Le riflessioni di Elena Granata e il caso di Seregno: costruire nuovi edifici non significa necessariamente costruire una città migliore.
Che cosa significa davvero rigenerare una città? È una domanda tutt'altro che retorica, soprattutto in un momento in cui la parola «rigenerazione urbana» viene utilizzata per descrivere interventi molto diversi tra loro, talvolta ridotti alla semplice sostituzione di vecchi edifici con nuove costruzioni.
Nel suo libro La città è di tutti, Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, affronta direttamente questa contraddizione. Nel settimo capitolo, il paragrafo intitolato significativamente «Rigenerazione senza rigenerazione», mette in guardia da una concezione della trasformazione urbana che considera sufficiente demolire un fabbricato industriale dismesso per costruire al suo posto nuovi appartamenti. Ma demolire un vecchio edificio produttivo e costruire abitazioni non significa necessariamente rigenerare. Si può anche non consumare nuovo suolo e, contemporaneamente, consumare aria, verde, spazi liberi, natura e servizi. È un ragionamento che trova una concreta corrispondenza nella vicenda dell'area ex Dell'Orto a Seregno.
L'ex Dell'Orto: un'occasione di rigenerazione o un'operazione immobiliare?
Il Programma Integrato di Intervento relativo all'area ex Dell'Orto aveva suscitato un confronto pubblico anche grazie al dossier elaborato dal Circolo ACLI Leone XIII di Seregno, che aveva avanzato osservazioni e proposte alternative rispetto alla trasformazione prevista. Il progetto presentato prevedeva una trasformazione prevalentemente residenziale, con circa 160 appartamenti, oltre 41.000 metri cubi di edificazione e una torre di 14 piani affacciata su via San Rocco. Le criticità evidenziate dalle ACLI riguardavano diversi aspetti: l'eccessiva concentrazione delle volumetrie, la scarsità delle dotazioni pubbliche, il verde frammentato e prevalentemente condominiale, la mancanza di una significativa componente di edilizia sociale e accessibile, le ricadute sulla mobilità e, soprattutto, l'insufficiente coinvolgimento della cittadinanza.
Il giudizio sintetico contenuto nel dossier era particolarmente efficace: «Non si costruisce città, si occupa spazio». Rileggendo oggi le considerazioni di Granata, emerge proprio questo problema. Un intervento può essere formalmente qualificato come rigenerazione urbana, ma se si limita a sostituire edifici produttivi con abitazioni, senza migliorare la qualità degli spazi pubblici, senza introdurre servizi, senza creare nuove occasioni di incontro e senza rispondere ai bisogni sociali del quartiere, quale rigenerazione viene realmente realizzata?
Il verde non è una decorazione
Un altro passaggio del libro riguarda il verde. Granata critica quella concezione che lo riduce a qualche aiuola ordinata, a spazi ornamentali destinati a completare l'immagine degli edifici. È una distinzione importante. Il verde urbano non dovrebbe essere considerato un elemento accessorio del progetto immobiliare, ma una componente fondamentale della città: deve essere accessibile, fruibile, possibilmente connesso con altri spazi verdi e capace di svolgere funzioni ambientali e sociali. Anche nell'area ex Dell'Orto la questione non riguarda semplicemente quanti metri quadrati di verde siano previsti, ma quale funzione possano effettivamente svolgere. Un giardino condominiale non equivale a uno spazio pubblico. Un'aiuola non sostituisce un parco. E una superficie verde frammentata non garantisce necessariamente continuità ecologica. In una città già densamente urbanizzata come Seregno, queste differenze non sono dettagli progettuali.
Una città non può essere soltanto un insieme di appartamenti
C'è poi la questione sociale, sulla quale Granata insiste particolarmente. Una vera rigenerazione dovrebbe garantire l'accesso alla casa anche a chi non dispone di redditi elevati, evitando che le trasformazioni urbane diventino occasioni di ulteriore esclusione. Anche questo aspetto era emerso con chiarezza nel dossier delle ACLI. L'offerta prevista nell'ex Dell'Orto appariva orientata prevalentemente verso le fasce medio-alte, senza una risposta significativa alle esigenze abitative delle giovani coppie, delle famiglie con redditi ordinari e delle persone più fragili. Ma il ragionamento può essere allargato. Una città non è fatta soltanto di edifici e appartamenti. È fatta di negozi, attività economiche, servizi, luoghi di incontro, spazi pubblici, percorsi pedonali e ciclabili. È fatta di relazioni che si costruiscono nella quotidianità. Quando una trasformazione urbanistica privilegia quasi esclusivamente la componente immobiliare residenziale, senza preoccuparsi di ciò che accade intorno agli edifici, rischia di produrre nuovi insediamenti che non contribuiscono realmente alla vita della città. Granata descrive efficacemente questa mentalità attraverso le parole di un imprenditore che considera gli spazi commerciali, il mix funzionale e i luoghi di relazione soltanto complicazioni per il proprio investimento. La sua aspirazione è costruire e vendere appartamenti, riducendo al minimo tutto ciò che non concorre direttamente alla redditività dell'operazione. È una rappresentazione volutamente provocatoria, ma pone una domanda tutt'altro che secondaria: l'obiettivo di una trasformazione urbana deve essere soltanto quello di rendere conveniente un investimento immobiliare oppure deve contribuire a costruire una città migliore?
La responsabilità della politica
Il punto centrale del ragionamento di Granata, e anche della riflessione sul caso ex Dell'Orto, riguarda il ruolo dell'amministrazione pubblica. Non si può accettare che le trasformazioni della città siano ridotte a trattative tra proprietari, investitori e uffici tecnici, nelle quali l'interesse pubblico finisce per diventare una variabile da conciliare, possibilmente senza compromettere l'operazione economica. L'iniziativa privata ha naturalmente un ruolo nelle trasformazioni urbane. Ma spetta all'amministrazione stabilire le condizioni, definire gli obiettivi e garantire che i benefici non siano riservati soltanto a chi realizza e vende gli immobili. Questo significa pretendere dotazioni pubbliche adeguate, accessibilità abitativa, qualità ambientale, mobilità sostenibile, tutela della memoria dei luoghi e partecipazione effettiva dei cittadini. Significa anche avere una visione complessiva della città, evitando che ogni intervento venga valutato come un episodio isolato, senza considerare le sue conseguenze sul quartiere e sul sistema urbano. È una questione particolarmente attuale per Seregno, anche in vista del nuovo Piano di Governo del Territorio. Se il PGT vuole essere davvero uno strumento per costruire una città più sostenibile e inclusiva, occorre che i principi dichiarati trovino applicazione concreta nelle scelte urbanistiche.
Se tutto è rigenerazione, niente lo è
La riflessione di Elena Granata riporta dunque a una questione che non riguarda soltanto l'ex Dell'Orto, ma il modello di sviluppo urbano che si vuole per Seregno e per le nostre città.
Non si tratta di essere contrari alla trasformazione delle aree dismesse. Al contrario, il loro recupero può rappresentare un'importante occasione per migliorare il tessuto urbano, restituire funzioni a spazi abbandonati, creare servizi, ampliare il verde e rispondere a esigenze sociali. Ma proprio perché queste occasioni sono preziose, non ci si può accontentare di chiamare rigenerazione qualsiasi operazione edilizia. Occorre chiedersi che cosa rimane alla città dopo la trasformazione. Quali spazi vengono restituiti alla collettività? Quali servizi vengono realizzati? Quali opportunità abitative vengono offerte? Quanto migliora la qualità ambientale e sociale del quartiere? E soprattutto, chi ha potuto partecipare alle decisioni?
L'ex Dell'Orto avrebbe potuto e potrebbe ancora rappresentare un'occasione importante per Seregno. Non soltanto per recuperare un'area produttiva dismessa, ma per contribuire a costruire un pezzo di città più vivibile, accessibile e inclusivo. È questo il significato che dovrebbe essere attribuito alla parola rigenerazione. Perché, come scrive Elena Granata, «Se tutto è rigenerazione, niente lo è».

