C’è un modo di protestare che non urla, non blocca strade, non accende polemiche. Un modo che parla al cuore prima che alle orecchie: stendere un lenzuolo bianco e lasciare che la sua semplicità diventi un messaggio inequivocabile.
È ciò che è accaduto ieri, sabato 29 novembre 2025, lungo le transenne del cantiere della futura tangenziale Meda–Seregno. All’improvviso, in una mattina che sembrava uguale a tutte le altre, quelle transenne che stringono il Parco del Meredo e le vie di Meda e Seregno si sono trasformati in un libro aperto, dove ogni lenzuolo era una pagina, ogni frase una ferita e al tempo stesso un atto d’amore.
Frasi semplici, dirette, impossibili da ignorare:
- “No pedemontana. Salviamo il territorio.”
- “Tangenzialina: ennesimo disastro ambientale.”
- “Innamorati della vita, non del profitto.”
- “Tangenzialina brucia natura & soldi.”
- “Suolo libero.”
- “Ne abbiamo pieni i polmoni.”
- “Compensa qui, compensa là, ma l’asfalto non se ne va.”
Parole che oscillavano nel vento, come un coro silenzioso rivolto a chi passa distratto, a chi pensa che l’ennesima strada sia inevitabile, a chi ha smesso di credere che la bellezza valga la fatica di difenderla.
Chi ha appeso quei lenzuoli non è un gruppo di estremisti. Sono persone comuni: famiglie, giovani, pensionati, cittadini che hanno visto il loro quartiere trasformarsi in un corridoio di cantiere, che respirano polvere invece che aria, che assistono impotenti alla distruzione di un territorio che per decenni ha custodito prati, sentieri, biodiversità.
Sono cittadini che non si rassegnano.
Che chiedono una cosa semplice: essere ascoltati.
E proprio per questo la loro protesta è così disarmante: non urla, non insulta, ma mette a nudo l’assurdità di un’opera che divora terra mentre il mondo intero invoca il contrario.






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