mercoledì 31 dicembre 2025

Botti di Capodanno: la Brianza che sceglie (o evita) di scegliere

Immagine della campagna contro i botti dell’ENPA di Monza e Brianza

Come Brianza Centrale abbiamo già invitato lettrici e lettori a non utilizzare botti e fuochi d’artificio, chiedendo di diffondere questo appello. Non è solo una questione di sensibilità ambientalista o animalista: è un tema di sicurezza, di salute pubblica, di rispetto degli spazi comuni.
Le prese di posizione dei Comuni della Brianza, però, raccontano approcci molto diversi – e non tutti convincenti.

Monza rappresenta un esempio chiaro: il divieto esiste ed è strutturale. Dal 2019 il Regolamento di Polizia Urbana vieta in modo permanente l’utilizzo di materiali pirotecnici esplodenti. L’articolo 27 proibisce esplicitamente mortaretti, petardi e artifici “anche se di libera vendita” in aree monumentali, centro storico, parchi, ospedali e in tutte le zone in cui valgono i principi di fruibilità degli spazi pubblici e del decoro urbano.

Non solo: per la notte di Capodanno il Comune prevede il potenziamento dei controlli, ribadendo un messaggio politico e amministrativo chiaro. Come ricordano il Sindaco Pilotto e l’Assessore Moccia, i botti sono pericolosi per le persone e rappresentano una grave fonte di sofferenza per gli animali.


Anche Desio sceglie una strada netta: un’ordinanza che vieta l’uso di botti, petardi e fuochi d’artificio su tutto il territorio comunale dal 24 dicembre al 6 gennaio. Un provvedimento temporaneo ma esplicito, che punta sulla responsabilità individuale e collettiva, pur ammettendo alcune deroghe per articoli pirotecnici di piccole dimensioni e senza effetti dirompenti.

Sono due esempi che dimostrano un fatto semplice ma spesso rimosso dal dibattito: i Comuni possono intervenire, se lo vogliono, utilizzando regolamenti, ordinanze motivate e un minimo di presidio del territorio.

Immagine della campagna contro i botti dell’ENPA di Monza e Brianza

Diversa la scelta di Seregno. Il Sindaco Rossi affida tutto a un appello: “No ai botti, sì ai biscotti”. Le motivazioni addotte sono anche condivisibili: i dati sui feriti (inermi e spesso minori), la sofferenza degli animali, i controlli effettuati (come il sequestro di 500 kg di fuochi detenuti irregolarmente).

Ma il nodo è un altro. Secondo l’Amministrazione, un’ordinanza di divieto generalizzato sarebbe giuridicamente debole e soprattutto inapplicabile, perché non ci sarebbero le forze per farla rispettare. Da qui la rinuncia preventiva: niente divieto, solo buon senso.

Questa posizione appare francamente debole. Non tanto perché invita alla responsabilità individuale – invito sempre utile – ma perché si ferma lì. Se davvero il problema è culturale e non solo repressivo, allora dov’è il percorso informativo ed educativo? Dov’è il lavoro costante, durante tutto l’anno, nelle scuole, negli spazi pubblici, nelle iniziative comunali, per spiegare perché i botti sono un problema ambientale, sanitario e sociale?

Dire che una regola non va fatta perché non si riuscirà a farla rispettare significa accettare implicitamente che lo spazio pubblico sia governato dall’abitudine più rumorosa e dannosa, non dall’interesse collettivo.

La campagna contro i botti della città di Roma

Come ricorda anche ENPA Monza, ordinanze e regolamenti spesso risultano poco efficaci. Ma la causa non è la loro esistenza: è la contraddizione di fondo tra il divieto e la libera vendita, tra la norma scritta e la scarsa volontà di farla vivere.
Eppure il “conto” arriva puntuale ogni anno: feriti, morti, animali domestici che scappano terrorizzati, fauna selvatica che muore disorientata, uccelli che si schiantano nel panico.

Davanti a questo bilancio, limitarsi a dire “non si riesce a controllare tutto” non basta più.

Come Brianza Centrale continuiamo a invitare a non usare botti e a diffondere questo messaggio. Ma chiediamo anche alle amministrazioni locali un salto di qualità: meno alibi, più coerenza; meno inviti dell’ultimo minuto, più educazione continua; meno paura di “fare una regola”, più coraggio nel costruire una cultura diversa del festeggiare.

lunedì 29 dicembre 2025

La Brianza che ama la natura sceglie un Capodanno senza botti

Decalogo a fumetti per proteggere gli animali dai botti di Capodanno. Fonte OIPA

Ogni anno, petardi e fuochi d’artificio trasformano la notte di San Silvestro in un tormento per gli animali. Cani e gatti, con un udito molto più sensibile del nostro, vivono i botti come minacce improvvise, spesso fuggendo terrorizzati, ferendosi o addirittura morendo di infarto o per incidenti nel tentativo di scappare.

Ma non sono solo i nostri quattro zampe a soffrire: gli animali selvatici — uccelli, piccoli mammiferi, animali dei parchi e dei boschi — vengono spaventati, disorientati e spesso colpiti mortalmente quando, in preda al panico, si scontrano con ostacoli o lasciano i loro habitat.

Chiediamo a tutte e tutti di diffondere l’appello a rinunciare ai botti per festeggiare il nuovo anno in modo più rispettoso dell’ambiente e della vita animale. Scegliere alternative silenziose o spettacoli pirotecnici a basso impatto sonoro non è solo possibile: è un gesto che può davvero fare la differenza.

venerdì 26 dicembre 2025

Fluidificare o attirare traffico? Riflessioni sulla rotatoria di via Nazioni Unite a Seregno

Via Nazioni Unite, la rotatoria verrà realizzata in corrispondenza dell'intersezione con la strada vicinale del Merè Nord 

Lo scorso mese di novembre la Giunta comunale di Seregno ha approvato il Progetto di Fattibilità Tecnico-Economica dell’intervento di “Realizzazione della rotatoria di via Nazioni Unite”. 

L'area di intervento. Fonte: Relazione generale

Si tratta di un passaggio amministrativo rilevante, che segna l’avanzamento concreto di un intervento discusso da tempo. A questo quadro si affianca il parere espresso dagli uffici della Provincia di Monza e Brianza, che, pur confermando la conformità urbanistica dell’opera agli strumenti di pianificazione vigenti, richiama esplicitamente la necessità di adottare interventi di mitigazione e compensazione ambientale. Le aree interessate dalla realizzazione della rotatoria risultano infatti ricomprese nella Rete verde di ricomposizione paesaggistica individuata dal PTCP provinciale, rispetto alla quale deve essere garantita la continuità ecologica, come indicato nel parere provinciale.

È però importante chiarire fin da subito che la realizzazione della rotatoria nasce anche da una richiesta degli abitanti del quartiere, che da anni si percepiscono come isolati a causa della conformazione della viabilità e della presenza della ferrovia. Migliorare l’accessibilità, la sicurezza degli spostamenti e la possibilità di entrare e uscire dal quartiere in modo più agevole è un’esigenza reale, che merita ascolto e rispetto. Le riflessioni che proponiamo non mettono in discussione questa esigenza, né vogliono contrapporre interessi diversi, ma nascono proprio dalla volontà che l’intervento risponda davvero, nel tempo, ai bisogni di chi vive in quest’area.

Planimetria di progetto

La relazione progettuale individua come obiettivo principale l’aumento della sicurezza dell’intersezione tra via Nazioni Unite e la strada vicinale del Merè Nord, oggi regolata da un incrocio a raso fortemente canalizzato che consente solo alcune manovre. La rotatoria renderebbe possibili svolte oggi non consentite, migliorerebbe la leggibilità dell’incrocio e favorirebbe una maggiore fluidità dei movimenti veicolari. Si tratta di obiettivi comprensibili e, sul piano locale, condivisibili. Allo stesso tempo, è evidente che l’intervento non si esaurisce in una mera opera di ingegneria stradale, ma incide su un contesto territoriale più ampio, riconosciuto anche dagli enti sovracomunali come delicato sotto il profilo ambientale e paesaggistico.

La nostra principale preoccupazione, tuttavia, non riguarda il manufatto in sé, ma gli effetti che esso potrebbe produrre sul sistema della mobilità nel suo complesso. Rendere più semplici e veloci alcune manovre oggi impossibili significa infatti abbassare le barriere all’uso di questo asse stradale. In altre parole, ciò che oggi rappresenta un disincentivo al passaggio potrebbe domani trasformarsi in un elemento di attrazione. È quindi legittimo chiedersi se un intervento pensato per fluidificare il traffico locale non rischi, allo stesso tempo, di attirare nuovo traffico di attraversamento.

Via Saronno

Via Saronno, in particolare, ha una sezione stradale limitata, che oggi funge anche da fattore di contenimento naturale dei flussi. Se la nuova rotatoria rendesse più conveniente l’utilizzo di questo percorso, l’aumento dei volumi di traffico potrebbe riversarsi su una strada che non è dimensionata per assorbirli. In questo caso il rischio non sarebbe tanto quello di risolvere un problema, quanto di spostarlo o amplificarlo, con ricadute sulla qualità della vita, sul rumore e sull’inquinamento in un’area già fragile.

Queste considerazioni assumono un peso ancora maggiore se si guarda al contesto territoriale complessivo. L’area a est di viale Nazioni Unite è fortemente condizionata dalla presenza della forcella ferroviaria, che limita le alternative di collegamento e rende il quartiere di fatto intercluso. In una situazione simile, anche incrementi non particolarmente elevati del traffico di attraversamento possono produrre effetti significativi sulla vita quotidiana di chi utilizza queste strade non per transitare, ma per accedere alla propria casa. A ciò si aggiunge il fatto che la Provincia ha richiamato la necessità di garantire la continuità ecologica della Rete verde: un aumento della pressione veicolare rischierebbe quindi di incidere non solo sulla vivibilità del quartiere, ma anche sugli equilibri ambientali che la pianificazione sovracomunale intende tutelare.

Le possibili ricadute del traffico generato dalla tangenziale Meda-Seregno

C’è poi uno scenario futuro che merita particolare attenzione. La prevista realizzazione della nuova tangenziale tra Meda e Seregno, connessa al sistema di Pedemontana, potrebbe modificare in modo rilevante i flussi veicolari sull’intero quadrante. È legittimo domandarsi se, in presenza di una rotatoria più permeabile e di manovre rese più agevoli, parte del traffico proveniente da fuori città possa trovare più comodo attraversare via Saronno e via Nazioni Unite, invece di dirigersi verso nord in direzione di via Cadore. Non si tratta di affermare che questo accadrà con certezza, ma di chiedersi se questo scenario sia stato adeguatamente valutato e, in caso affermativo, con quali risultati.

Le nostre non sono certezze, ma dubbi. Dubbi che auspichiamo siano stati affrontati attraverso analisi puntuali dei flussi di traffico attuali e futuri e verifiche di coerenza con la pianificazione sovracomunale. Saremmo sinceramente contenti di sbagliarci. Proprio perché la rotatoria è stata fortemente voluta dal quartiere, riteniamo però che sia nell’interesse di tutti che l’opera funzioni davvero nel lungo periodo e non si trasformi, col tempo, in una nuova fonte di disagio per gli stessi residenti.

Strada vicinale del Merè Nord, intersezione con via Nazioni Unite

In questo senso, le indicazioni contenute nel parere della Provincia di Monza e Brianza, che richiamano esplicitamente l’obbligo di interventi di mitigazione e compensazione territoriale, rappresentano un riferimento importante. Chiedere che tali misure siano chiaramente definite, rese pubbliche e integrate con una valutazione complessiva degli effetti sulla mobilità non significa mettere in discussione l’intervento, ma contribuire a renderlo più equilibrato e sostenibile. Se queste osservazioni possono essere utili per introdurre correttivi, soluzioni di accompagnamento al traffico e interventi di mitigazione ambientale, allora crediamo che condividerle sia un atto di responsabilità e di attenzione verso il territorio, non una contrarietà pregiudiziale all’opera.

Bonifica da diossina: ritardi e mancate risposte

Sinistra e Ambiente: "Mentre altre aree sorgente non raggiungono l’obiettivo di collaudo, Pedemontana e Pedelombarda Nuova continuano ad essere reticenti nell’esaudire le richieste documentali".

Meda, Lotto 1. Bonifica da diossina, 17/12/2025

Riceviamo e pubblichiamo. A cura di Sinistra e Ambiente


Dopo l’incontro del 17-11-2025 sulla bonifica da diossina sulla tratta B2 di Pedemontana, durante il quale Sinistra e Ambiente-Impulsi, Legambiente Seveso, Seveso Futura, Passione Civica per Cesano, Altra Bovisio, Comitato Ambiente Bovisio e Cittadini per Lentate hanno ricevuto aggiornamenti, le attività nei lotti interessati sono proseguite.

Purtroppo, contrariamente alle dichiarazioni fatte dalla società Autostrada Pedemontana Lombarda (APL) e da Pedelombarda Nuova, che si erano impegnate a garantire un aggiornamento in tempo reale sui risultati dei collaudi di bonifica effettuati in contraddittorio con ARPA, ad oggi non si ha ancora contezza di tutte le analisi chimiche e dei risultati raggiunti sulle aree sorgente sottoposte alla procedura di collaudo.

Tuttavia, dagli scarni aggiornamenti sinora comunicati, alle non conformità su cui avevamo già relazionato si sono aggiunte ulteriori celle (15 × 15 m) presenti nelle “aree sorgente”, dove il contraddittorio analitico tra i dati di ARPA e quelli di Pedelombarda Nuova (esecutore della realizzazione dell’autostrada Pedemontana Lombarda) ha dato esito negativo, rilevando valori di diossine e furani ancora superiori alla soglia dell’obiettivo di bonifica.

LOTTO 2 – SEVESO
Area sorgente 9B


Non raggiunto l’obiettivo di bonifica (Tabella B – 100 ng/kg)

  • Valori riscontrati da ARPA (ng/kg): 23,9 – 97,1 – 93,9 – 94,1 – 43,5 – 14,02 – 61,9 – 52,3 – 23,8 – 18,8 – 85,7 – 59,9 – 73,7
  • Valori riscontrati da Pedelombarda Nuova (ng/kg): 117,6 – 117,4 – 106,4 – 107,6 – 110,4 – 111,8 – 101
LOTTO 3 – CESANO MADERNO
Area sorgente 11


Non raggiunto l’obiettivo di bonifica (Tabella A – 10 ng/kg)
  • Valori ARPA (ng/kg): 39,2
  • Valori Pedelombarda Nuova (ng/kg): 49 – 64 – 73
Area sorgente 64.1
Non raggiunto l’obiettivo di bonifica (Tabella A – 10 ng/kg)
  • Valori ARPA (ng/kg): 99,3 – 48,3 – 41
  • Valori Pedelombarda Nuova (ng/kg): 68 – 19 – 121 – 36 – 33
Rispetto ai dati del 17-11-2025, oggi, su 17 aree sorgente oggetto del contraddittorio di collaudo con ARPA, salgono da 12 a 15 quelle che non hanno raggiunto l’obiettivo di bonifica.

L’OPACITÀ E L’OSTRUZIONISMO DI PEDEMONTANA E PEDELOMBARDA NUOVA

Siamo ancora in attesa, da parte di Pedemontana e Pedelombarda Nuova, di ricevere i dati e le informazioni richieste il 17-11-2025.
È trascorso più di un mese e le due società non hanno ancora fornito riscontro alle nostre puntuali richieste di documentazione, peraltro di semplice reperibilità, relative a:
  • quantità di terreno classificato e smaltito come rifiuto in discariche per inerti;
  • quantità di terreno classificato e smaltito in discariche per rifiuti non pericolosi;
  • quantità di terreno classificato e smaltito in discariche per rifiuti pericolosi;
  • elenco degli impianti di conferimento, con specifica dei quantitativi e delle tipologie di rifiuto inviato;
  • slide dell’incontro del 17-11-2025 illustranti la situazione della bonifica, possibilmente aggiornate, comprensive anche dei risultati dei successivi collaudi in contraddittorio con ARPA.

Da tempo non vi è corrispondenza tra le parole che assicurano trasparenza e le azioni conseguenti.
Nei confronti delle nostre richieste documentali viene esercitata, nei fatti, un’opacità e un ostruzionismo strisciante che ci costringono a defatiganti ricerche tramite accesso agli atti presso altri enti.

GLI IMPIANTI DI CONFERIMENTO SINORA UTILIZZATI

Lotti bonifica 

Da un ennesimo accesso agli atti e, in particolare, dai Piani di Smaltimento relativi al terreno contaminato asportato, risulta che siano stati utilizzati i seguenti impianti di conferimento:

  • LOTTO 1 – Meda (aree sorg. 1-2-3-4-42): invio a SERVIZI srl, discarica di Marano Vicentino-Thiene.
  • LOTTO 2 – Seveso (aree sorg. 26A-12-9A-15-36-8A-39-45-27A-27B): invio a TECNOINERTI di Ghedi (BS) o, in alternativa, a EREDI COMP. NAZ di Cazzago S. M. (BS).
  • LOTTO 2 – Seveso (aree sorg. 12-40): invio a TECNOINERTI di Ghedi (BS); per superamento del piombo nell’eluato, sempre a TECNOINERTI con deroga o a BrixiaAmbiente di Maclodio (BS).
  • LOTTO 3 – Cesano Maderno (aree sorg. 10-20-38-41-43-19B): invio a SERVIZI srl (Marano Vicentino-Thiene) o, in alternativa, a VITER 71 – Saronno, via Grieg 71.
  • LOTTO 3 – Cesano Maderno (area sorgente 37): invio a SERVIZI srl o a VITER 71 – Saronno, via Grieg 71.
  • LOTTO 3 VAR – Cesano Maderno (aree sorg. 30 – SC59.1 – SC59.2): invio a SERVIZI srl.
  • LOTTO 3 VAR – Cesano Maderno (aree sorg. SC161 – 64.1): invio a SERVIZI srl.
  • LOTTO 3 VAR – Cesano Maderno (aree sorg. 79.2 – SC139.1 – SC159.2 – 42 – 78.2): invio a SERVIZI srl.
  • LOTTO 3 VAR – Cesano Maderno (aree sorg. 81 – SC58.1 – SC58.2 – SC58.3 – 11): invio a SERVIZI srl e a VITER 71 – Saronno, via Grieg 71.
  • LOTTO 3 VAR – Cesano Maderno (aree sorg. 199.1 – 139.2 – 42 – 77 – 76.1 – 78.2 – 79.1 – 79.2 – SC53): invio a VITER 71 – Saronno, via Grieg 71.
  • LOTTO 4 – Cesano Maderno (area sorg. 34 ovest): invio a SERVIZI srl.
  • LOTTO 4 – Cesano Maderno (area sorg. 34 est): invio a SERVIZI srl o, in alternativa, a VITER 71 – Saronno, via Grieg 71.
Nota: dalla visura del sito online, la società VITER 71 di Saronno risulta essere un impianto di trattamento rifiuti e non un sito di stoccaggio. Saranno richiesti ulteriori chiarimenti in merito.

I rifiuti vegetali sono stati inviati a Tecnogarden Service S.r.l. di Vimercate e Castelseprio.

giovedì 25 dicembre 2025

Buon Natale dal blog Brianza Centrale

Merone, spiaggia sul lago di Pusiano (immagine modificata con IA)

Un augurio sincero a tutte e tutti i lettori di Brianza Centrale.
Grazie per seguire, sostenere e condividere un’informazione attenta alle criticità ambientali e alle battaglie per difendere il territorio.
Continuiamo insieme a osservare, denunciare e prenderci cura della nostra Brianza. 

mercoledì 24 dicembre 2025

Le iniziative LIPU di Cesano Maderno: un anno di natura, educazione e partecipazione


Anche per il prossimo anno l’Oasi LIPU di Cesano Maderno si prepara a proporre un ricco calendario di iniziative dedicate alla scoperta della natura, alla tutela della biodiversità e all’educazione ambientale, confermandosi un punto di riferimento fondamentale per il nostro territorio.

Il programma coinvolge pubblici di tutte le età, dai più piccoli agli adulti, con attività pensate per avvicinare le persone al mondo naturale in modo esperienziale, inclusivo e consapevole.

Attività per bambini e famiglie

Grande attenzione è rivolta ai più giovani, con laboratori, passeggiate e momenti di gioco in natura suddivisi per fasce d’età: dai bambini 0-3 anni accompagnati dai genitori, fino alle proposte per la scuola dell’infanzia e per i bambini in età scolare. Non mancano le iniziative pensate per tutta la famiglia, come giochi a tema naturalistico, cacce al tesoro ed escursioni guidate all’interno dell’Oasi.

Queste attività rappresentano un’occasione preziosa per imparare divertendosi, sviluppando fin da piccoli un rapporto di rispetto e curiosità verso l’ambiente.

Eventi speciali e visite guidate

Nel corso dell’anno sono previste anche visite guidate con birdwatching, momenti di osservazione e approfondimento che permettono di conoscere più da vicino l’avifauna e gli ecosistemi dell’Oasi, accompagnati da volontari ed esperti LIPU.

Corsi e workshop per adulti

Il programma include inoltre corsi e workshop rivolti agli adulti, in particolare il corso base di fotografia naturalistica e i workshop di approfondimento su paesaggio e macrofotografia. Percorsi formativi che uniscono competenze tecniche, osservazione della natura e valorizzazione dell’esperienza sul campo.

Tra le proposte più originali, anche i workshop dedicati al rapporto tra persone, cani e ambiente naturale, che promuovono una fruizione consapevole degli spazi verdi e una migliore relazione con il territorio.

Un’Oasi al centro della comunità

Tutte le iniziative si svolgono presso l’Oasi LIPU di Cesano Maderno e il Centro Visite “Alex Langer”, in collaborazione con il Comune di Cesano Maderno e il Parco delle Groane e della Brughiera Briantea. Un esempio concreto di come la tutela ambientale possa andare di pari passo con la partecipazione attiva della cittadinanza.

Il calendario completo, le modalità di iscrizione, le date aggiornate e tutte le informazioni dettagliate sono disponibili sul sito ufficiale dell’Oasi LIPU di Cesano Maderno: www.oasicesanomaderno.it

Pedemontana, a Meda i fondi saranno usati anche per compensazioni ambientali

Fonte immagine: blog Sinistra e Ambiente, Meda

Il Consiglio comunale di Meda ha approvato all’unanimità un atto di indirizzo che disciplina l’utilizzo dei fondi previsti dalla Prescrizione 51 del CIPESS, risorse destinate ai Comuni interessati dalla tratta B2 dell’autostrada Pedemontana. Al Comune di Meda spettano complessivamente 11,3 milioni di euro.

La questione era già stata affrontata nel corso del 2024, in particolare durante le sedute congiunte delle Commissioni consiliari Territorio e Ambiente e Bilancio del 10 ottobre e del 5 novembre. In quell’occasione l’amministrazione comunale aveva individuato una prima serie di interventi, tra cui la deimpermeabilizzazione di aree di parcheggio, la riqualificazione di via Indipendenza con l’inserimento di alberature e la realizzazione di una nuova viabilità in prossimità del cimitero, per un costo stimato superiore ai 6 milioni di euro.

Sulla quota residua delle risorse, pari a circa 5 milioni di euro, i gruppi Sinistra e Ambiente–Impulsi, Partito Democratico e Lista civica Medaperta avevano avanzato la richiesta di destinare i fondi anche a “opere e interventi per la qualità ambientale”, così come esplicitamente previsto dalla Prescrizione 51. Una possibilità confermata anche da Autostrada Pedemontana Lombarda, soggetto incaricato di mettere a disposizione le risorse economiche.

«Abbiamo sempre sostenuto che i fondi della Prescrizione 51 non dovessero essere limitati alle sole opere viabilistiche – sottolinea Sinistra e Ambiente–Impulsi – ma potessero e dovessero essere utilizzati anche per interventi ambientali capaci di migliorare concretamente la qualità della città».

Nel documento presentato dai gruppi di opposizione veniva proposta una serie di interventi, tra cui l’acquisizione delle aree verdi di via Indipendenza e via Trieste per la realizzazione del “Bosco in città”, la progettazione di itinerari ciclabili urbani (Green Lane), il finanziamento integrale della Misura Compensativa 15 relativa alla Valle dei Mulini e la realizzazione di un percorso ciclopedonale lungo l’asta del Tarò/Certesa.

Il 19 novembre 2025 la Commissione Territorio e Ambiente ha fatto proprio un testo che impegna formalmente Sindaco e Giunta a utilizzare le risorse della Prescrizione 51 sia per le compensazioni viabilistiche sia per gli interventi di qualità ambientale, recependo le proposte avanzate da Sinistra e Ambiente–Impulsi, PD e Medaperta. Il documento è quindi diventato un atto di indirizzo del Consiglio comunale, intitolato “Intesa tra le forze politiche del Consiglio comunale di Meda per l’utilizzo dei fondi della Prescrizione 51 di Pedemontana per lo sviluppo sostenibile della città”.

L’atto è stato discusso e approvato all’unanimità nella seduta consiliare del 18 dicembre 2025. Ora l’amministrazione comunale trasmetterà il documento ad Autostrada Pedemontana Lombarda per definire la formalizzazione e l’iter degli interventi.

«Questo voto unanime dimostra che è possibile trovare una convergenza politica quando l’obiettivo è la tutela del territorio e la qualità ambientale», evidenzia Sinistra e Ambiente–Impulsi, ribadendo però una posizione critica sull’opera infrastrutturale: «Il nostro impegno continuerà affinché un’autostrada che riteniamo inutile e fortemente impattante non produca anche compensazioni lontane dalle reali esigenze di ricucitura ambientale. Al danno dell’infrastruttura non può e non deve sommarsi il danno di interventi sbagliati».

Nuove infrastrutture stradali e diritto alla mobilità pedonale: il caso del Ponte di Brivio come esempio per tutta la provincia di Lecco


a cura del WWF Lecco


WWF Lecco condivide e sostiene con convinzione la posizione espressa dal Sindaco di Brivio, Federico Airoldi, che ha sollecitato ANAS affinché il progetto esecutivo per la manutenzione straordinaria del ponte di Brivio preveda la realizzazione di una passerella pedonale adeguata e sicura.

Il tema sollevato dal Sindaco non riguarda però unicamente il singolo manufatto, ma si inserisce in una questione più ampia e strutturale: la necessità di garantire la piena fruibilità pedonale – e più in generale la mobilità lenta – nelle nuove arterie stradali e negli interventi di adeguamento infrastrutturale in tutta la provincia di Lecco.


Negli ultimi anni assistiamo alla progettazione di opere viarie che cercano di dare soluzioni alle esigenze del traffico veicolare, ma che troppo spesso relegano pedoni e ciclisti a spazi residuali, insufficienti o addirittura assenti. Questa impostazione non è più sostenibile, né dal punto di vista della sicurezza né da quello ambientale e sociale.

Il Ponte di Brivio rappresenta un caso emblematico: un’infrastruttura strategica, utilizzata quotidianamente anche da pedoni, che rischia di vedere impedita la possibilità di attraversamento a piedi in condizioni di sicurezza. Integrare fin da ora una passerella pedonale nel progetto significa riconoscere che camminare non è un’attività marginale, ma una modalità di spostamento fondamentale, che deve essere tutelata al pari di tutte le altre.


Come associazione ambientalista riteniamo che ogni nuova strada, ponte o arteria di collegamento debba essere concepita come uno spazio pubblico accessibile, capace di connettere territori e comunità senza escludere chi si muove a piedi. Investire nella fruibilità pedonale significa promuovere salute, ridurre l’impatto ambientale, valorizzare il paesaggio e rendere i territori più vivibili.

Per questi motivi, WWF Lecco invita ANAS, Provincia di Lecco ed enti competenti a fare della mobilità pedonale un criterio strutturale della progettazione, non una semplice aggiunta opzionale. La richiesta avanzata per il Ponte di Brivio va nella giusta direzione e merita di diventare un principio guida per tutte le future infrastrutture del territorio.

martedì 23 dicembre 2025

Lago di Pusiano: allarme PFAS, è il più inquinato tra i laghi briantei e lariani


Nuove e preoccupanti informazioni emergono sullo stato di salute del lago di Pusiano. Secondo il “Monitoraggio delle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) in Lombardia – Rapporto 2025” pubblicato da ARPA Lombardia, il lago risulta il più contaminato da PFAS tra tutti i laghi della provincia di Como, Lario incluso.

I PFAS sono sostanze chimiche di origine industriale, utilizzate in numerosi processi produttivi e presenti anche in alcuni oggetti di uso quotidiano. Sono noti come “sostanze chimiche permanenti” perché estremamente resistenti alla degradazione: una volta rilasciati nell’ambiente, si accumulano nelle acque, nei suoli e negli organismi viventi, compreso l’uomo, con potenziali rischi per la salute.

Tabella 12 - Valori massimi delle concentrazioni di PFOS (ng/L) per le stazioni in cui la media annua è superiore allo SQA-MA; lo SQA-CMA è pari a 36.000 ng/L. Le stazioni sono in ordine decrescente di concentrazione media dei valori massimi. Fonte: ARPA Lombardia

I dati diffusi da ARPA Lombardia relativi al 2024 indicano per il lago di Pusiano una concentrazione media annua di PFOS pari a 2,6 nanogrammi per litro, il valore più elevato tra i laghi comaschi. Ancora più allarmante è il dato sulla concentrazione massima annua, che ha raggiunto 4,6 nanogrammi per litro, confermando il primato negativo del bacino.

Il quadro si inserisce in una situazione ambientale già critica. Nei mesi estivi del 2024, infatti, ATS Insubria aveva segnalato la non balneabilità di alcune spiagge e approdi nei comuni di Pusiano e Merone, a causa della scarsa qualità delle acque.

Sulla vicenda è intervenuto Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, che ha espresso forte preoccupazione per lo stato del lago:

"Dopo i dati riscontrati quest'estate da ATS Insubria che hanno attestato la non balneabilità di alcune spiagge e approdi a Pusiano e Merone, ora giunge il dato sulla presenza dei Pfas, che vede il lago di Pusiano come il più inquinato in provincia, con concentrazioni molto elevate. Come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" siamo molto preoccupati dello stato di salute del lago: è nostra intenzione recuperare più dati possibili sulla qualità delle acque del lago, dati che includano altri parametri. Questo per comprendere con esattezza lo stato di salute delle acque del lago. Ma già questi dati già noti sulla non balneabilità e sull'elevata concentrazione dei Pfas attestano che la situazione è molto negativa. Come abbiamo detto più volte, il problema principale è dovuto alla presenza degli scarichi fognari che ancora oggi confluiscono nel lago, direttamente o tramite gli affluenti, in particolare il Lambrone. Occorre un impegno serio da parte delle Istituzioni preposte (Regione, Province, Comuni) per il risanamento del lago, che deve appunto passare attraverso l'eliminazione di tutti gli scarichi!"

Il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” ribadisce la necessità di un intervento deciso da parte delle istituzioni competenti, affinché si arrivi a un reale risanamento del lago di Pusiano. L’eliminazione degli scarichi fognari non adeguatamente trattati rappresenta, secondo l’associazione, un passaggio imprescindibile per restituire al lago condizioni ambientali accettabili e tutelare la salute dei cittadini e dell’ecosistema.

Il taglio degli alberi al Parco del Meredo spiegato bene


Negli ultimi giorni il Parco del Meredo e l’area della Porada sono finiti al centro di un acceso dibattito pubblico. Le immagini dei tagli di alberi, diffuse sui social e accompagnate da commenti spesso allarmati, hanno suscitato preoccupazione e rabbia tra molti cittadini che frequentano abitualmente il parco. Parole come “scempio”, “devastazione”, “polmone verde distrutto” ricorrono con frequenza e raccontano un disagio reale, che merita rispetto e attenzione.

Proprio per questo, come blog nato per tutelare il territorio del Parco Brianza Centrale (ora Plis GruBrìa), riteniamo importante provare a spiegare con calma e completezza che cosa sta accadendo, distinguendo tra l’impatto emotivo immediato e il significato reale degli interventi in corso. Non per difendere acriticamente le scelte fatte, ma per fornire elementi di comprensione che permettano un giudizio informato.


I lavori che stanno interessando il Meredo e la Porada non sono improvvisi né frutto di decisioni dell’ultimo momento. Il Parco GruBrìa li aveva annunciati pubblicamente già all’inizio di ottobre, spiegando che si trattava di interventi forestali programmati su diverse aree boscate di Seregno e di altri comuni del Parco. Gli interventi sono stati autorizzati da Regione Lombardia e affidati ad agronomi forestali incaricati dal Consorzio. Non si tratta quindi di un’operazione decisa o gestita direttamente dal Comune, ma di un progetto sovracomunale che coinvolge più territori e che rientra in una strategia di gestione del patrimonio forestale urbano.

Un altro elemento che spesso viene trascurato nel dibattito è la natura stessa dell’area interessata. Il Meredo e la Porada non sono un giardino urbano progettato, né un parco storico con alberature monumentali, ma un bosco cresciuto in gran parte in modo spontaneo all’interno di un contesto fortemente urbanizzato. Questo tipo di bosco, proprio perché nato senza una pianificazione forestale, presenta spesso una struttura sbilanciata, con poche specie dominanti e una presenza significativa di piante non autoctone o invasive. Lasciare tutto com’è, in questi casi, non significa necessariamente tutelare la biodiversità o garantire stabilità nel tempo.


Gli alberi che vengono rimossi in questa fase appartengono in larga parte a specie come robinia, ailanto, ciliegio tardivo e lauroceraso. Sono piante che hanno avuto un ruolo importante nel colonizzare aree degradate e che offrono anche benefici ecologici specifici, ma che allo stesso tempo hanno un ciclo di vita relativamente breve, una forte capacità di competizione e la tendenza, una volta adulte, a soffocare la crescita di altre specie. In un bosco maturo, la loro dominanza può impedire l’evoluzione verso una maggiore diversità vegetale e rendere l’insieme più fragile, anche dal punto di vista della sicurezza.

L’obiettivo dichiarato del Parco non è quindi quello di “tagliare alberi”, ma di modificare la struttura del bosco per creare le condizioni affinché possano affermarsi specie più longeve e stabili, come querce e carpini, capaci di garantire nel tempo una maggiore biodiversità e una migliore resilienza agli stress ambientali, compresi quelli legati al cambiamento climatico. È un processo che guarda a orizzonti temporali lunghi, incompatibili con l’immediatezza con cui siamo abituati a valutare lo spazio pubblico.


Gran parte dello sconcerto nasce infatti dall’impatto visivo che questi interventi producono nel breve periodo. Un bosco appena diradato appare spoglio, fangoso, attraversato da cataste di legna e ramaglie. L’ombra diminuisce, il colpo d’occhio cambia radicalmente e la sensazione è quella di una perdita irreversibile. In realtà, questa fase rappresenta un momento transitorio. Le cataste di legna lasciate sul posto non sono segno di incuria, ma servono a restituire sostanza organica al suolo e a creare microhabitat utili a insetti, anfibi e piccoli mammiferi. Anche la ricrescita del sottobosco, spesso percepita come disordine o degrado, è una componente fondamentale di un ecosistema sano.

Questo non significa che tutte le preoccupazioni siano infondate. Molti cittadini pongono domande legittime sui tempi di ricrescita, sulla dimensione delle nuove piantumazioni, sulla reale capacità delle giovani piante di attecchire e crescere in un contesto così urbanizzato. Tutto questo dipenderà in larga misura dalle manutenzioni future e dalla continuità delle cure previste dal progetto. È su questo aspetto, più che sul taglio in sé, che si giocherà la credibilità dell’intervento e su cui sarà giusto mantenere alta l’attenzione civica.

Nel dibattito sono emerse anche questioni complesse, come la diffusione di parassiti quali la Takahashia japonica o la Popillia, e il tema più generale dell’adattamento delle specie arboree a un clima che sta cambiando rapidamente. Si tratta di problemi reali, che non hanno soluzioni semplici e che richiedono un costante aggiornamento delle pratiche di gestione. La forestazione urbana oggi non può limitarsi a conservare ciò che esiste, ma deve cercare di aumentare la resilienza degli ecosistemi, anche attraverso scelte che nel breve periodo possono apparire impopolari.


C’è però un punto su cui è difficile non concordare con molti cittadini: la comunicazione. Interventi di questo tipo, soprattutto in aree così frequentate e amate, avrebbero richiesto un accompagnamento informativo più efficace. Un annuncio istituzionale pubblicato settimane prima non è sufficiente a preparare le persone a ciò che avrebbero visto. Sarebbero stati utili cartelli esplicativi sul posto, immagini di riferimento, incontri pubblici o aggiornamenti costanti sull’avanzamento dei lavori. Quando la comunicazione manca o è insufficiente, anche interventi tecnicamente corretti rischiano di essere percepiti come imposizioni calate dall’alto.

Il Parco del Meredo non è stato distrutto, ma sta attraversando una fase di trasformazione profonda. Questo non significa che tutto debba essere accettato senza spirito critico, né che non si debba vigilare sull’attuazione concreta del progetto. Significa però che non siamo di fronte a un taglio indiscriminato, bensì a un intervento inserito in una visione di medio-lungo periodo. Difendere il verde non vuol dire congelarlo, ma accompagnarne l’evoluzione con competenza, trasparenza e partecipazione. Ed è proprio su questi tre elementi che, oggi più che mai, vale la pena continuare a interrogarsi.

venerdì 19 dicembre 2025

Il Parco GruBrìa guarda al futuro: avviato il percorso per il Parco regionale


Nelle ultime settimane sono arrivati segnali incoraggianti sul futuro del Parco GruBrìa: il percorso per il suo riconoscimento come Parco regionale appare ormai avviato.

Un passaggio decisivo è rappresentato dalle deliberazioni approvate dai Consigli comunali di Lissone, Paderno Dugnano, Muggiò, Varedo, Nova Milanese, Bovisio-Masciago, Seregno e Desio, che hanno votato a favore dell’istituzione del nuovo parco regionale. Un’adesione ampia e convinta, che testimonia una visione condivisa e una crescente consapevolezza del valore ambientale, paesaggistico e sociale del GruBrìa.

È vero che alcuni Comuni hanno compiuto scelte diverse. Cinisello Balsamo, come già noto, entrerà a far parte del Parco Nord a partire dal 1° gennaio 2026, mentre Cusano Milanino sembra orientato verso la stessa direzione. Una decisione che appare comprensibile e di buon senso, considerando la sua posizione territoriale, che lo vedrebbe altrimenti intercluso tra Cinisello e il Parco Nord e di fatto staccato dal GruBrìa.

Tuttavia, a fronte di queste uscite, il percorso del Parco GruBrìa potrebbe essere rafforzato da nuovi ingressi. Cesano Maderno, infatti, ha già avviato un iter di adesione, dimostrando interesse e attenzione verso questo progetto di tutela e valorizzazione del territorio. Un segnale importante, che conferma come il Parco continui a essere attrattivo e riconosciuto come un’opportunità strategica.

Va inoltre ricordato che il Consorzio del Parco si era già espresso favorevolmente all’avvio del processo di regionalizzazione e, con ogni probabilità, si è già attivato per predisporre la richiesta formale alla Regione nel più breve tempo possibile.

In chiusura d’anno, questa sequenza di notizie rappresenta senza dubbio un motivo di soddisfazione e di fiducia. L’auspicio è che il percorso possa proseguire senza ostacoli e concludersi rapidamente, magari entro il 2026, regalando al territorio un Parco regionale forte, riconosciuto e capace di tutelare l’ambiente, migliorare la qualità della vita e rafforzare l’identità condivisa delle comunità coinvolte.

giovedì 18 dicembre 2025

Meda e il Torrente Tarò: cosa dice davvero lo studio idrologico

Una pagina dello Studio di Compatibilità Idrologica e Idrica del Torrente Tarò redatto da WISE

Nei giorni scorsi sul sito di Sinistra e Ambiente Meda è stato pubblicato un approfondimento dedicato allo Studio di Compatibilità Idrologica e Idrica del Torrente Tarò, presentato ufficialmente durante l’incontro pubblico del 28 novembre 2025 a Meda. Un appuntamento seguito con attenzione non solo dagli addetti ai lavori, ma anche da cittadini, associazioni e stampa locale, vista la rilevanza del tema per la sicurezza idraulica e il futuro del territorio.

Lo studio, redatto da WISE, rappresenta una base tecnica importante per comprendere le cause delle esondazioni ricorrenti del Tarò e per valutare l’efficacia reale delle ipotesi di intervento finora discusse.

Dal documento emergono alcune conclusioni nette che meritano di essere ribadite, soprattutto alla luce delle pressioni di chi continua a proporre soluzioni che lo studio stesso considera poco utili o addirittura inutili.

In particolare:

  • Area di laminazione in Val de Mez / Valle di Cabiate: secondo lo studio, questa ipotesi non apporterebbe benefici significativi nella riduzione dei volumi di piena del Tarò e del Reticolo Idrico Minore (RIM). Al contrario, comporterebbe l’occupazione di un’area verde libera all’interno del Parco Regionale delle Groane-Brughiera, senza reali vantaggi idraulici.
  • Area di laminazione nel prato di via Trento/Trieste: anche questa soluzione è stata scartata. I costi elevati per il collegamento con l’alveo del Tarò e l’effetto modesto sulla riduzione dei picchi di piena renderebbero l’intervento inefficace, lasciando sostanzialmente invariata la portata del torrente.

Lo studio WISE conferma un dato ormai evidente: il Tarò è un corso d’acqua fortemente ingabbiato da decenni di urbanizzazione e antropizzazione eccessiva. Le sue naturali aree di esondazione sono state progressivamente occupate dal cemento, riducendo drasticamente la capacità del territorio di assorbire e rallentare le piene.

Per questo motivo, le soluzioni non possono limitarsi a interventi puntuali o simbolici, né tantomeno alla trasformazione degli ultimi spazi verdi rimasti.

Secondo Sinistra e Ambiente, e alla luce delle indicazioni tecniche dello studio, lo sguardo dovrebbe orientarsi verso:

  • Aree dismesse urbane, da valutare con attenzione per un possibile inserimento di vasche di laminazione o vasche volano, anche in collaborazione con Brianzacque.
  • Tutela e valorizzazione delle aree verdi residue, come quella di via Trento, già interessata da proposte di acquisizione al patrimonio pubblico per la realizzazione di un bosco urbano.

Si tratta di scelte che consentirebbero di coniugare mitigazione del rischio idraulico, riqualificazione urbana e benefici ambientali.

Lo studio richiama infine l’attenzione sulle aree di laminazione già previste e finanziate:

  • ad Alzate, sulla Roggia Vecchia;
  • a Mariano Comense, sul vallone del Tarò.

Entrambe sono localizzate in contesti verdi di pregio. Interventi impostati esclusivamente in chiave ingegneristica, senza un’adeguata valutazione ambientale e paesaggistica, rischierebbero di compromettere ecosistemi di valore, senza garantire un reale equilibrio tra sicurezza idraulica e tutela del territorio.

Lo Studio di Compatibilità Idrologica e Idrica del Torrente Tarò rappresenta uno strumento fondamentale per orientare le decisioni future. È un testo tecnico, ma necessario, che dovrebbe essere il punto di partenza per un confronto serio e informato, lontano da scorciatoie e soluzioni di facciata.

Il documento integrale è disponibile online ed è consultabile da chiunque voglia approfondire nel dettaglio dati, simulazioni e conclusioni dello studio (cliccare qui).

Erba: il recupero urbanistico delle aree dismesse deve essere trasparente e partecipato


di Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


La discussione sul destino delle aree dismesse di Erba deve essere il più possibile pubblica e trasparente: si tratta infatti di definire il futuro del centro della città. Futuro che non può essere lasciato agli interessi degli immobiliaristi privati, quanto ad un disegno organico a favore della comunità, seppur le aree siano di proprietà privata.
Questo il nostro commento - come Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" - a quanto trapelato in Consiglio Comunale a proposito dell'iter per il recupero delle principali aree industriali dismesse ubicate nel centro di Erba. 
Come abbiamo più volte detto, il recupero di tali fabbriche abbandonate può essere l'occasione per ridisegnare urbanisticamente il centro di Erba. Ma a definire le linee guida degli interventi deve essere il Consiglio Comunale - in rappresentanza della collettività - attraverso un confronto continuo con la cittadinanza. Cioè lo stesso che avviene (poiché previsto dalla legge) per la redazione del PGT o delle sue varianti generali. Pertanto anche nel caso del recupero delle aree dismesse l'Amministrazione comunale deve - finalmente - aprirsi alla massima trasparenza e al coinvolgimento della collettività, ovvero con tutti i cittadini e i portatori di interessi diffusi (associazioni, rappresentanze di categorie imprenditoriali e sindacali, ecc.) e non solo con i professionisti del settore immobiliare ed edilizio o con i soli operatori immobiliari interessati.
 

Queste nostre richieste (che chiediamo siano dibattute in Consiglio comunale) ma soprattutto le nostre preoccupazioni, nascono anche dopo aver visto - alcuni mesi fa - un abbozzo di progetto per una delle aree dismesse, ovvero l'ex Molino Mottana che, secondo i proprietari, potrebbe trasformarsi in due torri alte più di 30 metri! Cosa che rappresenterebbe un pugno in un occhio, sconvolgendo lo skyline del centro città.
Dal canto nostro, ribadiamo che le aree centrali di Erba hanno bisogno anzitutto di spazi verdi e alberati, di aree pedonali e ciclabili e non di altre svalangate di cemento, in verticale o in orizzontale!

domenica 14 dicembre 2025

Oggiono, al via la rimozione dei detriti dal torrente Gandaloglio. Il Circolo “Ilaria Alpi” chiede attenzione all’ambiente


Sono in fase avanzata a Oggiono le operazioni di rimozione dei detriti dal letto del torrente Gandaloglio. I lavori, avviati già da alcuni giorni, si concentrano nella zona della cascina Bergamina, dove sono entrate in azione le ruspe incaricate dell’intervento.

Si tratta di un tratto del torrente che, come più volte segnalato dal Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, conserva ancora elementi di naturalità. Non a caso, durante uno dei sopralluoghi effettuati dall’associazione, è stata osservata la presenza di un esemplare di airone bianco lungo la riva del corso d’acqua, a poca distanza dal cantiere. Un segnale, secondo il Circolo, di come “la natura tenti comunque di resistere all’opera invasiva dell’uomo”, anche in contesti sottoposti a forti pressioni.


Proprio per questo il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” solleva interrogativi sull’impatto complessivo dell’intervento in corso, chiedendosi se, nel progetto di dragaggio del torrente, “siano stati adeguatamente considerati gli aspetti di impatto naturalistico sulle acque, sulla vegetazione spondale, sulla fauna fluviale e sull’avifauna”.

Sui lavori interviene in modo critico Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”: «Ma davvero pensano di poter risolvere i problemi degli allagamenti nella zona del Mognago attraverso il dragaggio del Gandaloglio? È un intervento palliativo, che serve solo a spendere soldi pubblici, rovinando il letto del torrente!»


Secondo Fumagalli, il problema va affrontato con una strategia completamente diversa: «Come abbiamo detto più volte, sono altre le tipologie di provvedimenti da mettere in atto. Servirebbe una tutela assoluta delle aree di esondazione naturale del torrente, ovvero dei prati agricoli su entrambe le sponde, individuandoli come “aree di laminazione naturale”, che sono cosa ben diversa dalle vasche di laminazione e che non necessitano di alcuna opera artificiale».

Il presidente del Circolo sottolinea inoltre che la soluzione sarebbe già insita nella dinamica naturale del corso d’acqua: «È sufficiente favorire, in caso di forti piogge, l’esondazione naturale del torrente nei prati circostanti, prevedendo ovviamente un indennizzo economico per le aziende agricole, per l’eventuale perdita del raccolto in occasione delle piene. Invece qui ci si illude di risolvere il problema degli allagamenti solo con l’intervento delle ruspe: un danno ecologico, unito allo spreco di denaro pubblico».


Il Circolo ricorda inoltre che tutta la zona del Mognago è già classificata dal Piano di Governo del Territorio di Oggiono come “area potenzialmente interessata da alluvioni frequenti”, e che in tale perimetro rientra anche l’area industriale.

Su questo punto Fumagalli conclude: «Ecco dove sta il vero problema degli allagamenti: l’aver permesso, nei decenni passati, la costruzione dei capannoni nelle aree di esondazione naturale del Gandaloglio. Questa pessima scelta urbanistica non si cancella di certo con il dragaggio del torrente».

E aggiunge: «Occorre trovare soluzioni urbanistiche prima che interventi sull’incolpevole torrente: niente chiuse, arginature artificiali, vasche di laminazione e dragaggi, bensì un piano paesistico che tenga conto anzitutto dei problemi di incompatibilità ambientale e urbanistica».

 


 

Palloncini e ambiente: il Circolo “Ilaria Alpi” plaude all’ordinanza del Comune di Lipomo


Il tema del lancio dei palloncini negli eventi pubblici non è nuovo per il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, che da tempo porta avanti una campagna di sensibilizzazione sui danni ambientali legati a questa pratica. Già in passato l’associazione era intervenuta più volte, in particolare in occasione di eventi prenatalizi nel Triangolo Lariano, chiedendo a Comuni e organizzatori di rinunciare al lancio dei palloncini e di adottare alternative rispettose dell’ambiente.

In un post che abbiamo pubblicato lo scorso 1° dicembre (leggi qui), il Circolo aveva ricordato come i palloncini, una volta dispersi nell’ambiente, “determinano una dispersione di plastiche e, con la loro degradazione, di microplastiche che creano danni all’ambiente, oltre a costituire un possibile rischio per la fauna”, sottolineando che tali pericoli riguardano anche i palloncini in lattice definiti impropriamente “biodegradabili”.

In questo contesto si inserisce ora con particolare rilievo l’ordinanza recentemente emanata dal Comune di Lipomo, che vieta il lancio dei palloncini sul territorio comunale. Un provvedimento accolto con favore dal Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, che in una nota esprime il proprio plauso all’amministrazione comunale.

“Come Circolo Ambiente ‘Ilaria Alpi’ ci complimentiamo con il sindaco di Lipomo per l’emanazione dell’ordinanza che vieta il lancio dei palloncini”, scrive l’associazione, richiamando anche le motivazioni contenute nel testo del provvedimento. L’ordinanza cita infatti studi internazionali che “hanno dimostrato le conseguenze dannose dei frammenti di palloncini abbandonati nell’ambiente” e ricorda che in molti Paesi i lanci massivi sono già stati vietati “a causa dell’inquinamento e del pericolo che i palloncini pongono alla vita acquatica”.

Secondo il Circolo, uno degli aspetti più gravi è il rischio per la fauna: i frammenti di palloncini “finiscono spesso per essere ingeriti da animali acquatici e terrestri, da altri organismi presenti in natura e da diverse specie di uccelli, causandone purtroppo il decesso”.

Pur riconoscendo che esistono problemi ambientali di portata più ampia, l’associazione ribadisce che anche gesti apparentemente marginali possono avere conseguenze concrete. “Siamo ovviamente consapevoli che esistono problemi ambientali ben più gravi, legati all’inquinamento e al consumo di suolo. Tuttavia anche l’uso dei palloncini può avere conseguenze negative sull’ambiente e sugli animali”, si legge nel comunicato.

Da qui l’auspicio che il provvedimento di Lipomo non resti un caso isolato. Il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” invita infatti altri Comuni a seguire questo esempio, ricordando che “per far divertire i bambini esistono molte alternative ai palloncini, capaci di garantire il gioco e la festa senza inquinare l’ambiente”.

Una posizione coerente con l’attività portata avanti negli ultimi anni dall’associazione, che ha più volte sollecitato l’introduzione di divieti analoghi, citando anche le ordinanze già adottate da Comuni come Alzate Brianza e Monza. L’ordinanza di Lipomo viene quindi vista come un ulteriore passo avanti verso una maggiore attenzione ambientale anche nelle manifestazioni pubbliche.

sabato 13 dicembre 2025

San Primo, la montagna che chiede futuro: cosa ci insegna il nuovo rapporto FAO


Il Monte San Primo, il più alto dei rilievi del Triangolo Lariano, è tornato al centro dell’attenzione. Non solo per il progetto — molto discusso — di nuovi impianti sciistici, ma perché il suo destino racconta qualcosa di più grande: come le montagne italiane stanno cambiando e come dovremmo cambiare con loro.

Da anni, sul San Primo la neve è sempre meno. Le stagioni si accorciano, l’inverno assomiglia sempre più a una lunga mezzastagione. Eppure qualcuno continua a immaginare un futuro fatto di tapis roulant e innevamento artificiale, mentre un fronte ampio di associazioni ambientaliste prova a ricordare l’evidenza: la montagna non è più la stessa.

Non è solo una battaglia locale. Lo conferma il recente rapporto della FAO, dedicato alle soluzioni per l’adattamento climatico nelle regioni montane. Un documento che parla di catene montuose lontane e vicine, dall’Himalaya alle Ande, ma che descrive con sorprendente precisione proprio ciò che sta accadendo sulle nostre Prealpi.

Per scaricare la pubblicazione cliccare qui.

Il rapporto FAO mostra un quadro chiaro: i cambiamenti climatici stanno alterando profondamente gli ecosistemi montani, con conseguenze su acqua, vegetazione, suoli e turismo. In particolare, alle quote moderate come quelle del San Primo, la neve è destinata a ridursi drasticamente nei prossimi decenni.

In questo contesto, investire ancora nel vecchio modello dello sci di massa rischia di essere — come scrivono gli esperti — un esempio di maladattamento: soluzioni costose che non rispondono alla crisi ma la amplificano.

Al contrario, i territori che scelgono di diversificare l’offerta, puntando su turismo non dipendente dalla neve, sulla tutela dei paesaggi e sulle attività outdoor tutto l’anno, stanno già mostrando una maggiore resilienza.

La pagina del rapporto FAO che analizza il caso del Parco del Gran Paradiso

Tra i casi analizzati dalla FAO c’è anche quello del Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove allevatori, ricercatori e amministratori stanno lavorando insieme per capire come adattare la gestione dei pascoli alle nuove condizioni climatiche. Non investono più in infrastrutture rigide, ma in soluzioni flessibili: sistemi idrici migliorati, gestione attiva del territorio, percorsi condivisi con le comunità locali.

Sulle Prealpi — San Primo compreso — queste indicazioni valgono doppio. Qui non servono tappeti mobili e cannoni sparaneve, ma visioni capaci di interpretare la montagna che cambia.

Le associazioni ambientaliste che sono scese in campo non chiedono immobilismo. Al contrario, propongono un modello alternativo che coincide con le indicazioni della FAO: un turismo leggero, diffuso, tutto l’anno.

Un San Primo fatto di:

  • sentieri, percorsi didattici, itinerari naturalistici;
  • valorizzazione dei prati e delle antiche attività agro-pastorali;
  • salvaguardia paesaggistica e faunistica, anche tramite l'istituzione di un Parco di tutela;
  • recupero ambientale e tutela degli spazi aperti;
  • educazione al clima e alla biodiversità.

Un modo di vivere la montagna che ne rispetta i ritmi, e che può generare economia senza compromettere ciò che rende il San Primo unico: la sua natura.

Il San Primo oggi è un simbolo. Una piccola montagna che ci costringe a una domanda grande: vogliamo continuare a inseguire un passato che non tornerà, o vogliamo costruire un futuro resiliente?

Il rapporto FAO indica chiaramente la direzione: innovare, adattarsi, ascoltare le comunità, proteggere i paesaggi.
È un invito valido per le Alpi come per le nostre Prealpi. E il San Primo, con la sua bellezza e le sue fragilità, potrebbe diventare un modello positivo: un luogo dove il cambiamento climatico non diventa una condanna, ma una spinta a immaginare un nuovo modo di vivere la montagna.

venerdì 12 dicembre 2025

Giornata della Montagna: il CAI Calco sceglie il San Primo, simbolo dell’ambiente da salvaguardare


In occasione della Giornata Internazionale della Montagna 2025, il CAI – Sezione di Calco ha scelto il Monte San Primo, vetta più alta del Triangolo Lariano con i suoi 1686 metri, per una camminata dal forte valore simbolico. L’iniziativa, svoltasi ieri 11 dicembre, è stata pensata come un momento di riflessione condivisa sulla crescente fragilità degli ecosistemi montani.


Il tema indicato dalla FAO per l’edizione di quest’anno, Glaciers matter for water, food and livelihoods in mountains and beyond, ha posto l’accento sul rapido arretramento dei ghiacciai e sulle ripercussioni della crisi climatica. Un contesto che, secondo il CAI Calco, richiede una frequentazione più consapevole delle montagne e politiche efficaci per la tutela degli ambienti d’alta quota.


Negli ultimi anni il Monte San Primo è finito al centro del dibattito pubblico per via di progetti turistici considerati poco sostenibili. Proprio per questo è diventato un simbolo della necessità di preservare l’autenticità dei territori alpini, riconoscendone il valore ambientale, paesaggistico e culturale.


L’escursione, guidata da un’operatrice TAM (Tutela Ambiente Montano) della Sezione, ha coinvolto soci e cittadini in un clima di partecipazione e responsabilità. Un gesto semplice ma significativo, volto a ricordare che la montagna è un patrimonio comune che richiede impegno e attenzione quotidiani. Come ribadiscono i promotori, proteggerla oggi è più urgente che mai.

È uscita la newsletter di dicembre dell’Osservatorio della Valle del Seveso

La copertina della newsletter di dicembre 2025

È disponibile il nuovo numero dell’Osservatorio della Valle del Seveso, l’appuntamento mensile dedicato all’informazione, alla cultura ambientale e alla costruzione del futuro Parco Fluviale del Seveso.
Il fascicolo di dicembre è particolarmente denso e affronta temi cruciali per il territorio: la mancata attuazione della delibera regionale sul Parco Fluviale (“Una delibera in cerca di autore”), il progetto RAM sull’aeroporto di Bresso e le sue criticità, la Ciclovia della Valle del Seveso, un viaggio tra i parchi fluviali più innovativi d’Europa, una riflessione sulla nuova Direttiva europea sul ripristino della natura, un racconto storico sul Seveso e i consueti suggerimenti di lettura.

Il focus: il Parco GruBrìa, protagonista di questo numero

Il numero dedica particolare attenzione al Parco GruBrìa, sia nel primo articolo di A.C. sia nella lunga intervista a Federica Gorini, vicepresidente del Parco.
La situazione attuale è infatti cruciale: mentre il Consiglio regionale ha votato l’avvio del Parco Fluviale della Valle del Seveso, l’assessorato sembra concentrarsi esclusivamente sul riconoscimento regionale del Parco GruBrìa, lasciando in sospeso l’obiettivo unitario.

Nell’analisi di A.C. emergono parole nette: a fronte dell’impegno della Regione per un progetto che abbracci tutta la valle, negli incontri ufficiali «la dirigente… ci dice che stanno lavorando per dare veste regionale al Parco del Grubria, solo a questo e a nient’altro».

Il rischio, sottolinea l’autore, è quello di fermarsi a un “tempo parziale e monco”: «Il Parco Fluviale della Valle del Seveso, voluto dal Consiglio regionale, è un progetto che sembra ancora in cerca d’autore».

Tuttavia l’articolo si chiude con un invito alla fiducia e alla vigilanza: è un passaggio critico, forse una fase di crescita, ma serve che la società civile continui a chiedere una visione realmente unitaria.

Il contributo più approfondito del numero è l’intervista alla vicepresidente Federica Gorini, che ricostruisce con grande chiarezza la funzione attuale del Parco GruBrìa e il suo ruolo nella costruzione del futuro Parco Fluviale.

La vicepresidente ricorda che il GruBrìa è «un parco diffuso – a macchia di leopardo – volto a tutelare e ricucire i pochi spazi aperti rimasti in un’area… fino al 60% urbanizzata e con più di 350.000 abitanti».

Due gli obiettivi chiave per il quinquennio 2025–2030:

  • continuare la tutela e la rigenerazione ambientale;
  • promuovere l’istituzione del Parco Regionale del Seveso, del Villoresi e della Brianza Centrale.

Nell’intervista c’è una forte attenzione al ruolo della cittadinanza attiva: «Ascoltare chi vive gli spazi… è fondamentale. La mobilitazione dal basso ha contribuito a far emergere criticità e potenzialità, e a promuovere il Parco fluviale del Seveso».

Dove siamo arrivati oggi? Gorini lo definisce senza esitazioni: «Siamo al punto del non ritorno». I nove Comuni del PLIS stanno infatti per approvare in Consiglio comunale la delibera per la perimetrazione e l’adesione al nuovo Parco Regionale.
Una volta raccolte le delibere, il Consorzio Parco GruBrìa invierà alla Regione la richiesta formale di istituzione del Parco, aprendo la strada alla Conferenza Programmatica e poi alla legge regionale.

L’intervista si chiude con un appello potente ai cittadini: «Mai come ora siamo vicini all’obiettivo… La voce dei cittadini e delle associazioni diventa fondamentale… L’istituzione del Parco garantirebbe un vero ‘serbatoio di salubrità’ in un ambito fortemente inquinato e densamente popolato».

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