sabato 24 ottobre 2026
«Perché da noi è tutto cemento?». La domanda dei bambini che Seregno e la Brianza non possono ignorare
Dopo il nostro recente post sul nuovo Piano di governo del territorio di Seregno, ci è arrivato un messaggio. A scriverci è stato un nostro affezionato lettore che ci ha riportato le parole dei suoi figli adolescenti: «Mi chiedono, visitando altri posti d'Italia, come mai da noi è tutto cemento». Una domanda semplice, spontanea, che ci ha colpito. E che pensiamo meriti di essere condivisa con tutti, perché non riguarda soltanto il paesaggio di Seregno né, più in generale, quello della Brianza: tocca il modo in cui abbiamo scelto di abitare questo territorio.
I nostri lettori sono generalmente persone attente ai temi ambientali e consapevoli dei danni provocati da un consumo di suolo che, nella nostra zona, ha raggiunto livelli insostenibili. Non abbiamo quindi la pretesa di scoprire oggi un problema che molti conoscono e denunciano da tempo. Ma quella domanda ci costringe a guardare la situazione da un'altra prospettiva. Non quella delle statistiche, delle percentuali di territorio urbanizzato, delle previsioni edificatorie o delle giustificazioni con cui ogni nuova trasformazione viene presentata come un'opportunità di sviluppo. Ci invita a guardare Seregno - e con essa la Brianza - con gli occhi dei bambini.
Vorremmo che questa domanda arrivasse innanzitutto a chi amministra le nostre città, ai politici che prendono le decisioni urbanistiche e ai tecnici incaricati di redigere il nuovo PGT. Ma vorremmo rivolgerla anche a tutti i cittadini di Seregno, perché il futuro della città non può essere considerato una questione riservata agli addetti ai lavori.
Perché da noi è tutto cemento? E soprattutto: vogliamo davvero che continui a essere così?
Quella dei bambini è una domanda che nasce a Seregno, ma che vale per l'intera Brianza. Seregno non è che un esempio - seppur particolarmente significativo - di come gran parte della nostra regione sia cresciuta attraverso una progressiva occupazione del territorio. Campi, spazi aperti e aree verdi sono stati sacrificati per fare posto a edifici, strade, parcheggi e capannoni. Oggi il territorio urbanizzato rappresenta, secondo le stime richiamate nel dibattito locale, circa il 54% della superficie comunale: una cifra che, pur riferita a Seregno, racconta una condizione condivisa da molti comuni brianzoli.
Non è soltanto una questione estetica. Il suolo libero assorbe l'acqua piovana, contribuisce a contenere il caldo estivo, sostiene la biodiversità e mantiene un rapporto con la natura che diventa sempre più difficile ritrovare nei nostri centri abitati. Eppure, troppo spesso, ciò che rimane libero viene ancora considerato una possibile riserva per nuove edificazioni. Ma se continuiamo a consumare il territorio, quale paesaggio lasceremo ai nostri figli e ai nostri nipoti? E quale idea di progresso stiamo trasmettendo loro?
Per troppo tempo abbiamo identificato lo sviluppo con la crescita edilizia. Costruire significava progredire, mentre fermarsi sembrava sinonimo di immobilismo. Oggi dovremmo avere il coraggio di mettere in discussione questa convinzione. In una città che deve fare i conti con il calo delle nascite, con una popolazione che invecchia e con scuole che in alcuni casi perdono iscritti o chiudono - dinamiche che accomunano Seregno a molti altri comuni della Brianza - è ragionevole continuare a pianificare come se la crescita fosse un processo inevitabile e senza limiti? Non significa negare il bisogno di abitazioni, servizi e spazi pubblici. Significa chiedersi come soddisfare queste esigenze utilizzando meglio ciò che già possediamo: edifici vuoti, strutture sottoutilizzate, aree industriali dismesse, spazi urbani che possono essere recuperati e restituiti alla collettività. E significa riconoscere che anche la rigenerazione urbana deve essere valutata per ciò che produce realmente. Non basta chiamare un intervento «rigenerazione» se il risultato è aggiungere nuove costruzioni e impermeabilizzare altro terreno. Il nuovo PGT dovrebbe servire anche a stabilire dei limiti, individuare le aree da preservare e decidere dove sia davvero necessario intervenire. Perché non tutto ciò che può essere costruito deve necessariamente esserlo.
Il progresso, oggi, deve significare anche restituire suolo alla natura, rimuovere cemento dove possibile e recuperare gli spazi che abbiamo sottratto alla vita.
Guardare Seregno con gli occhi dei bambini. Forse è proprio questo il punto da cui dovremmo ripartire. I bambini che visitano altri luoghi d'Italia vedono paesaggi diversi dal nostro e si chiedono perché la loro città non possa essere altrettanto verde, aperta e vivibile. Non conoscono le procedure urbanistiche, non devono mediare tra interessi economici e decisioni amministrative, non sono chiamati a giustificare scelte compiute decenni fa. Vedono ciò che hanno davanti e immaginano ciò che potrebbe esserci. I loro occhi sono ancora capaci di guardare al futuro senza considerare inevitabile tutto ciò che esiste nel presente. È una capacità che noi adulti rischiamo di perdere quando ci abituiamo al degrado del paesaggio, quando consideriamo normale che ogni spazio libero possa essere edificato e quando finiamo per accettare come inevitabile un modello di sviluppo che consuma progressivamente le risorse da cui dipende la nostra stessa qualità della vita. Per questo crediamo che la domanda di quei bambini debba entrare nel dibattito sul nuovo PGT di Seregno. Non come una semplice testimonianza, ma come un interrogativo al quale chi governa la città deve provare a rispondere. E dovrebbe interrogarsi anche ciascuno di noi: quale città vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? Una città nella quale sarà sempre più difficile trovare uno spazio verde, oppure una comunità capace di riconoscere il valore del territorio che ancora possiede e di impegnarsi per conservarlo?
Non possiamo chiedere alle nuove generazioni di affrontare la crisi climatica, proteggere la biodiversità e costruire un futuro sostenibile, se nel frattempo continuiamo a sottrarre loro le risorse necessarie per farlo. Non togliamo ai bambini la possibilità di immaginare un futuro diverso. Se vogliamo davvero bene a Seregno - e alla Brianza - proviamo a guardarla con i loro occhi. Forse ci accorgeremo che il progresso non consiste nel costruire ancora, ma nel conservare, recuperare e restituire alla comunità ciò che abbiamo troppo a lungo considerato sacrificabile.
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