giovedì 12 marzo 2026

Meda: una passeggiata urbana per riscoprire il torrente Tarò e il legame tra donne e acqua


Dopo la partecipata iniziativa della scorsa domenica 8 marzo, il Comitato Parco Regionale Groane - Brughiera torna a proporre a Meda un nuovo momento di incontro tra ambiente, memoria e cultura. Domenica 15 marzo è infatti in programma la seconda passeggiata urbana dedicata al tema “Donna e Acqua”, un percorso che attraverserà il paese seguendo i ponti che scavalcano il torrente Tarò.


L’iniziativa porta il titolo “Ricordando un 22 settembre – Passeggiata urbana per ri-conoscere un torrente” e rappresenta un invito a guardare con occhi nuovi uno dei corsi d’acqua che attraversano la Brughiera e il tessuto urbano di Meda, spesso poco conosciuto o invisibile nella quotidianità.


Il ritrovo è fissato alle ore 14.45 presso il ponte di via Luigi Rho (zona “Svizzera”), nei pressi del civico 13. Da qui i partecipanti inizieranno un itinerario che toccherà diversi punti della città, seguendo idealmente il corso del torrente: via Parini, piazza Cavour, vicolo Tarò, il ponte di via Cialdini, via P. Orsi con il ponte ciclopedonale, via Solferino, via De Amicis, corso Europa e l’area parcheggio sul Tarò accanto alla scuola dell’infanzia Maria Bambina. Il percorso proseguirà poi verso l’area dell’oratorio Santo Crocifisso in piazza del Lavoratore, fino a raggiungere il ponte di via dei Cipressi.


La passeggiata si concluderà intorno alle 16.45, per consentire ai partecipanti di raggiungere la sala civica Radio dove si terrà lo spettacolo teatrale “E l’acqua parlò alle donne”, proposto dal Teatro Vivo Gli Antistress.


Durante il cammino verranno narrati i contenuti degli arazzi realizzati dal gruppo delle Teresine per l’8 marzo, che intrecciano storie, simboli e riflessioni sul rapporto tra donne e acqua.


Allo stesso tempo, la passeggiata offrirà l’occasione per riflettere su ciò che i ponti attraversano: un corso d’acqua che percorre l’intera Brughiera e che nel tempo ha subito trasformazioni, interventi e problemi ambientali. Un modo per comprendere cosa scorre sotto questi ponti – e talvolta purtroppo anche sopra – e per riscoprire l’importanza di questo elemento naturale nel paesaggio locale.

L’obiettivo è anche quello di riportare l’attenzione sul torrente Tarò e sulla necessità di restituirgli vita e dignità, valorizzandolo come patrimonio ambientale del territorio.

Un fine settimana di iniziative



La passeggiata di domenica si inserisce in un programma più ampio dedicato al tema Donna e Acqua. Sabato 14 marzo, alle ore 17.00, presso la Medateca, si terrà infatti il reading “Da’ nome ai miei fiumi”, con letture di testi scritti da donne sul rapporto tra femminile e acqua, a cura del gruppo di lettura degli Amici della Medateca.


Con queste iniziative, gli organizzatori invitano cittadini e appassionati di ambiente a partecipare numerosi a una “escursione urbana” fuori dall’ordinario, capace di unire cultura, memoria e attenzione al territorio.

La passeggiata dello scorso 8 marzo – documentata dalle fotografie che accompagnano questo articolo – ha già mostrato quanto queste occasioni possano diventare momenti preziosi per riscoprire il paesaggio nascosto della città e il valore dei suoi corsi d’acqua.

Nevediversa 2026: Legambiente torna a criticare il progetto sciistico sul Monte San Primo


Il nuovo report “Nevediversa 2026” di Legambiente è stato presentato ieri a Milano. Come di consueto, il documento analizza la situazione del turismo sulle montagne italiane, raccogliendo e studiando scientificamente i dati aggiornati all’ultimo anno, alla luce delle tendenze più generali e di lungo periodo.

Nonostante l’aumento delle temperature, la fusione dei ghiacciai e una neve naturale che fatica sempre più ad arrivare, Legambiente stima che il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continui a sostenere il turismo invernale, lasciando solo briciole di risorse alla riconversione degli impianti abbandonati e alla destagionalizzazione del turismo.

Intanto, su Alpi e Appennini salgono a 273 gli impianti sciistici dismessi. La Lombardia è la seconda regione in Italia per impianti sciistici abbandonati, con 51 località dismesse. In tutta la Penisola risultano 106 quelli chiusi temporaneamente e 98 quelli operativi a singhiozzo, mentre 231 sopravvivono per “accanimento terapeutico”. Gli altri impianti mantengono l’attività solo grazie a bacini artificiali e cannoni spara-neve, con un notevole dispendio di acqua ed energia.

Purtroppo, i riusi e gli smantellamenti restano casi molto sporadici: solo 37 quelli finora conteggiati.

Negli approfondimenti sulla realtà lombarda, il dossier punta di nuovo il dito sul contestato progetto “OltreLario”, che prevede lo sperpero di 5 milioni di euro di fondi pubblici, dei quali circa la metà (2,3 milioni di euro) destinati a riportare lo sci con innevamento artificiale sul Monte San Primo, presso la località Alpe del Borgo, posta a un’altitudine di circa 1.200 metri.

Secondo numerose analisi climatiche, proprio a queste quote si prevede che nevicherà sempre meno e in modo sempre più frammentario, a causa degli effetti del cambiamento climatico.

Considerazioni avvalorate anche dallo studio di analisi climatica condotto dal prof. Mauro Guglielmin, docente di Geografia fisica e Geomorfologia dell’Università degli Studi dell’Insubria, commissionato dal Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”. Lo studio conferma, sulla base degli scenari climatici previsti per i prossimi decenni, che il progetto per riportare lo sci sul San Primo risulta assolutamente sconsigliabile e antieconomico.

Nei giorni scorsi il Coordinamento, formato da 39 associazioni, ha trasmesso lo studio alle Commissioni Ambiente e Territorio della Regione Lombardia, chiedendo al Pirellone di rivedere il progetto e di stralciare proprio la parte relativa allo sci.


Per conoscere i contenuti del report “Nevediversa 2026”:

Informazioni sul progetto “OltreLario” per il Monte San Primo: https://bellagiosanprimo.com/

Lo sci dei 15 giorni: il paradosso del Monte San Primo


Il cambiamento climatico sta trasformando profondamente il futuro del turismo invernale sulle Alpi. Un recente approfondimento pubblicato da tvsvizzera.it mostra come anche in Svizzera – uno dei Paesi simbolo dello sci alpino – molte stazioni stiano ripensando il proprio modello di sviluppo a causa della progressiva riduzione dell’innevamento.

Questa riflessione appare particolarmente significativa se letta in parallelo con il dibattito in corso sul Monte San Primo, sopra Bellagio, dove è stato approvato un progetto di fattibilità per il ripristino degli impianti sciistici. Un’idea che però si scontra con le conclusioni di uno studio scientifico coordinato dal professor Mauro Guglielmin, docente dell’Università degli Studi dell’Insubria, secondo cui lo sci in quell’area sarebbe ormai climaticamente ed economicamente insostenibile.

Guardando proprio all’esperienza svizzera emergono alcuni elementi che possono aiutare a leggere il caso del San Primo.

Uno dei punti centrali dell’analisi pubblicata da tvsvizzera.it riguarda la sostenibilità degli investimenti nelle infrastrutture sciistiche. Gli studi utilizzati dalle stazioni svizzere indicano che, per essere economicamente redditizia, una pista dovrebbe poter contare su almeno 100 giorni di neve con uno spessore minimo di circa 30 centimetri.

Per questo motivo molti investimenti si stanno concentrando nelle località d’alta quota, dove le condizioni climatiche garantiscono ancora una stagione sciistica relativamente stabile. Al contrario, sotto la soglia critica dei circa 1600 metri di altitudine, la situazione diventa molto più incerta.

Il Monte San Primo si colloca proprio in questo scenario di fragilità climatica. Lo studio del professor Guglielmin, basato sui dati disponibili nell’area dell’Alpe Borgo e su rilevazioni dell’ARPA Lombardia, evidenzia infatti un aumento progressivo delle temperature invernali nel Triangolo Lariano e una diminuzione della durata dell’innevamento. Secondo l’analisi, anche ipotizzando un innevamento artificiale, la copertura sciabile potrebbe ridursi a circa 15–17 giorni nel mese di gennaio, rendendo l’impianto «assolutamente antieconomico».

Proprio nelle località a quote più basse, molte stazioni svizzere stanno cercando di ridurre la dipendenza dallo sci. Sempre secondo l’analisi di tvsvizzera.it, alcune destinazioni hanno iniziato a puntare su attività che richiedono meno neve e meno costi di gestione: escursioni invernali, ciaspolate, turismo lento, esperienze naturalistiche o attività sportive alternative.

In alcuni casi si è arrivati a scelte ancora più radicali: località come il Monte Tamaro in Ticino hanno abbandonato completamente lo sci, concentrandosi su un turismo diverso, più legato alla natura e alla fruizione del paesaggio. Questo approccio punta ad attrarre visitatori durante tutto l’anno, riducendo la dipendenza da una stagione invernale sempre più incerta.

Infine, l’esperienza svizzera mostra anche una realtà spesso poco raccontata: molti piccoli impianti hanno semplicemente chiuso. Decine di skilift di villaggio, un tempo molto frequentati, sono ormai inattivi a causa della cronica mancanza di neve. In molti casi restano sul territorio infrastrutture dismesse, difficili e costose da smantellare. È proprio questo scenario che il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, formato da 39 associazioni e sostenuto dallo studio scientifico commissionato all’associazione Simbio, teme possa ripetersi anche sopra Bellagio.

Lo studio coordinato dal professor Guglielmin conclude che le condizioni climatiche attuali e quelle previste nei prossimi 15 anni non consentiranno un innevamento artificiale efficace né la preparazione di piste da sci con le tecnologie attuali.

Il confronto con quanto sta accadendo in Svizzera suggerisce quindi una domanda di fondo: se molte località alpine stanno riducendo gli investimenti nello sci alle quote più basse e diversificando l’offerta turistica, ha ancora senso puntare sul ritorno dello sci in un’area dove gli studi scientifici indicano una stagione sempre più breve?

martedì 10 marzo 2026

Memorie in luce: un percorso partecipativo per ricostruire la storia della ex Clinica Santa Maria di Seregno


Dal recupero di uno spazio urbano può nascere anche il recupero di una memoria collettiva. È con questo spirito che prende avvio “Memorie in luce”, un progetto partecipativo pensato per raccogliere e valorizzare i ricordi legati alla storia della ex Clinica Santa Maria di Seregno, edificio abbandonato da oltre mezzo secolo e oggi al centro di un importante percorso di rigenerazione culturale.

Mentre prosegue la progettazione dello Spazio LuCE (Luca Crippa Experience), il nuovo ambito culturale polifunzionale che sorgerà all’interno della Cappella della storica struttura, prende forma anche un’iniziativa dedicata alla memoria della comunità. L’obiettivo è quello di recuperare testimonianze, racconti e materiali che possano contribuire a ricostruire la storia del luogo e a tramandarla alle generazioni future.

Il progetto è realizzato in collaborazione con Accademia di Belle Arti di Brera e con il Circolo culturale Seregn de la Memoria, con il sostegno di Fondazione Cariplo. Il percorso si articola in tre incontri laboratoriali aperti alla cittadinanza, che si svolgeranno presso il Palazzo Landriani Caponaghi, Sala Crippa, in piazza Martiri della Libertà 1 a Seregno, nelle giornate di venerdì 13, 20 e 27 marzo, sempre alle ore 17.30.


Il primo appuntamento, “Attivare la memoria” (13 marzo), sarà dedicato alla presentazione del progetto e a un primo momento di ascolto, durante il quale verranno raccolte le prime testimonianze e i primi ricordi legati alla ex clinica.

Il secondo incontro, “Raccontare la memoria” (20 marzo), proporrà un laboratorio partecipativo di analisi dei materiali raccolti. I partecipanti saranno coinvolti nella costruzione di didascalie collettive e nella narrazione condivisa delle memorie emerse, contribuendo attivamente alla ricostruzione della storia del luogo.

Il terzo appuntamento, “Tramandare la memoria” (27 marzo), sarà invece un momento di restituzione e confronto sulle testimonianze raccolte, con l’obiettivo di definire l’identità del nuovo archivio online “Memorie in luce”, che conserverà e renderà accessibile il patrimonio di ricordi della comunità.

La partecipazione è aperta a tutti: anche un ricordo breve, una parola o un aneddoto possono diventare tasselli preziosi nella costruzione di una memoria condivisa. Chi lo desidera è invitato a portare fotografie, documenti o altri materiali utili alla ricostruzione della storia della ex Clinica Santa Maria.

Per prenotazioni e informazioni è possibile scrivere a memorieinluce@gmail.com.
È inoltre possibile contribuire compilando il questionario online disponibile al seguente link:
https://forms.gle/DLw8zcWQQ2VWF79V9

Vasca di laminazione del Gandaloglio: piste di cantiere nell’area umida


a cura del Circolo Ambiente "Ilaria Alpi"


Nei giorni scorsi il Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" ha visionato il prosieguo dei lavori per la realizzazione della vasca di laminazione del torrente Gandaloglio a Oggiono, dove al momento sembrano essere state realizzate soprattutto le piste di accesso, tramite lo spargimento sul terreno di materiale che, in teoria, dovrebbe essere inerte, come ghiaia.


Invece sembrerebbe – come si vede nelle allegate – che il fondo sia stato realizzato con materiali di demolizione (per lo più laterizi, piastrelle e anche pezzi di plastica, tra cui tubi corrugati). A tal proposito abbiamo già chiesto una verifica al Parco Valle Lambro (che ha commissionato i lavori di costruzione della vasca di laminazione) e all'Ufficio Tecnico e alla Polizia Locale di Oggiono, il cui territorio è interessato dai lavori in corso.


Oltretutto, una parte del tracciato delle nuove piste di accesso alla vasca di laminazione ha invaso parzialmente la delicata area umida nella zona a confine con la Poncia di Annone Brianza. Questa area umida è caratterizzata dalla presenza di avifauna tutelata, tra cui numerosi esemplari di aironi: airone bianco maggiore, cenerino e guardabuoi, oltre ad altre specie di uccelli migratori. La stessa zona umida vede inoltre la presenza di anfibi di diverse specie.

Come già evidenziato, una porzione dell'area umida è stata invasa dalla nuova pista di accesso, con il rischio di un pesante danno ecologico.


Esiste inoltre un’altra zona umida a confine con il territorio di Sirone, sulla quale è prevista (ma non ancora avviata) la realizzazione di una pista di accesso alla vasca di laminazione, tramite il riempimento di una porzione del piccolo stagno.

È un grave danno compromettere – con i lavori di costruzione delle piste e degli argini della vasca – queste zone umide che, di per sé, svolgono un naturale lavoro di mitigazione idraulica e di salvaguardia degli spazi biologici. Tali aree umide devono essere tutelate in quanto rappresentano uno scrigno di biodiversità, vegetale e faunistica, e pertanto non devono essere intaccate dai lavori per la realizzazione dell’opera.

In tal senso abbiamo già richiesto al Parco Valle Lambro quali valutazioni ambientali siano state effettuate in occasione del progetto e prima dell’avvio dei lavori; attendiamo ora precise risposte dal Parco.

lunedì 9 marzo 2026

Carugo: presentazione del Piano di gestione della Riserva Naturale “Fontana del Guercio”


Il Comune di Carugo invita la cittadinanza a partecipare a un importante momento di approfondimento dedicato alla tutela e alla valorizzazione del principale patrimonio naturalistico del territorio: la riserva naturale Fontana del Guercio.

L’incontro pubblico sarà dedicato alla presentazione del Piano integrato di gestione della riserva, uno strumento fondamentale per definire le strategie di conservazione, protezione ambientale e fruizione sostenibile dell’area.

L’appuntamento è fissato per:

  • Giovedì 12 marzo 2026
  • Ore 20:45
  • Sala civica – Via Garibaldi 6, Carugo

Durante la serata verranno illustrati gli obiettivi e le azioni previste dal piano, che mira a preservare e valorizzare uno dei luoghi naturalistici più significativi della zona.

La presentazione sarà curata dal tecnico incaricato:

  • Nicola Gallinaro, dottore forestale

Collaboreranno inoltre:

  • Angela Gatti, agrotecnico
  • Alberto Chirico, naturalista

La riserva della Fontana del Guercio rappresenta un punto di riferimento ambientale per Carugo e più in generale per la Brianza, ricco di biodiversità e di valore paesaggistico. Il piano di gestione sarà quindi uno strumento essenziale per guidarne la tutela e lo sviluppo nei prossimi anni.

Macherio. Un gioiello medievale in mezzo ai cantieri: la storia dell’oratorio delle Torrette

Una iniziativa in difesa dell'antico Oratorio, 2012

Nei giorni scorsi la comparsa di transenne di cantiere davanti all’oratorio di Santa Margherita alle Torrette, a Bareggia di Macherio, ha suscitato preoccupazione tra molti abitanti della zona.

Il timore era comprensibile. L’area si trova infatti a poca distanza dal cantiere di Pedemontana e dalle zone interessate dai movimenti di terra, e la presenza di un nuovo spazio delimitato proprio di fronte alla chiesetta aveva fatto pensare ad un possibile deposito di terre di scavo.

Foto Andre, 2026

Alcune fotografie diffuse tra i residenti mostravano il retro della chiesa e le transenne nel terreno davanti all’ingresso, accompagnate da commenti preoccupati: “Bareggia davanti alla chiesa delle Torrette. Speravo che quell’area potesse scamparla.”

Le immagini hanno riportato l’attenzione anche sullo stato di conservazione dell’edificio, in particolare su una crepa ben visibile sulla facciata.

Un altro residente ha scritto: “A seguito dell'apertura del nuovo cantiere davanti alla chiesetta alle Torrette di Bareggia, ho fatto qualche foto dello stato in cui è. Temo che con le vibrazioni e le sollecitazioni dei mezzi la situazione possa solo peggiorare.”

Una foto scattata nel 2022 mostra che la crepa era già presente alcuni anni fa. Proprio per questo motivo la prospettiva di nuovi lavori e del passaggio di mezzi pesanti aveva aumentato l’apprensione.

La crepa nella facciata, in questi giorni a sx, e nel 2022 a dx.

Nella giornata di oggi è arrivato però un primo chiarimento: l’area delimitata davanti all’oratorio non sarebbe destinata a deposito di terre, ma diventerebbe un parcheggio a servizio dei residenti di via XXV Aprile. Sempre secondo quanto riferito, sarebbe stata stanziata una cifra significativa per mettere in sicurezza l’oratorio. Una notizia accolta con sollievo anche se resta un tema aperto: la mancanza di informazioni tempestive ai cittadini.

Foto Andre, 2026

Resta tuttavia una riflessione da fare. Se è positivo sapere che l’area non diventerà un deposito di terre di scavo, la realizzazione di un nuovo parcheggio comporta comunque ulteriore consumo di suolo, in un territorio come la Brianza dove gli spazi liberi sono ormai sempre più rari. L’area delle Torrette si trova in un contesto storico di valore, già fortemente segnato dai cantieri della Pedemontana. Per questo motivo sarebbe importante valutare con attenzione soluzioni che limitino l’impermeabilizzazione del suolo, salvaguardando il più possibile il contesto attorno all’antico oratorio e mantenendo viva l’attenzione su un patrimonio storico e ambientale fragile.

Una iniziativa a favore dell'Oratorio delle Torrette, 2012

La preoccupazione per la chiesetta non nasce oggi. Negli anni scorsi l'Associazione Torrette Bini Dosso Boscone di Macherio e il Comitato per l’ampliamento del Parco Brianza Centrale hanno promosso diverse iniziative per difendere e valorizzare questo piccolo ma prezioso edificio storico. Tra le attività organizzate ricordiamo le visite guidate all’oratorio, quando le condizioni di sicurezza lo permettevano, e la partecipazione alla campagna “Luoghi del Cuore” del FAI.

Oggi resta fondamentale monitorare con attenzione l’impatto dei lavori e dei cantieri vicini, affinché questo piccolo gioiello storico non subisca ulteriori danni.

Scheda di approfondimento
L’oratorio di Santa Margherita alle Torrette: un gioiello medievale della Brianza

L'interno dell'antico Oratorio come apppariva nel 2009. Foto Gianni Casiraghi

L’oratorio di Santa Margherita alle Torrette, a Bareggia di Macherio, è considerato l’edificio religioso più antico del territorio. Secondo le ricostruzioni storiche, la sua origine risalirebbe alla metà del XIV secolo.

Per secoli la chiesetta è rimasta legata alla cascina delle Torrette, nata come luogo di culto per gli abitanti della cascina e delle campagne circostanti.

Secondo quanto riportato da monsignor Ennio Bernasconi nel volume Lissonum – Notizie di Lissone del 1926, l’oratorio era stato costruito: “per commodo degli abitanti di quella cascina e vicine”. In origine vi si celebrava la festa patronale e occasionalmente alcune messe nei giorni feriali. Un documento del 1602 ricorda che Giovanni Maria Ortensio di Monza, proprietario della cascina, lasciò un lascito di 100 lire imperiali in perpetuo per la celebrazione della messa nel giorno di Santa Margherita.

Nel 1565 anche Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano e grande riformatore della diocesi, si occupò dell’oratorio.

Durante la visita pastorale ordinò diversi interventi:
  • la chiusura di una porta laterale che collegava la chiesa alla cascina
  • la chiusura di un passaggio verso una cantina sotto l’altare, per evitare usi privati
  • lo spostamento della campana dalle case alla chiesa
Secondo le cronache dell’epoca, però, queste disposizioni non vennero mai completamente attuate.

Nel XVIII secolo l’oratorio conservava numerose immagini sacre. Nel 1754 si ricordavano: una Madonna col Bambino, Santa Margherita, un Crocifisso con la Vergine e San Giovanni, altre figure di santi. Molte di queste opere scomparvero probabilmente durante il restauro del 1770, data che ancora oggi compare sopra il portale.

Foto Gianni Casiraghi, 2009

Secondo Bernasconi, nella chiesa erano comunque presenti affreschi della seconda metà del Settecento raffiguranti: Santa Monica e San Rocco, Santa Lucia e San Sebastiano, Cristo morto tra due sante sull’altare.

Nel 1988 il giornale locale Il Paese riuscì a visitare l’oratorio insieme allo storico dell’arte Ermanno Arslan, allora direttore delle Civiche Raccolte Archeologiche di Milano. L’esperto rimase colpito dalla qualità dell’edificio e individuò tracce di decorazioni molto più antiche sotto l’intonaco. Secondo la sua ipotesi: sotto l’imbiancatura potrebbero esserci pitture del Quattrocento e alcune figure vicino all’altare sarebbero attribuibili a una scuola influenzata da Bernardino Luini, pittore lombardo dei primi anni del Cinquecento.

All’interno della chiesa furono trovate anche scritture lasciate dagli artigiani durante i lavori del 1905, con nomi e firme: Alessandro Casiraghi, capomastro, Carlo Cassanmagnago, falegname, i fratelli Recalcati, imbianchini, Ambrogio Rivolta, tornitore. Accanto a queste firme compariva anche una nota ironica lasciata da un sacrestano: “Meregalli sacrista senza salari, ma con rimproveri sì”.

La cascina vicina all’oratorio ha cambiato nome più volte nei secoli. Tra le denominazioni storiche ricordate nei documenti: Cascina dei Pellizzoni (XVI secolo), Cascina degli Ortensi (XVII secolo), Cascina dei Marcellini, Cascina dei Lazzari (XVIII secolo).

Il nome “Torrette” è invece molto antico e deriva probabilmente da strutture difensive o torri presenti nell’area in epoca medievale.

 
La "Chiesetta del Cuore", 2012

Nonostante le sue dimensioni modeste, l’oratorio di Santa Margherita alle Torrette rappresenta un tassello prezioso della storia della Brianza. Proprio per questo negli anni cittadini, associazioni e comitati si sono mobilitati per far conoscere e salvaguardare questo luogo, organizzando visite, iniziative culturali e campagne di sensibilizzazione. Oggi la speranza è che la proprietà pubblica e gli annunciati interventi di messa in sicurezza possano finalmente avviare un vero percorso di tutela e recupero, restituendo alla comunità uno dei suoi monumenti più antichi.