questa mentalità alla cultura nella quale è cresciuta la sua generazione, richiamando anche un'etica del sacrificio e del lavoro che tende a considerare il tempo libero e il benessere come elementi secondari.
Il cambiamento, nella sua lettura, consiste anche nel superare una separazione troppo netta tra la città costruita e la natura, fra gli spazi destinati alla produzione e quelli riservati allo svago.
Questa osservazione si lega direttamente al tema del verde urbano affrontato nel primo intervento. Se il verde non deve essere una riserva separata dal resto della città, occorre ripensarne il ruolo all'interno del tessuto urbano e nella vita quotidiana delle persone.
Un parco non è soltanto un'area nella quale recarsi occasionalmente per passeggiare. Può contribuire alla regolazione del microclima, favorire l'incontro, offrire spazi di gioco e rendere più gradevoli i percorsi quotidiani. Analogamente, un giardino, un filare alberato o un'area permeabile non sono necessariamente elementi residuali da considerare disponibili per nuove trasformazioni.
La riflessione diventa particolarmente importante in una fase nella quale il PGT dovrà confrontarsi con le diverse esigenze della città e con il valore degli spazi aperti.
Considerare il verde come parte integrante della struttura urbana significa chiedersi non soltanto quante aree verdi siano presenti, ma anche come siano distribuite, quanto siano accessibili e quale ruolo svolgano nel collegare quartieri e luoghi della vita collettiva.

La città perfetta non esiste: conta la qualità della vita

Nel suo intervento Rossi ha anche messo in guardia da una concezione eccessivamente rigida della sicurezza e della regolazione degli spazi.
Le città che amiamo, ha osservato, non sono necessariamente quelle perfette, prive di inconvenienti e completamente organizzate secondo criteri astratti. Sono anche città nelle quali riconosciamo odori, storia, vitalità e una certa dose di disordine.
Il passaggio si collega a una delle tensioni più difficili per chi amministra: da una parte la necessità di garantire sicurezza, tranquillità e rispetto delle regole; dall'altra il rischio che ogni uso imprevisto dello spazio venga percepito come un problema da eliminare.
Rossi ha raccontato, per esempio, di aver dovuto confrontarsi con le lamentele di chi considera inaccettabile che i bambini giochino in una piazza. «La piazza servirebbe a quello», ha osservato, sintetizzando la necessità di recuperare il significato originario di alcuni luoghi pubblici.
Non significa ignorare i conflitti, né sottovalutare le esigenze dei residenti. Significa chiedersi se ogni conflitto debba essere risolto restringendo gli usi possibili di uno spazio oppure se sia possibile ripensarne l'organizzazione per consentire a più persone di frequentarlo.
Il rischio, altrimenti, è quello di produrre una città formalmente ordinata ma sempre meno capace di ospitare la complessità della vita quotidiana.
Anche da questo punto di vista, il PGT non è soltanto uno strumento tecnico. Le sue scelte possono contribuire a definire il rapporto tra gli spazi destinati alle automobili e quelli destinati alle persone, tra gli ambienti privati e quelli condivisi, tra la necessità di proteggere e quella di lasciare spazio all'iniziativa e all'incontro.

Le buone idee devono fare i conti con i soldi, il tempo e gli uffici comunali

L'intervento del sindaco non è stato però una celebrazione delle buone pratiche o delle potenzialità della progettazione urbana. Rossi ha insistito anche sui limiti materiali entro i quali opera un'amministrazione comunale.
«Su tante proposte, quelle che Elena diceva di copiare, io mi dicevo: sì, ma i soldi? Sì, ma il tempo?».
Il problema è quello della distanza fra l'orizzonte di una trasformazione e le risorse necessarie per realizzarla. Una ricerca può richiedere anni; un progetto urbano può attraversare più mandati amministrativi; un intervento può avere costi che un Comune non è in grado di sostenere autonomamente.
Rossi ha richiamato anche le difficoltà degli enti locali nel reperire e trattenere professionalità adeguate, facendo riferimento ai dipendenti comunali e alle condizioni economiche nelle quali sono chiamati a svolgere compiti sempre più complessi.
«La vivibilità di certe scelte poi la fanno concretamente non gli assessori o il sindaco, ma i dipendenti comunali», ha osservato, ricordando che la transizione digitale, la gestione tecnica e la realizzazione dei progetti richiedono competenze e risorse.
Ha inoltre evidenziato la fragilità finanziaria dei Comuni quando vengono meno risorse previste o arrivano trasferimenti inferiori alle necessità. Ha citato, come esempio, una riduzione di fondi destinati all'assistenza dei minori stranieri non accompagnati, che secondo il suo racconto avrebbe comportato per Seregno la perdita di un milione di euro rispetto alle risorse attese.
Il ragionamento è pertinente anche per il PGT. Definire obiettivi ambiziosi è necessario, ma la loro attuazione richiede strumenti, finanziamenti, personale e una sequenza di interventi coerente.
La concretezza amministrativa, tuttavia, non dovrebbe tradursi automaticamente in una riduzione delle ambizioni. Il problema è piuttosto individuare priorità, stabilire tempi realistici e distinguere ciò che può essere fatto subito da ciò che richiede un percorso più lungo.
Il sindaco ha riconosciuto esplicitamente la difficoltà di trovare questo equilibrio. Il cambiamento, ha osservato, «è possibile quando è reso desiderabile, quando non è imposto», richiamando una riflessione legata anche al pensiero di Alexander Langer.
È una considerazione che riguarda direttamente il rapporto tra amministrazione e cittadini. Una trasformazione urbana può essere tecnicamente corretta e tuttavia incontrare resistenze se non viene compresa, condivisa o accompagnata da alternative credibili.
La partecipazione, in questa prospettiva, non è un passaggio accessorio: può contribuire a rendere le trasformazioni comprensibili e desiderabili, senza però cancellare la responsabilità dell'amministrazione di assumere decisioni.

Il percorso partecipativo: ascoltare non basta

L'avvio del percorso partecipativo per il PGT rende particolarmente attuale questo aspetto dell'intervento. Rossi ha più volte insistito sulla necessità di coinvolgere i cittadini e le diverse componenti della società, nella consapevolezza che il Comune, da solo, non può realizzare tutte le trasformazioni necessarie. Ma la partecipazione acquista significato soprattutto quando è in grado di mettere in relazione le esigenze quotidiane con una visione complessiva della città.
Le richieste dei residenti, le necessità delle associazioni, le esigenze delle attività economiche, le aspettative dei giovani e le preoccupazioni di chi teme di perdere tranquillità o qualità ambientale possono essere anche molto diverse fra loro. Il compito di un percorso partecipativo non è fingere che queste differenze non esistano, ma renderle visibili e consentire un confronto sulle priorità.
In questo senso, le parole del sindaco offrono anche alcuni criteri con i quali valutare il processo che si è appena avviato.
Il primo riguarda il clima: se i dati climatici devono orientare la pianificazione, occorre capire come si tradurranno nelle decisioni sul suolo, sul verde e sulle trasformazioni urbanistiche.
Il secondo riguarda l'accessibilità e la qualità degli spazi pubblici: quali luoghi si vogliono rendere più accoglienti, quali connessioni migliorare, quali opportunità creare per i ragazzi e per le persone che rischiano di rimanere ai margini?
Il terzo riguarda la continuità del verde e la sua integrazione nel tessuto urbano: come conservare non soltanto i parchi, ma anche gli spazi aperti che contribuiscono alla qualità ambientale complessiva?
Il quarto riguarda la concretezza: quali obiettivi possono essere perseguiti, con quali risorse e in quali tempi?
Sono domande che non trovano risposta in una singola assemblea. Richiedono un percorso nel quale il confronto iniziale sia seguito dalla possibilità di verificare come le osservazioni raccolte siano state considerate nelle scelte effettive.
È qui che si misura la differenza tra una consultazione e un processo partecipativo capace di incidere.

Riannodare il filo tra il pensare e l'agire

Verso la conclusione, Rossi ha affrontato anche il rapporto fra l'esperienza amministrativa e la possibilità di fermarsi a riflettere.
Ha raccontato che, dopo oltre otto anni da sindaco, considera questo periodo della sua vita un'esperienza straordinaria, capace di metterlo in contatto con persone e mondi che difficilmente avrebbe conosciuto altrimenti. Al tempo stesso, ha riconosciuto che la frenesia quotidiana del lavoro amministrativo lascia poco spazio alla formazione e alla riflessione.
«Penso che in tutta questa frenesia, in tutto quello che ho imparato sul campo, in cui ho rotto le bolle della mia vita, ho conosciuto persone e mondi mai conoscibili nelle mie vite precedenti, ma è stato il periodo della mia vita sorprendentemente in cui mi sono formato di meno».
Il sindaco ha parlato di decine di migliaia di riunioni e di pochi momenti nei quali la politica gli abbia proposto l'occasione di fermarsi, pensare e formarsi.
Da qui il valore attribuito alla collaborazione con Elena Granata, intesa come tentativo di tenere insieme l'elaborazione culturale e la pratica amministrativa.
Riprendendo una frase conclusiva del libro, Rossi ha richiamato la necessità di «riannodare il filo tra l'agire e il pensare».
È forse questa la chiave che tiene insieme i due interventi. La visione urbana non può rimanere una dichiarazione di principi, ma neppure l'azione amministrativa può ridursi alla gestione delle urgenze, alla risposta alle singole richieste o alla ricerca della soluzione più semplice nell'immediato.
Occorre un progetto capace di collegare i problemi concreti a obiettivi di lungo periodo, senza ignorare i limiti delle risorse e le difficoltà del cambiamento.

Quale città per Seregno?

La presentazione milanese di La città di tutti non era una seduta dedicata al nuovo PGT di Seregno, e le parole del sindaco non costituiscono un programma urbanistico né permettono, da sole, di stabilire quali scelte saranno effettivamente adottate nel piano.
Offrono però un insieme di indicazioni che meritano di essere messe alla prova proprio nel momento in cui la città comincia a discutere del proprio futuro.
Se l'urbanistica deve avere a che fare con la felicità delle persone, come ha detto Rossi, sarà necessario capire come questo principio possa tradursi nelle decisioni concrete. Se il cambiamento climatico deve essere il punto di partenza, occorrerà verificare quali conseguenze ne deriveranno per la tutela del suolo, del verde e delle aree permeabili. Se la solitudine è uno dei problemi più importanti da affrontare, bisognerà interrogarsi sul ruolo dei luoghi pubblici e sulla possibilità di renderli davvero accessibili a tutti.
E se, come sostiene il sindaco, alcune questioni devono essere considerate patrimonio comune al di là delle maggioranze politiche, il PGT potrebbe rappresentare l'occasione per individuare obiettivi condivisi e costruire una prospettiva che non si esaurisca con la durata di un mandato.
Resta una questione decisiva: come conciliare questa visione con le trasformazioni urbanistiche effettive, con gli interessi in gioco, con le risorse disponibili e con le scelte che determineranno il futuro del territorio?
La risposta non può arrivare soltanto dalle parole di una presentazione editoriale. Dovrà emergere dal confronto pubblico, dai contenuti del piano e dalle decisioni che l'amministrazione assumerà.
È proprio per questo che, mentre il percorso partecipativo prende avvio, vale la pena tornare a quelle parole. Non come una dichiarazione da archiviare, ma come un insieme di principi rispetto ai quali misurare le scelte future.
Perché la città di tutti non è semplicemente quella nella quale tutti possono abitare. È quella nella quale le decisioni sul territorio tengono conto della vita di tutti, anche di chi ha meno voce, di chi non dispone di spazi privati, di chi rischia di essere escluso e di chi vivrà a Seregno negli anni a venire.