sabato 10 gennaio 2026

Sequenze Inverighesi: 25 secoli di storia, immagini e memoria


Sabato, 17 gennaio 2026 alle ore 21.00
Presso il Teatro San Luigi, Cremnago d'Inverigo

Proiezione della nuova versione del documentario fotografico
SEQUENZE INVERIGHESI
di Elio Pozzoli e Luigi Perego 
voce: Eva Branca

 
Narrazione, immagine e musica ci accompagneranno in un viaggio ad Inverigo e territori vicini, attraverso  25 secoli di Storia: dalle palafitte sul Lambro fino agli odierni momenti di crisi.  Società, arte ed economia sono  gli argomenti su cui la ricerca documentaria, oltre che fotografica, ha indagato, disvelando aspetti poco noti.

I due autori hanno messo a fattor comune gli studi di storia locale in un caso e l'arte fotografica nell'altro. Questa iniziativa personale degli autori è rivolta alla popolazione ed  alle associazioni che a diverso titolo si curano del territorio.

Sarà una serata in letizia in cui riflettere sul nostro ieri e pensare ad un domani migliore per le terre collinari lambite dal Lambro. Un nuovo e duraturo sviluppo economico di questi territori potrà realizzarsi attraverso una rinascita culturale della sua gente, consapevole del proprio passato. La conoscenza dei monumenti, del paesaggio e dei costumi da parte dell'intera collettività potrà meglio contribuire alla salvaguardia dei beni storici e paesaggistici, patrimoni collettivi  finora mal considerati, ma ora indispensabili per un rilancio economico in questi tempi di crisi.

Campagna Salvataggio Anfibi 2026: cercasi volontari a Montorfano


Segnaliamo la richiesta degli amici dell’associazione L’Ontano di Montorfano, che cercano volontari per la Campagna Salvataggio Anfibi 2026.

Gli interventi si svolgeranno da metà febbraio a inizio maggio, in orario serale, con due turni:

  • 18.30 – 20.30
  • 20.30 – 22.30

Per informazioni: associazione@gruppoontano.org

Come ogni anno, tra poche settimane inizierà il periodo in cui centinaia di rospi tenteranno di scendere dai boschi del Monte Orfano, dove hanno trascorso l’estate e il letargo invernale, per raggiungere le acque del Lago di Montorfano e deporre le uova.

Un gesto che sembrerebbe semplice, ma che in realtà non lo è affatto. Le numerose barriere create dall’edificazione e dalle infrastrutture, frutto di scelte passate (e purtroppo ancora attuali), rendono questo percorso estremamente pericoloso, se non impossibile, per gli anfibi.

Per questo motivo hanno bisogno di noi: solo grazie all’aiuto dei volontari è possibile superare un problema che l’uomo stesso ha creato con un uso poco attento e insensato del territorio.

Partecipare significa dare un aiuto concreto alla tutela della biodiversità locale.

Seregno. Ceredo al centro dei cambiamenti: perché è importante partecipare all’assemblea di martedì 13 gennaio


Martedì 13 gennaio 2026, alle ore 21, presso il Centro Ambientale di via Alessandria a Seregno, si terrà l’assemblea pubblica del Comitato di quartiere Ceredo. Un appuntamento che assume una valenza particolare e strategica, perché arriva in una fase cruciale per il quartiere, destinato nei prossimi mesi – e anni – a essere profondamente interessato da importanti interventi sulla viabilità.

Non si tratta di singoli lavori isolati, ma di un insieme di opere che rischiano di modificare in modo strutturale i flussi di traffico, la qualità dello spazio urbano e la vivibilità del quartiere. Proprio per questo è fondamentale informarsi, capire e partecipare.

1. La rotatoria Wagner–Einaudi


È in fase di completamento la rotatoria all’incrocio tra via Wagner e via Einaudi. L’avvio dei lavori, a fine ottobre, ha generato comprensibili criticità per il traffico di attraversamento del quartiere, con disagi significativi per residenti e pendolari.

La situazione è però migliorata dopo la riapertura, prima di Natale, di via Wagner e via Einaudi, chiuse temporaneamente per consentire l’esecuzione delle opere. Oggi le maggiori difficoltà di traffico possono dirsi superate.

Resta tuttavia una scelta progettuale che solleva perplessità: il mantenimento del senso unico nel tratto di via Einaudi tra via Cadore e via Wagner.
Considerando che è già prevista la realizzazione di una nuova rotatoria su via Cadore, a servizio dell’accesso alla tangenziale verso Pedemontana, sarebbe stato più logico e prudente predisporre fin da subito via Einaudi a doppio senso di marcia.

In questo modo si sarebbe evitato – e si potrebbe ancora evitare – che il traffico diretto alla nuova infrastruttura sia costretto ad attraversare il quartiere, con ricadute negative su rumore, sicurezza e qualità dell’aria.

2. La nuova rotatoria su via Cadore


Il secondo grande tema riguarda la nuova rotatoria su via Cadore, che fungerà da terminale della tangenziale verso lo svincolo di Pedemontana.
Si tratta di un’opera potenzialmente molto impattante, perché destinata ad attrarre traffico non solo locale ma anche di attraversamento.

Per questo gli interventi previsti su via Cadore – inseriti anche all’ordine del giorno dell’assemblea – dovrebbero essere affrontati con grande attenzione. Dal nostro punto di vista, non basta parlare genericamente di “mitigazione del traffico”: servono scelte chiare di limitazione del traffico.

In particolare riteniamo necessario:

  • ridurre le dimensioni della rotatoria di progetto, per limitarne l’attrattività per il traffico di attraversamento;
  • ripristinare il doppio senso di circolazione in via Einaudi, per distribuire meglio i flussi;
  • accompagnare le opere con interventi che disincentivino il traffico parassita, tutelando il quartiere e i suoi abitanti.

3. Gli effetti sul confine con Meda

Le trasformazioni non riguardano solo Seregno. Il PGTU del Comune di Meda prevede che, una volta realizzate le due rotatorie, il traffico nel tratto terminale di via Indipendenza (proseguimento di via Cadore) diventi a senso unico in direzione Seregno.

Immagine tratta dal PGTU di Meda

È una scelta che avrà conseguenze rilevanti e che merita una valutazione attenta degli effetti sul quartiere del Ceredo e sulla viabilità complessiva dell’area.

Sempre Meda ha inoltre previsto la riqualificazione di via Indipendenza con una pista ciclabile, che dal confine con Seregno arriva fino quasi al centro cittadino. Un intervento positivo, ma che rischia di essere monco se la pista “finisce nel nulla” al confine comunale. Sarebbe auspicabile una piena interconnessione con la rete ciclabile di Seregno, per costruire una mobilità davvero sostenibile e continua, non spezzettata da confini amministrativi.

Un’assemblea da non perdere

Come si vede, i temi in discussione sono numerosi, complessi e decisivi per il futuro del quartiere Ceredo: traffico, sicurezza, qualità dello spazio pubblico, mobilità sostenibile, rapporti tra comuni confinanti.

Per questo l’assemblea di martedì non è un appuntamento come gli altri. Una partecipazione ampia e consapevole dei cittadini è fondamentale per portare osservazioni, proposte e richieste chiare alle istituzioni.

Il futuro del quartiere si decide anche così: informandosi, confrontandosi e partecipando.
Martedì 13 gennaio, ore 21: esserci conta.

Vimercate e i data center: il Comitato Ferma Ecomostro mette al centro la difesa del suolo

Data Center area ex IBM. Render complessivo del progetto

Negli ultimi mesi Vimercate si è progressivamente trasformata in uno dei territori più appetibili della Brianza per l’insediamento di grandi infrastrutture digitali. Nel giro di poco tempo sono emersi più progetti distinti, collocati in aree diverse della città, ma uniti da un filo conduttore comune: un’elevata intensità energetica, nuove infrastrutture strategiche e varianti urbanistiche che stanno ridisegnando il territorio.

Sul territorio comunale si stanno infatti concentrando più interventi legati al mondo dei data center, strettamente collegati tra loro dalla necessità di una nuova e imponente infrastruttura elettrica:

  • il Campus Santa Maria Molgora, nell’Ambito di Trasformazione AT.6
  • la riqualificazione dell’area ex IBM a Velasca, in via Kennedy
  • la nuova centrale elettrica Terna all’interno del Parco Agricolo Nord Est (P.A.N.E.)

Progetti diversi, con iter autorizzativi differenti, ma i cui impatti ambientali e territoriali si sommano nel tempo e nello spazio.

Il Campus Santa Maria Molgora: un intervento di scala urbana

Planivolumetrico dell'intervento AT.6

L’intervento più esteso riguarda l’Ambito di Trasformazione AT.6, in via Santa Maria Molgora, al margine meridionale di Vimercate. Si tratta di un’area oggi in gran parte libera, che rappresenta uno degli ultimi grandi spazi aperti di questa parte della città.

Come chiarisce il Comitato Ferma Ecomostro D Breve, tuttavia, non si tratta di un’area “intoccabile” dal punto di vista urbanistico: “Le aree della zona Santa Maria Molgora sono proprietà privata e già incluse nel PGT come aree commerciali ovvero aree soggette ad edificazione.”

La superficie complessiva dell’ambito è di circa 260.000 metri quadrati. Il Programma Integrato di Intervento (PII) prevede la realizzazione di due grandi edifici produttivi destinati a data center, alti circa 22 metri, affiancati da un complesso terziario direzionale con uffici e funzioni complementari. Il progetto comprende inoltre una profonda riorganizzazione della viabilità, con nuove strade e la realizzazione di rotatorie considerate strategiche, oltre a fasce verdi e a una macchia boschiva con funzione di mitigazione paesaggistica.

Il PII è stato adottato dal Consiglio comunale ed è in variante al Piano di Governo del Territorio ai sensi della L.R. 12/2005, anche se una riperimetrazione ha escluso circa 29.900 metri quadrati, che resteranno agricoli.

Dal punto di vista economico, l’operazione porta con sé un pacchetto consistente di opere e risorse: oneri di urbanizzazione per circa 4,5 milioni di euro, la realizzazione di nuovi edifici comunali – tra cui un magazzino e la sede della Polizia locale – e fondi utilizzabili anche per la futura piscina comunale. Un valore complessivo stimato intorno ai 10 milioni di euro, che l’Amministrazione ha ritenuto sufficiente a giustificare la trasformazione di questa ampia porzione di territorio.

L’area ex IBM: rigenerazione urbana, ma non senza criticità

Area ex IBM. Inquadramento dell'area rispetto al contesto locale

Un secondo intervento riguarda l’area ex IBM di Velasca, lungo via Kennedy. Qui il contesto è diverso: non si parla di consumo di nuovo suolo agricolo, ma di rigenerazione urbana di un comparto produttivo esistente, da tempo in declino.

Il progetto prevede la demolizione dei vecchi capannoni e la realizzazione di nuove strutture digitali e uffici tecnologici, sfruttando le infrastrutture di rete ed energia già presenti. Proprio per questo motivo, l’intervento viene spesso percepito come meno impattante rispetto ad altri.

Il Comitato Ferma Ecomostro invita però a guardare oltre questa lettura semplificata: “Sull’area ex IBM verranno stoccati quasi 6 milioni di litri di carburante per alimentare 133 generatori. Questi dati emergono chiaramente dalla VIA.”

Un elemento che apre interrogativi importanti, soprattutto considerando il contesto idrogeologico dell’area: “In un’area classificata ad alto grado di pericolosità rispetto al fenomeno degli occhi pollini, e senza un’adeguata documentazione sulle ricadute sui piani di gestione alluvionali, stoccare 6.000 metri cubi di carburante potrebbe rappresentare un rischio concreto. Il caso del Lambro dovrebbe farci riflettere.”

Non a caso, su questi aspetti sono arrivate richieste di maggiori garanzie sia da Regione Lombardia sia dal Ministero della Sanità.

A questo scenario si aggiunge un’ulteriore ipotesi, ancora incerta ma significativa: “È stata chiesta autorizzazione anche per un terzo data center nel Quartiere Torri, nell’area ex Telettra. La sua realizzazione, però, non è ancora definita.”

La centrale Terna nel Parco P.A.N.E.: il vero punto di frattura

Area ex IBM e Centrale. Inquadramento dell'area attraversata dall'elettrodotto

Il nodo più critico dell’intera vicenda resta però la nuova centrale elettrica Terna, necessaria ad alimentare contemporaneamente i data center previsti sul territorio comunale.

La centrale dovrebbe sorgere in un’area agricola compresa tra Cascina Gargantini e la località Rossino, all’interno del Parco Agricolo Nord Est. L’impianto occuperebbe una superficie di circa 19.355 metri quadrati e sarebbe collegato a nuove linee elettriche aeree e interrate a 220 kV.

Comune di Vimercate e Parco P.A.N.E. hanno espresso parere negativo al progetto. Nonostante ciò, Terna ha attivato una Conferenza dei servizi decisoria presso il Ministero dell’Ambiente, che porterà a una variante al PGT d’ufficio, superando la contrarietà dell’ente locale. Regione Lombardia e Soprintendenza hanno già espresso pareri favorevoli, e le aree agricole interessate saranno espropriate.

Il Comitato chiarisce che la dimensione e la collocazione della centrale non sono casuali: “Il fatto di dover alimentare tre data center comporta necessariamente una sottostazione di servizi di queste dimensioni, collocata proprio in quel punto del Parco P.A.N.E. per garantire i tre collegamenti contemporaneamente.”

È stata inoltre respinta la proposta alternativa avanzata dal Comune, che prevedeva tre centrali più piccole, ciascuna all’interno delle aree dei singoli data center e al di fuori del Parco.

Impatti cumulativi e assenza di una visione complessiva

Collocazione di AT.6 (in basso) rispetto all'area di progetto ex IBM (in alto)

Ogni intervento viene oggi valutato singolarmente, come se fosse un episodio isolato, ma ciò che continua a mancare è una valutazione complessiva degli effetti che questi progetti producono nel loro insieme. Il consumo di suolo diretto e indiretto, il fabbisogno energetico complessivo, i rischi ambientali e idrogeologici, la pressione sulle risorse idriche e le infrastrutture necessarie a sostenere un polo energetico-digitale di queste dimensioni non vengono affrontati in modo unitario.

Il Comitato Ferma Ecomostro sottolinea che la propria preoccupazione principale non riguarda tanto l’intensità energetica del territorio, quanto la perdita irreversibile di suolo agricolo, in particolare quando questa avviene all’interno di un parco: “Siamo più amareggiati dal nuovo consumo di suolo che comporterà la sottostazione di servizi, collocata in un’area oggi libera e agricola all’interno del Parco, rispetto alla cosiddetta intensità energetica del territorio.”

Il Comitato introduce inoltre una distinzione importante tra interventi di riqualificazione e nuovo consumo di suolo: “Riqualificare un’area produttiva trascurata come l’ex IBM, di proprietà privata, può essere accettabile rispetto a realizzare nuove opere che devastano un Parco, come potrebbe avvenire con Pedemontana.”

A rendere ancora più complesso il quadro è la frammentazione degli iter autorizzativi e decisionali. La mancanza di una strategia nazionale chiara e trasparente per lo sviluppo dei data center – capace di tenere insieme sicurezza informatica, politica industriale, ambiente ed energia – genera incertezza e lascia irrisolti interrogativi fondamentali sul senso complessivo di queste operazioni.

Come osserva il Comitato: “Opere di questo tipo dovrebbero rientrare in una strategia nazionale per la sicurezza informatica, lo sviluppo industriale, l’ambiente e l’energia, che tenga conto di tutti i fattori in gioco, incluso il suolo.”

L’assenza di una visione unitaria solleva dubbi anche sul reale ritorno per i territori che ospitano queste infrastrutture: “Questa mancanza di visione mette dubbi anche sugli investitori: i benefici maggiori andranno a Big Tech straniere o contribuiranno davvero allo sviluppo della nostra economia?”

Secondo il Comitato, questa impostazione rischia inoltre di svuotare di significato gli strumenti di pianificazione locale: “Si rischia di rendere vani i piani territoriali comunali, causando frustrazione negli amministratori e sfiducia nei cittadini, che si sentono ancora una volta non adeguatamente tutelati.”

A questa carenza di indirizzo strategico si affianca un quadro normativo giudicato insufficiente: “La normativa sui data center è insufficiente e lacunosa e rischia di lasciare i Comuni soli di fronte a nuove forme di consumo di suolo.”

Una situazione che contribuisce ad alimentare un diffuso senso di impotenza nelle comunità coinvolte: “Ancora una volta i territori e i cittadini si sentono oppressi e costretti ad accettare opere imposte, che sottraggono aree verdi e minano la qualità della vita e il benessere psico-fisico delle comunità.”

Da qui nasce una riflessione che va oltre i singoli progetti e chiama in causa anche gli stili di vita contemporanei e le scelte quotidiane che alimentano una domanda crescente di infrastrutture digitali sempre più energivore: “Continuare ad acquistare case nuove, fare acquisti online, conservare milioni di dati, alimentare sistemi sempre più energivori ha conseguenze dirette sul consumo di suolo, il quale difficilmente si arresterà.”

Per questo, conclude il Comitato Ferma Ecomostro, diventa centrale il ruolo dell’informazione e della consapevolezza collettiva: “Insistiamo sull’informazione e sulla cultura per diffondere senso critico su temi che ricadono sull’intera collettività e sulla tutela dei beni comuni.”

Fonte immagini: "Studio di Impatto Ambientale" area ex IBM

lunedì 5 gennaio 2026

Un nuovo libro sulla vicenda del Monte San Primo


Un nuovo libro - da poco uscito in libreria - descrive la storia e la bellezza del monte San Primo - la montagna più alta del Triangolo Lariano -, ma parla anche del contestato progetto che prevede il ripristino dello sci a bassa quota nella località San Primo di Bellagio. Il libro si intitola San Primo – una montagna straordinaria, un progetto da riconsiderare (Chimera Editore); l’autrice è l’architetto Nunzia Rondanini, membro attivo del Coordinamento ‘Salviamo il Monte San Primo’.

Nel libro l’autrice riporta la sua esperienza personale, avendo frequentato fin da bambina la stessa località San Primo. La zona è nota fin dalla metà del secolo scorso come località sciistica, poi progressivamente caduta in abbandono, soprattutto a causa della crisi climatica che - dall’inizio degli anni 2000 - ha determinato una sicura diminuzione dell'innevamento naturale sul San Primo, fino a giungere alla definitiva chiusura dei vecchi impianti sciistici, oggi in stato di totale abbandono. Nella seconda parte il libro racconta del nuovo progetto - ipotizzato a partire dal 2022 - che prevede di riportare lo sci e l’innevamento artificiale sul San Primo. Come noto, il progetto è fortemente contrastato dal Coordinamento ‘Salviamo Il Monte San Primo’,  - formato da 39 associazioni – che ha raccolto oltre 4 mila firme contro il progetto stesso.

Di seguito la presentazione del nuovo libro.

Il monte San Primo è la cima più alta del Triangolo Lariano. Il monte e l’area a esso circostante costituiscono un ambiente di unica bellezza molto caro agli amanti della natura e dei paesaggi prealpini. Nel libro San Primo – una montagna straordinaria, un progetto da riconsiderare (Chimera Editore), l’autrice Nunzia Rondanini evoca vivacemente il mondo del San Primo, dai primi riferimenti storici agli anni del dopoguerra, fino ai tempi recenti.

Il libro descrive poi il contestato progetto - promosso dalla Comunità Montana Triangolo Lariano e dal Comune di Bellagio - inteso a “promuovere lo sviluppo” dell’area. Questo progetto include interventi altamente invasivi per l’ambiente montano, che altererebbero profondamente la natura dei luoghi. Tra l’altro, il piano prevede di realizzare tre piste sciistiche con relativi impianti di innevamento, che non solo danneggerebbero l’ambiente, ma, date le condizioni climatiche, non avrebbero alcuna sostenibilità economica a 1200 metri di altitudine.  

Rondanini riassume poi proposte alternative per il monte San Primo e del suo borgo che siano rispettose dell’ambiente ed economicamente viabili, ottimizzando il suo potenziale come luogo di rifugio naturale e di godimento escursionistico. Queste proposte alternative riflettono l’impegno del Coordinamento ‘Salviamo Il Monte San Primo’, un gruppo costituito da ben 39 associazioni della società civile che si sono mobilitate per riorientare una iniziativa sconsiderata. Il Coordinamento ha lanciato un appello che ha raccolto più di 4 mila firme certificate e recentemente ha presentato le proprie istanze alle Commissioni Territorio e Ambiente della Regione Lombardia.

San Primo – una montagna straordinaria, un progetto da riconsiderare”  è un libro chiaro e agile che interesserà gli amanti del San Primo e tutti coloro che auspicano uno sviluppo armonioso e responsabile delle nostre straordinarie montagne.

domenica 4 gennaio 2026

Arosio riscopre il territorio con il corso di Brianzologia


Il Comune di Arosio, in collaborazione con l’Università del Tempo Libero, propone per il nuovo anno un affascinante percorso culturale dedicato alla conoscenza del territorio: “Brianzologia”, un ciclo di incontri pensato per approfondire la storia, le tradizioni, l’ambiente e l’identità della Brianza.

Il corso si sviluppa attraverso nove appuntamenti, in programma da gennaio a maggio, sempre di lunedì alle ore 15.00, e si rivolge non solo agli iscritti all’UTL ma anche a tutti i cittadini interessati. Gli incontri si terranno presso la Sala Polifunzionale di via Casati 1 ad Arosio.

Il percorso si apre il 12 gennaio con una riflessione introduttiva su Brianzologia e i confini della Brianza, a cura di Paolo Pirola e Giovanni Santambrogio, per poi proseguire il 26 gennaio con Sacro, magia e tradizioni in Brianza, tenuto da Franca Pirovano.

Nel mese di febbraio, il 9 febbraio sarà dedicato a Medici e guaritori con Vittorio Sironi, mentre il 23 febbraio Fabio Galimberti guiderà il pubblico alla scoperta di Regoi e munda: erbe e dialetto.

Il calendario di marzo prevede due appuntamenti: il 9 marzo con Il Lambro: epopea di un fiume, a cura di Paolo Pirola e Marco Ciceri, e il 23 marzo con Le Brianze di Stendhal, incontro letterario con Sara Pozzi e Giovanni Santambrogio.

Il corso prosegue il 20 aprile con La Brianza nelle foto di Giuseppe Croci, presentato da Zeno Celotto, per concludersi il 5 maggio con Briosco, Arosio e i mulini sul Lambro, incontro curato da Domenico Flavio Ronzoni.

“Brianzologia” si propone come un’occasione preziosa per riscoprire il territorio attraverso voci autorevoli e punti di vista diversi, intrecciando storia, antropologia, lingua, letteratura e memoria collettiva. Un viaggio culturale che valorizza l’identità brianzola e invita a guardare con occhi nuovi luoghi, tradizioni e racconti spesso dati per scontati.

Clima, città e interesse pubblico: una lezione dal passato per l’urbanistica climatica di oggi


Quando oggi parliamo di città spugna, di depavimentazione e di adattamento climatico, pensiamo spesso a politiche nuove, nate dall’urgenza della crisi climatica contemporanea. Eppure, la relazione tra clima, salute pubblica e forma urbana ha radici profonde. Un esempio sorprendentemente attuale ci viene dalla Milano tra Sette e Ottocento, come mostra il saggio "Clima e pubblica utilità. Raccolta delle acque meteoriche e costruzione dello spazio urbano nella Milano napoleonica" di Romain Iliou pubblicato da Edizioni Casagrande.

Tra età asburgica e periodo napoleonico, il clima non era considerato solo un fenomeno naturale, ma un elemento governabile attraverso norme, architettura e infrastrutture. Seguendo la lezione di Montesquieu, si riteneva che le leggi dovessero “uniformarsi al fisico del clima” e, se necessario, correggerne gli effetti nocivi.

Come scrive Antonio Genovesi nel XVIII secolo, citato da Iliou, «il Governo può correggere gli effetti del clima».

La città diventava così uno strumento politico e tecnico per migliorare la salute collettiva, soprattutto attraverso il controllo dell’aria e dell’acqua.

Il cuore della riflessione riguarda la raccolta delle acque meteoriche. Nel 1808 un decreto reale impose ai proprietari l’obbligo di convogliare l’acqua piovana dai tetti verso canali sotterranei, costruiti a spese del Comune. L’obiettivo era chiaro: asciugare l’atmosfera urbana, evitare ristagni, cattivi odori e malattie.

La salubrità dell’aria, allora, era valutata soprattutto in base agli odori: governare la città significava garantire “una buona ventilazione con un’aria deodorizzata o, come si diceva, disinfettata” 

Strade più larghe, pendenze regolari, piazze aperte e fognature efficienti erano strumenti di politica sanitaria prima ancora che di decoro urbano.

Queste trasformazioni non furono indolori. Il principio di pubblica utilità giustificò espropri, riallineamenti e profonde modifiche dello spazio urbano. Le leggi napoleoniche sancirono il diritto dello Stato a sacrificare la proprietà privata in nome dell’interesse collettivo, purché con indennizzo.

La città veniva così ripensata come macchina climatica: un sistema tecnico capace di ventilare, drenare e rendere produttivo l’ambiente urbano.

Ed è qui che emerge un paradosso affascinante. Le politiche attuali del Piano Aria e Clima del Comune di Milano (2021) puntano a obiettivi quasi opposti rispetto a quelli ottocenteschi: ridurre l’afflusso di acqua piovana nelle fognature, aumentare la permeabilità del suolo, favorire l’evapotraspirazione.

Come osserva Iliou, le strategie contemporanee “contravvengono a quelle del decreto reale dell’11 agosto 1808”.

Ieri si voleva asciugare la città; oggi vogliamo restituirle acqua, ombra e umidità per contrastare le isole di calore.

La lezione che possiamo trarre è chiara: il clima è sempre stato una questione politica e urbana. Cambiano le conoscenze scientifiche e le priorità, ma resta centrale il ruolo dello spazio pubblico come strumento di adattamento ambientale.

Rileggere queste esperienze storiche ci aiuta a capire che le scelte urbanistiche non sono mai neutrali. Anche oggi, come due secoli fa, progettare strade, piazze e infrastrutture significa decidere che tipo di clima vogliamo abitare.

Fonte:
Romain Iliou, Clima e pubblica utilità. Raccolta delle acque meteoriche e costruzione dello spazio urbano nella Milano napoleonica, in Costruire, trasformare, controllare. Legal transfer e gestione dello spazio nel primo Ottocento, Edizioni Casagrande, 2022, pp. 122–146