venerdì 6 febbraio 2026

Pedemontana, il pedaggio che punisce chi vive in Brianza


Casello autostrada Milano-Laghi, 1924. Fonte: Wikipedia

Pubblichiamo questo interessante contributo di Luciano Minotti pur partendo da una valutazione di fondo diversa da quella espressa nell’incipit dell’autore.
Come Brianza Centrale abbiamo sempre sostenuto che l’autostrada Pedemontana non dovesse essere realizzata: i problemi di collegamento Est-Ovest esistono, ma avrebbero potuto essere affrontati con soluzioni meno impattanti dal punto di vista ambientale, territoriale ed economico.

Detto questo, l’opera è ormai in costruzione e riteniamo doveroso intervenire su ciò che è ancora possibile correggere, per limitare almeno in parte la devastazione in corso e le ricadute negative sul territorio.

Il tema affrontato da Minotti è quindi centrale e pienamente condivisibile: non si può punire due volte la Brianza, prima con un’infrastruttura fortemente impattante e poi imponendo tariffe spropositate a cittadini e imprese che quotidianamente si muovono all’interno di un’area densamente urbanizzata. Se le tariffe oggi prospettate venissero confermate, il rischio sarebbe quello di un aumento del traffico locale sulle strade ordinarie, trasformando l’autostrada in una beffa oltre che in un danno.



MA QUANTO È CARA L’AUTOSTRADA PEDEMONTANA!
TARIFFE A CONFRONTO CON IL PONTE SULLO STRETTO



di Luciano Minotti

Non penso che l’autostrada Pedemontana possa essere qualificata come un’opera inutile.
Certamente, poteva essere concepita come infrastruttura più leggera, con meno criticità in quanto a fattibilità economico-finanziaria e a sostenibilità ambientale, ma è innegabile che la sua realizzazione interviene a colmare un fabbisogno storico di mobilità stradale nel Nord Milano e in Brianza, in particolare per quanto riguarda i collegamenti Est-Ovest.

Di problemi aperti ce ne sono ancora molti. Tra questi la questione della tratta terminale (D lunga o D breve), senza la quale il nuovo sistema autostradale non può funzionare, perché va a sbattere a Vimercate, e la questione delle compensazioni ambientali (che fine hanno fatto la Greenway e i soldi stanziati per la sua realizzazione?).


Un altro problema molto importante riguarda le tariffe ed è questo il tema trattato nelle presenti note.

La Pedemontana nel tratto brianzolo è molto diversa dalle normali autostrade, realizzate per essere utilizzate per gli spostamenti medio-lunghi. La Pedemontana, nel tratto che attraversa la conurbazione della Brianza, è una “autostrada urbana”, che verrà utilizzata soprattutto per gli spostamenti brevi dai cittadini e dalle imprese che abitano la “città della Brianza”.

Non è azzardato prevedere che l’applicazione di una tariffa elevata, come deciso, renderà meno attrattiva la nuova infrastruttura, con il risultato che rimarrà ancora troppo traffico a intasare le strade esistenti e i centri abitati.

Non è un caso che i sistemi tangenziali-autostradali delle grandi città italiane (Milano, Roma, Napoli, Venezia-Mestre, …) ed anche europee siano in tutto o in parte liberi da pedaggi, a differenza del resto della rete autostradale che è a pagamento.

Si può prevedere una tariffa meno cara? Certamente sì, ma poiché siamo in una logica di “finanza di progetto”, va garantito l’equilibrio del piano economico-finanziario e per far questo non bastano provvedimenti come le garanzie prestate dalla Regione sul rischio traffico. Sarebbe necessario un maggior contributo a fondo perso da parte dello Stato, che compensi i minor ricavi da tariffa. Finora l’unico contributo pubblico è stato quello del Governo Prodi per 1,2 miliardi.

Al punto in cui siamo, pare poco realistico pensare di rivedere l’intera impostazione tariffaria della Pedemontana. Pur tuttavia, almeno su una questione è indispensabile un ripensamento.

Mi riferisco al pedaggio che verrà imposto sul tratto della superstrada MI-Meda-Lentate, che sarà trasformato in autostrada Pedemontana.

Questa superstrada, costruita dalla Provincia tra gli anni Sessanta e Ottanta, è (assieme alla ex Vallassina-SS36) la strada principale di cui dispongono i cittadini e le imprese per muoversi nella città della Brianza. Introdurre l’obbligo di pagare, senza offrire valide alternative, rappresenta una grave lesione dei diritti dei cittadini-utenti.

Oltre a dover pagare, gli utenti saranno anche in grave difficoltà a raggiungere la nuova autostrada. Infatti, oggi da Bovisio a Meda la superstrada ha tre svincoli per entrare/uscire. Con la trasformazione in autostrada questi svincoli spariranno e ce ne sarà solo uno tra Cesano e Seveso, che però permette solo le direzioni da/per Milano. Bastava fare come per la A52 Rho-Monza, realizzando anche qui un sistema di controstrade che permettesse di raggiungere facilmente gli svincoli autostradali e che garantisse i brevi spostamenti locali intraurbani senza dover pagare il pedaggio.

Da notare, poi, che coloro che da Lentate o Meda devono andare a Milano saranno costretti a pagare il tratto della superstrada trasformato in autostrada, dopo di che, una volta arrivati a Cesano M., si troveranno bloccati sulla vecchia superstrada, più intasata e pericolosa di quanto non sia già oggi. Si spendono 5 miliardi per fare una nuova autostrada e nessuno si preoccupa di trovare 100 milioni per riqualificare una superstrada in condizioni pietose! Una riqualificazione per la quale esiste già da tempo un progetto della Provincia di Milano e della Regione, ma che è rimasto nei cassetti.


Dal punto di vista tecnico non è difficile trovare una soluzione al problema delle tariffe elevate. Con il sistema di pagamento elettronico (free flow) è possibile diversificare la politica tariffaria. Per esempio, non pagano niente o pagano decisamente meno i veicoli che fanno spostamenti locali o spostamenti sistematici (pendolari), oppure i mezzi intestati a residenti locali. Insomma, basta scegliere e quindi adattare il software del sistema di esazione alle scelte.

E qui ritorna, sia pur in minor misura, la questione prima accennata dei minor ricavi e del conseguente disavanzo nel piano finanziario della società Pedemontana, che dovrebbe essere coperto dal contributo pubblico.

D’altra parte, se nel nostro Paese sono necessarie opere infrastrutturali e se queste non sono sufficientemente “calde” da autofinanziarsi, non ci sono molte alternative: o non si fanno o si fanno trovando quel giusto equilibrio tra investimento pubblico e privato dal quale dipende l’applicazione di tariffe sostenibili per gli utenti.

Veniamo, per finire, a una valutazione che non è solo tecnica, ma anche politica.

Per fare il Ponte sullo Stretto si spenderanno circa 15 miliardi e per attraversarlo si sta discutendo del pagamento di una tariffa che dovrebbe essere, per le auto, di 7,86 euro con andata/ritorno nella stessa giornata.

Per la tratta della Pedemontana che attraversa la Brianza (34 km da Lentate a Vimercate, costo 2,3 miliardi) si pagherà 11,50 euro per auto andata e ritorno.

Praticamente, costerà decisamente di più attraversare la Brianza che non attraversare lo Stretto di Messina.

Questo confrontando le tariffe in termini di valore assoluto. Se il confronto lo facciamo in termini relativi, rapportando il costo della tariffa al costo di investimento dell’opera infrastrutturale (più costa l’opera, più dovresti pagare per usarla), il risultato è sorprendente.

Per attraversare il Ponte di Messina la tariffa sarà di 0,52 euro per ogni miliardo di costo dell’opera. Chi utilizzerà la Pedemontana da Lentate a Vimercate spenderà 5,0 euro per miliardo di costo dell’opera; per il solo tratto della MI-Meda-Lentate il risultato cambia poco (4,89 euro per miliardo).

Praticamente, in rapporto ai costi di realizzazione delle opere, le tariffe della Pedemontana saranno dieci volte più care delle tariffe del Ponte sullo Stretto.

Sono dati sui quali c’è molto da riflettere, soprattutto per chi ha sempre dichiarato che il Ponte sullo Stretto non andava fatto e che le risorse prodotte al Nord (e in Brianza) dovevano essere prioritariamente destinate agli investimenti nelle opere pubbliche di cui il Nord (e la Brianza) ha bisogno. 

 

Opera infrastrutturale Costo opera
(mld €)
Pedaggio A/R
(€)
€/mld
Ponte sullo Stretto di Messina 15,0 7,86 0,52
Pedemontana – Lentate / Vimercate 2,3 11,50 5,00
Pedemontana – Lentate / Cesano M.
(superstrada MI-Meda)
0,90 4,40 4,89

martedì 3 febbraio 2026

Dove cadde Guido Brighi. Storia di un partigiano tra Alzate Brianza e Orsenigo

Il figlio più bello. La memoria ritrovata di Guido Brighi

Ci sono storie che restano a lungo sommerse, come relitti silenziosi sotto la superficie del tempo. Poi, all’improvviso, riaffiorano: basta un dettaglio, una coincidenza, il bisogno ostinato di qualcuno di non lasciarle scomparire. Il figlio più bello di Lorenza Pleuteri nasce così, dal riemergere di una vita breve e intensa, quella di Guido Brighi, partigiano.

Guido Brighi era nato nel 1922 in una famiglia della borghesia milanese. Bello, atletico, inquieto: così lo restituiscono i documenti e le poche testimonianze rimaste. Soldato di leva, paracadutista, allo sfascio dell’esercito dopo l’8 settembre non sceglie la via più semplice o più sicura. Non chiede aiuto ai suoi per fuggire all’estero né per nascondersi. Abbandona la divisa e si unisce a un gruppo di coetanei di Cantù, un nucleo partigiano ancora in formazione. È una scelta netta, solitaria, che lo conduce rapidamente alla morte.

Guido viene ferito a morte mentre pattuglia la zona tra Alzate Brianza e Orsenigo, in un campo lungo lo stradone tra Como e Bergamo. Ha solo ventidue anni. Sua madre fa collocare un cippo nel punto esatto in cui è caduto: una fotografia composta, il nome, le date. Un segno di memoria in un luogo dove quasi nessuno sa chi fosse quel ragazzo né da dove venisse. A prendersi cura della stele, per anni, è soltanto il figlio del giardiniere, su richiesta della madre.

Da questo silenzio prende forma il lavoro di Lorenza Pleuteri: un piccolo libro, autoprodotto, che è insieme ricerca storica, ricostruzione paziente e gesto civile. I ventidue anni di Guido Brighi vengono ricomposti frammento dopo frammento: lo stato di famiglia, le pagelle scolastiche, la cartella clinica che certifica il decesso, la casa natale, i luoghi delle vacanze, la testimonianza di un nipote. Accanto ai dati emergono però anche i vuoti: mesi interi di vita di cui non resta traccia, spazi aperti che interrogano il lettore e ricordano quanto la Storia, quella con la maiuscola, sia fatta anche di assenze.

La documentazione ufficiale indica che Guido fu ucciso da fuoco nemico, probabilmente da un colpo esploso da uno dei paracadutisti fascisti accasermati presso il laghetto di Montorfano, aggregati a una unità speciale della Xª MAS. Ma l’autrice non nasconde le incertezze, le zone d’ombra, le versioni mancanti. I capitoli finali sono ricostruiti attraverso atti e fonti istituzionali e di parte; delle eventuali versioni “dall’altra parte” non si sa ancora nulla. Le ricerche, dichiara Pleuteri, non sono concluse: le reti gettate nei “mari neri” della memoria fascista non hanno ancora restituito risposte. Il libro resta volutamente aperto, disponibile ad accogliere nuovi contributi.

Il figlio più bello non è solo il racconto di una morte, ma il tentativo di restituire dignità e voce a una scelta: quella di un giovane che, nel caos del 1943, decide da che parte stare. È un libro breve, essenziale, ma attraversato da una profonda consapevolezza etica: ricordare non significa chiudere i conti con il passato, bensì continuare a interrogarlo.

Il volume, autoprodotto nel 2025, è acquistabile al prezzo simbolico di 5 euro (cliccare qui). La storia di Guido Brighi è raccontata anche dalla giornalista Vera Paggi nel podcast Mille papaveri rossi, disponibile su Distoriainstoria.it. Un’ulteriore occasione per ascoltare, da più voci, una memoria che chiede di non essere dimenticata.

Approdo per noi naufraghi: Elena Basile a Seregno per costruire la pace


Un approdo esiste, anche nel tempo della tempesta. È da questa convinzione che prende le mosse l’incontro dedicato alla presentazione del libro “Approdo per noi naufraghi”. Come costruire la pace di Elena Basile, in programma sabato 14 febbraio 2026 alle ore 17, presso la Sala Mons. Gandini di Seregno (via XXIV Maggio). L’iniziativa, a ingresso libero e gratuito, si inserisce nel percorso culturale e civile del Sabato Antifascista, promosso dal Comitato Unitario Antifascista “Pierino Romanò”, con il patrocinio della Città di Seregno e in collaborazione con Ubik Seregno.

Diplomatica di carriera dal 1985, con incarichi in Europa, a Stoccolma e Bruxelles, Elena Basile è oggi editorialista de Il Fatto Quotidiano e scrittrice. È una delle voci più critiche della politica estera della NATO e si è distinta per aver denunciato senza ambiguità i crimini di Gaza. Nel suo saggio più recente affronta con lucidità e rigore la crisi del liberalismo democratico e del multilateralismo, interrogando le ragioni di un’Europa che ha smarrito i propri princìpi fondativi.

Approdo per noi naufraghi è un libro che analizza la trasformazione del capitalismo contemporaneo, il trionfo della finanza e la nascita di una società dell’1%, mentre il dialogo tra capitale e lavoro, centrale negli anni Settanta, è stato progressivamente cancellato. L’autrice esamina i meccanismi dell’Unione europea, denunciandone il deficit di legittimità democratica, l’assenza di una reale divisione dei poteri e l’impianto neoliberista sancito dai Trattati di Maastricht, che ha messo ai margini le riforme sociali.

Eppure, nonostante l’orizzonte “tragicamente europeo”, il libro non cede al pessimismo. Al contrario, indica una direzione di marcia possibile: un cambio di paradigma fondato su cooperazione, solidarietà e pace in un mondo multipolare, nel quale l’Europa possa ritrovare il proprio ruolo. Multilateralismo senza doppi standard, dialogo interculturale e interreligioso, diritto contro la forza, giustizia sociale e mediazione diplomatica sono obiettivi ancora vivi e necessari.

L’incontro di Seregno sarà dunque non solo la presentazione di un libro, ma un’occasione di confronto pubblico su come contrastare la barbarie che avanza e su come ripartire dai valori umanistici e dai princìpi delle costituzioni democratiche europee. Perché, come ricorda Basile, i naufraghi possono ancora salvarsi: riconoscere la tempesta è il primo passo per cercare insieme un approdo.

lunedì 2 febbraio 2026

Memoria operaia e deportazione: a Mariano Comense la presentazione di “E poi torno anch’io”


Giovedì 5 febbraio 2026 alle ore 21.00, presso la Sala Civica di Mariano Comense, si terrà la presentazione del libro “E poi torno anch’io. La storia di cinque operai deportati da Mauthausen” di Vera Paggi e Lorenza Pleuteri, nell’ambito delle iniziative per il Giorno della Memoria promosse da A.N.P.I. – Sezione Erminio Nava Mariano Comense – Cantù. L’evento è patrocinato dalla Città di Mariano Comense ed è a ingresso libero e gratuito.

Il libro riporta al centro una storia di resistenza operaia, repressione fascista e deportazione nazista: una memoria scomoda, spesso marginalizzata, che parla di scioperi, lavoro e antifascismo.

Cinque operai, uno sciopero, una condanna a morte

“E poi torno anch’io”, dice alla moglie uno degli operai prima della deportazione. È l’8 marzo 1944 quando da Firenze parte un treno diretto al lager di Mauthausen. A bordo ci sono anche cinque lavoratori della Sitca – Cartiera Cini, arrestati per aver partecipato al più grande sciopero della Seconda guerra mondiale contro il regime fascista e l’occupazione nazista.

Insieme a loro vengono arrestate settantadue colleghe. Le donne saranno liberate. Gli uomini no: moriranno a Mauthausen. Una punizione esemplare per chi aveva osato incrociare le braccia, rivendicare dignità, opporsi.

Attraverso documenti d’archivio, atti giudiziari, testimonianze familiari, Paggi e Pleuteri ricostruiscono le brevi vite di questi lavoratori e la catena di responsabilità che li ha portati alla deportazione, mettendo in luce anche la giustizia mancata del dopoguerra.

Le donne che tengono viva la memoria

Quella raccontata in “E poi torno anch’io” è anche una storia di donne: colleghe, mogli, figlie e nipoti che hanno custodito e tramandato la memoria di quegli uomini. Una memoria tenuta viva dal basso, lontano dalle celebrazioni ufficiali, che oggi diventa racconto collettivo.

Il volume è corredato da un documentario audio, accessibile tramite QR code, che restituisce voce e profondità emotiva a una vicenda che parla direttamente al presente.

Raccontare queste storie significa ricordare che il fascismo non ha colpito solo per odio razziale, ma anche per reprimere il conflitto sociale e il movimento operaio. Significa ribadire che l’antifascismo nasce anche nei luoghi di lavoro, negli scioperi, nella solidarietà tra compagne e compagni.

Informazioni:

  • Sala Civica, Piazza Roma 52 – Mariano Comense (CO)
  • Mercoledì 5 febbraio 2024
  • Ore 21.00 – 23.00
  • Ingresso libero e gratuito

L’Oasi WWF del Bassone compie 50 anni: un patrimonio naturale ai margini di Como


Cinquant’anni di tutela, biodiversità e volontariato. L’Oasi WWF del Bassone – Torbiere di Albate festeggia un traguardo importante e lo fa nel giorno simbolo delle zone umide: il 2 febbraio, anniversario della Convenzione internazionale di Ramsar. A raccontare la ricorrenza ai microfoni di Radio Ciao Como è stato Gianni Del Pero, geologo e volontario WWF, collegato direttamente dall’osservatorio dell’oasi.

«Mi trovo sulla torre dell’osservatorio, all’interno del lago grande dell’Oasi WWF del Bassone», ha spiegato Del Pero. «Quest’anno l’oasi compie 50 anni e oggi celebriamo anche il cinquantesimo anniversario della Convenzione di Ramsar, con cui si è riconosciuto a livello mondiale il ruolo fondamentale delle zone umide per l’ambiente e la biodiversità».


L’Oasi del Bassone è stata formalmente istituita il 13 aprile 1976 grazie a una convenzione tra Regione Lombardia e WWF Lombardia, diventando una delle prime aree protette di questo tipo sul territorio comasco.

Novanta ettari di ambiente naturale, modellati in 40 mila anni di storia, dove la presenza umana ha lasciato segni minimi. Un patrimonio che oggi ospita una biodiversità straordinaria.

«Al Bassone abbiamo oltre 280 specie animali, prevalentemente uccelli, soprattutto acquatici, ma non solo», ha raccontato Del Pero. «È un luogo che è stato riconosciuto e scelto dalla biodiversità in modo eccezionale: qui gli animali vivono e si riproducono».

Accanto alla fauna, anche la vegetazione è parte integrante dell’equilibrio dell’oasi: boschi e ambienti ripariali, con la presenza caratteristica degli ontani, piante tipiche delle zone umide capaci di crescere a diretto contatto con l’acqua.


Alla domanda sullo stato di salute dell’oasi, la risposta è chiara: «Sta molto bene, a patto che venga conosciuta e rispettata». Da qui l’impegno del WWF, in collaborazione con la Provincia di Como, per realizzare una rete di sentieri che consenta una fruizione responsabile.

«Stiamo creando percorsi che permettano di godere di questo patrimonio senza impattare sull’ambiente e senza disturbare gli animali, perché questa è casa loro», ha sottolineato Del Pero. «È un patrimonio di tutti: di Albate, di Como, della Lombardia e, di fatto, dell’intera collettività».


La giornata di celebrazioni è stata anche un momento di memoria. Durante l’escursione organizzata per l’anniversario, i volontari hanno ricordato Antonio Bossi, storico educatore ambientale del WWF.

«Antonio Bossi ha iniziato qui la sua attività, realizzando i primi pannelli dell’aula natura», ha ricordato Del Pero. «La sua passione e le sue competenze hanno fatto nascere l’amore per il Bassone che ancora oggi ci accompagna».

In suo ricordo sono stati piantati alberi e arbusti all’ingresso dell’oasi, «un segno che resterà per le generazioni future».

Come visitare l’oasi

Il WWF invita a raggiungere l’area preferibilmente a piedi, anche dalle stazioni delle Ferrovie Nord, oppure lasciando l’auto all’esterno dell’oasi, in zona via Al Piano, nei pressi di Cascina Bengasi. La segnaletica turistica provinciale guida i visitatori fino agli ingressi.

I sentieri interni sono accessibili solo in alcuni periodi dell’anno, in base alle esigenze della fauna, mentre il percorso perimetrale è sempre fruibile.


«Venite a visitare l’Oasi del Bassone»
, è l’invito finale di Del Pero, «ma fatelo con rispetto. E seguite il WWF: organizzeremo nuove escursioni e occasioni per conoscere questo luogo straordinario».

Un angolo di natura preziosa, a pochi passi dalla città, che da mezzo secolo racconta quanto sia possibile convivere con l’ambiente, se lo si ascolta e lo si tutela.

Olimpiadi invernali 2026: anche in Brianza si spegne la fiaccola dell’ipocrisia

Immagine tratta dal web

In occasione del passaggio della Fiamma Olimpica ad Arcore e Lesmo, previsto per martedì 3 febbraio, diverse realtà ambientaliste e civiche del territorio brianzolo hanno diffuso un comunicato congiunto per denunciare l’impatto economico, ambientale e sociale delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026.

A promuovere l’iniziativa sono Legambiente – Circolo Gaia Usmate Velate, AssoColli – Associazione Parco dei Colli Briantei e il Comitato No Pedemontana Arcore Camparada, attivi da anni nella difesa del territorio e del paesaggio locale.

Le associazioni chiariscono fin da subito che la contestazione non è rivolta allo sport o ai valori olimpici, bensì al modello di sviluppo che l’evento sta imponendo ai territori ospitanti: «Contestare il passaggio della fiaccola non è un attacco alle Olimpiadi in quanto tali, ma un desiderio di difendere il loro significato e valore intrinseco di rispetto, pace, amicizia fra i popoli e spirito sportivo».

Uno dei punti centrali del comunicato riguarda i costi economici delle opere connesse ai Giochi. Secondo le associazioni, la spesa complessiva ha già superato di oltre un miliardo di euro le previsioni iniziali, senza garantire benefici duraturi per la collettività: «Soldi che verranno presi dalle nostre tasse per realizzare infrastrutture non strutturali, che non danno benefici alla collettività sul lungo periodo».

A preoccupare è anche lo stato di avanzamento dei lavori: oltre la metà delle opere non sarà pronta per l’inizio dei Giochi e molte verranno completate anni dopo, alcune addirittura oltre il 2030.

La corsa contro il tempo ha portato, secondo il comunicato, a una semplificazione delle procedure di appalto, con una riduzione dei controlli su sicurezza, trasparenza e legalità: «Il ritardo ha portato a una riduzione dei controlli sulla sicurezza dei lavoratori e ad un aumento del pericolo di infiltrazioni mafiose».

A questo proposito viene citato anche il lavoro di Libera, che nei suoi report segnala il rischio concreto di assegnazioni opache e di dirottamento di ingenti risorse pubbliche.

Particolarmente duro è il giudizio sull’impatto ambientale delle Olimpiadi invernali. Le Alpi, già duramente colpite dalla crisi climatica, stanno subendo una nuova ondata di infrastrutturazioni invasive: «Le infrastrutture volute per questo evento hanno aumentato la pressione su un territorio già fragile; il rischio concreto è che queste opere siano una pietra tombale per le comunità montane e il loro ambiente».

Tra gli esempi citati figurano la pista da bob di Cortina, realizzata con l’abbattimento di centinaia di larici secolari, e il bacino artificiale sopra Livigno, costruito per garantire l’innevamento artificiale: «Lo stravolgimento del paesaggio serve a sostenere un modello di sviluppo che ha fatto il suo tempo».

Secondo il report Open Olympics 2026, inoltre, i dati sulle emissioni climalteranti legate ai Giochi risultano ancora oggi difficilmente reperibili.

Il comunicato affronta anche il tema dell’impatto sociale e delle contraddizioni etiche legate ai grandi sponsor dell’evento: «Il percorso della fiaccola sarà accompagnato da aziende che cercano di ripulirsi l’immagine, pur essendo coinvolte in azioni di devastazione climatica su larga scala».

Vengono citate esplicitamente Eni e Coca-Cola, accusate di pratiche incompatibili con i valori di sostenibilità e pace che le Olimpiadi dovrebbero rappresentare. Le associazioni denunciano inoltre la presenza ai Giochi di Stati coinvolti in conflitti armati, senza alcuna sanzione, in contrasto con lo spirito olimpico: «Un chiaro tradimento dei valori di pace e rinuncia alla guerra che le Olimpiadi dovrebbero rappresentare».

Il messaggio conclusivo è un invito alla cittadinanza a non limitarsi alla celebrazione simbolica, ma a riflettere criticamente sul significato reale dell’evento: «La fiamma porta con sé guerra, corruzione, spreco e devastazione ambientale».

Per questo Legambiente Circolo Gaia Usmate Velate, AssoColli – Associazione Colli Briantei e il Comitato No Pedemontana Arcore Camparada invitano a una presenza critica durante il passaggio della fiaccola ad Arcore: «Invitiamo la cittadinanza a spegnere la fiaccola dell’ipocrisia».

L’appuntamento è fissato per martedì 3 febbraio, tra le 12.30 e le 13.00, in via Roma ad Arcore, per ribadire che difendere l’ambiente e i territori significa anche rimettere al centro il senso autentico dei valori olimpici.

Olimpiadi Milano-Cortina: quale eredità per i territori?

Presentazione del libro
“Oro colato. L’eredità per pochi delle Olimpiadi di Milano Cortina”
di Luigi Casanova e Duccio Facchini

Un’occasione di approfondimento e confronto pubblico sui costi nascosti, gli impatti ambientali e sociali e le contraddizioni del modello olimpico contemporaneo.

📍 Milano
🗓 Martedì 3 febbraio 2026
🕡 Ore 18.30
📚 Feltrinelli Librerie, viale Sabotino 28

Intervengono:
  • Duccio Facchini, direttore di Altreconomia e co-autore del saggio
  • Paolo Pileri, professore di Usi del suolo ed effetti ambientali – Politecnico di Milano
  • Lucia Tozzi, studiosa di politiche urbane
Modera:
  • Nicola Villa, editor di Altreconomia
👉 In collaborazione con Feltrinelli Librerie

domenica 1 febbraio 2026

Camminare nella storia: torna “Andar per Borghi” con la Martesana di Erba


Riprendono i percorsi alla scoperta del territorio grazie alle iniziative della Martesana di Erba, che inaugura una nuova stagione di cammini culturali e paesaggistici con l’evento “Tra torri, chiese e castelli nell’antica Corte di Casale”, inserito nel ciclo Andar per Borghi.

L’appuntamento è per domenica 8 febbraio, dalle 9.00 alle 13.00, con un itinerario a piedi che attraverserà luoghi di grande valore storico e ambientale tra Bindella, Longone e Cassina Mariaga, nel cuore della Brianza. Un’occasione per riscoprire il territorio con passo lento, osservando il paesaggio e ascoltando racconti, leggende e aneddoti legati all’epoca degli Sforza.

Il percorso, ad anello, partirà dal parcheggio tra via I° Maggio e via A. Meucci e condurrà i partecipanti alla chiesa di San Giorgio a Bindella, alla Torre dei Tagliasacchi di Longone, alla chiesetta di San Bernardino e a Torricella, per poi rientrare al punto di partenza. Un cammino che intreccia storia, arte e natura, valorizzando borghi minori e testimonianze spesso poco conosciute.

La partecipazione è su prenotazione. Per informazioni: 334 87 54 952.