venerdì 18 settembre 2026

Andar per luoghi magici a lume di candela: tornano gli appuntamenti della Martesana

Dopo la pausa estiva tornano gli appuntamenti dedicati alla scoperta della storia e delle testimonianze del territorio, con due serate particolari alla luce delle candele.

L’iniziativa “Andar per luoghi magici a lume di candela” propone due visite guidate alla scoperta di luoghi suggestivi e delle storie vere che si sono svolte tra quelle mura, ricostruite attraverso documenti dell’epoca e testimonianze storiche.


Domenica 27 settembre
“Sussurri nella penombra dell’Eremo San Salvatore”
Il ritrovo è alle 20.00 presso il cimitero di Crevenna, da dove si proseguirà in auto verso l’Eremo di San Salvatore.


Sabato 10 ottobre

“Tracce di streghe nel borgo di Villincino”
Il ritrovo è alle 20.15 davanti alla torre con bifora di Villincino.

Le visite si svolgeranno dalle 20.30 alle 22.30, accompagnando i partecipanti in un viaggio tra storia, racconti e luoghi dal fascino particolare.

📞 Iscrizioni: 334 875 4952

giovedì 17 settembre 2026

Ev. Torricelli: Evangelista o… evangelista?

Immagine tratta da Wikipedia

A Seregno c'è una via dedicata a Evangelista Torricelli, il celebre fisico e matematico italiano. Nulla da eccepire, se non fosse per quella piccola abbreviazione sulla targa: “Ev. Torricelli”.
Una semplice abbreviazione? Non proprio.
Perché, nella lingua italiana, quando si abbrevia un nome proprio, la forma consueta è quella con la lettera iniziale e il punto: E. Torricelli.


“Ev.” invece ha un'altra storia. È infatti un'abbreviazione comunemente usata per evangelista, come in “gli Ev. Matteo, Marco, Luca e Giovanni”. Insomma, leggendo “Ev. Torricelli” per un attimo si potrebbe quasi pensare che Seregno abbia dedicato una strada a un misterioso Evangelista Torricelli in versione evangelista.

E le abbreviazioni, si sa, possono essere un piccolo campo minato.

E.V., per esempio, può indicare era volgare nelle indicazioni cronologiche; ev. può significare eventualmente; evang. può abbreviare evangelista o evangelico. E basta spostare una maiuscola o aggiungere un punto per ritrovarsi con un significato completamente diverso.

Naturalmente nessuno rischia di perdersi per una “v” di troppo. Ma l'odonomastica è anche questo: nomi, parole, abbreviazioni e segni che finiscono nello spazio pubblico e diventano parte della memoria della città. Per questo anche una targa merita attenzione: non è soltanto un'indicazione stradale, ma una piccola pagina di storia e di lingua esposta ogni giorno sotto gli occhi di tutti. E allora, forse, Ev. Torricelli potrebbe diventare un curioso caso di… omonimia abbreviata.

Chissà cosa avrebbe pensato il vero Evangelista Torricelli di questa piccola complicazione linguistica.

Il cielo sopra la Brianza: capire il meteo per capire il clima


Perché le previsioni meteorologiche non sono mai certezze assolute? E quanto è diventato importante imparare a leggere ciò che accade nell'atmosfera in un'epoca di cambiamenti climatici?

Se ne parlerà martedì 6 ottobre al Cineteatro Santa Maria di Biassono, nell'ambito della rassegna Green Lab, con il Colonnello Mario Giuliacci, fisico e climatologo, e Daniele Izzo, fisico dell'atmosfera e meteorologo operativo di Meteo Expert.

Siamo abituati a consultare le previsioni per sapere se pioverà nel fine settimana o se sarà necessario portare con noi l'ombrello. Ma il lavoro della meteorologia è molto più importante: le previsioni sono uno strumento essenziale per prevenire i rischi e affrontare eventi meteorologici potenzialmente pericolosi, oltre a essere fondamentali per agricoltura, trasporti e molte altre attività.

E oggi osserviamo con sempre maggiore attenzione fenomeni come ondate di calore, precipitazioni molto intense, temporali improvvisi e periodi di siccità. Fenomeni che interessano anche la nostra Brianza e che rendono ancora più importante comprendere la differenza tra tempo meteorologico e clima.

Una singola giornata calda o un temporale particolarmente intenso non sono, da soli, la prova di un cambiamento climatico. Ma conoscere la meteorologia aiuta a interpretare correttamente gli eventi che osserviamo e a distinguere il singolo episodio dalle tendenze che emergono dall'osservazione del clima nel lungo periodo.

È anche per questo che parlare di meteo significa parlare di conoscenza, prevenzione e consapevolezza ambientale.

La serata di Green Lab promette di essere un'occasione interessante per scoprire cosa c'è dietro le previsioni che consultiamo ogni giorno, quali sono i loro limiti e perché l'atmosfera rimane, nonostante i grandi progressi della scienza, un sistema complesso e in continua evoluzione.

  • Martedì 6 ottobre 2026 – ore 20.45
  • Cineteatro Santa Maria – Biassono
  • Ingresso gratuito fino a esaurimento posti, con prenotazione online o presso la biglietteria.


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GEV, non solo vigilanza: la natura della Brianza ha bisogno di essere raccontata

Fonte immagine: sito web Parco delle Groane e della Brughiera

Per proteggere la natura non basta mettere dei cartelli, stabilire dei divieti e controllare che vengano rispettati.

Bisogna anche saper raccontare la natura. È questo, forse, il messaggio più importante che arriva dall'iniziativa organizzata domenica 6 settembre dal Parco delle Groane e della Brughiera Briantea, che ha riunito una quarantina di Guardie ecologiche volontarie del proprio territorio, del Parco Nord Milano e del Parco Adda Nord per una giornata di formazione dedicata all'«Interpretazione del Patrimonio». Un'iniziativa che merita di essere segnalata e, soprattutto, di essere replicata.

Quando si parla di Guardie ecologiche volontarie si pensa spesso, inevitabilmente, ai controlli: il cane lasciato libero dove non dovrebbe, l'abbandono di rifiuti, un comportamento scorretto nei confronti dell'ambiente. Ma questa è soltanto una parte del loro lavoro. Le GEV sono presenza sul territorio. Sono persone che camminano nei boschi e nei prati, percorrono sentieri, osservano gli ambienti naturali, incontrano continuamente chi quei luoghi li frequenta. E proprio per questo hanno un'opportunità straordinaria: trasformare ogni incontro in un momento di educazione ambientale.

Anche un controllo può diventare un'occasione per spiegare. Se una persona viene richiamata perché è uscita da un sentiero, si può spiegare cosa c'è di delicato in quell'ambiente. Se viene chiesto di tenere il cane al guinzaglio, si può raccontare quali animali possono essere disturbati. Se si interviene per un rifiuto abbandonato, si può spiegare che cosa significa quel gesto per un ecosistema. La differenza è enorme. Una regola imposta può essere semplicemente subita. Una regola compresa può essere rispettata anche quando nessuno controlla.

Questo non significa naturalmente rinunciare alla vigilanza. Al contrario. I controlli sono indispensabili e fanno parte della funzione delle GEV. Ma la tutela dell'ambiente diventa più efficace quando alla vigilanza si affianca la capacità di far comprendere il valore di ciò che si sta proteggendo. È proprio questo il senso dell'«Interpretazione del Patrimonio» al centro della giornata formativa condotta dalla dottoressa Vanessa Vaio: non limitarsi a trasmettere informazioni, ma creare una relazione fra le persone e il luogo che stanno osservando. Una prospettiva particolarmente interessante per i parchi, dove il rapporto con i cittadini è quotidiano. Perché un visitatore può attraversare un bosco senza vedere nulla di particolare. Può vedere soltanto alberi. Una GEV preparata può invece aiutarlo a scoprire un ecosistema, raccontargli le specie che lo abitano, spiegargli l'importanza della biodiversità, fargli notare una traccia, una pianta, un corso d'acqua, un piccolo ambiente che normalmente passerebbe inosservato. E dopo averlo conosciuto, quel bosco probabilmente non sarà più soltanto «un posto dove andare a passeggiare».

È un tema particolarmente importante in una Brianza sottoposta da decenni a una fortissima pressione urbanistica e infrastrutturale. Qui gli spazi naturali non sono un elemento scontato del paesaggio. Sono frammenti di territorio da conoscere e difendere, spesso circondati da strade, capannoni, abitazioni e nuove infrastrutture. Brughiere, boschi, aree agricole, corsi d'acqua, fontanili e zone umide costituiscono una rete ambientale che rischia continuamente di essere considerata come semplice «vuoto» disponibile per nuove trasformazioni. Raccontarla significa anche spiegare perché quel «vuoto» vuoto non è affatto. Significa far capire che un prato non è soltanto un prato, che un bosco non è soltanto un insieme di alberi, che una zona umida non è un'area inutilizzata. Conoscere il territorio è il primo passo per riconoscerne il valore. E riconoscerne il valore è una condizione fondamentale per difenderlo.

Per questo salutiamo con favore la scelta dei tre parchi di investire insieme sulla formazione delle proprie GEV. Ma proprio perché l'esperienza è interessante, sarebbe auspicabile che non rimanesse un'iniziativa isolata. Perché non proporre percorsi analoghi anche negli altri parchi lombardi? Perché non costruire una formazione permanente delle GEV che affianchi alle competenze normative e di vigilanza una sempre maggiore preparazione sulla comunicazione, sulla conoscenza degli ecosistemi e sull'educazione ambientale? E perché non favorire sempre di più gli incontri fra GEV di parchi diversi, affinché possano confrontare esperienze, problemi e modalità di lavoro? La tutela della natura ha bisogno di competenze, ma anche di persone capaci di trasmettere quelle competenze alla comunità. 

C'è poi un aspetto che riteniamo fondamentale. Non bisogna pensare all'educazione ambientale come a qualcosa che avviene soltanto durante una visita guidata, una lezione con le scolaresche o una giornata organizzata dal parco. L'educazione ambientale può avvenire in qualsiasi momento.

  • Durante una passeggiata.
  • Durante un sopralluogo.
  • Durante un controllo.
  • Durante una conversazione con un cittadino.

Persino durante una sanzione, quando le circostanze lo consentono.

È questa la forza delle GEV: essere presenti là dove le persone vivono e frequentano il territorio, non soltanto in occasione degli eventi organizzati. Per questo la capacità di raccontare la natura non è un'aggiunta facoltativa al loro lavoro. È una competenza che può rafforzare profondamente la loro stessa funzione di tutela. 

Le GEV non devono essere soltanto gli «occhi» dei parchi. Possono essere anche la loro voce. Una voce capace di spiegare, coinvolgere e far scoprire che dietro ogni sentiero, ogni bosco, ogni prato e ogni corso d'acqua c'è un patrimonio che appartiene a tutti e che tutti siamo chiamati a rispettare. Se questa esperienza delle Groane, del Parco Nord e del Parco Adda Nord riuscirà a diventare l'inizio di un percorso più ampio, sarà un investimento importante non soltanto sulle GEV, ma sul futuro dei nostri parchi. Perché la natura che non conosciamo rischia di diventare invisibile. E ciò che diventa invisibile è molto più difficile da difendere.

Il fiume, la diossina e il Bosco delle Querce: una camminata lungo il Tarò-Certesa


Domenica 27 settembre 2026, alle ore 9.30, il Comitato Parco Regionale Groane-Brughiera e WWF Insubria propongono una camminata narrante lungo il Tarò-Certesa, da Meda fino al Bosco delle Querce di Seveso.

Un percorso per conoscere il territorio attraverso la storia del suo fiume, ma anche per tornare nei luoghi che conservano la memoria del disastro dell’Icmesa del 1976 e della contaminazione da diossina.

La camminata, condotta dal geologo Gianni Del Pero, partirà da via Vignazzola a Meda e seguirà il sentiero Baden Powell, collegando la Collina della Memoria di Meda con il Bosco delle Querce di Seveso. Due luoghi simbolici della memoria di una delle più gravi emergenze ambientali della storia industriale italiana.

Il percorso si inserisce nella Giornata mondiale dei fiumi e fa parte del progetto “Atlante delle rive”, ideato da Marco Paolini insieme al filosofo della scienza Telmo Pievani, che invita a riscoprire i fiumi come elementi fondamentali del paesaggio, della storia e della vita delle comunità.

Camminare lungo il Tarò-Certesa significa quindi osservare un corso d'acqua spesso nascosto e poco conosciuto, ma anche ripercorrere una storia che ha profondamente segnato Meda e Seveso. Una storia nella quale ambiente, industria, salute, trasformazioni del territorio e memoria si intrecciano.

Info:

  • Domenica 27 settembre 2026
  • Ore 9.30
  • Meda-Seveso, da via Vignazzola al Bosco delle Querce
  • A cura di Comitato Parco Regionale Groane-Brughiera e WWF Insubria

Il sentiero Meda-Montorfano, un cammino tra natura e storia che guarda verso la Svizzera

A Mariano Comense una serata dedicata al percorso che collega Milano e Como attraverso boschi e aree naturali. L’appuntamento mercoledì 23 settembre 2026 in Sala Civica, in vista della camminata del 4 ottobre


Il sentiero Meda-Montorfano, storico percorso conosciuto come ME-MO, sarà al centro di una serata dedicata alla sua storia, al suo valore naturalistico e alle prospettive future. L’appuntamento è per mercoledì 23 settembre 2026, alle 21, nella Sala Civica di Mariano Comense, in piazza Roma 52, con partecipazione aperta a tutti fino a esaurimento dei posti.

La serata, dal titolo «Il sentiero Meda-Montorfano: tratto di un cammino importante che, attraverso boschi e aree naturali, collega Milano e Como fino ai Parchi della Svizzera», è organizzata dal Comitato Parco regionale Groane-Brughiera, insieme al Cai Meda, sezione Franco Fusetti, e alla S.E.M. Meda, con il patrocinio della Città di Mariano Comense e del nostro Parco regionale delle Groane e della Brughiera Briantea, con il Servizio di vigilanza ecologica.

L’incontro rappresenta anche un momento di preparazione alla camminata da Montorfano a Meda in programma domenica 4 ottobre, occasione per riscoprire sul campo un itinerario che attraversa boschi e aree naturali e che si inserisce in un cammino più ampio tra Milano, Como e i Parchi della Svizzera.

A intervenire saranno rappresentanti di enti e associazioni impegnati nella salvaguardia e nella promozione del sentiero. Tiziano Grassi, presidente del Comitato Parco Regionale Groane-Brughiera APS-ETS, presenterà i sentieri ME-MO e il progetto del cammino Milano-Como-Svizzera. A seguire, Giuseppe «Nuccio» Confalonieri del Cai Meda ripercorrerà la storia e l’evoluzione del sentiero Meda-Montorfano.

Un altro tema centrale sarà quello della Cascina Mordina, recentemente ristrutturata. Loredana Testini, assessore all’Ambiente del Comune di Mariano Comense, illustrerà il ruolo che la struttura potrà avere nel futuro del sentiero Meda-Montorfano.

L’appuntamento vuole così mettere insieme memoria, tutela del territorio e prospettive di valorizzazione di un percorso che rappresenta un collegamento importante tra i territori della Brianza e del Comasco, all’interno di una rete di itinerari che guarda anche oltre i confini regionali.

La partecipazione alla serata è libera e aperta a tutti, fino a esaurimento dei posti.

Per informazioni: Tiziano 331 227 1052, oppure informazioni@comitatoparcobrughiera.it

mercoledì 16 settembre 2026

Pedemontana: più cemento per risolvere i problemi del cemento?


Abbiamo ricevuto un interessante commento da Sì Pedemontana al nostro post "Trentacinque anni dopo, quel grido sulla Pedemontana è ancora attuale". [Qui il link al commento]

Le differenze di vedute sono evidenti, ma il commento pone alcune questioni che meritano una risposta articolata. Perché, al di là delle rispettive posizioni sulla Pedemontana, ci troviamo davanti a una domanda più ampia: come dovrebbe cambiare il nostro modo di pensare la mobilità e il territorio di fronte a una Brianza che negli ultimi decenni è stata profondamente trasformata?

Prima di entrare nel merito, però, vale la pena soffermarsi su un'altra cosa.

Un video che racconta la trasformazione del territorio


Il Blog Brianza Centrale è sempre stato contrario alla realizzazione dell'autostrada Pedemontana. Non per partito preso, ma perché da anni documentiamo ciò che questa grande infrastruttura sta significando per il territorio: consumo di suolo, trasformazione irreversibile dei paesaggi, cantieri, demolizioni, nuovi svincoli, viabilità di servizio e una Brianza sempre più frammentata.

Fin dall'inizio abbiamo cercato di raccontare anche le iniziative dei comitati e delle associazioni che si battono per difendere la qualità della vita e la naturalità del territorio. Lo abbiamo fatto attraverso fotografie, documenti, sopralluoghi e testimonianze, cercando di lasciare una traccia di quello che sta accadendo mentre i lavori procedono.

Per questo dobbiamo essere sinceramente grati a un blog che, per quanto riguarda la Pedemontana, si trova decisamente agli antipodi rispetto alle nostre posizioni.


Immagine tratta dal video condiviso da Sì Pedemontana

Parliamo di Sì Pedemontana. Perché? Perché qualche giorno fa ha condiviso un video realizzato dalla pagina YouTube my.drone.journey, con una serie di riprese dal drone dei cantieri di Desio. E, come spesso accade quando si guarda un territorio dall'alto, le immagini raccontano parecchio. Il video, pubblicato su YouTube il 21 agosto, permette infatti di seguire dall'alto il tracciato dell'autostrada in costruzione, dalla futura Galleria Desio fino al futuro svincolo sulla SS36, oggi indicato come Desio Nord. Insomma, un documento interessante. Soprattutto per chi vuole capire che cosa sta succedendo concretamente al territorio.

E qui arriva la parte curiosa.

Quelle immagini sono state condivise da un blog favorevole alla Pedemontana, ma mostrano con grande evidenza proprio quella trasformazione del territorio che noi contestiamo. Naturalmente le immagini possono essere interpretate in modi diversi. Per chi sostiene l'opera possono rappresentare la concretezza di un'infrastruttura attesa da anni; per chi la contesta mostrano invece la dimensione della trasformazione territoriale in corso. Ma una cosa è difficile da negare: oggi la Pedemontana non è più soltanto una linea su una carta. È un cantiere che modifica concretamente il territorio. Ed è proprio da qui che vogliamo partire per rispondere al commento ricevuto.

«La Brianza è cresciuta e servono nuove soluzioni»

Nel commento si ricorda come, già negli anni Novanta, la Brianza fosse interessata da una forte espansione urbanistica e come il trasporto delle merci su gomma rappresentasse, e rappresenti tuttora, una componente molto importante della mobilità. È un dato di realtà che non contestiamo. La Brianza è cresciuta. Sono aumentati gli abitanti, le abitazioni, le attività produttive, gli spostamenti e il traffico. Sono cresciute anche le aree industriali e, più recentemente, quelle logistiche. Ma proprio qui, a nostro avviso, sta il problema. Dal fatto che la Brianza sia cresciuta non deriva automaticamente che dobbiamo continuare a costruire nuove strade per inseguire quella crescita. Anzi, è necessario porsi una domanda più scomoda: non è forse proprio questo modello di sviluppo ad aver contribuito a creare il problema che oggi siamo chiamati a risolvere?

Più urbanizzazione significa più spostamenti. Più spostamenti significano più traffico. Il traffico viene utilizzato per giustificare nuove infrastrutture. Le nuove infrastrutture rendono più accessibili nuove aree e possono favorire ulteriori trasformazioni. E così il meccanismo rischia di diventare una sorta di serpente che si morde la coda:

più cemento → più traffico → nuove strade → nuova accessibilità → altro cemento → altro traffico.

Dove interrompiamo questo ciclo?

Il problema non è solo «chi ha cementificato la Brianza»

Nel commento ci viene detto, in sostanza, che forse sarebbe stato più utile prendersela con chi ha stravolto la Brianza con cemento e mattoni piuttosto che con chi voleva costruire l'autostrada. Ma noi non riteniamo che le due cose debbano essere messe in contrapposizione. Contestiamo il consumo di suolo e contestiamo anche una nuova grande infrastruttura che contribuisce a trasformare ulteriormente un territorio già fortemente urbanizzato. La Pedemontana non è un elemento estraneo alla trasformazione della Brianza. È essa stessa una grande trasformazione territoriale, accompagnata da svincoli, viabilità complementari, cantieri e opere connesse. Per questo non possiamo limitarci a dire: «La Brianza è già stata cementificata, quindi ormai servono altre strade». Potremmo invece chiederci: proprio perché abbiamo già consumato così tanto territorio, non dovremmo finalmente fermarci e cambiare direzione?

Trentacinque anni non sono passati invano


Ed è qui che torniamo al vecchio opuscolo trovato nello scatolone. Nel 1991 la Pedemontana era un progetto. Oggi è un'opera in costruzione. Ma nel frattempo non è cambiato soltanto il territorio. È cambiato anche il modo in cui comprendiamo l'ambiente. Trentacinque anni fa il cambiamento climatico non aveva ancora assunto la dimensione e l'evidenza che conosciamo oggi. La perdita di biodiversità, la frammentazione degli habitat, l'impermeabilizzazione del suolo e gli effetti delle isole di calore erano temi molto meno presenti nel dibattito pubblico.

Oggi sappiamo che il suolo non è una superficie vuota sulla quale possiamo semplicemente costruire e che il suo consumo comporta conseguenze che, in molti casi, sono permanenti o difficilmente reversibili. E sappiamo anche che la crisi climatica impone di ripensare profondamente i nostri modelli di produzione, di consumo e di mobilità. Per questo non possiamo semplicemente prendere un progetto concepito decenni fa e considerarlo ancora attuale perché nel frattempo il problema del traffico è aumentato. Il tempo trascorso dovrebbe imporre una verifica, non essere utilizzato come una giustificazione.

La domanda non dovrebbe essere soltanto: «Quante automobili e quanti camion abbiamo oggi?».

Dovremmo chiederci anche: «Che tipo di mobilità vogliamo avere tra venti o trent'anni?»

L'87% delle merci su gomma: un dato da cui partire, non un punto d'arrivo

Nel commento viene ricordato che una quota molto elevata delle merci in Italia viaggia su strada. Anche questo è un dato importante. Ma quel dato non dimostra automaticamente che la soluzione sia costruire una nuova autostrada. Dimostra innanzitutto che il nostro sistema logistico e produttivo dipende fortemente dal trasporto su gomma. E allora la domanda dovrebbe essere: vogliamo considerare questa situazione immutabile oppure provare a modificarla?

Se la risposta è che l'87% delle merci viaggia su gomma, possiamo concludere che servono altre autostrade. Oppure possiamo chiederci perché, dopo decenni di politiche infrastrutturali, il sistema sia ancora così dipendente dalla gomma.

Non sono la stessa cosa.

Ma Pedemontana è ancora il progetto di cui si parlava nel 1991?

C'è poi un'altra questione che ci sembra importante. La Pedemontana di oggi non è semplicemente quella di cui si discuteva trentacinque anni fa. Il tracciato è cambiato e si è spostato più a sud. Tanto che chiamarla ancora «Pedemontana», rispetto al significato letterale del termine, può apparire quasi paradossale. Ma soprattutto è cambiato il contesto nel quale l'opera viene realizzata. Nel frattempo la Brianza ha continuato a costruire, consumare suolo, frammentare gli spazi aperti e aumentare la propria densità infrastrutturale. Un progetto che ha alle spalle una storia di decenni può essere ancora considerato automaticamente valido soltanto perché finalmente è arrivato il momento di realizzarlo? Oppure dovrebbe essere sottoposto a una verifica alla luce delle condizioni attuali? Per noi la seconda domanda è quella inevitabile.

Non è una questione di essere «contro il progresso»

Essere contrari alla Pedemontana non significa pensare che la Brianza debba tornare al passato o che le persone debbano rinunciare a spostarsi. Significa sostenere che non tutte le esigenze di mobilità devono essere necessariamente risolte attraverso nuovo asfalto e nuovo consumo di suolo. Significa anche riconoscere che un territorio come quello brianzolo non può essere considerato infinito.
  • Abbiamo già costruito moltissimo.
  • Abbiamo già frammentato moltissimo.
  • Abbiamo già perso moltissimo suolo.
E proprio per questo ciò che rimane dovrebbe avere un valore ancora maggiore.

Il vero confronto è sul futuro

Il nostro «No» alla Pedemontana, quindi, non nasce dalla nostalgia per una Brianza che non esiste più. Nasce esattamente dal contrario. Nasce dalla consapevolezza che la Brianza di oggi è già profondamente trasformata e che proprio per questo non possiamo continuare a rispondere ai problemi generati da questo modello costruendo nuove infrastrutture che ne prolungano la logica. Le ragioni che nel 1991 portarono 20 Comuni e 44 associazioni a esprimere la propria contrarietà alla Pedemontana non sono scomparse. Il territorio che allora si voleva difendere è diventato ancora più fragile. E oggi abbiamo anche strumenti scientifici e una consapevolezza ambientale che allora non avevamo. Per questo il vecchio opuscolo ritrovato in cantina non ci sembra affatto un documento del passato. Ci sembra, piuttosto, un avvertimento che abbiamo avuto trentacinque anni per ascoltare. E che oggi, mentre osserviamo dall'alto i cantieri di Desio, dovremmo forse rileggere con ancora maggiore attenzione. Perché il punto, alla fine, non è soltanto decidere se una nuova autostrada può rendere più scorrevole il traffico. Il punto è decidere quanta Brianza siamo ancora disposti a consumare per mantenere in vita un modello di mobilità e di sviluppo che proprio quel consumo di suolo ha contribuito a creare.

Per noi, la risposta è chiara: la Brianza ha già dato abbastanza.