mercoledì 1 aprile 2026

1976–2026 | Disastro diossina | 3. Luglio 1976. La diossina dell’ICMESA contamina il territorio, poi il silenzio della multinazionale, la moria degli animali, la cloracne


Nel 2026 ricorre il 50° anniversario del disastro della diossina dell’ICMESA di Meda, una ferita ancora aperta nella storia ambientale, sociale e sanitaria della Brianza.

Il 10 luglio 1976 una nube tossica contenente TCDD (diossina) si diffuse su Seveso, Meda e nei comuni limitrofi, segnando per sempre il territorio e la vita di migliaia di persone.

Quel disastro non fu però un evento improvviso né imprevedibile. Fu il punto di arrivo di oltre trent’anni di inquinamenti, omissioni, controlli insufficienti e scelte industriali compiute in spregio alla salute pubblica.
Ricostruire ciò che accadde prima del 1976 è quindi essenziale per comprendere davvero il significato di quella tragedia.

Con questa serie di pubblicazioni, Brianza Centrale avvia un percorso di memoria storica e civile, riprendendo e condividendo il lavoro di Sinistra e Ambiente di Meda, basato sulla ricerca documentale dello storico sevesino Massimiliano Fratter (Seveso. Memorie da sotto il Bosco, Ed. Auditorium, 2006), parte del progetto Ponte della Memoria.


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Terza puntata
Luglio 1976. La diossina dell’ICMESA contamina il territorio, poi il silenzio della multinazionale, la moria degli animali, la cloracne.
a cura di Sinistra e Ambiente, Meda


Prosegue il lavoro di ricerca di Sinistra e Ambiente-Impulsi di Meda che, basandosi su documenti e testi in suo possesso, intende ricostruire gli eventi legati al disastro della diossina dell’ICMESA di Meda (fabbrica del gruppo multinazionale svizzero Givaudan-Hoffman-La Roche).
Una ricostruzione affinché si rinnovi, senza annacquarla, la memoria di un disastro colpevole che ha segnato la collettività.

LA DINAMICA DEL DISASTRO

Il reattore A101 del reparto B dell'ICMESA

Sabato 10 luglio 1976, alle ore 12,37, un aumento della pressione interna del reattore A101, utilizzato per la produzione di 2,4,5-triclorofenolo, causa il cedimento del disco di rottura, tarato a 3 atmosfere.

Il disco di rottura è un dispositivo meccanico di sicurezza, installato per evitare che un aumento anomalo di pressione possa causare l’esplosione del reattore ma, nel caso dell’ICMESA, il suo intervento libera direttamente nell’ambiente tutti i composti chimici, nebulizzati o sotto forma di vapori, contenuti nell’impianto.

La sovrapressione venne causata da una reazione esotermica con un forte innalzamento della temperatura oltre i normali valori di esercizio (150 °C), innescando, nell’intervallo tra 200 °C e 500 °C, la generazione di quantità significative di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), composto tossico che risulterà presente nella nube e che contaminerà pesantemente il territorio.

L’assenza di dispositivi di controllo, allarme e intervento automatico fece sì che le anomalie non fossero segnalate né che, in assenza di personale, potessero agire automatismi di regolazione per riportare i parametri di temperatura e pressione a valori corretti e sostenibili.

Inoltre, per la mancanza di un serbatoio di contenimento (vedi 2ª puntata sull’impiantistica insufficiente e obsoleta dell’ICMESA), la miscela di composti tossici finì totalmente in atmosfera e, a causa del vento che in quel giorno e a quell’ora spirava verso sud-est, andò poi a ricadere e a depositarsi su ampie aree abitate nei comuni limitrofi.

Formalmente, il sabato la produzione era ferma e, nell’ultimo turno del venerdì, che copriva anche le prime sei ore della giornata di sabato, da prassi non si attendeva il completamento della reazione di sintesi ma questa veniva sospesa fermando l’agitatore della miscela e inibendo il suo raffreddamento.

Il contenuto di tetraclorobenzolo, etilenglicole e soda caustica rimasto veniva poi scaricato con la ripresa delle fasi di produzione il lunedì della settimana successiva.

In fabbrica non erano presenti gli addetti al ciclo del triclorofenolo, usciti con l’ultimo turno, ma solo alcuni manutentori.

Risultò provvidenziale l’intervento di Carlo Galante, responsabile dei reparti E e F che, abitando vicino alla fabbrica e udito lo scoppio del disco di rottura e il sibilio della fuoriuscita in pressione delle sostanze chimiche, raggiunse l’ICMESA, entrò con l’autorespiratore nel reparto B e aprì la valvola del raffreddamento, azionando anche la pompa di spinta dell’acqua, interrompendo così la reazione esotermica ed evitando un disastro peggiore.
Nel 2024, Carlo Galante è stato insignito della Medaglia d’Argento al Valor Civile.

Oltre all’ufficialità degli accadimenti, una delle ipotesi circolate era l’esistenza di una “produzione parallela non dichiarata” dedicata alla sintesi chimica di triclorofenolo contenente un’alta e voluta percentuale di diossina, per uso bellico nei defolianti con cui venne irrorato il Vietnam durante il conflitto.
Questa ipotesi non ha però mai trovato solide evidenze.

LA SETTIMANA DEL SILENZIO E DELLE MINIMIZZAZIONI

Dopo il 10 luglio 1976, inizia la settimana delle minimizzazioni e del silenzio da parte dei responsabili ICMESA, Givaudan, Hoffman-La Roche.

Solo il giorno successivo, 11 luglio 1976, due dirigenti dell’ICMESA, tra cui il responsabile di produzione Paolo Paoletti, si recano in visita al sindaco di Seveso Francesco Rocca, riferendogli di un “generico incidente” avvenuto il giorno precedente all’interno di un reparto ma minimizzando sull’accaduto. Su invito di Rocca contattarono anche il sindaco di Meda Fabrizio Malgrati.

Un atteggiamento elusivo che continuerà anche nei contenuti della lettera che l’ICMESA inviò il 12 luglio 1976 all’ufficiale sanitario supplente, dottor Uberti, che sostituiva il titolare, professor Ghetti, in ferie.

Una lettera che non accennava nemmeno alla possibile presenza di diossina nei “vapori fuoriusciti”, ma che si limitava a illustrare l’“incidente” e ad avvisare di aver cautelativamente chiesto ai residenti prossimi alla fabbrica di non consumare i prodotti dei loro orti.

Eppure già il direttore tecnico della Givaudan, Jörg Sambeth, aveva ipotizzato che tra i composti fuoriusciti potesse esserci la diossina TCDD.

Nello stesso giorno venne impedita all’ufficiale sanitario Uberti l’entrata nel reparto B.

Il 14 luglio le analisi chimiche effettuate nel laboratorio della Givaudan su materiale prelevato all’interno dell’ICMESA e nelle aree circostanti certificarono la presenza della pericolosissima diossina TCDD, ma i responsabili ICMESA e Givaudan evitarono di darne comunicazione alle autorità locali.

Il 15 luglio i sindaci di Seveso e Meda, consigliati dall’ufficiale sanitario locale, emisero ordinanze con cui proibivano di toccare ortaggi, vegetazione, terreno e animali domestici e consigliavano l’adozione di una scrupolosa igiene delle mani e dei vestiti.
Successivamente venne ordinato di non ingerire prodotti di origine animale provenienti dalla zona inquinata.

Le prime notizie degli eventi apparvero sui giornali soltanto dopo sette giorni.


Il 18 luglio, il direttore del laboratorio chimico provinciale di Milano prospettò ai responsabili della fabbrica di Meda la possibilità della presenza di diossina e la Givaudan rispose annunciando l’arrivo in Italia del direttore del proprio laboratorio chimico.

Anche all’interno della fabbrica i dirigenti applicarono un atteggiamento di omertà nei confronti delle maestranze.

Il Consiglio di fabbrica dell'ICMESA in riunione

Lunedì 12 luglio, solo il reparto B, dove ebbe origine il disastro, era stato chiuso, peraltro senza alcuna informazione in merito all’accaduto.

Negli altri reparti l’attività proseguì per altri cinque giorni, con la direzione che rifiutò sistematicamente di fornire informazioni ai lavoratori e ai loro rappresentanti sindacali.

Il 14 luglio fu imposto agli operai di non portare indumenti di lavoro a casa e di fare la doccia prima di uscire dalla fabbrica.

Insospettiti, lavoratori e sindacato entrarono in stato di agitazione e, non ricevendo le informazioni richieste, il 16 luglio si rifiutarono di continuare a lavorare nello stabilimento ed entrarono in sciopero e in assemblea permanente, annunciando l’interruzione delle attività produttive.

Il 18 luglio arrivò l’ordinanza del sindaco di Meda che chiuse l’ICMESA a scopo cautelativo.
Anche in questo frangente la direzione cercò di rassicurare le autorità sostenendo l’assenza di pericoli per lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Solo il 19 luglio 1976 ICMESA e Givaudan comunicarono ufficialmente la presenza di tetraclorodibenzo-para-diossina (TCDD) tra le sostanze fuoriuscite dal reattore A101, ammettendo la gravità della situazione.

Il 21 luglio anche le analisi chimiche svolte dal Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi lo confermarono.

Ed erano trascorsi ben 11 giorni.

LA MORIA DEGLI ANIMALI

Già il giorno 13 luglio, negli orti delle abitazioni prossime alla fabbrica ICMESA, si verificò un rinsecchimento vegetativo delle piante dovuto all’effetto diserbante del triclorofenolo e degli altri composti; venne notata la scomparsa di uccelli, spesso trovati morti al suolo, e iniziò una moria dei primi animali domestici (cani, gatti, galline, conigli ecc.).

Questa moria si estenderà nei giorni successivi sul territorio di più comuni.

Dal 18 luglio le carcasse degli animali morti vennero raccolte e incenerite in parte presso il forno dell’allora Macello di Milano.
Fu indubbiamente un errore, poiché le basse temperature di lavoro di quel forno non garantirono la distruzione della diossina presente nelle carcasse.

Successivamente si rese necessario anche abbattere gli animali di grossa taglia degli allevamenti presenti in zona (cavalli, mucche ecc.) per evitare che la diossina finisse nella catena alimentare.

Visto l’alto numero di animali abbattuti, si optò per tumulare le carcasse in due fosse scavate a Cesano Maderno e a Desio.

Un allevamento venne spostato in provincia di Brescia e di Pisa e il successivo monitoraggio non diede riscontri di animali compromessi.

Una stima effettuata a posteriori fissa in circa 3.300 gli animali da cortile deceduti e in 76.000 i capi di bestiame degli allevamenti abbattuti.


LA CLORACNE


Il 14 luglio cominciarono a verificarsi i primi casi di intossicazione con infiammazioni cutanee e il 16 luglio vennero effettuati i primi ricoveri presso l’ospedale di Mariano Comense e, per i casi più gravi, presso Niguarda.

Si trattava dei primi 15 bambini colpiti dalla cloracne, una violenta dermatosi provocata dal cloro e dai suoi derivati, causata dal contatto con i composti chimici liberatisi in atmosfera o depositatisi al suolo.

I casi di cloracne raggiunsero la massima intensità, sia dal punto di vista quantitativo sia per la gravità, tra il 20 e il 28 luglio 1976.

Dal 23 luglio venne aperto a Seveso l’Ambulatorio Dermatologico che, da quella data sino ai primi di agosto, visitò 1.600 persone.

Per 447 di queste, di cui 186 bambini con età inferiore ai 12 anni, vennero diagnosticate lesioni cutanee correlate al contatto con le sostanze chimiche presenti nella nube.


Il numero reale dei dermolesi rimane però indeterminato, poiché le visite vennero effettuate solo su soggetti che si presentavano volontariamente e le successive campagne di controllo presero in esame esclusivamente i bambini tra i 6 e i 12 anni.

Riprenderemo nelle prossime puntate alcuni approfondimenti sugli argomenti della moria di animali e dei casi di cloracne.

 

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