Un vecchio scatolone in cantina, alcune carte dimenticate e un opuscolo del 1991. Basta sfogliarlo per scoprire che, su un tema come la Pedemontana, il tempo sembra essersi fermato. A volte basta aprire un vecchio scatolone. Questo era riposto in cantina da chissà quanti anni. Dentro, carte, documenti, volantini, pubblicazioni che avevo conservato e poi dimenticato. I primi risalgono all'inizio degli anni Novanta. Li guardo distrattamente, poi ne prendo in mano uno.
È un opuscolo pubblicato come supplemento a «L'Esagono» del 30 marzo 1991. Ha più di trentacinque anni, ma a prima vista sembra appena uscito dalla tipografia. Il titolo è quasi profetico: «Questo potrebbe essere il futuro». Sulla copertina, un disegno mostra una rotonda autostradale invasa dalle automobili che attraversa un centro abitato. Sotto, un logo verde con la scritta «Qualità della vita, sì grazie» e una grande V formata da due braccia, con un tondino nero al posto della testa. Più sotto, inequivocabile, la scritta: «No alla Pedemontana». Sedici pagine. Sedici pagine dedicate a un'infrastruttura che allora era ancora soprattutto un progetto, una minaccia annunciata, qualcosa contro cui mobilitarsi prima che diventasse cemento, asfalto, svincoli e cantieri.
Poi arrivo al paginone centrale. E qui il salto nel tempo diventa ancora più sorprendente. In alto, occupando due pagine, una grande scritta: «La Brianza ha ancora un polmone verde». Sotto, una carta geografica mostra la Brianza colorata di verde. Una grossa linea nera, l'autostrada, la attraversa e la taglia in due. E subito sotto un'altra frase: «Ma un cancro la sta minacciando». Il linguaggio è quello, inevitabilmente più duro, della mobilitazione ambientale di quegli anni. Ma il concetto è chiarissimo: il territorio non è uno spazio vuoto sul quale tracciare liberamente nuove infrastrutture. È un sistema già densamente abitato, fatto di città, campagne, boschi, aree agricole, corsi d'acqua e spazi aperti sempre più preziosi.
Sfoglio le altre pagine. Ci sono le ragioni della contrarietà alla Pedemontana. E soprattutto ci sono i numeri di quella mobilitazione: 20 Comuni e 44 associazioni che sottoscrivono le proprie ragioni contro l'opera.
Trentacinque anni fa. E viene spontaneo chiedersi: quanto è cambiato davvero da allora? La Pedemontana, nel frattempo, ha cambiato percorso. Si è spostata più a sud, diventando, per certi versi, un po' meno «pedemontana» rispetto a quella immaginata e contestata allora. Sono cambiate le carte, i tracciati, i progetti, le denominazioni e le argomentazioni con cui l'opera è stata presentata.
Ma soprattutto è cambiata la realtà. Nel 1991 la Pedemontana era ancora un progetto da contrastare, una trasformazione temuta e rappresentata sulla carta. Oggi non è più soltanto una linea tracciata su una mappa: è un'opera che sta prendendo forma e che sta già trasformando profondamente il territorio brianzolo, consumando suolo, interrompendo continuità agricole e ambientali e modificando paesaggi che per decenni erano stati considerati parte del patrimonio della Brianza.
Quello che allora veniva indicato come il possibile futuro oggi lo possiamo vedere con i nostri occhi. E proprio per questo quelle vecchie pagine fanno ancora più impressione..
E così quel vecchio opuscolo, trovato in uno scatolone, smette di essere un documento del passato. Diventa uno specchio. Non serve essere d'accordo con ogni parola usata allora, né idealizzare una stagione nella quale le infrastrutture venivano raccontate con slogan che oggi possono apparire lontani. Ma è difficile non riconoscere l'attualità di una domanda fondamentale che quelle pagine ponevano: quanto territorio siamo disposti a consumare per realizzare nuove infrastrutture? E quanto vale, invece, ciò che ancora rimane?
La Brianza del 1991 non è più quella di oggi. Nel frattempo sono aumentate le strade, le abitazioni, gli insediamenti produttivi, i centri commerciali e le superfici impermeabilizzate. Gli spazi liberi sono diventati ancora più preziosi. E proprio per questo quelle parole acquistano un significato diverso. Quel «polmone verde» di cui parlava l'opuscolo non è una fotografia immobile di trentacinque anni fa. È ciò che resta oggi di quel territorio e che ancora possiamo decidere di preservare, collegare, rendere accessibile, restituire alla natura e alle persone.
Nel 1991 si denunciava il rischio che una nuova autostrada potesse compromettere quel poco di territorio ancora libero che rimaneva in Brianza. Trentacinque anni dopo, quelle ragioni non sono venute meno. Sono diventate, se possibile, ancora più forti.
Perché nel frattempo la Brianza ha continuato a consumare suolo, a espandersi, a perdere campi, spazi aperti e continuità ambientali. Quello che allora appariva come il rischio di un'ulteriore ferita oggi si inserisce in un territorio già profondamente trasformato e sempre più fragile.
Ed è proprio questo che rende impressionante ritrovare, dopo tanti anni, quel vecchio opuscolo. Le parole sono cambiate, il tracciato è cambiato, il progetto è cambiato. Ma le ragioni per dire no a una nuova autostrada in un territorio già così densamente urbanizzato non solo sono ancora lì: oggi pesano ancora di più.
Nel 1991 quella mobilitazione cercava di impedire che il futuro della Brianza fosse deciso attraverso altro asfalto e altro consumo di suolo. Oggi, mentre la Pedemontana sta concretamente trasformando il territorio, quelle preoccupazioni non appartengono più soltanto al mondo delle ipotesi.
Sono davanti ai nostri occhi.
E forse è proprio questo il significato di quelle vecchie carte ritrovate in uno scatolone: trentacinque anni dopo, il «No alla Pedemontana» non è un pezzo di storia da archiviare. È una posizione che, di fronte al progressivo consumo della Brianza, conserva intatte le sue ragioni e acquista ancora più forza.





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