venerdì 3 aprile 2026

Metrotranvia Milano–Seregno: questa opera è ancora utile?

Il deposito della metrotranvia tra Desio e Seregno

Negli ultimi giorni, leggendo commenti e prese di posizione sulla metrotranvia Milano–Seregno, emerge una domanda che forse finora è stata data troppo per scontata: questa opera serve davvero?

Non è una provocazione, ma una conseguenza logica di ciò che sta emergendo.

Se oggi si ipotizza di fermare la linea a Paderno o al massimo a Nova Milanese per mancanza di fondi, significa che si sta considerando accettabile un’infrastruttura monca, che non raggiunge uno dei suoi principali capolinea. Ma un’opera che può essere “tagliata” così facilmente è davvero strategica?


Allo stesso modo, colpisce una frase contenuta nel comunicato dei sindaci: “è fantascientifico pensare di tornare indietro, ripristinare e ridare tutto come prima”. La domanda, inevitabile, è: se non fosse fantascientifico, lo si farebbe?

Perché se la risposta anche solo implicita è “forse sì”, allora il dubbio diventa ancora più forte: siamo sicuri che questa sia un’opera indispensabile, oppure stiamo andando avanti perché ormai si è partiti?

Via Platone a Seregno

C’è poi il tema delle opere già realizzate. Il deposito tram al confine tra Seregno e Desio viene definito dagli stessi amministratori un possibile “ecomostro” destinato a diventare inutile se la linea non verrà completata. Anche qui: ha senso mantenere una struttura del genere se non serve?

Forse è il momento di fermarsi davvero a valutare, senza pregiudizi: se l’opera è ancora utile nelle condizioni attuali, se ha senso completarla a qualsiasi costo, oppure se esistono alternative più sostenibili per il territorio.

L'ingresso del deposito della metrotranvia. Viale Europa, Desio/Seregno

Perché esiste anche un’altra strada, che oggi sembra impronunciabile ma che andrebbe almeno discussa: ripensare completamente il progetto. Ripristinare le aree compromesse, eliminare le strutture inutili e trasformare il tracciato in un corridoio verde ciclopedonale, restituendo qualità urbana invece di lasciare cicatrici permanenti.

Non è una scelta semplice, né indolore. A volte il vero errore non è fermarsi. È non avere il coraggio di chiedersi se si sta andando nella direzione giusta.

giovedì 2 aprile 2026

Cantieri senza fine: la metrotranvia che rischia di non arrivare


La metrotranvia Milano–Seregno, uno dei progetti infrastrutturali più discussi degli ultimi anni tra Milano e la Brianza, torna al centro delle polemiche. Non tanto — o non solo — per i disagi ormai ben noti legati ai cantieri, ma per un elemento ancora più grave: l’opera sta andando avanti senza certezze sulla sua conclusione.

Negli ultimi giorni, diversi sindaci dei territori coinvolti hanno reso pubbliche informazioni emerse in sede istituzionale. Il quadro è chiaro: i costi sono aumentati del 50%, passando da circa 250 a 370 milioni di euro, con un “buco” da 120 milioni ancora senza copertura certa. Parallelamente, si fanno strada ipotesi di ridimensionamento del progetto, con la possibilità che la linea non arrivi più fino a Seregno ma si fermi prima, a Paderno o al massimo a Nova Milanese.

Tradotto: cantieri già aperti lungo tutta la tratta, territori sconvolti dai lavori, ma senza la garanzia che l’infrastruttura venga completata nella sua interezza.

Parafrasando Paolo Conte, viene quasi da dire: cantieri senza fine. Una formula che rende bene l’idea di ciò che stanno vivendo cittadini e commercianti: lavori che si aprono, si fermano, ripartono a singhiozzo, ma senza una prospettiva chiara di conclusione.

E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa si fa adesso di tutto ciò che è già stato avviato? Che ne sarà dei cantieri aperti tra Nova e Seregno, oggi fermi o rallentati, che hanno già modificato in modo pesante la viabilità e la vita quotidiana? Che senso avrebbe il deposito tram costruito nel Parco GruBrìa, al confine tra Desio e Seregno, se i convogli non dovessero mai arrivarci?

Sono interrogativi concreti, non polemiche astratte. Perché se l’opera venisse davvero ridimensionata, il rischio sarebbe quello di lasciare sul territorio una serie di “segni permanenti”: aree trasformate e mai ripristinate, infrastrutture inutilizzate, cicatrici urbane difficili da sanare.

E qui emerge un secondo livello di responsabilità, spesso rimosso: quello del “dopo”. Perché anche nel peggiore degli scenari — blocco o riduzione dell’opera — qualcuno dovrà farsi carico del ripristino. Significa risorse per riasfaltare, riaprire strade, restituire spazi pubblici, compensare attività economiche danneggiate e, nei casi più critici, ripensare completamente l’uso di strutture già realizzate.

Ma queste risposte oggi non ci sono. E questa è forse la criticità più grave: non esiste un piano credibile né per completare l’opera, né per gestire le conseguenze di un eventuale ridimensionamento.

La vicenda solleva quindi una questione più ampia, che va oltre il singolo progetto. È il metodo ad essere in discussione. Continuare ad avviare cantieri senza certezze finanziarie e progettuali significa trasformare interi territori in spazi sospesi, dove i disagi sono certi ma i benefici restano ipotetici.

Esperienze come questa dovrebbero insegnare qualcosa di molto semplice: prima di aprire nuovi cantieri, bisognerebbe fermarsi. Verificare con rigore che esistano tutte le condizioni per portarli a termine — risorse, tempi, sostenibilità reale — e che esista anche un piano alternativo nel caso le cose vadano diversamente.

Altrimenti il rischio è quello che oggi si materializza tra Milano e la Brianza: opere che partono ma non arrivano, territori segnati per anni e, appunto, cantieri senza fine.

COMUNICATO STAMPA (dalla pagina FB del Comune di Desio)
Metrotranvia Milano–Seregno: i Sindaci della Brianza chiedono chiarezza e garanzie sul completamento dell’opera

Nella mattinata di martedì [31 marzo 2026] si è svolta, presso la Città Metropolitana di Milano, una riunione alla presenza della Consigliera delegata ai Trasporti, dei dirigenti competenti e dei rappresentanti di tutti i Comuni interessati dal tracciato della metrotranvia Milano–Seregno.
Nel corso dell’incontro è emerso con chiarezza un dato estremamente preoccupante: a fronte del caro materiali, dell’adeguamento prezzi e delle varianti, si registrano oggi extracosti di 120 milioni di euro. Questo porta ad un aumento dei costi di quasi il 50% sull’intera opera.
Tutti i Comuni della tratta si sono resi pienamente disponibili a condividere tutti i passaggi possibili con enti sovraordinati per il reperimento delle risorse (che, è perfino superfluo dirlo, non possono essere a carico dei Comuni stessi alla luce delle cifre di cui si parla).
L’aspetto davvero preoccupante e inquietante è però un altro. Tra le teoriche ipotesi di studio emerse sul futuro, si è parlato di “lotti funzionali” e di stralci dell’appalto che prevedano per un discorso di contenimento di costi la realizzazione dell’opera fino a Paderno, o eventualmente fino a Nova, escludendo la Brianza o gran parte di essa. E ci è voluto un po’ a comprendere che non si trattava di un pesce d’aprile anticipato.
Non stiamo parlando di una situazione in cui sono partiti i lavori da Milano, e arrivati a metà, qualcuno dice: “spiace, non ci sono più soldi, non si va avanti se non cambiano certe cose”: un simile scenario, estremamente spiacevole, porterebbe ad altre valutazioni. Qui siamo però in una situazione in cui in Brianza abbiamo decine di cantieri e microcantieri aperti (partiti proprio dai nostri Comuni!), città divise a metà, strade chiuse senza che nessuno ci lavori da mesi o da anni, a seconda dei casi. Per non parlare dell’ecomostro di deposito tram già costruito su un’area verde (quantomeno anni fa si è riusciti ad ottenere il dimezzamento delle altezze) al confine tra Seregno e Desio, che si troverebbe in questo scenario ad essere totalmente inutile, dato che i tram si fermerebbero tre Comuni prima.
Ora, visto che è totalmente fantascientifico pensare che si dica: “scusate, ci siamo sbagliati, in un mese vi ridiamo soldi, asfaltiamo e riportiamo tutto come prima”, deve essere estremamente chiaro che i nostri comuni non solo non prenderanno minimamente in considerazione qualsiasi ipotesi che contempli questo scenario, ma faranno in ogni modo, a ogni tavolo, e con qualsiasi azione possibile, valere le ragioni di Città che si ritrovano nella situazione sopra descritta e che non possono che ribadire che stando così le cose, quest’opera va finita, e la Brianza non può essere “stralciata” solo perché sono emerse delle evidenti criticità finanziarie. 
Abbiamo fatto valere queste considerazioni, e siamo stati lieti di apprendere che tutti i nostri colleghi sindaci del milanese ci hanno appoggiato in queste considerazioni, così come la Consigliera delegata di Città Metropolitana Daniela Caputo.  Abbiamo anche registrato positivamente l’apertura al discorso di ristori per i commercianti coinvolti dalla tratta, su cui continuiamo a sottolineare l’esigenza e urgenza.
Comprendiamo le complessità tecniche, burocratiche e operative delle imprese coinvolte, e ribadiamo la nostra disponibilità a collaborare con Città Metropolitana, soggetto attuatore dell’opera, per contribuire alla risoluzione dei problemi, auspicando che gli enti sovraordinati individuino rapidamente una soluzione che consenta di garantire il completamento dell’opera nei tempi previsti, perché non possiamo rimanere ancora per anni con cantieri aperti che limitano i cittadini residenti ed il commercio locale. 
Nello stesso tempo, visto che le considerazioni legate allo stralcio sono emerse e non possiamo escludere che riemergano, ribadiamo con estrema fermezza che qualsiasi opzione che penalizzi la Brianza e i nostri territori sarà considerata totalmente inaccettabile, e mai potrà essere oggetto di valutazione.
  • Alberto Rossi – Sindaco di Seregno
  • Carlo Moscatelli – Sindaco di Desio
  • Fabrizio Pagani – Sindaco di Nova Milanese

mercoledì 1 aprile 2026

Coltivare il futuro: gli orti comunali protagonisti a Seregno


A Seregno si presenta un’iniziativa dedicata agli orti comunali, un progetto che mette al centro sostenibilità, partecipazione e valorizzazione del territorio urbano.

L’appuntamento sarà un’occasione per raccontare esperienze concrete di artisti e cittadini coinvolti, evidenziando il valore ambientale e sociale delle attività orticole, in particolare per gli anziani e per i più giovani. Gli orti urbani diventano così spazi di incontro, apprendimento e cura, capaci di rafforzare il senso di comunità e promuovere pratiche sostenibili.

L’incontro si terrà venerdì 10 aprile 2026 alle ore 18, presso la Biblioteca Civica Ettore Pozzoli (piazza Monsignor Gandini 9, Seregno). Interverranno diversi protagonisti del progetto, tra cui artisti, esperti e rappresentanti del territorio, coordinati da Franco Formenti dell’Ufficio Ecologia del Comune di Seregno.

Un momento aperto alla cittadinanza per conoscere da vicino una realtà che unisce ambiente, cultura e inclusione sociale.

1976–2026 | Disastro diossina | 3. Luglio 1976. La diossina dell’ICMESA contamina il territorio, poi il silenzio della multinazionale, la moria degli animali, la cloracne


Nel 2026 ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.

Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile. Fu il punto di arrivo di oltre trent’anni di inquinamenti, omissioni, controlli insufficienti e scelte industriali compiute in spregio alla salute pubblica.
Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprendere davvero il significato di quella tragedia.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale avvia un percorso di memoria storica e civile, riprendendo e condividendo il lavoro di Sinistra e Ambiente di Meda, basato sulla ricerca documentale dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, Ed. Auditorium, 2006), parte del progetto Ponte della Memoria.


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Terza puntata
Luglio 1976. La diossina dell’ICMESA contamina il territorio, poi il silenzio della multinazionale, la moria degli animali, la cloracne.
a cura di Sinistra e Ambiente, Meda


Prosegue il lavoro di ricerca di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda che, basandosi su documenti e testi in suo possesso, intende ricostruire gli eventi legati al disastro della diossina dell’ICMESA di Meda (fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche).
Una ricostruzione affinché si rinnovi, senza annacquarla, la memoria di un disastro colpevole che ha segnato la collettività.

LA DINAMICA DEL DISASTRO

Il reattore A101 del reparto B dell'ICMESA

Sabato 10 luglio 1976, alle ore 12,37, un aumento della pressione interna del reattore A101, utilizzato per la produzione di 2,4,5-triclorofenolo, causa il cedimento del disco di rottura, tarato a 3 atmosfere.

Il disco di rottura è un dispositivo meccanico di sicurezza, installato per evitare che un aumento anomalo di pressione possa causare l’esplosione del reattore ma, nel caso dell’ICMESA, il suo intervento libera direttamente nell’ambiente tutti i composti chimici, nebulizzati o sotto forma di vapori, contenuti nell’impianto.

La sovrapressione venne causata da una reazione esotermica con un forte innalzamento della temperatura oltre i normali valori di esercizio (150 °C), innescando, nell’intervallo tra 200 °C e 500 °C, la generazione di quantità significative di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), composto tossico che risulterà presente nella nube e che contaminerà pesantemente il territorio.

L’assenza di dispositivi di controllo, allarme e intervento automatico fece sì che le anomalie non fossero segnalate né che, in assenza di personale, potessero agire automatismi di regolazione per riportare i parametri di temperatura e pressione a valori corretti e sostenibili.

Inoltre, per la mancanza di un serbatoio di contenimento (vedi 2ª puntata sull’impiantistica insufficiente e obsoleta dell’ICMESA), la miscela di composti tossici finì totalmente in atmosfera e, a causa del vento che in quel giorno e a quell’ora spirava verso sud-est, andò poi a ricadere e a depositarsi su ampie aree abitate nei comuni limitrofi.

Formalmente, il sabato la produzione era ferma e, nell’ultimo turno del venerdì, che copriva anche le prime sei ore della giornata di sabato, da prassi non si attendeva il completamento della reazione di sintesi ma questa veniva sospesa fermando l’agitatore della miscela e inibendo il suo raffreddamento.

Il contenuto di tetraclorobenzolo, etilenglicole e soda caustica rimasto veniva poi scaricato con la ripresa delle fasi di produzione il lunedì della settimana successiva.

In fabbrica non erano presenti gli addetti al ciclo del triclorofenolo, usciti con l’ultimo turno, ma solo alcuni manutentori.

Risultò provvidenziale l’intervento di Carlo Galante, responsabile dei reparti E e F che, abitando vicino alla fabbrica e udito lo scoppio del disco di rottura e il sibilio della fuoriuscita in pressione delle sostanze chimiche, raggiunse l’ICMESA, entrò con l’autorespiratore nel reparto B e aprì la valvola del raffreddamento, azionando anche la pompa di spinta dell’acqua, interrompendo così la reazione esotermica ed evitando un disastro peggiore.
Nel 2024, Carlo Galante è stato insignito della Medaglia d’Argento al Valor Civile.

Oltre all’ufficialità degli accadimenti, una delle ipotesi circolate era l’esistenza di una “produzione parallela non dichiarata” dedicata alla sintesi chimica di triclorofenolo contenente un’alta e voluta percentuale di diossina, per uso bellico nei defolianti con cui venne irrorato il Vietnam durante il conflitto.
Questa ipotesi non ha però mai trovato solide evidenze.

LA SETTIMANA DEL SILENZIO E DELLE MINIMIZZAZIONI

Dopo il 10 luglio 1976, inizia la settimana delle minimizzazioni e del silenzio da parte dei responsabili ICMESA, Givaudan, Hoffman-La Roche.

Solo il giorno successivo, 11 luglio 1976, due dirigenti dell’ICMESA, tra cui il responsabile di produzione Paolo Paoletti, si recano in visita al sindaco di Seveso Francesco Rocca, riferendogli di un “generico incidente” avvenuto il giorno precedente all’interno di un reparto ma minimizzando sull’accaduto. Su invito di Rocca contattarono anche il sindaco di Meda Fabrizio Malgrati.

Un atteggiamento elusivo che continuerà anche nei contenuti della lettera che l’ICMESA inviò il 12 luglio 1976 all’ufficiale sanitario supplente, dottor Uberti, che sostituiva il titolare, professor Ghetti, in ferie.

Una lettera che non accennava nemmeno alla possibile presenza di diossina nei “vapori fuoriusciti”, ma che si limitava a illustrare l’“incidente” e ad avvisare di aver cautelativamente chiesto ai residenti prossimi alla fabbrica di non consumare i prodotti dei loro orti.

Eppure già il direttore tecnico della Givaudan, Jörg Sambeth, aveva ipotizzato che tra i composti fuoriusciti potesse esserci la diossina TCDD.

Nello stesso giorno venne impedita all’ufficiale sanitario Uberti l’entrata nel reparto B.

Il 14 luglio le analisi chimiche effettuate nel laboratorio della Givaudan su materiale prelevato all’interno dell’ICMESA e nelle aree circostanti certificarono la presenza della pericolosissima diossina TCDD, ma i responsabili ICMESA e Givaudan evitarono di darne comunicazione alle autorità locali.

Il 15 luglio i sindaci di Seveso e Meda, consigliati dall’ufficiale sanitario locale, emisero ordinanze con cui proibivano di toccare ortaggi, vegetazione, terreno e animali domestici e consigliavano l’adozione di una scrupolosa igiene delle mani e dei vestiti.
Successivamente venne ordinato di non ingerire prodotti di origine animale provenienti dalla zona inquinata.

Le prime notizie degli eventi apparvero sui giornali soltanto dopo sette giorni.


Il 18 luglio, il direttore del laboratorio chimico provinciale di Milano prospettò ai responsabili della fabbrica di Meda la possibilità della presenza di diossina e la Givaudan rispose annunciando l’arrivo in Italia del direttore del proprio laboratorio chimico.

Anche all’interno della fabbrica i dirigenti applicarono un atteggiamento di omertà nei confronti delle maestranze.

Il Consiglio di fabbrica dell'ICMESA in riunione

Lunedì 12 luglio, solo il reparto B, dove ebbe origine il disastro, era stato chiuso, peraltro senza alcuna informazione in merito all’accaduto.

Negli altri reparti l’attività proseguì per altri cinque giorni, con la direzione che rifiutò sistematicamente di fornire informazioni ai lavoratori e ai loro rappresentanti sindacali.

Il 14 luglio fu imposto agli operai di non portare indumenti di lavoro a casa e di fare la doccia prima di uscire dalla fabbrica.

Insospettiti, lavoratori e sindacato entrarono in stato di agitazione e, non ricevendo le informazioni richieste, il 16 luglio si rifiutarono di continuare a lavorare nello stabilimento ed entrarono in sciopero e in assemblea permanente, annunciando l’interruzione delle attività produttive.

Il 18 luglio arrivò l’ordinanza del sindaco di Meda che chiuse l’ICMESA a scopo cautelativo.
Anche in questo frangente la direzione cercò di rassicurare le autorità sostenendo l’assenza di pericoli per lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Solo il 19 luglio 1976 ICMESA e Givaudan comunicarono ufficialmente la presenza di tetraclorodibenzo-para-diossina (TCDD) tra le sostanze fuoriuscite dal reattore A101, ammettendo la gravità della situazione.

Il 21 luglio anche le analisi chimiche svolte dal Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi lo confermarono.

Ed erano trascorsi ben 11 giorni.

LA MORIA DEGLI ANIMALI

Già il giorno 13 luglio, negli orti delle abitazioni prossime alla fabbrica ICMESA, si verificò un rinsecchimento vegetativo delle piante dovuto all’effetto diserbante del triclorofenolo e degli altri composti; venne notata la scomparsa di uccelli, spesso trovati morti al suolo, e iniziò una moria dei primi animali domestici (cani, gatti, galline, conigli ecc.).

Questa moria si estenderà nei giorni successivi sul territorio di più comuni.

Dal 18 luglio le carcasse degli animali morti vennero raccolte e incenerite in parte presso il forno dell’allora Macello di Milano.
Fu indubbiamente un errore, poiché le basse temperature di lavoro di quel forno non garantirono la distruzione della diossina presente nelle carcasse.

Successivamente si rese necessario anche abbattere gli animali di grossa taglia degli allevamenti presenti in zona (cavalli, mucche ecc.) per evitare che la diossina finisse nella catena alimentare.

Visto l’alto numero di animali abbattuti, si optò per tumulare le carcasse in due fosse scavate a Cesano Maderno e a Desio.

Un allevamento venne spostato in provincia di Brescia e di Pisa e il successivo monitoraggio non diede riscontri di animali compromessi.

Una stima effettuata a posteriori fissa in circa 3.300 gli animali da cortile deceduti e in 76.000 i capi di bestiame degli allevamenti abbattuti.


LA CLORACNE


Il 14 luglio cominciarono a verificarsi i primi casi di intossicazione con infiammazioni cutanee e il 16 luglio vennero effettuati i primi ricoveri presso l’ospedale di Mariano Comense e, per i casi più gravi, presso Niguarda.

Si trattava dei primi 15 bambini colpiti dalla cloracne, una violenta dermatosi provocata dal cloro e dai suoi derivati, causata dal contatto con i composti chimici liberatisi in atmosfera o depositatisi al suolo.

I casi di cloracne raggiunsero la massima intensità, sia dal punto di vista quantitativo sia per la gravità, tra il 20 e il 28 luglio 1976.

Dal 23 luglio venne aperto a Seveso l’Ambulatorio Dermatologico che, da quella data sino ai primi di agosto, visitò 1.600 persone.

Per 447 di queste, di cui 186 bambini con età inferiore ai 12 anni, vennero diagnosticate lesioni cutanee correlate al contatto con le sostanze chimiche presenti nella nube.


Il numero reale dei dermolesi rimane però indeterminato, poiché le visite vennero effettuate solo su soggetti che si presentavano volontariamente e le successive campagne di controllo presero in esame esclusivamente i bambini tra i 6 e i 12 anni.

Riprenderemo nelle prossime puntate alcuni approfondimenti sugli argomenti della moria di animali e dei casi di cloracne.

 

Periferie unite, confini superati: verso la fusione di Meda e Seregno

I volantini pronti per la distribuzione

Negli ultimi mesi, lontano dai riflettori della politica ufficiale, qualcosa ha iniziato a muoversi nelle zone più periferiche di Meda e Seregno. In particolare, alcuni abitanti del quartiere Polo e del quartiere Ceredo hanno cominciato a confrontarsi in modo sempre più strutturato sui problemi quotidiani dei loro territori. Sono stati loro a contattarci per anticiparci le iniziative che stanno per mettere in campo.

Parliamo di cittadini che vivono da anni queste aree di confine, zone che pagano un prezzo alto in termini di attenzione politica e investimenti. Tra viabilità caotica, consumo di suolo, rumore, timore di riduzione degli spazi verdi fruibili e decisioni calate dall’alto, il sentimento comune è quello di essere diventati invisibili. Invisibili soprattutto per amministrazioni locali percepite come sempre più lontane, concentrate sui centri cittadini e molto meno attente alle periferie.

Da questa delusione, ma anche da un forte senso di appartenenza e responsabilità, è nato un ragionamento collettivo: se i problemi sono condivisi, perché continuare ad affrontarli separatamente? Se il confine amministrativo non aiuta a risolverli, perché non ripensarlo?

È in questo contesto che prende forma l’idea dei volantini “Fare Meda e Seregno più grandi”, che verranno distribuiti nelle prossime settimane (a noi anticipati). Uno slogan dal tono volutamente spiazzante, ma fondato su una proposta concreta: avviare un percorso che porti alla fusione dei due Comuni in un’unica realtà amministrativa. Non solo collaborazione, dunque, ma un vero superamento dell’attuale assetto, per costruire una città più ampia, più forte e più capace di pianificare in modo unitario il proprio sviluppo.

Per capire meglio come nasce questo percorso e quali sono le sue reali ambizioni, abbiamo incontrato due dei cittadini che hanno contribuito ad avviare il confronto: Luca Carpi, per il Ceredo, e Alberto Palombo, per il Polo.

Intervista

D: Luca, partiamo dal Ceredo. Cosa vi ha spinto a iniziare questo confronto tra cittadini?
R (Luca): La sensazione di essere rimasti ai margini. Le decisioni che incidono sulla nostra qualità della vita — traffico, infrastrutture, consumo di suolo — vengono prese senza ascoltare chi qui ci vive. Abbiamo provato più volte a partecipare alle assemblee di quartiere e a interloquire con l’amministrazione, ma spesso le risposte sono state tardive o inesistenti.

D: Alberto, dal punto di vista del Polo la situazione è simile?
R (Alberto): Molto simile. Anche qui ci sentiamo periferia della periferia. Siamo a ridosso di grandi infrastrutture, subiamo gli effetti delle scelte altrui, ma senza reali benefici. A un certo punto abbiamo capito che i problemi del Polo e del Ceredo non sono paralleli: sono gli stessi.

D: Ed è così che nasce l’idea del volantino?
R (Luca): Esatto. Il volantino è una scintilla. Usa un linguaggio provocatorio perché rompe uno schema mentale, ma la proposta è estremamente concreta: unire le forze in un unico Comune per affrontare insieme le criticità.

D: Quindi non solo protesta, ma un progetto politico vero e proprio.
R (Alberto): Assolutamente. Non è un atto contro qualcuno, ma a favore di un’idea diversa di città e di territorio. Se le amministrazioni faticano a coordinarsi o a dare risposte omogenee, forse è il modello stesso che va ripensato.

D: Partiamo dall’obiettivo centrale. Perché ritenete necessaria la fusione tra Seregno e Meda?
R (Luca): Perché nella vita quotidiana le due città sono già integrate. Scuole, lavoro, commercio, viabilità: tutto è intrecciato. Continuare a mantenerle separate sul piano amministrativo significa duplicare strumenti e frammentare le decisioni. La fusione permetterebbe una pianificazione unica, più efficiente e più lungimirante.

D: Molti potrebbero considerarla una proposta irrealistica.
R (Alberto): Sorridiamo, perché l’idea è forte. Ma non è una fantasia. È una scelta che in altre parti d’Italia è già stata fatta con benefici concreti. Qui significherebbe creare una realtà più grande, più strutturata e più competitiva.

D: Uno dei punti più discussi riguarda la tangenziale di Pedemontana.
R (Luca): Sì. La tangenziale rappresenta, per molti residenti, una visione superata dello sviluppo: consumo di suolo, quartieri divisi, qualità della vita sacrificata. In un Comune unico sarebbe più semplice affrontare il tema con una strategia coerente, pensando alla riconnessione urbana e ambientale delle aree oggi frammentate.

D: E qui entra in gioco il Parco del Meredo.
R (Alberto): Esatto. L’ampliamento e la valorizzazione del Parco del Meredo sono centrali nella nostra visione. L’idea è creare un grande polmone verde continuo, superando la logica dei confini e restituendo spazio pubblico di qualità ai residenti.

D: Nel volantino parlate anche di un’area umida.
R (Luca): Sì, un laghetto integrato nel sistema del Parco, pensato per la biodiversità e la fruizione sostenibile. Ospiterebbe fauna ittica compatibile, come il persico trota, già diffuso negli ambienti d’acqua dolce lombardi.

D: Come cambierebbe la vita quotidiana con un unico Comune?
R (Alberto): Con un piano del traffico unitario, meno frammentato. Meno attraversamenti inutili, più sicurezza, più silenzio per zone come il Ceredo e il Polo, spesso penalizzate da decisioni non coordinate.

D: In conclusione, qual è il messaggio che volete lanciare?
R (Luca): Superare campanilismi e confini che oggi non hanno più senso. La fusione non è una provocazione fine a sé stessa, ma una proposta seria per costruire un territorio più coerente, più verde e più vivibile.

D: Cosa vi proponete concretamente con il volantino?
R (Luca e Alberto, all’unisono): Vogliamo avviare un percorso pubblico verso la fusione dei due Comuni. Inizieremo come gruppo di pressione civica, ma se necessario siamo pronti a presentarci alle prossime elezioni comunali. I nostri slogan lo dicono chiaramente: “Fare Meda sempre più grande” e “Fare Seregno sempre più grande”. Per noi significa una cosa sola: farle diventare una sola città.

martedì 31 marzo 2026

Pedemontana “D breve”: la risposta di Regione Lombardia conferma tutti i dubbi


Nei giorni scorsi è arrivata la risposta dell’assessora alle Infrastrutture Claudia Terzi all’interrogazione presentata dalla consigliera regionale Michela Palestra sulla cosiddetta “D breve” della Pedemontana.

Una risposta attesa, soprattutto dopo le forti prese di posizione dei sindaci del Vimercatese e della Brianza e i ricorsi al TAR contro l’approvazione del progetto.

Ma leggendo il documento emerge con chiarezza un elemento di fondo: la Regione non entra nel merito delle criticità sollevate, limitandosi a difendere la correttezza formale della procedura seguita.

Ed è proprio qui che sta il problema.

Il punto centrale della vicenda resta uno: la “D breve” è davvero una semplice variante del progetto approvato nel 2009? La risposta regionale afferma che: il progetto “è stato inquadrato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (‘MIT’) e da CAL quale variante […] al progetto definitivo […] approvato dal CIPE con delibera n. 97/2009”. Ma non spiega perché. Non entra nel merito delle contestazioni dei Comuni, che sostengono invece che si tratti, di fatto, di una nuova opera:

  • con un tracciato diverso
  • con impatti ambientali aggiornati
  • in un contesto territoriale profondamente cambiato

Questa non è una questione tecnica secondaria: è il nodo che consente di applicare una procedura semplificata. Eppure, nella risposta, viene semplicemente data per acquisita.

La Regione rivendica la correttezza dell’iter seguito, richiamando la normativa che consente al soggetto aggiudicatore di approvare varianti senza passaggio dal CIPESS: “le varianti […] sono approvate esclusivamente dal soggetto aggiudicatore […] qualora non superino del 50 per cento il valore del progetto approvato”. E aggiunge che il MIT ha dato indicazione a CAL di procedere in questo modo.
Tutto formalmente corretto, dunque.
Ma qui emerge il classico schema delle grandi opere: “possiamo farlo” → diventa automaticamente → “è giusto farlo”. È proprio questo salto che manca nella risposta.

Non viene mai spiegato:

  • se questa procedura fosse adeguata per un’opera così impattante
  • se fosse opportuno evitare un passaggio più ampio e trasparente
  • se fosse corretto ridurre il coinvolgimento degli enti locali

La legittimità giuridica viene fatta coincidere con la legittimità politica. E non sono la stessa cosa.

La Regione sottolinea che:

  • nel 2022 ci sono stati incontri con il territorio
  • nel 2023 ulteriori confronti nell’ambito della Conferenza dei Servizi

Ma si tratta di momenti:

  • precedenti alla versione definitiva del progetto
  • orientati a “ottimizzazioni” e mitigazioni
  • non a una discussione sulle scelte di fondo

In altre parole, i territori sono stati coinvolti a valle, non a monte.

Non risulta un reale spazio per discutere:

  • se l’opera fosse necessaria
  • se esistessero alternative meno impattanti
  • quale modello di mobilità si volesse per l’area

Uno dei passaggi più deboli riguarda la comunicazione dell’approvazione. La Regione afferma: “la pubblicità dell’atto approvativo sia stata assicurata” e che la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale “non può intendersi come ‘condotta lesiva’”.

Formalmente, è vero. Ma sostanzialmente?

La pubblicazione è avvenuta:

  • nel Foglio delle Inserzioni
  • senza una reale comunicazione pubblica
  • senza un momento di confronto istituzionale

Questo significa che un atto che:

  • ha effetti urbanistici
  • impone vincoli espropriativi
  • incide pesantemente sul territorio

è stato reso noto in modo tecnicamente corretto ma politicamente minimale. Legalità non è sinonimo di trasparenza.

C’è un elemento che colpisce più di tutti. Nella risposta:

  • non si parla praticamente mai di ambiente
  • nessun riferimento al P.A.N.E.
  • nessuna valutazione sugli impatti
  • nessun cenno alle alternative

Eppure è proprio su questo che si concentrano le preoccupazioni dei territori. La questione viene trattata come un problema amministrativo, non come una scelta che:

  • consuma suolo
  • frammenta ecosistemi
  • compromette aree agricole
  • contraddice gli obiettivi climatici

Nel complesso, la risposta dell’assessora Terzi:

  • chiarisce il quadro normativo, ma evita il confronto politico
  • difende la procedura, ma non giustifica la scelta

Resta quindi intatto il cuore delle criticità sollevate da amministrazioni locali e cittadini. E resta soprattutto quella sensazione già vista in molte altre grandi opere: quando esiste una scorciatoia procedurale, la si utilizza e il fatto che sia possibile diventa automaticamente una giustificazione

La vicenda della “D breve” non riguarda solo un’infrastruttura. Riguarda il modo in cui si prendono decisioni che cambiano il territorio.

  1. Qual è il ruolo dei Comuni?
  2. Quanto pesa la tutela ambientale?
  3. Che spazio ha il confronto pubblico?

Finché a queste domande si risponderà solo con articoli di legge e riferimenti procedurali, il rischio è sempre lo stesso: decisioni già prese, territori chiamati solo a prenderne atto. E la Brianza, ancora una volta, paga il prezzo più alto.

Nuovo ospedale nel Parco GruBrìa: è arrivato il momento di aprire un vero confronto civico pubblico

L'area agricola all'interno del Parco GruBrìa, dove si ipotizza di costruire il nuovo ospedale

Il dibattito sul nuovo ospedale di Seregno continua ad arricchirsi di riflessioni e preoccupazioni legittime. Significa che il tema è sentito e che i cittadini non intendono restare spettatori di una scelta che avrà effetti profondi e duraturi sul territorio.

Come già evidenziato su questo blog, la prospettiva di realizzare il nuovo presidio sanitario all’interno del Parco GruBrìa solleva criticità rilevanti, sia sul piano ambientale sia su quello urbanistico. Parliamo di uno degli ultimi ambiti agricoli continui della Brianza centrale, in un contesto che ha già superato il 54% di suolo consumato. Una trasformazione di questa scala non può essere considerata una scelta come le altre.

Ma proprio perché la posta in gioco è così alta, il punto oggi non è soltanto ribadire le ragioni del “no” a una localizzazione nel Parco. È fare un passo ulteriore: chiedere che il processo decisionale sia all’altezza della complessità del tema.

Ad oggi, il confronto pubblico appare limitato. Le alternative vengono presentate in modo non pienamente equilibrato, mentre l’ipotesi del Dosso sembra già accompagnata da una visione progettuale più avanzata. Allo stesso tempo, restano sullo sfondo questioni fondamentali: il reale fabbisogno sanitario, il rapporto con le strutture esistenti, le possibili soluzioni a scala sovracomunale, gli impatti infrastrutturali e viabilistici.

Non si tratta semplicemente di scegliere “dove” costruire. Si tratta di decidere quale modello di sanità e quale idea di territorio vogliamo per i prossimi decenni.

Per questo riteniamo che sia arrivato il momento di aprire un vero confronto civico pubblico, promosso dall’Amministrazione comunale, capace di coinvolgere tutti i soggetti interessati.

Un percorso trasparente e strutturato che metta intorno allo stesso tavolo:
  • il Comune
  • l’ASST
  • i progettisti
  • il Parco GruBrìa
  • le principali associazioni del territorio (ACLI, Legambiente, Amici del Parco GruBrìa, ecc.)
  • cittadini, operatori sanitari e portatori di interesse
Non un semplice momento informativo, ma un processo di confronto reale, basato su dati, scenari alternativi e valutazioni comparate.

Una proposta di questo tipo non rappresenta un ostacolo alle decisioni, ma un’opportunità.

Le risorse in gioco sono pubbliche. L’impatto sul territorio sarà permanente. Le conseguenze riguarderanno non solo Seregno, ma un’area ben più ampia della Brianza.

Per queste ragioni, riteniamo che una decisione così rilevante non possa essere percepita come già definita, né ridotta a un’alternativa tra accettare una soluzione o rischiare di perdere tutto.

Aprire un confronto civico oggi significa prendersi il tempo per decidere meglio.
Significa evitare divisioni domani.
Significa, soprattutto, rispettare il territorio e la comunità che lo abita.

Su una scelta di questa portata, non restare inattivi non vuol dire solo prendere posizione.
Vuol dire costruire le condizioni perché la decisione sia davvero pubblica, consapevole e condivisa.