lunedì 2 novembre 2026
Meda, nuovi alberi e pannelli didattici all’Oasi urbana della Valle dei Mulini
Proseguono i lavori di riqualificazione e valorizzazione naturalistica dell’Oasi urbana WWF della Valle dei Mulini a Meda, in vista della Festa dell’Albero in programma venerdì 13 novembre.
Martedì 3 novembre, a partire dalle ore 9, volontari e cittadini sono invitati a partecipare a una giornata di lavori che prevede la messa a dimora di 50 nuovi alberi e arbusti e l'installazione di quattro pannelli didattici nei giardini delle scuole Diaz.
Tra le specie che verranno piantate figurano platani, noccioli, ginestre, pallon di maggio, pini silvestri e sorbi degli uccellatori. L'intervento comprenderà inoltre il completamento della manutenzione forestale del Sentiero della Vigna e del Vecchio Mulino.
Un'occasione per contribuire direttamente alla cura di un'area verde cittadina, incrementandone il patrimonio vegetale e migliorandone le possibilità di fruizione e conoscenza. I nuovi pannelli didattici offriranno inoltre strumenti per avvicinare gli studenti e i frequentatori dell'area alle caratteristiche naturali del luogo.
L'iniziativa è promossa dal WWF Insubria insieme al Comitato Parco Regionale Groane-Brughiera e alla cooperativa sociale La Brughiera Onlus, con il contributo del Comune di Meda.
Pedemontana, metrotranvia e consumo di suolo: le contraddizioni delle infrastrutture in Brianza
Venerdì 13 novembre, alle ore 21, nella Sala civica Santa Margherita di Lissone, si terrà un'assemblea pubblica, organizzata dal Comitato per la difesa del territorio di Lissone, dedicata a due grandi interventi infrastrutturali che interessano il nostro territorio: Pedemontana e metrotranvia Milano-Seregno.
Due opere diverse, due vicende che sollevano questioni importanti sul futuro della Brianza e sulle scelte che riguardano la mobilità, l'ambiente e il consumo di suolo.
L'assemblea propone un confronto a partire da due domande: perché finire la metrotranvia e perché fermare Pedemontana?
Interverranno:
- Jennifer Moro – Metrotranvia: perché finirla?
- Francesco Facciuto – Pedemontana: perché fermarla?
- Luca De Vincentis – Testimonianza dal territorio.
- Marco Donadel – Il cambiamento climatico in città.
Sono temi che hanno trovato e continuano a trovare ampio spazio su Brianza Centrale, anche se le due infrastrutture richiedono considerazioni differenti.
Per quanto riguarda Pedemontana, la posizione del blog è di netta contrarietà. La realizzazione dell'autostrada sta comportando una profonda trasformazione del territorio, con sottrazione di aree agricole, frammentazione degli spazi naturali e consumo di suolo. A questi effetti si aggiungono costi economici, ambientali e sociali che ricadono sulla collettività. Una grande opera che solleva interrogativi sulla sua effettiva utilità e sulla sostenibilità delle scelte infrastrutturali che stanno ridisegnando la Brianza.
Diverso è il discorso per la metrotranvia Milano-Seregno. Brianza Centrale sostiene l'importanza del trasporto pubblico. Questo non significa, tuttavia, condividere tutte le scelte progettuali e realizzative. Una delle criticità più rilevanti riguarda la realizzazione del deposito della metrotranvia nell'area verde compresa tra Desio e Seregno. Un intervento che comporta la trasformazione di una porzione di territorio ancora libero, con perdita di superfici verdi e consumo di suolo. Altre criticità riguardano il tracciato. A Desio, in via Milano, il progetto ha suscitato la protesta di cittadini che, con una raccolta di circa 350 firme, hanno chiesto di evitare l'abbattimento di un gruppo di alberi di pregio, individuando soluzioni alternative. Sono questioni che meritano di essere affrontate apertamente. Investire nel trasporto pubblico non dovrebbe significare rinunciare alla tutela del territorio e del patrimonio verde.
Erba, alberi in città: perché sono importanti e perché vanno tutelati
Si terrà giovedì 5 novembre l'incontro pubblico dal titolo «L'importanza degli alberi in città», organizzato dal Circolo Ambiente «Ilaria Alpi» presso la sala Isacchi di Ca' Prina a Erba (piazza Prina n. 1), alle ore 20.45.
L'incontro vuole approfondire, con un linguaggio accessibile a tutti, le importanti funzioni ambientali ed ecosistemiche degli alberi, soprattutto in ambito urbano e nel contesto dell'attuale crisi climatica. Interverrà l'agronomo Elia Galbusera: laureato in Scienze agrarie presso l'Università degli Studi di Milano nel 2012, è libero professionista dal 2015 e si occupa di arboricoltura, gestione del verde urbano, progettazione di aree verdi e interventi ambientali. Ha sviluppato una particolare attenzione alla gestione conservativa degli alberi, considerati come veri e propri habitat e riserve di biodiversità, e collabora attivamente con BioTreeVersity in qualità di tecnico esperto.
Nel corso della serata, il Circolo Ambiente «Ilaria Alpi» discuterà anche dei contestati progetti, autorizzati negli scorsi mesi dalla Giunta comunale di Erba, che hanno già comportato o potrebbero comportare l'abbattimento di alcuni alberi. Tra questi, il progetto per la costruzione di una nuova palazzina con parcheggio pubblico in via Volta, che ha già cancellato uno storico parco alberato. E poi l'intervento del Comune che prevede il taglio di 15 tigli sani in via San Rocco, all'angolo con via Turati. Il progetto prevedeva inoltre l'abbattimento di altri 6 tigli davanti alla chiesa di Sant'Eufemia, intervento scongiurato dal recente pronunciamento della Soprintendenza.
L'incontro del 5 novembre sarà moderato da Roberto Fumagalli del Circolo Ambiente «Ilaria Alpi».
Hanno aderito all'iniziativa il Comitato per la tutela dei tigli di Erba, il Coordinamento Base, Trapeiros di Emmaus, ManiTese e ANPI Territorio Erbese.
L'ingresso è gratuito. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare per conoscere meglio il ruolo e l'importanza degli alberi nella vita della città.
domenica 1 novembre 2026
Ex Dell’Orto, quando la rigenerazione non rigenera la città
Le riflessioni di Elena Granata e il caso di Seregno: costruire nuovi edifici non significa necessariamente costruire una città migliore.
Che cosa significa davvero rigenerare una città? È una domanda tutt'altro che retorica, soprattutto in un momento in cui la parola «rigenerazione urbana» viene utilizzata per descrivere interventi molto diversi tra loro, talvolta ridotti alla semplice sostituzione di vecchi edifici con nuove costruzioni.
Nel suo libro La città è di tutti, Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, affronta direttamente questa contraddizione. Nel settimo capitolo, il paragrafo intitolato significativamente «Rigenerazione senza rigenerazione», mette in guardia da una concezione della trasformazione urbana che considera sufficiente demolire un fabbricato industriale dismesso per costruire al suo posto nuovi appartamenti. Ma demolire un vecchio edificio produttivo e costruire abitazioni non significa necessariamente rigenerare. Si può anche non consumare nuovo suolo e, contemporaneamente, consumare aria, verde, spazi liberi, natura e servizi. È un ragionamento che trova una concreta corrispondenza nella vicenda dell'area ex Dell'Orto a Seregno.
L'ex Dell'Orto: un'occasione di rigenerazione o un'operazione immobiliare?
Il Programma Integrato di Intervento relativo all'area ex Dell'Orto aveva suscitato un confronto pubblico anche grazie al dossier elaborato dal Circolo ACLI Leone XIII di Seregno, che aveva avanzato osservazioni e proposte alternative rispetto alla trasformazione prevista. Il progetto presentato prevedeva una trasformazione prevalentemente residenziale, con circa 160 appartamenti, oltre 41.000 metri cubi di edificazione e una torre di 14 piani affacciata su via San Rocco. Le criticità evidenziate dalle ACLI riguardavano diversi aspetti: l'eccessiva concentrazione delle volumetrie, la scarsità delle dotazioni pubbliche, il verde frammentato e prevalentemente condominiale, la mancanza di una significativa componente di edilizia sociale e accessibile, le ricadute sulla mobilità e, soprattutto, l'insufficiente coinvolgimento della cittadinanza.
Il giudizio sintetico contenuto nel dossier era particolarmente efficace: «Non si costruisce città, si occupa spazio». Rileggendo oggi le considerazioni di Granata, emerge proprio questo problema. Un intervento può essere formalmente qualificato come rigenerazione urbana, ma se si limita a sostituire edifici produttivi con abitazioni, senza migliorare la qualità degli spazi pubblici, senza introdurre servizi, senza creare nuove occasioni di incontro e senza rispondere ai bisogni sociali del quartiere, quale rigenerazione viene realmente realizzata?
Il verde non è una decorazione
Un altro passaggio del libro riguarda il verde. Granata critica quella concezione che lo riduce a qualche aiuola ordinata, a spazi ornamentali destinati a completare l'immagine degli edifici. È una distinzione importante. Il verde urbano non dovrebbe essere considerato un elemento accessorio del progetto immobiliare, ma una componente fondamentale della città: deve essere accessibile, fruibile, possibilmente connesso con altri spazi verdi e capace di svolgere funzioni ambientali e sociali. Anche nell'area ex Dell'Orto la questione non riguarda semplicemente quanti metri quadrati di verde siano previsti, ma quale funzione possano effettivamente svolgere. Un giardino condominiale non equivale a uno spazio pubblico. Un'aiuola non sostituisce un parco. E una superficie verde frammentata non garantisce necessariamente continuità ecologica. In una città già densamente urbanizzata come Seregno, queste differenze non sono dettagli progettuali.
Una città non può essere soltanto un insieme di appartamenti
C'è poi la questione sociale, sulla quale Granata insiste particolarmente. Una vera rigenerazione dovrebbe garantire l'accesso alla casa anche a chi non dispone di redditi elevati, evitando che le trasformazioni urbane diventino occasioni di ulteriore esclusione. Anche questo aspetto era emerso con chiarezza nel dossier delle ACLI. L'offerta prevista nell'ex Dell'Orto appariva orientata prevalentemente verso le fasce medio-alte, senza una risposta significativa alle esigenze abitative delle giovani coppie, delle famiglie con redditi ordinari e delle persone più fragili. Ma il ragionamento può essere allargato. Una città non è fatta soltanto di edifici e appartamenti. È fatta di negozi, attività economiche, servizi, luoghi di incontro, spazi pubblici, percorsi pedonali e ciclabili. È fatta di relazioni che si costruiscono nella quotidianità. Quando una trasformazione urbanistica privilegia quasi esclusivamente la componente immobiliare residenziale, senza preoccuparsi di ciò che accade intorno agli edifici, rischia di produrre nuovi insediamenti che non contribuiscono realmente alla vita della città. Granata descrive efficacemente questa mentalità attraverso le parole di un imprenditore che considera gli spazi commerciali, il mix funzionale e i luoghi di relazione soltanto complicazioni per il proprio investimento. La sua aspirazione è costruire e vendere appartamenti, riducendo al minimo tutto ciò che non concorre direttamente alla redditività dell'operazione. È una rappresentazione volutamente provocatoria, ma pone una domanda tutt'altro che secondaria: l'obiettivo di una trasformazione urbana deve essere soltanto quello di rendere conveniente un investimento immobiliare oppure deve contribuire a costruire una città migliore?
La responsabilità della politica
Il punto centrale del ragionamento di Granata, e anche della riflessione sul caso ex Dell'Orto, riguarda il ruolo dell'amministrazione pubblica. Non si può accettare che le trasformazioni della città siano ridotte a trattative tra proprietari, investitori e uffici tecnici, nelle quali l'interesse pubblico finisce per diventare una variabile da conciliare, possibilmente senza compromettere l'operazione economica. L'iniziativa privata ha naturalmente un ruolo nelle trasformazioni urbane. Ma spetta all'amministrazione stabilire le condizioni, definire gli obiettivi e garantire che i benefici non siano riservati soltanto a chi realizza e vende gli immobili. Questo significa pretendere dotazioni pubbliche adeguate, accessibilità abitativa, qualità ambientale, mobilità sostenibile, tutela della memoria dei luoghi e partecipazione effettiva dei cittadini. Significa anche avere una visione complessiva della città, evitando che ogni intervento venga valutato come un episodio isolato, senza considerare le sue conseguenze sul quartiere e sul sistema urbano. È una questione particolarmente attuale per Seregno, anche in vista del nuovo Piano di Governo del Territorio. Se il PGT vuole essere davvero uno strumento per costruire una città più sostenibile e inclusiva, occorre che i principi dichiarati trovino applicazione concreta nelle scelte urbanistiche.
Se tutto è rigenerazione, niente lo è
La riflessione di Elena Granata riporta dunque a una questione che non riguarda soltanto l'ex Dell'Orto, ma il modello di sviluppo urbano che si vuole per Seregno e per le nostre città.
Non si tratta di essere contrari alla trasformazione delle aree dismesse. Al contrario, il loro recupero può rappresentare un'importante occasione per migliorare il tessuto urbano, restituire funzioni a spazi abbandonati, creare servizi, ampliare il verde e rispondere a esigenze sociali. Ma proprio perché queste occasioni sono preziose, non ci si può accontentare di chiamare rigenerazione qualsiasi operazione edilizia. Occorre chiedersi che cosa rimane alla città dopo la trasformazione. Quali spazi vengono restituiti alla collettività? Quali servizi vengono realizzati? Quali opportunità abitative vengono offerte? Quanto migliora la qualità ambientale e sociale del quartiere? E soprattutto, chi ha potuto partecipare alle decisioni?
L'ex Dell'Orto avrebbe potuto e potrebbe ancora rappresentare un'occasione importante per Seregno. Non soltanto per recuperare un'area produttiva dismessa, ma per contribuire a costruire un pezzo di città più vivibile, accessibile e inclusivo. È questo il significato che dovrebbe essere attribuito alla parola rigenerazione. Perché, come scrive Elena Granata, «Se tutto è rigenerazione, niente lo è».
sabato 31 ottobre 2026
Metrotranvia Milano-Seregno: gli errori di programmazione li paghiamo tutti
La vicenda della metrotranvia Milano-Seregno dovrebbe essere una lezione per chiunque abbia responsabilità nella programmazione e nella realizzazione delle opere pubbliche.
Il commento di un lettore al nostro precedente post pone una questione condivisibile: abbandonare un'opera già parzialmente realizzata comporta costi economici e ambientali. Ci sono gli investimenti già sostenuti, le eventuali spese di demolizione, lo smaltimento dei materiali e il ripristino delle aree. C'è inoltre il problema di individuare soluzioni alternative, qualora l'infrastruttura venisse comunque completata senza il deposito previsto. Tutto vero. Ma questo non può diventare un alibi per accettare una situazione di stallo destinata a protrarsi per anni. Le opere pubbliche dovrebbero essere avviate quando esistono ragionevoli certezze sulle risorse necessarie per completarle, con una programmazione realistica dei tempi e delle diverse fasi di intervento. Aprire i cantieri è relativamente facile; portarli a termine è la vera responsabilità di chi li promuove e li gestisce.
Ci diranno che la pandemia, l'aumento dei prezzi e successivamente le guerre hanno modificato il quadro economico e reso tutto più difficile. È vero, ma c'è un particolare che non va dimenticato: la metrotranvia avrebbe dovuto essere completata ben prima che queste emergenze si manifestassero. Non si può attribuire a eventi sopravvenuti l'intera responsabilità di una vicenda che ha radici precedenti. Anche la scelta di realizzare il cosiddetto cantiere «spezzatino», aprendo contemporaneamente diversi fronti di lavoro e presentandola come una soluzione per accelerare i tempi, merita una riflessione. Un'organizzazione che ha moltiplicato i cantieri e i disagi avrebbe dovuto essere accompagnata dalla certezza di poter finanziare e completare tutti gli interventi. È mancata, evidentemente, una programmazione capace di garantire questo risultato.
Ora non possiamo permetterci di rimanere per anni in questa situazione. I cantieri fermi o abbandonati producono degrado, disagi per i residenti, difficoltà alla viabilità e un progressivo deterioramento delle opere già realizzate. E più passa il tempo, più aumentano i problemi e i costi per rimettere tutto in ordine. Le responsabilità politiche e amministrative di questa situazione dovranno essere chiarite. Chi ha assunto le decisioni, chi ha programmato gli interventi e chi ne ha seguito l'attuazione deve rispondere delle scelte compiute. Non basta invocare le difficoltà economiche: occorre spiegare perché si sia arrivati a questo punto e soprattutto indicare una soluzione concreta, con tempi certi.
È vero, demolire ciò che è già stato costruito costa. Ma anche lasciare per anni strutture inutilizzate, cantieri abbandonati e territorio compromesso ha un costo, economico, ambientale e sociale. Il confronto tra le diverse possibilità deve essere fatto seriamente, senza trasformare gli investimenti già effettuati in una giustificazione per qualsiasi scelta futura.
C'è poi un'ultima considerazione che riguarda direttamente il Parco GruBrìa e il futuro del nostro territorio. Se dobbiamo prendere atto del suolo già consumato e delle strutture in cemento già realizzate, evitiamo almeno di continuare a sottrarre terreno agricolo fertile per nuovi interventi. Pensiamo, per esempio, all'ipotesi del nuovo ospedale nell'area del Dosso, ancora una volta all'interno del Parco GruBrìa. Sulla necessità, sulle dimensioni e sulla localizzazione di questo nuovo ospedale crediamo sia necessario aprire una discussione seria. Ma se si riterrà che la struttura sia effettivamente necessaria, perché non valutare prioritariamente il recupero e il riutilizzo di aree già compromesse e di edifici in cemento esistenti, invece di consumare altro suolo agricolo?
Prima di occupare nuovo territorio, utilizziamo quello che abbiamo già compromesso.
La vicenda della metrotranvia dovrebbe insegnarci proprio questo: le opere pubbliche non si misurano soltanto dagli annunci, dai progetti e dai cantieri aperti, ma dalla capacità di portarle a termine, rispettando il territorio e le risorse della collettività. Perché il conto della cattiva programmazione, alla fine, lo paghiamo tutti. E il territorio, una volta compromesso, non si può più recuperare.
giovedì 29 ottobre 2026
Metrotranvia Milano-Seregno: non lasciateci una cattedrale di cemento
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| STOP: l'emblematico e profetico cartello all'ingresso del cantiere del deposito della metrotranvia tra Desio e Seregno |
La notizia pubblicata oggi da Il Giorno sul possibile ridimensionamento della metrotranvia Milano-Seregno conferma le incertezze su un'opera che rischia di non essere completata, mentre gli extracosti aumentano e le risorse necessarie restano da reperire.
La nostra posizione a favore del trasporto pubblico è nota. Altrettanto nota è la nostra contrarietà al deposito costruito nelle aree verdi del Parco GruBrìa, all'interno della rete ecologica, tanto più che un vecchio deposito di dimensioni analoghe si trova a poche centinaia di metri.
Oggi, con il futuro dell'opera incerto, rischiamo di ritrovarci con una struttura parzialmente costruita e inutilizzata: una cattedrale nel deserto, un monumento al consumo di suolo.
Se il deposito non verrà completato e utilizzato, non lasciamo in eredità al territorio altro cemento e un'area verde compromessa.
| L'area del deposito prima dell'intervento cementificatorio |
Chiediamo ai Comuni di Desio e Seregno di affrontare fin da ora questa eventualità e di impegnarsi a valutare un progetto concreto che preveda la rimozione delle opere realizzate, il ripristino ambientale dell'area e la creazione di un vero parco pubblico, collegato alla città e ai quartieri attraverso percorsi ciclopedonali.
Non si tratta di rinunciare al trasporto pubblico, ma di evitare che un'opera in difficoltà lasci dietro di sé un danno ambientale permanente. Il ripristino richiederà verifiche tecniche e risorse, ma è necessario cominciare a discuterne adesso.
Il Parco GruBrìa non è un'area da sacrificare e poi dimenticare. Se il deposito non serve, si rimuova il cemento e si restituisca l'area ai cittadini.
mercoledì 28 ottobre 2026
Seregno, 25 metri quadrati di suolo consumati ogni giorno: il PGT deve invertire la rotta
I dati presentati ieri da ISPRA ed elaborati da SuoloData fotografano per Seregno una situazione critica: il 52,91% del territorio comunale è già artificializzato. Nel 2024 il saldo del consumo di suolo è stato di circa 25 metri quadrati al giorno. La revisione del Piano di Governo del Territorio deve puntare sulla rigenerazione urbana, sulla tutela delle aree verdi e sul recupero del suolo impermeabilizzato.
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| Le aree rosse mostrano tutto il suolo già consumato rilevato da ISPRA al 2024. |
Quanto spazio resta alla natura a Seregno? E quali scelte urbanistiche servono per conservare le aree verdi ancora presenti, contrastare il riscaldamento urbano e ridurre le conseguenze delle piogge intense? Sono domande che meritano di essere poste in occasione della revisione del Piano di Governo del Territorio (PGT), lo strumento con cui il Comune stabilisce le regole e gli indirizzi per le trasformazioni urbanistiche della città.
I dati disponibili sul consumo di suolo restituiscono un quadro che non può essere ignorato. Il dossier dedicato a Seregno pubblicato da SuoloData, sulla base dei dati ISPRA/SNPA e ISTAT, riporta per il 2024 alcuni indicatori particolarmente significativi.
- 52,91% del territorio comunale risulta coperto da superfici artificiali: edifici, strade, parcheggi e altre superfici trasformate dall'uomo.
- 25,2 metri quadrati al giorno è il saldo netto giornaliero del consumo di suolo riportato dal dossier, corrispondente a circa 0,9 ettari all'anno.
- 3,8 ettari è l'incremento netto della superficie artificiale registrato dal 2016 al 2024.
- 45.010 abitanti è la popolazione riportata per il 2024, sostanzialmente stabile rispetto all'anno precedente.
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| Trasformazioni del suolo 2024. 1) Trasformazione non definitiva del suolo 1,49 ha. 2) Nuova copertuta artificiale del suolo 0,67 ha. Fonte Suolodata |
Il dato più impressionante è quello relativo alla superficie già artificializzata: a Seregno oltre un metro quadrato su due del territorio comunale è stato trasformato. Il confronto territoriale proposto da SuoloData colloca Seregno al 13° posto su 55 comuni della provincia di Monza e della Brianza per quota di copertura artificiale e al terzo posto per velocità del saldo netto giornaliero di consumo di suolo. Il confronto con la media lombarda è altrettanto significativo: il dossier indica una quota regionale del 12,2%, contro il 52,91% di Seregno. Si tratta di valori che descrivono realtà territoriali differenti, ma che aiutano a comprendere quanto sia elevata la pressione urbanistica sul territorio comunale. È importante distinguere tra il suolo già consumato e quello trasformato nel corso dell'ultimo anno: il primo descrive una condizione accumulata nel tempo, il secondo misura una dinamica recente. Entrambi sono indispensabili per valutare le scelte urbanistiche.
Il consumo di suolo non si misura esclusivamente in ettari sottratti ai campi o agli spazi verdi. La trasformazione di un terreno naturale in una superficie edificata o impermeabilizzata comporta anche la perdita di funzioni ambientali essenziali. Un terreno permeabile assorbe l'acqua piovana, contribuisce alla ricarica delle falde, ospita organismi viventi e partecipa alla regolazione del microclima. Una superficie asfaltata o cementificata, invece, ostacola l'infiltrazione dell'acqua e favorisce il deflusso superficiale.
Le conseguenze sono particolarmente importanti in un territorio densamente urbanizzato come quello di Seregno e della Brianza. Più superfici impermeabili significano meno spazio per l'acqua, maggiori pressioni sui sistemi di drenaggio e possibili aggravamenti dei problemi di allagamento, soprattutto quando le trasformazioni interessano aree già vulnerabili dal punto di vista idraulico. C'è poi la questione delle temperature estive. Edifici, asfalto e parcheggi contribuiscono a creare isole di calore urbane, mentre alberi, vegetazione e suoli non impermeabilizzati possono migliorare il comfort termico e la vivibilità degli spazi pubblici. Conservare il suolo naturale non significa quindi soltanto salvaguardare il paesaggio: significa tutelare la sicurezza, la salute e la qualità della vita dei cittadini.
La revisione generale del PGT rappresenta un'occasione importante per ripensare le priorità dello sviluppo urbano di Seregno. L'obiettivo dovrebbe essere quello di soddisfare le esigenze della città utilizzando meglio gli spazi già urbanizzati, anziché continuare a sottrarre terreno alle aree naturali e agricole. Non basta richiamare genericamente la sostenibilità nei documenti di pianificazione. Servono scelte verificabili, obiettivi misurabili e una valutazione trasparente degli effetti ambientali delle trasformazioni previste.





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