giovedì 2 aprile 2026

Cantieri senza fine: la metrotranvia che rischia di non arrivare


La metrotranvia Milano–Seregno, uno dei progetti infrastrutturali più discussi degli ultimi anni tra Milano e la Brianza, torna al centro delle polemiche. Non tanto — o non solo — per i disagi ormai ben noti legati ai cantieri, ma per un elemento ancora più grave: l’opera sta andando avanti senza certezze sulla sua conclusione.

Negli ultimi giorni, diversi sindaci dei territori coinvolti hanno reso pubbliche informazioni emerse in sede istituzionale. Il quadro è chiaro: i costi sono aumentati del 50%, passando da circa 250 a 370 milioni di euro, con un “buco” da 120 milioni ancora senza copertura certa. Parallelamente, si fanno strada ipotesi di ridimensionamento del progetto, con la possibilità che la linea non arrivi più fino a Seregno ma si fermi prima, a Paderno o al massimo a Nova Milanese.

Tradotto: cantieri già aperti lungo tutta la tratta, territori sconvolti dai lavori, ma senza la garanzia che l’infrastruttura venga completata nella sua interezza.

Parafrasando Paolo Conte, viene quasi da dire: cantieri senza fine. Una formula che rende bene l’idea di ciò che stanno vivendo cittadini e commercianti: lavori che si aprono, si fermano, ripartono a singhiozzo, ma senza una prospettiva chiara di conclusione.

E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa si fa adesso di tutto ciò che è già stato avviato? Che ne sarà dei cantieri aperti tra Nova e Seregno, oggi fermi o rallentati, che hanno già modificato in modo pesante la viabilità e la vita quotidiana? Che senso avrebbe il deposito tram costruito nel Parco GruBrìa, al confine tra Desio e Seregno, se i convogli non dovessero mai arrivarci?

Sono interrogativi concreti, non polemiche astratte. Perché se l’opera venisse davvero ridimensionata, il rischio sarebbe quello di lasciare sul territorio una serie di “segni permanenti”: aree trasformate e mai ripristinate, infrastrutture inutilizzate, cicatrici urbane difficili da sanare.

E qui emerge un secondo livello di responsabilità, spesso rimosso: quello del “dopo”. Perché anche nel peggiore degli scenari — blocco o riduzione dell’opera — qualcuno dovrà farsi carico del ripristino. Significa risorse per riasfaltare, riaprire strade, restituire spazi pubblici, compensare attività economiche danneggiate e, nei casi più critici, ripensare completamente l’uso di strutture già realizzate.

Ma queste risposte oggi non ci sono. E questa è forse la criticità più grave: non esiste un piano credibile né per completare l’opera, né per gestire le conseguenze di un eventuale ridimensionamento.

La vicenda solleva quindi una questione più ampia, che va oltre il singolo progetto. È il metodo ad essere in discussione. Continuare ad avviare cantieri senza certezze finanziarie e progettuali significa trasformare interi territori in spazi sospesi, dove i disagi sono certi ma i benefici restano ipotetici.

Esperienze come questa dovrebbero insegnare qualcosa di molto semplice: prima di aprire nuovi cantieri, bisognerebbe fermarsi. Verificare con rigore che esistano tutte le condizioni per portarli a termine — risorse, tempi, sostenibilità reale — e che esista anche un piano alternativo nel caso le cose vadano diversamente.

Altrimenti il rischio è quello che oggi si materializza tra Milano e la Brianza: opere che partono ma non arrivano, territori segnati per anni e, appunto, cantieri senza fine.

COMUNICATO STAMPA (dalla pagina FB del Comune di Desio)
Metrotranvia Milano–Seregno: i Sindaci della Brianza chiedono chiarezza e garanzie sul completamento dell’opera

Nella mattinata di martedì [31 marzo 2026] si è svolta, presso la Città Metropolitana di Milano, una riunione alla presenza della Consigliera delegata ai Trasporti, dei dirigenti competenti e dei rappresentanti di tutti i Comuni interessati dal tracciato della metrotranvia Milano–Seregno.
Nel corso dell’incontro è emerso con chiarezza un dato estremamente preoccupante: a fronte del caro materiali, dell’adeguamento prezzi e delle varianti, si registrano oggi extracosti di 120 milioni di euro. Questo porta ad un aumento dei costi di quasi il 50% sull’intera opera.
Tutti i Comuni della tratta si sono resi pienamente disponibili a condividere tutti i passaggi possibili con enti sovraordinati per il reperimento delle risorse (che, è perfino superfluo dirlo, non possono essere a carico dei Comuni stessi alla luce delle cifre di cui si parla).
L’aspetto davvero preoccupante e inquietante è però un altro. Tra le teoriche ipotesi di studio emerse sul futuro, si è parlato di “lotti funzionali” e di stralci dell’appalto che prevedano per un discorso di contenimento di costi la realizzazione dell’opera fino a Paderno, o eventualmente fino a Nova, escludendo la Brianza o gran parte di essa. E ci è voluto un po’ a comprendere che non si trattava di un pesce d’aprile anticipato.
Non stiamo parlando di una situazione in cui sono partiti i lavori da Milano, e arrivati a metà, qualcuno dice: “spiace, non ci sono più soldi, non si va avanti se non cambiano certe cose”: un simile scenario, estremamente spiacevole, porterebbe ad altre valutazioni. Qui siamo però in una situazione in cui in Brianza abbiamo decine di cantieri e microcantieri aperti (partiti proprio dai nostri Comuni!), città divise a metà, strade chiuse senza che nessuno ci lavori da mesi o da anni, a seconda dei casi. Per non parlare dell’ecomostro di deposito tram già costruito su un’area verde (quantomeno anni fa si è riusciti ad ottenere il dimezzamento delle altezze) al confine tra Seregno e Desio, che si troverebbe in questo scenario ad essere totalmente inutile, dato che i tram si fermerebbero tre Comuni prima.
Ora, visto che è totalmente fantascientifico pensare che si dica: “scusate, ci siamo sbagliati, in un mese vi ridiamo soldi, asfaltiamo e riportiamo tutto come prima”, deve essere estremamente chiaro che i nostri comuni non solo non prenderanno minimamente in considerazione qualsiasi ipotesi che contempli questo scenario, ma faranno in ogni modo, a ogni tavolo, e con qualsiasi azione possibile, valere le ragioni di Città che si ritrovano nella situazione sopra descritta e che non possono che ribadire che stando così le cose, quest’opera va finita, e la Brianza non può essere “stralciata” solo perché sono emerse delle evidenti criticità finanziarie. 
Abbiamo fatto valere queste considerazioni, e siamo stati lieti di apprendere che tutti i nostri colleghi sindaci del milanese ci hanno appoggiato in queste considerazioni, così come la Consigliera delegata di Città Metropolitana Daniela Caputo.  Abbiamo anche registrato positivamente l’apertura al discorso di ristori per i commercianti coinvolti dalla tratta, su cui continuiamo a sottolineare l’esigenza e urgenza.
Comprendiamo le complessità tecniche, burocratiche e operative delle imprese coinvolte, e ribadiamo la nostra disponibilità a collaborare con Città Metropolitana, soggetto attuatore dell’opera, per contribuire alla risoluzione dei problemi, auspicando che gli enti sovraordinati individuino rapidamente una soluzione che consenta di garantire il completamento dell’opera nei tempi previsti, perché non possiamo rimanere ancora per anni con cantieri aperti che limitano i cittadini residenti ed il commercio locale. 
Nello stesso tempo, visto che le considerazioni legate allo stralcio sono emerse e non possiamo escludere che riemergano, ribadiamo con estrema fermezza che qualsiasi opzione che penalizzi la Brianza e i nostri territori sarà considerata totalmente inaccettabile, e mai potrà essere oggetto di valutazione.
  • Alberto Rossi – Sindaco di Seregno
  • Carlo Moscatelli – Sindaco di Desio
  • Fabrizio Pagani – Sindaco di Nova Milanese

mercoledì 1 aprile 2026

Coltivare il futuro: gli orti comunali protagonisti a Seregno


A Seregno si presenta un’iniziativa dedicata agli orti comunali, un progetto che mette al centro sostenibilità, partecipazione e valorizzazione del territorio urbano.

L’appuntamento sarà un’occasione per raccontare esperienze concrete di artisti e cittadini coinvolti, evidenziando il valore ambientale e sociale delle attività orticole, in particolare per gli anziani e per i più giovani. Gli orti urbani diventano così spazi di incontro, apprendimento e cura, capaci di rafforzare il senso di comunità e promuovere pratiche sostenibili.

L’incontro si terrà venerdì 10 aprile 2026 alle ore 18, presso la Biblioteca Civica Ettore Pozzoli (piazza Monsignor Gandini 9, Seregno). Interverranno diversi protagonisti del progetto, tra cui artisti, esperti e rappresentanti del territorio, coordinati da Franco Formenti dell’Ufficio Ecologia del Comune di Seregno.

Un momento aperto alla cittadinanza per conoscere da vicino una realtà che unisce ambiente, cultura e inclusione sociale.

1976–2026 | Disastro diossina | 3. Luglio 1976. La diossina dell’ICMESA contamina il territorio, poi il silenzio della multinazionale, la moria degli animali, la cloracne


Nel 2026 ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.

Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile. Fu il punto di arrivo di oltre trent’anni di inquinamenti, omissioni, controlli insufficienti e scelte industriali compiute in spregio alla salute pubblica.
Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprendere davvero il significato di quella tragedia.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale avvia un percorso di memoria storica e civile, riprendendo e condividendo il lavoro di Sinistra e Ambiente di Meda, basato sulla ricerca documentale dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, Ed. Auditorium, 2006), parte del progetto Ponte della Memoria.


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Terza puntata
Luglio 1976. La diossina dell’ICMESA contamina il territorio, poi il silenzio della multinazionale, la moria degli animali, la cloracne.
a cura di Sinistra e Ambiente, Meda


Prosegue il lavoro di ricerca di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda che, basandosi su documenti e testi in suo possesso, intende ricostruire gli eventi legati al disastro della diossina dell’ICMESA di Meda (fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche).
Una ricostruzione affinché si rinnovi, senza annacquarla, la memoria di un disastro colpevole che ha segnato la collettività.

LA DINAMICA DEL DISASTRO

Il reattore A101 del reparto B dell'ICMESA

Sabato 10 luglio 1976, alle ore 12,37, un aumento della pressione interna del reattore A101, utilizzato per la produzione di 2,4,5-triclorofenolo, causa il cedimento del disco di rottura, tarato a 3 atmosfere.

Il disco di rottura è un dispositivo meccanico di sicurezza, installato per evitare che un aumento anomalo di pressione possa causare l’esplosione del reattore ma, nel caso dell’ICMESA, il suo intervento libera direttamente nell’ambiente tutti i composti chimici, nebulizzati o sotto forma di vapori, contenuti nell’impianto.

La sovrapressione venne causata da una reazione esotermica con un forte innalzamento della temperatura oltre i normali valori di esercizio (150 °C), innescando, nell’intervallo tra 200 °C e 500 °C, la generazione di quantità significative di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), composto tossico che risulterà presente nella nube e che contaminerà pesantemente il territorio.

L’assenza di dispositivi di controllo, allarme e intervento automatico fece sì che le anomalie non fossero segnalate né che, in assenza di personale, potessero agire automatismi di regolazione per riportare i parametri di temperatura e pressione a valori corretti e sostenibili.

Inoltre, per la mancanza di un serbatoio di contenimento (vedi 2ª puntata sull’impiantistica insufficiente e obsoleta dell’ICMESA), la miscela di composti tossici finì totalmente in atmosfera e, a causa del vento che in quel giorno e a quell’ora spirava verso sud-est, andò poi a ricadere e a depositarsi su ampie aree abitate nei comuni limitrofi.

Formalmente, il sabato la produzione era ferma e, nell’ultimo turno del venerdì, che copriva anche le prime sei ore della giornata di sabato, da prassi non si attendeva il completamento della reazione di sintesi ma questa veniva sospesa fermando l’agitatore della miscela e inibendo il suo raffreddamento.

Il contenuto di tetraclorobenzolo, etilenglicole e soda caustica rimasto veniva poi scaricato con la ripresa delle fasi di produzione il lunedì della settimana successiva.

In fabbrica non erano presenti gli addetti al ciclo del triclorofenolo, usciti con l’ultimo turno, ma solo alcuni manutentori.

Risultò provvidenziale l’intervento di Carlo Galante, responsabile dei reparti E e F che, abitando vicino alla fabbrica e udito lo scoppio del disco di rottura e il sibilio della fuoriuscita in pressione delle sostanze chimiche, raggiunse l’ICMESA, entrò con l’autorespiratore nel reparto B e aprì la valvola del raffreddamento, azionando anche la pompa di spinta dell’acqua, interrompendo così la reazione esotermica ed evitando un disastro peggiore.
Nel 2024, Carlo Galante è stato insignito della Medaglia d’Argento al Valor Civile.

Oltre all’ufficialità degli accadimenti, una delle ipotesi circolate era l’esistenza di una “produzione parallela non dichiarata” dedicata alla sintesi chimica di triclorofenolo contenente un’alta e voluta percentuale di diossina, per uso bellico nei defolianti con cui venne irrorato il Vietnam durante il conflitto.
Questa ipotesi non ha però mai trovato solide evidenze.

LA SETTIMANA DEL SILENZIO E DELLE MINIMIZZAZIONI

Dopo il 10 luglio 1976, inizia la settimana delle minimizzazioni e del silenzio da parte dei responsabili ICMESA, Givaudan, Hoffman-La Roche.

Solo il giorno successivo, 11 luglio 1976, due dirigenti dell’ICMESA, tra cui il responsabile di produzione Paolo Paoletti, si recano in visita al sindaco di Seveso Francesco Rocca, riferendogli di un “generico incidente” avvenuto il giorno precedente all’interno di un reparto ma minimizzando sull’accaduto. Su invito di Rocca contattarono anche il sindaco di Meda Fabrizio Malgrati.

Un atteggiamento elusivo che continuerà anche nei contenuti della lettera che l’ICMESA inviò il 12 luglio 1976 all’ufficiale sanitario supplente, dottor Uberti, che sostituiva il titolare, professor Ghetti, in ferie.

Una lettera che non accennava nemmeno alla possibile presenza di diossina nei “vapori fuoriusciti”, ma che si limitava a illustrare l’“incidente” e ad avvisare di aver cautelativamente chiesto ai residenti prossimi alla fabbrica di non consumare i prodotti dei loro orti.

Eppure già il direttore tecnico della Givaudan, Jörg Sambeth, aveva ipotizzato che tra i composti fuoriusciti potesse esserci la diossina TCDD.

Nello stesso giorno venne impedita all’ufficiale sanitario Uberti l’entrata nel reparto B.

Il 14 luglio le analisi chimiche effettuate nel laboratorio della Givaudan su materiale prelevato all’interno dell’ICMESA e nelle aree circostanti certificarono la presenza della pericolosissima diossina TCDD, ma i responsabili ICMESA e Givaudan evitarono di darne comunicazione alle autorità locali.

Il 15 luglio i sindaci di Seveso e Meda, consigliati dall’ufficiale sanitario locale, emisero ordinanze con cui proibivano di toccare ortaggi, vegetazione, terreno e animali domestici e consigliavano l’adozione di una scrupolosa igiene delle mani e dei vestiti.
Successivamente venne ordinato di non ingerire prodotti di origine animale provenienti dalla zona inquinata.

Le prime notizie degli eventi apparvero sui giornali soltanto dopo sette giorni.


Il 18 luglio, il direttore del laboratorio chimico provinciale di Milano prospettò ai responsabili della fabbrica di Meda la possibilità della presenza di diossina e la Givaudan rispose annunciando l’arrivo in Italia del direttore del proprio laboratorio chimico.

Anche all’interno della fabbrica i dirigenti applicarono un atteggiamento di omertà nei confronti delle maestranze.

Il Consiglio di fabbrica dell'ICMESA in riunione

Lunedì 12 luglio, solo il reparto B, dove ebbe origine il disastro, era stato chiuso, peraltro senza alcuna informazione in merito all’accaduto.

Negli altri reparti l’attività proseguì per altri cinque giorni, con la direzione che rifiutò sistematicamente di fornire informazioni ai lavoratori e ai loro rappresentanti sindacali.

Il 14 luglio fu imposto agli operai di non portare indumenti di lavoro a casa e di fare la doccia prima di uscire dalla fabbrica.

Insospettiti, lavoratori e sindacato entrarono in stato di agitazione e, non ricevendo le informazioni richieste, il 16 luglio si rifiutarono di continuare a lavorare nello stabilimento ed entrarono in sciopero e in assemblea permanente, annunciando l’interruzione delle attività produttive.

Il 18 luglio arrivò l’ordinanza del sindaco di Meda che chiuse l’ICMESA a scopo cautelativo.
Anche in questo frangente la direzione cercò di rassicurare le autorità sostenendo l’assenza di pericoli per lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Solo il 19 luglio 1976 ICMESA e Givaudan comunicarono ufficialmente la presenza di tetraclorodibenzo-para-diossina (TCDD) tra le sostanze fuoriuscite dal reattore A101, ammettendo la gravità della situazione.

Il 21 luglio anche le analisi chimiche svolte dal Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi lo confermarono.

Ed erano trascorsi ben 11 giorni.

LA MORIA DEGLI ANIMALI

Già il giorno 13 luglio, negli orti delle abitazioni prossime alla fabbrica ICMESA, si verificò un rinsecchimento vegetativo delle piante dovuto all’effetto diserbante del triclorofenolo e degli altri composti; venne notata la scomparsa di uccelli, spesso trovati morti al suolo, e iniziò una moria dei primi animali domestici (cani, gatti, galline, conigli ecc.).

Questa moria si estenderà nei giorni successivi sul territorio di più comuni.

Dal 18 luglio le carcasse degli animali morti vennero raccolte e incenerite in parte presso il forno dell’allora Macello di Milano.
Fu indubbiamente un errore, poiché le basse temperature di lavoro di quel forno non garantirono la distruzione della diossina presente nelle carcasse.

Successivamente si rese necessario anche abbattere gli animali di grossa taglia degli allevamenti presenti in zona (cavalli, mucche ecc.) per evitare che la diossina finisse nella catena alimentare.

Visto l’alto numero di animali abbattuti, si optò per tumulare le carcasse in due fosse scavate a Cesano Maderno e a Desio.

Un allevamento venne spostato in provincia di Brescia e di Pisa e il successivo monitoraggio non diede riscontri di animali compromessi.

Una stima effettuata a posteriori fissa in circa 3.300 gli animali da cortile deceduti e in 76.000 i capi di bestiame degli allevamenti abbattuti.


LA CLORACNE


Il 14 luglio cominciarono a verificarsi i primi casi di intossicazione con infiammazioni cutanee e il 16 luglio vennero effettuati i primi ricoveri presso l’ospedale di Mariano Comense e, per i casi più gravi, presso Niguarda.

Si trattava dei primi 15 bambini colpiti dalla cloracne, una violenta dermatosi provocata dal cloro e dai suoi derivati, causata dal contatto con i composti chimici liberatisi in atmosfera o depositatisi al suolo.

I casi di cloracne raggiunsero la massima intensità, sia dal punto di vista quantitativo sia per la gravità, tra il 20 e il 28 luglio 1976.

Dal 23 luglio venne aperto a Seveso l’Ambulatorio Dermatologico che, da quella data sino ai primi di agosto, visitò 1.600 persone.

Per 447 di queste, di cui 186 bambini con età inferiore ai 12 anni, vennero diagnosticate lesioni cutanee correlate al contatto con le sostanze chimiche presenti nella nube.


Il numero reale dei dermolesi rimane però indeterminato, poiché le visite vennero effettuate solo su soggetti che si presentavano volontariamente e le successive campagne di controllo presero in esame esclusivamente i bambini tra i 6 e i 12 anni.

Riprenderemo nelle prossime puntate alcuni approfondimenti sugli argomenti della moria di animali e dei casi di cloracne.

 

Periferie unite, confini superati: verso la fusione di Meda e Seregno

I volantini pronti per la distribuzione

Negli ultimi mesi, lontano dai riflettori della politica ufficiale, qualcosa ha iniziato a muoversi nelle zone più periferiche di Meda e Seregno. In particolare, alcuni abitanti del quartiere Polo e del quartiere Ceredo hanno cominciato a confrontarsi in modo sempre più strutturato sui problemi quotidiani dei loro territori. Sono stati loro a contattarci per anticiparci le iniziative che stanno per mettere in campo.

Parliamo di cittadini che vivono da anni queste aree di confine, zone che pagano un prezzo alto in termini di attenzione politica e investimenti. Tra viabilità caotica, consumo di suolo, rumore, timore di riduzione degli spazi verdi fruibili e decisioni calate dall’alto, il sentimento comune è quello di essere diventati invisibili. Invisibili soprattutto per amministrazioni locali percepite come sempre più lontane, concentrate sui centri cittadini e molto meno attente alle periferie.

Da questa delusione, ma anche da un forte senso di appartenenza e responsabilità, è nato un ragionamento collettivo: se i problemi sono condivisi, perché continuare ad affrontarli separatamente? Se il confine amministrativo non aiuta a risolverli, perché non ripensarlo?

È in questo contesto che prende forma l’idea dei volantini “Fare Meda e Seregno più grandi”, che verranno distribuiti nelle prossime settimane (a noi anticipati). Uno slogan dal tono volutamente spiazzante, ma fondato su una proposta concreta: avviare un percorso che porti alla fusione dei due Comuni in un’unica realtà amministrativa. Non solo collaborazione, dunque, ma un vero superamento dell’attuale assetto, per costruire una città più ampia, più forte e più capace di pianificare in modo unitario il proprio sviluppo.

Per capire meglio come nasce questo percorso e quali sono le sue reali ambizioni, abbiamo incontrato due dei cittadini che hanno contribuito ad avviare il confronto: Luca Carpi, per il Ceredo, e Alberto Palombo, per il Polo.

Intervista

D: Luca, partiamo dal Ceredo. Cosa vi ha spinto a iniziare questo confronto tra cittadini?
R (Luca): La sensazione di essere rimasti ai margini. Le decisioni che incidono sulla nostra qualità della vita — traffico, infrastrutture, consumo di suolo — vengono prese senza ascoltare chi qui ci vive. Abbiamo provato più volte a partecipare alle assemblee di quartiere e a interloquire con l’amministrazione, ma spesso le risposte sono state tardive o inesistenti.

D: Alberto, dal punto di vista del Polo la situazione è simile?
R (Alberto): Molto simile. Anche qui ci sentiamo periferia della periferia. Siamo a ridosso di grandi infrastrutture, subiamo gli effetti delle scelte altrui, ma senza reali benefici. A un certo punto abbiamo capito che i problemi del Polo e del Ceredo non sono paralleli: sono gli stessi.

D: Ed è così che nasce l’idea del volantino?
R (Luca): Esatto. Il volantino è una scintilla. Usa un linguaggio provocatorio perché rompe uno schema mentale, ma la proposta è estremamente concreta: unire le forze in un unico Comune per affrontare insieme le criticità.

D: Quindi non solo protesta, ma un progetto politico vero e proprio.
R (Alberto): Assolutamente. Non è un atto contro qualcuno, ma a favore di un’idea diversa di città e di territorio. Se le amministrazioni faticano a coordinarsi o a dare risposte omogenee, forse è il modello stesso che va ripensato.

D: Partiamo dall’obiettivo centrale. Perché ritenete necessaria la fusione tra Seregno e Meda?
R (Luca): Perché nella vita quotidiana le due città sono già integrate. Scuole, lavoro, commercio, viabilità: tutto è intrecciato. Continuare a mantenerle separate sul piano amministrativo significa duplicare strumenti e frammentare le decisioni. La fusione permetterebbe una pianificazione unica, più efficiente e più lungimirante.

D: Molti potrebbero considerarla una proposta irrealistica.
R (Alberto): Sorridiamo, perché l’idea è forte. Ma non è una fantasia. È una scelta che in altre parti d’Italia è già stata fatta con benefici concreti. Qui significherebbe creare una realtà più grande, più strutturata e più competitiva.

D: Uno dei punti più discussi riguarda la tangenziale di Pedemontana.
R (Luca): Sì. La tangenziale rappresenta, per molti residenti, una visione superata dello sviluppo: consumo di suolo, quartieri divisi, qualità della vita sacrificata. In un Comune unico sarebbe più semplice affrontare il tema con una strategia coerente, pensando alla riconnessione urbana e ambientale delle aree oggi frammentate.

D: E qui entra in gioco il Parco del Meredo.
R (Alberto): Esatto. L’ampliamento e la valorizzazione del Parco del Meredo sono centrali nella nostra visione. L’idea è creare un grande polmone verde continuo, superando la logica dei confini e restituendo spazio pubblico di qualità ai residenti.

D: Nel volantino parlate anche di un’area umida.
R (Luca): Sì, un laghetto integrato nel sistema del Parco, pensato per la biodiversità e la fruizione sostenibile. Ospiterebbe fauna ittica compatibile, come il persico trota, già diffuso negli ambienti d’acqua dolce lombardi.

D: Come cambierebbe la vita quotidiana con un unico Comune?
R (Alberto): Con un piano del traffico unitario, meno frammentato. Meno attraversamenti inutili, più sicurezza, più silenzio per zone come il Ceredo e il Polo, spesso penalizzate da decisioni non coordinate.

D: In conclusione, qual è il messaggio che volete lanciare?
R (Luca): Superare campanilismi e confini che oggi non hanno più senso. La fusione non è una provocazione fine a sé stessa, ma una proposta seria per costruire un territorio più coerente, più verde e più vivibile.

D: Cosa vi proponete concretamente con il volantino?
R (Luca e Alberto, all’unisono): Vogliamo avviare un percorso pubblico verso la fusione dei due Comuni. Inizieremo come gruppo di pressione civica, ma se necessario siamo pronti a presentarci alle prossime elezioni comunali. I nostri slogan lo dicono chiaramente: “Fare Meda sempre più grande” e “Fare Seregno sempre più grande”. Per noi significa una cosa sola: farle diventare una sola città.

martedì 31 marzo 2026

Pedemontana “D breve”: la risposta di Regione Lombardia conferma tutti i dubbi


Nei giorni scorsi è arrivata la risposta dell’assessora alle Infrastrutture Claudia Terzi all’interrogazione presentata dalla consigliera regionale Michela Palestra sulla cosiddetta “D breve” della Pedemontana.

Una risposta attesa, soprattutto dopo le forti prese di posizione dei sindaci del Vimercatese e della Brianza e i ricorsi al TAR contro l’approvazione del progetto.

Ma leggendo il documento emerge con chiarezza un elemento di fondo: la Regione non entra nel merito delle criticità sollevate, limitandosi a difendere la correttezza formale della procedura seguita.

Ed è proprio qui che sta il problema.

Il punto centrale della vicenda resta uno: la “D breve” è davvero una semplice variante del progetto approvato nel 2009? La risposta regionale afferma che: il progetto “è stato inquadrato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (‘MIT’) e da CAL quale variante […] al progetto definitivo […] approvato dal CIPE con delibera n. 97/2009”. Ma non spiega perché. Non entra nel merito delle contestazioni dei Comuni, che sostengono invece che si tratti, di fatto, di una nuova opera:

  • con un tracciato diverso
  • con impatti ambientali aggiornati
  • in un contesto territoriale profondamente cambiato

Questa non è una questione tecnica secondaria: è il nodo che consente di applicare una procedura semplificata. Eppure, nella risposta, viene semplicemente data per acquisita.

La Regione rivendica la correttezza dell’iter seguito, richiamando la normativa che consente al soggetto aggiudicatore di approvare varianti senza passaggio dal CIPESS: “le varianti […] sono approvate esclusivamente dal soggetto aggiudicatore […] qualora non superino del 50 per cento il valore del progetto approvato”. E aggiunge che il MIT ha dato indicazione a CAL di procedere in questo modo.
Tutto formalmente corretto, dunque.
Ma qui emerge il classico schema delle grandi opere: “possiamo farlo” → diventa automaticamente → “è giusto farlo”. È proprio questo salto che manca nella risposta.

Non viene mai spiegato:

  • se questa procedura fosse adeguata per un’opera così impattante
  • se fosse opportuno evitare un passaggio più ampio e trasparente
  • se fosse corretto ridurre il coinvolgimento degli enti locali

La legittimità giuridica viene fatta coincidere con la legittimità politica. E non sono la stessa cosa.

La Regione sottolinea che:

  • nel 2022 ci sono stati incontri con il territorio
  • nel 2023 ulteriori confronti nell’ambito della Conferenza dei Servizi

Ma si tratta di momenti:

  • precedenti alla versione definitiva del progetto
  • orientati a “ottimizzazioni” e mitigazioni
  • non a una discussione sulle scelte di fondo

In altre parole, i territori sono stati coinvolti a valle, non a monte.

Non risulta un reale spazio per discutere:

  • se l’opera fosse necessaria
  • se esistessero alternative meno impattanti
  • quale modello di mobilità si volesse per l’area

Uno dei passaggi più deboli riguarda la comunicazione dell’approvazione. La Regione afferma: “la pubblicità dell’atto approvativo sia stata assicurata” e che la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale “non può intendersi come ‘condotta lesiva’”.

Formalmente, è vero. Ma sostanzialmente?

La pubblicazione è avvenuta:

  • nel Foglio delle Inserzioni
  • senza una reale comunicazione pubblica
  • senza un momento di confronto istituzionale

Questo significa che un atto che:

  • ha effetti urbanistici
  • impone vincoli espropriativi
  • incide pesantemente sul territorio

è stato reso noto in modo tecnicamente corretto ma politicamente minimale. Legalità non è sinonimo di trasparenza.

C’è un elemento che colpisce più di tutti. Nella risposta:

  • non si parla praticamente mai di ambiente
  • nessun riferimento al P.A.N.E.
  • nessuna valutazione sugli impatti
  • nessun cenno alle alternative

Eppure è proprio su questo che si concentrano le preoccupazioni dei territori. La questione viene trattata come un problema amministrativo, non come una scelta che:

  • consuma suolo
  • frammenta ecosistemi
  • compromette aree agricole
  • contraddice gli obiettivi climatici

Nel complesso, la risposta dell’assessora Terzi:

  • chiarisce il quadro normativo, ma evita il confronto politico
  • difende la procedura, ma non giustifica la scelta

Resta quindi intatto il cuore delle criticità sollevate da amministrazioni locali e cittadini. E resta soprattutto quella sensazione già vista in molte altre grandi opere: quando esiste una scorciatoia procedurale, la si utilizza e il fatto che sia possibile diventa automaticamente una giustificazione

La vicenda della “D breve” non riguarda solo un’infrastruttura. Riguarda il modo in cui si prendono decisioni che cambiano il territorio.

  1. Qual è il ruolo dei Comuni?
  2. Quanto pesa la tutela ambientale?
  3. Che spazio ha il confronto pubblico?

Finché a queste domande si risponderà solo con articoli di legge e riferimenti procedurali, il rischio è sempre lo stesso: decisioni già prese, territori chiamati solo a prenderne atto. E la Brianza, ancora una volta, paga il prezzo più alto.

Nuovo ospedale nel Parco GruBrìa: è arrivato il momento di aprire un vero confronto civico pubblico

L'area agricola all'interno del Parco GruBrìa, dove si ipotizza di costruire il nuovo ospedale

Il dibattito sul nuovo ospedale di Seregno continua ad arricchirsi di riflessioni e preoccupazioni legittime. Significa che il tema è sentito e che i cittadini non intendono restare spettatori di una scelta che avrà effetti profondi e duraturi sul territorio.

Come già evidenziato su questo blog, la prospettiva di realizzare il nuovo presidio sanitario all’interno del Parco GruBrìa solleva criticità rilevanti, sia sul piano ambientale sia su quello urbanistico. Parliamo di uno degli ultimi ambiti agricoli continui della Brianza centrale, in un contesto che ha già superato il 54% di suolo consumato. Una trasformazione di questa scala non può essere considerata una scelta come le altre.

Ma proprio perché la posta in gioco è così alta, il punto oggi non è soltanto ribadire le ragioni del “no” a una localizzazione nel Parco. È fare un passo ulteriore: chiedere che il processo decisionale sia all’altezza della complessità del tema.

Ad oggi, il confronto pubblico appare limitato. Le alternative vengono presentate in modo non pienamente equilibrato, mentre l’ipotesi del Dosso sembra già accompagnata da una visione progettuale più avanzata. Allo stesso tempo, restano sullo sfondo questioni fondamentali: il reale fabbisogno sanitario, il rapporto con le strutture esistenti, le possibili soluzioni a scala sovracomunale, gli impatti infrastrutturali e viabilistici.

Non si tratta semplicemente di scegliere “dove” costruire. Si tratta di decidere quale modello di sanità e quale idea di territorio vogliamo per i prossimi decenni.

Per questo riteniamo che sia arrivato il momento di aprire un vero confronto civico pubblico, promosso dall’Amministrazione comunale, capace di coinvolgere tutti i soggetti interessati.

Un percorso trasparente e strutturato che metta intorno allo stesso tavolo:
  • il Comune
  • l’ASST
  • i progettisti
  • il Parco GruBrìa
  • le principali associazioni del territorio (ACLI, Legambiente, Amici del Parco GruBrìa, ecc.)
  • cittadini, operatori sanitari e portatori di interesse
Non un semplice momento informativo, ma un processo di confronto reale, basato su dati, scenari alternativi e valutazioni comparate.

Una proposta di questo tipo non rappresenta un ostacolo alle decisioni, ma un’opportunità.

Le risorse in gioco sono pubbliche. L’impatto sul territorio sarà permanente. Le conseguenze riguarderanno non solo Seregno, ma un’area ben più ampia della Brianza.

Per queste ragioni, riteniamo che una decisione così rilevante non possa essere percepita come già definita, né ridotta a un’alternativa tra accettare una soluzione o rischiare di perdere tutto.

Aprire un confronto civico oggi significa prendersi il tempo per decidere meglio.
Significa evitare divisioni domani.
Significa, soprattutto, rispettare il territorio e la comunità che lo abita.

Su una scelta di questa portata, non restare inattivi non vuol dire solo prendere posizione.
Vuol dire costruire le condizioni perché la decisione sia davvero pubblica, consapevole e condivisa.

Triangolo Lariano: rischio inquinamento per fiume Lambro e lago di Pusiano


di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"

C'è il continuo e concreto rischio di inquinamento del fiume Lambro e del lago di Pusiano. Una delle principali cause: il 60% circa delle fognature dei comuni del Triangolo Lariano sono ancora di tipo misto. Com'è risaputo, questo tipo di fognature mette in sofferenza tutto il sistema di raccolta e depurazione delle acque reflue, in particolare incide negativamente sulla gestione del depuratore di Merone e degli sfioratori di piena, col concreto rischio di inquinare le acque superficiali.
Questa è l'analisi che il nostro Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" sta conducendo, sulla base dei dati che ci sono stati forniti sia dall'Ambito Territoriale Ottimale (A.T.O.) della provincia di Como, sia dal gestore del servizio idrico, ovvero dalla società Como Acqua. I dati del censimento delle fognature, seppur indicativi e provvisori, sono abbastanza sconfortanti. Come accennato, mediamente solo il 40 per cento circa delle reti fognarie dei 30 comuni del Triangolo Lariano sono separate tra acque chiare e acque scure. Il che significa che circa il 60% è ancora di tipo misto! 
I dati sono comunque molto differenziati da comune a comune. Si va dai municipi messi peggio, con ad esempio Magreglio che ha il 97% circa delle fognature di tipo misto, a cui seguono Sormano, Torno e Blevio con oltre il 90 per cento. Significativo poi il dato dei due tra i comuni più popolosi del Triangolo Lariano: Erba con il 76% delle fognature ancora di tipo misto, e Canzo con il 66%. E poi dall'altra parte ci sono, fortunatamente, i comuni virtuosi, ovvero quelli con la maggior parte delle reti separate: si va dal 100% di Pusiano e Pognana Lario, al 97% di Brunate, al 94% di Tavernerio. 
Ma, come detto, facendo un totale ponderato (in base al numero degli abitanti), risulta che all'incirca il 60% delle fognature di tutto il Triangolo Lariano sono ancora di tipo misto. Questo comporta che, in caso di forti acquazzoni, nei collettori fognari arrivino troppe acque piovane, che conseguentemente mettono in sofferenza le tubazioni e gli sfioratori di piena, costretti a scaricare le acque miste - contenenti reflui inquinanti - nelle rogge, nei fiumi o addirittura nei laghi. In tali situazioni, ad esempio il lago di Pusiano rischia un sensibile peggioramento della qualità delle proprie acque, già normalmente inquinate.
 

Per risolvere questi problemi, bisognerebbe in termini prioritari utilizzare gli investimenti pubblici - destinati al risanamento ambientale - proprio per rendere più efficienti le fognature. In definitiva occorre anzitutto separare le acque chiare dalle acque scure, oltre che - ovviamente - realizzare le tubazioni nelle località del Triangolo Lariano che ancora oggi non sono dotate di fognatura pubblica. 
Il tutto per raggiungere l'obiettivo del risanamento delle acque del bacino del fiume Lambro e dei laghi, a partire dal lago di Pusiano. 
Questo tema degli scarichi fognari sarà uno degli argomenti che verranno trattati nel corso dell'incontro pubblico che come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" abbiamo previsto per la sera del 10 aprile a Pusiano; il titolo dell'incontro sarà: “Come sta il lago di Pusiano? - Qualità delle acque del lago tra inquinamento e crisi climatica”.

lunedì 30 marzo 2026

Alzate Brianza. In tanti alla scoperta dei rapaci notturni allo Zoc del Peric


a cura del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"

La “Serata sui rapaci notturni allo Zoc del Peric”, tenutasi sabato 28 marzo, ha ottenuto un ottimo riscontro. Soddisfatti gli organizzatori, ovvero il Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" e l’associazione Le Contrade.

Presenti una sessantina di persone, tra cui una decina di bambini, alla presentazione del libro di Marco Mastrorilli, esperto di rapaci notturni, che ha raccontato da cosa nascono leggende e modi di dire su gufi e civette. Ha quindi presentato le specie target dell’incontro, indicando comportamenti e luoghi dove poterle osservare, introducendo anche i versi che sarebbero stati utilizzati durante l’uscita.


Dopo una breve spiegazione del comportamento da tenere durante l’uscita per non disturbare eccessivamente la fauna, i partecipanti si sono recati all’area umida dello “Zoc del Peric”, dove, in diverse postazioni, Mastrorilli ha lanciato i richiami. Ben quattro allocchi hanno risposto, indicando una buona presenza della specie, mentre non si è fatta sentire la civetta.

Si ricorda che nell’area del parco dello “Zoc del Peric” sono state censite oltre 100 specie diverse di uccelli, tra stanziali e migratori, diurni e notturni. Questo dato conferma l’importanza della conservazione naturalistica di queste aree, fortunatamente risparmiate dalla cementificazione.

La prossima uscita serale è programmata per sabato 2 maggio, sempre allo “Zoc del Peric”, e riguarderà gli anfibi, in occasione dell’evento internazionale “Save the Frogs Day 2026”.

domenica 29 marzo 2026

Nuovo ospedale di Seregno: una scelta coerente con il programma elettorale?

Fonte immagine: Wikipedia

Nel dibattito in corso sulla realizzazione del nuovo ospedale di Seregno emerge una questione che finora è rimasta sullo sfondo, ma che merita attenzione: la coerenza di questa scelta con il programma amministrativo presentato agli elettori nel 2023 (per scaricarlo cliccare qui).

Nel documento con cui l’attuale maggioranza si è presentata alle elezioni non compare alcun riferimento alla costruzione di un nuovo presidio ospedaliero. Al contrario, sul piano urbanistico e ambientale vengono indicati alcuni indirizzi molto chiari, più volte ribaditi nel testo.

Tra questi, in particolare, l’obiettivo del “consumo di suolo zero” e la priorità della rigenerazione delle aree dismesse, indicata come modalità privilegiata per rispondere ai bisogni della città senza ulteriore espansione urbana.

Si tratta di principi che non hanno un valore meramente tecnico, ma rappresentano un orientamento politico preciso: contenere l’uso di nuovo suolo, valorizzare il patrimonio esistente e limitare l’impatto delle trasformazioni sul territorio.

Alla luce di questi indirizzi, l’ipotesi di realizzare un nuovo ospedale su un’area agricola, per di più all’interno del Parco GruBrìa, introduce una evidente tensione tra quanto dichiarato nel programma e le scelte che oggi sembrano prendere forma nel dibattito pubblico.

Non si tratta di una questione formale, ma sostanziale. Una decisione di questo tipo non è neutra: implica consumo di suolo, trasformazione permanente di un’area libera e incide su uno degli ambiti più delicati del territorio.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento. Proprio perché il nuovo ospedale non era tra gli interventi esplicitamente indicati nel programma, gli elettori non si sono espressi su questa specifica scelta.

Questo non mette in discussione la legittimità dell’amministrazione, ma pone un tema di metodo. Quando emergono decisioni così rilevanti e non previste nel mandato elettorale, diventa ancora più importante costruire momenti di confronto pubblico ampi e strutturati.

Assemblee, percorsi partecipativi, occasioni di approfondimento: strumenti che permettono di discutere nel merito le alternative, valutare gli impatti e rendere trasparenti le motivazioni delle scelte.

L’ampio consenso elettorale ottenuto dal sindaco rappresenta una base solida per governare, ma non esaurisce la necessità di costruire condivisione su decisioni specifiche che non erano contenute nel programma e che incidono in modo significativo — e non reversibile — sul futuro della città.

Per questo, il tema della coerenza non riguarda solo il passato, ma anche il modo in cui si costruiscono le decisioni nel presente.

Se davvero si ritiene che la realizzazione di un nuovo ospedale — eventualmente anche su suolo agricolo — sia la scelta più corretta, è necessario dirlo con chiarezza e motivarlo pubblicamente, spiegando perché questa opzione sia compatibile, o eventualmente debba prevalere, rispetto agli obiettivi di consumo di suolo zero e rigenerazione urbana indicati nel programma.

Solo così il confronto può diventare reale e le decisioni realmente condivise.

sabato 28 marzo 2026

Verde urbano a Seregno: tra nuove piantumazioni e alberi abbattuti


Il tema del verde urbano è tornato al centro dell’attenzione a Seregno, dopo un intervento del sindaco Alberto Rossi sulla propria pagina Facebook. Il post, pubblicato in concomitanza con episodi di forte vento, prova a tenere insieme due aspetti spesso percepiti come contrapposti: la sicurezza e la tutela del patrimonio arboreo.

Il sindaco parte da un punto sensibile, quello degli abbattimenti, sottolineando come ogni intervento venga effettuato sulla base di perizie agronomiche e con l’obiettivo di prevenire rischi, soprattutto in condizioni meteorologiche avverse. “Ogni albero abbattuto è un dispiacere”, scrive Rossi, ribadendo però la necessità di intervenire su piante morte o malate.

Accanto a questo, l’amministrazione mette in evidenza l’attività di piantumazione: 210 nuove piante messe a dimora nelle ultime settimane in diverse zone della città, tra parchi, scuole e strade, per un investimento di circa 70 mila euro. Il messaggio conclusivo è chiaro: “Tagliare quando serve, ma soprattutto piantare, rigenerare, far crescere”.

Un’impostazione che, almeno nei principi, trova il nostro consenso: intervenire quando non ci sono alternative e, al tempo stesso, investire sul verde. Tuttavia, il dibattito sul tema è più ampio e complesso, e non si esaurisce nel semplice equilibrio tra abbattimenti e nuove piantumazioni.

Uno dei punti più discussi riguarda proprio il rapporto tra alberi abbattuti e alberi piantati. Nel post del sindaco vengono forniti dati dettagliati sulle nuove messe a dimora, ma non sul numero delle piante rimosse. Un elemento che è importante per valutare in modo completo le politiche sul verde.

C’è poi una questione di natura qualitativa, oltre che quantitativa. Come sottolineano molti esperti, non tutti gli alberi hanno lo stesso valore. Un albero adulto, con decenni di crescita alle spalle, svolge funzioni ecosistemiche – dall’assorbimento di CO₂ alla regolazione del microclima, fino al supporto alla biodiversità – che una pianta giovane non può garantire nel breve periodo.

Su questo punto è particolarmente netto Daniele Zanzi, agronomo di fama internazionale ed esperto di alberi monumentali. In una recente intervista ha evidenziato come la sostituzione di alberi maturi con nuove piantumazioni non sia, di per sé, una compensazione equivalente: il valore ecosistemico di una pianta adulta è “nettamente superiore” rispetto a quello di un giovane albero.

Zanzi richiama, a questo proposito, anche una stima del professor William Moomaw: per compensare il valore di un solo albero abbattuto di circa 80 anni di vita, sarebbe necessario mettere a dimora oltre 3000 nuove piante con una circonferenza del tronco non inferiore a 14 centimetri, in modo da garantire fin da subito una funzione fotosintetica significativa.

Zanzi richiama anche l’attenzione su un aspetto spesso trascurato: ogni albero non è un elemento isolato, ma un piccolo ecosistema che ospita fauna, funghi e microrganismi. La sua rimozione comporta quindi una perdita più ampia rispetto alla sola pianta.

Un altro tema riguarda la gestione del rischio. Secondo l’agronomo, il pericolo di caduta spontanea degli alberi è generalmente molto basso, mentre una parte significativa degli incidenti sarebbe legata a manutenzioni non corrette o a danni all’apparato radicale causati da interventi umani. Da qui l’invito a puntare maggiormente sulla cura e sulla gestione corretta del patrimonio esistente.

Questo non significa negare la necessità degli abbattimenti in presenza di situazioni di reale pericolo, ma piuttosto inserirli in una visione più ampia, che privilegi – quando possibile – la conservazione e la cura delle piante mature.

Il punto di incontro tra queste diverse posizioni sembra emergere proprio nella frase conclusiva del sindaco: intervenire quando necessario, ma soprattutto investire nella crescita del verde. Una sintesi che, per essere pienamente efficace, richiede però trasparenza sui dati complessivi (abbattimenti e nuove piantumazioni) e una riflessione più approfondita sul valore del patrimonio arboreo esistente.

Perché, se è vero che piantare nuovi alberi è fondamentale per il futuro, è altrettanto vero che il verde urbano è fatto anche – e soprattutto – di ciò che è già cresciuto nel tempo. E che, proprio per questo, rappresenta una risorsa difficile da sostituire.

venerdì 27 marzo 2026

Nuovo ospedale di Seregno: affidati gli studi preliminari mentre resta aperto il nodo della localizzazione

Seregno, zona Dosso: la possibile localizzazione del nuovo ospedale

Mentre il dibattito pubblico sulla localizzazione del nuovo ospedale di Seregno è ancora aperto, l’ASST della Brianza compie un primo passo operativo concreto: con la determina n. 227 del 13 marzo 2026 è stato affidato un incarico per la redazione degli studi preliminari dell’opera.


Si tratta di un servizio di supporto tecnico-specialistico finalizzato alla definizione delle basi progettuali del nuovo presidio di riabilitazione specialistica, inserito nella programmazione regionale con un investimento complessivo di 72 milioni di euro per il periodo 2025–2031.

L’incarico è stato aggiudicato alla società Chorus srl, con sede a Torino, per un importo complessivo di 171.288 euro (comprensivo di oneri e IVA). La procedura, svolta tramite piattaforma Sintel, ha visto l’invito di un unico operatore economico, individuato sulla base di esperienze pregresse.


Dal punto di vista formale si tratta di una fase preliminare, che non coincide né con la progettazione definitiva né, tantomeno, con l’avvio dei lavori. Tuttavia, è proprio questo passaggio che segna l’ingresso del progetto in una dimensione operativa.

Ed è qui che emerge un elemento di interesse: mentre restano aperti nodi fondamentali — a partire dalla localizzazione dell’ospedale — il percorso amministrativo procede.

Nei precedenti interventi abbiamo evidenziato come, nel dibattito pubblico, l’ipotesi di realizzare il nuovo presidio nell’area agricola del Dosso, all’interno del Parco GruBrìa, venga presentata in modo sempre più concreto, a fronte di alternative legate alla rigenerazione di aree dismesse descritte invece come difficilmente praticabili.

Per leggere l'articolo pubblicato sul Giornale di Seregno cliccare qui

Le recenti prese di posizione, tra cui quelle del presidente del PLIS GruBrìa Arturo Lanzani, hanno ulteriormente rafforzato le criticità ambientali e territoriali di questa scelta, sottolineando come la tutela degli spazi aperti e la qualità dell’ambiente siano parte integrante della salute pubblica.

In questo contesto, l’avvio degli studi preliminari rappresenta un ulteriore tassello che suggerisce come il progetto stia progressivamente prendendo forma, al di là del confronto pubblico ancora in corso.

Un aspetto che merita attenzione riguarda anche le modalità di affidamento dell’incarico. La procedura ha previsto l’invito di un solo operatore economico, una modalità consentita dalla normativa in determinate condizioni, ma che riduce inevitabilmente il confronto competitivo.

Al di là degli aspetti procedurali, è però il significato complessivo di questo passaggio a risultare rilevante. L’avvio delle attività tecniche produce infatti anche un effetto meno visibile: consolida il percorso progettuale. Con il progredire degli studi, degli incarichi e degli investimenti, la possibilità di rimettere in discussione scelte di fondo — come quella della localizzazione — tende progressivamente a ridursi.

La determina, va sottolineato, non entra nel merito di questo nodo, che resta formalmente aperto. Ed è proprio su questo punto che si concentra il dibattito sviluppatosi negli ultimi mesi: costruire un nuovo ospedale su suolo agricolo, all’interno di un parco locale, oppure privilegiare soluzioni di riuso e rigenerazione urbana.

A ciò si aggiunge una questione più ampia, già emersa nel confronto pubblico: è davvero necessario realizzare una nuova struttura, oppure le criticità del sistema sanitario locale riguardano soprattutto la carenza di personale e il potenziamento dei presidi esistenti?

Proprio per questo, mentre il progetto entra in una fase operativa, diventa ancora più urgente chiarire in modo trasparente alcuni punti essenziali:
  • dove si intende localizzare l’opera;
  • perché eventuali alternative vengono considerate non praticabili;
  • quale sia il bilanciamento tra esigenze sanitarie e tutela del territorio;
  • se la costruzione di un nuovo presidio rappresenti davvero la risposta più efficace ai bisogni di cura. 
Il rischio, altrimenti, è che una scelta complessa e ad alto impatto venga progressivamente consolidata attraverso atti tecnici, senza che si sia sviluppato fino in fondo un confronto pubblico consapevole sulle sue implicazioni.

giovedì 26 marzo 2026

Circolo Ambiente: "A Erba nel recupero delle aree dismesse si rischia di favorire i privati"


di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


Nel recupero delle aree dismesse di Erba (CO) si rischiano di favorire gli interessi dei privati. Tale rischio risulta evidente dopo l'approvazione della delibera di Consiglio Comunale dello scorso 27 febbraio, con la quale viene consentita la possibilità di frammentare gli interventi tra i vari lotti delle aree dismesse da riqualificare, intervenendo appunto per stralci funzionali, con i privati che potranno concordare volta per volta i loro progetti con l’Amministrazione Comunale.

La possibilità di procedere per lotti nella riqualificazione delle aree dismesse del centro, potrebbe portare anzitutto al concreto rischio di perdere la visione d'insieme del disegno urbanistico che riguarda il centro della città. Ovvero si rischia di produrre un caos urbanistico, con edifici adiacenti in stili differenti e con pochi spazi per la collettività. Invece c'è la necessità che gli interventi di recupero e di rigenerazione delle aree dismesse del centro di Erba mantengano un "disegno unitario", come recita la legge. Procedendo per lotti ("stralci funzionali"), c'è il rischio da far 'prevalere' le esigenze immobiliaristiche delle singole proprietà, tenendo anche conto dell'aumento di volumetria concesso dalla legge regionale, premialità che mal si concilia con gli spazi urbani del centro città, già ora fortemente congestionati. 

Precisiamo che la nostra associazione è convintamente a favore della riqualificazione delle aree industriali dismesse di Erba, ma il recupero deve avere l’obiettivo primario di dare respiro agli spazi urbani del centro città. Cioè la riqualificazione deve conciliare gli interessi delle proprietà private con le primarie esigenze pubbliche e collettive tra cui: creazione di aree e percorsi ciclo-pedonali, spazi di socialità e cultura, servizi pubblici e sociali. Tra questi sarebbe bene prevedere una piazza completamente pedonale, che attualmente a Erba non c'è, ma di cui se ne sente il bisogno per rendere la città più a misura di uomo. 

Un altro paradosso derivante dalla delibera approvata dal Consiglio Comunale di Erba (che recita che: "gli interventi possano essere concordati volta per volta con l’Amministrazione Comunale"), è il rischio di sottrarre allo stesso Consiglio e alla collettività (quindi senza il necessario percorso di partecipazione pubblica) la definizione delle modalità di recupero complessivo delle aree dismesse, consegnando alla discrezione del Sindaco e della Giunta comunale l'importante sviluppo del centro cittadino, cioè il futuro urbanistico della città. 

In definitiva, per l'auspicato recupero delle aree dismesse, servirebbe una visione 'alta' e lungimirante, che crei nuovi spazi pubblici per la collettività, evitando quindi la frammentazione dello sviluppo urbanistico delle aree centrali di Erba, che rischia di favorire solo gli 'appetiti' del mercato immobiliare, dimenticandosi delle esigenze della collettività.

martedì 24 marzo 2026

Pedemontana? Bocciata: a Bernate un pomeriggio tra gioco e denuncia


Nel cuore della Brianza, dove il paesaggio raccontava fino a poco tempo fa una storia fatta di campi, filari e comunità, si prepara un’iniziativa dal tono volutamente leggero ma dal significato profondamente politico. I comitati che da anni si oppongono alla costruzione dell’autostrada Pedemontana lombarda lanciano un nuovo appuntamento pubblico, scegliendo l’ironia come strumento per denunciare quello che definiscono uno “scempio ambientale” ancora in corso.

Sabato 28 marzo, a partire dalle ore 15:30, il ritrovo è fissato in Piazza Durini, a Bernate di Arcore. L’invito è semplice: trascorrere insieme un pomeriggio nei luoghi segnati dai cantieri dell’infrastruttura, osservando da vicino le trasformazioni del territorio e condividendo un momento di socialità e consapevolezza.

Il titolo dell’iniziativa — “Bocciamo Pedemontana” — gioca su un doppio significato tanto immediato quanto efficace. Da un lato, “bocciare” nel senso di respingere un progetto ritenuto dannoso; dall’altro, il richiamo al gioco delle bocce, simbolo di convivialità e tradizione. Proprio su questo doppio binario si sviluppa il programma della giornata: alle 16:30 prenderà il via un torneo amatoriale di bocce, aperto a tutti, con l’obiettivo dichiarato di “bocciare insieme Pedemontana”.

L’ironia diventa così una forma di resistenza, capace di coinvolgere anche chi si avvicina per curiosità o per trascorrere qualche ora all’aria aperta. “Se costruiranno Pedemontana la useremo per giocare a bocce”, recita provocatoriamente uno degli slogan dell’evento, trasformando un’opera contestata in un paradossale campo da gioco.

A seguire, dalle 18:00, la giornata proseguirà con un dj set e la presenza di cibo, a rafforzare l’idea di una comunità che si ritrova e si riconosce anche attraverso momenti informali. Ma dietro la leggerezza dell’iniziativa resta ben chiaro il messaggio: riportare l’attenzione pubblica sugli impatti ambientali e sociali di un’infrastruttura che continua a dividere il territorio.

Meda riscopre la Valle dei Mulini: nasce il “Sentiero della Vigna e del Vecchio Mulino”


La città di Meda si prepara a riannodare i fili della propria memoria collettiva attraverso un’iniziativa che intreccia ambiente, storia e partecipazione. Venerdì 27 e sabato 28 marzo saranno infatti dedicati alla doppia inaugurazione del nuovo “Sentiero della Vigna e del Vecchio Mulino”, un percorso naturalistico restituito alla comunità medese come luogo di connessione tra paesaggio e identità locale.

Il progetto, promosso da WWF Insubria insieme al Circolo XX Settembre – Comitato Parco Regionale Groane-Brughiera, alla Cooperativa sociale La Brughiera Onlus e al Comune di Meda, rappresenta un esempio concreto di collaborazione tra associazioni, istituzioni e cittadinanza attiva. Fondamentale anche il coinvolgimento delle scuole del territorio, chiamate a partecipare in prima persona alla riscoperta e alla cura degli spazi verdi.


Il nuovo sentiero si inserisce nel contesto della Valle dei Mulini e mira a restituire continuità a un paesaggio segnato nel tempo da trasformazioni e frammentazioni. Non si tratta soltanto di un intervento di riqualificazione, ma di un’azione culturale che invita a rileggere il territorio attraverso le tracce del passato e le sfide del presente.

In questo solco si colloca anche la proposta del WWF di dedicare idealmente il percorso alla memoria di Corrado Marelli, figura significativa per la tutela del verde a Meda e per lo sviluppo dei progetti di forestazione urbana. Un’iniziativa che, pur non configurandosi come un’intitolazione formale, intende riconoscere il contributo di chi ha lavorato concretamente per la salvaguardia e la valorizzazione del territorio.


L’inaugurazione del sentiero sarà accompagnata da ulteriori interventi di arricchimento ambientale: la messa a dimora di circa trenta tra alberi e arbusti, forniti da ERSAF Lombardia, e l’installazione di quattro casette-nido realizzate da giovani coinvolti in cooperative socio-solidali. Azioni concrete che contribuiscono a rafforzare il valore educativo del progetto.

Il primo appuntamento, riservato alle scuole e ai rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni, si terrà venerdì 27 marzo a partire dalla mattina, con ritrovo presso l’ingresso delle scuole Anna Frank. Sarà un momento dedicato soprattutto alle nuove generazioni, protagoniste di un percorso di educazione ambientale che trova nel territorio il suo laboratorio privilegiato.

La giornata di sabato 28 marzo, invece, sarà aperta a tutta la cittadinanza. A partire dalle ore 11, in concomitanza con l’Earth Hour WWF 2026 Italia, la comunità sarà invitata a partecipare all’inaugurazione pubblica del sentiero. L’accesso sarà consentito esclusivamente a piedi, scelta coerente con lo spirito dell’iniziativa e con l’idea di una fruizione lenta e sostenibile degli spazi naturali.

Studenti in Erasmus alla Fontana del Guercio: natura, storia e tutela ambientale al centro dell’esperienza


Lunedì 23 marzo la Riserva Naturale della Fontana del Guercio, a Carugo, ha accolto un gruppo di studenti tedeschi in Erasmus, ospiti del liceo Jean Monnet di Mariano Comense. Un’iniziativa che si rinnova dopo la positiva esperienza dello scorso anno, confermandosi come un importante momento di scambio culturale e di educazione ambientale.

Ad aprire l’incontro è stato il saluto istituzionale del vicesindaco di Carugo, Marco Cappellini, che ha dato il benvenuto agli studenti sottolineando il valore della riserva per il territorio e per le nuove generazioni.


La visita è poi entrata nel vivo grazie agli interventi dei relatori. Tiziano Grassi, presidente del Comitato per il Parco Regionale Groane Brughiera, ha illustrato le peculiarità naturalistiche dell’area, soffermandosi sugli aspetti geologici e sulla biodiversità che caratterizza la riserva.


Edoardo Pardini
, in rappresentanza dell’associazione Museo della Brianza nel Novecento di Carugo, ha raccontato il significativo percorso di recupero ambientale: un’area che negli anni ’60 era stata compromessa dalla presenza di una discarica abusiva e che oggi rappresenta un esempio concreto di riqualificazione e tutela del territorio.


Di particolare interesse anche l’intervento di Zeno Celotto, storico locale e autore di una pubblicazione sulla storia economica dei fontanili, che ha tracciato un quadro storico della Fontana del Guercio, mettendo in relazione il passato con le sfide attuali, a partire dal tema sempre più centrale della risorsa acqua e della sua gestione.


Protagonista indiscussa della giornata è stata proprio la Fontana del Guercio, il fontanile che dà il nome alla riserva: attorno ad esso si sono sviluppate osservazioni e approfondimenti su flora, fauna, equilibri ecologici e criticità, come la presenza di specie invasive e le attività messe in campo per contrastarle.

Non sono mancate le domande da parte degli studenti, che hanno dimostrato curiosità e partecipazione attiva, rendendo l’incontro dinamico e coinvolgente. Fondamentale anche il contributo delle insegnanti, che hanno tradotto in inglese i vari interventi, permettendo a tutti di seguire e comprendere appieno i contenuti.


L’iniziativa, della durata di oltre due ore, si è confermata un’esperienza positiva per tutti i partecipanti: un’occasione per conoscere da vicino un’area naturale di grande valore, ma anche per riflettere sull’importanza della tutela ambientale e sul ruolo che ciascuno può avere nella salvaguardia del territorio.

Studenten im Erasmus-Programm an der Fontana del Guercio: Natur, Geschichte und Umweltschutz im Mittelpunkt der Erfahrung


Am Montag, den 23. März, empfing das Naturschutzgebiet Fontana del Guercio in Carugo eine Gruppe deutscher Erasmus-Studierender, die zu Gast am Jean-Monnet-Gymnasium in Mariano Comense waren. Eine Initiative, die nach der positiven Erfahrung des vergangenen Jahres erneuert wird und sich als wichtiger Moment des kulturellen Austauschs und der Umweltbildung bestätigt.

Die Veranstaltung wurde durch den institutionellen Gruß des Vizebürgermeisters von Carugo, Marco Cappellini, eröffnet, der die Studierenden willkommen hieß und den Wert des Schutzgebiets für das Gebiet und für die neuen Generationen hervorhob.

Anschließend nahm die Führung Fahrt auf dank der Beiträge der Referenten. Tiziano Grassi, Präsident des Komitees für den Regionalpark Groane Brughiera, erläuterte die naturkundlichen Besonderheiten des Gebiets und ging dabei insbesondere auf die geologischen Aspekte und die Biodiversität ein, die das Schutzgebiet prägen.

Edoardo Pardini, Vertreter des Vereins „Museo della Brianza nel Novecento“ in Carugo, berichtete über den bedeutenden Weg der ökologischen Wiederherstellung: ein Gebiet, das in den 1960er Jahren durch das Vorhandensein einer illegalen Mülldeponie beeinträchtigt war und heute ein konkretes Beispiel für Aufwertung und Schutz des Territoriums darstellt.

Von besonderem Interesse war auch der Beitrag von Zeno Celotto, Lokalhistoriker und Autor einer Veröffentlichung zur Wirtschaftsgeschichte der Quellgebiete (Fontanili), der einen historischen Überblick über die Fontana del Guercio gab und dabei die Vergangenheit mit den aktuellen Herausforderungen verknüpfte, insbesondere mit dem zunehmend zentralen Thema der Wasserressourcen und ihrer Bewirtschaftung.

Unbestrittener Hauptakteur des Tages war die Fontana del Guercio selbst, die Quelle, die dem Schutzgebiet ihren Namen gibt: Rund um sie entwickelten sich Beobachtungen und Vertiefungen zu Flora, Fauna, ökologischen Gleichgewichten und Problematiken, wie etwa das Vorkommen invasiver Arten und die Maßnahmen zu deren Bekämpfung.

Auch an Fragen seitens der Studierenden mangelte es nicht: Sie zeigten Neugier und aktive Teilnahme, was das Treffen dynamisch und ansprechend machte. Von grundlegender Bedeutung war zudem der Beitrag der Lehrkräfte, die die verschiedenen Beiträge ins Englische übersetzten und so allen ermöglichten, den Inhalten vollständig zu folgen und sie zu verstehen.

Die über zwei Stunden dauernde Initiative erwies sich für alle Teilnehmenden als positive Erfahrung: eine Gelegenheit, ein Naturgebiet von großem Wert aus nächster Nähe kennenzulernen, aber auch, über die Bedeutung des Umweltschutzes und die Rolle, die jeder Einzelne beim Schutz des Territoriums spielen kann, nachzudenken.

Diese Übersetzung wurde mit Unterstützung von künstlicher Intelligenz erstellt.