domenica 18 gennaio 2026

Seveso 1976–2026: una serata di memoria e salute a Macherio


Nel 2026 ricorre il cinquantesimo anniversario del disastro della diossina di Seveso, uno degli eventi ambientali e industriali più gravi della storia italiana. In questo contesto si inserisce l’iniziativa pubblica in programma venerdì 30 gennaio, alle ore 20.45, presso la Sala Mostre della Biblioteca Civica di Macherio, in via Roma 38.

L’incontro, aperto a tutta la cittadinanza, è intitolato “Seveso, 10 luglio 1976. Il disastro della diossina: storia ed effetti sulla salute” e si propone di offrire un momento di approfondimento e riflessione su un episodio che ha segnato profondamente il territorio brianzolo, con conseguenze sanitarie, ambientali e sociali di lunga durata.

A ricostruire i fatti sarà Diego Colombo, ex giornalista del Corriere della Sera e autore del libro “Quelli della diossina”, che ripercorre la vicenda attraverso documenti, testimonianze e il racconto delle persone coinvolte. Accanto alla dimensione storica e civile, la serata affronterà anche gli aspetti scientifici e sanitari del disastro, grazie agli interventi del professor Paolo Mocarelli e del dottor Stefano Signorini, del Servizio Universitario di Medicina di Laboratorio dell’Ospedale di Desio, che illustreranno gli effetti della diossina sulla salute e i risultati degli studi condotti nel corso degli anni.

A cinquant’anni di distanza, l’iniziativa intende contribuire a mantenere viva la memoria di quanto accaduto, sottolineando l’importanza della prevenzione, della tutela della salute pubblica e della consapevolezza ambientale, temi che restano di grande attualità.

La serata è promossa da ARCI Macherio, Amici del Paese Macherio e L’Arca Creativa, associazioni impegnate nella diffusione della cultura, della memoria storica e dell’impegno civico sul territorio.

Consumo di suolo e traffico nei quartieri: cosa non torna nella tangenziale Meda–Seregno

Le criticità ambientali e viabilistiche evidenziate da un articolo di Enrico Radice su Medinforma.

Immagine elaborata da Enrico Radice (Medinforma) 

La realizzazione della cosiddetta “tangenzialina di Meda”, inserita nel contesto delle opere connesse all’Autostrada Pedemontana, continua a sollevare forti perplessità sotto il profilo ambientale, urbanistico e della reale efficacia viabilistica. Un’analisi articolata di queste criticità è stata recentemente proposta da Enrico Radice in un intervento pubblicato su Medinforma il 12 gennaio 2026, a seguito dell’incontro con Pedemontana tenutosi a Seregno il 22 luglio 2025.
(Fonte: Medinforma – “Con la tangenzialina è ancora più indispensabile agevolare la viabilità intercomunale bloccata”). 

Nel corso degli anni, occupandoci della tangenziale Meda–Seregno, abbiamo sempre cercato di mantenere uno sguardo sovracomunale, consapevoli che le grandi infrastrutture non rispettano i confini amministrativi ma ridistribuiscono traffico, impatti ambientali e consumo di suolo sull’intero territorio. Pur privilegiando spesso il punto di vista di Seregno, che subisce l’intervento più invasivo, non abbiamo mai considerato questa opera come un problema esclusivamente seregnese.

Proprio per questo l’intervento di Radice, su Medinforma, assume un valore particolare: conferma molte delle criticità già evidenziate nei quartieri del Meredo e del Ceredo di Seregno e nel Meredo di Seveso, ma dimostra anche come nemmeno Meda trarrà benefici reali dall’opera.

Radice chiarisce come il tracciato della tangenziale sia stato determinato dalla volontà dell’Amministrazione comunale di Meda, e non da un percorso partecipato con i cittadini. In particolare, risultano esclusi dal processo decisionale proprio gli abitanti del Quartiere Polo, che subiranno le conseguenze più pesanti dell’infrastruttura.

Le ricadute evidenziate sono significative:

  • una barriera fisica all’accesso del Parco del Meredo (Plis GruBrìa), area di grande valore ambientale;
  • un’invasione infrastrutturale a ridosso delle residenze di via Po;
  • attraversamenti viari giudicati “fuori da ogni logica” rispetto alla sicurezza urbana e alla tutela del territorio.

Dal punto di vista ambientale, uno degli aspetti più critici è la trasformazione di aree verdi agricole in spazi destinati a nuova urbanizzazione. La tangenzialina non valorizza il paesaggio, ma rischia di innescare:

  • perdita irreversibile di suolo agricolo;
  • frammentazione ecologica;
  • aumento dell’impermeabilizzazione del terreno.

Tutto questo avviene senza un reale miglioramento proporzionato della mobilità, rendendo l’opera difficilmente difendibile sul piano della sostenibilità.

Il cuore dell’analisi di Radice è che la “tangenzialina di Meda” non migliora il collegamento con lo svincolo di Pedemontana per Meda, Seregno, Cabiate, Mariano Comense e per la Brianza centrale.

In particolare:

  • la nuova rotatoria di via Wagner–Einaudi rimane scollegata in modo efficiente dalla rotatoria in costruzione tra via Einaudi–Indipendenza–Cadore;
  • il mantenimento del senso unico di via Einaudi verso la provincia di Como costringe a lunghi percorsi alternativi.

Radice quantifica chiaramente i disagi:

  • 750 metri passando da Edison–Fermi–sovrappasso Maroncelli;
  • oltre 1 km passando da Wagner–Tiziano–Cadore.

Questi percorsi convoglieranno ulteriore traffico nel Quartiere Polo, aggravando l’inquinamento atmosferico e acustico.

Un passaggio centrale dell’intervento di Radice riguarda il traffico di ritorno verso lo svincolo di Meda. Secondo la sua analisi, i quartieri produttivi e commerciali non utilizzeranno la tangenzialina di via Vignazzola, ma attraverseranno direttamente il Quartiere Polo, in particolare:

  • via Po,
  • via Tre Venezie,
  • via Gorizia.

Questo significa che Meda subirà:

  • una nuova infrastruttura invasiva;
  • un peggioramento della qualità urbana;
  • un aumento del traffico nei quartieri residenziali,

senza risolvere le proprie criticità storiche. Un sacrificio che, come sottolinea Radice, appare difficilmente spiegabile se non guardando oltre la sola funzione viabilistica.

Nel suo intervento su Medinforma, Radice introduce un tema che raramente viene affrontato apertamente nel dibattito pubblico.
L’ipotesi che emerge dal suo articolo, e che merita un serio approfondimento, è che la tangenzialina non sia pensata prioritariamente per migliorare la mobilità, ma per ridefinire il destino urbanistico delle aree attraversate, trasformando terreni agricoli e spazi verdi in aree “strategiche”, potenzialmente edificabili o appetibili sul mercato immobiliare.

Si tratta di un’ipotesi, non di un’affermazione, ma che risulta coerente con:

  • l’assenza di reali benefici viabilistici;
  • la localizzazione del tracciato;
  • la trasformazione irreversibile del territorio coinvolto.

In questo scenario, i costi ambientali e sociali ricadono sui quartieri più fragili, mentre i possibili benefici si concentrano altrove.

Alla luce di tutte queste considerazioni, emerge una domanda che l’intervento di Radice rende ancora più difficile da eludere: perché si vuole costruire una tangenziale che crea nuovi problemi al Meredo e al Ceredo di Seregno, al Meredo di Seveso, senza eliminare nemmeno quelli di Meda?

Se l’opera:

  • non risolve il traffico,
  • non tutela i quartieri,
  • non salvaguarda il suolo,
  • non migliora l’accesso ai servizi,

allora non siamo di fronte a un’infrastruttura necessaria, ma a una scelta politica che redistribuisce i problemi senza affrontarli davvero.

Radice indica soluzioni concrete e a basso impatto ambientale:

  • apertura del tratto a senso unico di via Einaudi;
  • attivazione della rotatoria via Einaudi/Trieste con collegamento a via Buozzi;
  • riapertura del collegamento tra via Calabria (Meda) e via Leonardo da Vinci (Cabiate);
  • completamento del collegamento di via Alla Porada, parte di una tangenziale esterna ai centri abitati da Desio al Canturino.

Soluzioni che ridurrebbero il traffico senza nuovo consumo di suolo e che richiedono solo volontà politica.

Ex Medaspan: dieci anni di varianti e una domanda ancora aperta sul futuro di Meda

Sinistra e Ambiente: «Una scelta urbanistica sbagliata, che continua a generare traffico e consumo di suolo»


L’Ambito di Trasformazione AT1 dell’area ex Medaspan, a Meda, torna nuovamente al centro del dibattito urbanistico e ambientale. A quasi dieci anni dalla prima approvazione del Piano Attuativo, l’assetto dell’area cambia ancora una volta, inseguendo – secondo Sinistra e Ambiente – le esigenze del mercato più che una visione sostenibile della città.

Il gruppo di Sinistra e Ambiente ricorda di aver espresso fin dall’inizio una posizione nettamente contraria all’inserimento di strutture commerciali in quell’area, ritenendo che tale scelta avrebbe prodotto effetti negativi difficilmente reversibili. Come affermano nel loro comunicato: «Abbiamo sempre sostenuto che l'inserimento di strutture commerciali sull'area ex Medaspan, nell'Ambito di Trasformazione AT1, avrebbe costituito un grosso problema per la viabilità del comparto, per i negozi di vicinato medesi e una pesante modifica del corollario urbanistico cittadino».

Il primo Piano Attuativo dell’AT1 viene approvato dal Consiglio Comunale il 25 gennaio 2016, con il voto contrario di Sinistra e Ambiente. In seguito, nel novembre 2020, il nuovo operatore Officine Mak, subentrato alla precedente proprietà Pabel, presenta una prima variante con riduzione delle volumetrie e una diversa configurazione dell’area.

Quella variante viene adottata e poi approvata dalla Giunta nel 2021, nonostante le osservazioni di Sinistra e Ambiente–Impulsi, che chiedevano una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA). Le osservazioni vengono respinte e si arriva alla stipula di una nuova convenzione nel maggio 2021.
Gli atti vengono poi confermati sia nella variante normativa del PGT del 2022, sia nell’adozione della Variante Generale del luglio 2025, ancora in corso di iter.


A fine 2025 arriva però l’ennesimo cambio di scenario. Con una nota protocollata il 29 dicembre 2025, Officine Mak e Bennet – diventata proprietaria di parte delle aree già nel 2021 – presentano una nuova proposta di variante al Piano Attuativo.

La modifica prevede:

  • una riduzione della Superficie Lorda di Pavimento, che passa da 15.410 mq a 10.801 mq;
  • la rinuncia alla grande struttura di vendita in formato centro commerciale;
  • la conferma, però, della vocazione commerciale, attraverso la realizzazione di più medie strutture di vendita autonome e indipendenti, distribuite sui diversi lotti.

Come sottolinea Sinistra e Ambiente, si tratta di un cambiamento solo apparente: «L’ennesima riduzione della SLP non modifica nei fatti la configurazione e la destinazione d’uso dell’area, dove le strutture commerciali previste costituiscono comunque un fattore attrattivo e generativo di traffico aggiuntivo».

Piano attuativo anno 2021

Piano Attuativo anno 2025

La rinuncia alla grande struttura di vendita comporta anche una rinegoziazione delle opere pubbliche previste nella convenzione del 2021. Tra gli interventi eliminati o ridimensionati figurano:

  • la soppressione della “piazza sospesa”;
  • l’eliminazione di una pista ciclabile interna ritenuta poco funzionale;
  • la cancellazione del sottopasso ciclopedonale sotto la rampa della superstrada;
  • modifiche sostanziali alla viabilità interna e alle rotatorie di accesso;
  • una riduzione complessiva delle dotazioni a verde e delle connessioni ciclabili.

Secondo Sinistra e Ambiente, anche considerando le ciclabili come parte di un collegamento lungo l’asta del Tarò/Certesa, la dotazione resta minimale: «In questa ennesima variante che rincorre le esigenze dettate dal mercato, la dotazione a verde e di ciclabili è in riduzione rispetto al Piano Attuativo approvato nel 2021».

La viabilità accessoria dell'AT1

Il tema centrale resta quello del traffico. L’area è già oggi fortemente congestionata e la nuova viabilità accessoria – in particolare la bretella verso via Busnelli – non viene considerata risolutiva: «Non pensiamo che la modifica della bretellina via Cadorna–via Busnelli possa dare una soluzione significativa, anche perché si innesta su una via dallo stretto calibro e sposta criticità verso l’incrocio semaforico e il passaggio a livello FNM».

Rimane inoltre irrisolto il problema strutturale del superamento della linea ferroviaria FNM. Il discusso progetto di sottopasso, ora in capo ad Autostrada Pedemontana Lombarda, non ha ancora visto l’avvio dei lavori ed è localizzato in un’area a rischio idraulico per possibili esondazioni del Certesa/Tarò.

Dal punto di vista architettonico e urbano, il giudizio di Sinistra e Ambiente è netto: «Lo standard per punti di vendita di tali dimensioni è fatto da anonimi cubi di cemento incorniciati da grigi posteggi. Un progetto con caratteristiche qualitative scarse, che ripropone architetture tipiche di cui la Brianza è ormai inflazionata».

Secondo il gruppo, anche questa variante conferma un modello ormai superato: una grande piastra di asfalto e cemento, frammentata formalmente ma sostanzialmente equivalente a un polo commerciale vero e proprio.

L’unico elemento valutato positivamente riguarda la salvaguardia dell’area verde in prossimità del cimitero, recentemente piantumata, che non sarà più interessata dal collegamento stradale previsto nelle versioni precedenti del piano.

La variante è stata adottata: tempi e modalità per le osservazioni

La Giunta Comunale di Meda, con Deliberazione n. 264 del 30 dicembre 2025, ha adottato la Variante al Piano Attuativo “AT1 – EX Medaspan”, dichiarandola conforme al PGT vigente.

Si apre ora la fase di partecipazione pubblica: dal 31 gennaio 2026 al 14 febbraio 2026 cittadini, associazioni e portatori di interesse possono presentare osservazioni in carta libera, in triplice copia, corredate da eventuale documentazione esplicativa.

Le osservazioni possono essere consegnate di persona all’Ufficio Protocollo del Comune di Meda oppure tramite posta elettronica certificata (PEC) all’indirizzo: posta@cert.comune.meda.mi.it.

La documentazione completa della variante è consultabile sul sito istituzionale del Comune di Meda, nella sezione: Amministrazione Trasparente → Pianificazione e Governo del Territorio → Piani Attuativi.

Per ulteriori informazioni sono disponibili anche i contatti comunali:
Telefono: +39 0362 396358
Email: edilizia.privata@comune.meda.mb.it

Una storia restituita alla città: pietra d’inciampo per Claudio Appennini

L’appello del sindaco per rintracciare i familiari.


Seregno si prepara ad accogliere una nuova pietra d’inciampo, un segno concreto di memoria che restituisce nome e dignità a una vittima della violenza nazifascista. A darne notizia è stato il sindaco Alberto Rossi con un lungo e sentito messaggio pubblicato sulla sua pagina Facebook, nel quale ha raccontato la storia di Claudio Appennini e annunciato tempi e luogo della posa.

«Ieri (giovedì 15 gennaio) sono stato in Provincia, insieme al Comitato Pietre d’Inciampo, per ritirare una nuova pietra che nei prossimi giorni verrà posata a Seregno. È dedicata a Claudio Appennini», ha scritto il primo cittadino, sottolineando il valore simbolico di questo gesto.

Il sindaco ha ripercorso la vicenda umana e storica di Appennini, presentandolo come «un ragazzo come tanti». Arruolato all’inizio della guerra come artigliere nel 13° Reggimento Artiglieria della Divisione “Granatieri di Sardegna”, Claudio fu impegnato prima in Jugoslavia e poi, dal 1942, nella difesa di Roma. Dopo l’8 settembre 1943, però, la sua storia incrociò uno dei momenti più drammatici della storia italiana.

«Dopo l’8 settembre 1943 rifiutò di arrendersi. Combatté contro i tedeschi a Porta San Paolo, uno dei primi episodi della Resistenza», ha ricordato Rossi. La sconfitta portò alla cattura dei soldati italiani sopravvissuti e alla loro deportazione in Germania. Anche a Claudio venne offerta più volte la possibilità di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, ma la sua scelta fu sempre la stessa: «Disse sempre no. Un no consapevole, pagato con condizioni di prigionia durissime».

Claudio Appennini morì nel campo di prigionia di Küstrin, oggi Kostrzyn nad Odrą in Polonia, il 19 marzo 1945, «a pochi mesi dalla fine della guerra», come ha evidenziato il sindaco.

Particolare rilievo è stato dato all’annuncio della cerimonia di posa della pietra d’inciampo, un momento aperto alla cittadinanza: «La pietra d’inciampo verrà posata il 31 gennaio alle ore 15, in via San Benedetto, all’incrocio con via Stefano», ha precisato Rossi. Un appuntamento che vuole essere non solo commemorativo, ma anche di riflessione collettiva.

«Sarà un gesto semplice, ma importante: restituire un nome, una storia, un volto a chi è stato cancellato dalla violenza della storia», ha scritto ancora il sindaco, richiamando il significato profondo delle pietre d’inciampo.

Nel suo messaggio, Alberto Rossi ha voluto lanciare anche un appello pubblico: ad oggi non sono stati rintracciati eventuali familiari di Claudio Appennini. «Colgo anche questa occasione per fare un appello: ad oggi non siamo riusciti a rintracciare eventuali familiari di Claudio Appennini. Se qualcuno avesse informazioni, o riconoscesse questo nome come parte della propria storia familiare, sarebbe importante potersi incontrare», ha dichiarato.

Il post si chiude con una riflessione che riassume il senso dell’iniziativa: «Le pietre d’inciampo servono a questo: non a celebrare, ma a ricordare. A fermarsi un attimo, abbassare lo sguardo, e capire che dietro ogni nome c’è stata una vita».

Un invito alla memoria e alla responsabilità, che il 31 gennaio troverà forma concreta nelle strade di Seregno.

Memoria senza ambiguità: una riflessione necessaria

La posa della pietra d’inciampo dedicata a Claudio Appennini richiama il senso più profondo della memoria: ricordare chi ha pagato con la vita il rifiuto del nazifascismo. Appennini disse no alla Repubblica Sociale Italiana, un no consapevole che lo condusse alla deportazione e alla morte.

Proprio per questo, l’iniziativa pone una domanda sul modo in cui la città racconta la propria storia. Nel 2015, nel cimitero di Seregno e a ridosso del monumento ai Caduti, è stata collocata una lapide dedicata ai “combattenti seregnesi della Repubblica Sociale Italiana”, priva di qualsiasi contestualizzazione critica.

Le pietre d’inciampo – come ricordato dal sindaco – non celebrano, ma ricordano. Restituiscono un nome a chi è stato cancellato dalla violenza di un regime. La coesistenza di queste memorie, una che ricorda chi ha detto no e un’altra che normalizza l’esperienza della RSI, apre una contraddizione evidente.

Non per dividere, ma per chiarezza storica e civile: lo spazio pubblico non è neutro. E la memoria, per essere davvero tale, deve essere coerente.

sabato 17 gennaio 2026

Quando la tradizione chiede di evolvere: il caso della Giubiana

La Gibiana vista dai bambini di Briosco, classe 4° A, 2024

Il falò della Giubiana, in Brianza e in gran parte della Lombardia, è uno di quei riti che ogni anno riaccendono non solo il fuoco, ma anche il dibattito. È una tradizione radicata, sentita, capace di creare momenti di comunità e di richiamare un passato condiviso. Preservarla appare legittimo, forse persino necessario, in un tempo in cui i legami sociali si fanno sempre più fragili. Ma proprio perché le tradizioni hanno un valore, vale la pena interrogarsi su cosa significhi davvero conservarle: ripeterle sempre allo stesso modo o permettere loro di evolversi insieme alla società che le pratica.

Il primo nodo riguarda l’ambiente e la salute. Accendere grandi falò in un periodo dell’anno in cui la Pianura Padana registra livelli critici di polveri sottili non è un dettaglio secondario. Negli ultimi anni non sono mancati appelli e critiche da parte di associazioni ambientaliste, medici e cittadini, che hanno richiamato l’attenzione sull’impatto, anche se episodico, di questi eventi in un contesto già compromesso. Non si tratta di demonizzare la Giubiana, ma di riconoscere che il contesto ambientale di oggi non è quello di un tempo, e che ignorarlo significa sottrarre la tradizione a un confronto necessario con la realtà.

C’è poi una questione culturale e simbolica, spesso sottovalutata. Il rogo del fantoccio, che nella tradizione rappresenta una strega, spesso raffigurata come una donna vecchia e brutta, porta con sé un immaginario che rischia di perpetuare stereotipi maschilisti. In una società che si interroga sempre più seriamente sulle discriminazioni di genere, questo simbolismo appare quantomeno anacronistico. Anche qui, il problema non è negare il passato, ma chiedersi se sia opportuno riproporlo senza filtri, come se fosse neutro e privo di significati.

Tradizione, ambiente e inclusività non sono però elementi inconciliabili. Esistono margini per una modernizzazione che non svuoti il rito, ma lo renda più consapevole. Alcuni comuni hanno già sperimentato falò simbolici di dimensioni ridotte, con materiali controllati e meno inquinanti; altri hanno scelto di sostituire la combustione reale con installazioni luminose, spettacoli di “fuoco freddo”, proiezioni o performance artistiche. Anche il fantoccio può essere ripensato: una figura astratta che rappresenti l’inverno, le paure collettive o le difficoltà da lasciarsi alle spalle, svincolata da connotazioni di genere e stereotipi superati.

In fondo, è ciò che già accade con le rievocazioni storiche: nessuno le considera una riproposizione letterale dei fatti, ma allegorie, strumenti per raccontare il passato con il linguaggio del presente. Applicare lo stesso principio alla Giubiana non significherebbe tradirla, bensì permetterle di continuare a vivere. Perché una tradizione che non si interroga rischia di diventare un rito vuoto; una tradizione che accetta il confronto, invece, può restare un patrimonio condiviso, capace di parlare anche alle generazioni future.

Arte e natura si incontrano all’Oasi LIPU di Cesano Maderno

L'illustratore Stefano Turconi. Fonte immagine: Wikipedia

Domenica 15 febbraio l’Oasi LIPU di Cesano Maderno propone un appuntamento speciale che unisce creatività e amore per la natura. L’evento, intitolato “L’Oasi a matita”, è un pomeriggio dedicato al disegno dal vero, con protagonisti assoluti gli animali e gli ambienti naturali dell’Oasi.

A guidare l’attività sarà l’illustratore Stefano Turconi, che accompagnerà adulti e bambini in un’esperienza artistica immersa nel verde. L’iniziativa è pensata per partecipanti dai 6 anni in su e rappresenta un’occasione preziosa per osservare con attenzione la fauna locale, imparando a tradurre su carta forme, movimenti ed espressioni degli animali che popolano l’area protetta.

L’attività inizierà alle 14.30 e avrà una durata di circa due ore. Il ritrovo è previsto presso il Centro Visite “Langer” dell’Oasi, in via Don Luigi Orione 43 a Cesano Maderno, almeno 15 minuti prima dell’orario di inizio, per consentire la registrazione dei partecipanti.

La partecipazione è possibile solo su prenotazione, con una donazione minima di 5 euro per gli adulti e 3 euro per i bambini fino ai 14 anni e per i soci LIPU. I moduli di iscrizione saranno disponibili online a partire da 15 giorni prima dell’evento.

“L’Oasi a matita” non è solo un laboratorio artistico, ma anche un modo diverso e coinvolgente per avvicinarsi alla natura, affinare lo sguardo e rafforzare il legame con il territorio della Brianza. Iniziative come questa dimostrano come la tutela ambientale possa dialogare con l’arte, diventando esperienza condivisa e accessibile a tutti.

L’Oasi LIPU di Cesano Maderno è aperta al pubblico dal mercoledì alla domenica, con orari variabili a seconda della stagione, e rappresenta da anni un punto di riferimento per l’educazione ambientale e la conservazione della biodiversità locale.

Per informazioni e prenotazioni è possibile contattare l’Oasi al numero 0362 546827 o scrivere a oasi.cesanomaderno@lipu.it. Un invito, per grandi e piccoli, a riscoprire la natura… matita alla mano.

Trasporto pubblico: perché la riforma lombarda non aiuta la Brianza


Il Trasporto Pubblico Locale è uno degli snodi centrali della transizione ecologica, della qualità dell’aria e del diritto alla mobilità, soprattutto in territori densamente urbanizzati come la Brianza. Pendolarismo quotidiano, traffico congestionato, inquinamento e disuguaglianze di accesso ai servizi rendono il tema tutt’altro che tecnico: riguarda la vita concreta di migliaia di persone.

Nei giorni scorsi il Consiglio regionale lombardo ha approvato la riforma del Trasporto Pubblico Locale, presentata dalla maggioranza come un passo avanti per l’efficienza e l’integrazione dei servizi. Secondo molte associazioni, comitati e forze ambientaliste, però, il provvedimento non affronta le criticità strutturali del sistema e concentra ulteriormente il potere decisionale nella Giunta regionale, riducendo il ruolo di controllo democratico.

Pubblichiamo di seguito il comunicato di Dario Balotta (Europa Verde Lombardia), che offre una lettura critica della riforma appena approvata e solleva questioni che riguardano da vicino anche il nostro territorio: dalla qualità del servizio per studenti e lavoratori, alla mancata integrazione tra ferro e gomma, fino alle scelte di investimento che rischiano di allontanare la Lombardia – e la Brianza – da un modello di mobilità davvero sostenibile.

APPROVATA LA RIFORMA DEL TPL IN LOMBARDIA: PARTORITO UN (MEZZO) TOPOLINO
Con un blitz tolte le competenze sul Piano dei Trasporti dal Consiglio alla Giunta regionale

 
di Dario Balotta, Europa Verde Lombardia

Non sono bastate le lunghe e inutili consultazioni degli stakeholder (aziende, istituzioni e sindacati) per approvare una legge di riforma del Trasporto Pubblico Locale capace di rilanciare un settore in crisi e di integrare finalmente i servizi ferroviari con quelli su gomma.
La maggioranza di centrodestra ha approvato invece quello che è, nei fatti, un mezzo topolino.

Con questa legge continua lo scaricabarile tra Regione Lombardia, Governo, Province, Comuni e Agenzie della mobilità su chi sia il “colpevole” dei tagli al trasporto locale, della mancata riorganizzazione, dell’assenza di integrazione e del mancato potenziamento dei servizi.

La Regione si tiene ben salda la competenza ferroviaria: Ferrovie Nord resta una vera e propria gallina dalle uova d’oro, tanto da poter spendere anche 400 milioni di euro inutilmente per l’idrogeno in Valle Camonica (la valle è già servita), mentre intere aree extraurbane vengono lasciate con meno corse e servizi ridotti e le città si devono arrangiare con risorse proprie.

La Regione premia se stessa, visto che controlla, gestisce e affida il contratto di servizio a Trenord. In un contesto di collasso permanente, denunciato quotidianamente dai pendolari, a fare rumore è solo lo spoils system dei manager, spesso privi di competenze tecniche ma con tessere di partito pesanti.

Se i lavoratori devono comunque prendere i mezzi per recarsi al lavoro, ormai in molti casi gli studenti devono farsi accompagnare a scuola dai genitori, perché i bus sono stracarichi e spesso soppressi per mancanza di autisti.

Se i richiami a sicurezza e digitalizzazione presenti nel testo restano parole vuote, Fontana si assicura invece, con un vero e proprio blitz, il trasferimento alla Giunta regionale delle competenze sul Piano dei Trasporti, che prima era prerogativa del Consiglio regionale.